Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il caso degli abusi in Italia evidenzia come lo scandalo stia lentamente cominciando a venire alla luce nel cortile di casa del Papa

    Il caso degli abusi in Italia evidenzia come lo scandalo stia lentamente cominciando a venire alla luce nel cortile di casa del Papa

    ROMA – Lo scandalo degli abusi sessuali del clero sta lentamente prendendo piede in Italia con una crescente copertura mediatica, condanne penali e il lancio lunedì di un podcast investigativo dedicato a un caso che ha coinvolto tangenzialmente Papa Francesco.

    La scorsa settimana un tribunale siciliano ha riconosciuto colpevole un prete di violenza sessuale e tentata violenza sessuale contro tre minorenni e lo ha condannato a quattro anni e mezzo di carcere. Ha inoltre ritenuto la sua diocesi, Piazza Armerina in Sicilia, responsabile per danni civili separati e spese legali, una sentenza significativa data l’influenza che la Chiesa cattolica esercita in tutti gli aspetti della società italiana, in particolare nelle piccole città siciliane.

    Il vescovo di Piazza Armeria, Rosario Gisana, è stato registrato mentre ammetteva di aver coperto il sacerdote, reverendo Giuseppe Rugolo. È stato registrato mentre diceva di aver coperto un altro prete che aveva fatto molto peggio e descriveva le azioni di Rugolo come semplici “stupidità” di un giovane.

    La vittima Antonio Messina ha raccontato la sua storia lunedì al lancio del podcast sul suo caso, dicendo che era suo dovere parlare apertamente dopo aver affermato di essere stato “tradito” dalla sua chiesa.

    “Dopo le violenze e gli abusi che ho subito, c’è stato un altro abuso che ho ricevuto dal vescovo della diocesi di non essere creduto”, ha detto Messina. “Se questo può aprire le porte (agli altri che si fanno avanti)… allora fatelo.”

    I giornalisti investigativi italiani Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn hanno lanciato il podcast di sette episodi, utilizzando le registrazioni emerse durante il processo a porte chiuse. In uno, raccontato da Tourn, il vescovo apparentemente si vantava di avere il sostegno di Francesco perché gli aveva fatto un favore.

    Francesco, che ha visitato la diocesi di Gisana durante una gita di un giorno in Sicilia nel 2018, è chiaramente affezionato al vescovo. Lo ha detto pubblicamente alla vigilia della prevista udienza finale dei pubblici ministeri.

    “Questo vescovo è grande. È stato perseguitato, calunniato ma è stato fermo, sempre corretto, un uomo corretto», ha detto Francesco il 6 novembre durante l’udienza in Vaticano con Gisana e i pellegrini.

    La Chiesa cattolica italiana, unica per la presenza del Vaticano al suo interno, è riuscita a evitare una grande resa dei conti pubblica con la sua eredità di abusi e insabbiamenti.

    Qui lo scandalo è rimasto relativamente di basso profilo, a differenza di altri paesi in cui la gerarchia ha dovuto rispondere alla crescente indignazione pubblica, a pubblici ministeri aggressivi e avvocati civili e a una pletora di gruppi di sostegno per le vittime e media locali disposti a raccontare le loro storie.

    Sembra che almeno quest’ultimo stia lentamente cominciando a cambiare.

    La giornalista siciliana di Enna per l’agenzia di stampa italiana ANSA, Pierelisa Rizzo, che ha affermato di essere stata denunciata per diffamazione per la sua copertura del processo, ha detto che il “vaso di Pandora” per la cronaca sugli abusi del clero in Italia è stato ora aperto.

    Proprio questo fine settimana, il quotidiano nazionale La Repubblica ha pubblicato un articolo sulla difficile situazione delle suore maltrattate.

    L’avvocato Elianna Parasaliti, che rappresentava Messina, ha accolto con favore l’attenzione dei media, affermando che lei, Messina e i giornalisti che si occupavano del caso sono stati minacciati, denunciati e in alcuni casi seguiti dalla polizia durante il processo.

    «Questa attenzione per noi è stata una forma di tutela, oggi posso dirlo chiaramente, perché in questi anni abbiamo davvero temuto per noi stessi e per le nostre famiglie», ha detto. “Il clima di ostilità che abbiamo avvertito è qualcosa che non credo abbia la precedenza”.

    In una dichiarazione rilasciata la settimana scorsa dopo il verdetto, la diocesi siciliana ha respinto la copertura mediatica del processo e ha osservato che il sacerdote era stato condannato per accuse minori nel caso di Messina e che la sua ex parrocchia era stata completamente esonerata da responsabilità.

    La diocesi ha affermato di non essere responsabile delle azioni di Gisana o di quelle del suo predecessore, ma semplicemente perché era responsabile delle azioni di uno dei suoi sacerdoti.

    Sono previsti ricorsi e in Italia le sentenze non sono considerate definitive finché non sono esauriti tutti i ricorsi.

    La chiesa ha archiviato il caso internamente per un cavillo perché Rugolo era un seminarista al momento in cui sono iniziati gli abusi. Le leggi interne del Vaticano all’epoca prevedevano solo sanzioni canoniche contro i preti che abusavano dei bambini, non contro i seminaristi.

    L’avvocato Parasaliti ha detto che cercherà di riaprire il caso canonico sulla base della condanna del tribunale siciliano.

    https://www.washingtonpost.com/world/2024/03/11/italy-pope-vatican-abuse/e6c0be42-dfe1-11ee-95aa-7384336086f3_story.html

  • La rete dei pedofili: dalle parrocchie alle scuole, tre inchieste sul network dell’orrore. Stuprati anche i bambini del centro antiviolenze

    La rete dei pedofili: dalle parrocchie alle scuole, tre inchieste sul network dell’orrore. Stuprati anche i bambini del centro antiviolenze

    C’è una rete di insospettabili nel Lazio. Una rete di pedofili che è nata ed è cresciuta attorno alle scuole dell’hinterland romano e delle province. Che, partendo dalle parrocchie, è riuscita a prendere le comunità giovanili e le case famiglia legate ai presidi religiosi sul territorio. Questa rete sinora ha goduto di protezioni, mostrandosi allo stesso tempo in grado di terrorizzare le sue vittime.

