Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • ADESCAMENTO E PEDOFILIA NEI CAMPI SCOUT: CONDANNATO UN CAPO DI 33 ANNI

    ADESCAMENTO E PEDOFILIA NEI CAMPI SCOUT: CONDANNATO UN CAPO DI 33 ANNI

    di Gianluca Amadori – Un giovane polesano di 33 anni è stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare di Venezia, Luca Marini, a due anni e sei mesi di reclusione e al risarcimento dei danni provocati ad alcuni di loro, cinque che si sono costituiti parte civile al processo contro di lui. Il gup ha quantificato in cinquemila euro la provvisionale cui hanno diritto, un anticipo sul risarcimento danni che dovrà essere successivamente quantificato con esattezza dal Tribunale civile.

    LA VICENDA

    La sentenza è stata pronunciata nel primo pomeriggio di ieri, 31 Maggio, alla Cittadella della giustizia di Venezia. Gli episodi finiti sotto accusa sono avvenuti tutti in provincia di Rovigo, in occasione di alcuni campi scout svoltisi tra il 2015 e il 2019, ma la competenza a giudicare è stata individuata nel giudice veneziano in quanto all’imputato è stata contestata la diffusione di materiale pornografico con finalità di adescamento, in relazione ad alcune immagini che il trentatreenne avrebbe inviato a uno dei ragazzini che frequentavano i campi scout.

    L’ACCUSA

    Nella requisitoria conclusiva del processo, celebrato con rito abbreviato, la sostituto procuratore Daniela Moroni aveva sollecitato la condanna dell’imputato a tre anni di reclusione. Le motivazioni della decisione saranno depositate entro i prossimi 40 giorni: è probabile che la difesa del capo scout decida di impugnare la condanna in appello.

    LA DIFESA

    Il trentatreenne, di cui non indichiamo le generalità per impedire che possano essere identificate le vittime del reato a sfondo sessuale, si è difeso con determinazione respingendo ogni accusa e sostenendo che i palpeggiamenti sulle parti intime finiti sotto accusa non avevano alcuna connotazione sessuale: si trattava, a suo dire, di una sorta di buffetto, un gesto scherzoso, di natura goliardica, finalizzato a creare un clima cameratesco di simpatia all’interno del gruppo scout. Ma le vittime lo hanno percepito in ben altro modo.

    IL GAZZETTINO – 1 giugno 2022

  • Delpini non diventa cardinale: “Paga il prezzo di un doppio scandalo sessuale”

    Delpini non diventa cardinale: “Paga il prezzo di un doppio scandalo sessuale”

    C’è un doppio caso sessuale dietro la bocciatura di Delpini?

    Papa Francesco ha recentemente nominato 25 nuovi cardinali. Ma un po’ a sorpresa nella lista dei promossi non c’era l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini. Dietro la mancata scelta – si legge su Libero – ci sarebbe un doppio caso di insabbiamento in una grave vicenda di preti maniaci sessuali. Sarebbero addirittura coinvolti due fratelli sacerdoti della diocesi di Milano.

    A seguito della condanna in primo grado da parte del tribunale diocesano di uno dei due – riporta il sito retelabuso – vengono riportate le dichiarazioni dello stesso tribunale diocesano che nel condannare a 5 anni don Alberto Lucchina sottolinea che il sacerdote che si era autosospeso, è recluso da un anno in un luogo isolato e quindi dovrà scontare solo 4 anni dei 5 inflitti.

    Ma i poveri parrocchiani – prosegue il sito test.retelabuso.org/ – non sanno che anche il fratello è stato denunciato per violenza sessuale, quest’altro però non a danno di minori, ma di una donna maggiorenne, con disabilità. E qui l’ultima delle drammatiche scoperte, lo scorso lunedì in una riunione con i parrocchiani si viene a conoscenza che i due fratelli sacerdoti stanno organizzando l’oratorio estivo, ad uno saranno assegnati i ragazzi delle medie, all’altro i più piccini.

    Nella stessa parrocchia di Milano due fratelli preti accusati di abusi

    Due fratelli preti che vivono insieme nella stessa parrocchia di Santa Maria alla Fontana a Milano: uno, don Alberto Lucchina, è stato ‘condannato’ dal Tribunale Canonico a esercitare le sue funzioni per 5 anni in una casa di riposo stando lontano dai minori perché riconosciuto autore di violenza sessuale ai danni di una ragazza all’epoca quindicenne; l’altro, don Maurizio, attuale guida della comunità di fedeli nel quartiere Isola, risulta coinvolto in un procedimento penale per violenza sessuale su una donna disabile.

    Per lui il pm Roberto Fontana, non entrando nel merito della vicenda, ha chiesto l’archiviazione perché la denuncia è stata presentata oltre il limite, previsto dalla legge, di un anno dai fatti ipotizzati. La vicenda è emersa dopo che nei giorni scorsi il sito ‘Rete l’Abuso’ ha dato conto della ‘condanna’ di don Alberto e annunciato di avere presentato un esposto alla Procura “perché il prete aveva detto al Tribunale Canonico che si sarebbe autosospeso e domiciliato subito in una casa di riposo ma sappiamo che è ancora a contatto coi giovani”.

    “Dopo la pubblicazione dell’articolo su don Alberto qualche giorno fa – racconta Francesco Zanardi, presidente dell’associazione che raccoglie i casi di violenze da parte dei religiosi e assiste le vittime – mi ha scritto una donna spiegandomi di avere denunciato il 7 febbraio ai carabinieri una violenza sessuale subita dal fratello don Maurizio nel 2015″. L’AGI ha incontrato don Maurizio nella sua parrocchia: “Si’, mio fratello Alberto vive qui, in attesa che il procedimento canonico faccia il suo corso su fatti che risalgono a 30 anni fa” conferma, senza far riferimento alla sanzione in primo grado e assicurando che don Alberto non segue attività coi ragazzi, come invece riferito da alcuni frequentatori dell’oratorio.

    “La mia è una storia diversa, sono solo calunnie sul mio conto – prosegue -. Non ho mai saputo di essere stato indagato, l’ho letto sul web. Mi sono informato tramite un avvocato e ho saputo che sono stato archiviato”. In realtà al momento pende una richiesta di archiviazione a cui l’avvocato Daniela Cultrera, per conto della ‘Rete l’Abuso’, ha annunciato che presenterà opposizione chiedendo al giudice di disporre l’imputazione coatta per l’indagato. Don Maurizio dice di avere “rivisto la donna nel 2020” e nega la violenza.

