Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Dietro il rapimento di Emanuela l’ombra di pedofilia e ricatti. Intervista a Pietro Orlandi

    Dietro il rapimento di Emanuela l’ombra di pedofilia e ricatti. Intervista a Pietro Orlandi

    Negli ultimi 3 anni sono stati aperti altrettanti filoni d’indagine sul caso ancora insoluto della sparizione di Emanuela Orlandi avvenuta 43 anni fa, il 22 giugno 1983: uno da parte del Vaticano, un secondo dalla procura di Roma, e un terzo fronte è rappresentato dalla commissione parlamentare d’inchiesta su casi Orlandi e Mirella Gregori, quindicenne italiana scomparsa a Roma il 7 maggio 1983, poco più di un mese prima di Emanuela. Va detto che, dopo l’entusiasmo iniziale per l’apertura di un’indagine da parte della giustizia vaticana, si è tornati a una gestione opaca della vicenda. Così se è vero che i lavori delle varie inchieste sul versante civile stanno facendo segnare dei piccoli passi avanti, tutto resta avvolto nella nebbia delle omertà e dei “non ricordo”. In questo gioco a nascondere la verità, sembra che il Vaticano giochi un ruolo da protagonista. Abbiamo chiesto al fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, di farci il punto su alcune delle più gravi reticenze vaticane in relazione alla scomparsa di sua sorella Emanuela. Ecco l’intervista.

    Come nasce la storia del dossier vaticano su Emanuela?

    Nel 2011, incontrai l’allora segretario di papa Ratzinger, mons. Georg. Volevo infatti consegnare al papa una petizione e con l’occasione chiedevo la possibilità di poter parlare con Benedetto XVI. Mons. Georg mi ha dato un appuntamento. Quando arrivo, mi dice subito che il papa si trova nell’altra stanza, e che si deve occupare di questioni spirituali, di queste cose ce ne dobbiamo occupare noi e la Segreteria di Stato, mi dice, quindi mette subito il papa da parte, nonostante fosse nell’altra stanza. Così abbiamo parlato in generale e lui mi ha detto: «Io all’epoca non c’ero, quindi tante cose non le so». In ogni caso ho avuto la possibilità di raccontargli le cose che pensavo e del perché io ce l’- ho con il Vaticano. A quel punto lui ha sostenuto che avrebbe detto a Domenico Giani, all’epoca comandante della Gendarmeria, di fare una ricerca totale di tutto quello che si trova su questa vicenda in Vaticano e da lì è nato il famoso dossier, il rapporto di cui parlò Paolo Gabriele (il maggiordomo di Benedetto XVI che trafugò i documenti riservati dall’appartamento del papa dando origine al primo scandalo di Vatileaks, ndr).

    Eppure per tanti anni, Oltretevere, hanno negato perfino l’esistenza di un simile fascicolo…

    Quella di Paolo Gabriele è stata la conferma dell’esistenza di questo dossier, che io ho sempre chiesto di vedere, anche con l’avvocato, perché sapevo che stava in Segreteria di Stato. In Vaticano hanno sempre negato l’esistenza del documento, da mons. Becciu al card. Bertone, dicendo «noi qua non abbiamo niente, qua non c’è niente». Invece alla fine la cosa è emersa, perché lo stesso Giani è stato ascoltato in Commissione parlamentare e gli hanno fatto questa domanda. Lui ha detto sì, il fascicolo c’è e si trova in Segreteria di Stato, quindi Diddi (Alessandro Diddi, il promotore di giustizia vaticano, ndr) poco tempo dopo ha ammesso pubblicamente l’esistenza del dossier; ha detto: «Il famoso fascicolo che ha sempre chiesto Orlandi alla fine l’abbiamo trovato ma al momento è ancora riservato e non condivisibile. È un’inchiesta ancora aperta e per ora non ne possiamo parlare». E questa cosa mi ha dato particolarmente fastidio. Erano passati 42 anni in quel momento, ed era ancora riservato e non condivisibile? Questa mi pare una cosa assurda. Certo io ho chiesto alla Commissione e alla Procura: ma perché in questo clima di collaborazione che si è stabilito con la procura vaticana, non chiedete la possibilità di visionare questo fascicolo? Certo sì, mi è stato risposto, però nessuno lo fa.

    In questo fascicolo c’erano anche le indagini fatte dal Vaticano nei primi tempi dopo la scomparsa di Emanuela?

    Eh, questo purtroppo non lo so perché non l’ho letto ma io presumo di sì perché se ha raccolto tutto quello che c’era da raccogliere… Ma questo lo dice anche la Procura di Roma. È impossibile che in uno Stato sparisca una cittadina di quello Stato e non si apra neanche un fascicolo interno, un qualcosa, è impossibile; quindi è ovvio che c’è questa documentazione. Certo resta il fatto che il Vaticano dal primo giorno ha sempre continuamente negato che loro abbiano fatto qualunque cosa, che abbiano aperto un’inchiesta. Questa è la cosa che ha sempre colpito tutti e che non è chiara.

    Il fatto che da parte del Vaticano non sia stato mai consegnato questo dossier mi sembra un dato rilevante…

    Sì, mi sembra una cosa totalmente assurda. Non so cosa ci sarà scritto là, certo, però guarda, ti dico solo un particolare rispetto a questo che credo che sia importante, perché Giani l’- ha redatto quel fascicolo e lui disse una volta al mio avvocato di aver fatto cercare dappertutto, e Giani ti assicuro era una persona che poteva aprire qualunque porta in Vaticano perché aveva il mandato del papa di fare qualunque cosa. Tuttavia disse che non gli era stata data, durante questa ricerca che faceva su Emanuela, la possibilità di accedere agli archivi dello Ior.

    I lavori della Commissione parlamentare sono stati importanti, però va detto che non sono stati ascoltati testimoni importanti, soprattutto di parte vaticana. Perché non hanno convocato, per esempio, il cardinal Re, all’epoca importante?

