Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Termoli

  • Abusi, la vittima di un prete sospeso a divinis: «Perchè celebra messa al monastero benedettino di Subiaco?»

    Abusi, la vittima di un prete sospeso a divinis: «Perchè celebra messa al monastero benedettino di Subiaco?»

    «Personalmente provo disgusto. Perchè la Chiesa di Papa Francesco continua ad avere un atteggiamento protettivo nei confronti dei preti che hanno abusato dei minori?» Giada Vitale, vittima (oggi venticinquenne) di un sacerdote che è stato condannato in via definitiva nel 2020 a 4 anni e dieci mesi di reclusione e, in parallelo, anche dalla Congregazione della Dottrina della Fede (che lo ha sospeso a divinis) è sotto choc mentre osserva sul telefonino il filmato che ritrae il suo aguzzino (altro…)

  • Abusata dall’età di 13 anni dal prete, il caso in Parlamento: le violenze dopo i 14 anni sono state archiviate

    Abusata dall’età di 13 anni dal prete, il caso in Parlamento: le violenze dopo i 14 anni sono state archiviate

    Città del Vaticano – Il caso terribile di Giada, violentata per anni quando era minorenne da un sacerdote molisano, attualmente in carcere, torna ad affiorare in Parlamento e a far discutere. A sollevare la vicenda è la parlamentare dei CinqueStelle, Stefania Ascari che chiede «perchè a 14 anni e un giorno e l’abuso è lecito». Una vicenda che aveva già illustrato in una interrogazione al precedente ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede l’anno scorso, al quale chiedeva perchè don Marino, l’ex parroco del paese condannato dalla corte di appello di Campobasso nel maggio 2019 a 4 anni e 10 mesi di reclusione (sentenza confermata dalla Cassazione nel 2020), fosse stato riconosciuto colpevole di aver abusato sessualmente della ragazzina ma solo per il periodo in cui la piccola aveva 13 anni e non dopo il compimento dei suoi 14 anni, nonostante fosse in una condizione di fragilità e di inferiorità psicologica evidente.

    Gli abusi sessuali, spiega Ascari, sono iniziati nella primavera del 2009 e sono proseguiti sino al mese di luglio 2012. Con grande sforzo emotivo la giovane è riuscita a denunciare il sacerdote solo nel 2013 sia alla procura della Repubblica che al Vescovo di Termoli

    La parlamentare sottolinea anche che per la procura della Repubblica di Larino vi sarebbe stato un consenso ai rapporti sessuali da parte della ragazzina al compimento del 14esimo anno, senza avere mai approfondito sotto il profilo psicologico il rapporto con il prete 55enne. «Le circostanze avrebbero imposto un approfondimento per valutare la sua condizione di soggezione e inferiorità psicologica: Giada all’epoca era solo tredicenne mentre il sacerdote aveva 55 anni ed è orfana di padre da quando aveva tre anni e mezzo».

    Il prete nel frattempo è stato condannato per abusi (compiuti fino al compimento del 14anno della vittima) in primo e in secondo grado. Il secondo procedimento, invece, riguardante i fatti successivi ai 14 anni, si è concluso con la richiesta di archiviazione, presentata nel novembre 2014 e accolta dal Gip nel giugno 2016.

    I legali della vittima nel 2018 hanno chiesto alla Procura della Repubblica di aprire il secondo procedimento visto che Giada si «trovava in una condizione di forte soggezione e inferiorità psichica, come ribadito dalla psicologa giuridica che, nella sua consulenza dell’8 aprile 2019, chiariva come il consenso fosse stato costruito attraverso il conferimento, ingannevole, di normalità ai comportamenti sessualizzati ingenerando nella vittima una confusione permanente ed una dipendenza affettiva».

    Nel frattempo il vescovo, Gianfranco De Luca, appena ricevuto notizia dei fatti, ha proceduto alla verifica delle accuse, ha allontanato dalla parrocchia il sacerdote e ha istituito il tribunale ecclesiastico diocesano per svolgere il processo canonico che ha emesso la sentenza di sospensione a divinis fino al pronunciamento definitivo del tribunale italiano, nell’interdizione all’ufficio di parroco e nell’invito a vivere in una casa religiosa.

    L’interrogazione della parlamentare dei Cinquestelle alcuni mesi fa ha avuto la risposta scritta dell’ex ministro Bonafede in cui si spiega l’archiviazione definitiva. «allo stato, non potendosi affatto riconoscere, nella vicenda alcuna patologia processuale o profilo di rilevanza disciplinare non si ritengono sussistenti i presupposti per attivare i poteri ispettivi previsti dall’ordinamento».

    Una risposta insoddisfacente che ha indotto la vittima, il suo legale e la parlamentare ad organizzare alla Camera il 5 maggio, nella sala stampa di Via della Missione, alle ore 14 un sit in e riproporre il tema ai parlamentari e alla nuova ministra, Marta Cartabia. Rete L’ABUSO

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_pedofilia_minori_giada_parlamento_vittime_vaticano_cei_cartabia-5936389.html

  • ENG – Webinar ECA – Federico Tulli

    ENG – Webinar ECA – Federico Tulli

    Good evening, thank you for the invitation to participate in this important event.

    A little over a year ago, on December 17, 2019, the pope finally lifted the papal secrecy on pedophilia cases handled by the Vatican involving priests. The civil magistracies of all countries affected by this criminal phenomenon can now therefore access the acts of canonical processes and the archives of the dioceses. But not only that. The elimination of pontifical secrecy probably also marks a turning point in terms of communication on “sensitive” issues concerning the internal affairs of the Holy See. I am thinking, for example, of the decision to make public the dossier on Cardinal MacCarrick, which has been much discussed in recent months. I would define this as a side effect of the elimination of papal secrecy. This elimination is undoubtedly an important signal in the direction of transparency and collaboration of the Holy See with foreign and international institutions, and may have important consequences in favor of the victims awaiting justice. But from the point of view of crime prevention, it should be said immediately that it does not change anything. Let’s go in order.

    Papal secrecy was codified in the document “Secreta continere” of Paul VI on February 4, 1974. It concerned (and I quote) “certain matters of major importance” and had to “be guarded with grave obligation”. That is to say, in case of violation there was excommunication. Among these secreted “affairs of greater importance” were several crimes, including violence against minors. This meant, for example, that the victim of a pedophile priest undergoing a canonical trial was never informed of the outcome of the judgment. But also that the names of pedophiles judged by Vatican judges could remain “unknown” to lay judges. With obvious consequences, unfortunately, on the safety of tens of thousands of minors around the world, since pedophile priests, after the period of prayer and penance provided as a penalty for their “sin”, almost always return to practice in parishes, to teach in religious schools, to attend oratories, scout camps and so on. As it has been documented by dozens of governmental and mixed State-Church investigations in the last decade in Ireland, Germany, USA, Holland, Belgium, Auystralia etc… In short, secrecy has been for decades – if not for centuries, since the Inquisition – one of the matrices of the spread of clerical pedophilia in the world. Now, with a guilty and unprecedented delay, the Holy See has at least remedied this.