    “L’ho conosciuto la notte di Capodanno del 2015 – si legge nella denuncia della donna di 47 anni -. Tante persone sono al corrente del malessere che mi ha provocato”. “Mi fa male vedere il mio nome associato all’ipotesi di una violenza su una donna, proprio in un momento in cui si parla così tanto di questo tipo di violenza – dice il parroco -. Avrei voluto querelare ma la Diocesi mi ha consigliato di lasciar perdere. I parrocchiani cosa dicono? Bisogna distinguere tra chi frequenta assiduamente la parrocchia e conosce la situazione e chi ci viene in modo occasionale”, facendo intendere che i primi sono con lui, ed esprime il suo sconforto: “Nella vita non sai mai cosa ti può capitare”.

    “Dopo la sanzione del Tribunale Canonico – afferma Cultrera – don Alberto avrebbe potuto presentare ricorso entro 5 giorni alla Congregazione per la Dottrina della Fede ma non l’ha fatto. Ora manca un ultimo passaggio davanti al Promotore di giustizia. Durante l’istruttoria, molto approfondita, c’è stato anche un confronto tra lui e la vittima che ha trovato il coraggio di denunciarlo nel 2019, a una trentina d’anni dai fatti. Don Alberto ha ammesso parzialmente le accuse ma il Tribunale ha riconosciuto appieno la ricostruzione della vittima e la sua credibilità”. Intanto all’associazione arrivano le proteste scritte di alcuni parrocchiani: “Don Alberto sta coi ragazzi, è una situazione triste e pazzesca”; “Segue i ragazzi del Gruppo Medie, continua a fare quello che gli pare”.

    https://www.affaritaliani.it/cronache/due-fratelli-preti-maniaci-sessuali-delpini-insabbia-il-caso-punito-dal-papa-798824.html

  • L’incredibile storia dei preti fratelli accusati di abusi e messi nella stessa parrocchia

    L’incredibile storia dei preti fratelli accusati di abusi e messi nella stessa parrocchia

    Manuela D’Alessandro – AGI – Due fratelli preti che vivono insieme nella stessa parrocchia di Santa Maria alla Fontana a Milano: uno, don Alberto Lucchina, è stato ‘sanzionato’ dal Tribunale Canonico a esercitare le sue funzioni per 5 anni in una casa di riposo stando lontano dai minori perché riconosciuto autore di violenza sessuale ai danni di una ragazza all’epoca quindicenne; l’altro, don Maurizio, attuale guida della comunità di fedeli nel quartiere Isola, risulta coinvolto in un procedimento penale per abusi su una donna disabile.

    Don Maurizio conferma che il fratello vive in parrocchia

    Per lui il pm Roberto Fontana, non entrando nel merito della vicenda, ha chiesto l’archiviazione perché la denuncia è stata presentata oltre il limite, previsto dalla legge, di un anno dai fatti ipotizzati. La vicenda è emersa dopo che nei giorni scorsi il sito ‘Rete l’Abuso’ ha dato conto della ‘condanna’ di don Alberto e annunciato di avere presentato un esposto alla Procura “perché il prete  aveva detto al Tribunale Canonico che si sarebbe autosospeso e domiciliato subito in una casa di riposo ma sappiamo che è ancora a contatto coi giovani”.

    “Dopo la pubblicazione dell’articolo su don Alberto qualche giorno fa  – racconta Francesco Zanardi, presidente dell’associazione che raccoglie i casi di violenze da parte dei religiosi e assiste le vittime – mi ha scritto una donna spiegandomi di avere denunciato solo di recente ai carabinieri una violenza sessuale subita da don Maurizio nel 2015”.

     L’AGI ha incontrato don Maurizio nella sua parrocchia: “Sì, mio fratello Alberto vive qui, in attesa che il procedimento canonico faccia il suo corso su fatti che risalgono a 30 anni fa” conferma, senza far riferimento alla sanzione in primo grado e assicurando che don Alberto non segue attività coi ragazzi, come invece riferito da alcuni frequentatori dell’oratorio. “La mia è una storia diversa, sono solo calunnie sul mio conto – prosegue -. Non ho mai saputo di essere stato indagato, l’ho letto sul web. Mi sono informato tramite un avvocato e ho saputo che sono stato archiviato”.

    In realtà al momento pende una richiesta di archiviazione a cui l’avvocato Daniela Cultrera, per conto della ‘Rete l’Abuso’, ha annunciato di avere presentato  opposizione chiedendo al giudice di disporre l’imputazione coatta per l’indagato.  L’udienza deve ancora essere fissata. Don Maurizio dice di avere “rivisto la donna nel 2020” e nega la violenza.

    Le proteste dei parrocchiani

    “L’ho conosciuto la notte di Capodanno del 2015 – si legge nella denuncia della donna di 47 anni -. Tante persone sono al corrente del malessere che mi ha provocato”. “Mi fa male vedere il mio nome associato all’ipotesi di una violenza su una donna, proprio in un momento in cui si parla così tanto di questo tipo di violenza – dice il parroco -. Avrei voluto querelare ma la Diocesi mi ha consigliato di lasciar perdere. I parrocchiani cosa dicono? Bisogna distinguere tra chi frequenta assiduamente la parrocchia e conosce la situazione e chi ci viene in modo occasionale”, facendo intendere che i primi sono con lui, ed esprime il suo sconforto: “Nella vita non sai mai cosa ti può capitare…”.

    “Dopo la sanzione del Tribunale Canonico – afferma Cultrera –  don Alberto avrebbe potuto presentare ricorso entro 5 giorni alla Congregazione per la Dottrina della Fede ma non l’ha fatto. Ora manca un ultimo passaggio davanti al Promotore di giustizia. Durante l’istruttoria, molto approfondita, c’è stato anche un confronto tra lui e la vittima che ha trovato il coraggio di denunciarlo nel 2019, a una trentina d’anni dai fatti. Don Alberto ha ammesso parzialmente le accuse ma il Tribunale ha riconosciuto appieno la ricostruzione della vittima e la sua credibilità”. Intanto all’associazione arrivano le proteste scritte di alcuni parrocchiani: “Don Alberto sta coi ragazzi, è una situazione triste e pazzesca”; “Segue i ragazzi del Gruppo Medie, continua a fare quello che gli pare”.

    https://www.agi.it/cronaca/news/2022-05-31/storia-preti-fratelli-accusati-abusi-messi-stessa-parrocchia-16930884/

  • “Sesso in chat con ragazzini per soldi”: padre Esposito condannato a 5 anni

    “Sesso in chat con ragazzini per soldi”: padre Esposito condannato a 5 anni

    Condannato a 5 anni per violenza sessuale ma assolto dall’accusa di materiale pedopornografico. Così ha deciso il collegio del tribunale di Termini Imerese, presieduto da Vittorio Alcamo, per padre Vincenzo Esposito. Il sacerdote di 64 anni, originario di Caltavuturo, ere stato arrestato ad agosto scorso nel Perugino, dove esercitava dal 2013. Secondo l’accusa, stando a quanto emerso dalle indagini, avrebbe pagato dei ragazzini, anche con piccole somme, per mostrarsi in videochat nudi o in atteggiamenti sessualmente espliciti. Solo a uno dei quattro ragazzini coinvolti che si erano costituiti, assistito dall’avvocato Francesco Paolo Sanfilippo, è stato riconosciuto il diritto a un risarcimento da quantificare in sede civile. Gli atti sono stati restituiti al pm per vagliare la posizione di un giovane e della madre in relazione all’ipotesi del reato di falsa testimonianza per ciò che hanno raccontato durante il processo.

