Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Valerio Lazzeri

  • Il caso – Abusi, sulle tracce dell’ex docente: «Se ho ferito qualcuno, mi dispiace»

    Il caso – Abusi, sulle tracce dell’ex docente: «Se ho ferito qualcuno, mi dispiace»

    Suona la campanella, gli allievi si riversano in cortile. Il docente fa strada verso l’aula insegnanti: sembra tranquillo. Ha pochi minuti prima che inizi la prossima lezione, ma è disponibile per qualche domanda.

    «Se posso rendermi utile – dice -. È passato tanto tempo».

    Ventiquattro anni per la precisione, da quando ha chiuso i battenti il collegio salesiano di Maroggia. Oggi il docente è vicino alla pensione. Insegna in un istituto salesiano in Italia, nonostante sia stato oggetto di una segnalazione per presunte violenze e abusi durante la sua docenza in Ticino, e di un’inchiesta della Commissione di esperti della Diocesi di Lugano di cui, afferma, non è mai stato a conoscenza.

    «Cado letteralmente dalle nuvole. Se ho fatto degli errori mi dispiace, sono disponibile a un confronto».

    Negli ultimi mesi l’ex collegio Don Bosco di Maroggia è stato al centro di alcune rivelazioni da parte di ex allievi, che hanno raccontato di presunti abusi sessuali e violenze fisiche consumate tra le mura dell’internato nell’arco di circa quarant’anni. A occuparsene, oltre ai media e alla Commissione diocesana, sono anche i ricercatori dell’Università di Zurigo che su mandato della Conferenza dei vescovi svizzeri si sono concentrati negli ultimi mesi, tra le altre cose, proprio sugli abusi commessi nei collegi con internato.

    Il passato che non passa

    Quello di Maroggia ha chiuso nel 2002. Nel frattempo è stato convertito in un complesso residenziale: nelle ex aule sono stati ricavati appartamenti, vista sul lago e sul parco ancora dominato da un busto di Don Giovanni Bosco.

    Sirio, 38 anni, risale le scale dell’internato per la prima volta dopo tanto tempo. Si guarda intorno, riconosce i dettagli – «qui c’erano i bagni delle ragazze, qui il telefono comune» – e si irrigidisce davanti a quella che oggi è la porta di un’abitazione.

    «È lì – dice – che è successo il fatto».

    Le prime testimonianze emerse sull’ex collegio si riferiscono agli anni Settanta e a due docenti-sacerdoti, nel frattempo deceduti. La storia di Sirio invece è diversa: racconta di violenze e maltrattamenti avvenuti soltanto vent’anni fa. In base alle sue dichiarazioni – ritenute credibili dalla Commissione d’inchiesta stabilita dalla Diocesi di Lugano – le violenze fisiche e psicologiche all’interno dell’istituto si sarebbero protratte oltre la soglia del Duemila, praticamente fino alla chiusura dell’istituto.

    Questo fa sì che sia gli autori che le vittime siano ancora vivi, la memoria ancora fresca e particolarmente dolorosa. Non solo. Nel caso più grave, un docente accusato dalla testimonianza di Sirio di abusi di vario tipo nei confronti degli allievi dell’istituto, è ancora attivo nell’insegnamento.

    La testimonianza

    «Ero tornato in classe a prendere una felpa che avevo dimenticato. Ho visto una mia compagna chinata sulla cattedra, il professore piegato su di lei in un atto sessuale».

    Anche Sirio (il nome è di fantasia) ha una vita apparentemente normale: il suo percorso formativo ha risentito del trauma – «dovetti cambiare scuola, la mia famiglia ci ha messo un po’ a capire» – ma è rimasto nel Mendrisiotto, ha un lavoro, pochi sanno quello che ha passato.

    «Sono cresciuto in un ambiente in cui era impensabile attribuire certe colpe ai sacerdoti o a persone comunque connesse all’ambito religioso».

    Negli anni successivi l’ex allievo si è allontanato totalmente dalla Chiesa. Dopo essersi confrontato con le resistenze dei suoi stessi familiari, a cui aveva raccontato fin da subito le violenze viste e subite al Don Bosco – «tornavo a casa con i segni delle botte, alcuni li porto addosso ancora adesso: mi picchiavano i compagni e lo stesso docente, per ritorsione» –, ha elaborato il trauma da solo: ci è voluto del tempo perché maturassero le condizioni per un confronto, dentro di lui e intorno a lui.

    Al vaglio della Commissione

    Nel 2009 – pochi anni dopo la chiusura del collegio, dunque – la Curia di Lugano ha istituito la prima Commissione di esperti per gli abusi in ambito ecclesiastico. Nel 2016 l’organo è stato potenziato e rivisto (per impulso del vescovo Valerio Lazzeri) ma è stato solo a partire dal 2023, con la pubblicazione della prima ricerca dell’Università di Zurigo che il dibattito si è animato anche a sud delle Alpi. «Spesso questi casi arrivano a noi quando le persone coinvolte sono già decedute o comunque non più perseguibili, essendo intervenuta la prescrizione» spiega il Magistrato dei minorenni Fabiola Gnesa, che presiede la commissione e ha esaminato anche la testimonianza di Sirio.