    Certo loro hanno detto sì, abbiamo ascoltato qualcuno del Vaticano come padre Lombardi (ex direttore della sala stampa della Santa Sede, ndr) il quale però cosa vuoi che ti dica? Oppure hanno sentito don Pietro Vergari (l’ex rettore della chiesa di sant’Apollinare, adiacente alla scuola di musica frequentata da Emanuela, a suo tempo indagato per sequestro di persona dalla procura di Roma e poi prosciolto, ndr). Quest’ultimo, durante la sua testimonianza si è fatto sfuggire una cosa che quando la dicevo io, venivo trattato come un deficiente. Dicevo di aver saputo che De Pedis (Enrico De Pedis, uno dei principali boss della malavita romana che fu sepolto, col permesso del Vicariato, all’interno della chiesa di Sant’Apollinare, ndr) frequentava la scuola, conosceva suor Dolores, che ne era la direttrice. Entrava e usciva, parlava con Scalfaro che aveva l’ufficio allo stesso piano della scuola di musica. Tutto questo l’ha detto anche don Vergari. Ed ebbene sì, De Pedis frequentava qualche volta la scuola. Sinceramente se il cardinale Re pure andasse a testimoniare, penso non si ricaverebbe molto. Tuttavia, convocarla sarebbe un bel segnale da parte della Commissione, per far vedere che non ci sono personalità intoccabili; d’altro canto, la mia personale opinione è che il cardinale sia a conoscenza sicuramente se non di tutto, almeno di cose importanti di questa storia.

    Invece sulla storia di don Vergari tu diversi anni fa dicesti una cosa che ti avevano riferito delle compagne di scuola di Emanuela, cioè che era meglio non frequentarlo…

    Esatto, suor Dolores voleva in qualche modo evitare che andassero nella chiesa. Ci andavano soltanto quando c’era una funzione particolare, con il coro della scuola, e cantavano. Certo, diceva proprio di evitare di frequentarlo perché aveva capito che l’ambiente che aveva creato don Vergari era nocivo e pericoloso (durante le indagini svolte dalla Procura di Roma, emersero fra l‘altro delle intercettazioni fra il sacerdote e un seminarista a sfondo sessuale, ndr). Io ho letto poi delle lettere di Vergari ad Andreotti o a Scalfaro per chiedere favori per aiutare la famiglia De Pedis per qualche motivo. Tieni presente che pochi mesi dopo che era avvenuta la scomparsa di Emanuela, aveva fatto richiesta in Vaticano perché venisse chiusa la scuola di musica perché voleva trasformare completamente il luogo, aprendo uno spazio per i seminaristi che venivano dall’estero.

    Interessante anche la testimonianza davanti alla Commissione parlamentare di mons. Valentino Miserachs, insegnante di canto di Emanuela. Gli viene chiesto se, come riportato da altri testimoni, la scuola poteva essere considerata un “porto di mare” in quel periodo. E lui ha risposto di sì…

    Sì, sono quelle persone però, che non hanno il coraggio di aprirsi al 100%. Perché dicendo una frase del genere fanno capire che effettivamente in quella scuola poteva entrare chiunque. Quindi lanciano solo quel messaggio senza aprirsi totalmente. E questa è una cosa insopportabile. Certo, di lui si sapeva che era proprio in totale contrasto con suor Dolores, per motivi che non conosco. All’epoca non fu mai ascoltato dagli inquirenti.

    È una cosa strana, no?

    Lui ha sempre negato delle cose che, nella sua ricostruzione dei fatti, ha raccontato suor Dolores, la quale disse che, il giorno della scomparsa, Emanuela chiese il permesso di uscire in anticipo, anche se non a lei. Ma non è vero, e questa è un’altra leggenda. Emanuela non chiese mai un permesso, la lezione di Miserachs terminò un quarto d’ora prima perché c’era da festeggiare l’anniversario di matrimonio di due dipendenti della scuola.

    Sabrina Minardi (ex compagna di De Pedis, che raccontò una versione del sequestro di Emanuela che coinvolgeva il boss) è morta prima di essere ascoltata dalla commissione…

    Sì, e io avevo chiesto più volte di riascoltarla visto che lei non mi ha mai voluto incontrare. Però è morta prima. Di recente, c’è stata la riedizione di un libro della giornalista Angela Camuso, (Mai ci fu pietà, pubblicato per la prima volta nel 2009, ndr), dedicato ai fatti criminali legati alla banda della Magliana, nel quale si dicono cose interessanti sul caso di Emanuela. La presentazione del volume si è svolta in Senato, lo scorso 18 giugno, alla presenza dell’ex presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sui casi Orlandi-Gregori, Andrea De Priamo, e dello stesso magistrato che condusse le indagini della seconda inchiesta sulla scomparsa di Emanuela, Giancarlo Capaldo. La giornalista a un certo punto se ne esce dicendo che aveva avuto da una fonte investigativa, registrata, riguardante l’inchiesta che poi è stata archiviata nel 2015 da Pignatone, quindi l’inchiesta portata avanti da Capaldo, la notizia di un’indagine che la Procura stava facendo nell’ambito di un ricatto legato al rapimento di Emanuela. Quindi ha spiegato che questa fonte gli avrebbe detto che all’epoca stavano conducendo un’indagine su un sistema di pedofilia all’interno del Vaticano che coinvolgeva anche il papa, quantomeno per essere a conoscenza dei fatti e non averne mai detto nulla. Una cosa piuttosto pesante, dalla quale De Priamo ha preso le distanze. Ma la Camuso ha chiesto anche a Capaldo, che era seduto vicino a lei, se a lui risultasse una cosa del genere, visto che era a capo dell’indagine. E lui ha confermato che le cose stavano proprio così (per il dibattito svoltosi in Senato quel giorno, il riferimento è al video della presentazione del libro, a cura di Radio Radicale urly.it/31g895, ndr).