    Ne fanno parte individui che potrebbero aver compiuto abusi pesantissimi anche tra le pareti domestiche. Soggetti abili a colpire i più fragili, quei giovanissimi che hanno subito molestie e che con le loro famiglie da oltre un anno spingono per conoscere la verità. Così, con le loro denunce, si sono guadagnati l’attenzione di tre Procure: prima Latina e Tivoli, ora Roma. Anche i pm di piazzale Clodio vogliono fare luce sulla rete, collegando i puntini di un disegno per ora ancora oscuro.

    Il tarlo ha iniziato a scavare nella mente degli inquirenti con le inchieste a carico dell’ex dirigente di Azione cattolica, Mirko Campoli a Tivoli, e del diacono Alessandro Frateschi, a Latina. Il primo è stato appena condannato a nove anni di reclusione per abusi su due ragazzini e per il secondo è stato chiesto il rinvio a giudizio.

    Alla procura di piazzale Clodio il compito di tirare le fila: al vaglio c’è un’enorme quantità di materiale pedopornografico finito sotto sequestro. Foto, video, chat inquietanti. Tutto il necessario per tentare di ricostruire la rete. Si vocifera di immagini e filmati proibiti. Tra i protagonisti anche preti e personaggi particolarmente in vista, addirittura politici. Indiscrezioni che hanno bisogno di conferme. Quanto già emerso e quanto sta emergendo tra Tivoli e il capoluogo pontino è però sufficiente. Basta a indirizzare le intenzioni della Procura della Capitale. A convincere i pm che questa storia merita di essere approfondita.

    Gennaio 2023, il primo allarme a Latina
    Era gennaio — la fine di gennaio — quando, venuta a conoscenza di presunti abusi subiti da uno studente del liceo scientifico “Majorana” di Latina, la Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Monica Sansoni, si è interessata per la prima volta a quanto stava accadendo all’interno dell’istituto pontino per poi presentare una denuncia in Procura. La garante aveva ricevuto confidenze su una serie di molestie subite da alcuni ragazzi da parte del prof di religione Alessandro Frateschi ed era stata informata anche di messaggi e foto pornografiche inviate dallo stesso insegnante ai ragazzi tramite i social. Aperta un’inchiesta dall’allora procuratore aggiunto Carlo Lasperanza, i carabinieri raccoglievano le testimonianze delle vittime e sequestravano a casa del prof due cellulari, due computer portatili, tablet e due pennette Usb. Gli elementi per fissare il primo nodo della rete.

    I racconti delle vittime
    «Si comportava con me come un ragazzo che cerca di approcciare con una ragazza, cercandomi e cercando di attendere il momento in cui stavo da solo, lontano dai miei amici». Così uno dei minori vittima di Fratesi ha aperto il primo squarcio. Poi sono arrivati gli altri. Ecco uno studente ascoltato dai carabinieri: «Guardate, mi ha mandato una sua foto. È disteso sul letto, in mutande, a gambe divaricate…». Eloquenti anche le chat: «Non ti mando le foto di come sto ora solo per decenza». Ancora: «Pure tu nudo sul letto?».
    L’inchiesta procede spedita, facendo emergere abusi su tre studenti. E, quelli più pesanti, le violenze su un minore in difficoltà di una casa famiglia di Terracina, la città dove vive l’indagato, e su un giovane figlio di amici stretti. Ragazzini travolti dall’orrore. In alcuni casi costretti a farsi sostenere dalla presenza di uno psicologo. Forzati a vivere tra imbarazzi e paure, che con coraggio e fatica stanno ancora cercando di superare a più di un anno dal trauma.

    Perché quello vissuto dagli studenti è stato un incubo.
    «Il professore — ha riferito uno di loro agli inquirenti — aveva con me comportamenti che capivo non fossero giusti, ma io lo giustificavo sempre e mi dicevo non è possibile che sta facendo queste cose». Di più: «So che è un esempio estremo, ma è come una donna che viene picchiata dal suo uomo e poi lo giustifica e ci torna insieme. Io mi sono sentito così, sentivo che lui non si comportava bene con me, ma io tornavo a confidarmi con lui e lui tornava a esagerare con me. Poi mi sentivo in colpa, perché volevo parlarne con qualcuno ma temevo quello che sarebbe successo a lui e ai suoi figli». «Avevo paura di incontrarlo nei corridoi, di restare solo con lui», fa mettere a verbale una delle vittime.

    Per non parlare dell’incubo vissuto dal minorenne che Frateschi aveva conosciuto tramite la casa famiglia e di quello del figlio di alcuni suoi amici, a cui avrebbe mostrato anche un video porno tra lui e un prete del posto, cercando — si ipotizza — di convincere il minore a compiere atti sessuali facendoli apparire come cose normali. Gli stessi compiuti da un parroco che il ragazzino conosceva bene. Un parroco tra l’altro protagonista nei mesi scorsi di una lettera falsa di autodenuncia, inviata da ignoti alle diverse parrocchie pontine, in cui è stata inserita anche una foto del sacerdote nudo. Un messaggio da parte di chi forse ha partecipato e forse è stato vittima di alcune attenzioni? Forse. Alla fine il figlio degli amici di Frateschi è arrivato a confessare ai carabinieri il timore di essere finito in qualcosa di più grande rispetto a delle semplici, per quanto rivoltanti, molestie: «Ho paura di poter essere ammazzato, perché temo che in questa storia ci siano situazioni strane».

    L’identikit del pedofilo
    Ma chi è Alessandro Frateschi? Il 50enne ha alle spalle un patteggiamento a due anni di reclusione per bancarotta fraudolenta nel 2006, reato dichiarato estinto sei anni dopo, una denuncia per attività di gestione di rifiuti non autorizzata nel 2013 da parte della polizia provinciale di Siena, una per omessa dichiarazione ed emissione di fatture per operazioni inesistenti come amministratore di una srl nel 2015, e una terza da parte della Guardia di Finanza per bancarotta fraudolenta e accesso abusivo al credito nel 2021.

    Frateschi aveva tentato la via del sacerdozio, ma era stato allontanato (dirà per incomprensioni con l’allora rettore) dal seminario di Anagni. Una cacciata che non gli ha mai impedito di gravitare comunque attorno al mondo dell’attivismo cattolico, impegnandosi in parrocchia a Terracina, nelle case famiglia, nell’associazionismo e arrivando poi a ottenere il via libera all’insegnamento della religione. Sposato e con figli, il vescovo Mariano Crociata lo aveva anche nominato diacono.

