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  • Il silenzio dei gesuiti sugli abusi di padre De Luca

    Il silenzio dei gesuiti sugli abusi di padre De Luca

    È circolata a singhiozzi, emergendo dal silenzio per un giorno o due e poi tornando subito nell’ombra. È la vicenda di padre Sauro De Luca, sacerdote, gesuita e abusatore di giovani donne.  Merita di essere raccontata dall’inizio.

    Nel settembre di due anni fa il gesuita padre Renato Colizzi, direttore del Movimento eucaristico giovanile, importante organizzazione legata alla Compagnia di Gesù con decine di comunità formate da giovani tra gli 8 e i 23 anni attive in tutta Italia, comunicò a la Repubblica e al giornale dei vescovi Avvenire una notizia scioccante, e cioè di essere stato contattato da tre donne che gli avevano riferito degli abusi subiti, negli anni Novanta, ad opera di Padre Sauro De Luca, morto nel 2012. Costui del Meg era stato il leader indiscusso per ben tre decenni, dal 1967 al 1998.

    Padre Colizzi raccontava ad Avvenire nell’ottobre del 2024 di essersi chiesto che cosa fare dinanzi a quelle denunce e infine di aver deciso, dopo una attenta riflessione e d’accordo con i vertici della Compagnia, di compiere una scelta inedita e coraggiosa: invitare tutte le militanti dell’organizzazione che avessero subito degli abusi da De Luca, o anche che solo ne fossero venute a conoscenza, a contattare la dottoressa Villani, una persona specializzata nell’ascolto di storie come queste. A costei Padre Colizzi affidò anche il compito di redigere un dettagliato rapporto sulle violenze di De Luca, precisando che “dovrebbe essere pronto tra un anno e il cui obbiettivo è far emergere, nella sua completezza anche scomoda, la verità dei fatti”.

    Sempre ad Avvenire Padre Colizzi aveva dichiarato che “siamo consapevoli che la Compagnia non ha fatto tutto quello che doveva o poteva fare. Per questo, un capitolo dovrà riguardare il nostro operato”. Il gesuita si riferiva al fatto che, solo qualche anno prima, le voci e le segnalazioni circolate sul sacerdote non erano state prese sul serio all’interno dell’organizzazione. Nel 2010, dinanzi alla denuncia circostanziata di due vittime e al termine di un’indagine previa, la Compagnia decise infatti di “confinare” padre De Luca in una comunità a Gallarate, senza tuttavia dare alcuna notizia pubblica delle denunce ricevute. L’ex leader del Meg morì due anni dopo.

    Pochi mesi fa l’indagine commissionata alla dottoressa Villani si è conclusa. A sorpresa però i gesuiti non hanno dato seguito alle loro promesse e cioè non hanno autorizzato la pubblicazione del report contenente i risultati del lavoro redatto dalla professionista che avevano interpellato (una donna, come le vittime di Padre De Luca), ma hanno preferito subentrare nell’opera affidando il compito al provinciale padre Alessio Ronny (maschio e sacerdote). Ne è risultato un documento di cinque paginette scarse (tanto per dare un’idea il report della commissione indipendente che ha indagato sugli abusi clericali nella Diocesi di Bolzano ne annovera seicentodiciannove!) nel quale non compaiono riferimenti a eventuali responsabilità dei gesuiti e dove gli abusi di padre De Luca sono liquidati in poche righe, con una descrizione che più sommaria e sintetica non si potrebbe. Insomma, più una spiccia memoria difensiva che un omaggio alla verità.

    L’elenco delle autogiustificazioni gesuitiche è assai nutrito all’interno della relazione. A proposito della mancata denuncia pubblica degli abusi di De Luca quando emersero per la prima volta quindici anni fa, si cita la circostanza che “l’imputato non poteva più difendersi” e che le vittime chiedevano l’anonimato. In relazione alla protezione di cui Padre De Luca avrebbe goduto si punta il dito sui “laici e le persone che frequentavano il Meg”, presso le quali alcuni “atteggiamenti inappropriati erano noti” mentre si assolvono i gesuiti superiori e collaboratori di De Luca, che hanno dichiarato di non essersi mai accorti di nulla che non andasse. Solo in un passaggio si riconosce “con immenso dolore che ci sono state gravi carenze nella gestione e nel trattamento delle segnalazioni”, senza tuttavia segnalare il quando, il chi e il come di tali carenze.

    Più in generale si accusa il “periodo storico e la cultura del momento che non hanno consentito di prendere le dovute misure”.

    Non è difficile trovare in ciascuna di queste affermazioni qualcosa che non torna.

    A proposito della mancata denuncia pubblica iniziale ricordiamo che, nel 2010, padre De Luca era ancora vivo e soprattutto non probabilmente così interessato a “difendersi”. Quando Annalisa Corrado, oggi eurodeputata Pd ma da ragazza militante del Meg, si presentò a lui in compagnia del suo terapeuta per chiedergli conto degli abusi che le aveva inflitto padre De Luca ammise le sue responsabilità. È ben possibile immaginare che lo avrebbe fatto anche in pubblico qualora fossero emerse. Seguendo fino in fondo la linea argomentativa presentata nella relazione, di questo argomento non si sarebbe dovuto parlare nemmeno oggi, stante il fatto che De Luca non è più tra noi e non può difendersi. Assecondando questo ragionamento in Francia e nel mondo non si sarebbe dovuto parlare nemmeno dei casi dell’Abbé Pierre e di Jean Vanier (entrambi defunti prima di scoprire che fossero abusatori seriali).

    Non si capisce poi cosa c’entri la protezione dell’anonimato delle vittime. Quel che i gesuiti avrebbero dovuto fare è rivelare le violenze di padre De Luca, non i nomi e i cognomi di chi lo accusava. Gli abusi li aveva commessi lui, non loro.

    Risulta poco convincente anche aver affermato che nessuno si fosse accorto dei comportamenti abusanti di De Luca. Sempre Annalisa Corrado ha riferito infatti che il gesuita era abituato a effondersi in atteggiamenti impropriamente “affettuosi” verso le ragazze anche in pubblico. Possibile che nessun adulto se ne sia mai accorto? Che nessun collaboratore abbia notato qualcosa che non quadrava?

    Quanto, infine, al “periodo storico” e alla “cultura del momento”, a qualcuno può sembrare plausibile sostenere che negli anni Novanta del Novecento non si sapesse cosa fosse un abuso sessuale e quali danni produce nella vita di chi lo subisce? Non è questo un alibi per negare le proprie responsabilità nell’aver sostenuto attivamente all’interno della società italiana una cultura del silenzio che ha protetto i sacerdoti colpevoli di questi crimini?

    Infine, nella relazione, i crimini di padre De Luca sono appena accennati in una decina di righe complessive. Leggendole, si apprendono giusto i dati di sfondo, e cioè che sfruttava “la sua posizione d’autorità e l’influenza spirituale per abusare di giovani donne, alcune minorenni”, che si fidava solo di alcune persone “preferite” escludendo tutte le altre, che reagiva in modo rabbioso e aggressivo quando gli veniva chiesto di smettere di abusare, che per commettere le violenze sfruttava i momenti della confessione e degli accompagnamenti spirituali, che gli abusi sono avvenuti in diversi luoghi del territorio nazionale, ovunque il padre svolgesse la sua attività. E nella relazione questo è tutto. Dieci righe per descrivere una sequela di abusi durata trent’anni. Dieci righe nelle quali manca del tutto non solo un’analisi approfondita delle modalità con le quali avvenivano tali abusi e delle eventuali complicità organizzative, ma dalle quali sono completamente assenti i racconti delle abusate, i loro ricordi, gli stati d’animo, le conseguenze piscologiche ed emotive di quei gesti, cioè tutto quello che immagiamo sia stato raccontato alla dottoressa Villani. Dieci righe che assomigliano al referto scarno di un incidente stradale sulle pagine di un quotidiano locale e nelle quali manca tutto quello che serve per capire la dinamica di una vicenda così grave. Tanto più che, leggendo la relazione abbiamo appreso che padre De Luca ha tenuto una sorta di diario nel quale sono stati annotati personalmente dal gesuita non meno di trenta abusi, anche su donne minorenni.

    In conclusione, si ha la netta sensazione che la “scomoda realtà dei fatti” promessa da padre Colizzi due anni fa ora interessi molto di meno i gesuiti che sembrano piuttosto ansiosi di sbarazzarsi al più presto di questa “rogna”, contando sulla consueta benevola condiscendenza di molta parte della stampa e dell’opinione pubblica italiana. È legittimo chiedersi e chiedere alla Compagnia cosa sia intervenuto in questi due anni a mutare così radicalmente il suo orientamento. Perché la Compagnia non rende pubblica, come avviene a conclusione dei lavori di tutte, ma proprio tutte, le commissioni indipendenti del mondo, la relazione della dottoressa Villani e anche quella parte dei diari di De Luca in cui il gesuita descrive gli abusi che ha commesso?

    Vogliamo solo conoscere la verità e la vogliamo conoscere per intero. Vogliamo che anche i gesuiti prendano sul serio la richiesta che il papa ha rivolto alle comunità cristiane nella sua prima enciclica a “impegnarsi in una comunicazione trasparente e nella ricerca leale dei fatti”.

    Lo si deve innanzitutto alle ragazze di un tempo che hanno patito quelle violenze e hanno oggi diritto di sapere. Ma lo si deve anche all’opinione pubblica e alla comunità scientifica che hanno anch’esse il sacrosanto diritto di conoscere quel che di profondamente sbagliato avveniva all’interno di un’organizzazione così importante della società italiana. Per rileggerne la storia. Per capire. Perché non si ripeta.

    CREDITI FOTO: Simone Savoldi | Unsplash

    https://www.micromega.net/gesuiti-padre-de-luca-abusi

  • I sopravvissuti agli abusi del clero sono frustrati dal prolungato fallimento dell’arcidiocesi di New Orleans

    I sopravvissuti agli abusi del clero sono frustrati dal prolungato fallimento dell’arcidiocesi di New Orleans

    UNL’immagine della sua bisnonna accompagnò James Adams per anni e rafforzò la sua fede: era avvizzita, quasi cieca, e gli toccava le guance quando si sedevano accanto, come se il contatto con il suo viso le avesse ridato la vista. Donna lavoratrice il cui marito, un agente di polizia, si era suicidato, crebbe quattro figli; la sua fede fu una roccia contro le difficoltà della vita. Morì a 98 anni, quando Adams ne aveva 28, in procinto di sposarsi.

    Molti anni dopo, nel 2020, Adams, un banchiere di New Orleans , era presidente della Catholic Community Foundation, il braccio di raccolta fondi dell’arcidiocesi, quando l’arcivescovo Gregory Aymond lo estromise dall’incarico, come lui stesso ha raccontato come testimone in tribunale e in numerose interviste ai media. Da un giorno all’altro, Adams divenne un nemico della Chiesa a causa di ciò che un prete gli fece da ragazzo. La sua storia rispecchia la saga legale che ha macchiato la carriera di Aymond.