    Tra l’altro la questione degli  abusi sessuali commessi dai sacerdoti è una storia che risale a quel periodo, nel senso che poi lo scandalo è scoppiato negli anni 2000 però il grosso delle storie e dei fatti risale ai decenni precedenti…

    Guarda, questa è purtroppo una mia convinzione: io sono convinto che ci sia dietro questa storia un ricattatore e un ricattato. E tutta la vicenda è nata proprio per ricattare. Emanuela è una cittadina vaticana, ma se tu vai a ricattare lo Stato e la persona più potente e influente al mondo in quel momento, il papa, poi non ti basta una ragazzina anche se cittadina vaticana per chiedere un qualcosa di pesante in cambio. Devi avere in mano qualcosa di più pesante. E quel qualcosa di più pesante sono convinto che possa riguardare una questione come la pedofilia o il coinvolgimento a livello dei vertici della Chiesa in questa storia; c’era qualcuno a conoscenza dei fatti che ha documentato e ha creato come oggetto di ricatto Emanuela. Allora, se dopo 43 anni si evita di far uscire qualcosa è perché l’oggetto del ricatto era così pesante che metterebbe totalmente in crisi l’intera istituzione.

    https://www.adista.it/articolo/76132

  • Emanuela Orlandi, le dichiarazioni in esclusiva del fratello Pietro dopo l’audizione: “C’è chi rema contro, abbiamo chiesto di consultare i diari di Carlo Azelio Ciampi”

    Emanuela Orlandi, le dichiarazioni in esclusiva del fratello Pietro dopo l’audizione: “C’è chi rema contro, abbiamo chiesto di consultare i diari di Carlo Azelio Ciampi”

    Oltre due ore è durata l’audizione di Pietro Orlandi, ascoltato dalla commissione di inchiesta che indaga sulle scomparse della sorella Emanuela e di Mirella Gregori, le due 15enne scomparse nel cuore di Roma nell’estate del 1983. Due ore e mezzo in cui il fratello della cittadina vaticana scomparsa, per la seconda volta, ha condensato 42 anni di ricerche, angoscia e depistaggi.

    L’audizione

    “La Commissione risolverà sicuramente il caso di Mirella, è una mia convinzione – ha detto Orlandi all’uscita da Palazzo San Macuto – lì non c’è il Vaticano di mezzo, qui c’è’, sono due storie completamente diverse. Sulla nostra loro mi dimostrano sempre la volontà come è stato oggi ma so che è una strada difficile perché per arrivare, purtroppo devi andarti a scontrare con l’ambiente vaticano, io sono convinto che in Vaticano ci sono persone a conoscenza di tutto”. Davanti alla Commissione presieduta dal senatore Andrea De Priamo, Orlandi ha lanciato anche un messaggio a Papa Leone: “Questo è il quarto Papa, vorrei incontrarlo, ho parlato con delle persone vicine a lui, mi hanno detto adesso vedremo come si può fare ma il fatto che non abbia detto una parola di vicinanza per mia madre nell’anniversario della scomparsa di Emanuela è un brutto segnale, vedo la volontà di non parlare di questa storia”. Rispondendo quindi a una domanda del presidente De Priamo, Orlandi ha detto che a suo parere “Raffaella Monzi è una delle persone più importanti in quel momento, quello della scomparsa, ma purtroppo lei è un’altra vittima di questa storia, si sente perseguitata, è dovuta addirittura all’epoca andare via”. Raffaella Monzi, lo ricordiamo, era un’amica di Emanuela Orlandi e forse l’ultima persona ad averla vista in vita. Frequentava la stessa scuola di musica da cui si persero per sempre le tracce della cittadina vaticana. In quel mercoledì di inizio estate, le due ragazze uscirono insieme dall’Istituto Ludovico da Victoria, di fianco alla Basilica di Sant’Apollinare. Mentre camminano verso la fermata del bus, in corso Rinascimento, davanti al Senato, Emanuela le confidò di aver ricevuto un’offerta di lavoro per conto di una ditta di cosmetici. Avrebbe dovuto dare risposta quella stessa sera. Le chiese un consiglio. Raffaella le disse che quell’offerta era strana, troppo ben pagata. Poi la Monzi salì sul bus, non la rivide mai più.

    La pista di Londra

    Per Pietro Orlandi la vicenda di Emanuela potrebbe essere legata all’Inghilterra, come ha ribadito durante la sua audizione davanti alla Commissione parlamentare che lo ha convocato, per la seconda volta, anche per fare chiarezza sulle carte della pista di Londra, per capire quanto ci sia di vero in alcune lettere in possesso di Orlandi. Questo scambio epistolare, consegnato a Pietro Orlandi da un anonimo interlocutore, condurrebbero a uno scenario che vede la cittadina vaticana in uno stato di segregazione nella capitale del Regno Unito, almeno fino al 1997, in un edificio dei padri Scalabriniani. Si tratta di lettere datate 1993 e inviate sia dall’arcivescovo di Canterbury George Carey che dal sottosegretario britannico Frank Cooper, al cardinale Ugo Poletti a cui Carey chiese un incontro ha chiesto un incontro “per discutere personalmente la situazione di Emanuela Orlandi”. Tali lettere sono state bollate come false dalla grafologa Sara Cordella, anche lei convocata a Palazzo San Macuto nei mesi scorsi. “Questa vicenda va avanti da 42 anni. Io ritengo che qualunque tipo di indizio che emerge e che merita un approfondimento andrebbe approfondito. Siccome in quei cinque fogli ci sono elementi importanti, secondo me andrebbero approfonditi”, ha detto Orlandi. Perché anche i cosiddetti cinque fogli ritrovati e pubblicati nel 2017 su L’Espresso collocherebbero la cittadina vaticana in uno scenario londinese, elencando tutta una lista di spese sostenute dal Vaticano per la sua segregazione nel Regno Unito. Durante l’audizione, Pietro Orlandi ha raccontato di aver scoperto l’esistenza di questi fogli ai tempi del processo Vatileaks. “Sentii un’intervista a Francesca Chaouqui”, ha spiegato, dove faceva un riferimento alla vicenda Orlandi. La cercai, ci incontrammo e mi parlò per la prima volta di questi fogli. A quel punto anche il giornalista Emiliano Fittipaldi ne venne a conoscenza, e fu lui a renderli pubblici per la prima volta”. Secondo Pietro Orlandi, il documento è stato archiviato troppo in fretta come falso. “Ci sono tante particolarità in questi fogli, nomi di persone che la maggior parte del pubblico neanche sa chi sono, sono molto articolati e non sono tutte cose campate in aria. Non credo sia stato tutto costruito e se fosse stato tutto costruito per un depistaggio, andrebbe approfondito lo stesso”.