    La scoperta e la denuncia
    Il tempo di avviare le prime indagini e Frateschi è finito fuori dal liceo, dove era arrivato su indicazione della Diocesi di Latina. Per lui è arrivata anche la sospensione come diacono da parte del vescovo Crociata, presidente della Commissione delle conferenze episcopali della Comunità Europea. L’indagato ha però continuato a lavorare proprio in Diocesi, per l’Istituto di sostentamento del clero, fino a quando a luglio dell’anno scorso è stato arrestato e messo ai domiciliari. Un’ordinanza a cui ne è poi seguita una seconda nel settembre successivo. Tanto che in Curia hanno deciso anche di consegnare agli inquirenti il computer su cui lavorava il 50enne.
    Maggio 2023, la rete prende forma

    A maggio dell’anno scorso, questa volta a Tivoli, si apre il secondo fronte. La polizia arresta Mirko Campoli. A 47 anni, haun passato da professore di religione e vicepreside all’istituto tecnico “Fermi”. Il curriculum è lungo: segretario nazionale dell’Azione cattolica ragazzi, presidente diocesano dell’Azione cattolica, direttore dell’ufficio Scuola diocesano e incaricato regionale dell’ufficio Scuola e università dall’ufficio della Cei.

    Una maschera dietro alla quale il vero Campoli si è nascosto per anni.
    Nel 2019 già i primi dubbi, quando un minore riferì agli psicologi del consultorio familiare Ucipem “Familiaris Consortio” di aver subito abusi da parte del 47enne in un campo estivo. Il commissariato di Tivoli inviò un’informativa alla Procura, ma gli atti finirono ad Ancona e i pm archiviarono, ipotizzando che il minore, riferendo di essere stato abusato mentre era nel dormiveglia, avesse sognato le violenze. Arrivate altre denunce, con le vittime spinte dalle loro fidanzatine a prendere coraggio e farsi avanti con le forze dell’ordine, quattro anni dopo Campoli è stato arrestato e il vescovo gli ha revocato gli incarichi. Il 23 dicembre 2021, tra un’inchiesta e l’altra, intanto il 47enne era però andato a lavorare in una casa famiglia a Roma, che ospita vittime di violenze sessuali. E ora è accusato di aver compiuto abusi anche lì.

    La condanna
    Il 7 marzo, solo 48 ore fa, l’ex dirigente di Azione cattolica è stato condannato a 9 anni di reclusione dal giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Tivoli, che lo ha ritenuto responsabile di abusi su due minorenni: all’epoca avevano 12 e 16 anni.

    Nel primo caso Campoli, a cui i genitori del minore avevano affidato il figlio, avrebbe compiuto abusi sulla vittima per ben quattro anni, fermandosi soltanto quando, esplosa la pandemia, venne disposto il lockdown. Avrebbe commesso violenze a Tivoli, Guidonia e in altri centri religiosi disseminati nel resto d’Italia, «con una frequenza di almeno una volta al mese». Un totale di circa 50 violenze. Gli abusi sarebbero avvenuti anche durante una gita a Gardaland e avrebbero fortemente segnato l’allora minorenne.

    Nel secondo caso invece avrebbe abusato di un 16enne durante un campo scuola a Loreto, in provincia di Ancona. Un processo in cui si è costituita anche la Garante, Monica Sansoni, tramite l’avvocato Pasquale Lattari. Al momento della lettura della sentenza in tribunale c’erano anche gli investigatori del commissariato di Tivoli che hanno seguito il caso dall’inizio alle battute finali.

    Le due vittime, emozionate, si sono abbracciate e hanno pianto. «Questa non è una fine, ma un inizio», hanno detto allontanandosi dall’aula. «C’è stata giustizia ma non sarà mai abbastanza», ha detto la mamma di uno dei due. «Ci aspettavamo questo risultato come istituzione e siamo soddisfatti», ha aggiunto Monica Sansoni. «Questi ragazzi meritano il plauso di tutta la collettività. Il loro intento non era solo quello di ricevere giustizia, sebbene nessuna condanna e nessun risarcimento potrà mai ripagare il dolore e il danno da loro patito, ma anche di evitare che altri minori potessero subire le stesse gravissime cose», ha sottolineato il loro avvocato, Michele De Stefano.

    Le giustificazioni del diacono
    Chiusa l’inchiesta bis, il 47enne rischia un secondo processo per abusi sul fratellino di una delle prime due vittime e su un altro minore. È accusato infatti di aver abusato per due anni di un altro 12enne e sempre di violenza sessuale su un bambino di 10 anni ospite di una casa famiglia a Roma, a Boccea, che accoglie soprattutto minori «vittime di fenomeni di maltrattamento, abuso e abbandono». In tutti i casi Campoli è accusato di aver avvicinato i minori mentre erano immersi nel sonno o si trovavano nel dormiveglia e di averli costretti a subire una serie di abusi sessuali. Anche se in aula ha negato in parte e sostenuto che quelle violenze erano dovute a un suo momento di depressione.

    Frateschi, prima interrogato dal gip e poi in una memoria inviata agli inquirenti, nega ugualmente di aver compiuto abusi sessuali. Le violenze sul minore conosciuto in casa famiglia? Sapeva di un problema di salute e voleva vedere quale fosse la situazione. Foto oscene agli studenti? «Ho sbagliato nel modo di approcciarmi a questi ragazzi, nel modo in cui stavamo dialogando». E gli abusi sul figlio di amici? Si è sostanzialmente detto lui molestato e non il contrario. «Pur ribadendo di non aver preso io l’iniziativa in nessuno dei due episodi, in ogni caso nell’episodio… non ho saputo opporre un doveroso rifiuto».

    E le migliaia di foto e video pornografiche e pedopornografiche trovate sui suoi telefonini, tablet e pc? Ha detto di avere una «tendenza omosessuale» e che sulle chat che frequentava «c’erano scambi di foto continui, soprattutto con gente adulta, ma io poi mettevo tutto in un’unica cartella».

    Indizi e minacce, l’inchiesta si allarga
    A inquietare gli inquirenti pontini anche le minacce subite da vittime e testimoni. Con uno dei minori che ha riferito di aver subito violenze sessuali a cui ignoti hanno bruciato il citofono di casa e l’auto della garante per l’infanzia danneggiata per ben due volte. Una familiare di una delle vittime sarebbe poi stata avvicinata dallo stesso Frateschi, ancor prima dell’avvio delle indagini, e si sarebbe sentita chiedere di convincere la vittima a non presentare denuncia: «Insisteva per convincermi, dicendomi che avrebbe perso il lavoro, i figli e…». Tanto che il procuratore aggiunto Lasperanza, chiedendo l’arresto del prof e diacono, specificò: «L’indagato si è già dimostrato in grado di ostacolare l’acquisizione dei necessari elementi di riscontro probatorio, contattando testi per indurli a rendere dichiarazioni mendaci o reticenti». Senza contare che la sorella di uno dei minori avvicinata da Frateschi sarebbe stata avvicinata anche dalla moglie di quest’ultimo e «sottoposta a pressione psicologica». La moglie dell’indagato, secondo la Procura di Latina, avrebbe «minacciato il suicidio e l’omicidio dei figli piccoli», a cui l’interlocutrice «era legata», con l’obiettivo di convincere la donna «a intercedere» nei confronti del familiare, «per indurlo a non sporgere denuncia».