    Il caso era scoppiato l’estate dello scorso anno quando il parroco, originario di Caltavuturo, era finito in manette insieme alla madre (ancora sotto indagine) di uno dei ragazzi, tutti di 16-17 anni, che avrebbero ricevuto 10, 20 o 30 euro sulle loro carte ricaricabili per le “prestazioni”. Una di queste storie riguarda proprio la donna arrestata, una cinquantunenne che in alcune occasioni avrebbe anche accettato del denaro per consentire che il sacerdotte incontrasse, sebbene attraverso uno schermo, il figlio. L’inchiesta era nata per caso, quando i militari avevano captato alcune telefonate nell’ambito di un’altra indagine.

    Esposito, difeso dall’avvocato Renato Vazzana, quando venne arrestato esercitava il ministero in provincia di Perugia, in passato però era stato anche a Termini Imeresel e al Buccheri La Ferla. I ragazzini, tutti residenti nel comprensorio di Termini, sarebbero stati tutti in una condizione di disagio economico ed avrebbero utilizzato il denaro ricevuto in cambio delle chat a sfondo sessuale per comprare sigarette, tagliarsi i capelli o banalmente andare a mangiare una pizza con la fidanzata. Come emergeva dall’ordinanza di custodia cautelare del gip Fabio Pilato, per il prete ogni momento sarebbe stato buono per guardare – anche contemporaneamente – gli adolescenti in atteggiamenti intimi, prima di una messa, ma anche subito dopo aver celebrato un funerale.

    Il più delle volte, come emerso dalle intercettazioni, sarebbe stato il parroco a cercare i ragazzini che si rivolgevano nei modi più diversi.  “Sei la mia vita, don Vincè”, “ti voglio bene” e “sono innamorato pazzamente”, avrebbero detto le presunte vittime al sacerdote. In alcuni casi, però, non avrebbero esitato – in caso di ritardi nei pagamenti – ad insultare padre Esposito chiamandolo “cornuto” o “testa di minchia”. “Stamattina ti ho messo 30 euro, ora – diceva – metterò 20 anche perché carissimo sono tre, non è che è uno solo… C’è tuo fratello, quello ha portato un amico di cui non ho visto nulla, sappilo, perché non si vedeva, però lui dice di fargli un regalino comunque”, affermava l’imputato il 24 aprile 2021. Che poi aggiungeva: “Tre sono già 60, più 30, non è che posso spendere 100 euro al giorno”.

    “A me piacerebbe fare l’amore con te e lui insieme, non l’ho mai fatto in tre”, diceva Esposito in una conversazione dell’11 maggio. E uno dei ragazzini gli rispondeva: “Lo faremo allora, padre Vincè” e poi aggiungeva: “Mi aiuta allora oggi? Padre Vincè, non è che mi può mandare 50 euro per favore?”. Il sacerdote replicava: “Ti ho detto che ti mando 30 euro perché 20 li ho promessi al nostro caro”. Il ragazzo insisteva: “Ma con questi mi sta facendo il regalo di compleanno… Io lo so che lei me lo fa, lo so che mi vuole bene, amunì, padre Vincè, la mia vita sei! Sei la mia vita!”. L’imputato allora chiedeva: “Senti, ma ti fai vedere un attimo? Ti voglio vedere…”.

    Dopo l’arresto di padre Esposisto, l’estate scorsa, l’Arcidiocesi di Perugia – sino ad oggi guidata dal cardinale Gualtiero Bassetti – aveva inviato una nota sottolineando lo “stupore” e il “dolore” per la notizia dell’arresto. In quell’occasione, attraverso una nota, era stato precisato “che mai alcuna segnalazione è giunta all’autorità ecclesiastica relativa ai fatti oggetto dell’indagine”. Il sacerdote dovrà adesso affrontare anche l’indagine della commissione ecclesiastica vaticana e un eventuale procedimento del Tribunale ecclesiastico regionale che potrebbe portare, dopo la sospensione dal sacerdozio, anche alla riduzione allo stato laicale.

    https://www.palermotoday.it/cronaca/condanna-padre-vincenzo-esposito-sesso-chat-ragazzini.html

  • MILANO; I fratelli don Lucchina e le pericolose leggerezze dell’arcivescovo Delpini

    MILANO; I fratelli don Lucchina e le pericolose leggerezze dell’arcivescovo Delpini

    Una vicenda che ha dell’incredibile riporta alla luce ancora una volta le leggerezze della diocesi Ambrosiana e le recidività del suo arcivescovo, Mario Delpini, promosso tale da papa Francesco dopo aver insabbiato il caso di don Mauro Galli, oggi nascosto nel seminario di Seveso e già condannato in primo grado e in appello dal tribunale italiano, che con molta probabilità vedrà confermata in Cassazione il prossimo 9 giugno la condanna definitiva.

    Un caso che fece molto clamore soprattutto perché malgrado gli insabbiamenti noti in Vaticano, vide papa Francesco nominare Delpini comunque arcivescovo di Milano.

    Ma Delpini ci ricasca, in sprezzo oltre che alla salute dei minori affidati alle sue parrocchie, anche alle direttive di papa Francesco.

    Tutto accade a Milano dove poche settimane fa, a seguito della condanna in primo grado da parte del tribunale diocesano di uno dei due fratelli Lucchina, in questo caso Alberto, la Rete L’ABUSO che è titolare dei procedimenti avviati nei confronti dei due, pubblica la notizia della condanna di Alberto, riportando le dichiarazioni dello stesso tribunale diocesano che nel condannarlo a 5 anni sottolinea al nostro avvocato che il sacerdote che si era autosospeso, è recluso da un anno in un luogo isolato e quindi dovrà scontare solo più 4 anni dei 5 inflitti.

    Pochi giorni dopo la pubblicazione della notizia, diverse segnalazioni dei parrocchiani giungono alla Rete L’ABUSO,qualcuno addirittura ci accusa di mentire sulla vicenda dicendo che don Alberto Lucchina non è affatto sospeso, fa il sacerdote nel quartiere Isola da un anno, insieme al fratello Maurizio.

    Ma i poveri parrocchiani non sanno che anche il fratello di Alberto, Maurizio è stato denunciato per violenza sessuale, quest’altro però non a danno di minori, ma di una donna maggiorenne, con disabilità.