    Le dichiarazioni “a caldo” a FqMagazine

    “Nonostante la grafologa abbia bollato come falsa quella pista, oggi hanno capito che è da approfondire e che non ci si può limitare a cassarla, solo perché la firma del mittente non è autentica. E per dire se un documento sia vero oppure no deve essere originale (Orlandi ha solo le copie, ndr): solo da lì si può capire se effettivamente quelle lettere sono del ’93 e si può stabilire se le firme sono autentiche”, ha dichiarato Pietro Orlandi a FqMagazine a audizione conclusa. “Anche se si dovesse trattare di un depistaggio va approfondita, i depistaggi fanno parte di questa vicenda perché hanno sempre allontanato dalla verità. Ho visto che la commissione sta lavorando, ci sono persone che stanno provando a fare qualcosa di positivo, e c’è chi rema contro, purtroppo è così. Non so dove potrà portare ma apprezzo la volontà, a qualcosa si arriverà. Ho lasciato loro una lettera che avevamo scritto all’ambasciata inglese per chiedere una mano a Scotland Yard ma ci risposero che i cittadini non possono fare queste richieste, devono farlo le istituzioni. Poi ho dato loro anche una lettera in cui abbiamo chiesto di consultare i diari del presidente Carlo Azeglio Ciampi che era stato molto vicino a Papa Wojtyla e che aveva concesso anche la grazia ad Alì Agca, l’attentatore del Papa. Lui era molto meticoloso, riportava tutto nei suoi diari, ogni incontro. Abbiamo parlato di Paul Marcinkus, tutti puntano il dito contro di lui oggi, dicono che era un donnaiolo e che era legato ad ambienti criminali. Nessuno si scandalizza, nemmeno tra i commissari che mi hanno interrogato. E ho posto loro una riflessione: e se Marcinkus fosse diventato cardinale e poi Papa, avrebbero avuto lo stesso atteggiamento? O si sarebbero fermati? Tutti i Papi prima di diventare tali erano cardinali, vescovi, uomini laici: io spoglio tutte le persone dell’abito che indossano, nessuna divisa ci rende intoccabili, gli esseri umano sono tutti uguali”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/08/emanuela-orlandi-audizione-pietro-vaticano-ciampi-notizie/8153058/

  • Emanuela Orlandi, torna l’ipotesi dello scambio di persona con la figlia dell’aiutante di camera Papa Giovanni Paolo II. All’epoca del rapimento il maggiordomo era turbato

    Emanuela Orlandi, torna l’ipotesi dello scambio di persona con la figlia dell’aiutante di camera Papa Giovanni Paolo II. All’epoca del rapimento il maggiordomo era turbato

    Continua con due nuove audizioni il lavoro della commissione parlamentare di inchiesta che indaga sui misteri delle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.

    Le nuove audizioni e le piste “interne”
    Si è scelto stavolta di dare la parola a due persone vicine a quel mondo a tratti fiabesco in cui nacquero i figli di Ettore Orlandi e Maria Pezzano: il Vaticano, protetti da tutto ciò che era al di fuori delle mura leonine e oltre il Tevere, o almeno così pensavano. Del resto, lo ricordiamo, proprio in quei giardini vaticani Emanuela Orlandi avrebbe ricevuto quelle strane “avances da uno vicino al Papa” come emerso dalla testimonianza di una sua cara amica d’infanzia (la sola a cui lo avrebbe raccontato) che è stata rintracciata dal giornalista Tommaso Nelli (che lo ha riportato nel suo libro) prima e dai produttori della serie Netflix “Vatican Girl”, in un secondo momento.

    Annamaria Gusso
    E proprio tra quelle mura viveva una delle persone che i commissari di Palazzo San Macuto hanno interrogato ieri, all’epoca dei fatti molto vicina alla cittadina vaticana inspiegabilmente scomparsa il 22 giugno del 1983. Si tratta di Annamaria Gusso, amica della comitiva dell’Azione Cattolica frequentata dal fratello e dalle sorelle di Emanuela Orlandi. Annamaria conosce da sempre gli Orlandi e conosceva altresì bene Emanuela che era molto legata a sua sorella Francesca, più piccola di qualche anno. Anche lei era “interna” al Vaticano: suo padre Giampaolo era “aiutante di camera” del Papa sin dai tempi di Papa Roncalli. Era collega quindi del papà della ragazzina scomparsa, Ettore Orlandi, anche lui messo papale e nato in Vaticano dove già suo padre Pietro aveva lavorato come stalliere. Ettore era profondamente vaticanista e legato a quel mondo e solo in punto di morte ammise i suoi sospetti su un presunto coinvolgimento dello Stato Vaticano nella scomparsa di sua figlia quando pronunciò quelle parole per lui amare: “Sono stato tradito da chi ho servito”. Io mi sono fatta l’idea di quello che dice Pietro Orlandi, dalla documentazione che lui espone, io sto con lui“, dichiara oggi a distanza di 42 anni Annamaria Gusso, “Ci sono tante piste – ha spiegato la donna che abitava in Vaticano – Londra, Magliana, io condivido quello che lui dice e anche quello che dice l’avvocato Laura Sgrò, sostengo Pietro, il suo impegno”.