    Another matrix of the spread of “ecclesiastical” pedophilia was and is the “reason of State”.

    Let me explain myself better with a quick example:

    On April 9, 2010 – the year in which news about these crimes finally began to be published regularly in Italy as well – the Washington Post discovered that in 1985 Cardinal Ratzinger (then pref. of the CDF) had advised against reducing to the lay state a California priest who had molested minors. The response of the Holy See was immediate: the then Prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith “did not cover up the case”, but only asked to study it with “greater attention” for the “good of all those involved”. In the long investigation, the WP reconstructs that, in a letter written in Latin to Bishop John Cummins, of the Diocese of Oakland, Ratzinger decided not to remove the priest. A choice that the future Pope motivated by writing verbatim “for the good of the universal Church”. And what does that mean translated into more earthly terms? To avoid public scandal. Hence the “reason of State”.

    For decades, in the name of “reason of State” and protected by papal secrecy, a very violent crime against the most defenseless human beings was buried under a gigantic and widespread cloak of silence, complicity and silence impossible – humanly speaking – to accept. It must be said, however, that if papal secrecy has been eliminated, the same cannot be said of the reason of State.

    All this concerns Italy very closely and not only for geographical reasons. In the weekly magazine Left, and then in the book Giustizia divina with Emanuela Provera, we were the first and so far the only journalists, thanks to the collaboration of the L’Abuso network, to pierce the aforementioned cloak over the ecclesiastical courts scattered throughout Italy and present in each of the more than 220 dioceses. Here is an excerpt from the story of Giada Vitale, a victim at the age of 13 of a 55-year-old parish priest.

    “There were three of us in the room: me, the judge and the notary of the Curia of Termoli. I already knew the notary, because before the hearing he told me that the ecclesiastical judge wanted a copy of my complaint to the Italian prosecutor’s office. This shows the way in which ecclesiastical justice works with the presumed victims. Moreover, Giada faced the interrogation alone, that is without a lawyer, because in these processes only the one chosen by the curia can be present, even for the witness. And she rightly refused him. “The judge was trying to get me to say that I felt affection for my rapist but I only wanted to point out that when the abuse began I was thirteen years old.” About five years have passed since the hearing and Giada has never heard anything on the record. “I was never notified of the outcome of the trial nor do I know how my statements were used.”

    Thanks to the abolition of papal secrecy, will other victims, unlike Giada, from now on know the outcome of the canonical judgment? According to the declarations of the Holy See, the answer is yes, and this would already be something in favor of the victims, because certain information could be useful to them during the Italian criminal and civil process. But what should perhaps be of most interest to us is the possibility of collaboration between the ecclesiastical authorities and the Italian civil authorities. From this point of view, however, Bergoglio’s “turning point” moves nothing. I might say, not because of the pope. In fact, the Italian law – unlike the French one, for example – for crimes of this type provides the obligation to report only for public officials, and bishops who are not public officials continue to do what they have always done: that is, not to report suspected priests to the civil authorities. This issue was also reiterated by the Italian Episcopal Conference when it explained why it did not include the obligation to report in the anti-pedophilia guidelines.

    If we add to this the fact that also the New Concordat of 1985 between the Italian State and the Holy See, in its article 4, relieves the bishops from the obligation to collaborate with the civil authority, all the nodes that have always strongly limited the investigations of the Italian judiciary when there are priests involved, with the risk of interfering with the exercise of criminal prosecution against those suspected of pedophilia and the “superiors” who transfer them from parish to parish allowing them to remain in contact with minors and repeat the abuse, remain unresolved.

    The elimination of art. 4 from the Concordat would not be a small matter. This is also stated by the cases surveyed by Rete L’Abuso and the statistics that Francesco Zanardi communicated during his speech. Personally, I have dedicated an entire book to Italy reconstructing the history of pedophilia in the Italian Church from 1870 to 2014.

    Since I wrote my first book for L’Asino d’oro on these issues in 2010, I have had the opportunity to speak with hundreds of victims. The lives of many of them continue as a function of obtaining justice for what they have suffered. There are those who – like those present – have founded an association, transforming their personal vicissitudes into a collective battle for civilization. One of the strengths of their civil commitment – perhaps the most important because it is unassailable – in my opinion lies in having understood that the real “enemy” to be fought lies in the thinking that still denies the violence suffered by the child. That is, the thought that confuses a crime (very violent against a person) with sin. In fact, we know from the psychiatrist Fagioli that pedophilia is the annulment of the human reality of the child, a sort of psychic murder.

    However, even in the Church of Pope Francis, abuse, that is, “the sexual act of a cleric with a minor,” is still treated only as a crime against morality, an offense against God, a violation of the sixth commandment. Consequently, the sinner must answer only to those who represent the Most High on Earth (the Pope), and not to the laws of the civil society to which he belongs. Well, all this is not taken into account by my fellow Italian journalists when they have to report news about alleged crimes against minors committed in the ecclesiastical sphere; and neither does the Italian State take it into account by keeping the Concordat alive, although since 1996 the legislation on crimes of a “sexual” nature against children (and women) has made enormous progress. What consequences this blindness of our institutions has on the safety of children who attend parishes, oratories, minor seminaries and Catholic schools is not only easy to imagine but has been – unfortunately – documented.

    Therefore, in conclusion, the abolition of the pontifical secret is a good thing – because in some way it can facilitate the action of the civil judiciary – but it is not enough. At least in Italy it is not enough. It would take a cultural paradigm shift that would lead the Vatican, the men of the Church, the Italian institutions and the great organs of the press to “see” rape for what it is: a violent crime that destroys the life of those who suffer it. But this would mean for believers to deny the Sixth Commandment, one of the cornerstones of religious and political power of the Catholic and Roman Apostolic Church. A temporal power that the Italian State and the Italian media still struggle to disavow.

    Federico Tulli

  • Webinar ECA Global – Federico Tulli

    Webinar ECA Global – Federico Tulli

    Intervento di Federico Tulli

    Buonasera, vi ringrazio per l’invito a partecipare a questo importante appuntamento.