    Secondo i voluminosi documenti legali e le informazioni fornite dagli avvocati delle vittime e analizzate dal National Catholic Reporter , sotto la guida di Aymond e di diversi predecessori, l’ arcidiocesi di New Orleans ha nascosto un’organizzazione criminale a sfondo sessuale che, in un momento o nell’altro, ha visto la presenza di un prete pedofilo in ogni parrocchia della città e in molte zone periferiche.

    Dal 1° maggio 2020, quando l’ arcidiocesi di New Orleans ha richiesto la protezione del capitolo 11 della legge federale sulla bancarotta, la chiesa ha dovuto affrontare una copertura mediatica snervante per le cause legali, molte delle quali riguardano abusi decennali da parte di sacerdoti, frati, operatori laici e diverse suore. L’ arcidiocesi elenca 79 chierici accusati o ammessi ad abusi sessuali su minori; pochi sono stati perseguiti. Ramon Antonio Vargas del Guardian, che ha pubblicato importanti articoli su questo tema, calcola che i predatori siano 310 tra il clero e un numero imprecisato di suore e operatori laici: una discrepanza enorme con l’elenco dell’arcidiocesi.

    Nel 1980, Adams aveva 10 anni ed era chierichetto nella chiesa di Sant’Anna, una parrocchia a misura di famiglia a Metairie, un sobborgo di belle case e prati ben curati. Padre James Collery, irlandese, prete spiritano, abusò di lui per mesi. La purezza che immaginava della sua anima si inclinò come una barca traballante nella tempesta degli ammonimenti e della lussuria di quel prete.

    “No, Padre, non lo dirò.”

    Ma un giorno, mentre era in macchina dopo la scuola, disse alla mamma: “Papà mi ha baciato”.

    Lei disse: “Che bello.”

    Lui disse: “Così”, prendendole la mano e baciandole un dito con un bacio alla francese.

    Lei si ritrasse. “È così che un uomo bacia una donna!”

    A casa, nella sua camera da letto, si tirò la coperta sopra la testa. Suo padre tornò a casa; i suoi genitori gli fecero domande. “Non gli diedi molti dettagli”, dice oggi. Gli dissero di evitare il prete. Lo fece. E i suoi genitori evitarono il confronto, perché non avevano un vocabolario per comprendere cosa significasse tutto ciò.

    Collery lasciò presto l’incarico, diventando cappellano ospedaliero in Pennsylvania. Morì nel 1987.

    Il percorso che ha portato Adams, un funzionario addetto ai prestiti a suo agio con i fogli di calcolo, a studiare i trasferimenti del suo aggressore si snoda attraverso una fede che ha portato con sé al liceo gesuita di New Orleans. L’istituto offriva un rigoroso mix di religione, studi accademici e attività sportive. “Sono riuscito a superare il liceo gesuita ascoltando le persone, senza dare troppo peso a me stesso – un meccanismo di difesa. Ma ho stretto amicizie durature”, ha detto.

    L’allenatore di baseball di Jesuit, consapevole che il fratello maggiore di Adams giocava nella squadra della scuola e che suo nonno e suo zio avevano militato tra i professionisti, gli suggerì di fare un provino. Lui rifiutò.

    “Avevo questa sensazione onnipresente. Se qualcuno avesse conosciuto il mio segreto, non avrebbe voluto avere niente a che fare con me. Portavo con me la mia vergogna, ero bravo a mascherarmi, a raccontare barzellette e storie con astuzia per distogliere l’attenzione da chiunque mi chiedesse del mio vero io”, ha detto.

    Dopo la laurea nel 1988, Adams si iscrisse all’Università dell’Alabama; frequentò per un po’ una chiesa episcopale, ma, tornato a New Orleans con una laurea in scienze politiche, Adams tornò a dedicarsi alla messa, navigando tra ricordi neri. Trovò lavoro in banca e si sposò nel 1998.

    “La prima persona a cui ho raccontato degli abusi, oltre ai miei genitori, è stato mio fratello, la sera della cena di prova”, ha detto. Ha evitato di dirlo alla moglie. Col tempo, la coppia ha avuto tre figlie femmine e un figlio maschio.

    Nel 2011, la sua figlia maggiore compì 10 anni. Divenne così iperprotettivo che gli amici scherzavano dicendo che voleva avvolgerla nella pellicola a bolle. Adams si chiuse in se stesso; sua moglie gli disse: “Hai bisogno di aiuto”. Trovò uno psicologo e si confidò con lui riguardo a Collery, dicendogli che voleva tornare indietro nel tempo e proteggere il bambino che era stato. Rendendosi conto di quanto il trauma lo avesse stravolto, Adams e sua moglie andarono da uno psicologo.

    Fedele al motto gesuita “Uomini per gli altri”, prestò servizio come volontario presso la Catholic Community Foundation. Aiutando le parrocchie a pianificare il patrimonio ereditato dalle loro proprietà, trovò un’intesa con Aymond, un geniale nativo del quartiere Gentilly di New Orleans, l’unico arcivescovo nato lì nella lunga storia della città.

    Travolto dalla depressione, Adams divenne segretario, vicepresidente e poi presidente della Catholic Community Foundation. Nel dicembre 2012, dopo aver pagato di tasca propria le spese della terapia, incontrò Aymond, rivelandogli gli abusi di Collery. Aymond si scusò e si offrì di pagare la terapia, racconta Adams, aggiungendo: “Ogni tanto mi chiamava per chiedermi come stavo. È un microgestore, ma è bravo a ricordare le persone”.

    Nel 2018, in risposta alla copertura mediatica di diversi procedimenti giudiziari contro membri del clero, la Chiesa ha pubblicato un elenco di 57 “membri del clero (sacerdoti e diaconi) rimossi dal ministero per accuse di abusi sessuali su minori”. Adams ha ricordato che nel 2002 l’arcivescovo Alfred Hughes aveva elencato solo 10 sacerdoti: un aumento di 47 uomini in 16 anni, avvenuto dopo inchieste di Associated Press, Guardian e WWL-TV. Adams si è chiesto se stessero nascondendo di più.

    Nel 2019, la sua preoccupazione maggiore era il suo matrimonio in rovina, dato che suo figlio, il più piccolo, stava per compiere 10 anni. I ricordi bui alimentavano l’iperprotettività di Adams. “Calmati, papà”, ricorda di avergli detto suo figlio.

    Il rimborso della terapia lo aveva fatto sentire sottomesso. Ha detto di aver chiesto ad Aymond un risarcimento forfettario. Poiché Adams non aveva avvocati, Aymond lo ha indirizzato al coordinatore dell’assistenza alle vittime, il Fratello Marista Stephen Synan. Volendo proteggere i suoi figli da qualsiasi pubblicità, Adams ha incontrato Synan, ma hanno raggiunto un punto morto sull’importo del risarcimento.

    Pochi giorni dopo, il responsabile delle risorse umane della sua banca gli mostrò una lettera di Dwight C. Paulsen III, avvocato dell’arcidiocesi. La lettera conteneva la frase: “Si prega di notare che, tramite copia aperta di questa lettera e dei suoi allegati, l’avvocato del signor Adams è stato informato di questa richiesta”.

    Adams non aveva un avvocato.

    La lettera richiedeva “tutti i documenti relativi all’impiego del signor Adam, compresi i fascicoli riservati del personale. Ciò dovrebbe includere, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, copie complete e leggibili di tutte le domande di assunzione presentate, tutti i registri delle buste paga e degli stipendi, comprese le ore e i giorni di lavoro e le tariffe applicabili a tale lavoro, copie delle buste paga, copie dei moduli W-2, cartelle cliniche e referti, note e corrispondenza dei medici, polizze di eventuali indennità di invalidità a breve o lungo termine e una copia della sua polizza assicurativa sanitaria, se presente”.

    La banca rifiutò la richiesta; il suo terapeuta rifiutò una lettera simile, così come la sua scuola elementare, il liceo gesuita e l’Università dell’Alabama. Adams si considerava un bersaglio.

    L’avvocato

    Il 23 dicembre 2018, un avvocato indirizzò Adams a Richard Trahant, un avvocato che assiste le vittime di abusi da parte del clero. Quando Adams arrivò, Trahant lo riconobbe. Il fratello maggiore di Adams era stato nella classe di Trahant alla scuola superiore dei Gesuiti. Trahant ricordava Adams dai primi anni a St. Ann e a Collery.

    Mentre Adams raccontava la sua storia, i due uomini cominciarono a piangere, i ricordi della loro prima innocenza si scontravano con la sofferenza causata dal prete e, per Trahant, con la profondità patologica della copertura.

    Trahant aveva seguito le orme del padre e di un prozio, diplomandosi alla scuola superiore dei Gesuiti. Da quando ha seguito i casi di tre uomini che denunciavano abusi subiti da giovani alla scuola dei Gesuiti, uno dei quali era un ragazzo del quartiere non iscritto, è diventato persona non grata presso la scuola che un tempo aveva sostenuto finanziariamente.

    Adams, alle prese con un divorzio, non voleva alcuna causa legale. Trahant accettò di cercare un accordo privato, ma avvertì: “Greg Aymond non è chi pensate che sia”.

    Trahant aveva un numero crescente di casi clericali con avvocati di altri studi: gli avvocati Soren Gisleson (un gesuita laureato come Trahant) e Johnny Denenea, un cattolico di nascita. Trahant cercò un accordo privato per Adams con l’arcidiocesi, ma invano.

    Il 7 aprile 2020, Trahant presentò la richiesta di risarcimento come “John Doe” per preservare l’anonimato di Adams. L’arcidiocesi informò il consiglio di fondazione, che lo costrinse ad andarsene; i media lo scoprirono. Adams dovette dirlo ai suoi figli. Tre settimane dopo, con Trahant pronto a raccogliere la deposizione di Aymond su un altro caso, l’arcidiocesi dichiarò bancarotta. Aymond dichiarò al quotidiano arcidiocesano che la bancarotta avrebbe consentito di stanziare maggiori fondi per le vittime. “Pagheremo le persone a cui dobbiamo dei soldi al 100% di quanto dobbiamo, perché non siamo finanziariamente in bancarotta”.

    “Allora perché hai presentato istanza di fallimento ai sensi del capitolo 11?” si chiese Adams.

    Adams sopravvisse alla copertura mediatica, disprezzato da alcuni cattolici perché considerato un nemico della Chiesa.

    Predatori nascosti

    Presentando istanza di fallimento, Aymond ha evitato una deposizione con Trahant, un punto di riferimento tra gli avvocati delle vittime. Il giudice Meredith Grabill ha bloccato la fase istruttoria con una clausola sui registri ecclesiastici. I giudici fallimentari sono favorevoli a prevenire contenziosi che danneggerebbero il debitore – un’azienda, un individuo o una chiesa – che cerca di riorganizzare i propri beni, negoziare il debito e rimettersi in attività.

    Le procedure fallimentari si basano sul lavoro di un comitato congiunto composto da debitori, creditori e avvocati per gestire le trattative. Trahant e i suoi colleghi Gisleson e Denenea si sono uniti al comitato per conto delle vittime. Anche Adams si è unito al comitato, insieme ad altre tre vittime di abusi da parte del clero.