    Naturalmente nella sede operativa della Rete L’ABUSO a Savona lo sesso Presidente Zanardi è incredulo alle segnalazioni che in poche ore diventano parecchie e non si spiega, soprattutto perché in un periodo dove la CEI che è alla vigilia dell’elezione del nuovo presidente sta vantando l’efficienza degli sportelli diocesani, che qualcuno possa avere azzardato una simile idiozia e ordina al distaccamento operativo di Milano un’immediata verifica delle segnalazioni.

    Passeranno meno di 24 ore per accertare che le segnalazioni sono più che fondate. Immediatamente la sede operativa di Savona informerà sollecitamente la Procura Penale e quella minorile di Milano, continuando a presidiare le due parrocchie e scoprendo un terzo parroco don Aurelio, in realtà il titolare delle due parrocchie dove i Lucchina sono nascosti dalla Diocesi.

    E qui l’ultima delle drammatiche scoperte, lo scorso lunedì in una riunione con i parrocchiani si viene a conoscenza che i due fratelli sacerdoti stanno organizzando l’oratorio estivo, ad uno saranno assegnati i ragazzi delle medie, all’altro i più piccini.

    Zanardi

  • Il senso di impunità del prete e lo scaricabarile dei vescovi

    Il senso di impunità del prete e lo scaricabarile dei vescovi

    Federica Tourn EDITORIALE DOMANI – Quando apre la porta ai carabinieri, don Livio non sospetta nulla. Conosce già quella coppia, venuta a chiedere informazioni per mandare il figlio nella comunità “Effatà Apriti” che il sacerdote gestisce a Prata Principato Ultra, in provincia di Avellino. Invece si tratta della copertura di un’indagine per violenza sessuale ai danni di un bambino di dodici anni e per don Livio Graziano, 56 anni, scatta l’arresto: l’ordine di custodia cautelare viene firmato il 22 ottobre scorso dalla Gip del tribunale di Avellino Francesca Spella. Quattro giorni dopo, la sede della comunità viene perquisita: «come indicato con precisione dal ragazzo, nell’armadietto del bagno del sacerdote vengono trovati preservativi, vaselina e lubrificanti – afferma l’avvocato Giovanni Falci, difensore del padre della vittima – oltre a 107mila euro in due scatole chiuse a chiave». Quando, due giorni dopo, viene interrogato dalla gip, l’indagato si avvale della facoltà di non rispondere.

    Originario della provincia di Caserta, don Livio è un prete sui generis. Le sue messe sono perturbanti, pervase da spirito carismatico: impone le mani e i fedeli si accasciano a terra, i malati vanno da lui per essere guariti. È anche un educatore: si dedica ai bambini senza famiglia, va nelle periferie per cercare chi è rimasto ai margini. Nel 2002 fonda ad Avellino la Fidde, Fraternità i Discepoli di Emmaus, una onlus che in breve tempo si ramifica in tutta la regione, aprendo ambulatori, attività per disabili, gruppi di auto aiuto per chi soffre di ansia, ludopatie, disforie di genere, disagio giovanile in generale. A Castel Volturno dal 2004 al 2020 il sacerdote gestisce anche una comunità educativa a gestione famigliare, dove accoglie decine di ragazzi in difficoltà.

    Nel 2015 la onlus si costituisce in cooperativa sociale con il nome di Effatà Apriti, specializzata in problemi alimentari e convenzionata con il Servizio sanitario nazionale e con il Tribunale di Avellino, un progetto che sta particolarmente a cuore a don Livio perché, come confessa in un’intervista a Repubblica, lui stesso ha sofferto a lungo di bulimia e anoressia. Fra i vari ambiti della missione del versatile sacerdote c’è, tragica ironia, anche la lotta contro la pedofilia: nel 2012, infatti, don Livio partecipa come esperto a un convegno sulla pedopornografia patrocinato dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Benevento, con un intervento sul “recupero del minore vittima di abusi”. Per il suo impegno sociale e umanitario, due anni dopo riceve addirittura il premio “Padre Pio da Pietrelcina”.

    Andrea (nome di fantasia) ha una famiglia normale; va a scuola, ha la passione per il calcio e da tifoso del Napoli sogna di incontrare Insigne. Ha la curiosità e il desiderio di esplorare tipico della sua età: da un rapporto con un coetaneo si prende un’infezione e i genitori, disorientati, lo indirizzano propro a don Livio. La speranza è che il prete, forte della sua esperienza con i ragazzi in crisi, possa aiutare Andrea a mettere ordine nei suoi turbamenti preadolescenziali. Glielo affidano da giugno alla fine di agosto 2021: tre mesi Andrea resterà nella grande casa di Prata Principato Ultra, dormendo su un materasso ai piedi del prete: secondo quanto racconta il padre del ragazzo, dopo solo cinque giorni dal suo arrivo don Livio abusa di lui con il pretesto di “visitarlo”. «Le violenze da quel momento si ripeteranno per tutto il periodo della sua permanenza nella comunità», conferma l’avvocato Falci.

    Il programma della “rieducazione di Andrea” è organizzato in una rigida griglia di impegni giornalieri, seguito passo passo da un’équipe di specialisti, e la famiglia è informata regolarmente dei suoi progressi. «Don Livio mi aggiornava su come proseguiva il soggiorno e mi mandava foto del ragazzo impegnato in diverse occupazioni», racconta il padre, che vede Andrea spazzare il cortile, mettere in ordine i libri in biblioteca ed è convinto che tutto prosegua per il meglio. Ma è soltanto una messinscena per tranquillizzare i genitori: «mio figlio mi ha detto in seguito che il prete lo metteva in posa apposta per le foto», riporta il padre. Al termine dell’estate, nella relazione consegnata ai genitori e firmata dallo stesso don Graziano, si legge che Andrea è molto migliorato e «mostra una serenità e una pace interiore. Quella serenità che è la scoperta di esserci, di vivere l’istante intensamente».

    A settembre, Andrea torna a casa. «Mi sono insospettito perché mio figlio era silenzioso, se ne stava sempre in disparte con il telefono – racconta il padre – gli ho chiesto a chi scrivesse continuamente e mi ha risposto: “a padre Livio, se non gli rispondo subito poi mi stressa”». Dalla chat fra i due, racconta il padre, vengono fuori centinaia di messaggi: quelli del prete sono incalzanti, si lamenta che il ragazzino non lo considera, gli scrive che senza di lui la sua vita non ha più senso. Don Livio è inarrestabile, non cerca nemmeno di essere prudente: manda whatsapp a tutte le ore, anche di notte, pieni di chioccioline che – gli spiega Andrea – significano “ti amo”. «Gli scriveva anche mentre celebrava la messa – sottolinea sempre il padre – Durante il soggiorno estivo gli aveva anche fatto regali costosi: un iphone 12, un orologio, un Apple smart watch». Non è tutto: secondo quanto riportano i difensori della famiglia, il prete dava anche dei soldi al ragazzino in cambio delle prestazioni sessuali. «Durante l’esame del contenuto dell’iphone di don Livio sono emerse anche alcune fotografie di Andrea mentre dorme, in pose inequivocabili – dichiara l’avvocata Benedetta Falci, che rappresenta la madre della vittima – foto cancellate dal sacerdote ma recuperate dagli inquirenti nella memoria dei file eliminati».