    La pratica, dopo essere stata valutata credibile, è stata girata alla commissione federale assieme ad altre (una decina) raccolte negli ultimi due anni. La responsabilità dei presunti autori è un capitolo, da questo punto di vista, particolarmente delicato.  La Commissione si occupa per competenza della segnalazione di fatti avvenuti nella Diocesi di Lugano» precisa Gnesa. «Alcuni casi possono essere più complessi e coinvolgere la competenza di più autorità».

    Chi ricorda, e chi no

    Rintracciare il docente in questione non è particolarmente difficile. Il fatto che continui a insegnare in Italia – già trapelato sui media ticinesi – è confermato dal sito di una scuola gestita anch’essa dalla congregazione salesiana, su cui compare il suo nome.

    «Quello che posso dire è che non ricordo, è passato molto tempo, ma se il mio comportamento ha urtato qualcuno mi dispiace e sono pronto a scusarmi».

    L’insegnante, confrontato con le dichiarazioni depositate sul suo conto – di cui ribadisce di non sapere «assolutamente niente» – è sulle prime molto turbato. Nega di essere stato coinvolto in atti sessuali – «senza ombra di dubbio» – mentre sulle violenze fisiche ammette «qualche ceffone, sì» ma non ricorda nemmeno i nomi degli alunni.

    Nell’aula insegnanti arrivano le voci degli allievi di oggi, che giocano nel cortile della scuola. Quelle del passato sono state prese sul serio dagli organi competenti? «Mi rincresce di non essere stato avvisato né coinvolto in alcun modo» dice il docente. L’espressione si fa amareggiata. «In generale penso che quello degli abusi e dei maltrattamenti sia un tema importante, da non sottovalutare ma neanche da ingigantire». La campanella suona e si congeda: è ora di rientrare in classe.

    La lettera dei Salesiani

    Il motivo per cui le segnalazioni non sono sfociate in verifiche – e il docente può tornare alla sua lezione: di fatto, è impossibile accertarne la veridicità – è riassunto in una lettera inviata l’estate scorsa dall’Ispettoria Salesiana Lombardo Emiliana (competente anche per il Ticino) all’ex allievo denunciante.

    Il caso, scrive il segretario ispettorale don Enrico Castoldi, è stato trattato dalla Diocesi di Lugano (servizio di tutela dei minori) e da questa girato alla congregazione italiana (commissione ispettorale tutela minori e persone vulnerabili) la quale «ha potuto constatare il decesso» di alcuni ex docenti accusati, mentre per quelli ancora vivi «si precisa che la legge canonica applicabile all’epoca dei fatti non consente e non consentiva di avviare un’indagine previa nei loro confronti» anche prima dell’intervenuta prescrizione.

    «La nostra ispettoria riconosce ogni vittima come persona ferita – conclude la missiva – e quindi, nel rispetto della sua volontà, potremo fornirle ascolto, accoglienza e accompagnamento».

    Sirio rimette in tasca la lettera. Nel corridoio dell’ex internato di Maroggia compare un inquilino di mezza età, che scende le scale verso l’uscita. Ricalca più o meno i passi che l’alunno percorse allora: un 12.enne in fuga a perdifiato da una scena che – sostiene – lo perseguita ancora oggi.

    «Spero che parlare di queste cose serva a qualcosa. Se non è possibile fare giustizia, almeno è giusto che la gente sappia».

    L’inquilino è rimasto interdetto sul pianerottolo. Aveva sentito delle voci sul passato dell’istituto, ma non ci aveva mai creduto. Vedere un testimone tornare sul posto e rivivere il trauma è un’esperienza forte, per entrambi. La verità poi, per chi ci crede, è nelle mani di Dio.

    https://www.cdt.ch/prodotti/cdt-weekend/abusi-sulle-tracce-dellex-docente-se-ho-ferito-qualcuno-mi-dispiace-424591

  • Si apre in Ticino il processo a un sacerdote accusato di abusi sessuali

    Si apre in Ticino il processo a un sacerdote accusato di abusi sessuali

    È iniziato giovedì il processo contro un sacerdote 56enne, ex cappellano del collegio Papio di Ascona, arrestato un anno fa con l’accusa di abusi sessuali su minori. L’uomo, già in carcere e in fase di espiazione della pena, è noto nell’ambito ecclesiastico ticinese per aver ricoperto ruoli educativi e spirituali, tra cui quello di assistente della Pastorale giovanile diocesana e docente liceale.

    In aula dovrà rispondere di una ventina di episodi avvenuti tra il 2015 e il 2023, principalmente in contesti legati alla Chiesa. Le vittime sono nove, di cui quattro minorenni. I presunti abusi sarebbero avvenuti durante massaggi definiti “rilassanti”, in alcuni casi con atti più gravi. L’uomo avrebbe ammesso parte dei fatti.