    Ma di un clima sinistro ha parlato anche il procuratore di Tivoli, Francesco Menditto, al momento dell’arresto di Campoli: «Il clima di omertà ambientale è molto simile a quello mafioso. I genitori non vogliono accettare la violenza che può avere patito il loro figlio e spesso si rivolgono all’autorità religiosa che tende a tenere la vicenda al suo interno». Critiche respinte dalla curia vescovile, anche se dopo il primo allarme nel 2019 Campoli è comunque stato lasciato al suo posto.

    La connessione: il caso arriva a Roma
    Campoli e Frateschi si conoscevano? Gli inquirenti hanno subito avuto il sospetto, avendo trovato una foto dell’ex dirigente di Azione cattolica sui dispositivi sequestrati al diacono. E gli investigatori sono alla ricerca di altre tracce che possano confermare l’ipotesi. Intanto le indagini ecclesiastiche sarebbero ancora al palo. Sono state annunciate, ma non si conosce il loro esito.

    L’attesa è così tutta per quelle della Procura di Roma. Frateschi ha camuffato il volto di diversi minori coinvolti in atti sessuali nei video che gli sono stati sequestrati per renderli irriconoscibili. Lo ha fatto temendo che possano essere riconosciute le vittime? E vi sono davvero anche insospettabili in pose oscene? Gli inquirenti romani stanno cercando di rispondere agli interrogativi. E allo stesso tempo stanno cercando di far luce su eventuali coperture. Tanto che nel capoluogo pontino è stata perquisita anche una parrocchia di un sacerdote che ha incarichi importanti. Indagini su cui occorrerà tutta la pazienza necessaria: l’obiettivo è ricostruire i contatti che chattavano con Frateschi. Ci sarebbero diversi personaggi romani. In quegli scambi si parla anche di abusi su minori, in famiglia. Dialoghi irripetibili. E il sospetto che una possibile rete di pedofilia sia ancora pienamente attiva, nonostante gli arresti e le condanne, è più che mai forte.

    https://roma.repubblica.it/cronaca/2024/03/09/news/rete_pedofili_inchiesta_parrocchie_scuole_violenze_sessuali_bambini_roma-422280746/

  • Garante infanzia, condanna nel procedimento in cui si era costituita parte civile

    Garante infanzia, condanna nel procedimento in cui si era costituita parte civile

    Il giorno 7 marzo, il Giudice dell’Udienza Preliminare del Tribunale di Tivoli ha condannato alla pena di 9 anni (al netto dello sconto di 1/3 per il rito abbreviato) una persona che aveva abusato di due minori in diversi contesti (uno anche durante un campo scuola associativo). La Garante dell’Infanzia ed adolescenza della Regione Lazio, istituzione pubblica indipendente e di garanzia del Consiglio Regionale, carica ricoperta da Monica Sansoni, era stata ammessa al procedimento quale parte civile.

    La legittimazione era fondata non solo sulle finalità istituzionali – la Garante ha il compito “di assicurare la piena attuazione dei diritti riconosciuti alle persone minori di età” (art.1 legge n. 38 del 2002 della Regione Lazio), ma soprattutto sull’attività – di prevenzione, sensibilizzazione e formazione dei diritti dei minori e loro tutela – che svolge nei territori, nei contesti associativi, nelle scuole, in favore dei ragazzi, delle loro famiglie e dei docenti.

    Il processo di Tivoli ha visto l’ammissione della Garante regionale quale parte civile tra le prime volte in Italia. La costituzione è funzionale alla vicinanza dell’Ufficio del Garante ai ragazzi ed alle loro famiglie: il reato che li vede vittime non è solo violazione della legge penale ma soprattutto violazione delle loro persone e dei loro diritti. Non vi è alcun intento persecutorio verso i carnefici ma solo richiesta di tutela dei minori.

    Significativo che a Tivoli i ragazzi e le loro famiglie abbiano manifestato viva soddisfazione alla Garante per il sostegno istituzionale e personale ricevuto. Per molto tempo sono stati, quali vittime di reati così gravi, pervasi dalla paura di non esser creduti, ma hanno trovato la forza di denunciare. E le loro storie sono state sostenute in primis dalle forze dell’ordine e della Procura della Repubblica.

    In tali reati il carnefice è spesso la persona – a volte che presta attività di volontariato – che dovrebbe avere cura dei minori o a cui sono affidati, nei vari contesti aggregativi. A tal fine la Garante nei prossimi giorni emanerà una direttiva per tutte le associazioni che accolgono minori affinché attivino la richiesta del certificato del casellario giudiziale per i volontari che si occupano dei minori, al fine di verificarne – ove necessaria – l’idoneità.

    Proposta che la Garante nazionale ha manifestato al Governo affinché avvii una proposta di legge in tal senso, sempre con lo stesso fine ispiratore: in tutti i contesti ed “in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente.” (Convenzione ONU del 20 novembre 1989, ratificata in Italia con legge 176 del 1991, art. 3 co.1).

    A cura dell’Ufficio stampa del Consiglio Regionale del Lazio

    https://www.consiglio.regione.lazio.it/?vw=newsDettaglio&id=3305

  • Il Papa incontra il comitato per la protezione dell’infanzia mentre gli eventi fuori dal Vaticano mostrano che lo scandalo degli abusi non sta scomparendo

    Il Papa incontra il comitato per la protezione dell’infanzia mentre gli eventi fuori dal Vaticano mostrano che lo scandalo degli abusi non sta scomparendo

    ROMA (AP) – Papa Francesco ha cercato di incoraggiare giovedì il suo comitato per la protezione dell’infanzia a continuare ad aiutare le vittime, poiché i nuovi sviluppi fuori dal Vaticano hanno sottolineato che lo scandalo degli abusi sessuali del clero della Chiesa cattolica non si risolverà presto .