    Chi accedeva ai fascicoli ecclesiastici sui pedofili doveva mantenere riservati i documenti segreti. La commissione si riuniva ogni due settimane, con un processo lento che frustrava Adams. Ma grazie al sistema informatico a uso esclusivo del tribunale, scrutò un passato di predatori nascosti. Il fascicolo Collery era “straziante”. Adams ha affermato che la lettera del defunto arcivescovo Philip Hannan, che rimuoveva Collery dopo le lamentele contro di lui da parte dei genitori di St Ann, lo aveva elogiato come un buon sacerdote.

    “Avevo pensato che Hannan fosse il migliore, ma nei documenti ho visto il suo incoraggiamento, come se si scusasse con questi predatori”, ha detto Adams.

    Verso la fine del 2021, Trahant avvertì suo cugino, preside della scuola superiore Brother Martin, che il cappellano della scuola, padre Paul Hart, aveva una grave macchia sulla sua fedina penale. Trahant disse a Ramon Antonio Vargas, allora al Times-Picayune, di mettere Hart “sul suo radar”. Il 18 gennaio 2022, Vargas riferì che Hart aveva ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con una ragazza di 17 anni negli anni ’90.

    Vargas ottenne i documenti di una commissione di revisione della chiesa del 2012 che votò contro la riassegnazione di Hart dopo aver scoperto che aveva abusato di una ragazza adolescente. Aymond scavalcò la decisione della commissione di revisione laica per un cavillo di diritto canonico, riguardante l’età del consenso a 17 anni. In seguito mandò Hart alla scuola superiore Brother Martin senza informare la scuola della decisione della commissione.

    Anni dopo, la scuola superiore Brother Martin inviò una lettera ai genitori spiegando che la scuola aveva chiesto ad Aymond di rimuovere Hart a causa di accuse “risalenti a un lontano passato”. Aymond lo espulse e si scusò.

    Grabill, infuriato, vide una violazione dello scudo fallimentare nei documenti interni. L’avvocato della Church, Mark Mintz, che aveva frequentato la facoltà di giurisprudenza della Tulane University negli anni in cui aveva frequentato Grabill, si era espresso a favore della punizione di Trahant. Trahant sosteneva che, in quanto funzionario del tribunale, era tenuto a denunciare un abusatore di minori e che non aveva rivelato nulla di quanto previsto dall’ordinanza di protezione.

    Grabill ordinò un’indagine su Trahant da parte del curatore fallimentare statunitense, un funzionario che ricopriva un ruolo neutrale nei confronti del tribunale. Vargas accettò un breve colloquio con il curatore, affermando di non aver ricevuto i documenti su Hart da Trahant e rifiutandosi di nominare la sua fonte – cosa che il curatore non poteva imporre in base alle tutele costituzionali sulla libertà di stampa. Vargas a quel punto era diventato redattore e reporter del Guardian, con sede a New Orleans, con una copertura sempre più approfondita del fallimento.

    Adams era entusiasta che Trahant fosse riuscito a eliminare un predatore.

    Il caso si trascinò per ore. In un incontro con Grabill nell’aprile 2022, Rick Kuebel, l’avvocato del comitato dei creditori, si lamentò del fatto che la procedura fallimentare si protraeva da due anni “e non ho ancora visto un piano di riorganizzazione [della chiesa]”.

    Nel giugno 2022, Grabill ha multato Trahant di 400.000 dollari per aver violato l’ordine di segretezza. La multa ha suscitato scalpore nella comunità legale. Un esperto specialista in bancarotte ha affermato, a margine, che la multa di Grabill dimostrava la sua “inesperienza”.

    Trahant ha presentato ricorso alla corte d’appello degli Stati Uniti per il quinto circuito, che, dopo due anni e mezzo, non si è ancora pronunciata.

    “Gli ordini di protezione in caso di bancarotta sono uno scandalo che consente agli avvocati difensori e alla Chiesa di giocare in tribunale”, ha dichiarato al National Catholic Reporter Marci Hamilton, professoressa presso l’Università della Pennsylvania, avvocato e fondatrice del think tank Child USA.

    “Alcuni giudici hanno lentamente imparato attraverso i media che le vittime hanno bisogno di voce e hanno iniziato a consentire che le dichiarazioni di impatto delle vittime siano inserite negli atti. Le sentenze del giudice Grabill mi preoccupano per l’indebita deferenza nei confronti della Chiesa. Questo accade nei tribunali statunitensi da decenni, ma la maggior parte dei giudici non si schiera più automaticamente dalla parte della Chiesa. Il fallimento di New Orleans è stato costellato di sentenze ingiuste contro le vittime e di inopportuna deferenza nei confronti dell’arcivescovo”, ha aggiunto Hamilton.

    Come scrive Lindsey Simon in Bankruptcy Grifters, un articolo pubblicato sulla Yale Law School Journal, molti fallimenti ecclesiastici hanno “privato le vittime del loro giorno in tribunale e le hanno costrette a ricorrere alla procedura di conciliazione”.

    “Ciò che distingue i casi delle diocesi… è il modo in cui incorporano alcune delle pratiche più distruttive che creano ostacoli e privano i richiedenti di tutele significative”, scrive.

    Grabill bandì Trahant, Gisleson e Denenea dal comitato dei creditori, nonostante non ci fossero prove che gli ultimi due avessero violato il suo ordine di segretezza. Grabill epurò Adams e altri tre sopravvissuti che avevano pazientemente partecipato a due anni di riunioni, poche ore prima di incontrare Aymond e leggergli le dichiarazioni. Ciò non accadde mai.

    I fascicoli del clero che Adams aveva letto sul server del comitato scomparvero dal suo desktop, dal collegamento al sistema informatico del tribunale. Sotto lo scudo della bancarotta, sapeva che rendere pubblico tutto ciò che sapeva avrebbe suscitato l’ira di Grabill.

    Kuebel ha difeso i sopravvissuti, sottolineando che “non hanno mai visto i loro aggressori consegnati a nessun tipo di giustizia”, ​​secondo una trascrizione dell’udienza disponibile al pubblico. Piuttosto, hanno scontato “due anni senza alcun risarcimento” in lunghe udienze e, senza che lui lo dicesse, hanno rispettato lo scudo fallimentare su documenti segreti. “Sono frustrati dal fatto che, a differenza di altri casi, questa arcidiocesi abbia scelto di essere opaca o non trasparente con tutti questi vari documenti. Sono molto frustrati dal fatto che questa [fuga di notizie] sia diventata il fulcro del caso invece di cercare di riorganizzare [la Chiesa] e arrivare” a una risoluzione.

    Ma smantellando il comitato dei creditori, Grabill diede impulso all’attenzione dei media. Le vittime si schierarono più apertamente contro diversi ecclesiastici i cui procedimenti giudiziari erano al di fuori della bancarotta. Ad esempio, alla fine degli anni ’90, la chiesa mandò Lawrence Hecker al St John Vianney, un ospedale ecclesiastico in Pennsylvania, come riportato dal Guardian e da WWL-TV. Hecker tornò a casa con una diagnosi di pedofilia.

    Ciononostante, Hecker divenne monsignore prima che l’arcidiocesi lo ritirasse dal ministero e lo facesse andare in pensione. Aveva 92 anni l’anno scorso quando fu condannato dal procuratore distrettuale della parrocchia di Orleans. Morì pochi giorni dopo aver scontato la pena dell’ergastolo.

    Il tempo impiegato per perseguire Hecker ha inviato un segnale forte alle forze dell’ordine. Nel 2023, avvocati anonimi hanno fornito un documento di 48 pagine all’FBI e alla polizia statale, descrivendo dettagliatamente gli insabbiamenti commessi dalla chiesa, citando le dichiarazioni delle vittime in procedimenti penali e cause civili. Un sacerdote menzionato nel promemoria, William O’Donnell, non era nella lista della chiesa, eppure, come riportato da Vargas sul Guardian , “Aymond ha autorizzato accordi finanziari separati di 125.000 dollari e 100.000 dollari per risoluzioni extragiudiziali con due persone” che accusavano O’Donnell di abusi.

    Sulla base dei documenti legali visionati dal National Catholic Reporter, l’arcidiocesi ha pagato alle vittime circa 11,7 milioni di dollari in accordi privati ​​nell’arco di circa 10 anni prima di dichiarare bancarotta. Diverse vittime hanno successivamente dichiarato di aver firmato accordi di non divulgazione, violando la Carta per la protezione dei minori dei vescovi statunitensi del 2002, che richiede trasparenza e “tolleranza zero” nei confronti dei pedofili.

    Spingere per una risoluzione

    Il fallimento, come la terapia, ha successo quando finisce.

    Gli avvocati specializzati in procedure fallimentari, che fungono da ponte tra la difesa e l’avvocato dell’attore, fatturano cifre elevate e vengono pagati con le casse della chiesa. In un servizio del 2023 per New Orleans WWL-TV, il giornalista investigativo David Hammer ha esaminato attentamente il modo in cui i giudici fallimentari di Buffalo e Rockville Centre, New York, avevano messo in discussione gli avvocati delle diocesi per le loro fatturazioni elevate e le loro tattiche dilatorie. “Grabill, d’altra parte, si è ripetutamente pronunciato a favore dell’arcidiocesi di New Orleans nelle sue controversie con i creditori”, ha riferito Hammer.

    A differenza degli specialisti in bancarotta e della difesa ecclesiastica, gli avvocati dei superstiti vengono pagati alla fine. Secondo Jeff Anderson, uno dei principali avvocati difensori di questi casi da molti anni, una strategia chiave della chiesa è quella di allungare i procedimenti, costringendo gli avvocati dei querelanti a sostenere i costi, spesso ricorrendo a prestiti su linee di credito bancarie.

    Nella primavera del 2025, con il capitolo 11 al quinto anno, Grabill capì che archiviare la procedura fallimentare avrebbe scatenato un’ondata di casi che avrebbero travolto i tribunali statali. Approvò diversi esperti di mediazione di alto profilo per promuovere una risoluzione.

    Mentre le trattative proseguivano per tutta l’estate, Grabill si trovò ad affrontare nuove problematiche. Durante un’udienza fallimentare di giugno, gli avvocati degli investitori dietro un’emissione obbligazionaria da 41 milioni di dollari che l’arcidiocesi aveva sottoscritto nel 2017 accusarono la chiesa di “frode sui titoli” per il mancato pagamento di interessi pari a 930.206,25 dollari, citando la bancarotta come una delle cause principali.

    Ma mentre proseguivano le trattative tra gli avvocati dei sopravvissuti, i mediatori e la chiesa, a settembre è emerso un pacchetto. La chiesa ha promesso 230 milioni di dollari, di cui 29 milioni da assicuratori più piccoli.

    A fine ottobre, le sopravvissute hanno votato a larga maggioranza per accettare le condizioni finanziarie proposte dall’arcidiocesi. Grabill ha poi tenuto un processo sull’equità delle condizioni e ha ascoltato le testimonianze delle sopravvissute agli abusi, tra cui Adams. L’8 dicembre ha approvato l’accordo.