    La Chiesa, alla notizia dell’arresto, prende le distanze. La diocesi di Aversa, a cui il sacerdote appartiene, diffonde un comunicato stampa in cui dice che don Livio «da ormai molti anni aveva intrapreso un suo percorso di attività personali che esulavano dalla vita e dalla pastorale della comunità ecclesiale». Monsignor Arturo Aiello, vescovo di Avellino dal 2017, a sua volta alza le mani e rimpalla la questione al suo predecessore, monsignor Francesco Marino, che a più riprese aveva chiesto al sacerdote di non esercitare il ministero pastorale nel territorio diocesano.

    Marino conferma, spiegando che l’attività terapeutica di don Graziano lo preoccupava: «agiva in maniera autocefala e senza controllo – sottolinea il vescovo – questa situazione a me non convinceva, sia perché sganciata da ogni riferimento ecclesiale, sia perché in campi tanto delicati ci sarebbe stato bisogno di discernimento e competenza, che a me non risultava lui avesse». «Ero convinto – rincara l’ex vescovo di Avellino – che agisse al riguardo senza averne effettiva capacità; lui stesso non mi sembrava avere un retroterra psicologico personale equilibrato ed adeguato».

    Dubbi, chiacchiere sul conto del prete non mancano, ma denunce esplicite non arrivano, specifica monsignor Marino, che non manca di sottolineare come don Graziano operasse comunque non sotto la sua responsabilità ma alle dipendenze del vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo. Dal canto suo, Spinillo ribadisce che il prete da ormai quindici anni manteneva con la diocesi di Aversa «un rapporto molto occasionale». «Il mio giudizio – spiega il vescovo –  era che si trattasse di un sacerdote che, pur avendo una buona sensibilità personale, non riuscisse a vivere l’attività che sviluppava come un vero apostolato, ma piuttosto quasi come ricerca di un’affermazione di sé».

    Proprio Spinillo, però, aveva ingiunto a don Livio un periodo di discernimento e di recupero spirituale nella comunità monastica di Montevergine. Don Vitaliano Della Sala, vicedirettore della Caritas di Avellino, che ha conosciuto il sacerdote proprio a Montevergine, lo ricorda come una specie di santone: «padre Livio incoraggiava la superstizione della gente e a volte ho avuto l’impressione che confondesse la fede con la magia». «Che io sappia è stato allontanato da Aversa per sospetti di pedofilia – precisa don Vitaliano – purtroppo i vescovi in questi casi, invece di fare un’indagine seria alle prime avvisaglie e interrompere subito ogni rapporto fra il prete e i ragazzi, lo spostano da un’altra parte aggravando il problema». Con conseguenze drammatiche se, come nel caso di don Livio, il sacerdote si occupa di minori a rischio, anche in convenzione con il servizio pubblico: «se avessero avuto una denuncia in mano, le istituzioni ci avrebbero pensato due volte ad affidargli dei ragazzini», chiosa don Vitaliano.

    Andrea, intanto, ha lasciato gli amici e a calcio non parla con nessuno. «È sempre da solo, gli sta montando la rabbia», dice il padre, desolato. «Il ragazzo ha subito un’esperienza di abuso continuativa che il sacerdote ha qualificato come amore – spiega lo psichiatra Egidio Errico, che ha fatto una perizia su richiesta dell’avvocato Falci – i danni, già evidenti, purtroppo tenderanno a peggiorare con il tempo».

    Il processo a don Livio Graziano è nella fase dibattimentale e si celebra a porte chiuse; è stato chiesto il giudizio immediato ed è probabile che si arriverà presto a una sentenza. Al momento il sacerdote è sospeso dal ministero sacerdotale e il Tribunale ecclesiastico ha avviato un processo a suo carico, che procede su un binario parallelo e indipendente da quello dello Stato. Lo scorso dicembre il sacerdote è uscito dal carcere in seguito a uno sciopero della fame e si trova agli arresti domiciliari in una struttura di proprietà della Chiesa in attesa del giudizio ecclesiastico e civile.

    Federica Tourn EDITORIALE DOMANI del 23/5/22

     

  • Abusi sessuali: in Italia i laici denunciano l’omerta della Chiesa

    Abusi sessuali: in Italia i laici denunciano l’omerta della Chiesa

    LE MONDE – La legge del silenzio che pesa in Italia sulla pedocriminalità nel clero comincia a essere seriamente contestata. Mentre la Conferenza Episcopale Italiana tiene un’assemblea dal 23 al 27 maggio durante la quale si discuterà della sua politica in materia e si nomina il nuovo presidente, un libro accusatorio, in uscita il 26 maggio, cerca di spiegare perché la Penisola italiana è una degli ultimi Paesi occidentali dove la Chiesa cattolica si oppone con successo a qualsiasi tentativo di approfondire questo fenomeno.

    “Questo libro mira a costringerli a fare questa indagine”, ha detto a Le Monde una delle sue autrici, la storica e giornalista Lucetta Scaraffia.

    Intitolato Agnus Dei. Gli abusi sessuali del clero in Italia (“Agnus Dei. Abuso sessuale nel clero in Italia”, Solferino, 224 pagine, non tradotto), scritto da Lucetta Scaraffia, Anna Foa e Franca Giansoldati, l’opera trasse parte della sua materia prima nel archivi accumulati da Francesco Zanardi.

    Aggredito nella sua infanzia da un prete, questo uomo di 51 anni raccoglie da dodici anni informazioni sparse trovate sulla stampa. Molto solo, per molto tempo, a svolgere questo lavoro, questo abitante di Savona (Liguria), nei pressi di Genova, finì per diventare destinatario di informazioni inviategli da altre vittime, o dai loro familiari, che avevano subito la respinte dalla gerarchia cattolica. Questi dati sono online, in blocco, sul sito della sua associazione, Rete L’Abuso.

    Lucetta Scaraffia si è immersa in questi caotici frammenti di drammi e vite spezzate per cercare di raccontare queste storie e spiegare perché l’omerta persiste in Italia più che altrove. Questa cattolica non è alla sua prima puntura nella Chiesa.