    Francesco ha incontrato la sua Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, che dovrebbe presto pubblicare il primo audit in assoluto sulle procedure e politiche di salvaguardia a livello ecclesiastico.

    Ma mentre il rapporto veniva compilato, i funzionari della chiesa in Svizzera riferivano di un’impennata delle vittime che si faceva avanti dopo la pubblicazione di settembre di un rapporto bomba che rilevava oltre 1.000 casi di abusi dalla metà del XX secolo in un paese con una popolazione cattolica relativamente piccola.

    La diocesi di Basilea, ad esempio, ha riferito che più della metà dei 183 casi sospetti negli ultimi 13 anni sono emersi negli ultimi sei mesi. Da quando è stato pubblicato il rapporto, l’agenzia di stampa svizzera SDA-Keystone ha segnalato almeno altri 70 casi in altre quattro diocesi.

    Più vicino a casa, un tribunale penale in Sicilia ha emesso questa settimana un verdetto importante contro un sacerdote che il Vaticano apparentemente ha scagionato per un cavillo anche dopo che una delle sue vittime aveva scritto a Francesco, implorandolo di intervenire.

    Il caso è stato osservato da vicino poiché la gerarchia cattolica italiana ha iniziato solo di recente e con riluttanza ad affrontare la sua eredità di abusi in un paese in cui la questione è ancora in qualche modo un tabù.

    La sentenza del tribunale di Enna ha condannato il sacerdote, rev. Giuseppe Rugolo, a quattro anni e mezzo di reclusione per tentata violenza sessuale e accuse connesse alla violenza contro tre minorenni. Secondo la sentenza di martedì, la corte ha ritenuto responsabile anche la sua diocesi, Piazza Armerina, in Sicilia, del pagamento dei danni civili e delle spese legali.

    Il vescovo di Piazza Armeria Rosario Gisana è stato sorpreso dalle intercettazioni telefoniche mentre confessava di aver coperto il sacerdote. Ma l’avvocato della diocesi, Gabriele Cantaro, ha sottolineato in una dichiarazione giovedì che la responsabilità non deriva dalle azioni di Gisana o del suo predecessore, ma semplicemente dalla responsabilità generale della diocesi per le azioni dei suoi sacerdoti.

    Secondo il quotidiano Domani, che ha seguito da vicino il caso, l’ufficio abusi sessuali del Vaticano ha archiviato il caso per motivi tecnici perché Rugolo era solo un seminarista quando è avvenuto l’abuso. Le norme interne del Vaticano all’epoca prevedevano solo sanzioni canoniche contro i sacerdoti che abusavano di minori, non contro i seminaristi.

    Il quotidiano Il Messaggero ha riferito nel 2021 che una delle vittime di Rugolo ha scritto direttamente a Francesco, implorandolo di intervenire dopo che lui e i suoi genitori avevano passato anni cercando di convincere la chiesa ad agire contro Rugolo, che era stato inviato in una diocesi del nord Italia dopo la furono sollevate accuse.

    In mezzo alla copertura mediatica italiana del caso, Francesco il 6 novembre ha elogiato di cuore Gisana quando il vescovo ha guidato un gruppo di pellegrini in Vaticano.

    “Questo vescovo è grande. È stato perseguitato, calunniato, ma è stato fermo, sempre corretto, un uomo corretto», ha detto Francesco in un discorso che ha indignato i difensori delle vittime.

    Giovedì Francesco ha detto ai suoi consulenti per la protezione dell’infanzia che ascoltare le vittime è fondamentale per aiutarle a guarire.

    “Nel nostro ministero ecclesiale di protezione dei minori, la vicinanza alle vittime di abusi non è un concetto astratto, ma una realtà molto concreta, fatta di ascolto, intervento, prevenzione e assistenza”, ha affermato nel discorso letto da un assistente mentre Francesco continua a riprendersi dalla malattia. l’influenza.

  • TIVOLI – Abusò di due ragazzini, l’orco dell’Azione Cattolica condannato a 9 anni

    TIVOLI – Abusò di due ragazzini, l’orco dell’Azione Cattolica condannato a 9 anni

    Si è concluso così oggi pomeriggio, giovedì 7 marzo, al Tribunale di Tivoli il processo con rito abbreviato nei confronti di Mirko Campoli, 47enne di Villa Adriana, ex prof di religione e vicepreside all’istituto tecnico “Enrico Fermi” di Tivoli, segretario nazionale dell’Azione cattolica ragazzi, presidente dell’Azione cattolica della Diocesi di Tivoli, Direttore dell’ufficio scuola diocesano e incaricato regionale dell’ufficio scuola e università dall’ufficio della Cei (CLICCA E LEGGI L’ARTICOLO DI TIBURNO).

    Dopo un’ora di camera di consiglio, verso le ore 16 il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Tivoli, Emanuela Maria Francini, ha emesso il verdetto di primo grado riconoscendolo colpevole di violenza sessuale su due ragazzini di 13 e 16 anni, oggi rispettivamente di 20 e 23 anni.

    Il Gup ha inoltre condannato Mirko Campoli alle pene accessorie dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici e dell’interdizione perpetua dall’insegnamento, oltre al pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva di 15 mila euro a favore del 20enne, di 10 mila euro a favore del 23enne e di 5 mila euro a favore del Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Lazio, costituitosi parte civile nel processo insieme alle vittime attraverso l’avvocato Pasquale Lattari.

    In aula a sostenere l’accusa oggi era presente il pubblico ministero Gabriele Iuzzolino in sostituzione della collega Arianna Armanini, titolare dell’inchiesta coordinata dal Procuratore Capo Francesco Menditto, che nell’udienza preliminare del 15 febbraio scorso aveva richiesto il massimo della pena per le accuse di abusi sessuali nei confronti di due adolescenti.

    Alla lettura del dispositivo di sentenza le vittime si sono abbracciate scoppiando in lacrime.

    In aula erano presenti gli investigatori del Pool del commissariato di Tivoli coordinato dal sostituto commissario Davide Sinibaldi. specializzato nel contrasto alla violenza di genere che il 5 maggio avevano arrestato l’ex insegnante al termine di un’articolata indagine (CLICCA E LEGGI L’ARTICOLO DI TIBURNO).

    Oggi pomeriggio Mirko Campoli era assente, ma nell’udienza del 15 febbraio scorso si era scusato col ventenne, continuando a negare le accuse di aver abusato del 23enne.