    Travelers, la più grande compagnia assicurativa dell’arcidiocesi con polizze rilevanti, ha subito accettato in linea di principio di aggiungere altri 75 milioni di dollari all’accordo. Se Grabill approvasse, l’accordo porterebbe il totale a 305 milioni di dollari.

    Adams, che ha votato a favore del pacchetto, era di recente a cena con alcuni amici del liceo quando qualcuno gli ha chiesto cosa pensasse dopo aver sopportato il fallimento quinquennale della chiesa.

    Ricorda di aver detto: “Sapendo quello che so ora, vedendo quello che ho passato io e la mia famiglia, probabilmente avrei tenuto la bocca chiusa. Soffrire in silenzio sarebbe stato più tollerabile del prezzo emotivo e spirituale che tutto questo ha richiesto”.

    Aymond, dopo aver presentato le sue dimissioni al Vaticano all’età di 75 anni, sta ora gradualmente abbandonando l’incarico; l’arcivescovo coadiutore James Checchio diventerà a tempo debito arcivescovo.

    “Più si approfondiscono i reati finanziari, i crimini sessuali, i preti che infrangono i voti”, ha detto Adams al National Catholic Reporter, “più mi viene da chiedermi se sono nella chiesa giusta. Il certificato di battesimo di mio figlio è stato firmato da due preti; entrambi sono ora in prigione per reati sessuali.

    “Se credo sinceramente che la vera presenza di Cristo sia nell’Eucaristia e nei sacramenti che Gesù ci ha donato, non c’è altro posto dove andare. Questo non rende più facile andare in chiesa. La mia bisnonna si comunicava quotidianamente. Credo che le sue parole sarebbero state: ‘Abbiate fede in Cristo e nell’Eucaristia, e non nei leader della Chiesa che hanno normalizzato inganni e abusi’. Continuo a sperare che il mio amore per Dio e la sua Chiesa sia più grande del dolore e della rabbia causati dai suoi sacerdoti e vescovi”.

    Nota dell’editore: questo è il primo di una miniserie che esplora le vite di alcuni sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero durante la saga fallimentare dell’arcidiocesi di New Orleans, durata oltre cinque anni. La serie è stata sostenuta dal Fund for Investigative Journalism ed è stata pubblicata dal Guardian in collaborazione con il National Catholic Reporter .

    Negli Stati Uniti, chiama o invia un messaggio alla hotline Childhelp per gli abusi al numero 800-422-4453 o visita il sito web per ulteriori risorse e per segnalare abusi su minori o inviare un messaggio privato per ricevere assistenza. Per gli adulti sopravvissuti ad abusi su minori, è possibile contattare ascasupport.org. Nel Regno Unito, l’NSPCC offre supporto ai minori al numero 0800 1111 e agli adulti preoccupati per un minore al numero 0808 800 5000. La National Association for People Abused in Childhood (Napac) offre supporto agli adulti sopravvissuti al numero 0808 801 0331. In Australia, bambini, giovani adulti, genitori e insegnanti possono contattare la Kids Helpline al numero 1800 55 1800 o Bravehearts al numero 1800 272 831, mentre gli adulti sopravvissuti possono contattare la Blue Knot Foundation al numero 1300 657 380. Altre fonti di aiuto sono disponibili su Child Helplines International.

    https://www.theguardian.com/us-news/2025/dec/28/new-orleans-archdiocese-bankruptcy-abuse-settlement

  • Che cos’è l’EMDR?

    Che cos’è l’EMDR?

    L’EMDR si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica ed è una metodologia completa che utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra per trattare disturbi legati direttamente a esperienze traumatiche o particolarmente stressanti dal punto di vista emotivo.

    Dopo una o più sedute di EMDR, i ricordi disturbanti legati all’evento traumatico hanno una desensibilizzazione, perdono la loro carica emotiva negativa. Il cambiamento è molto rapido, indipendentemente dagli anni che sono passati dall’evento. L’immagine cambia nei contenuti e nel modo in cui si presenta, i pensieri intrusivi in genere si attutiscono o spariscono, diventando più adattivi dal punto di vista terapeutico e le emozioni e sensazioni fisiche si riducono di intensità. L’elaborazione dell’esperienza traumatica che avviene con l’EMDR permette al paziente, attraverso la desensibilizzazione e la ristrutturazione cognitiva che avviene, di cambiare prospettiva, cambiando le valutazioni cognitive su di sé, incorporando emozioni adeguate alla situazione oltre ad eliminare le reazioni fisiche. Questo permette, in ultima istanza, di adottare comportamenti più adattivi. Dal punto di vista clinico e diagnostico, dopo un trattamento con EMDR il paziente non presenta più la sintomatologia tipica del disturbo post-traumatico da stress, quindi non si riscontrano più gli aspetti di intrusività dei pensieri e ricordi, i comportamenti di evitamento e l’iperarousal neurovegetativo nei confronti di stimoli legati all’evento, percepiti come pericolo. Un altro cambiamento significativo è dato dal fatto che il paziente discrimina meglio i pericoli reali da quelli immaginari condizionati dall’ansia.

    Si sente che veramente il ricordo dell’ esperienza traumatica fa parte del passato e quindi viene vissuta in modo distaccato. I pazienti in genere riferiscono che, ripensando all’evento, lo vedono come un “ricordo lontano”, non più disturbante o pregnante dal punto di vista emotivo.

    Dopo l’EMDR il paziente ricorda l’evento ma il contenuto è totalmente integrato in una prospettiva più adattiva. L’esperienza è usata in modo costruttivo dall’individuo ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo. Cioè il paziente realizza le connessioni di associazioni appropriate, quello che è utile è appreso ed immagazzinato con l’emozione corrispondente ed è disponibile per l’uso futuro.

    Quali sono le basi dell’EMDR?

    L’approccio EMDR, adottato da un numero sempre crescente di psicoterapeuti in tutto il mondo, è basato sul modello di elaborazione adattiva dell’Informazione (AIP). Secondo l’AIP, l’evento traumatico vissuto dal soggetto viene immagazzinato in memoria insieme alle emozioni, percezioni, cognizioni e sensazioni fisiche disturbanti che hanno caratterizzato quel momento. Tutte queste informazioni immagazzinate in modo disfunzionale, restano “congelate” all’interno delle reti neurali e incapaci di mettersi in connessione con le altre reti con informazioni utili. Le informazioni ”congelate” e racchiuse nelle reti neurali, non potendo essere elaborate, continuano a provocare disagio nel soggetto, fino a portare all’insorgenza di patologie come il disturbo da stress post traumatico (PTSD) e altri disturbi psicologici. Le cicatrici degli avvenimenti più dolorosi, infatti, non scompaiono facilmente dal cervello: molte persone continuano dopo decenni a soffrire di sintomi che ne condizionano il benessere e impediscono loro di riprendere una nuova vita.

    L’obiettivo dell’EMDR è quello di ripristinare il naturale processo di elaborazione delle informazioni presenti in memoria per giungere ad una risoluzione adattiva attraverso la creazione di nuove connessioni più funzionali. Una volta avvenuto ciò, il paziente può vedere l’evento disturbante e se stesso da una nuova prospettiva. L’EMDR considera tutti gli aspetti di un’ esperienza stressante o traumatica, sia quelli cognitivi ed emotivi che quelli comportamentali e neurofisiologici. Utilizzando un protocollo strutturato il terapeuta guida il paziente nella descrizione dell’evento traumatico, aiutandolo a scegliere gli elementi disturbanti importanti. Al termine della seduta di EMDR, quando il processo di rielaborazione ha raggiunto la risoluzione adattiva, l’esperienza è usata in modo costruttivo dalla persona ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo.
    Attraverso il trattamento con l’EMDR è dunque possibile alleviare la sofferenza emotiva, permettere la riformulazione delle credenze negative e ridurre l’arousal fisiologico del paziente.

    Questo approccio risulta efficace anche con i pazienti che hanno difficoltà nel verbalizzare l’evento traumatico che hanno vissuto. L’EMDR, infatti, utilizza tecniche che possono fornire al paziente un maggior controllo verso le esperienze di esposizione (poiché non si basa su interventi verbali), e che possono aiutarlo nella regolazione e nella gestione delle emozioni intense che potrebbero scaturire durante la fase di elaborazione.

    L’EMDR come approccio evidence -based

    Nel lasso di trent’anni dalla sua scoperta, ad opera della ricercatrice americana Francine Shapiro, l’EMDR ha ricevuto più conferme scientifiche di qualunque altro metodo usato nel trattamento dei traumi. Oggi è riconosciuto come metodo evidence based per il trattamento dei disturbi post traumatici, approvato, tra gli altri, dall’American Psychological Association (1998-2002), dall’American Psychiatric Association (2004), dall’International Society for Traumatic Stress Studies (2010) e dal nostro Ministero della salute nel 2003. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’agosto del 2013, ha riconosciuto l’EMDR come trattamento efficace per la cura del trauma e dei disturbi ad esso correlati.

    L’efficacia dell‘EMDR è stata dimostrata in tutti i tipi di trauma, sia per il Disturbo Post Traumatico da Stress che per i traumi di minore entità. La ricerca recente mostra che, attraverso l’utilizzo dell’EMDR, le persone possono beneficiare degli effetti di una psicoterapia che una volta avrebbe impiegato anni per fare la differenza. Alcune ricerche hanno infatti dimostrato che tra l’84% e il 90% dei pazienti che riportavano l’esperienza di un singolo evento traumatico non mostravano più i sintomi di un Disturbo da Stress Post-traumatico dopo sole 3 sessioni di EMDR da 90 minuti ciascuna. L’efficacia dell’EMDR nel trattamento del PTSD è ormai ampiamente riconosciuta e documentata, ma attualmente l’EMDR è un approccio terapeutico ampiamente usato anche per il trattamento di varie patologie e disturbi psicologici. Data l’importanza che gli eventi traumatici (siano essi traumi singoli che cumulativi e relazionali) rivestono nello sviluppo di differenti patologie, diviene importante affrontarle attraverso un approccio che tenga in considerazione e riesca ad intervenire sull’origine traumatica di tali disturbi.
    La ricerca riguardante l’EMDR è una delle prime in cui sono stati evidenziati i cambiamenti neurobiologici che si verificano durante ogni seduta di psicoterapia, rendendo l’EMDR il primo trattamento psicoterapeutico con un’efficacia neurobiologica provata. Le scoperte in questo campo confermano l’associazione tra i risultati clinici di questa terapia e alcuni cambiamenti a livello delle strutture e del funzionamento cerebrale.

    Dato il riconoscimento a livello mondiale dell’efficacia di questo metodo terapeutico per il trattamento del trauma, ad oggi più di 120.000 clinici in tutto il mondo usano questa terapia. Milioni di persone sono state trattate con successo negli ultimi anni.