    Le presunte molestie
    Per quanto riguarda l’ipotesi di molestie su ragazzine all’interno del Vaticano, Annamaria Gusso spiega di non saperne nulla: “No, non si sapeva nulla”, il Vaticano era considerato “un luogo sicuro, assolutamente”, “non si sapeva di queste cose”. Rispondendo alle domande dei commissari, Annamaria Gusso ha ricostruito i fatti che segnarono la sera della scomparsa di Emanuela: “Stavo a casa, aspettavamo mia sorella per cenare” visto che sua sorella “era con la comitiva e aspettavano Emanuela a Castel Sant’Angelo”. “Ho saputo della scomparsa il giorno dopo – ha continuato – mio padre lo ha saputo e, sconvolto, è venuto a casa e mi ha detto che Emanuela non aveva rincasato la sera”. “Io sono corsa giù, sono andata dagli Orlandi – ha concluso – Ho abbracciato Maria (la mamma di Emanuela ndr) e le ho detto: ‘Torna vedrai, mò tornà e ci siamo messe a piangere tutte e due”. Ha aggiunto poi, che ripensando a quel periodo “mio padre era sconvolto, non si dava pace di cosa potesse essere successo a Emanuela”, aggiungendo che il padre era preoccupato soprattutto per la sorella più piccola che all’epoca aveva 13 anni, come se la scomparsa di Emanuela potesse dare inizio a una serie di rapimenti a danno delle pochissime famiglie che vivevano in Vaticano: “Eravamo tutti preoccupati, ma sapevamo che (mia sorella ndr) stava sempre in gruppo e mai da sola”. Prima di analizzare questo punto su cui si è soffermata la commissione, ecco chi era il padre di Annamaria, Giampaolo Gusso.

    I servitori del Papa
    Giampaolo Gusso era nativo di Carole e partì per Roma nel 1959, seguendo il sentiero tracciato dal fratello maggiore, con il sogno nel cassetto di diventare un servitore del Papa. E riuscì a realizzarlo: dopo aver servito come maggiordomo e poi come attendente di camera pontificia Giovanni XIII, detto il Papa Buono, Gusso servì anche i successivi pontefici, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Nonostante andò poi in pensione, non mise da parte il suo impegno in Vaticano e fu membro attivo della parrocchia di Sant’Anna. Partecipò anche a una riunione all’interno dell’appartamento pontificio il giorno dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi (fonte: Il Corriere). Ieri, grazie ai ricordi della figlia Annamaria è riemersa l’ipotesi già nota all’epoca dello scambio di persona tra Emanuela e un’altra “Vatican Girl”.

    L’ipotesi dello scambio di persona
    Tutto ebbe inizio con una testimonianza di monsignor Francesco Saverio Salerno, alto prelato legato a Papa Wojtyla, che il 9 maggio del 1995 fece riferimento a una conversazione avvenuta “nell’appartamento pontificio, immediatamente dopo la scomparsa di Emanuela, durante la quale Angelo Gugel (maggiordomo di Wojtyla, padre di due amiche della scomparsa) si era lamentato della scarsa protezione accordata ai dipendenti vaticani e ai familiari degli stessi, riferendo che per qualche tempo la figlia Raffaella era stata seguita da sconosciuti. Faccio presente (le parole sempre di Salerno, ndr) che in ragione della notevole somiglianza fisica fra Emanuela Orlandi e Raffaella Gugel, Ercole Orlandi aveva ipotizzato con Gramendola, ufficiale dei carabinieri che seguiva il caso e che ho avuto occasione di incontrare alcune volte, la possibilità di uno scambio di persona”. (fonte: Il Mattino)

    Angelo Gugel
    E a questo punto tocca ricordare quanto disse il padre di Raffaella Angelo Gugel, aiutante di camera di San Giovanni Paolo II e al servizio di tre pontefici nel corso della sua quasi trentennale carriera. Gugel ha parlato per la prima volta nel 2018 in un’intervista concessa al “Faro di Roma”. Gugel fu tra coloro che il giorno che Alì Agca sparò tre colpi di pistola a Papa Wojtyla in Piazza San Pietro sdraiò il Santo Padre sul pavimento, prima di trasportarlo in ambulanza al Policlinico Gemelli. Fu tra i primi a soccorrerlo. Gugel, era veneto di Miane (Treviso), andò poi in pensione dopo un paio d’anni con Benedetto XVI, che lo sostituì con Paolo Gabriele, diventato noto come il “corvo” del caso Vatileaks e che fu arrestato accusato d’aver rubato documenti al Papa. “Me lo aspettavo. Mi era stato chiesto di addestrarlo. Ma non mi sembrava che fosse interessato a imparare”, (fonte: Il Faro di Roma) disse di lui Gugel all’epoca della fuga di notizie. Ma tornando agli anni ’80 e alla scomparsa di Emanuela, i giornali scrissero che Raffaella, la sua figlia maggiore, doveva essere rapita al posto di Emanuela Orlandi. Nella sua unica intervista rilasciata, Gugel commentò così questa ipotesi: “Assurdo. Ero in Polonia con Wojtyla quando ci fu il sequestro. Non è vero che le due ragazze frequentassero la stessa scuola. E all’ epoca la mia famiglia non risiedeva ancora in Vaticano”. Tuttavia, il maggiordomo del Papa ammise un certo turbamento in seguito alla scomparsa di Emanuela. “In seguito, per evitare a Raffaella ogni giorno lunghi tragitti in bus, preferimmo iscriverla nel convitto delle suore Maestre Pie. Ma furono le stesse precauzioni che anche Cibin, il capo della Gendarmeria, adottò per la propria figlia”.Una certa Rita Gugel, indicata come sua parente, figurava in alcune società alle quali era interessato il faccendiere Flavio Carboni, processato e assolto per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi ma Gugel dichiarò, sempre nel 2018: “Falsità. Non la conosco. Nemmeno a Miane, dove tutti si chiamano Gugel, l’hanno mai sentita nominare”.