    “Ero depresso – aveva spiegato in sintesi l’ex insegnante ed educatore dell’Azione Cattolica, attualmente detenuto agli arresti domiciliari – vivevo un momento di fragilità e ho sbagliato”.

    Secondo la ricostruzione della Procura di Tivoli, Mirko Campoli ha abusato del ventenne in un periodo compreso tra la fine del 2017 e l’inizio del 2020. All’epoca la vittima aveva appena 13 anni e Campoli era un amico dei genitori, una coppia che affidava il ragazzino al docente.

    Gli inquirenti imputano all’ex insegnante almeno 50 violenze sessuali, la prima durante una gita a Gardaland, poi a Tivoli, Guidonia e in altre città, “con una frequenza di almeno una volta al mese”.

    Almeno fino al lockdown disposto dal governo a marzo 2020.

    Nel caso del 23enne, invece, l’ex educatore è stato riconosciuto colpevole di averne abusato nell’estate 2017 durante un campo estivo a Loreto, in provincia di Ancona, organizzato dall’Azione Cattolica.

    L’uomo avrebbe costretto il 16enne a subire atti sessuali mentre dormiva.

    I procedimenti giudiziari per Mirko  Campoli non sono terminati: la Procura di Tivoli è pronta a chiedere un secondo processo per un altro filone di indagine sempre pedofilia.

    In questo caso l’ex dirigente di Azione cattolica è accusato di abusi sul fratellino del 20enne, figlio di amici di famiglia violentato per oltre tre anni, e nei confronti di un bambino di 10 ospite di una casa famiglia a Boccea.

    Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’ex insegnante avrebbe approfittato dei ragazzini mentre erano a letto e dormivano.

    TIVOLI – Abusò di due ragazzini, l’orco dell’Azione Cattolica condannato a 9 anni

  • Enna, la condanna del prete per abusi sessuali sui minori fa discutere: botta e riposta tra diocesi e vittima

    Enna, la condanna del prete per abusi sessuali sui minori fa discutere: botta e riposta tra diocesi e vittima

    Per le motivazioni bisognerà attendere ancora 88 giorni, ma la sentenza con cui don Giuseppe Rugolo è stato condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione per violenza sessuale aggravata su minori fa già discutere. Da una parte c’è l’avvocato difensore della curia vescovile della diocesi di Piazza Armerina (di cui fa parte la parrocchia San Giovanni Battista di Enna dove era in servizio il sacerdote); dall’altra c’è la legale che assiste la prima vittima, un archeologo oggi 30enne ma all’epoca dei fatti minorenne, che ha denunciato.

    Il dispositivo è stato letto nell’aula del tribunale di Enna dal presidente Giuseppe Pitarresi, dopo otto ore di camera di consiglio, nel pomeriggio di martedì 5 marzo. Rugolo è stato condannato per tentata violenza sessuale ai danni dell’archeologo per i fatti accaduti nell’agosto del 2013. Per altre due vittime, invece, la condanna del sacerdote è per violenza sessuale continuata dal 2016 al 2018. Assolto, invece, con la formula «perché il fatto non sussiste» per gli stessi reati contestati ai danni di una vittima tra il 2018 e il 2019. Prescritte, infine, sono le presunte condotte portate avanti dal parroco fino al maggio del 2011. Intanto, Rugolo è stato anche interdetto «in perpetuo» – cioè per sempre – da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado e da ogni ufficio o servizio o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minorenni. L’interdizione durerà invece cinque anni per i pubblici uffici. Rugolo, inoltre, è stato condannato anche a risarcire le parti civili.

    «Prendiamo atto della decisione del tribunale di Enna, aspettando di leggere le motivazioni». Inizia così un comunicato inviato dall’avvocato Gabriele Cantaro, il difensore della curia vescovile della diocesi di Piazza Armerina che è stata condannata come responsabile civile nel processo. Nell’attesa, però, il legale qualche puntino sulle i prova a metterlo. Innanzitutto sottolineando che il reato, almeno nei confronti della prima vittima, è stato «riqualificato in termini di tentativo» per i fatti accaduti nel 2013. «Il reato risulta solo tentato – risponde l’avvocata Eleanna Parasiliti Molica che assiste il giovane – solo grazie al fatto che la vittima è riuscita a sottrarsi all’aggressione sessuale». Stando a quanto si legge nel dispositivo della sentenza, i fatti avvenuti dal 2009 al 2012 sarebbero avvenuti ma, a causa del tempo trascorso, i reati sono ormai prescritti. «Se il tribunale avesse ritenuto che non fossero accaduti – puntualizza – avrebbe prosciolto l’imputato nel merito». Per le altre due vittime, Rugolo è stato condannato per violenza sessuale aggravata a danno di minori e per atti sessuali con minori. «La reale pericolosità delle condotte del sacerdote – aggiunge Parasiliti Molica – si evince dalla decisione di dichiarare l’interdizione in perpetuo da qualunque incarico nelle scuole o in strutture frequentate da minori».

    E qualche precisazione, dal legale della curia viene fatta proprio in merito alla responsabilità civile dell’organismo ecclesiastico. «La condanna in solido della curia vescovile di Piazza Armerina non riguarda la condotta attribuita al vescovo (né a quello attuale, Rosario Gisana; né a quello in carica all’epoca del fatti, Michele Pennisi, ndr) ma una responsabilità di tipo oggettivo per l’operato dei chierici». Ultima questione di cui discutere, ma questa sì dopo avere letto le motivazioni della sentenza sarà la «presunta offerta di denaro per insabbiare la vicenda». I genitori della vittima hanno sempre denunciato di avere ricevuto dalla diocesi un’offerta di soldi della Caritas in cambio del silenzio sulla vicenda; il vescovo Gisana, invece, ha sostenuto che proprio da loro sarebbe arrivata una richiesta economica.

  • Enna: Sentenza Rugolo, l’avvocato di Antonio Messina replica al legale della Diocesi

    Enna: Sentenza Rugolo, l’avvocato di Antonio Messina replica al legale della Diocesi

    Si pubblica di seguito dichiarazione dell’avvocato Eleanna Parasiliti Molica, difensore della parte civile Antonio Messina, in replica alle dichiarazioni del legale della Diocesi di Piazza Armerina in merito alla sentenza del Processo Rugolo.

    In merito alle esternazioni formulate dal legale della Diocesi di Piazza Armerina, quale difensore della parte civile, Antonio Messina, mi trovo mio malgrado a replicare al fine di fare chiarezza sul contenuto del dispositivo di sentenza emessa dal Tribunale di Enna sulla vicenda del sacerdote Giuseppe Rugolo.