    EMDR

  • Bolzano, una vittima: “Ho subito abusi dai 9 a 15 anni: Ho avuto problemi di salute, disturbi alimentari”

    Bolzano, una vittima: “Ho subito abusi dai 9 a 15 anni: Ho avuto problemi di salute, disturbi alimentari”

    “Sono passati quasi cinquant’anni. Ho subito abusi dai 9 anni ai 15, più o meno. Ero una bambina e per tantissimo tempo non sono riuscita a esprimere a parole quello che era accaduto, non capivo cosa fosse successo. Non riuscivo a trovare il coraggio di parlare. Ricordo la confusione, dopodiché è subentrata la rimozione, un effetto che ho scoperto essere molto frequente, per cui per tantissimi anni non ricordavo assolutamente nulla”. A parlare ai microfoni del Tg1 una delle vittime di un sacerdote pedofilo presente nei casi del report commissionato dalla Diocesi di Bolzano e Bressanone sugli abusi sessuali nella chiesa dal 1964 al 2024. Un’indagine, elaborata dallo studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl di Monaco di Baviera, che ha analizzato i casi uno per uno con valutazioni sulla consapevolezza dei vertici delle violenze e della sostanza inazione e/o mancanza di denuncia permettendo così che ulteriori abusi fossero perpetrati.

    “Il mio corpo parlava al posto mio: ho avuto problemi di salute, disturbi alimentari – ha spiegato la donna al Corriere del Trentino – il mio corpo urlava a tutti il mio disagio perché io non riuscivo a dire nulla e non ricordavo. Poi un evento molto importante ha fatto affiorare dei frammenti. Il ricordo traumatico arriva quando meno te lo aspetti. Pensi di essere impazzita. Per fortuna ho avuto la forza di parlare con una persona che mi ha aiutata a mettere insieme i pezzetti, finché ho capito di aver bisogno di un terapeuta, con cui sono riuscita per la prima volta a dare un nome a quello che mi era successo”. Alla donna (oltre la metà delle vittime erano bambine) è anche capitato di dover incrociare il prete pedofilo: “Tutte le volte la mia reazione era di paralisi: non riuscivo più a muovermi, a parlare, a capire. Era un tuffo indietro, un ritorno all’esperienza di abuso”.

    Dall’analisi dei casi è emerso come i preti segnalati o sospettati di abusi venivano continuamente trasferiti senza mai prendere reali provvedimenti: ad alcuni venivano consigliata la terapia psichiatrica oppure venivano invitati a non celebrare battesimi. Clamoroso il caso del sacerdote condannato in appello e prescritto in Cassazione (uno dei pochi su cui era stata aperta un’indagine) che non è stato mai rimosso.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/01/22/bolzano-una-vittima-ho-subito-abusi-dai-9-a-15-anni-ho-avuto-problemi-di-salute-disturbi-alimentari/7846956/

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 32 del 13 aprile

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 32 del 13 aprile

    Francesco Zanardi – I sopravvissuti agli abusi sessuali raccontano le loro storie nel tribunale fallimentare alla presenza dell’arcivescovo di Baltimora

    L’arcivescovo William E. Lori era seduto in silenzio lunedì mentre i sopravvissuti ad abusi sessuali violenti per mano di sacerdoti e personale impiegato dall’arcidiocesi di Baltimora, raccontavano le loro storie.

    Una donna ha raccontato che i suoi abusi sono iniziati in prima elementare. Un altra che un prete la minacciava abitualmente con una pistola e che una volta le ha tenuto la testa sott’acqua vicino alle eliche di una barca, per farla tacere sui suoi ripetuti stupri. Un uomo ha descritto come gli abusi subiti da adolescente lo abbiano portato su un percorso di distruzione che lo ha perseguitato per anni. Tutti hanno affermato di vivere ancora oggi con la depressione e gli incubi legati agli abusi subiti.

    I sopravvissuti agli abusi sessuali hanno combattuto per questa opportunità da quando l’ arcidiocesi di Baltimora ha dichiarato bancarotta, lo scorso autunno, pochi giorni prima che entrasse in vigore una legge del Maryland chiamata Child Victims Act. La legge consente ai sopravvissuti di fare causa indipendentemente da quando è avvenuto l’abuso.

    Lori ascoltava attentamente mentre i sopravvissuti raccontavano le storie di come le loro vite e, in alcuni casi, la loro volontà di vivere, furono portate via per mano dei leader della chiesa di cui si fidavano.

    “Sono venuto come sacerdote e pastore e come qualcuno che spera che, questo possa contribuire in qualche modo alla guarigione”, ha detto l’arcivescovo.


    Alessio Di Florio – La Chiesa italiana non accetta indagini indipendenti sugli abusi

    In Italia, paese a maggioranza cattolica, lo scandalo degli abusi all’interno della Chiesa ha avuto un impatto deflagrante per la popolazione che ha dovuto prendere coscienza della vastità del fenomeno. Secondo i dati diffusi nel 2022 dall’Osservatorio permanente della Rete L’Abuso, in Italia sono 325 i sacerdoti denunciati per pedofilia e 161 sono stati condannati in via definitiva, ma sarebbero migliaia le vittime di violenza sessuale da parte di membri del clero. A differenza di quanto accaduto in Francia nel 2018, in Italia non è mai stata avviata una indagine indipendente che potesse far luce sulla reale portata del fenomeno degli abusi nella Chiesa ma sono stati pubblicati, sempre nel 2022, solo i risultati di un rapporto che si basa su alcuni casi segnalati alla Chiesa stessa tramite i suoi Centri d’ascolto, fra il 2020 e il 2021. Secondo tale report vi sarebbero state 89 segnalazioni di molestie a carico di prelati e 613 fascicoli aperti, ma i dati forniti dalla Cei sono ben lontani dalla realtà.  Bisogna sottolineare, infatti, che in Italia non vi è l’obbligo da parte di sacerdoti o vescovi, di denunciare i pedofili alle competenti autorità italiane e, per tale motivo, molti sacerdoti denunciati per abusi sono stati semplicemente trasferiti di sede, lasciando loro la libertà di reiterare i propri comportamenti.

    È un passaggio di un articolo pubblicato dalla testata Tio.Ch dal titolo “Quella Chiesa che odia i bambini”, report sulla situazione in vari Stati europei. Nel 2022 citato nell’articolo, in occasione della presentazione del report della CEI, mons. Ghizzoni (presidente del Servizio nazionale per la protezione dei minori e delle persone vulnerabili del Consiglio dei vescovi) disse esplicitamente che la CEI non accetterà mai una commissione indipendente per indagare sugli abusi. Per Ghizzoni e la conferenza dei vescovi italiani solo loro possono “indagare”, solo loro possono occuparsene, solo loro possono esprimersi. In sostanza la posizione dei vescovi italiani è che gli unici autorizzati o dotati delle competenze necessarie per svolgere indagini sulla Chiesa sono gli stessi chierici – ha sottolineato in un articolo già citato in una precedente edizione del tg worldcrunch.com – in questa prospettiva la prevenzione, di per sé giusta e necessaria, serve soprattutto come alibi per non fare luce sul passato.


    Federica Tourn – In Polonia un terzo degli abusi è commesso da preti

    La Chiesa cattolica in Polonia è precipitata in una crisi ancora più profonda dopo che un nuovo rapporto, che ha rivelato che quasi il 30% dei recenti casi di abusi sessuali su minori sono stati commessi da preti.

    Tra il 2017 e il 2020 sono stati segnalati 345 casi di pedocriminalità e di questi la commissione “si sta occupando di 100 casi in cui un membro del clero è stato segnalato come autore di violenza sessuale su un bambino sotto i 15 anni”.

    La percentuale è tanto più scioccante perché equivale quasi alla percentuale di abusi sui minori commessi da familiari delle vittime, che la commissione valuta pari al 35%.

    “È davvero una cosa enorme”, ha detto Stéphane Joulain, sacerdote e psicoterapeuta francese specializzato nel trattamento degli abusi sessuali sui minori.

    “Ciò dimostra tutta la portata del problema in Polonia”, ha affermato.

    Inoltre, la commissione ha rivelato di aver inoltrato 55 richieste di rinvio a giudizio alla magistratura polacca.

    Di questi, 36 riguardavano la mancata denuncia di casi di abusi sessuali su minori di cui erano sospettati membri del clero.

    La commissione ha lamentato che la Chiesa non le ha fornito una serie di documenti richiesti.

    “Finora abbiamo ricevuto ripetute assicurazioni sulla disponibilità a collaborare. Ne siamo molto soddisfatti, ma non abbiamo ancora visto la realizzazione di questa assicurazione”, ha detto il presidente della commissione Blazej Kmieciak.

    “Anche se è costretta ad andare avanti su questi temi, l’istituzione polacca resiste e persevera in un sistema di copertura di questi scandali”, ha detto Joulain.

    È convinto che le cifre appena annunciate siano solo la punta dell’iceberg.

    “Nel mondo laico, così come in quello religioso, gli abusi sessuali sono largamente sottostimati”, ha sottolineato.

    “Ciò è particolarmente vero in una società radicata nella tradizione in cui la Chiesa e la famiglia svolgono un ruolo importante: nessuno vuole offuscare l’immagine di queste istituzioni”, ha detto il sacerdote-terapeuta.

    La Chiesa polacca è scossa da quasi due anni da una grave crisi di fiducia nella sua gerarchia.

    Il documentario del giornalista Tomasz Sekielski sulla questione nel 2019 ha suscitato indignazione tra i cattolici polacchi.

    La Conferenza episcopale polacca ha poi pubblicato lo scorso giugno un rapporto da cui sono emerse diverse centinaia di nuove denunce dal 2018 contro membri del clero.

    A causa di questi scandali molti cattolici polacchi si allontanano dalla Chiesa.

    “Ci sono sempre più atti pubblici di apostasia”, constata padre Joulain.

    “In un Paese marcatamente di destra, con una forte presenza della Chiesa nel tessuto sociale, e che è oltretutto il paese natale di Giovanni Paolo II, queste rivelazioni sono un enorme schiaffo in faccia”, ha ammesso.

    Papa Francesco, solo nell’ultimo anno, ha sanzionato otto vescovi polacchi per aver insabbiato casi di abusi sessuali da parte del clero.

    “Ma se non saranno assicurati alla giustizia, ciò favorirà un sentimento di imputazione”, ha lamentato Joulain.

    Ha detto che non escluderebbe uno scenario in Polonia simile a quello verificatosi nel giugno 2019, quando tutti i vescovi del Cile presentarono le loro dimissioni al papa.