    Anna Graziano
    Ieri è stata ascoltata anche Anna Graziano, parrocchiana della Chiesa di Sant’Anna dei Palafrenieri frequentata in quegli anni da Emanuela Orlandi. La Graziano, all’epoca, era fidanzata con il fratello di Emanuela Pietro Orlandi, che da 42 anni si batte instancabilmente per conoscere la sorte di sua sorella. La donna ha scelto di secretare la sua audizione purtroppo. Come ha sempre raccontato, Pietro porta dentro anche un enorme rammarico: non aver accompagnato quel pomeriggio Emanuela a scuola di musica in moto proprio perché aveva già un impegno con la sua ragazza e anche se di certo chi aveva progettato il sequestro lo avrebbe comunque messo in atto, prima o poi, “Se l’avessi accompagnata io non sarebbe successo quel giorno, perché avrei aspettato che Emanuela entrasse a scuola”. Tutto questo perché, lo ricordiamo, la Vatican Girl quel pomeriggio appena scesa dal bus in Corso Rinascimento incappò davanti al Senato nella trappola che consentì il sequestro: la finta offerta di lavoro dell’Avon, distribuire volantini ad una sfilata di moda, per cui Emanuela potrebbe aver ingenuamente seguito chi aveva il compito di rapirla quel giorno. Che Emanuela ricevette quell’offerta è una delle poche certezze che abbiamo di quanto accadde quel giorno: non solo perché riportato da Federica, la sorella di Emanuela a cui quest’ultima telefonò dalla scuola di musica per informarla della proposta e chiedere il consenso ai genitori ma soprattutto perché anche un vigile e un poliziotto in servizio davanti al senato confermarono questa versione così come ci dicono i verbali dell’epoca e un lancio Ansa (videro Emanuela parlare con un uomo sui 35 che le mostrò il contenuto di una valigetta).

    “C’è una talpa nella Commissione d’inchiesta su Emanuela Orlandi”. Le rivelazioni di Gian Paolo Pelizzaro

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/05/30/emanuela-orlandi-torna-lipotesi-dello-scambio-di-persona-con-la-figlia-dellaiutante-di-camera-papa-giovanni-paolo-ii-allepoca-del-rapimento-il-maggiordomo-era-turbato/8008325/

  • “Una tragedia se il dossier di Emanuela Orlandi fosse finito sui media. Il capo della gendarmeria era furioso dopo il ritrovamento”: parla l’avvocato della famiglia

    “Una tragedia se il dossier di Emanuela Orlandi fosse finito sui media. Il capo della gendarmeria era furioso dopo il ritrovamento”: parla l’avvocato della famiglia

    Dopo 41 anni di mezze verità e infiniti dubbi, adesso sappiamo che esiste un dossier su Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana la cui esistenza è avvolta in un oscuro mistero dal 22 giugno del 1983. È in Vaticano e contiene informazioni riservatissime. Ed è quello a cui ha sempre fatto riferimento Pietro Orlandi, ma stavolta la conferma è arrivata dal Vaticano stesso, attraverso le parole del promotore di giustizia Alessandro Diddi.

    I dubbi dell’avvocato Sgrò – Chi ha custodito questo fascicolo fino ad ora, si chiede l’avvocato della famiglia Orlandi Laura Sgrò, “visto che in più occasioni è stato riferito pubblicamente dalle autorità vaticane che non esisteva alcun fascicolo e che quello di Emanuela Orlandi era ‘un caso chiuso’?”. Non credo sia stato nascosto sottoterra, spiega la Sgrò a FqMagazine e né che potesse contenere ritagli di giornale”. L’avvocato si riferisce agli “echi di stampa” indicati da alcuni prelati come il contenuto del fascicolo su Emanuela. E aggiunge: “Che il contenuto sia importante lo deduco da quanto mi disse l’allora maggiordomo del Papa, il compianto Paolo Gabriele: che il capo della gendarmeria Domenico Giani era furioso e che sarebbe stata una tragedia se quel dossier fosse finito in mano ai media”.

    Al netto dell’entusiasmo Pietro Orlandi, ieri ospite di Pomeriggio24 sul canale RaiNews, non ha nascosto una punta di amarezza: “Il fatto che Diddi dica che è il contenuto è riservato e non divulgabile mi fa pensare che il Vaticano abbia abbandonato il suo cavallo di battaglia: la pista familiare interna. Di quella hanno parlato ed è stata divulgata tantissimo”.

    Il promotore di giustizia del Vaticano – Del fascicolo su Emanuela, Alessandro Diddi ha parlato a margine della presentazione del libro “Il trono e l’Altare. Guerra in Vaticano”. “Il contenuto è riservato”, ha sottolineato. Secondo Pietro Orlandi, che è nato e cresciuto come suo padre e suo nonno tra le mura dello Stato Pontificio e che conosce bene quindi certe dinamiche interne: “Diddi è un laico, in Vaticano un laico non può prendere iniziative personali, non succede mai. Qualsiasi azione che può intraprendere è sempre decisa diversamente. Se dicono che hanno un dossier, c’è volontà a fare chiarezza. In Vaticano hanno sempre negato l’esistenza del dossier, anche la segreteria di Stato all’epoca guidata dal cardinal Tarcisio Bertone. Per noi non esiste, mi dissero tutti: per noi il caso è chiuso. Il fatto che il promotore di giustizia del Vaticano dica che lo abbiano trovato come se lo avessero trovato in questi giorni quando era a disposizione, è quantomeno strano. Ma sono contento, meglio tardi che mai. Questa è un’importante ammissione. Peccato perché nel 2012 c’era un’inchiesta aperta in Procura (diretta dal magistrato Capaldo, ndr) e questo dossier avrebbe aiutato.

