Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • PEDOFILIA: AUSTRIA, VITTIME UNITE PER CAUSA MASSA CONTRO CHIESA

    PEDOFILIA: AUSTRIA, VITTIME UNITE PER CAUSA MASSA CONTRO CHIESA

    (AGI) – Vienna, 20 mar. – In Austria le vittime di maltrattamenti e abusi sessuali si uniscono per intentare una causa di massa contro i preti pedofili e la Chiesa. Un avvocato viennese, Werner Schostal, ha annunciato la costituzione di una associazione che minaccia azioni legali con richieste di risarcimento fino a 80mila euro (nel caso di abusi prolungati) per vittima. “Il primo passso – ha spiegato l’avvocato – sara’ quello di cercare di arrivare ad accordi extra giudiziali. Ma se la Chiesa – ha aggiunto – non dimostrera’ la volonta’ di arrivare agli accordi o offrira’ risarcimenti non adeguati, si avvieranno le azioni formali”. L’associazione, che conta di riunire centinaia di vittime, “vuole portare in tribunale i preti autori dei presunti abusi ma anche la Chiesa come responsabile delle loro azioni”, ha precisato l’avvocato. Al vaglio ci sono azioni legali contro il vescovo di Eistendstadt, Paul Iby, e quello di Graz, Johann Weber, sospettato di aver abusto di una ventina di bambini tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 ed e’ stato sospeso all’jnizio di marzo. –

    http://www.agi.it/estero/notizie/201003201153-est-rt10024-pedofilia_austria_vittime_unite_per_causa_massa_contro_chiesa

  • APRE IL PROCESSO CONTRO LA SETTA ARKEON: PROMETTEVANO DI CURARE I GAY

    APRE IL PROCESSO CONTRO LA SETTA ARKEON: PROMETTEVANO DI CURARE I GAY

    Ordine degli psicologi e Arcigay parti civili per la vicenda del ragazzo fermano
    venerdì 19 marzo 2010 , di il Resto del Carlino

    di FABIO CASTORI

    UMILIAZIONI, manipolazioni mentali, violenze di gruppo, conti bancari prosciugati ed esperienze terrificanti per trovare la strada’ per guarire da tumori, Aids, infertilità, problemi spirituali, affettivi e matrimoniali. Erano più di diecimila le persone pronte a sopportare tutto questo in nome del metodo Arkeon, la più grande piscosetta mai esistita in Italia fino ad oggi. Si è aperto ieri, davanti al collegio penale del tribunale di Bari, il processo agli 11 guru finiti alla sbarra dopo anni di indagini della Digos. Tutti dovranno rispondere, a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere, truffa, esercizio abusivo della professione medica, violenza sessuale, maltrattamenti di minori e incapacità procurata da violenza. Gli imputati hanno preferito non presentarsi in aula, inviando a rappresentarli gli avvocati difensori. Presenti, invece, associazioni e privati che si sono costituti parte civile per il risarcimento dei danni causati dalla setta. Tra questi il Centro studi abusi psicologici Cesap, l’associazione dei familiari delle vittime delle sette Favis, il Codancons e la psicologa Lorita Tinelli. A loro si sono aggiunti ieri anche l’Ordine degli psicologi e l’Arcigay. Quest’ultimi sono entrati in ballo dopo il caso del 18enne fermano che il padre avrebbe fatto curare dalla setta per la sua omosessualità. Tra le vittime di Fermo anche un uomo, deceduto a causa di un tumore, che avrebbe abbandonato la famiglia e le cure mediche per seguire il percorso di Arkeon. Il primo colpo di scena del processo è arrivato quando gli avvocati difensori hanno presentato la lista dei testimoni: ben 275 persone, tutti adepti di Arkeon. Momenti di tensione all’ingresso in aula delle telecamere di Striscia la Notizia’ e delle moltissime televisioni presenti. Gli avvocati di Arkeon, infatti, sostenendo di voler evitare che il processo si trasformasse in un fenomeno mediatico, hanno chiesto l’allontanamento dei cameraman e dei fotografi. I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra il 1999 e il 2008, durante il quale, secondo l’accusa, la setta truffava gli adepti (tra loro anche moltissime persone del Fermano) costringendoli a partecipare a costosi seminari, convincendoli che solo in questo modo sarebbero guariti da tumori, aids, infertilità, disagi di qualsiasi genere oppure da problemi spirituali. Tra gli esercizi’ richiesti c’era quello di travestirsi e andare a chiedere l’elemosina per strada o sottoporsi a percorsi no limits’, durante i quali, sempre secondo le denunce presentate, si sarebbero consumate violenze di gruppo.

    www.gaynews.it/view.php?ID=84310

    Diffamarono i testimoni, 47 indagati
    Sotto accusa gli adepti dell’Arkeon
    La setta psico-satanica prometteva attraverso i suoi corsi di poter risolvere problemi psichici e malattie gravissime
    Investigatore. Il dirigente della Digos di Bari, Stanislao Schimera.

    Investigatore. Il dirigente della Digos di Bari, Stanislao Schimera.

    BARI — Quarantasette avvisi di garanzia sono stati notificati dai poliziotti della Digos di Bari ad adepti dell’associazione «Arkeon» responsabili di diffamazione in concorso. Il pm inquirente Francesco Bretone ha accertato che gli indagati hanno denunciato, pur sapendo della loro innocenza, coloro che pubblicamente avevano segnalato gli abusi subiti dai responsabili di «Arkeon». In particolare le vittime intervenute durante alcune trasmissioni televisive. Il leader del gruppo, Vito Carlo Moccia, – secondo la Digos – avrebbe convinto i suoi seguaci a denunciare i loro accusatori fornendo addirittura un modello di denuncia da utilizzare.