    Fonte: La Croix


    Ludovica Eugenio – Decapitato il Vicariato di Roma

    Decapitato il Vicariato di Roma: il cardinal vicario Angelo De Donatis è stato nominato da papa Francesco a penitenziere maggiore in Vaticano e il gesuita mons. Daniele Libanori finora vescovo ausiliare per il settore di Roma centro, diventa «assessore del Santo Padre per la vita consacrata», un ruolo che non ha precedenti. Siluramenti o promozioni? Libanori, nominato ausiliare nel 2017,

    Libanori ha maturato molta esperienza nella sua veste di commissario di comunità religiose problematiche: dalla slovena Comunità Loyola, co-fondata dall’ex gesuita abusatore Marko Rupnik, alla Famiglia di Maria. Nella gestione del caso Rupnik, Libanori ha sempre ascoltato le sopravvissute agli abusi, e non ha mai difeso Rupnik, che invece gode ancora adesso di grandi protezioni in Vaticano e presso il cardinale, ormai ex vicario, De Donatis, di cui è stato mentore e guida spirituale, che lo ha sempre spalleggiato. Di Libanori è l’indagine che ha portato allo scioglimento della comunità Loyola, dove il teologo artista ha perpetrato a partire dagli anni ‘90 abusi psicologici, spirituali e sessuali su diverse consacrate. In un’intervista al quotidiano francese La Croix del 16 febbraio 2023, Libanori smentì che Rupnik si fosse mai pentito, smentendo di fatto quanto affermato dal generale dei gesuiti p. Arturo Sosa, che in un’intervista aveva affermato il contrario. Libanori ha poi sempre sostenuto le vittime dell’ex gesuita nel loro diritto a un processo e aveva messo in luce che a impedirlo era intervenuta la prescrizione». Il papa, che ha sempre protetto Rupnik, tanto da incontrare non le vittime, ma la presidente del Centro Aletti di Rupnik, lo scorso ottobre, quella prescrizione l’ha tolta, per rendere possibile il processo. Forse ha cominciato forse a nutrire dubbi sull’innocenza di Rupnik, forse ha capito e apprezzato la posizione di Libanori e lo ha voluto valorizzare ora con un incarico di rilievo, al suo fianco. Si capirà solo con il tempo.

    Quanto alla rimozione del cardinal vicario De Donatis, quasi certamente si tratta di un siluramento. La Penitenzieria apostolica è infatti un organismo antico e prestigioso di scarsa rilevanza su un piano “politico”. Se è vero che il papa sta cambiando idea su Rupnik, potrebbe aver punito De Donatis, con cui il rapporto è sempre stato teso, per la sua posizione ultragarantista nei confronti del mosaicista, poi espulso dalla Compagnia di Gesù, o per il comunicato del vicariato dai toni compiaciuti e ben poco formali che lo scorso autunno dava conto delle conclusioni positive della visita canonica al Centro Aletti definendone la vita comunitaria «sana e priva di particolari criticità», che sembra aver messo in imbarazzo i vescovi della Diocesi.

  • Protesta davanti al Vaticano contro gli abusi sessuali nella Chiesa

    Protesta davanti al Vaticano contro gli abusi sessuali nella Chiesa

    Roma, 27 set. (askanews) – Al grido di “Zero Tolerance”, con striscioni e cartelli, alcuni manifestanti sono scesi in piazza a Roma vicino a San Pietro. Fanno parte dell’organizzazione Ending Clergy Abuse (Eca) che riunisce varie associazioni di vittime di abusi sessuali nella Chiesa cattolica.

    La protesta a pochi passi dal Vaticano è stata organizzata a pochi giorni dall’avvio della 16esima Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, culmine di una vasta consultazione mondiale sul futuro della Chiesa cattolica, che si concluderà il 29 ottobre.

    “Vogliamo che il Vaticano, i leader della Chiesa sentano questo, vogliamo che sia parte della conversazione al Sinodo, perché questo è un problema globale – dice Robert Fontana, attivista e terapeuta dell’Eca – ci deve essere tolleranza zero nei confronti degli abusi sessuali sui minori, e i laici e il clero che ne parlano devono essere protetti. La loro reputazione e il loro lavoro devono essere protetti. E questo dovrebbe essere nel diritto canonico”. “Mio fratello è stato abusato sessualmente da un prete – racconta – ho un altro fratello che è un avvocato che ha rappresentato oltre 200 vittime di abusi sessuali da parte del clero nel Sud della Louisiana e negli Stati Uniti. Siamo cattolici. Ho un nipote che è sacerdote. Lavoriamo per il cambiamento perché amiamo la Chiesa”.

    L’Assemblea del Sinodo dei Vescovi inizierà il 4 ottobre.

    https://stream24.ilsole24ore.com/video/mondo/protesta-al-vaticano-contro-abusi-sessuali-chiesa/AFnxLF1?refresh_ce=1

  • GERMANIA – I Verdi vogliono rendere punibile l’abuso pastorale

    GERMANIA – I Verdi vogliono rendere punibile l’abuso pastorale

    La violenza sessuale nella chiesa può spesso iniziare nel contesto della confessione e della pastorale . Questo può essere dedotto da numerosi studi sugli abusi. Simile al rapporto tra medico e paziente o terapeuta e paziente, esiste uno squilibrio di potere istituzionale tra pastore e fedeli. Secondo la sezione 174c del codice penale, un medico o un terapeuta che abusa dei pazienti è passibile di azione penale. Tuttavia, le relazioni pastorali non sono ancora registrate lì.

    Lo hanno già sottolineato i vescovi cattolici tedeschi nel loro testo pubblicato nel marzo 2022 “Il cuore della Chiesa batte nella pastorale” e hanno affermato che le aggressioni sessuali nell’ambito della pastorale devono essere denunciate ai pubblici ministeri e agli uffici interni della chiesa. Solo: la parola di un vescovo non è ancora legge.

    Alla conferenza federale del partito dei Verdi questo fine settimana, diversi delegati vogliono fare una campagna per gli abusi nelle istituzioni religiose e ideologiche da includere nel paragrafo 174c del codice penale. I gruppi di lavoro federali di cristiani, laicisti e donne hanno formulato congiuntamente una domanda corrispondente.

    “La misura adeguata tra vicinanza e distanza”

    I tre gruppi scrivono che gli sforzi fatti finora per la prevenzione e la rivalutazione sono riconosciuti. “Tuttavia, siamo preoccupati per il fatto che finora entrambe le principali Chiese non siano state in grado di affrontare pienamente la violenza sessualizzata e di coinvolgere le persone colpite a tutti i livelli. Siamo anche preoccupati per il fatto che molte altre comunità religiose e ideologiche non abbiano nemmeno avviato questo processo”.

    “Le persone che lavorano a tempo pieno o ‘pastorali’ volontarie, indipendentemente dalla loro religione o credo, possono esercitare un’influenza significativa sulle persone a loro affidate”, afferma Erdmute Scheufele, vice portavoce di BAG Christians in the Greens. “La relazione pastorale istituzionale, così come le relazioni terapeutiche o di consulenza, deve sempre poter essere verificata per un adeguato grado di vicinanza e distanza”. Un chiarimento legale aiuterebbe.

    I delegati dei Verdi hanno chiesto consiglio sulla loro domanda ai rappresentanti delle persone colpite, tra cui Sabine Otto del Consiglio consultivo per la regione est: “Finché è solo in un documento del vescovo che l’abuso nel contesto della cura pastorale è punibile, non può essere forzato”, dice Otto. “Deve quindi essere riversato in legge”.

    Inoltre, i delegati chiedono adeguate risorse umane e finanziarie per la carica di Commissario indipendente per le questioni relative agli abusi sessuali su minori (UBSKM). Questo è già affermato nell’accordo di coalizione del semaforo. In futuro, l’ufficio dell’UBSKM dovrebbe anche tenere conto della realtà sociale secondo cui persone di tutte le età possono essere colpite da violenze sessuali – e non solo nel contesto delle comunità religiose, afferma Scheufele: “Dobbiamo dare un’occhiata noi stessi come un’intera società”.

    https://www.sueddeutsche.de/politik/gruene-kirche-missbrauch-strafgesetzbuch-1.5674314

  • Ogni abuso sessuale nella Chiesa è preceduto da un abuso di potere e da un abuso spirituale e di coscienza

    Ogni abuso sessuale nella Chiesa è preceduto da un abuso di potere e da un abuso spirituale e di coscienza

    By Lala Franco, Alandar, Espagna (Alandar.org). Traducido por Redazione Web – Paula Merelo, laica, insegnante di scuola secondaria e membro dell’Equipe Pedagogica Provinciale dei Clarettiani, ha appena scritto un libro che sta facendo colpo. “Adulti violati nella Chiesa” si riferisce a un tipo di abuso di cui si parla poco: quelli in cui una persona della Chiesa, di solito un chierico, ma non sempre, abusa di un’altra persona maggiorenne usando la sua posizione di potere e la sua spiritualità ascendente. Raramente vengono denunciate e raramente le vittime vengono ascoltate e credute . 

    Di cosa si parla quando si parla di adulti vulnerabili nella Chiesa? Chi sono le vittime? 

    Una vittima adulta è una persona maggiorenne, che aveva già almeno 18 anni quando si sono verificati gli eventi. Essendo relazioni tra adulti, si presume che ci sia consenso e, quindi, non vi sia abuso. Ma essere maggiorenne non implica il consenso. L’abuso si verifica perché c’è un’asimmetria nelle relazioni,come accade con un medico, un capo, l’insegnante o il terapeuta. Le relazioni asimmetriche non sono cattive di per sé, ma non siamo su un piano di parità, quindi chi è in una posizione di potere ha la responsabilità di prendersi cura dell’altro. All’interno della Chiesa non dovrebbero esserci casi di abuso, ma purtroppo capita molte volte, ad esempio, con il parroco, i superiori delle comunità religiose, i formatori, i catechisti e, cosa ancora più grave, con il direttore spirituale. Questa persona è usata per me come riferimento a Dio e come aiuto per il mio cammino spirituale e quella persona, che è responsabile del mantenimento della relazione di cura, se supera qualsiasi altra linea, sta abusando, a causa di quella situazione iniziale di disuguaglianza. Non si parla sempre di aggressività fisica, ma di una relazione in cui,

    Parlo nel titolo di “adulti vulnerabili” in risposta al Codice di Diritto Canonico che fa riferimento agli “adulti vulnerabili” come persone che soffrono di problemi fisici o psichici che li equiparano ai minori e solo in questi casi vengono riconosciuti abusi.  Non possiamo pensare che gli abusi avvengano perché la vittima ha una caratteristica che facilita o incoraggia l’aggressione. In effetti, siamo tutti adulti vulnerabili. L’aggressione si verifica perché c’è un aggressore che prende la decisione di attaccare. Quindi c’è un adulto vulnerabile.

    In questi casi c’è sempre un abuso di coscienza, spirituale, di potere. Tutti gli abusi sessuali sono preceduti da questi altri abusi. Ecco perché, per me, l’attuale Commissione d’inchiesta sulla Chiesa è insufficiente, perché si concentrerà solo sui minori e sugli abusi sessuali. Purtroppo, nonostante si parli poco di questi casi, l’abuso di adulti è molto più frequente di quello di minori. Ci sono autori che suggeriscono che i casi di abuso su adulti quando le vittime sono uomini sono doppi, mentre possono essere fino a quattro volte più frequenti quando le vittime sono donne.