    Poco più un anno fa, il 17 dicembre 2019, il papa ha finalmente tolto il segreto pontificio sui casi di pedofilia trattati dal Vaticano che riguardano i sacerdoti. Le magistrature civili di tutti i Paesi colpiti da questo fenomeno criminale possono quindi ora accedere agli atti dei processi canonici e agli archivi delle diocesi. Ma non solo. Probabilmente l’eliminazione del segreto pontificio segna anche una svolta a livello di comunicazione su temi “sensibili” che riguardano gli affari interni alla Santa Sede. Penso ad es. la decisione di rendere pubblico il dossier sul cardinale MacCarrick di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi. Lo definirei un effetto collaterale dell’eliminazione segreto pontifico. Eliminazione che è senza alcun dubbio un importante segnale in direzione della trasparenza e della collaborazione della Santa sede con le istituzioni straniere e internazionali, e può avere importanti conseguenze in favore delle vittime in attesa di giustizia. Ma dal punto di vista della prevenzione dei crimini è bene dire subito che non sposta nulla. Andiamo per ordine.

    Il segreto pontificio venne codificato nel documento “Secreta continere” di Paolo VI il 4 febbraio 1974. Riguardava (cito) “taluni affari di maggiore importanza” e doveva “essere custodito con obbligo grave”. Vale a dire, che in caso di violazione c’era la scomunica. Tra questi “affari di maggiore importanza” secretati c’erano diversi reati, tra cui la violenza su minori. Questo ha comportato per esempio che la vittima di un sacerdote pedofilo sottoposto a processo canonico non venisse mai informata dell’esito del giudizio. Ma anche che i nomi dei pedofili giudicati dai giudici vaticani potessero rimanere “sconosciuti” a quelli laici. Con ovvie conseguenze, purtroppo, sull’incolumità di decine di migliaia di minori in tutto il mondo, poiché i sacerdoti pedofili, terminato il periodo di preghiera e penitenza previsto come sanzione per il loro “peccato”, tornano quasi sempre a esercitare nelle parrocchie, a insegnare nelle scuole religiose, a frequentare oratori, campi scout e così via. Come del resto è stato documentato da decine di inchieste governative e miste Stato-Chiesa nell’ultimo decennio in Irlanda, Germania, Usa, Olanda, Belgio, Auystralia etc… Insomma, la segretezza è stata per decenni – se non per secoli, dall’Inquisizione in poi – una delle matrici della diffusione della pedofilia clericale nel mondo. Ora con colpevolissimo e inaudito ritardo almeno a questo la Santa Sede ha posto rimedio.

    Un’altra matrice della diffusione della pedofilia “ecclesiastica” è stata ed è la “ragion di Stato”.

    Mi spiego meglio con un esempio veloce:

    Il 9 aprile 2010 – anno in cui le notizie su questi crimini iniziarono finalmente ad essere pubblicate con regolarità anche in Italia – il Washington Post scoprì che nel 1985 il cardinale Ratzinger (allora pref. della Cdf) aveva sconsigliato di ridurre allo stato laicale un sacerdote californiano che aveva molestato minori. La replica della Santa Sede fu immediata: l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede «non coprì il caso», ma chiese solo di studiarlo con «maggiore attenzione» per il «bene di tutte le persone coinvolte». Nella lunga inchiesta il WP ricostruisce che, in una lettera scritta in latino al vescovo John Cummins, della diocesi di Oakland, Ratzinger decise di non rimuovere il sacerdote. Una scelta che il futuro Papa motivò scrivendo testualmente «per il bene della Chiesa universale». E cosa vuol dire tradotto in termini più terreni? Per evitare lo scandalo pubblico. Di qui la “ragion di Stato”.

    Per decenni in nome della “ragion di Stato” e protetto dal segreto pontificio un crimine violentissimo nei confronti degli esseri umani più indifesi è stato sepolto sotto una gigantesca e diffusa cappa di omertà, complicità e silenzio impossibili – umanamente – da accettare. Va detto però che se il segreto pontificio è stato eliminato, non si può dire altrettanto della ragion di Stato.

    Tutto questo riguarda molto da vicino l’Italia e non solo per motivi geografici. Sul settimanale Left, e poi nel libro Giustizia divina con Emanuela Provera, per primi e finora unici giornalisti grazie alla collaborazione di rete L’Abuso abbiamo bucato la cappa di cui sopra che grava sui tribunali ecclesiastici sparsi in Italia e presenti in ciascuna delle oltre 220 diocesi. Riporto qui un brano del racconto di Giada Vitale, vittima a 13 anni di un parroco 55enne.

    «Nella stanza eravamo in tre: io, il giudice e il notaio della Curia di Termoli. Il notaio lo conoscevo già, perché prima dell’udienza mi disse che il giudice ecclesiastico voleva una copia della mia denuncia alla procura italiana. E già questo fa capire in che modo lavora la giustizia ecclesiastica nei confronti delle presunte vittime. Inoltre Giada affrontò da sola l’interrogatorio, cioè senza avvocato, perché in questi processi può essere presente solo quello scelto dalla curia, anche per il testimone. E lei lo ha giustamente rifiutato. «Il giudice cercava di farmi dire che provavo affetto per il mio violentatore ma io ho voluto solo precisare che quando sono iniziati gli abusi avevo tredici anni». Dal giorno dell’audizione sono passati circa 5 anni e Giada non ha mai saputo nulla in via ufficiale. «Non mi hanno mai comunicato l’esito del processo né so in che modo le mie dichiarazioni sono state utilizzate».

    Grazie all’abolizione del segreto pontificio altre vittime, diversamente da Giada, potranno d’ora in poi conoscere l’esito del giudizio canonico? Stando alle dichiarazioni della Santa Sede la risposta è sì e sarebbe già qualcosa in favore delle vittime, perché certe informazioni potrebbero tornar loro utili durante il processo penale e civile italiano. Ma quello che forse più ci dovrebbe interessare è la possibilità di collaborazione delle autorità ecclesiastiche con quelle civili italiane. Da questo punto di vista la “svolta” di Bergoglio però non sposta nulla. Potrei dire, non per colpa del papa. Difatti la legge italiana – diversamente da quella francese, per esempio – per reati di questo tipo prevede l’obbligo di denuncia solo per i pubblici ufficiali, e i vescovi che pubblici ufficiali non sono continuano a fare quello che hanno sempre fatto: cioè a non denunciare all’autorità civile i preti sospettati. Questione ribadita anche dalla Conferenza episcopale italiana quando ha spiegato perché non ha inserito l’obbligo di denuncia nelle linee guida antipedofilia.