    La setta psico-satanica radicata in mezza Italia che prometteva attraverso i suoi corsi a pagamento di poter risolvere problemi psichici, malattie gravissime, ricongiungimenti con la persona amata, è stata smascherata nel 2007 dalla Digos di Bari e nei giorni scorsi è iniziato il processo. Secondo gli inquirenti il maestro Moccia (aveva fondato l’associazione «The sacred Path» il 4 giugno del ’99) era un truffatore che utilizzando tecniche ispirate alle filosofie orientali del Reiki, reinventate da lui e dal suo gruppo, in dieci anni è riuscito a ingannare migliaia di persone, tra cui anche professionisti. Per partecipare ai seminari di «Arkeon», il costo minimo si aggirava sui 260 euro fino a 20 o 30 mila euro (a seconda del livello), ma una coppia del nord Italia per risolvere la crisi coniugale ha sborsato 200 milioni delle vecchie lire. Nei seminari il Maestro faceva fare esercizi terapici che portavano alla spersonalizzazione e alla accettazione di qualsiasi indicazione venisse dal maestro.

    Angela Balenzano
    26 marzo 2010

  • La curia di Bologna non ascolta la verità delle educatrici dell asilo

    La curia di Bologna non ascolta la verità delle educatrici dell asilo

    la Nuova Ferrara — 19 marzo 2010 pagina 17 sezione: AGENDA E LETTERE
    S ono una delle educatrici coinvolte nella vicenda del parroco-pedofilo che gestiva una Scuola Materna della provincia di Ferrara e vorrei rispondere ad alcune dichiarazioni di Monsignor Vecchi apparse su diversi quotidiani nella giornata di martedi 16 marzo 2010. Tengo a precisare che la “verità sul parroco arrestato per molestie”… è solo scritta negli atti depositati in Tribunale e non certo su un diario. Il Vicario può aver ragione quando dice che lui personalmente ne è venuto a conoscenza a denuncia fatta, ma non ha ragione quando dice che la Curia non sapeva. Qui non si sta facendo un “processo” a chi della Curia sapeva, ma la Curia come Ente Ecclesiastico ne era a perfetta conoscenza da circa 6 mesi prima della denuncia. Mi chiedo come mai il Vicario che ha preceduto Monsignor Vecchi ha sottovalutato la cosa soffermandosi semplicemente ad invitare il parroco a non entrare più nella scuola perché c’era gente cattiva che lo accusava di abusare di alcuni bambini che frequentavano la scuola materna; e dire che queste cose gliele aveva confidate un “religioso” di un’altra parrocchia. Ma sono cose da sottovalutare? Le educatrici potranno mai inventare una cosa così grave solo perché hanno dei dissapori con il proprio datore di lavoro? Perché il Vicario dopo aver avvisato il Parroco non ha convocato anche noi? È vero che Monsignor Vecchi ha fatto ritirare le prime lettere di licenziamento ma è anche vero che dal 5 gennaio 2005 quando venne a conoscenza della vicenda, nessuno con noi e i genitori coinvolti si è mai fatto vivo. Perché nessuno è mai venuto a parlare con noi? Ma la condanna inflitta, se pur in primo grado al sacerdote in oggetto, è stata inflitta solo per incompetenza del giudice? Eppure gli sono stati dati più anni di quelli richiesti dal pubblico ministero. Ma allora vi sembra tutto inventato? In un momento in cui si fa tanta attenzione alle insegnanti che maltrattano i bambini (vedi il caso di Pistoia) non capisco perché non si dia la stessa importanza a chi come noi per difendersi ha perso il posto di lavoro, ci ha rimesso in soldi e salute e per ultimo ma non meno importante siamo state additate più volte da buona parte del Paese. Allo stesso tempo inoltre non capisco come mai in un momento in cui il Santo Padre Benedetto XVI è così impegnato nel voler punire chi commette questi gravi atti criminali nei confronti dell’infanzia, la nostra verità non viene ascoltata! M.B.

  • Pedofilia, “L’ex sacerdote non deve essere scarcerato”

    Pedofilia, “L’ex sacerdote non deve essere scarcerato”

    Il religioso, condannato a 12 anni per abusi sessuali su bambini è stato espulso dalla chiesa, ma secondo l’associazione che fece aprire l’indagine si rischia la scarcerazione per cavilli giudiziari. “Potrebbe tornare in Nicaragua per regolare i conti con i testimoni”

    Pedofilia, “L’ex sacerdote non deve essere scarcerato”

    L’Associazione Solidando Onlus di Cagliari ha diffuso una nota nella quale esprime il timore che Marco Dessì, ex sacerdote missionario in Nicaragua, torni in libertà. Il religioso, dopo una lunga inchiesta partita proprio da Parma, era stato condannato in primo grado a 12 anni di reclusione, con rito abbreviato, per abusi sessuali su minori accolti nella missione sudamericana affidata alla sua responsabilità. Recentemente era stato espulso dalla Chiesa con un decreto di Benedetto XVI (la vicenda). L’associazione, dalla quale era partita la denuncia degli abusi, teme che Dessì possa essere rimesso in libertà per una serie di cavilli giudiziari e possa, quindi, ritornare in Nicaragua per ”regolare” i conti con quanti hanno testimoniato contro di lui e con i loro familiari.

    http://parma.repubblica.it/cronaca/2010/03/18/news/condannato_per_pedofilia-2750238/

    Don Marco: nessun perdono
    Trasparenza e rapidità per il preete

    Don Marco: nessun perdono Trasparenza e rapidità per il preete DON MARCO DESSI’
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    Il caso del prete pedofilo di Villamassargia ha fatto da apripista alla lettera di Benedetto XVI sugli abusi sessuali del clero. Una nota ufficiale inviata dal Vaticano anche a quelli che denunciarono la vicenda.

    di LUCIO SALIS

    Domani il Papa divulgherà una lettera sulla pedofilia. È destinata a tranquillizzare i fedeli della Chiesa d’Irlanda, dopo lo scandalo, illustrato nel Murphy commission report , per il quale lo stesso Ratzinger aveva pubblicamente espresso «vergogna». Ma, indirettamente, riguarderà tutti gli altri Paesi nei quali è esploso il fenomeno dei preti pedofili. Compresa la Germania, dove schizzi di fango hanno sfiorato la stessa figura del Pontefice, (o meglio, il fratello Georg, direttore del coro di Ratisbona).