    Le rivelazioni del maggiordomo del Papa – Che ci fosse questo fascicolo il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi l’ha sempre detto a gran voce. “Quando nel 2011 andai da Monsignor Georg Gänswein, segretario di Papa Ratzinger, lui stesso mi disse che avrebbe chiesto a Domenico Giani (allora capo della gendarmeria in Vaticano, ndr) di cercare tutto quello che c’è in vaticano su Emanuela e da lì è nato questo dossier. La conferma la ebbi da Paolo Gabriele. Nel 2017 feci richiesta di accesso agli atti con l’avvocato Laura Sgrò ma ci fu negato, ci era stato detto: non esiste nessun dossier”: ha sottolineato ieri Pietro Orlandi. Il maggiordomo del Papa protagonista del processo sul primo Vatileaks, qualche anno prima di morire disse al fratello di Emanuela Pietro Orlandi di aver visto un dossier intitolato “Rapporto Emanuela Orlandi” sulla scrivania di Benedetto XVI, ma di non essere riuscito a fotocopiarlo assieme agli altri documenti. Georg Gänswein, segretario particolare di Benedetto VI, aveva anche lui ammesso l’esistenza un fascicolo riservato all’avvocato della famiglia Orlandi, Laura Sgrò. Nel 2011, Padre Georg aveva anche dichiarato di voler affidare un’indagine al capo della Gendarmeria vaticana Domenico Giani sulla vicenda di Emanuela ma poi ha ritrattato tutto.

    Il contenuto del fascicolo – Cosa potrebbe contenere di tanto riservato questo fascicolo? Le prove di una gravidanza di Emanuela di cui si è recentemente parlato, dopo la fuoriuscita di alcuni documenti? E che si riallaccerebbero alla ultima pista emersa, quella inglese, secondo cui Emanuela Orlandi sarebbe stata portata a Londra dove avrebbe vissuto in regime di segregazione fino al 1997?

    “Ci ho sempre creduto nella pista di Londra e ho avuto contatti con persone che mi hanno consegnato dei documenti. Credo anche nella nota-spese contenuta nei cinque fogli (pubblicati in un’inchiesta dal giornalista Emiliano Fittipaldi, ndr)”. Questo resoconto, che si ferma con un raggelante “disbrigo per spese finali” e che farebbe pensare al probabile rientro di una salma, per come è scritto, fu ritrovato in una cassaforte di sicurezza del Vaticano insieme ad altri delicati documenti sulla morte del banchiere Roberto Calvi e di Sindona. “Chi conosce la verità sa che quel documento è vero”, ha detto ieri Pietro Orlandi. “In quei fogli si fa riferimento a 190 pagine di allegati mai uscite: forse lì c’è conferma di quanto elencato nella nota. Io ci ho sempre creduto. Soprattutto da quando una persona, che lavorava come segretario particolare del Ministero della difesa mi disse che nell’estate della scomparsa di Emanuela, nell’agosto del 1983 vide che un rappresentante dello Stato Vaticano, il cardinal Piovanelli sollecitò l’allora ministro Spadolini per un volo Roma-Londra dall’aeroporto militare di Ciampino su voli Cai (i velivoli utilizzati dai Servizi Segreti, ndr) per sole quattro persone, e con a bordo solo pilota e copilota. Ci sono troppe coincidenze sul fatto che Emanuela possa essere stata portata a Londra quella stessa estate”.

    La commissione di inchiesta– Secondo l’avvocato Sgrò “In commissione d’inchiesta, l’ex comandante Domenico Giani ha accennato a questo dossier parlando di una ricostruzione storica che per essere attendibile dovrebbe contenere elementi da parte di persone che in quel periodo storico potevano fornire elementi utili sulla vicenda. Potrebbe contenere dichiarazioni di persone che all’epoca la Procura stessa cercava ma che non hanno fornito la testimonianza. Persone con ruoli apicali e che avrebbero potuto dare un contributo. Parlo anche di laici, dei gendarmi coinvolti, non mi stupirei se dentro ci fosse la testimonianza di Raul Bonarelli. Il dossier potrebbe contenere anche informazioni finanziarie, per valutare se sono stati fatti movimenti economici in relazione al sequestro di Emanuela: on dimentichiamo che ci fu uno scambio importante tra il Segretario di Stato Agostino Casaroli e i presunti rapitori”.

    “La commissione può richiedere questo dossier, mi auguro sia consegnato intonso com’è stato creato”, ha sottolineato Pietro Orlandi con riferimento alla commissione bicamerale di inchiesta che sta indagando sul mistero della scomparsa della ragazza. Per ottenere il dossier, la commissione di inchiesta dovrebbe fare una richiesta di rogatoria internazionale allo Stato Vaticano. “Una richiesta di cui abbiamo già parlato in commissione e che sarà oggetto di valutazione nel prossimo ufficio presidenza. Pietro Orlandi può stare tranquillo”: ha replicato in studio l’onorevole Dario Iaia, membro della bicamerale. E lui, il fratello di Emanuela, non sembra avere dubbi: “La verità verrà fuori per forza, non possono più fermarla. Ma è così pesante che non riescono a uscire dalla scomparsa ragazzina, dietro c’è qualcosa di grave che tocca quell’istituzione, il Vaticano. Ma il Vaticano è anche parte della mia famiglia da cui c’è stato un tradimento: verso mia sorella e verso la nostra famiglia”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/11/29/emanuela-orlandi-dossier-avvocato-amiglia/7785547/

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 36 del 11 maggio

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 36 del 11 maggio

    Francesco Zanardi – Prof di religione pedofilo trasferito nel carcere di Via Aspromonte

    Alessandro Frateschi, l’ex professore di religione accusatore di abusi sessuali su minorenni, è stato trasferito dal suo arresto domiciliare alla prigione di via Aspromonte a Latina dopo aver continuato a ricevere visite in casa nonostante il divieto di contatti esterni. Il trasferimento è stato disposto dal giudice Laura Morselli su richiesta della Procura della Repubblica di Latina, dopo una serie di verifiche effettuate dalle autorità.

    L’udienza preliminare per il caso Frateschi è fissata per il 24 maggio. In quella data, il giudice Morselli deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio avanzato dalla Procura. La psicologa nominata dal giudice, Alessia Micoli, depositerà la perizia relativa alle due vittime minori che sono state ascoltate durante l’ultima udienza. Durante l’udienza, gli avvocati di Frateschi potrebbero optare per il processo con rito abbreviato o procedere con il rito ordinario.