    Se a questo si aggiunge che anche il Nuovo Concordato del 1985 tra Stato italiano e Santa sede all’articolo 4 solleva i vescovi dall’obbligo di collaborare con l’autorità civile, ecco che restano irrisolti tutti i nodi che da sempre limitano fortemente nelle indagini la magistratura italiana quando ci sono di mezzo dei preti con il rischio di interferire con l’esercizio dell’azione penale nei confronti di quelli sospettati di pedofilia e dei “superiori” che trasferendoli di parrocchia in parrocchia consentono loro di rimanere in contatto con minori e di ripetere l’abuso.

    L’eliminazione dell’art. 4 dal Concordato non sarebbe cosa da poco. Lo dicono anche i casi censiti da Rete L’Abuso e le statistiche che Francesco Zanardi ha comunicato durante il suo intervento. Personalmente ho dedicato un intero libro all’Italia ricostruendo la storia della pedofilia nella Chiesa italiana dal 1870 al 2014.

    Da quando nel 2010 ho scritto il mio primo libro per L’Asino d’oro su questi temi ho avuto modo di parlare con centinaia di vittime. La vita di molte di loro prosegue in funzione dell’ottenimento di una giustizia per quanto subito. C’è chi – come i presenti – ha fondato un’associazione trasformando la propria vicenda personale in una battaglia collettiva di civiltà. Uno dei punti di forza del loro impegno civile – forse il più importante perché inattaccabile – secondo me sta nell’aver compreso che il vero “nemico” da combattere risiede nel pensiero che ancora oggi nega la violenza subita dal bambino. Quel pensiero cioè che confonde un reato (violentissimo contro una persona) con il peccato. Sappiamo infatti dallo psichiatra Fagioli che la pedofilia è l’annullamento della realtà umana del bambino, una sorta di omicidio psichico.

    Tuttavia anche nella Chiesa di papa Francesco l’abuso, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è trattato ancora solo come un delitto contro la morale, un’offesa a Dio, una violazione del sesto comandamento. Di conseguenza il peccatore deve risponderne solo a chi rappresenta l’Altissimo in Terra (il papa), e non alle leggi della società civile di cui fa parte. Ebbene di tutto questo non tengono conto i miei colleghi giornalisti italiani quando devono riportare delle notizie che riguardano presunti crimini su minori commessi in ambito ecclesiastico; e nemmeno ne tiene conto lo Stato italiano mantenendo in vita il Concordato, sebbene dal 1996 la legislazione in materia di reati a sfondo “sessuale” sui bambini (e le donne) abbia fatto enormi progressi. Quali conseguenze questa cecità delle nostre istituzioni abbia sull’incolumità dei bambini che frequentano le parrocchie, gli oratori, i seminari minori e le scuole cattoliche non solo è facile  immaginarlo ma è stato – purtroppo – documentato.

    Dunque, in conclusione, bene l’abolizione del segreto pontificio – perché in qualche modo può agevolare l’azione della magistratura civile – ma non basta. Per lo meno in Italia non basta . Occorrerebbe un salto di paradigma culturale che porti il Vaticano, gli uomini di Chiesa, le istituzioni italiane e i grandi organi di stampa a “vedere” lo stupro per quel che è: un crimine violentissimo che distrugge la vita di chi lo subisce. Ma ciò significherebbe per dei credenti negare il VI Comandamento, uno dei cardini del potere religioso e politico della Chiesa cattolica e apostolica romana. Un potere temporale che lo Stato italiano e i media italiani fanno ancora fatica a disconoscere.

    Federico Tulli

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  • Spagnolo – Webinar ECA – Federico Tulli

    Spagnolo – Webinar ECA – Federico Tulli

    Discurso de Federico Tulli

    Buenas noches, gracias por la invitación a participar en esta importante cita.

    Hace poco más de un año, el 17 de diciembre de 2019, el papa por fin quitó el secreto pontificio sobre los casos de pedofilia tratados por el Vaticano en relación con los sacerdotes. Las magistraturas civiles de todos los países afectados por este fenómeno criminal ahora pueden acceder a los documentos de los juicios canónicos y a los archivos de las diócesis. Pero no solo. Probablemente la eliminación del secreto papal también marca un punto de inflexión a nivel de la comunicación sobre cuestiones “sensibles” relativas a los asuntos internos de la Santa Sede. Pienso, por ejemplo, la decisión de hacer público el dossier sobre el cardenal MacCarrick, del que tanto se ha hablado en los últimos meses.

    Yo lo llamaría un efecto secundario de la eliminación del secreto pontificio. Esta eliminación es, sin duda, una señal importante en la dirección de la transparencia y la colaboración de la Santa Sede con instituciones extranjeras e internacionales, y puede tener importantes consecuencias a favor de las víctimas en espera de justicia. Pero desde el punto de vista de la prevención del delito es bueno decir de inmediato que no mueve nada. Vayamos en orden.

    El secreto pontificio fue codificado en el documento “Secreta continere” de Paulo sexto el 4 de febrero de 1974. Se refería (cito) “ciertos asuntos de mayor importancia” y tenía que “ser guardado con seria obligación”. Es decir, en caso de violación habia excomunión. Entre estos “asuntos de mayor importancia” ocultados se encuentraban varios delitos, incluyendo el abuso infantil. Esto significó, por ejemplo, que la víctima de un sacerdote pedófilo sometido a juicio canónico nunca viniera informada del resultado del juicio. Pero también que los nombres de los pedófilos juzgados por los jueces del Vaticano podrían permanecer “desconocidos” para los seculares.

    Con evidentes consecuencias, lamentablemente, sobre la incolumidad de decenas de miles de menores en todo el mundo, ya que los sacerdotes pedófilos, una vez finalizado el período de oración y penitencia previsto como sanción por su “pecado”, casi siempre vuelven a ejercer en las parroquias, a enseñar en escuelas religiosas, a asistir a oratorios, campamentos de scouts, etc. Como de hecho ha sido documentado por docenas de investigaciones gubernamentales y mixtas de la Iglesia y el Estado en la última década en Irlanda, Alemania, Estados Unidos, Holanda, Bélgica, Australia, etc. En resumen, el secreto ha sido durante décadas, si no siglos, de la Inquisición en adelante, una de las matrices de la propagación de la pedofilia clerical en el mundo. Ahora, con la máxima culpa y sin precedentes, al menos esto ha sido remediado por la Santa Sede.

    Otra matriz de la difusión de la pedofilia “eclesiástica” fue y es la “razón de Estado”.