    L’inchiesta è partita da una segnalazione raccolta dall’amministratore apostolico Alain de Raemy e trasmessa alla Commissione per gli abusi sessuali. Non è ancora chiaro se il precedente vescovo Valerio Lazzeri fosse già stato informato. La Curia di Lugano non sarà presente in aula e si esprimerà solo dopo la sentenza, attesa già in giornata. ROLANDO LEO

    https://www.tvsvizzera.it/tvs/qui-svizzera/si-apre-in-ticino-il-processo-a-un-sacerdote-accusato-di-abusi-sessuali/89833892

  • Giovedì 14 agosto il processo a porte chiuse al prete ticinese accusato di abusi

    Giovedì 14 agosto il processo a porte chiuse al prete ticinese accusato di abusi

    Inizia il 14 agosto 2025 il processo a carico del sacerdote 55enne accusato di abusi che all’epoca dei fatti era assistente della pastorale giovanile della diocesi di Lugano, cappellano al collegio Papio di Ascona nonché responsabile dell’Ufficio dell’istruzione religiosa scolastica della Diocesi. Incarcerato ormai da oltre un anno (7 agosto 2024 il fermo dell’uomo), dovrà rispondere di atti sessuali con minori, persone incapaci di discernimento o di resistere, coazione sessuale e pornografia, per fatti avvenuti tra il 2015 e il 2023. Attualmente l’uomo si trova nel carcere La Stampa di Lugano dove sta espiando anticipatamente la pena. La procuratrice Valentina Tuoni intende richiedere una pena superiore a cinque anni. La corte sarà così composta anche dagli assessori giurati.

    Il caso

    Il caso è emerso dopo che una delle vittime, già confidatasi nel 2021 con il vescovo Valerio Lazzeri, senza aver ottenuto risultati, nel febbraio del 2024 ha rivelato gli stessi fatti all’amministratore apostolico della diocesi di Lugano, Alain de Raemy. Dopo aver ascoltato il giovane, il vescovo Alain lo ha inviato – come da prassi – alla Commissione di esperti in caso di abusi sessuali in ambito ecclesiale allo scopo di accompagnare la vittima a condividere i fatti da lui vissuti e aiutarlo a decidere se sporgere denuncia. Ciò che il ragazzo decise di fare l’aprile successivo. Quatto mesi più tardi, era il 7 agosto 2024, il prete venne arrestato. Nel frattempo sono emersi altri capi di accusa, tra i quali toccamenti e ipotetici massaggi rilassanti sopra i vestiti nei confronti di altri 9 giovani, cinque maggiorenni e quattro minorenni, mentre gli atti nei confronti del giovane che ha sporto la denuncia sarebbero avvenuti mentre quest’ultimo dormiva. ROLANDO LEO

    https://catt.ch/newsi/giovedi-14-agosto-il-processo-a-porte-chiuse-al-prete-ticinese-accusato-di-abusi

  • Don Leo, le vittime sarebbero nove

    Don Leo, le vittime sarebbero nove

    Le vittime di Don Rolando Leo sarebbero nove, secondo quanto riporta il quotidiano La Regione che cita l’atto d’accusa nei confronti del religioso, ora in espiazione anticipata della pena: si tratterebbe di quattro minorenni e cinque maggiorenni. I reati contestati all’ex cappellano del collegio Papio di Ascona (nonché docente e assistente spirituale della Pastorale giovanile diocesana, oltre che responsabile dell’Ufficio dell’istruzione religiosa scolastica cantonale) sarebbero – al termine dell’inchiesta condotta dalla procuratrice pubblica Valentina Tuoni – di coazione sessuale, atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere, atti sessuali con fanciulli e pornografia. Il 55.enne, difeso dall’avvocato Marco Masoni, era stato sospeso da tutti i suoi incarichi ed è tuttora in carcere alla Farera, in espiazione anticipata della pena dal 7 agosto 2024.

    La Curia, contattata dal Corriere del Ticino, al momento non rilascia commenti, anche perché non è stata trasmessa alcuna comunicazione ufficiale. L’indagine era partita dopo una segnalazione arrivata all’Amministratore apostolico Alain de Raemy. Poi, dopo «un attento esame e accompagnamento da parte della Commissione di esperti in caso di abusi sessuali in ambito ecclesiale» aveva coinvolto gli «organi giudiziari competenti, d’accordo con la persona vittima e secondo quanto previsto dalle normative vigenti», come si legge in una nota della Curia dell’epoca.