    Contrariamente a quanto affermato dalla Diocesi, il Tribunale di Enna, con riferimento alla posizione di Antonio Messina, ha condannato Rugolo per tentata violenza sessuale in ordine ai fatti accaduti nel 2013, dichiarando la prescrizione per i fatti accaduti in precedenza. Il tentativo di minimizzare i fatti, non coglie nel segno, perché si omette di raccontare che, con riferimento ai fatti del 2013, il reato risulta tentato solo grazie al fatto che Antonio Messina è riuscito a sottrarsi all’aggressione sessuale. Ciò significa che a dire del Tribunale, i fatti che vanno dal 2009 al 2012 sarebbero avvenuti ma si sarebbero estinti per prescrizione a causa del decorso del tempo. Se il Tribunale avesse ritenuto che i fatti non fossero accaduti, avrebbe prosciolto l’imputato nel merito.

    Nella nota contestata si omette di dire che, comunque, Rugolo è stato condannato per “violenza sessuale aggravata a danno di minori” e “per atti sessuali con minori” relativamente alle altre due vittime. E la reale pericolosità delle condotte ascritte al sacerdote, riconosciuta dalla sentenza, si evince dalla decisione del Tribunale di dichiarare l’interdizione in perpetuo da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, nonchè da ogni ufficio o servizio in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori. Proprio questa statuizione evidenzia l’importanza di questa pronuncia che ha condannato il metodo abusante utilizzato da Rugolo nei confronti dei minori, a cui sono stati affidati i giovani di questa città. In tal senso è significativa la condanna della Diocesi nella qualità di responsabile civile.

    A fronte di queste considerazione, è intenzione di questa difesa portare a conoscenza alla autorità giudiziarie competente il contenuto dell’hard disk, elaborato dalla Polizia Giudiziaria dopo il sequestro dei supporti informatici di Rugolo, perchè venga accertata la presenza di immagini pedopornografiche, alcune delle quali già prodotte in aula. Tutto ciò per maggiori approfondimenti circa contenuti che, prima face, potrebbero appartenere alla categoria del materiale pedopornografico.

    In attesa della lettura delle motivazioni auspico un contegno rispettoso nei confronti di quelli che sono stati e rimangono vittime e che si prenda atto di una sentenza di condanna.

    Ora la Chiesa faccia la sua parte.

    Comunicato di replica alla Diocesi.pdf

    Enna: Sentenza Rugolo, l’avvocato di Antonio Messina replica al legale della Diocesi

  • Enna: Sentenza Rugolo, dichiarazioni dell’avvocato della Rete L’ABUSO Mario Caligiuri

    Enna: Sentenza Rugolo, dichiarazioni dell’avvocato della Rete L’ABUSO Mario Caligiuri

    Restando in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza si può già affermare che questo risultato è importante e soddisfacente  perché dimostra che per ottenere verità e giustizia, per le vittime è necessario denunciare, ma alle autorità civili. Senza esitare. Il tentativo della difesa e dei responsabili civili di spostare il focus insinuando dubbi sulla credibilità di Antonio Messina e delle altre prede di don Rugolo è andato in frantumi.

    Antonio è stato creduto, prima dalla procura, poi dal Tribunale. A lui va riconosciuto il merito di aver avviato con il coraggio di denunciare una controtendenza in un territorio difficile dove le asimmetrie, generate dal potere e dall’omertà, soppiantano la legge. Antonio con determinazione lo ha fatto  sostenuto dalla sua famiglia. Il risultato è come se fosse stato piantato uno scalpello di frassino  nel cuore dell’ipocrisia e dell’omertà, nei luoghi che avrebbero dovuto garantire la massima protezione possibile ai ragazzini divenuti preda delle aggressioni di un uomo che dalle prove raccolte è risultato sicuramente problematico e assai pericoloso.

    La comunità dei fedeli, le cittadine e i cittadini di Enna, devono prendere atto della verità processuale, che coincide con la  verità storica. Il Tribunale di Enna con la sua pronunzia ha disvelato che sotto i paramenti di colori o foggia diversi indossati da don Rugolo in realtà si celava un abusante sessuale che predilige i ragazzini.

    Il dato sistemico e diffuso di questo fenomeno,  soprattutto nel nostro Paese, deve indurre seriamente l’esecutivo a rendere per questi casi obbligatoria la denuncia: “ erga omnes “

  • Enna: Sentenza Rugolo, dichiarazioni dell’avvocato difensore della Curia vescovile

    Enna: Sentenza Rugolo, dichiarazioni dell’avvocato difensore della Curia vescovile

    Si pubblicano di seguito dichiarazioni dell’avvocato difensore della Curia vescovile di Piazza Armerina Gabriele Cantaro sulla sentenza del Processo Rugolo inviate alla redazione dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi di Piazza Armerina.

    Prendiamo atto della decisione emessa del Tribunale di Enna, aspettando di leggere le motivazioni, astenendoci da ogni commento al riguardo.

    Non si può fare a meno, tuttavia, di rilevare come una corretta lettura del dispositivo di sentenza mal si concili con i termini in cui – ancora una volta – la notizia è stata diffusa da alcuni cronisti, in maniera difforme dal suo contenuto, nei termini appresso specificati:

    – il Tribunale di Enna ha dichiarato RUGOLO Giuseppe responsabile del reato di TENTATA violenza sessuale ex art. 609 bis c.p. RIQUALIFICANDO il reato ascrittogli al capo 1), LIMITATAMENTE alla condotta perpetrata nell’agosto del 2013 cosa che evidenzia come il Tribunale abbia valutato le dichiarazioni di MESSINA Antonio in termini diversi rispetto alla contestazione di reato;

    la qualificazione dei fatti in termini di TENTATIVO non è certo aderente a quanto dichiarato dallo stesso RUGOLO nel corso della propria deposizione che non a quanto dichiarato dal MESSINA Antonio, di tale evidente constatazione ognuno potrà trarre le considerazioni che riterrà più opportune, in attesa del deposito di una motivazione che, certamente, darà ampia giustificazione di quanto il dispositivo sintetizza.