    Nel febbraio 2019, quando dirigeva il mensile femminile Osservatore Romano, quotidiano ufficiale vaticano, pubblicava un’inchiesta in cui denunciava le violenze sessuali inflitte dai sacerdoti alle suore. Rimane inesauribile su questo argomento, che considera ancora più nascosto, nel suo Paese, della criminalità minorile. Con questi due scandali, dice, «la Chiesa è seduta su un vulcano».

    Gli autori contano, nell’archivio di Francesco Zanardi, “circa 320” sacerdoti interessati, “di cui 159 condannati in via definitiva”. Notano che molte procedure vengono interrotte poco dopo la conclusione, da parte delle diocesi, di un’operazione con le famiglie colpite, spesso con mezzi modesti. In cambio di un risarcimento da 15.000 a 25.000 euro, la maggior parte delle vittime accetta di ritirare la denuncia. Dal canto loro, le diocesi conservano i servizi di rispettabili avvocati i cui nomi compaiono in diversi casi.

    Modelli noti

    Troviamo, nel libro, modelli che ora sono ben noti per essere stati identificati e supportati in altri paesi. I minori vittime dell’aggressione sono in primis molto poveri, provenienti da famiglie aiutate dalla parrocchia dell’aggressore, e quindi dipendenti da lui; in un Paese in cui la Chiesa mantiene un grande peso economico e svolge la maggior parte dei compiti caritativi, queste situazioni sono particolarmente diffuse.

    La maggior parte dei sacerdoti presi di mira dalle accuse vengono spostati o inviati temporaneamente negli istituti specializzati per chierici in difficoltà di cui dispone la Chiesa italiana. Più che pedofili in senso patologico, sono “predatori” che scelgono le loro prede, ragazze o ragazzi, in base alla loro accessibilità. “Sono gender fluid”, schernisce Lucetta Scaraffia, utilizzando di proposito un’idea a cui la Chiesa si oppone. E quando un caso in pieno giorno si fa di tutto per stabilire l’idea di atti isolati. “Io stesso sono stato vittima di uno stupro e la mia storia è stata spesso raccontata come un caso individuale, ma il prete che ho accusato ha avuto almeno quaranta vittime! », spiega Francesco Zanardi.

    Il libro descrive sette storie per illustrare la situazione italiana. “Nessuno di questi casi è stato preso sul serio dalla gerarchia ecclesiastica mentre l’aggressore continuava, per così dire, a commettere i suoi crimini, notano gli autori. In tutti questi casi è stato necessario un intervento esterno affinché, finalmente, la gerarchia ecclesiastica prendesse in mano la situazione, seppur timidamente e in modo inadeguato. »

    «Questo non è un libro contro la Chiesa», insiste Franca Giansoldati, una degli autori, giornalista del Messaggero, principale quotidiano romano. Mira a far riflettere l’opinione pubblica, a cambiare mentalità in modo che le persone possano ancora una volta avere fiducia nell’istituzione. Ma per questo, abbiamo bisogno di un’indagine indipendente. Qui sta la principale resistenza della gerarchia cattolica italiana, che continua a favorire le procedure interne, a rischio di essere accusata di voler “soffocare” gli scandali.

    La liberazione dell’Agnus Dei spingerà la Chiesa a fare un passo in questa direzione? Sempre più osservatori sembrano essere conquistati da questa idea, anche se gli ostacoli restano notevoli. Infatti, se anche la società italiana si sta secolarizzando a pieno ritmo, la Chiesa gode ancora di una posizione di notevole potere nel Paese, tanto che pochi leader politici osano affrontare questo tema esplosivo. “In cinque anni solo un parlamentare ha fatto domande”, testimonia Franca Giansoldati.

    La stessa giustizia non sembra avere fretta di occuparsi di questi casi. Inoltre, il concordato con l’Italia prevede espressamente che “gli ecclesiastici non sono tenuti a fornire ai magistrati o ad altre autorità informazioni su persone o cose di cui sono a conoscenza in virtù del loro ministero”. Ciò impedisce o rallenta molte procedure. La stampa, infine, non è esente da rimproveri. “I vaticanisti italiani non vogliono parlare di abusi”, sottolinea Lucetta Scaraffia, sottolineando il peso in redazione di questi specialisti in questioni religiose che soprattutto non vogliono offendere la gerarchia cattolica. Quindi, confida, se il signor Zanardi l’ha contattata, è stato “perché non si fida degli altri giornalisti”.

    In effetti, i pochi casi che arrivano al processo sono il più delle volte trattati come notizie isolate e confinate a pagine locali. “Ricordo questo caso di stupro che coinvolse don Ruggero Conti, sacerdote della diocesi di Fiumicino, nel 2010. Il vescovo era venuto a testimoniare, eravamo a 30 chilometri dal Vaticano… In tribunale c’era tutta la stampa internazionale e, su da parte italiana, eravamo pochi giornalisti di agenzia. Il sacerdote è stato condannato a quindici anni di reclusione, ma la vicenda ha interessato più il New York Times che la stampa nazionale», racconta il giornalista Iacopo Scaramuzzi, autore di numerose opere sull’argomento, tra cui un saggio, Il sesso degli angeli (Edizioni dell’ Asino, 2022, non tradotto), e un podcast da pubblicare sul media online Il Post (con Alvise Armellini).

    Al di là di queste iniziative, e anche se questi approcci rimangono molto minoritari, i cattolici che vogliono fare luce iniziano a organizzarsi. Collettivi come Donne per la Chiesa o Noi siamo Chiesa hanno creato un coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica con la parola chiave #Italychurchtoo. La Conferenza episcopale deve decidere la prossima settimana sulla lotta a queste violenze. A gennaio, dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione Sauvé sulla criminalità minorile in Francia, essa escludeva ancora un’indagine simile sulla sola Chiesa cattolica. Resta da vedere per quanto ancora riuscirà a prevenirlo.

    le monde Cécile Chaambraud e Jérôme Gautheret – Roma – inviato speciale, corrispondente

  • Il liceo cattolico dell’Oklahoma ha fatto causa per 75 milioni di dollari per presunti abusi sessuali

    Il liceo cattolico dell’Oklahoma ha fatto causa per 75 milioni di dollari per presunti abusi sessuali

    Sala stampa di Washington, DC, 19 maggio 2022 / 19:28 (CNA). – Dieci studenti attuali ed ex, insieme a sei genitori o tutori, hanno citato in giudizio una scuola superiore cattolica in Oklahoma, una scuola che secondo loro “ha incoraggiato e consentito una cultura dello stupro” e “tollerato molestie e aggressioni sessuali” da parte di studenti maschi, insegnanti e allenatori da più di 10 anni, secondo la denuncia.

    La causa, depositata il 16 maggio presso il tribunale distrettuale della contea di Oklahoma, elenca la Mount St. Mary Catholic High School di Oklahoma City come imputato. Elenca anche coloro che hanno autorità sulla scuola: il consiglio di fondazione, l’arcidiocesi di Oklahoma City e le Sisters of Mercy.