    Il giovane che aveva scoperchiato il caso aveva informato l’allora vescovo Valerio Lazzeri dei comportamenti del sacerdote già nel 2021, vale a dire tre anni prima che fossero prese delle misure. La reazione del tempo, infatti, si limitò a una telefonata al diretto interessato. Telefonata nella quale vennero formulate le scuse del prelato, che ammetteva i fatti. Nel febbraio 2024 è sempre la stessa persona a confidarsi con l’amministratore apostolico Alain de Raemy, il successore di Lazzeri, sporgendo poi denuncia al Ministero pubblico in aprile.

    https://www.cdt.ch/news/don-leo-le-vittime-sarebbero-nove-388646

  • Caso Don Leo, i fatti erano già noti nel 2021

    Caso Don Leo, i fatti erano già noti nel 2021

    Atti sessuali con fanciulli, coazione sessuale, atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere e pornografia.

    Sono queste le ipotesi di reato nei confronti di Don Rolando Leo, incardinato nella Diocesi di Lugano e cappellano del Collegio Papio di Ascona, in carcere dal 7 agosto a seguito della confessione da parte di un giovane riguardo ai comportamenti inopportuni intrattenuti dal presbitero in diverse occasioni nel corso di cinque anni. Una vicenda che – stando a quanto anticipato dalla Regione – era già nota nel 2021, quando il giovane in questione aveva segnalato comportamenti libidinosi al vescovo Valerio Lazzeri.

    Don Leo era inoltre responsabile dell’Ufficio istruzione religiosa scolastica, ma anche docente e assistente spirituale della Pastorale giovanile diocesana. Lazzeri – come confermato al foglio bellinzonese da fonti affidabili – era quindi già a conoscenza che Don Leo avesse avvicinato fisicamente sia il ragazzo (ventenne) sia un minorenne.

    Fatti quindi già noti ancor prima che il 20enne ne parlasse con l’amministratore apostolico Alain de Raemy nel mese di febbraio 2024, a cui è seguita una denuncia alla Procura nel mese di aprile. Lazzeri, lo ricordiamo, ha presentato le dimissioni nell’ottobre del 2022.

    Un problema mai realmente affrontato

    Sempre stando a fonti della Regione, Lazzeri aveva espresso al giovane le sue intenzioni di voler affrontare il problema parlandone direttamente con il cappellano. Tuttavia, le sue azioni si limitarono a una semplice telefonata al giovane durante la quale gli comunicava di essersi confrontato con Don Leo e che questo, dopo aver ammesso i fatti, si era scusato.

    Inoltre, al ventenne era stato promesso un intervento più incisivo, come l’obbligo di un percorso psicologico. Don Leo considerava infatti i toccamenti niente più che dei massaggi rilassanti, ma che spesso si estendevano fino alle parti intime. Tuttavia, dopo le segnalazioni a Lazzeri il ragazzo non ha più avuto notizie relative alla vicenda. In tutto questo tempo, nonostante la denuncia al vescovo, Don Leo ha continuato a partecipare a diverse attività giovanili.

    Motivo per cui il 20enne ha deciso di non prendere più parte a incontri o viaggi che coinvolgessero il cappellano. Insomma, la confessione a Lazzeri non è mai arrivata a chi di dovere, come ad esempio alla Commissione ticinese di esperti in caso di abusi sessuali in ambito ecclesiale, e Don Leo non è mai stato sollevato dai suoi incarichi. Neanche quando a febbraio de Raemy avviò l’iter che portò al suo arresto a inizio agosto.

    https://www.ticinonews.ch/ticino/caso-don-leo-i-fatti-erano-gia-noti-nel-2021-400466

  • Papa Francesco riduce allo stato laicale prete ticinese: violentò una ragazza a Rimini

    Papa Francesco riduce allo stato laicale prete ticinese: violentò una ragazza a Rimini

    Papa Francesco ha privato del suo status clericale un sacerdote ticinese condannato per abusi sessuali su denuncia della Curia. Il sacerdote 50enne era stato condannatonel 2021 a quattro anni di carcere, e ora la decisione del Pontefice suggella definitivamente il suo destino all’interno della Chiesa. Inizialmente sospeso dalle sue funzioni, ora rischia l’espulsione definitiva.

    L’episodio risale al 2013 quando aggredì una parrocchiana 18enne a Rimini. Tuttavia il caso venne alla luce solo diversi anni dopo. La giovane riuscì a svelare l’abuso nel 2018 dopo un primo tentativo nel 2015, per poi togliersi la vita all’età di soli 22 anni.

    L’ex sacerdote aveva sfruttato le vulnerabilità della giovane donna, che l’avevano tormentata per gran parte della sua vita. Aveva iniziato a manifestare comportamenti autolesionisti e abuso di sostanze all’età di 13 anni, portandola a molteplici ricoveri in cliniche psichiatriche e ad una diagnosi di disturbo borderline di personalità. Accanto alla madre si eraaffidata al sacerdote, all’epoca attivo in una parrocchia del Basso Ceresio (dove è rimasto dal 2006 al 2014), instaurando un rapporto che lo ha portato a diventare il suo padrino per la Cresima.