    TRASPARENZA Ormai è un’onda montante che la Chiesa affronta mostrandosi aperta, pronta a discutere pubblicamente, per arginare l’accusa di aver fatto finta di non vedere anche i casi più scabrosi e di averne insabbiati altrettanti. È in corso una strategia della trasparenza che, insieme a Ratzinger, ha visto scendere in campo cardinali (ultimo monsignor Rino Fisichella) e dignitari della Chiesa abituati a operare in silenzio. Come monsignor Charles J. Chicluna, severo Promotore di giustizia (Pm) della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), capo degli 007 in tonaca, custode dei più scabrosi segreti della Santa sede. Il quale ha addirittura rilasciato un’intervista (tradotta in quattro lingue, la prima e unica che si ricordi) al quotidiano L’Avvenire , in cui ha citato 3000 casi, fra efebofilia, attrazione per adolescenti dello stesso sesso, rapporti eterosessuali e vera e propria pedofilia.

    IL CASO SARDO Con una franchezza un tempo impensabile, oggi indispensabile per difendere l’immagine della Chiesa cattolica nel mondo. Per coincidenza di tempi, l’operazione non abbiamo niente da nascondere investe anche la Sardegna. Uno degli ultimi casi di cui si è dovuta occupare la Congregazione per la dottrina della fede riguarda infatti Marco Dessì, l’ex missionario di Villamassargia ridotto dal Papa allo stato laicale dopo aver abusato, per anni, dei bambini del Coro del Getsemani (ancora una volta un coro) nell’Hogar del nino (orfanotrofio) di Chinandega (Nicaragua). Nei giorni scorsi, la Congregazione ha comunicato, con una lettera ai volontari sardi ed emiliani che lo avevano denunciato, di aver cacciato Dessì dalla Chiesa. Una nota ufficiale, intestata Congregatio pro doctrina fidei , sormontata dallo stemma vaticano, numero di protocollo 239/2006-31234, inviata alle associazioni Solidando, di Cagliari e Rock no war di Modena.

    IL MESSAGGIO Firmata dal segretario della Congregazione, Luis F. Ladaria, arcivescovo titolare di Thibica, spedita per posta, come quelle che partono dai palazzi di giustizia di tutta Italia. E, a parte un tocco di solennità tipico del mittente (accanto al protocollo: in responsione fiat mentio huius numeri) si nota lo stile burocratico «A riscontro della Sua pregiata…» e sbrigativo col quale si liquida «il signor Marco Dessì, una volta sacerdote della Pia Associazione Gesù divino operaio , condannato per abuso di minori dalla competente autorità italiana». Ma è il significato più profondo della missiva a colpire. Mentre in tutte le parti del mondo la Chiesa cattolica viene accusata di occultare e sopire gli scandali, in questo caso dà testimonianza di aver ricevuto da un gruppo di cittadini una denuncia contro un suo ministro, di aver svolto le opportune indagini e di aver fatto giustizia.

    LA CONDANNA Tutto alla luce del sole. Con la necessaria prudenza, ma in tempi accettabili: meno di cinque anni, fra la denuncia e la sentenza. Intanto la magistratura italiana arranca, fra Cassazione e appelli. Dalla lettera emerge inoltre la severissima procedura applicata nei confronti di Dessì, “dimesso dallo stato clericale ex officio et in poenam” con un decreto della Congregazione autorizzato dal Pontefice in persona. Come lo stesso Chicluna dichiarò al cronista (e poi ha confermato nell’intervista ad Avvenire) «nel 10 per cento dei casi, quelli particolarmente gravi e con prove schiaccianti, il Santo Padre si è assunto la dolorosa responsabilità di autorizzare un decreto di dimissione dallo stato clericale». Non si è ritenuto opportuno neppure celebrare un processo penale o amministrativo, com’è avvenuto nel 20 per cento delle vicende su preti pedofili. Per accertare le responsabilità di Dessì, infatti, nel 2005 Chicluna inviò in Nicaragua il suo vice, padre Pedro Funes Miguel Diaz. Al suo rientro, emise un precetto che intimava al prete sardo di tornare immediatamente in Italia, ritirarsi in una casa di preghiera e di astenersi dalla celebrazione dei sacramenti.

    LE PAURE Anche oggi il Vaticano teme che, una volta scontata la pena (8 anni), l’ex prete possa rientrare in Nicaragua dove, coi soldi dei benefattori, ha realizzato scuole, ospedali, e istituti di ricovero. Patrimonio di valore che, mentre era confinato in Italia, si premurava di far intestare a parenti. Da qui, l’emissione, il 13 gennaio scorso, di un decreto penale, a pena di interdetto, col quale «per il bene delle anime e per impedire la reiterazione dei delitti denunciati», si inibisce a Dessì di rimettere piede in Nicaragua senza il permesso scritto della Congregazione. Anche l’associazione Solidando, in un comunicato, esprime la preoccupazione che «Marco Dessì possa tornare in Nicaragua per regolare i conti con quanti hanno testimoniato contro di lui e con i loro familiari, già pesantemente minacciati», ma soprattutto «che possa riprendere le sue pratiche illecite ai danni dei minori».

    LA MORALE Dopo aver richiamato i termini della triste vicenda, Solidando scrive: «La Santa Sede ci ha incoraggiato nel nostro proposito di denunciare il fatto alla magistratura italiana». Successivamente, la stessa Congregazione per la dottrina della fede ha contribuito all’assistenza dei giovani arrivati in Italia dal Nicaragua per deporre in Tribunale e si è preoccupata di tutelarli al rientro nel loro Paese. Riguardo alla dolorosa esperienza nel paese del centro America, Solidando precisa di aver agito contro Marco Dessì «con il solo scopo di pervenire alla verità e come responsabilità morale nei confronti di tutte le persone che hanno sostenuto e sostengono i nostri progetti».

    Giovedì 18 marzo 2010 08.25

  • Don “Lu” resta in carcere: respinto l’appello dei legali

    Don “Lu” resta in carcere: respinto l’appello dei legali

    18 marzo 2010 delle ore 16:23

    Don “Lu” resta in carcere: respinto l’appello dei legali

    Alassio. Don Luciano deve restare in carcere. E’ questo il verdetto emesso anche dal Tribunale di Genova al quale si erano rivolti in sede di appello i legali del sacerdote alassino. Gli avvocati Alessandro Chirivì e Mauro Ronco avevano infatti deciso di appellarsi contro la decisione, del 24 febbraio scorso, di respingere la richiesta di scarcerazione di Don “Lu”.