    La causa accusa tre dirigenti scolastici, che nel frattempo si sono dimessi, di svolgere un ruolo centrale nella “commissione di aggressione e molestie” e di insabbiarla: l’ex preside Talita DeNegri, l’assistente preside Wendy Faires e la consulente di orientamento Mallory Tecmire.

    “Nonostante sia stato informato in modo effettivo e costruttivo di centinaia di episodi di aggressione sessuale e molestie … MSM [Mount St. Mary’s] non ha adottato misure ragionevoli per denunciare o fermare la dilagante cultura dello stupro e gli abusi sessuali in corso che si trovano appena sotto la superficie”, si legge nella causa. “Piuttosto, MSM ha svergognato donne e ragazze che hanno denunciato, inclusi i querelanti studenteschi e altre vittime, e ha permesso a uomini e ragazzi di continuare a molestare e aggredire donne e ragazze, compresi i querelanti studenteschi”.

    La causa denuncia violazione del contratto, negligenza, inflizione intenzionale di stress emotivo, discriminazione sulla base del sesso e molestie in ambiente educativo ostile, disturbo pubblico e calunnia. I querelanti chiedono più di $ 75 milioni di danni.

    Uno studente maschio che ha frequentato la scuola superiore dal 2017 al 2022 – identificato come “XR” – è accusato nella denuncia di aver violentato o aggredito numerose donne, tra cui tre querelanti. Una donna lo ha accusato di palpeggiarla e baciarla mentre guidava, afferma la denuncia, mentre un’altra ha detto che l’ha aggredita in un’aula buia.

    I leader di Mount St. Mary hanno appreso di questi incidenti, sostiene la causa, ma non hanno fatto nulla per XR fino a quando i media non hanno riferito di accuse di abusi sessuali nella scuola. XR è stato o sarà accusato penalmente, afferma la causa.

    In risposta alla causa, il Mount St. Mary’s ha condiviso una dichiarazione con la CNA della direttrice entrante della scuola, Laura Cain.

    “Sono stato informato della causa, ma non sono in grado di commentare le situazioni legali in sospeso”, ha affermato Cain, che fungerà da preside a partire dal 1 luglio. “Quello con cui posso parlare è la fiducia che ho nella direzione della Mount St. Mary Catholic High School. Come ex-allieva ed ex genitore, conosco il dolore che la comunità della nostra scuola ha dovuto affrontare negli ultimi sei mesi. Dobbiamo assicurarci di mantenere un ambiente compassionevole in cui gli studenti possano crescere ed eccellere. Il nostro futuro offre un’opportunità non solo per educare, ma per migliorare”.

    L’arcidiocesi di Oklahoma City e le Sisters of Mercy non hanno risposto con commenti al momento della pubblicazione.

    Quando l’arcidiocesi ha appreso delle accuse l’anno scorso, il personale ha contattato la polizia, ha affermato Page Hauser, coordinatore dell’ambiente sicuro dell’arcidiocesi, ha riferito l’Associated Press.

    “Hanno anche lavorato con il consiglio di amministrazione della scuola per assumere un investigatore indipendente per esaminare le accuse, con conseguente dimissioni di tre membri del personale”, ha detto Hauser in una dichiarazione mercoledì.

    Oklahoma Catholic high school sued for $75M over alleged sex abuse 

  • La Chiesa cattolica italiana al bivio sulle indagini sugli abusi sessuali

    La Chiesa cattolica italiana al bivio sulle indagini sugli abusi sessuali

    Di  – SAVONA, 19 mag. (Reuters) – Francesco Zanardi ha passato gli ultimi 12 anni a documentare abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici in Italia, colmando un vuoto che secondo lui è causato dal rifiuto della Chiesa del Paese finora di avviare un’indagine importante .

    Quando i vescovi italiani si incontreranno la prossima settimana per eleggere un nuovo presidente, Zanardi spera di vedere l’inizio di una resa dei conti attesa da tempo per la Chiesa, i cui leader discuteranno se commissionare un’indagine indipendente sugli abusi simili a quelli condotti in Francia e Germania. leggi di più

    Dal suo appartamento nel centro di Savona, nel nord Italia, Zanardi, 51 anni, gestisce Rete l’Abuso, che possiede uno dei più grandi archivi digitali sugli abusi sessuali d’ufficio nel Paese.

    Trascorre gran parte del suo tempo a cercare documenti giudiziari, rintracciare dove si trovano i sospetti abusatori, parlare con avvocati che lo aiutano con i casi e controllare i suggerimenti delle vittime.

    “Il filo conduttore che ho trovato tra le vittime è che non vogliono che succeda ad altri perché solo una vittima sa cosa ti fa dentro, anche se fuori sorride e sembra normale”, ha detto Zanardi.

    A febbraio, Zanardi e altri otto gruppi hanno formato un consorzio chiamato “Oltre il grande silenzio” e hanno lanciato l’hashtag #ItalyChurchToo per fare pressione sulla Chiesa italiana affinché accettasse un’indagine imparziale.

    La scelta del suo prossimo presidente per un mandato di cinque anni è cruciale perché i vescovi sono divisi sul fatto che un’eventuale indagine su vasta scala debba essere interna, utilizzando risorse esistenti come i comitati diocesani contro gli abusi, o da un gruppo esterno, potenzialmente composto da accademici , avvocati ed esperti di abusi.

    Sono anche divisi sul fatto che debba essere limitato al recente passato o tornare indietro di decenni.

    Un portavoce della Conferenza episcopale italiana ha detto che discuteranno su come procedere quando si incontreranno.

    La crisi mondiale degli abusi sessuali ha causato alla Chiesa cattolica romana un danno enorme alla sua credibilità ed è costata centinaia di milioni di dollari in insediamenti, con alcune diocesi che hanno dichiarato bancarotta.

    La Chiesa italiana, come gruppo, non ha emesso scuse formali e radicali per gli abusi, sebbene i singoli vescovi lo abbiano fatto.

    GIOVANI IN DIFFICOLTÀ

    I gruppi di vittime affermano che per decenni la Chiesa italiana ha affrontato abusi come la maggior parte delle altre Chiese nazionali, trasportando preti predatori da una parrocchia all’altra, riponendo fiducia in una terapia psicologica di dubbi effetti, screditando la vittima e usando il suo potere con le autorità civili per mettere a tacere le cose.

    In un caso, circa 20 anni fa, un vescovo inviò al Vaticano una lettera e un dossier su Nello Giraudo, allora sacerdote accusato di aver molestato adolescenti in un campo e in una casa per minori in difficoltà. Lui e il suo avvocato hanno negato tutte le accuse contro di lui.