    La prima cosa che sorprende è sapere che molti degli abusatori sono di riconosciuto prestigio come compagni spirituali…

    A volte sono persone molto prestigiose, non solo come compagni spirituali, ma anche come relatori, insegnanti, persone carismatiche, con grandi capacità sociali. E di solito si aggiunge un certo narcisismo. Ciò rende più facile che l’asimmetria diventi più acuta e, maggiore è l’asimmetria, maggiore è il rischio che possa essere abusato. Ci sono caratteristiche che si ripetono nella figura dell’aggressore: il loro prestigio sociale, che dà loro grande sicurezza e rafforza il loro orgoglio, la loro arroganza. E c’è il narcisismo, che è la centralità del sé. Gli altri cessano di essere fine a se stessi e diventano un mezzo per soddisfare i propri desideri e bisogni, in un processo che si sviluppa lentamente.

    Come funziona quel meccanismo di abuso?

    Generalmente si inizia con un processo di corteggiamento o, come è noto nel mondo anglosassone, di “grooming”, per generare, a poco a poco, un rapporto di dipendenza, che sarà favorito se la persona sta attraversando un brutto momento o un momento particolarmente delicato. L’abusante si presenta come l’unico compagno in quel momento delicato, l’unico che la comprende, e si genera una grande dipendenza affettiva. La vittima vive innanzitutto nello smarrimento, in un groviglio emotivo, nella mescolanza di quell’accompagnamento spirituale con il rapporto sessuale in cui è coinvolto anche Dio ed è difficile per lui riconoscere che qualcuno di cui si fida e da cui si aspetta solo cure può essere danneggiandola L’aggressore spesso la incolpa, “guarda cosa mi hai fatto fare”, e si sente in colpa di fronte a quella persona di riferimento. Inoltre, la paura gioca molte volte,La smentita finale della vittima, il “non voglio questo”, non è immediata, è difficile uscire da quella realtà di dipendenza, segretezza e colpa.

    Quanti casi vengono segnalati e perché molti non vengono segnalati?

    Non è noto quanti casi siano segnalati. Non ci sono quasi dati di prevalenza nei casi di abuso, per questo ho fatto un sondaggio con i miei mezzi e alla fine ho ottenuto 300 risposte. Tra i risultati, la prima cosa che spicca è che il tredici per cento ha dichiarato di essere a conoscenza di casi di abuso di adulti nella Chiesa. Di questi casi, le vittime erano per lo più donne e gli autori, principalmente religiosi. Questi dati vengono a rafforzare altri studi che parlano del fatto che, mentre nei casi di abusi sui minori le vittime sono per lo più bambini, tra gli adulti le vittime sono fondamentalmente donne. Si ritiene generalmente che il 90% degli abusi sessuali nella società non venga denunciato, a causa del tabù sessuale e della vergogna che comporta per le vittime.Nella Chiesa si aggiunge un altro fattore, ovvero che quando le vittime vengono a denunciare, in genere, sono state ignorate o nuovamente vittimizzate, assumendo il consenso: «voi siete adulti, sapevate quello che stavate facendo». Cioè se riesci ad ascoltarlo. C’è anche una grande mancanza di conoscenza del diritto canonico tra le persone che dovrebbero occuparsi di questi casi. E inoltre, l’interpretazione della legge è stata favorevole all’autore e all’ente. Il “la verità ti renderà libero” non ha preso piede, pensano di difendere l’istituzione contro una persona che ha già vissuto l’inferno; Ci sono state persone che si sono suicidate per questo problema.

    Nei pochi casi in cui la persona ha trovato la forza di recarsi presso un vescovato o dal Superiore responsabile di una congregazione, trova che il corporativismo è spaventoso e non viene ascoltato. Questo è vittimizzante, straziante. Se ciò viene segnalato, non sono sorpreso che le vittime non vengano a denunciare. Cosa stiamo facendo con queste persone? Le vittime si rivolgono ai media perché non sappiamo come accoglierle e ascoltarle a casa, anche nel caso dei minori. E mi tolgo il cappello perché molte delle vittime continuano a sentirsi parte della Chiesa. Ma tutti abbiamo una responsabilità nei loro confronti. C’è chi guarda dall’altra parte, chi raccomanda il silenzio, chi rimprovera “già sapevi, eri più grande”. Ma tutti abbiamo la responsabilità di ascoltare, accogliere e non ferire.

    Perché non si crede alle vittime ? 

    Ci sono quelli per i quali questo è troppo grande, è difficile guardare in faccia tanta sofferenza, è più facile negarlo. In un ambiente clericale, inoltre, si tende a credere al prete: come sarà questo, che è un prete così buono, che predica così bene… Molte persone sono arrabbiate con lui, è così atroce che si tirano fuori le palle, si pensa che sia qualcosa del passato, o si ricorre all’argomento che fuori dalla Chiesa accade di più. C’è anche quella di salvaguardare l’immagine della Chiesa. Ma, come dice Francesco, preferisco una Chiesa ferita e macchiata andando incontro a una Chiesa immacolata, senza macchiarsi e senza rispondere alle realtà del mondo. Non c’è macchia più grande che proteggere coloro che commettono questi atti atroci. La risposta della Chiesa dovrebbe essere coraggiosa e riconoscere ciò che c’è. Credo che quanto si sta facendo in merito agli abusi (protocolli,Ma ciò che non può accadere in alcun modo è il trattamento attuale delle vittime per la sofferenza che provoca e perché la cultura dell’occultamento favorisce e alimenta il ripetersi di questi eventi . Spesso l’imputato viene separato o allontanato per un certo tempo, ma non si prendono misure drastiche e nascondendo i fatti si favorisce la loro ripetizione.

    Affermi che il nome degli aggressori deve essere pubblicato, cosa che oggi non si fa…

    Non si tratta di aprire il telegiornale con il nome di un aggressore, ma di farlo conoscere nelle congregazioni e nell’ambiente in cui si sono verificati i fatti. È una forma di giustizia con la vittima, è convalidare la sua testimonianza, da un lato, ed è anche un modo per proteggerci: questa persona può essere un insegnante meraviglioso, ma devi proteggerti da lui e hai conoscere nell’ambiente in cui si muove. C’è chi parla di seconde possibilità e di misericordia, ma la misericordia non va confusa con la giustizia. Quando qualcuno ruba, c’è un processo e lui va in prigione e sconta la pena. Quindi, se si è pentito, preoccupiamoci che possa riavere la sua vita. IlIl percorso con gli aggressori non può essere avviato senza che questi riconoscano pienamente quanto accaduto e la loro responsabilità. Bisogna riconoscere la gravità e la profondità delle sofferenze provocate e da lì, se ciò accade, si potrebbe pensare anche di accompagnare gli aggressori.Il nome degli aggressori deve essere noto per giustizia e per precauzione. Ed è responsabilità delle istituzioni farlo, non gettare quel peso sulle vittime. Ci sono vittime che, dopo la loro denuncia pubblica, hanno subito ricadute nei loro processi. Quindi non è giusto che, oltre a tutto quello che hanno vissuto, debbano essere loro stessi costretti a esporsi per rendere pubblico il nome degli aggressori. In altri paesi ci sono elenchi pubblici di sacerdoti e persone su cui sono state accertate denunce – la stragrande maggioranza lo sono – e si dice cosa sia successo a quella persona e dove si trovi. Ci sono carceri ecclesiali, luoghi remoti, lontani dalla vita pastorale pubblica. In Spagna non è così. Nel caso della vittima di cui presento la testimonianza nel libro, la congregazione dell’abusante non vuole presentare pubblicamente il suo nome,

    Ma, dici, dobbiamo nascondere il nome della vittima…

    La vittima ne ha abbastanza di quanto accaduto, non dovrebbe vergognarsi, ma spesso il peso del tabù e del pregiudizio sociale ricade su di lei, oltre al proprio senso di colpa e vergogna per quanto accaduto. E inoltre, con i nostri commenti attacchiamo facilmente qualcuno che sta già vivendo atroci sofferenze, dalle quali ciascuno guarisce come meglio può. Inoltre c’è un maschilismo ambientale e le vittime sono per lo più donne. Vorrei che potessimo creare degli spazi nella Chiesa dove le vittime potessero parlare senza paura, perché ci sensibilizzerebbero, ci insegnerebbero e ci avvicinassero a quel Gesù che è sempre stato con le vittime. Per questo affermo che le vittime stanno aiutando la Chiesa.Vogliono aiutare la Chiesa anche se a volte sono trattati come demoni che vogliono danneggiare l’immagine della Chiesa e aggredirla. E ci aiuterebbero molto di più se li ascoltassimo davvero, con il cuore.

    Dobbiamo guardare alla cultura interna della Chiesa come causa di questo maltrattamento della vittima dopo gli eventi?

    Sì, fondamentalmente al clericalismo e all’occultamento. Lo stesso papa Francesco attacca il clericalismo: i ministri sono scelti da Dio, e fanno parte non di un circolo di servi, come dovrebbero essere, ma di un circolo di eletti, che si proteggono e si esaltano a vicenda. Ci sono anche molti laici dipendenti che si aspettano riconoscimento e guida dal clero come se fosse chiaramente la parola di Dio. E c’è una tendenza a proteggersi a vicenda, che sono -come capiscono- le persone importanti nella Chiesa, che li porta a coprire questi casi di abusi, a spazzare via. Forse non si rendono conto che in questo modo stanno danneggiando tutti quegli altri sacerdoti, la stragrande maggioranza, che sono brave persone.

    Se un vescovo o un superiore nasconde l’accaduto e protegge l’aggressore, sta trasmettendo alla popolazione il messaggio che tale comportamento è normale o, quantomeno, tollerato e, quindi, resta il sospetto che possa continuare a verificarsi.

    Come racconta una vittima, il superiore permette che quella persona che mi ha aggredito con le mani e mi ha ferito nel profondo, continui a consacrare con quelle stesse mani. Quando non c’è stato alcun riconoscimento dei fatti, è abbastanza grave rimuoverli dal ministero pastorale. Tuttavia, nascondendolo, si perpetua all’interno della Chiesa una struttura di male, una struttura di peccato che genera e permette che questo peccato si perpetui. Lo stesso Hans Zollner, sj, afferma che, in molte occasioni, il peccato è strutturale perché si trova nelle strutture e nei processi stessi. E questo è molto più grave e più difficile che combattere un singolo peccatore. Ecco perché abbiamo tutti una responsabilità nel trattamento che diamo alla questione e nell’attenzione alle vittime.

    Nel libro critichi l’approccio alla materia che si fa nel diritto canonico per essere centrato sull’aggressore…

    Il Codice di diritto canonico non è preparato ad affrontare questi casi, nonostante alcuni progressi. I processi sono molto oscuri. E come è possibile che le denunce siano mediate dalla stessa istituzione dell’aggressore? Si va dall’Ispettore a denunciare ea volte si decide che l’istruttore del caso è un compagno di comunità dell’aggressore. Che neutralità è? La vittima non è nemmeno parte del processo,riceve informazioni solo su sua insistenza e, se è fortunata, la buona volontà di qualcuno, ma il diritto canonico non la riconosce come parte processuale. Il processo canonico si concentra sugli aggressori e soprattutto sulla violazione delle norme all’interno del sacramento della riconciliazione, dove la Dottrina della Fede ha potere nei casi degli adulti. Sembra che ci sia più preoccupazione che il sacerdote salti le norme sacramentali, ad esempio dando l’assoluzione a un “amante”, perché è un delitto contro la sacralità dei sacramenti, ma la centralità della vittima, lesa nella sacralità, è non riconosciuto della sua persona.