    Nemmeno stavolta però la loro domanda è stata accolta. Il parroco, accusato di violenza sessuale su una bambina di 12 anni, non potrà quindi lasciare il carcere di Sanremo nel quale si trova rinchiuso dal gennaio scorso.

    www.ivg.it/2010/03/18/don-lu-resta-…llo-dei-legali/

  • Preti pedofili: Benedetto XVI e Bertone sotto accusa. Nel 2001 ordinarono ai vescovi di tacere sugli abusi

    Preti pedofili: Benedetto XVI e Bertone sotto accusa. Nel 2001 ordinarono ai vescovi di tacere sugli abusi

    Il Papa Benedetto XVI – Nel pieno delle polemiche per lo scandalo degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti tedeschi e da quelli irlandesi, viene riesumata dal passato, esattamente dagli anni Novanta, una vicenda giudiziaria che lo riguarda direttamente il Papa, Benedetto XVI. Nessun giornale ne ha dato notizia, solo l’americano New York Times.

    In quegli anni, Benedetto XVI era prefetto per la Dottrina della fede, a Roma, ma, a migliaia di chilometri di distanza, in un tribunale del Texas, venne accusato di “cospirazione contro la giustizia” (da noi sarebbe favoreggiamento), per aver coperto alcuni sacerdoti cattolici accusati di abusi sessuali su minori.

    La posizione processuale di Ratzinger venne poi stralciata, quando fu eletto Papa, su richiesta del governo americano (il presidente era allora George Bush), in quanto, come Capo di Stato, godeva di tutte le protezioni e garanzie connesse con la carica.

    La storia ha inizio a metà degli anni Novanta a Houston, in Texas, quando tre ragazzini denunciarono di essere stati violentati da un seminarista colombiano assegnato alla chiesa San Francesco di Sales. Il suo nome è Juan Carlos Patino Arango, all’epoca insegnava loro orientamento psicopedagogico.

    All’inizio di quest’anno, 2010, il relativo processo è entrato nel vivo, con un clamoroso colpo di scena. L’avvocato delle giovani vittime, Daniel Shea (ex seminarista a sua volta) ha presentato alla Corte distrettuale di Harris County un documento, scoperto e pubblicato già nel 2003 dal quotidiano americano Worcester Telegram&Gazette. Si tratta di una lettera “strettamente confidenziale” inviata nel maggio 2001 da Ratzinger a tutti i vescovi cattolici, nella quale si affermava che la Chiesa non intendeva rendere pubbliche le proprie indagini sui preti pedofili per un periodo di 10 anni dal momento in cui le vittime avessero raggiunto l’età adulta.

    Essa prevedeva inoltre che i resoconti delle indagini preliminari su ogni singolo caso di abuso dovevano essere inviati all’ufficio di cui Ratzinger era a capo. Il quale si riservava l’opzione di riferirne a speciali tribunali “privati”, al cui interno le cariche di giudice, pubblico ministero, notaio e rappresentante legale venivano ricoperte esclusivamente da ecclesiastici. «Situazioni di questo tipo sono coperte dal segreto pontificio», concludeva la lettera del futuro papa.

    L’infrazione del segreto in qualsiasi momento del periodo dei dieci anni di giurisdizione della Chiesa veniva intesa come una grave azione, perseguibile anche attraverso la scomunica. Una tesi confermata anche dal cardinal Bertone, cofirmatario della lettera ratzingeriana, che affermò: «Secondo il mio punto di vista, la richiesta secondo cui un vescovo debba essere obbligato a denunciare agli organi di polizia gli atti di pedofilia commessi da un prete è completamente infondata».

    L’ordine impartito da Ratzinger e Bertone, che risulta ancora valido, era quindi di impedire ai legittimi organi investigativi di far luce: «Se si impone di mantenere il riserbo prima per diciotto anni poi per altri dieci – sottolinea l’avvoca ex seminarista Shea – i responsabili la faranno franca».

    Per questo gli avvocati hanno chiesto l’imputazione di Ratzinger per avere posto ostacolo al normale corso della giustizia. Si imputa all’ex prefetto, inoltre, di aver deliberatamente allungato i tempi di “secretazione” delle indagini, per guadagnare vantaggio sui termini di prescrizione in vigore negli Stati Uniti. Non a caso lo stesso processo di Houston è civile e non penale, proprio perché in svolgimento oltre dieci anni dopo i fatti.

    Il Vaticano non commenta. L’unica strategia di difesa è stata la richiesta ufficiale di immunità diplomatica per Benedetto XVI, appunto in quanto capo non della Chiesa ma dello Stato Vaticano. Nessun accenno anche all’ipotesi di un minimo risarcimento morale, che potrebbe essere il ritiro delle disposizioni contestate, che di fatto hanno salvato da una condanna penale oltre 4mila sacerdoti solo in America . Ma il punto è che tutta la politica di Ratzinger al Sant’Uffizio è stata improntata alla copertura dei crimini.

    Questi episodi però non sono affatto isolati. Basti ricordare l’insabbiamento del caso di padre Maciel, fondatore dei ‘Legionari di Cristo’, accusato da ben otto ex discepoli di abusi sessuali. Nel 1998 il dossier sulla scrivania di Ratzinger fu praticamente sepolto e al vescovo messicano Talavera Ramirez, che chiedeva conto di questo comportamento, il prefetto rispose che «si tratta di materia molto delicata, dato che padre Maciel ha fatto molto per la Chiesa e in più è molto amico del papa».

    Meno clemenza il Sant’Uffizio ha dimostrato nel caso di don Franco Barbero, sacerdote piemontese animatore di una comunità di base, favorevole al matrimonio dei preti e persino alle unioni gay. Per lui, naturalmente, la cacciata dalla Chiesa è stata immediata e inappellabile, senza neanche un’audizione dell’imputato.

    Ecco il testo integrale tradotto dal latino dell’ordine impartito per iscritto da Ratzinger e Bertone:

    «LETTERA inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa I DELITTI PIU’ GRAVI riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001 Per l’applicazione della legge ecclesiastica, che all’art. 52 della Costituzione apostolica sulla curia romana dice: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.

    Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici. Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i padri della Congregazione per la dottrina della fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al sommo pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale apostolico.