    Déjenme explicar mejor con un ejemplo rápido:

    El 9 de abril de 2010, año en el que finalmente comenzaron a publicarse regularmente noticias sobre estos crímenes también en Italia, el Washington Post descubrió que en 1985 el cardenal Ratzinger (entonces prefecto de la Congregación por la Doctrina de la Fe) había desaconsejado reducir al estado laico a un sacerdote de California quien había molestado sexualmente a menores. La respuesta de la Santa Sede fue inmediata: el entonces prefecto de la Congregación para la Doctrina de la Fe “no cubrió el caso”, sino que sólo pidió estudiarlo con “mayor atención” por “el bien de todas las personas involucradas”. En una larga investigación, el Washington Post reconstruye que, en una carta escrita en latín al obispo John Cummins, de la diócesis de Oakland, Ratzinger decidió no remover al sacerdote. Una elección que el futuro Papa motivó escribiendo textualmente “por el bien de la Iglesia universal”. ¿Y qué significa cuando se traduce a términos más terrenales? Para evitar el escándalo público. De ahí la “razón de estado”.

    Durante décadas en nombre de la “razón de Estado” y amparado por el secreto papal, un crimen muy violento contra los seres humanos más indefensos fue sepultado bajo un manto gigantesco y extendido de silencio y complicidad imposible -humanamente- de aceptar. Sin embargo, hay que decir que si se ha eliminado el secreto pontificio, no puede decirse lo mismo de la razón de Estado.

    Todo esto concierne muy de cerca a Italia y no solo por razones geográficas. En el semanario Left, y luego en el libro “Giustizia divina” con Emanuela Provera, fuimos los primeros y hasta ahora los únicos periodistas, gracias a la colaboración de la red L’Abuso, en haber perforado el mencionado manto antes mencionado que pesa sobre los tribunales eclesiásticos esparcidos en Italia y presentes en cada una de las más de 220 diócesis. Aquí hay un extracto de la historia de Giada Vitale, una víctima de 13 años de un sacerdote de 55 años.

    “Éramos tres en la sala: yo, el juez y el notario de la Curia de Termoli. Yo ya conocía al notario, porque antes de la audiencia me dijo que el juez eclesiástico quería una copia de mi denuncia a la fiscalía italiana. Y esto ya nos hace comprender cómo funciona la justicia eclesiástica hacia las presuntas víctimas. Además, Giada enfrentó el interrogatorio sola, es decir sin abogado, porque en estos juicios sólo puede estar presente el elegido por la curia, incluso para el testigo. Y ella lo rechazó con razón. “El juez trató de hacerme decir que sentía afecto por mi violador, pero yo solo quise señalar que tenía trece años cuando comenzaron los abusos”. Han pasado aproximadamente 5 años desde la audición y Giada nunca ha sabido nada oficialmente. “Nunca me comunicaron el resultado del juicio ni sé cómo se utilizaron mis declaraciones”.

    Gracias a la abolición del secreto pontificio, otras víctimas, a diferencia de Giada, ¿podrán a partir de ahora conocer el desenlace del juicio canónico? Según las declaraciones de la Santa Sede, la respuesta es sí y ya sería algo a favor de las víctimas, porque ciertas informaciones podrían serles útiles durante el juicio penal y civil italiano. Pero lo que quizás debería interesarnos más es la posibilidad de colaboración de las autoridades eclesiásticas con las autoridades civiles italianas. Desde este punto de vista, el “punto de inflexión” de Bergoglio, sin embargo, no mueve nada. Podría decir, sin culpa del papa. De hecho, la ley italiana -a diferencia de la francesa, por ejemplo- para delitos de este tipo establece la obligación de denunciar solo para los funcionarios públicos, y los obispos que no son funcionarios públicos siguen haciendo lo que siempre han hecho: es decir, no denunciar a los sacerdotes sospechosos a las autoridades civiles. Esta cuestión también fue reiterada por la Conferencia Episcopal Italiana cuando explicó por qué no incluía la obligación de denunciar en las directrices contra la pedofilia.

    Si a esto le sumamos que incluso el Nuevo Concordato de 1985 entre el Estado italiano y la Santa Sede en el artículo 4 libera a los obispos de la obligación de colaborar con la autoridad civil, he aquì que quedan sin resolver todas las cuestiones que desde siempre limitan severamente las investigaciones del Poder judicial cuando hay sacerdotes involucrados con el riesgo de interferir en la persecución de los sospechosos de pedofilia y de “superiores” que, al trasladarlos de parroquia en parroquia, les permiten mantenerse en contacto con menores y repetir el abuso.

    La eliminación del art. 4 del Concordato no sería un asunto trivial. Lo dicen también los casos relevados por Red L’Abuso y las estadísticas que comunicó Francesco Zanardi durante su intervención. Personalmente, he dedicado un libro completo a Italia reconstruyendo la historia de la pedofilia en la Iglesia italiana desde 1870 hasta 2014.

    Desde que escribí mi primer libro para L’Asino d’oro sobre estos temas en 2010, he tenido la oportunidad de hablar con cientos de víctimas. La vida de muchas de ellas transcurre en función del obtenimiento de una justicia por lo sufrido. Hay quienes, como los presentes, fundaron una asociación transformando su historia personal en una batalla colectiva de civilización. Una de las fortalezas de su compromiso civil -quizás la más importante por ser inexpugnable- a mi juicio radica en haber entendido que el verdadero “enemigo” a combatir está en el pensamiento que aún hoy niega la violencia sufrida por el niño. Ese pensamiento que confunde un delito (muy violento contra una persona) con el pecado. De hecho, sabemos por el psiquiatra Fagioli que la pedofilia es la anulación de la realidad humana del niño, una especie de asesinato psíquico.

    Sin embargo, incluso en la Iglesia del Papa Francisco el abuso, es decir, “el acto sexual de un clérigo con un menor”, todavía se trata solo como un crimen contra la moral, una ofensa contra Dios, una violación del sexto mandamiento. En consecuencia, el pecador debe responder sólo a quienes representan al Altísimo en la Tierra (el papa), y no a las leyes de la sociedad civil a la que pertenece. Pues bien, mis compañeros periodistas italianos no tienen en cuenta todo esto cuando tienen que informar noticias sobre presuntos delitos contra menores cometidos en el ámbito eclesiástico; El Estado italiano tampoco lo tiene en cuenta al mantener vivo el Concordato, aunque desde 1996 la legislación sobre delitos “sexuales” contra niños (y mujeres) ha avanzado enormemente. Las consecuencias que esta ceguera de nuestras instituciones tiene sobre la incolumidad de los niños que asisten a parroquias, oratorios, seminarios menores y escuelas católicas no solo es fácil de imaginar sino que, lamentablemente, ha sido documentado.