    Tuttavia, col passare del tempo, i comportamenti del sacerdote cambiarono, poiché forniva alcolici alla giovane e li consumava con lei. Dopo aver ricevuto una confessione molto intima dalla giovane, avrebbe iniziato a palpeggiarla e baciarla. Poi un viaggio a Rimini per assistere ad un concerto. Nonostante la sua riluttanza, la ragazza era stata costretta ad andare. Le aveva fornito alcolici per tutto il pomeriggio e più tardi l’aveva raggiunta in albergo, dove l’aveva aggredita e violentata. L’aveva anche avvertita di non dirlo a nessuno, lasciando intendere che non sarebbe stata creduta.

    Solo anni dopo,  la giovane trovò il coraggio di parlare apertamente di quanto le era accaduto. La vicenda era arrivata all’orecchio di monsignor Valerio Lazzeri, allora vescovo di Lugano. Convocata la Commissione diocesana di esperti per la gestione dei casi di abusi sessuali all’interno della Chiesa, aveva poi deciso di denunciare il caso alle autorità. Ciò portò al processo e alla successiva condanna a quattro anni di carcere. Ma intanto la giovane vittima, dopo anni di sofferenze, aveva deciso di togliersi la vita.

    Il sacerdote ha ammesso di agire per egoismo: era attratto da lei e desiderava un rapporto sessuale. Dopo aver scontato la pena, sperava di “trascorrere un lungo periodo in una comunità religiosa per recuperare la sua dimensione spirituale”. Ma la decisione del Papa è venuta prima.

    L’ex sacerdote era stato giudicato colpevole anche di violazione della legge federale svizzera sugli stupefacenti: aveva consumato almeno un chilogrammo di marijuana tra il 2017 e il 2020.

    Papa Francesco riduce allo stato laicale prete ticinese: violentò una ragazza a Rimini

     

  • Dimesso il prete del primo abuso sessuale comunicato dalla Curia

    Dimesso il prete del primo abuso sessuale comunicato dalla Curia

    Don Claudio Mazzier non è più un prete. A dimetterlo dallo stato clericale è direttamente papa Francesco. Dell’ormai ex sacerdote si era parlato in Ticino in occasione del processo che lo aveva visto alla sbarra nel febbraio del 2021.

    L’ex religioso era stato condannato dalla Corte delle Assise criminali di Lugano, presiedute dal giudice Amos Pagnamenta, al termine di un procedimento di rito abbreviato, a 4 anni di detenzione. Oltre ai reati di coazione sessuale e violenza carnale, il 50enne, difeso dall’avvocato Luigi Mattei, era stato riconosciuto colpevole di contravvenzione alla Legge federale sugli stupefacenti, avendo consumato almeno un chilo di marijuana fra il 2017 e il 2020.

    Ma il fatto più grave che gli era stato contestato e riconosciuto, come anticipato, riguarda lo stupro, nel 2013, di una parrocchiana 18enne durante un viaggio in Italia. Mazzier si era offerto di accompagnarla a Rimini per assistere a un concerto di musica pop. Qui l’ex prete, originario del Locarnese, ma in quell’occasione attivo in una Parrocchia del Basso Ceresio (dove era giunto fra il 2006 e il 2014), approfittò sessualmente della fragile situazione della giovane, dopo che era stata oggetto di sue morbose attenzioni, attraverso baci ed effusioni, negli anni precedenti (dunque quando la ragazza era ancora minorenne).

    Il caso era emerso nel maggio 2020, dopo l’arresto dell’uomo, suscitando clamore – oltre che per la fattispecie – per essere stato il primo abuso sessuale commesso da un ecclesiastico comunicato direttamente dalla Curia.

    ‘Agì per egoismo’

    Una storia che oltre ai risvolti squallidi, per il comportamento dell’allora parroco (che «agì per egoismo», come sottolineato dal giudice Pagnamenta nel corso della lettura della sentenza), ha poi avuto un esito tragico con la morte a 22 anni della vittima sulla quale Mazzier avrebbe dovuto riservare, come desiderio della famiglia, un’attenzione diversa così da aiutarla a uscire da un momento particolarmente difficile e di sofferenza psicologica.

    Tanto che, come emerso nel dibattimento del processo di tre anni fa, la ragazza non avrebbe voluto compiere quella trasferta, forse allarmata – come scrivevamo nella cronaca di quei giorni – da quanto precedentemente avvenuto in Ticino e dall’escalation di un rapporto che non era più come avrebbe dovuto essere. La situazione era, infatti, degenerata il secondo giorno di quel viaggio che avrebbe dovuto essere di divertimento ed evasione: avendole fatto bere alcol sin dal pomeriggio, alla sera il 50enne aveva raggiunto la 18enne ormai completamente ubriaca in albergo, abusandone sessualmente. Una violenza proseguita poi sotto forma psicologica nei giorni successivi, quando l’uomo aveva da un lato intimato alla giovane di non dire a nessuno l’accaduto per evitare che lui finisse nei guai e d’altra parte facendole intendere che non sarebbe mai stata creduta.