    Tutte queste cose sono state dal sommo pontefice approvate, confermate e promulgate con la lettera apostolica emanata come motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela. I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono: – I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio dell’eucaristia, cioè: 1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate: 2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della medesima; 3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale; 4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica; – Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè: 1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo; 2° la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso; 3° la violazione diretta del sigillo sacramentale; – Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.

    Al Tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione. Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione. Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni.

    La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età. Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti. Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la dottrina della fede. Tutti i tribunali della Chiesa latina e delle Chiese orientali cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la dottrina della fede e da applicare in tutto. Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio.

    Con la presente lettera, inviata per mandato del sommo pontefice a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, ai superiori generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati sia una sollecita cura pastorale. Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001. Joseph card. Ratzinger, prefetto. Tarcisio Bertone, SDB, arc. em. di Vercelli, segretario»

    http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/preti-pedofili-benedetto-xvi-bertone-accusa-vescovi-abusi-289444/

  • Savona: don Lu, oggi dal gip la perizia sulla bimba

    Savona: don Lu, oggi dal gip la perizia sulla bimba

    Sarà discussa oggi davanti al giudice Emilio Fois la perizia sulla chierichetta di dodici anni effettuata da una psichiatra che aveva il compito di verificare l’attendibilita’ del racconto della ragazzina che avrebbe subito le presunte violenze da parte di don Luciano Massaferro, il parroco di San Vincenzo e San Giovanni di Alassio, in carcere dal 29 dicembre prima in quello di Chiavari poi a Sanremo. Da una prima valutazione emersa nei mesi scorsi, a detta degli avvocati, i racconti della bambina non sarebbero da ritenersi attendibili, ma stando a quanto trapelato l’esito finale della perizia ribalterebbe la versione fornita dei legali. Tra l’altro sarebbero anche stati riascoltati gli amichetti della presunta vittima delle molestie del prete. Alcuni forse influenzati dai genitori non avrebbero raccontato la verita’ su fatti e circostanze poi contestate al sacerdote.
    Intanto c’e’ attesa su un altro fronte perche’ a breve potrebbero pronunciarsi anche i giudici del Tribunale del riesame su un’ennesima richiesta di scarcerazione del prete.

    Mercoledì 17 Marzo 2010 ore 08:04

    www.savonanews.it/it/internal.php?news_code=72009

     

  • Il servizio alla verità non contempla bugie

    Il servizio alla verità non contempla bugie

    di ALDO BALZANELLI – Quando si accusa qualcuno di fare “un cattivo servizio alla verità”, come ha fatto ieri nei confronti di Repubblica il settimanale della Curia, bisognerebbe evitare di dire bugie. “Al momento della nomina a Vicario generale di monsignor Ernesto Vecchi (28 maggio 2004) i vertici della Curia non erano al corrente….” scrive Bologna Sette parlando per la prima volta del caso di un prete della diocesi che è stato condannato in primo grado per aver molestato numerose bambine.

    Per la verità più che di un articolo si tratta soltanto dell´autodifesa di monsignor Vecchi costruita sulla scorta dei suoi “diari”, ma purtroppo per lui e per il settimanale diocesano, la Curia invece “era al corrente”. Lo afferma lo stesso sacerdote al processo, ma lo ha ammesso il predecessore di Vecchi, monsignor Stagni, spiegando di aver forse sottovalutato la vicenda per aver creduto al giuramento d´innocenza del prete.

    Per il resto il settimanale diocesano spende colonne di piombo per ricostruire aspetti marginali della vicenda, quasi che la vertenza sindacale tra il prete e gli insegnanti sia prevalente sulle molestie pedofile. Ma soprattutto, anche a distanza di anni, non una sola parola di solidarietà e comprensione viene pronunciata nei confronti delle famiglie delle bambine che ancora oggi portano i segni di quegli episodi.

    O degli insegnanti che si sono esposti per evitare che quegli abusi proseguissero. Non una sola parola per spiegare come mai quando il caso esplose con la denuncia del sacerdote, i vertici della Curia non inviarono nessuno a verificare cosa era successo in quella scuola. Non una sola parola per spiegare quali risultati abbia dato il processo ecclesiastico, istruito in gran segreto. Né per contraddire l´impressione avuta da una testimone convocata in Curia che più che un di un processo si trattasse di un´occasione per raccogliere elementi utili a scagionare il prete.

    Neanche una parola sul perché la Curia non abbia neppure risposto alla richiesta di risarcimento avanzata dal legale delle famiglie, visto che il sacerdote è nullatenente e come tale non è in grado di pagare la somma stabilita dal tribunale. E´ stata proprio questa richiesta che ha riportato all´attenzione della cronaca una vicenda rimasta a lungo semisconosciuta.

    Quello che Repubblica ha fatto non è “un cattivo servizio alla verità” ma semplicemente la ricostruzione di fatti, insieme alle sottovalutazioni, ai silenzi, agli imbarazzi, alle ambiguità a cui la Curia non ha mai dato spiegazioni. C´è un abisso tra la nuova volontà di trasparenza della Chiesa, le dolorose ma coraggiose ammissioni di tanti vescovi e l´atteggiamento della Curia bolognese. E sarebbe interessante, con tutto il rispetto, conoscere l´opinione al proposito del cardinal Caffarra.

    http://bologna.repubblica.it/cronaca/2010/03/15/news/il_servizio_alla_verit_non_contempla_bugie-2666759/

  • Rispoli al vescovo: segnalateci gli abusi Il procuratore: «Apprezzo l’operazione trasparenza ma non si dimentichi la Procura»

    Rispoli al vescovo: segnalateci gli abusi Il procuratore: «Apprezzo l’operazione trasparenza ma non si dimentichi la Procura»

    Data: 12/03/2010

    Rispoli al vescovo: segnalateci gli abusi
    Il procuratore: «Apprezzo l’operazione trasparenza ma non si dimentichi la Procura»

    Per il caso don Carli la Curia difese in aula quanto previsto dal diritto canonico in vigore