    Entonces, en conclusión, la abolición del secreto pontificio es buena, porque de alguna manera puede facilitar la acción del poder judicial civil, pero no es suficiente. Al menos en Italia no es suficiente. Seria necesario un salto de paradigma cultural que llevaría al Vaticano, a los hombres de Iglesia, a las instituciones italianas y a los grandes órganos de prensa a “ver” la violación por lo que es: un crimen muy violento que destruye la vida de quienes la padecen. Pero esto significaría que los creyentes negarían el Sexto Mandamiento, una de las piedras angulares del poder religioso y político de la Iglesia católica y apostólica romana. Un poder temporal que el Estado italiano y los medios italianos todavía luchan por desconocer.

  • GIUSTIZIA  Interrogazioni a risposta scritta: Vitale Giada – Genova Marino

    GIUSTIZIA Interrogazioni a risposta scritta: Vitale Giada – Genova Marino

      ASCARI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

       Don Marino, ex parroco di Portocannone, in Molise, è stato condannato dalla corte di appello di Campobasso nel maggio 2019 a 4 anni e 10 mesi di reclusione per aver abusato sessualmente di Giada quando questa aveva 13 anni;

       gli abusi sessuali sono iniziati nella primavera del 2009 e sono proseguiti sino al mese di luglio 2012; la giovane, nell’aprile 2013 ha denunciato alla procura della Repubblica ed al Vescovo di Termoli i fatti di cui era stata vittima;

       la procura della Repubblica di Larino, ritenendo la sussistenza di un consenso ai rapporti sessuali da parte della giovane non ha accertato sotto il profilo psicologico il rapporto con Don Marino;

       secondo l’interrogante, tuttavia, le circostanze avrebbero imposto tale approfondimento: Giada V. all’epoca dell’inizio dei fatti era solo tredicenne mentre il sacerdote aveva 55 anni ed è orfana di padre da quando aveva tre anni e mezzo;

       l’amore per la musica l’aveva condotta a frequentare assiduamente la parrocchia di Don Marino, prima come organista e poi come maestra del coro, e nel parroco avrebbe trovato una figura assimilabile a quella paterna;

       Don Marino è stato sottoposto a due differenti procedimenti: in un primo procedimento è stato condannato, in primo e in secondo grado, esclusivamente per gli abusi commessi fino a quando la minore non aveva compiuto 14 anni per reato di cui all’articolo 609-quater (atti sessuali con minorenne);

       un secondo procedimento, riguardante i fatti successivi ai 14 anni, si concludeva con la richiesta di archiviazione, presentata nel novembre 2014 e accolta dal Gip nel giugno 2016, in quanto i fatti non sarebbero stati contrassegnati da minaccia o persuasione, «avendo la ragazza semmai subito solo un iniziale stato di soggezione poi tramutatosi in un effettivo innamoramento e un interesse fisico per il sacerdote» mentre il compimento del quattordicesimo anno legittimava il consenso;

       nel febbraio 2018, in relazione al secondo procedimento, la procura della Repubblica chiedeva la riapertura delle indagini preliminari: sono stati ascoltati medici e psicologi che avevano seguito Giada nel periodo successivo alla denuncia, i quali osservavano che la stessa, nel suo rapporto con Don Marino, si trovava in una condizione di forte soggezione e inferiorità psichica, come ribadito dalla psicologa giuridica che, nella sua consulenza dell’8 aprile 2019, chiarisce come il consenso sia stato costruito attraverso il «conferimento, ingannevole, di normalità ai comportamenti sessualizzati» così ingenerando nella vittima una confusione permanente ed una dipendenza affettiva;

       ciononostante, il giudice per le indagini preliminari, ritenuta la carenza dell’elemento dell’abuso della condizione di inferiorità psichica, non potendo sostenersi «in maniera chiara ed univoca» la sussistenza di tale condizione, decretava l’archiviazione del suddetto secondo procedimento;

       tale provvedimento potrebbe valicare la cognizione attribuita in tale fase al giudice, non essendogli conferita la piena valutazione della responsabilità penale dell’indagato ma esclusivamente la superfluità della prosecuzione del procedimento penale: solo se vi è chiara evidenza dell’insussistenza degli elementi costitutivi della fattispecie penale può disporre l’archiviazione mentre, nel dubbio, deve ordinare al pubblico ministero di formulare il capo d’imputazione;

       il vescovo, Gianfranco De Luca, appena ricevuto notizia dei fatti, ha proceduto alla verifica delle accuse, ha allontanato dalla parrocchia di Portocannone il sacerdote e ha istituito il tribunale ecclesiastico diocesano per svolgere il processo canonico che ha emesso la sentenza di sospensione a divinis fino al pronunciamento definitivo del tribunale italiano, nell’interdizione all’ufficio di parroco e nell’invito a vivere in una casa religiosa;

       ciononostante, il parroco sarebbe stato visto indossare la tunica bianca sull’altare di una chiesa e, secondo alcuni articoli di stampa, starebbe continuando a celebrare messa;

       a seguito della denuncia, Giada V. è stata oggetto di bullismo, insulti, isolamento e tacciata di essere calunniatrice, anche dai suoi stessi compaesani –:

       se il Governo intenda valutare se sussistono i presupposti per adottare iniziative ispettive presso gli uffici giudiziari coinvolti.
    (4-06713)

  • Violentata a 13 anni da un prete, la diocesi e la parrocchia chiamate a risarcire

    Violentata a 13 anni da un prete, la diocesi e la parrocchia chiamate a risarcire

    Città del Vaticano – La feroce storia di una ragazzina, violentata da un parroco all’età di 13 anni, è la prova provata che le riforme di Papa Francesco anti-pedofilia non sempre funzionano. Almeno non in Italia, dove nonostante i Motu Proprio promulgati, gli aggiornamenti continui alla legislazione canonica, la pubblicazione di vademecum contenenti consigli pratici per i vescovi su come agire (altro…)

  • Violentata dall’ex parroco, “Voglio la verità sul processo ecclesiastico”. Diocesi e Vaticano non rispondono

    Violentata dall’ex parroco, “Voglio la verità sul processo ecclesiastico”. Diocesi e Vaticano non rispondono

    Giada Vitale, abusata da don Marino Genova, chiede il fascicolo del Tribunale Ecclesiastico dopo l’abolizione del segreto da parte di Papa Francesco. L’istanza risale a dicembre ma finora non ci sono state risposte

    La difesa della giovane Giada Vitale, abusata dall’ex parroco di Portocannone, valuta se impugnare il provvedimento col quale il Gip di Larino chiude a un secondo processo a carico del sacerdote per gli atti sessuali dopo il quattordicesimo anno (altro…)

  • Don Marino Genova, 13enne abusata: “Per il pm ero consenziente”

    Don Marino Genova, 13enne abusata: “Per il pm ero consenziente”

    Era l’aprile del 2009 quando Giada Vitali ha subito il suo primo abuso da parte di don Marino Genova, parroco della chiesa Santi Pietro e Paolo di Portocannone, in provincia di Campobasso, Molise. Allora Giada aveva tredici anni e gli abusi da parte del parroco sono continuati fino a quando aveva sedici anni.