    La giovane, dopo un primo tentativo andato a vuoto nel 2015, aveva invece trovato la forza di raccontare quanto era successo. Confidenze che erano arrivate all’orecchio del vescovo Valerio Lazzeri nel marzo del 2020 e che a sua volta aveva interpellato la Commissione diocesana di esperti per la gestione di casi di abusi sessuali in ambito ecclesiastico, decidendo così per la segnalazione alla Magistratura.

    «Sarà da prevedere un periodo prolungato in una comunità religiosa per recuperare la dimensione spirituale» aveva ammesso il sacerdote in aula, nel 2021, dopo aver accusato la pena, e dopo essere stato sospeso dall’esercizio del ministero. Il pontefice, evidentemente, seppur con evidenti tempi biblici (non una semplice espressione, considerato che sono passati tre anni dal processo e undici dai fatti), gli ha indicato un’altra via più diretta e perentoria: ‘Fuori da qui!’.

    https://www.laregione.ch/cantone/ticino/1744356/stato-don-claudio-francesco-mazzier

  • Monsignor Lazzeri reintegra il sacerdote denunciato per molestie

    Monsignor Lazzeri reintegra il sacerdote denunciato per molestie

    BELLINZONA – Assente da quasi un mese e mezzo dal pulpito, il sacerdote coinvolto in un caso di palpeggiamenti in una discoteca del Mendrisiotto tornerà a dire messa. Lo ha deciso il Vescovo Valerio Lazzeri.

    L’inchiesta sul fronte penale intanto continua. Il prete nella notte dell’11 dicembre si era fatto notare per comportamenti molesti in un locale pubblico, palpeggiando, a quanto pare, diverse ragazze. Una di esse, una 23enne, ha reagito spintonandolo per difendersi. Nel conseguente alterco è intervenuto un amico della vittima, che ha rotto il naso al sacerdote.

    Il giorno dopo, la sua assenza alla messa era stata giustificata con un incidente. Ma poi la voce si era sparsa e per lui era arrivata anche la denuncia della 23enne, la quale aveva manifestato la volontà di raccontare dei palpeggiamenti subiti a Monsignor Lazzeri in una missiva.

    Nelle scorse settimane, fa sapere La Regione, il Vescovo ha incontrato il Consiglio parrocchiale, ricevendo pareri positivi sull’integrazione del sacerdote, anche coi giovani. Al Consiglio sarebbero pervenute delle lettere a favore del prete.

    Come reagirà la comunità al suo reintegro? La decisione di farlo tornare a dire messa verrà annunciata del vicario generale don Nicola Zanini, che leggerà una missiva del Vescovo inviata ai membri del Consiglio parrocchiale.

    https://www.liberatv.ch/news/cronaca/1562548/monsignor-lazzeri-reintegra-il-sacerdote-denunciato-per-molestie

  • Abusi, poche vittime ‘bussano’ alla Diocesi di Lugano

    Abusi, poche vittime ‘bussano’ alla Diocesi di Lugano

    Il Vescovo mette a disposizione due professionisti esterni, dal 2017 le segnalazioni sono state 4. Mons. Lazzeri chiede una nuova cultura dell’ascolto

    Gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica sono un tema caldo anche in Svizzera dove l’anno scorso ci sono state 65 nuove segnalazioni, soprattutto per fatti avvenuti oltre 30 anni fa e dunque prescritti. Dal 2010 si contano 300 casi, riguardano vittime che all’epoca degli episodi erano bambini o ragazzi fino a 16 anni. Si spazia da espressioni ambigue, a gesti o ‘avances’ indesiderate. In 53 casi le vittime hanno parlato di atti sessuali, in 55 di coazione sessuale. È il bilancio stilato dalla Conferenza dei vescovi svizzeri (Cvs) sulle segnalazioni delle vittime alle varie diocesi. A quella di Lugano, che mette a disposizione due professionisti per l’ascolto (vedi a lato), hanno bussato 4 vittime. Un solo caso – che risale ad una cinquantina di anni fa – ha fatto tutto l’iter, fino ad un riconoscimento economico. L’autore è un prete non incardinato nella Diocesi luganese, che oggi è in Italia. Che cosa raccontano queste cifre? Perché in Ticino poche vittime si fanno avanti?

    «Le segnalazioni si contano sulle dita di una mano: una sola vittima ha fatto tutto l’iter e dopo decenni le sue ferite erano ancora aperte; c’è chi ha chiamato ma non si è presentato al colloquio; c’è chi dopo il colloquio non ha voluto proseguire. Siamo stupiti, pensavamo che più vittime facessero questo passo, ma è un cammino doloroso e per nulla scontato», dice Dante Balbo, psicologo e portavoce della Commissione diocesana di esperti a sostegno delle vittime di abusi sessuali, istituta a gennaio 2017 da mons. Valerio Lazzeri. Col vescovo di Lugano facciamo un bilancio.