    – i fatti ritenuti più gravi sono quelli che riguardano gli altri due giovani e, in relazione a tali vicende si annota l’applicazione della speciale attenuante di cui all’ultimo comma dell’art. 609 bis c.p. (“Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi”)

    a Giuseppe RUGOLO sono state concesse le attenuanti generiche, verosimilmente per una condotta processuale comunque ritenuta lineare;

    – la richiesta di riconoscimento della responsabilità civile nei confronti della parrocchia di San Giovanni NON È STATA AMMESSA, diversamente da quanto riportato dai predetti cronisti con tali evidenti difformità;

    – la condanna in solido della CURIA VESCOVILE di Piazza Armerina non riguarda certo la condotta attribuita al Vescovo (tanto a Mons. GISANA quale Vescovo attualmente in carica, quanto al suo predecessore in carica all’epoca dei fatti) quanto una responsabilità di tipo “oggettivo” ex art. 2049 cod. civ. della Curia per l’operato dei chierici.

    Su tale aspetto è stata sollevata l’eccezione di difetto di legittimazione passiva della Curia in quanto semplice “organo” della Diocesi, eccezione che diventerà motivo di impugnazione della sentenza.

    Anche sulla tesi della presunta “offerta di denaro per insabbiare la vicenda” ancora una volta riproposta in barba a quanto emerso in dibattimento, riteniamo che la motivazione della sentenza farà definitivamente chiarezza.

    Enna: Sentenza Rugolo, dichiarazioni dell’avvocato difensore della Curia vescovile

  • Violenza sui minori, condannato don Rugolo: il caso fu insabbiato dal vescovo

    Violenza sui minori, condannato don Rugolo: il caso fu insabbiato dal vescovo

    Don Giuseppe Rugolo è stato condannato a quattro anni e sei mesi per violenza sessuale ex articolo 609 bis e quater del codice penale (quindi su minori di 16 anni) e tentata violenza sessuale, con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e interdizione perpetua dall’insegnamento nella scuola di ogni ordine e grado.  La curia vescovile della diocesi di Piazza Armerina è stata riconosciuta responsabile civile e dovrà rispondere in solido con il sacerdote del risarcimento delle parti civili. Prescritti invece i fatti avvenuti prima del maggio 2011. Si è concluso così il 5 marzo il processo di primo grado al sacerdote di Enna, 42 anni, chiamato a rispondere di violenza aggravata su minori secondo gli articoli 81 e 609 del codice penale.

    Il prete di Enna era stato arrestato il 27 aprile 2021 dopo la denuncia di Antonio Messina, sedicenne all’epoca degli fatti; nel corso delle indagini erano poi emerse anche altre due vittime minorenni. Il tribunale, composto dal presidente Francesco Pitarresi e dai giudici a latere Elisa D’Aveni e Maria Rosaria Santoni ha emesso il verdetto dopo otto ore di camera di consiglio. Una sentenza che arriva dopo 22 udienze a porte chiuse e 53 testimoni sentiti. Il procedimento si era aperto il 7 ottobre 2021 davanti al tribunale di Enna ( come abbiamo raccontato qui); Messina, oggi trentenne, aveva raccontato agli inquirenti di essere stato abusato da Rugolo per quattro anni, dal 2009 al 2013.

    «Questa è una sentenza importante perché non solo è stata riconosciuta la responsabilità penale del sacerdote, ma è stato anche messo in luce un metodo abusante sostenuto dall’ambiente ecclesiastico locale», ha dichiarato Eleanna Parasiliti Molica, avvocata di Antonio Messina. «Sono soddisfatto per il risultato – ha commentato Messina – la condanna è un passo importate perché riconosce la presenza di abusi, anche se è chiaro che per me non ci sono stati tentativi di condizionamento nel corso del processo». Gli avvocati di Giuseppe Rugolo,  Antonino Lizio e Dennis Lovison, non hanno rilasciato commenti.

    Il 24 dicembre 2018 Antonio Messina aveva denunciato i fatti anche al vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana che, all’inizio del 2019, aveva disposto l’investigatio previa sul sacerdote. L’indagine ecclesiastica si era però conclusa in un niente di fatto, perché l’allora Congregazione per la dottrina della fede, il dicastero preposto a decidere dei casi di abuso sessuale su minori, aveva stabilito di non essere competente perché Rugolo era ancora un seminarista all’epoca dei primi approcci con il ragazzo. Gli altri abusi, secondo quanto sostenuto dai giudici ecclesiastici, risalivano a quando Antonio era ormai maggiorenne e Rugolo non ancora sacerdote, e quindi non rientravano nei casi di competenza del diritto canonico.

    Certo è che, secondo le intercettazioni agli atti, il vescovo Gisana era al corrente delle violenze subite da Messina sin dall’agosto 2016, quando don Giuseppe Fausciana, parroco della chiesa di Sant’Anna a Enna, gli aveva riferito le confidenze ricevute dal ragazzo. A giugno 2017 sono i genitori di Antonio Messina ad andare per la prima volta dal vescovo a raccontare gli abusi subiti dal figlio, ma monsignor Gisana prende tempo, dicendo che si occuperà lui della faccenda. Passa ancora più di un anno prima che il vescovo incontri Antonio Messina, a ottobre 2018; don Rugolo, nel frattempo, viene nominato parroco della chiesa di San Cataldo. Il vescovo, dopo aver parlato con Antonio, da un lato avvia l’indagine ecclesiastica, dall’altro offre alla famiglia del ragazzo 25 mila euro (che avrebbe preso dai fondi della Caritas) da giustificare con una generica causale di «borsa di studio». Un risarcimento con il vincolo del silenzio che Antonio Messina rifiuta. Intanto il sacerdote viene mandato nella diocesi di Ferrara per un periodo di studio e riflessione – periodo in cui Rugolo continua a essere in contatto con i ragazzini della parrocchia. Quando scatta la denuncia penale, anche Gisana risulta coinvolto: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!», si sente in un’intercettazione. Proprio il comportamento di copertura del vescovo è stato stigmatizzato duramente durante la requisitoria del pubblico ministero Stefania Leonte.

    Nel processo si erano costituiti parte civile, oltre alla vittima, assistita da Eleanna Parasiliti Molica, i genitori di Antonio Messina con l’avvocato Giovanni Di Giovanni, La Rete l’Abuso, assistita da Mario Caligiuri, e l’associazione Contro Tutte le Violenze con Irina Mendolia mentre responsabili civili erano la diocesi di Piazza Armerina, assistita dall’avvocato Gabriele Cantaro e la parrocchia di San Giovanni Battista di Enna, con Mauro Lombardo.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/abusi-chiesa-condanna-giuseppe-rugolo-pedofilia-su9zg8qp