    Si è concluso il processo in primo grado ai danni dell’uomo, ma Giada Vitale sente di non aver ricevuto giustizia. Il pubblico ministero ha infatti diviso il fascicolo in due parti: una relativa agli abusi subiti prima del compimento del quattordicesimo compleanno e una dopo. Marino Genova è stato condannato a sei anni per il primo fascicolo, mentre per il secondo fascicolo è stata chiesta l’archiviazione: il pm ha ritenuto che la ragazza fosse consenziente.

    Don Marino Genova: gli abusi

    In un’intervista a Fanpage Giada Vitale ha raccontato la sua versione dei fatti.

    Riguardo all’esito del processo di primo grado la ragazzo, ora 23enne, sente di non aver ricevuto la giustizia dovuta. “Dai 14 anni in su, sono stata considerata ‘consenziente’; in pratica secondo il pubblico ministero, io e don Marino eravamo da considerare ‘una coppia’. La cosa più grave, tuttavia, è che il fascicolo per cui si è proceduto riguarda solo due mesi, da aprile al 20 giugno, quando ho compiuto 14 anni” ha raccontato.

    Nel ripercorrere la propria tragica storia Giada ha raccontato: “Era aprile 2009, avevo 13 anni e studiavo per l’esame di licenza media. A quel tempo ero timida e senza molti amici, ma mi piaceva la musica e per questo andavo regolarmente in chiesa per suonare l’organo.

    Quel pomeriggio stavo tornando a casa dalle ripetizioni e passai davanti all’ingresso della chiesa Santi Pietro e Paolo, a Portocannone. Vidi don Marino sulla soglia intento a chiudere i battenti della porta, mi vide anche lui e mi fece cenno di entrare“. Al tempo Giada si fidava dell’uomo, così lo ha seguito. “Prese la mia mano intrecciandola con la sua e mi guidò in sagrestia, dove iniziò ad abbracciarmi forte e a spogliarmi. Restai impietrita e lo lasciai fare finché non ebbe finito. Poi mi diede la benedizione e mi lasciò andare“.

    Giada ha provato a chiedere aiuto, ma senza ottenere successo. “Quella sera restai sveglia fino a notte fonda a piangere. Mia madre (vivevamo da sole da quando mio padre è morto molti anni prima) si allarmò e volle sapere cosa avessi.

    La storia di Giada Vitale

    Da quel giorno gli abusi si sono ripetuti. “Don Marino ha cominciato a fare quelle cose due o tre volte alla settimana arrivando fino ai rapporti completi. Era dolce, mi diceva: “Ti voglio bene stellina”. E quando aveva finito mi rivestiva e mi dava sempre la benedizione“.

    Ci fu un tentativo di scappare dagli abusi del parroco. “Il mio corpo mi dava dei segnali di malessere. Avevo sempre mal di stomaco, crisi di pianto e difficoltà di concentrazione a scuola, tanto che più in là ho dovuto lasciare. Volevo che smettesse e per un po’ ho finto di stare con un ragazzo perché lui mi lasciasse stare.

    La situazione, però, non ha retto a lungo e ha ricominciato a fare quelle cose“.

    Dopo tre anni di abusi, finalmente Giada riesce a sottrarsi alla violenza. “Una corista che frequentava la parrocchia ha intuito qualcosa dai miei atteggiamenti, ero arrabbiata e delusa. Quando ho trovato la forza di parlare con lei, pian piano le ho raccontato tutto quello che avevo patito, ci sono voluti giorni. Alla fine lei mi ha convinto a denunciare don Marino al vescovo della diocesi di Termoli-Larino, monsignor Gianfranco De Luca“. Il vescovo ha allontanato il parroco da Portocannone. “ A quel punto, a 17 anni, ho deciso di denunciare alla magistratura, volevo giustizia“.

    Purtroppo la giustizia ottenuta non è proporzionale alla sofferenza subita da Giada Vitali, che ha deciso di fare ricorso. “È stato condannato sei anni di reclusione con sentenza di primo grado, attendiamo l’udienza d’appello che avrà luogo l’11 ottobre prossimo. Per l’altro fascicolo, ovviamente abbiamo fatto ricorso contro l’archiviazione“. “Don Marino mi ha distrutto la vita, ma la giustizia ci ha messo sopra una pietra tombale“.

  • Caso don Marino, lo sfogo di Giada Vitale: «La Chiesa non mi aiuta»

    Caso don Marino, lo sfogo di Giada Vitale: «La Chiesa non mi aiuta»