    Quale messaggio date alle vittime? 
    La Chiesa chiede loro di farsi avanti. Come segno di apertura mettiamo a disposizione due professionisti indipendenti. È uno spazio di ascolto, dove chi ha subito abusi può esprimere la propria sofferenza.

    Che cosa chiedono le prime vittime?
    I percorsi sono diversi: c’è chi chiede un sostegno per arrivare ad una denuncia, c’è chi non la farà, perché il reato è prescritto, ma ha bisogno di parlarne.

    Chi è stato ‘tradito e ferito’ da un rappresentante della Chiesa vorrà confidare quei fatti a professionisti scelti dalla stessa istituzione? 
    Si tratta di due professionisti indipendenti dalla Chiesa. Non possiamo avere la pretesa di creare un sistema capace di scoprire l’intero campo degli abusi, ma dare un segno tangibile della nostra disponibilità all’ascolto, così che ciascuna vittima non si senta sola, ma venga accolta e accompagnata.

    Viste le poche segnalazioni, pensa che la rotta scelta sia da aggiustare?  
    Forse non è sufficiente e dobbiamo trovare altri modi, ma penso sia importante che all’interno della Chiesa evolva una cultura dell’ascolto e della disponibilità a fare emergere le situazioni di difficoltà, così da poterle affrontare.

    Parliamo ora dei preti che sentono pulsioni ‘malsane’: con chi possono parlarne? 
    Per i preti in ministero che dovessero avere difficoltà a gestire pensieri o pulsioni c’è un servizio di assistenza psicologica alla Diocesi di Milano, dove possono rivolgersi direttamente. I cammini si possono fare e diversi preti, anche giovani, li stanno facendo, non specificatamente sulla pedofilia, ma per maturare anche in questo ambito.
    Inoltre da tempo per i seminaristi abbiamo percorsi psicologici tenuti da un esperto che fa corsi e incontri personali sullo sviluppo della personalità, sull’integrazione della sessualità, dell’affettività, sulla capacità di relazionarsi agli altri. Li si incoraggia a guardarsi dentro senza spaventarsi e a raccontarsi. Per fare ciò serve un clima di serenità, ed è difficile trovarlo se a prevalere è l’ossessione sulla sessualità. Infine, abbiamo introdotto giornate specifiche sia per seminaristi, sia in ogni vicariato, tenute da Myriam Caranzano, direttrice dell’Aspi – Fondazione per la protezione dell’infanzia.

    Dunque il prete oggi non è solo, anche nel gestire eventuali debolezze?
    La solitudine è un dato del nostro tempo, tante persone si sentono separate anche se sono in mezzo a tanta gente. Anche i preti vivono queste dinamiche. Soprattutto tra i giovani avverto un desiderio di fraternità, di crescita comune, che è positivo. C’è la voglia di reagire, non ci si autocommisera come isolati. In altri periodi, quando il ruolo era più sacrale, forse la solitudine poteva pesare di più. Oggi la difficoltà maggiore è quella di trovare delle gratificazioni, che sono anche necessarie nella vita di una persona.

    Che cosa si aspetta ora? 
    Che la preoccupazione della prevenzione si traduca in uno sguardo complessivo sulla qualità della formazione umana, spirituale e pastorale dei futuri presbiteri. E anche in un’attenzione più globale alla vita buona dei presbiteri e degli operatori pastorali in funzione. Non basta illuminare la parte malata e fissarsi solo su quella. Abbiamo bisogno di sviluppare un’attenzione globale che favorisca le dinamiche positive. Un organismo lotta contro le patologie non solo facendo la chemioterapia, ma alimentando le motivazioni profonde delle proprie scelte, aiutando le persone a vivere in ambienti dove la ragione per cui si è scelto il celibato possa condurre ad una vita umana piena. Ora abbiamo davvero bisogno che l’organismo si alimenti in modo da sviluppare gli anticorpi per combattere gli aspetti patologici e le derive.

    ‘Non serve un test per valutare un seminarista’

    Prima di assumere un prete o un teologo laico, meglio sottoporlo ad un test, per valutare quale rapporto ha con la sessualità. Ed evitare magari di portare un ‘lupo’ tra gli agnellini. Una proposta al vaglio del gruppo di esperti istituito dalla Conferenza dei vescovi svizzeri per evitare casi di abusi sessuali. Ma è una misura sensata?

    Al riguardo il vescovo di Lugano, mons. Valerio Lazzeri, è prudente: «Non è la prima volta che si parla di test psicologici, anche per evidenziare eventuali aspetti patologici, per i seminaristi. Farlo alla soglia dell’ordinazione non mi sembra molto interessante. Sarebbe forse più opportuno adottare strumenti scientifici nel corso della formazione, senza però farli diventare l’unico criterio di valutazione».

    Una proposta che fa sorridere lo psicologo Dante Balbo: «Personalmente penso che l’uso di test alimenti soprattutto un’illusione scientista, non sono necessari per valutare una persona. Sarebbe più opportuno avere educatori formati che accompagnino e supervisionino i seminaristi. Sempre di più chi entra in seminario lo fa piuttosto tardi, verso i 30 anni».