    BOLZANO. La Chiesa non può pensare di gestire in proprio le eventuali denunce di violenze compiute nel passato anche in Alto Adige. E’, nella sostanza, la puntualizzazione fatta ieri dal procuratore capo Guido Rispoli dopo aver avuto notizia dell’operazione trasparenza avviata dal vescovo Karl Golser. «Auspico – ha detto il procuratore – che eventuali notizie di reato vengano girate tempestivamente alla Procura».
    Ieri mattina su questo tema il procuratore ha anche avuto un incontro con il sostituto Donatella Marchesini. Si tratta del magistrato che condusse l’inchiesta penale a carico di don Giorgio Carli, il sacerdote bolzanino finito sotto processo a distanza di 15 anni dalle presunte violenze sessuali ai danni di una parrocchiana che all’epoca dei fatti aveva appena otto anni. Nel corso di quel processo era stato chiamato a deporre anche l’allora vescovo Wilhelm Egger che aveva difeso il diritto della Chiesa a trattare determinate segnalazioni secondo le proprie regole e le proprie gerarchie. L’allora procuratore Cuno Tarfusser aveva contestato, nei fatti, questo tipo di logica. Nel processo a don Giorgio era sostanzialmente emerso che la Chiesa avrebbe evitato di approfondire (all’epoca dei fatti) le accuse al sacerdote bolzanino per una «ragione di Stato».
    Nel corso dell’udienza davanti al tribunale, l’allora vescovo Egger confermò che nel caso don Carli la Chiesa si mosse secondo il proprio ordinamento (che trova riscontro nel diritto canonico) non avendo alcun obbligo né nei confronti della presunta parte lesa né nei confronti dell’autorità civile, cioè la magistratura.
    Questo perchè il protocollo prevede il diritto di adire la Congregazione per la Fede, dunque per aprire una sorta di inchiesta interna parallela a quella civile della magistratura. Proprio dall’analisi del diritto canonico, più volte richiamato in aula, emerse piano piano la logica con cui la Chiesa si mosse per il caso don Carli e cioè la tutela della comunità ed il rispetto dell’accusato con l’obiettivo di tutelare la buona fama dei sacerdoti («la vita di un religioso dev’essere d’esempio») nell’interesse della Comunità dei fedeli.
    Ora nel pieno della bufera tedesca per il caso Ratisbona, l’operazione trasparenza voluta dal nuovo vescovo rischia di dover fare i conti anche con la richiesta della magistratura di essere sempre considerata punto di riferimento in caso di segnalazioni di casi di violenze o abusi del passato. «Da parte mia c’è massimo apprezzamento per l’iniziativa del vescovo – ha detto ieri il procuratore Rispoli – ma evidenzio che sarebbe opportuno che in caso di segnalazioni di violenze o abusi, queste vengano immediatamente girate alla magistratura prima ancora degli eventuali accertamenti interni della Chiesa. Questo per salvaguardare la necessità della magistratura di acquisire eventuali elementi probatori». (ma.be.)

    © R http://stage7.presstoday.com/_Standard/Articles/19343229

    Matzneller è l incaricato della curia

    Alto Adige — 11 marzo 2010 pagina 14 sezione: CRONACA
    BOLZANO. Da ieri la diocesi ha attivato una nuova casella di posta elettronica cui è possibile inviare le segnalazioni di eventuali abusi commessi da sacerdoti: molestie@bz-bx.net. Il vicario generale Josef Matzneller è il responsabile diocesano dell’esame di «tutti i presunti casi di molestie e di abusi sessuali all’interno della Chiesa Cattolica». Il documento «Ogni abuso è uno di troppo», pubblicato ieri sul sito della diocesi, spiega la procedura. Il vicario «dopo avere chiarito le varie posizioni, ha il compito di sostenere le vittime e di prendere provvedimenti contro i responsabili. Si devono chiarire le conseguenze legali e all’interno della Chiesa si devono trarne quindi le giuste conseguenze». Il documento resterà in apertura della homepage per alcune settimane, poi sotto la voce «suggerimenti» resterà lo spazio dedicato alle segnalazioni di abusi, inserito nel sito da oltre cinque anni.

    Il vescovo: «Denunciate gli abusi»

    Alto Adige — 11 marzo 2010 pagina 14 sezione: CRONACA
    BOLZANO. Operazione trasparenza del vescovo Karl Golser sugli abusi commessi da sacerdoti. Nel pieno della bufera tedesca, la diocesi ha deciso di invitare pubblicamente le eventuali vittime a farsi avanti, segnalando cosa è accaduto. Il vicario generale Josef Matzneller, responsabile diocesano per le presunte molestie, spiega con poche parole la scelta di affrontare così direttamente il tema più devastante per la Chiesa: «Non vogliamo reagire alle situazioni, ma affrontarle». Ecco allora la presa di posizione pubblicata ieri: «La Diocesi condanna ogni tipo di abuso». C’è il riconoscimento che le vittime «hanno il diritto» che i fatti vengano accertati. C’è l’impegno a prendere provvedimenti contro i responsabili». E perfino una casella di posta elettronica dedicata: molestie@bz-bx.net. Proprio ieri alla radio Rai di lingua tedesca l’attore Luis Benedikter, ex ospite del convitto dell’ordine agostiniano all’abbazia di Novacella, ha dichiarato di essere stato testimone da ragazzo di percosse crudeli contro altri studenti. Fatti che sarebbero avvenuti tra gli anni Cinquanta e Sessanta, denunciati pubblicamente solo ora. E’ proprio questo il fenomeno che sta sconvolgendo la Chiesa, oggi in Europa dopo gli Usa: violenze che emergono a distanza di decenni. La Chiesa è accusata di avere ignorato o coperto le violenze sessuali e fisiche commesse da sacerdoti e suore. Fino alle ammissioni e alla richiesta di perdono. La Diocesi ha deciso di gestire questo fenomeno con la massima trasparenza e si è affidata al sito internet. Da ieri lo spazio principale della homepage della diocesi è occupato dall’annuncio che verrà aperto sul web un forum in cui possono essere inserite le segnalazioni dei presunti abusi. In realtà già da alcuni anni, ancora ai tempi del vescovo Egger, alla voce «suggerimenti» del sito, si trova il capitolo «Presunte molestie da parte di sacerdoti», in cui viene chiarito che le segnalazioni vengono subito esaminate. La notizia di ieri è che questo diventa il «tema» principale della homepage per alcune settimane, con un documento. Il testo è dominato dalla fotografia in penombra di una galleria. Sensazione di paura e pericolo. Il titolo è più che esplicito: «Ogni abuso è uno di troppo». Questo il testo: «La Diocesi è profondamente rammaricata e condanna ogni tipo di abuso. La Chiesa desidera chiarire in modo sincero questi fatti, poiché le vittime ne hanno il diritto. Per questo motivo la diocesi intende tra l’altro creare sul sito internet diocesano un forum in cui vengano esaminate eventuali segnalazioni di abusi. In questo modo si vuole assicurare che ogni segnalazione venga subito presa in considerazione e verificata, perché la protezione delle eventuali vittime ha la massima priorità. Eventuali abusi verranno immediatamente esaminati dal responsabile diocesano per presunte molestie, il vicario generale Josef Matzneller. Allo stesso tempo la Diocesi s’impegna nel campo della prevenzione nelle istituzioni diocesane a promuovere una cultura dell’attenzione e un’educazione in cui si ponga al centro il rafforzamento della personalità di ogni bambino e di ogni giovane». Francesca Gonzato