    Alla Congregazione per la dottrina della fede e alla segreteria di Stato vaticana hanno letto la lettera che lo scorso 25 marzo Giada Vitale, la ragazza che ha subito le attenzioni sessuali del sacerdote don Marino Genova e per cui è in corso il processo di appello dopo la sua condanna in primo grado comminata dal tribunale di Larino, ha indirizzato a Papa Francesco. «Mi hanno detto che l’hanno letta, però non mi risponderanno. E’ stato avvisato il vescovo di Termoli-Larino, che provvederà a informarmi. Ma informarmi di cosa? Io ho chiesto dei provvedimenti. La lettera l’ho indirizzata al Santo Padre, alla congregazione a segreteria di Stato. Ecco la lettera indirizzata al Pontefice.
    «A Sua Santità, Papa Francesco,
    Non vorrei importunarLa, non vorrei rubarLe del tempo che forse è più importante di quello che Le sto chiedendo per leggere la mia missiva che fa seguito e si riferisce a quella scrittaLe nel 2013.
    Mi vedo costretta, mio malgrado, a farLe arrivare “il mio grido di dolore” che si leva da un calvario durato sei anni dalla denuncia alla Magistratura relativa alla violenza da me subita per opera del parroco don Marino Genova, parroco di Portocannone in provincia di Campobasso.
    A tutt’oggi io non ho avuto Giustizia e dopo sei anni sono ancora sulla strada come nel primo avvio.
    Comincio per ordine: in primis la Chiesa che non ha mosso un dito: Marino Genova, per essere precisa, continua ad essere protetto come in una “torre eburnea”. Per quel che si sa è ospite di un monastero dove continua a dire messa, ad avere dei compiti che lo qualificano uomo di chiesa di grande esperienze culturali ed ecclesiali in un clima di omertà e di protezionismo da parte di chi lo ospita e di tutta la Chiesa che continua a proteggerlo in un atteggiamento di difesa che arriva a spostare il ruolo da carnefice a vittima, nonostante ci sia in sede di udienza in tribunale e sia in una dichiarazione di colpevolezza da reo confesso fatta in un sms inviato alla persona con cui in primis mi sono confidata e che riporto nella veridicità del suo dire: Ciao Xxxxxx, quello che ho fatto è imperdonabile la colpa è solo mia e non ci sono scusanti perché lei è minorenne e poi perché io sono un sacerdote.
    Vi chiedo perdono, perché ho fatto del male a lei, che invece di proteggere e aiutare a crescere l’ho rovinata, e ho fatto del male a te perché ho sconvolto la tua vita ma soprattutto la tua anima e il tuo spirito.
    Ma una cosa è certo, stavo male ogni volta che stavamo insieme perché mi rendevo conto di tutto ciò e dell’incoerenza nella mia vita e pregavo per lei perché potesse incontrare un bravo giovane e per me chiedevo al Signore e alla Mamma celeste la forza di superare questa situazione e imploravo ogni giorno la sua misericordia .
    Da quando il Signore mi ha dato la grazia di essere più forte e non cedere alla tentazione ho continuato a pregare invocando il suo perdono per noi due.
    Ed ora chiedo perdono a te per il male che ti ho fatto.
    Come posso mancarti di rispetto se ti ritengo una persona eccezionale e che il Signore ti ha scelto per aiutare la ragazza in questo momento difficile e far prendere ancora coscienza a me del male che io ho fatto? ti sono e ti sarò sempre grato per aver trovato la forza di parlarmi e per la preghiera che hai fatto in questo tempo per me.
    Ti benedico e prego per te. Pregavo gli mettesse accanto un bravo giovane , ma il Signore gli ha messo vicino una persona saggia, piena di fede e timorata di Dio per aiutarla, per guidarla e sostenerla. Grazie Signore. Prego il Signore perché illumini il tuo Cuore e la tua mente e metta sulle tue labbra parole giuste .
    Grazie”.
    Nel mio modo di sentirmi offesa e abbandonata da tutti coloro che mi si dovevano fare intorno come parte lesa, Le voglio aprire il cuore come Padre di tutta la Chiesa al quale spesso non arrivano le grida di dolore degli offesi. Io sono tra questi.
    Oltre alla Chiesa sono stata offesa e vilipesa anche dalla Giustizia rappresentata da qualche magistrato che per incuria, superficialità, favoreggiamento o volontà di cambiare il corso normale di procedura dell’atto giustiziale, durante la fase delle indagini ha diviso il fascicolo processuale in due tronconi: uno relativo agli abusi sessuali avvenuti fino al compimento dei 14 anni e di cui è in corso il secondo grado del processo, l’altro relativo dai 14 anni ai 17 il quale è stato archiviato, giustificando che non erano più abusi ma consenso da parte della vittima. Si è arrivati al paradosso di considerarmi l’unica colpevole da non prendere in considerazione, anche perché don Marino non poteva tenere in considerazione la mia fragilità, il mio essere diventata uno strumento nelle sue mani di uomo di 55 anni che si misurava con un adolescente, per cui i miei stati d’animo non erano importanti perché lui, parole del Gip: “non era uno psicologo, non poteva somministrare il Minnesota o altri test per cui non poteva riconoscere uno stato di deficienza psichica della Vitale”.
    Acme della follia giudiziaria… o per meglio dire di alcuni giudici che credo abbiano smarrito la coscienza e il senso dell’etica del loro lavoro. E allora mi viene da chiedere e me lo deve concedere, Sua Santità, nella grandezza santa del Suo Ministero: “come faccio a coniugare certe belle frasi anche da Lei dette e che per me sono state come rugiada, come una pianta essiccata della sua linfa da anni di siccità, con ciò che lei, nella Sua saggezza, ha dichiarato durante il summit sulla pedofilia: “accompagnare, proteggere e curare le vittime degli abusi, offrendo loro tutto il necessario sostegno per una completa guarigione?”.
    Come faccio a guarire se la Chiesa non mi ha sostenuta, difesa e gli uomini di giustizia non mi rendono Giustizia? A tal punto devo chiarire e precisare che dai miei 13 ai 14 anni, Marino Genova è stato condannato in primo grado a sei anni di reclusione e interdetto in perpetuo da qualsiasi ufficio attinente la tutela, alla curatela e alla amministrazione di sostegno; interdetto in perpetuo dai pubblici uffici; interdetto in perpetuo da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado nonché da ogni ufficio o servizio in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori.
    C’è stato un ricorso in appello da parte dell’imputato il quale pur di avere ragione, si è fatto rappresentare da un avvocato di grande fama e continuo a domandarmi come un povero parroco di campagna senza lasciti di famiglia si possa permettere di essere rappresentato dal più che famoso Carlo Taormina.
    Marino Genova, quindi, né si è consegnato alla Giustizia né si è preparato alla Giustizia divina perché immortalato in situazioni di vita godereccia, vacanze, eccetera… tutto spesato e allo “scrocco” (Santità, mi conceda lo sfogo).
    Ed io umiliata, avvilita, cerco ogni giorno, ogni attimo di agganciarmi alla vita. Quella vita distrutta che mi ha fatto saltare tante tappe: la più importante la mia adolescenza di cui mi ha rubato il sogno e tutto il bello che poteva essere e non è stato per incoraggiarmi sulla via della vita.
    Santità, le ho aperto il cuore ma non so formulare richieste pur sapendo che non è solo uno sfogo ma che forse qualcosa, qualche piccolo segnale di comprensione e di vicinanza me lo aspetto da Lei, insieme a qualche segno di Giustizia in Suo potere che mi possa riappacificare con me stessa, con gli altri e con la vita.
    E aspetto».

    Caso don Marino, lo sfogo di Giada Vitale: «La Chiesa non mi aiuta»