    Per il vescovo di Lugano, mons. Valerio Lazzeri, serve un giusto equilibrio. «Non vorrei che questa attenzione buona diventasse un’ossessione patologica, che potrebbe mortificare quello slancio profondo di chi si dona al servizio del Vangelo, della Chiesa, del prossimo. Mi auguro che questo nuovo cammino di apertura possa avvenire nella serenità per le famiglie che affidano i bambini alle nostre strutture, per i giovani che si stanno preparando al servizio, per i più anziani che devono sentire che la loro Chiesa sta crescendo e maturando dinamiche nuove».

    Attualmente alla Diocesi di Lugano sono in formazione sei seminaristi sotto la diretta responsabilità del vescovo, più altri che vengono inviati a Lugano per gli studi ma sono sotto la responsabilità del loro vescovo.

    https://www.laregione.ch/cantone/ticino/1324476/abusi–poche-vittime–bussano–alla-diocesi-di-lugano

  • Abusi, un primo caso in Curia

    Abusi, un primo caso in Curia

    La svolta di trasparenza della Chiesa, anche in Ticino – L’intervista al vescovo Lazzeri: “La mia porta è aperta”

    Un primo caso avvenuto in Ticino è stato portato all’attenzione della commissione diocesana che si occupa degli abusi sessuali commessi in ambito ecclesiastico. Risale agli anni ’60 e allora non fu denunciato. Il presunto autore, ci ha confermato un membro della commissione stessa, era un sacerdote non incardinato nella diocesi, il suo era un “soggiorno temporaneo”.

    La vittima ne ha parlato solo ora, dopo che il 17 gennaio sono state presentate due figure indipendenti (attualmente lo psichiatra Carlo Calanchini e la psicoterapeuta Rita Pezzati) alle quali ci si può rivolgere per una consulenza e per l’aiuto necessario a maturare la denuncia. Accanto alla creazione della citata commissione, è un passo importante per la Chiesa cattolica ticinese, un passo compiuto in realtà già da un paio di anni ma finora non pubblicizzato, tanto che fino al momento della conferenza stampa nessuno si era fatto avanti.

    Nel primo “embrione di caso”, ancora da approfondire, la giustizia non può più fare niente: a mezzo secolo di distanza è ormai prescritto. Ma la commissione esaminerà l’eventualità di un risarcimento. A questo scopo la conferenza dei vescovi svizzeri ha stanziato mezzo milione di franchi. Un indennizzo può essere accordato anche quando il reato è già caduto in prescrizione. La diocesi di Lugano partecipa al fondo, ma in Ticino finora nessuno ha avanzato pretese.

    “C’è tutto da guadagnare a rendere pubblico l’accaduto”
    Il cambiamento rispetto al passato è chiaro: oggi la vittima è al centro delle preoccupazioni, perché “non c’è danno peggiore che andare contro la verità né ci sono motivi per nasconderla. Quando ci sono casi gravi che accadono nella Chiesa c’è tutto da guadagnare nel rendere pubblico l’accaduto”. Monsignor Valerio Lazzeri da noi intervistato fotografa così la svolta di trasparenza nei riguardi dei reati sessuali commessi da religiosi, una svolta che in Vaticano è cominciata sotto Benedetto XVI, che l’episcopato elvetico ha recepito e che anche la diocesi di Lugano ha fatto sua. La frase forse più sentita arriva alla fine dell’incontro, a telecamere ormai spente: “La mia porta è sempre aperta, lo scriva questo”.

    “C’è di che chiedere perdono”
    Il cambio di rotta non si traduce in una critica esplicita ai predecessori: “C’è la coscienza che ci sono state situazioni di cui chiedere perdono”, ma è “difficile individuare i casi precisi”. “Il passato nessuno può cambiarlo e forse nessuno è chiamato a giudicarlo adesso”, dice monsignor Lazzeri: la prassi è mutata e l’attenzione è rivolta oggi alla prevenzione e ad applicare le nuove disposizioni, anche a casi che, come quello approdato in tribunale nell’agosto del 2016, risalgono a vescovi precedenti e in passato sono stati gestiti diversamente.

    E l’avvertimento di Papa Francesco, pronto a sanzionare chi dovesse nascondere nuovi casi, Lazzeri non lo vive “come una spada di Damocle”, perché ogni contributo alla chiarezza, che venga da istituzioni, media e opinione pubblica, è benefico per il “discorso di purificazione” avviato.

    Il tempo dei trasferimenti da una parrocchia all’altra è insomma finito, oggi in caso di “sospetti fondati” bisogna “intervenire subito con un allontanamento sia per salvaguardare le vittime che per mettere in condizione la persona che potrebbe fare del male di farsi curare”.

    Stefano Pongan

    http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Abusi-un-primo-caso-in-Curia-8598409.html