    I Verdi: bravo Golser, un esempio

    Alto Adige — 11 marzo 2010 pagina 14 sezione: CRONACA
    BOLZANO. La Chiesa altoatesina promette di analizzare con scrupolo le segnalazioni di abusi commessi da sacerdoti. I Verdi plaudono alla linea di trasparenza sancita ieri dal vescovo Karl Golser con il documento pubblicato sul sito internet della Diocesi. Ma non solo. I consiglieri Hans Heiss e Riccardo Dello Sbarba hanno depositato una interrogazione in consiglio provinciale in cui chiedono se la giunta è a conoscenza di casi di molestie avvenuti in scuole e collegi cattolici. Secondo i Verdi è auspicabile che venga istituita una agenzia, che possa diventare un punto di riferimento per le vittime di abusi e allo stesso tempo un centro di monitoraggio. Così Dello Sbarba commenta l’invito della diocesi perché vengano segnalati eventuali episodi: «Bravissimo il nostro vescovo Karl Golser. Un esempio, rispetto a quanto accade in Germania tra omertà, silenzi e tentativi di coprire».

  • Reportage dell’inviato di Repubblica racconta le “ferite d’Irlanda”

    Reportage dell’inviato di Repubblica racconta le “ferite d’Irlanda”

    Irlanda
    Reportage dell’inviato di Repubblica racconta le “ferite d’Irlanda”
    Le ferite d’Irlanda
    DAL NOSTRO INVIATO ENRICO FRANCESCHINI
    Repubblica 5 marzo 2010
    DUBLINO Era una bambina di otto anni, quando la strapparono dalle braccia della madre, giudicata incapace di provvedere ai suoi bisogni, e la rinchiusero in orfanotrofio. «Ho vissuto prigioniera di un incubo fino alla maggiore età», ricorda Kathleen O’Sullivan, una delle vittime delle violenze e degli abusi sessuali perpetrati per decenni nelle scuole, nei riformatori, nelle parrocchie di tutta l’Irlanda. «Le suore ci affamavano, mangiavo la carne, una salsiccia, soltanto a Natale, e ricevevo un uovo sodo per Pasqua. Ma questo era il meno. Ci picchiavano per un nonnulla. Ci seviziavano fisicamente e psicologicamente. Facevo la pipì a letto dalla paura tutte le notti, e loro per punizione mi costringevano a sfilare nuda per la camerata con in testa le lenzuola bagnate di urina. Era un sistema sadico, satanico. I giornali hanno scritto che è stato il nostro Olocausto». «Ma se è così aspettiamo ancora la Norimberga che faccia piena luce e giustizia su quel mostruoso abominio». Luce e giustizia dovevano venire con l’inchiesta ordinata dal governo, durata dieci anni e conclusa nel maggio scorso da un voluminoso rapporto. Cinquemila pagine di testimonianze e indagini sull’attività di 216 istituti gestiti da preti, frati, suore, dai quali tra il 1914 e il 2000 sono passati 35 mila minorenni. La pubblicazione ha sconvolto l’Isola di Smeraldo. Il 90 per cento dei testimoni hanno riportato di avere subito violenze fisiche. La metà hanno raccontato di avere sofferto abusi sessuali. Molti erano orfani. Altri, come Kathleen O’Sullivan, venivano strappati a famiglie povere senza alcuna ragione, per essere trasformati in schiavi del lavoro. Malnutrizione, percosse, terrore e stupri erano il loro pane quotidiano. Tra gli irlandesi, lo shock è stato immenso. E’ perfino diminuito, secondo le statistiche, il numero dei fedeli a messa. Molta gente ha perso la fede: nella Chiesa, nello Stato, nel prossimo. L’Irlanda si è guardata allo specchio, e quel che ha visto l’ha fatta rabbrividire. Eppure, a sei mesi di distanza dalla pubblicazione, si moltipllcano le accuse secondo cui il rapporto è stato una«copertura», un «insabbiamento» o «solo la punta dell’iceberg», come sostiene Kathleen, una delle poche vittime che è riuscita a ricostruirsi un’esistenza: oggi fa il giudice dì pace e ha scritto un libro, “Childhood interrupted” (Infanzia interrotta), sulla tragedia vissuta da lei e da migliala di suoi compatrioti. Il processo di riparazione e di espiazione, affermano le associazioni formate dai “superstiti”, è stato sommario, sbrigativo, riduttivo. Per cominciare, il rapporto non fa nomi, ne delle vittime, e questo è in parte comprensibile, ne dei carnefici -a meno che non siano già stati condannati in sede giudiziaria.e questo protegge decine o centinaia di individui non solo dalla giustìzia penale ma dall’essere almeno identificati in pubblico. «Due delle suore che mi hanno torturato per anni sono ancora vive, libere», dice la signora O’Sullivan, «io vorrei ritrovarmi con loro in un’aula di tribunale, guardarle in faccia, sentire cosa rispondono alle accuse, e non è possibile». In secondo luogo, soltanto una parte delle vittime sono state rintracciate e interrogate: «Nessuno ha interrogato me, e chissà quante altre non sono state ascoltate», accusa Kathleen. E inoltre, per effetto di un accordo con i Christian Brothers, la più vasta associazione religiosa nazionale, è soprattutto lo stato, non la Chiesa, a pagare risarcimenti alle vittime che fanno causa, 12 mila delle quali hanno finora ricevuto compensazioni per un totale di un miliardo di euro. La Chiesa irlandese se l’è cavata con un indennizzo una tantum di 34 milioni di euro e l’accordo lamette al sicuro da ulteriori rivendicazioni legali. Se non in denaro, la Chiesa ha pagato in mortificazioni. Un cardinale irlandese è andato in pensione in anticipo. Quattro vescovi, su pressioni del Vaticano, sono stati costretti a dimettersi. Un