    Ci sono stati dei miglioramenti nel Codice, ora è possibile perseguire i laici, i catechisti, le persone consacrate, ecc., e non solo i sacerdoti, e il concetto di adulto vulnerabile è stato ampliato, ma è ancora insufficiente. Il Codice di Diritto Canonico dovrebbe essere più chiaro e risonante nell’opzione preferenziale per le vittime, come è chiaro nel vangelo.

    Cosa manca nella Chiesa per un approccio sufficiente a questo terribile problema? 

    Si stanno compiendo dei passi, ma, come indica Zollner nella prefazione al mio libro, la Chiesa è come una grande nave che fa fatica a cambiare rotta, anche se quando cambia rotta colpisce molte persone. Quello che serve è che i tentativi di Francesco di cambiare le cose diventino davvero un cambiamento culturale all’interno della Chiesa. Dobbiamo continuare il cambiamento verso un Codice più chiaro, verso il riconoscimento e l’ascolto delle vittime;dobbiamo conoscere e ascoltare il loro dolore, e non farli sentire in colpa, cosa che li spinge fuori dalla Chiesa. Occorre che si sappia la verità di quanto accaduto, e per cercare di ripararlo – è un danno che forse non si rimargina mai del tutto – anche con un risarcimento. Le vittime non vengono a chiedere soldi, ma molte fanno terapie costose, altre hanno dovuto lasciare il lavoro, servono anche soldi. E i processi devono essere trasparenti. In breve, giustizia e riparazione.

    Dici che il libro è “analogicamente interattivo”…

    Alla fine del libro ho lasciato un link al sondaggio che ho utilizzato per ottenere i dati che offro nel libro, al quale invito i credenti che si sentono vicini alla Chiesa, come mi sento io stesso, a rispondere. Nel mio studio, ci sono il tredici per cento delle persone che affermano di essere a conoscenza di casi di abusi su adulti nella Chiesa. Sarebbe bello avere più dati su questa realtà dolorosa e messa a tacere. Più risposte, più peso possono avere i risultati. E voglio sottolineare il fatto che le risposte delle persone che conoscono i casi sono importanti quanto quelle che non hanno mai incontrato nessuno che abbia subito abusi. La domanda iniziale è “Conosci qualcuno che, da adulto, ha subito abusi sessuali all’interno della Chiesa?” ed è per questo che sia il sì che il no sono preziosi. Questo è il link:https://forms.gle/Laxyh3N3mR1gNxx47 .

    E c’è anche un indirizzo email, adultvulnerados@gmail.com , a cui puoi rivolgerti e che apro in esclusiva. La vittima la cui scioccante testimonianza è presentata nel libro non perde la speranza che appaiano altre vittime dello stesso abusatore, e questa è una possibilità di contatto indiretto con lei.

    By Lala Franco, Alandar, Espagna (Alandar.org). Traducido por Redazione Web

    https://alandar.org/portada-destacado/todo-abuso-sexual-en-la-iglesia-viene-precedido-de-un-abuso-de-poder-y-de-un-abuso-espiritual-y-de-conciencia-%EF%BF%BC/

  • Prete terapeuta accusato di pedofilia iscritto al convegno vaticano sul sacerdozio: choc tra le vittime

    Prete terapeuta accusato di pedofilia iscritto al convegno vaticano sul sacerdozio: choc tra le vittime

    Città del Vaticano – Choc tra le vittime. Al maxi convegno vaticano sul sacerdozio aperto ieri da Papa Francesco – dove si affronta anche la grande piaga pedofilia – risulta iscritto tra i partecipanti un prete-psicoterapeuta francese attualmente sotto processo alla Congregazione della Fede per aver abusato sessualmente di almeno cinque suoi pazienti.

    Il nome di monsignor Tony Anatrella compare come se niente fosse nella lista degli iscritti e, naturalmente, questa singolare svista getta una luce obliqua sull’atteggiamento della Chiesa nei confronti degli abusatori.

    Mentre il cardinale Marc Ouellet – organizzatore del simposio – ha minimizzato l’episodio («non mi occupo delle iscrizioni»)  la singolare presenza di Anatralla ha suscitato dolore tra le vittime. Ad accorgersi della frittata è stato il domenicano Philippe Lefevre, esperto di contrasto agli abusi sessuali nella Chiesa che sui social ha postato un commento pieno di tristezza.

    «Questo ritorno vergognoso sulla scena pubblica manifesta il suo ‘stile’ abituale. L’assenza totale di vergogna, di pudore, di discrezione». Anatrella, molto famoso in Francia, già consulente del Vaticano nonostante le accuse sembrebbe continuare a fare conferenze in giro per il mondo.

    Alla congregazione per la Dottrina della fede a suo carico c’è un processo canonico per aggressione sessuale a danno di minorenne. Anatrella, 80 anni, era già stato sospeso “a divinis” nel 2018 per altri abusi su pazienti maggiorenni.

    Le aggressioni sessuali si sarebbero svolte nel contesto delle attività di psicoterapia condotte da Anatrella, in passato è stato consultore di diversi dicasteri vaticani. Egli teorizzava percorsi psicoterapici per curare l’omosessualità.

    Nel luglio del 2018 un’indagine affidata dall’allora arcivescovo di Parigi Michel Aupetit al suo vicario generale, Eric de Moulins Beaufort – attuale presidente della conferenza episcopale francese – giunse ad accertare che le accuse erano fondate e fu decisa la sospensione “a divinis”.

    Il presule era stato sanzionato con il divieto di svolgere la funzione di psicoterapeuta, di celebrare i sacramenti, di intervenire ad eventi pubblici senza il previo accordo dell’arcivescovo.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/tony_anatrella_francia_pedofilia_abusi_vaticano_convegno_ouellet_cardinale_vittime_choc_papa_francesco-6512758.html

  • La Chiesa portoghese apre i suoi fascicoli alla commissione che indaga sugli abusi sessuali

    La Chiesa portoghese apre i suoi fascicoli alla commissione che indaga sugli abusi sessuali

    I vescovi portoghesi permetteranno alla commissione che studia gli abusi sessuali nella Chiesa di accedere agli archivi diocesani per conoscere quei casi che sono stati denunciati in passato all’interno di ciascuna diocesi. La decisione è stata presa questo mercoledì dal consiglio permanente della Conferenza episcopale portoghese, a cui appartengono 21 vescovi. È un passo che rafforza la strategia di trasparenza avviata a novembre, con la creazione di una commissione indipendente che studia la pederastia in ambito religioso portoghese tra il 1950 e il 2022 e che è presieduta dallo psichiatra specializzato in infanzia e adolescenza Pedro Strecht.

    L’accesso agli archivi diocesani dipende dalla volontà di ciascun vescovo, che risponde solo al Vaticano. Secondo l’Agenzia Ecclesia, citata dal quotidiano Público , la missione di questi archivi è contenuta nel Codice di Diritto Canonico, che stabilisce che ogni diocesi ha un archivio per custodire “i documenti che devono essere tenuti segreti”. Nella prossima riunione plenaria della Conferenza episcopale, che si terrà ad aprile, sarà stabilita una procedura comune per trasferire alla commissione tutte le informazioni sugli abusi sessuali rinvenute negli atti.

    Nel suo primo mese di attività, la commissione portoghese ha ricevuto 214 testimonianze di vittime di abusi sessuali, anche se molte delle storie identificano aggressori che hanno abusato di diversi minori. “In molte testimonianze, le vittime non solo descrivono cosa è successo loro, ma indicano anche la consapevolezza o una forte probabilità che, in quelle circostanze di tempo e spazio, altri bambini siano stati vittime dello stesso abusatore”, sottolineano in una nota di stampa.

    I casi finora denunciati provengono da persone nate tra il 1933 e il 2006, il che indica alcune recenti aggressioni sessuali, commesse quando erano già emerse in altri paesi indagini sulla pedofilia ecclesiastica , come quella rivelata nel 2002 dal The Boston Globe su i sacerdoti che avevano commesso abusi a Boston e che erano stati protetti dalla gerarchia cattolica. Sempre nel 2002 vengono svelati in Portogallo, grazie a un’inchiesta del settimanale Expresso, l’abuso sessuale che veniva commesso per tre decenni presso la Casa Pía, istituzione statale (non religiosa) che gestiva una rete di scuole. In questa rete di pederastia sono stati coinvolti personaggi noti della politica, della televisione e della diplomazia, oltre ai dipendenti della Casa Pía.

    Le vittime che hanno trasferito la loro testimonianza alla commissione portoghese denunciano abusi commessi sia nel Portogallo continentale che negli arcipelaghi di Madeira e delle Azzorre. Il loro profilo sociale è eterogeneo. “Le storie descritte rivelano sofferenze psicologiche individuali, familiari e sociali, a volte nascoste per decenni e, in molte circostanze, tenute segrete fino al momento della dichiarazione”, ha affermato la commissione nel suo comunicato. “Questa sofferenza è associata a sentimenti di vergogna, paura, colpa e autoesclusione, rafforzando l’idea di affrontare le vite con la sensazione di essere in disparte”, aggiungono.

    La commissione portoghese è congiunta ed è composta da sei persone. Il suo presidente, Pedro Strecht, è uno psichiatra specializzato in infanzia e adolescenza che ha anche partecipato alla cura dei minori vittime di abusi nello scandalo Casa Pía, che ha dato vita a un lungo processo legale durato sei anni. Strecht è stato incaricato dalla Conferenza Episcopale di studiare gli abusi sessuali sui minori lo scorso novembre e ha accettato perché gli hanno dato mano libera per scegliere il resto della squadra, composta da professionisti di diversi campi come la sociologa Ana Nunes de Almeida, la l’ex ministro della Giustizia Álvaro Laborinho Lúcio, lo psichiatra Daniel Sampaio, la terapeuta Filipa Tavares e la regista Catarina Vasconcelos.

    Gli abusi denunciati alla commissione che non hanno prescritto saranno denunciati ai tribunali. Lo scorso ottobre il parlamento portoghese ha approvato un disegno di legge per aumentare a 15 anni i termini di prescrizione per i reati sessuali contro minori, che inizieranno a contare solo quando la vittima raggiungerà i 35 anni e non quando raggiungerà la maggiore età. In pratica, consente di estendere a 50 anni il tempo in cui la vittima può compiere il passaggio in tribunale per denunciare il proprio caso. Inoltre, se il minore aveva meno di 14 anni quando si è verificato l’abuso, la prescrizione sarà anche successiva, poiché inizierà a contare quando l’interessato compirà 40 anni (in pratica potrebbe denunciare fino a 55).

    https://elpais.com/sociedad/2022-02-10/la-iglesia-portuguesa-abre-sus-archivos-a-la-comision-que-investiga-los-abusos-sexuales.html