    Nella lettera, vista dalla Reuters insieme ad altra corrispondenza e atti processuali, il vescovo ha detto che cercherà “per quanto possibile” di assicurarsi che il sacerdote non abbia più contatti con bambini e adolescenti.

    Ma circa due mesi dopo, il vescovo nominò Giraudo a dirigere una parrocchia in un’altra zona. Gli furono affidati i compiti di celebrare la Messa, visitare i malati, visitare le famiglie e insegnare la religione agli adulti. Ma la lettera di incarico non menzionava il fatto di stare lontano dai bambini.

    Una nota interna diocesana scritta più o meno nello stesso periodo diceva che c’erano sospetti che Giraudo risalisse a più di due decenni fa.

    Il sacerdote è stato sottoposto a terapia psicologica. Un’altra lettera rivelava di aver confidato le sue “tendenze pedofile” a un confratello. Nonostante tutti gli avvertimenti non è stato svincolato.

    Ha lasciato il sacerdozio nel 2010 e nel 2012 un tribunale lo ha condannato a un anno con la sospensione della pena in un patteggiamento per l’accusa di aver molestato un ragazzo di 17 anni in un campo nel 2005.

    Giraudo ha rifiutato di parlare con un giornalista della Reuters che si è avvicinato a lui fuori dalla sua casa di Savona per discutere le accuse contro di lui.

    Zanardi ha detto di essere stato abusato da Giraudo quando aveva 12 anni e in seguito è caduto in anni di depressione e abuso di droghe.

    MIGLIORI INTENZIONI

    Vittime come Zanardi affermano che ci sono centinaia di casi in cui le autorità della Chiesa non sono intervenute, hanno insabbiato o hanno agito troppo tardi per impedire che gli abusi si ripetessero.

    Dicono che un’indagine completa sarebbe un atto di purificazione per la Chiesa in Italia, che storicamente ha avuto un grande potere sulla vita ed è stata considerata intoccabile.

    Padre Hans Zollner, tedesco che dirige il dipartimento di tutela e prevenzione degli abusi sessuali presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, da anni sollecita la Chiesa italiana ad accettare un rapporto indipendente.

    “Possiamo avere le migliori intenzioni, ma finché lo facciamo internamente nessuno ci crederà”, ha detto Zollner.

    I fautori di un’indagine interna affermano che la Chiesa ha le risorse, rilevando che circa il 62% delle 226 diocesi italiane ha istituito “centri di ascolto” dove le vittime e altri possono registrare denunce di abusi, passati o presenti.

    I vescovi, riuniti per cinque giorni a porte chiuse in un albergo fuori Roma, voteranno tre candidati alla presidenza della conferenza e li proporranno a papa Francesco di sceglierne uno tra di loro.

    Francesco ha espresso vergogna per l’incapacità della Chiesa cattolica mondiale di affrontare casi di abusi sessuali e ha affermato che deve rendersi una “casa sicura per tutti”.

    Il mese scorso, ha chiesto un audit annuale per valutare come le Chiese cattoliche nazionali stessero attuando misure per proteggere i bambini dagli abusi sessuali del clero.

    Nel 2019 Francesco ha emesso una direttiva papale che ordina a ciascuna diocesi del mondo di istituire “sistemi pubblici, stabili e facilmente accessibili per la presentazione” delle denunce di abusi sessuali.

    Alcuni paesi, come gli Stati Uniti, hanno stabilito procedure anche prima della direttiva, ma altri sono stati lenti a conformarsi.

    Zanardi dice che non gli importa chi viene eletto presidente della conferenza episcopale “purché faccia un minimo di quanto fatto all’estero”.

    https://www.reuters.com/world/europe/italys-catholic-church-crossroads-over-sexual-abuse-investigation-2022-05-19/

  • Sacerdote e collaboratore a processo Sono accusati di abusi su minore

    Sacerdote e collaboratore a processo Sono accusati di abusi su minore

    Il giudice delle udienze preliminari del tribunale di Prato, Marco Malerba, ha rinviato a giudizio don Giglio Gilioli, 76 anni ed un suo collaboratore laico di 39 anni, Lucio Fossanova, con l’accusa di violenza sessuale asu minore, oggi trentenne. I fatti si sarebbero consumati fra il 2008 e il 2012. I due imputati sono i assistiti dagli avvocati Cristina Menichetti e Carlotta Taiti. Giunge ad una seconda svolta la faccenda dei presunti abusi sessuali emersi dai racconti di un ragazzo pratese e che si sarebbero consumati nella comunità religiosa de “I discepoli dell’Annunciazione”, fondata dallo stesso don Giglio e soppressa dal Vaticano per il perdurare di una serie di inadempienze. A disporre dello scioglimento dell’associazione è stata nel 2019 la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata.

    Il gup ha fissato la data dell’inizio del processo, che prenderà il via il 3 ottobre prossimo con alla sbarra degli imputati il fondatore don Giglio Gilioli ed il suo collaboratore.

    Nel dicembre scorso il gip Francesca Scarlatti aveva archiviato dieci posizioni di altrettanti religiosi appartenenti ai Discepoli dell’Annunciazione. Il gip aveva accolto la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura per dieci componenti della congregazione finita nella bufera dell’inchiesta del 2020 di presunte violenze su minori.

    L’inchiesta era partita a seguito dei racconti di un ragazzo pratese che aveva denunciato di aver subito abusi mentre frequenteva la comunità fondata da don Giglio Gilioli. Sui fatti denunciati – emersi durante sedute psicanalitiche condotte con la tecnica Emdr – la Procura non è riuscita a trovare riscontri, neppure interrogando altri ragazzi che avevano frequentato la comunità religiosa in quello stesso periodo.

    L’accusatore dei religiosi, che oggi ha 23 anni, è stato sottoposto a perizia psichiatrica su richiesta della stessa Procura, risultando inattendibile. Il gip aveva deciso per l’archiviazione del reato di violenze su minori. In quella occasione sono decadute le accuse anche per don Gilioli, accusato di violenze sessuali di gruppo, ma solo per questo primo filone dell’inchiesta.

    Il fondatore dei Discepoli dell’Annunciazione, comunità che aveva sedi non solo a Prato, ma anche a Lucca e ad Aulla, è rimasto indagato insieme a Fossanova nell’altro ramo dell’inchiesta, che si è sviluppato prendendo le mosse dai racconti del fratello maggiore del primo denunciante.

    In quest’ultimo caso la Procura ha ritenuto attendibile la testimonianza facendo la richiesta di rinvio a giudizio per i due indagati, che devono rispondere dell’accusa di violenza sessuale aggravata su minore.

    https://www.lanazione.it/prato/cronaca/sacerdote-e-collaboratore-a-processo-sono-accusati-di-abusi-su-minore-1.7665171/amp