pugno di sacerdoti sono finiti in prigione. Uno si è suicidato. E a Roma Benedetto XVI ha chiesto che siano prese misure per impedire che “accadano di nuovo simili abusi». Ma è abbastanza? Non per le vittime. Il rapporto rivela che l’Arciodiocesi di Dublino ha «ossessivamente» nascosto gli abusi per almeno trent’anni. Tredici vescovi erano a conoscenza delle violenze e non le denunciarono. Un prete ammise di avere abusato sessualmente di oltre cento bambini, e non venne rimosso dall’incarico. Un altro confessò di avere abusato sessualmente di un bambino alla settimana per venticinque anni, e non perse il posto. «Non ci sono stati arresti o dimissioni di massa, ne trai religiosi, ne tra le autorità che ne sono diventate complici, coprendone i crimini», dice Kathleen O’Sullivan. La commissione d’inchiesta è stata creata sull’onda dello scandalo suscitato da un coraggioso documentario televisivo che rivelò per la prima volta cosa si nascondeva dietro le mura di chiese e conventi, accusano le associazioni delle vittime, ma lo scopo era «voltare pagina, chiudere il doloroso capitolo, se non in-sabbiare».Dice ancora Kathleen nel suo j’accuse senza più lacrime da spargere: «II primo presidente della commissione si è dimesso dopo tré anni affermando che non aveva libertà di manovra, insomma che non poteva lavorare. Il presidente che ne ha preso il posto era un giudice legato all’establishment religioso. Il risultato si vede». Beninteso, le cinquemila pagine del rapporto non sorvolano su quello che accadeva dentro le «case degli orrori», come le definiscono le vittime. I giornali ne hanno finora riassunto il contenuto ed è bastato per farli sommergere di lettere che dicono: «Mi vergogno di essere irlandese». Non è una lettura facile, ma bisogna farla, per cercare di capire. E’ come se da quegli edifici adornati dal crocefisso su cui è morto il Signore, da quelle case di Dio in cui vigeva, per gran parte della giornata, la regola del silenzio, tutto ami tratto fuoriuscissero le urla disperate di generazioni di bambini. Ascoltiamoli. I bambini venivano «presi a pugni, a calci, frustati, accoltellati, obbligati a inginocchiarsi o a restare in piedi per giorni, costretti a dormire all’aperto in inverno, a fare docce gelate, appesi a un palo, assaliti da cani, legati per essere picchiati meglio». Dice uno: «Non feci bene il letto. Il prete mi fece denudare e mi frustò lungamente con una frusta di cuoio a cui erano attaccate delle monete». Un altro: «Appena arrivato, il frate mi fece spogliare, piegare a gambe larghe su una scrivania, mi ordinò di dire il Padre Nostro e si mise a frustarmi». Un terzo: «Non dimenticherò mai il gatto a nove code». Un altro: «II prete lasciava la frusta di cuoio all’aperto di notte, perché si gelasse e facesse più male». Ancora: «Mi mettevano sale nelle ferite perché bruciassero di più». Un altro: «Gli piaceva tenermi la testa fra le gambe e frustarmi nel sedere». Ancora: «La notte era la cosa peggiore, se non venivano a prenderete, sentivi che portavano via un altro e le urla risuonavano per tutto l’edificio». Elenco di abusi sessuali in un istituto religioso: «89 masturbazioni forzate, 68 stupri anali, 6 penetrazioni digitali». Un ragazzino: «II prete mi prese la mano, e se la mise nelle parti private. Scoppiai a piangere. Mi schiaffeggiò. La notte dopo tomo e feci come voleva». Un altro: «Mi chiudeva a chiave nella sua stanza, mi spogliava, si faceva toccare, mi picchiava e poi mi stuprava». Un terzo: «Un frate guardava mentre l’altro mi stuprava, poi facevano cambio». Una bambina: «La suora mi frustava con una cintura dalla fibbia di metallo». Un’altra: «La suora mi faceva mangiare il mio vomito». Una terza: «Mi legò al letto e mi diede cento frustate». Elenco di abusi sessuali, stavolta su femminucce: «27 stupri vaginali, 22 masturbazioni forzate, 10 contatti genitali». Un esempio per tutti: «La suora mi portò da un uomo. Lei mi spogliò, mi lavò, mi toccò, poi mi diede a lui perché mi stuprasse». Tutti i giorni, tré volte al giorno, i rintocchi della campana dell’Angelus risuonano sul primo canale della televisione nazionale irlandese, come

    a scandire il tempo del paese più ferventemente cattolico d’Europa. Ma oggi gli irlandesi si chiedono angosciosamente per chi suona davvero quella campana. Per le migliala di vittime dell’abominio, che hanno ottenuto solo una parvenza di giustizia? Perla chiesa cattolica irlandese, avvilita da dimissioni e processi? Oppure per il Vaticano e per papa Benedetto XVI, che le associazioni di sopravvissuti alla tragedia accusano di una condanna tardiva e troppo debole? O suona per l’Irlanda intera, per le sue istituzioni, sospettate di avere lanciato l’inchiesta più per nascondere che per fare emergere fino in fondo le dimensioni dell’orrore e le responsabilità collettive? «Ecco cosami fa più orrore», dice Kathleen O’Sullivan. «L’idea che cosi tanti abbiano potuto fare così tanto male, o almeno l’abbiano tollerato, abbiano preferito non vederlo e anche oggi preferiscano dimenticare. Viene da chiedersi se erano tutti mostri o se questa è la normalità umana». Non solo per vittime e carnefici, non solo per preti e suore, per politici e poliziotti, suona a Dublino la campana dell’Angelus. Essa suona per tutti.