    Frateschi è stato arrestato lo scorso anno con l’accusa di abusi su cinque ragazzi minorenni. È stato ai domiciliari dal luglio 2023, ma è stato trasferito in carcere mercoledì. Durante le udienze, sono emersi nuovi dettagli sulle violenze sessuali, incluso l’approccio inappropriato durante le lezioni di religione al liceo Majorana e durante una gita scolastica a Napoli. L’inchiesta è stata avviata dopo la denuncia del Garante dell’Infanzia, Monica Sansoni.


    Alessio Di Florio – Chat “segrete” in Vaticano su Emanuela Orlandi, “dobbiamo far sparire tutto”

    “Dopo che ho scoperto che Pell ha finanziato la diocesi di Bergoglio tu sei sicuro che non finiremo nella merda?”

    “Perché questo sara in Vaticano e noi lo doviamo controllare. Il papa e con noi, il cardinale mi a detto che a septembde ci vediamo”.

     A settembre dobbiamo far sparire quella roba della Orlandi e pagare i tombaroli. Di questo devi parlare al papa. Poi ce la vedremo con il Vam e altre cose. Ora che torniamo si lavora all’archivio. E basta basta giornali e follie varie”.

    “Ascoltami bene, oramai abbiamo perso la battaglia giornalisti o meno non sono la soluzione. Adesso facciamo passare l’estate, io vado a Singapore e capirò di più, quando torno pensiamo a cosa fare e anche il papa sarà più lucido. Buttare tutto per aria e distruggere il Vaticano non ha alcun senso. Vediamo se il papa chiuderà il Vam o che farà, intanto io penso a cosa fare. Io ti voglio bene e veramente credo in te e in questa riforma ma così non andiamo lontano. Il papa sbaglia a gestire questo senza la gendarmeria. Io per quanti amici posso avere questi hanno mondi enormi dietro. Questi del georadar della tomba come li paghiamo? Il papà vuole sapere ma poi? Chi paga? E soprattutto di nascosto chi paga?

    “Piuttosto quella roba della Orlandi deve sparire e tu devi farti gli affari tuoi. Ho visto Giani, io non credo che sia come dici tu su di lui. Quello che hanno fatto è un reato e lui lo deve sapere”.

    “Non dici niente a Ciani. Orlandi sono cose vanno da serio. El cardinale a detto che doviamo mettere tutta la forzain questo, el papa e con noi”

    “Io so solo che se mi succede qualcosa sei morto. Ti avviso (e tre faccine che ridono). Brucia questa conversazione appena leggi. Fai le copie almeno di quella cosadella Orlandi e le mando in procura in forma anonima. Questa roba finisce male”.

    “El papa tiene molto in questo e lo faremo bene. A dopo”

    Questi sono stralci di messaggi su Whatsapp, rivelati in un’inchiesta del direttore del quotidiano Domani Fittipaldi, tra Francesca Immacolata Chaouqui e monsignor Lucio Vallejo Balda, messaggi consegnati alla Commissione bicamerale di inchiesta sulla scomparsa di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi da Pietro Orlandi. All’ANSA, Pietro Orlandi ha confermato che “in parte” il contenuto dei messaggi da lui consegnati corrisponde alla pubblicazione di Domani. “Le pagine consegnate – spiega sono otto anche se ovviamente non tutte le pagine parlano di Emanuela”.
    Queste chat, scrive Emiliano Fittipaldi su Domani, erano state consegnate l’anno scorso al promotore di giustizia vaticano Diddi. “Le chat sarebbero conservate in due cellulari riservati che Chaouqui e Balda chiamavano telefoni bianchi, non si sa che fine abbiano fatto. I messaggi sembrano segnalare come qualcuno si fosse mosso con dei tombaroli con un georadar per identificare la tomba di Orlandi, e che i due proprietari dei telefoni sapessero dell’operazione. Fonti suggeriscono che ora già durante il processo Vatileaks 2 la gendarmeria ipotizzasse che documenti dell’archivio della prefettura degli affari economici fossero stati nascosti in un luogo segreto. Chaouqui nei WhatsApp parla in effetti di una cassa e Pietro Orlandi crede che oggi possa essere stata nascosta sotto i cunicoli della Basilica di Santa Maria Maggiore”. Di fronte a Diddi la Chaouqui avrebbe disconosciuto la paternità di questi messaggi aggiunge Fittipaldi.

    “Il contenuto e le circostanze dei messaggi consegnati da Pietro alla Commissione non saranno oggetto di alcun commento da parte mia perché fanno parte di questioni circa cui sono tenuta al segreto di Stato – ha commentato Chaouqui su X, l’ex Twitter – Mi dispiace solo che il sottofondo non detto sia che qualcuno in Vaticano sappia dove sia Emanuela e non lo dice e non è così. Non conosco dove sia Emanuela e neanche se la pista di Londra sia vera, non ho alcun elemento che possa avvicinare alla verità, se lo avessi e fosse coperto da segreto comunque non lo rivelerei perché per me la lealtà al Pontefice viene prima di tutto. Quindi inutile coinvolgermi. Se c’è una verità io non la conosco”.

    Fonte: Domani, Ansa, X (ex Twitter)


    Ludovica Eugenio – Il sistema di abusi sessuali perpetrati dal prete della diocesi di Treviri

    Il sistema di abusi sessuali perpetrati dal prete della diocesi di Treviri in Germania, Edmund Dillinger, deceduto nel 2022, è più vasto di quanto finora noto. Secondo i risultati del rapporto  presentato il 7 maggio dagli investigatori speciali incaricati dalla Commissione indipendente per l’inchiesta sugli abusi sessuali nella diocesi di Treviri, Dillinger ha abusato sessualmente di almeno 19 persone tra il 1961 e il 2018. Undici le vittime di cui si conosce l’identità, ma “moltissime” sarebbero le persone cadute vittime del comportamento deviante di Dillinger, fotografate in pose sessualizzate, o oggetto di avances.

    Lo studio di 96 pagine conclude “che Dillinger, prete pluripremiato per l’impegno sociale, fondatore di una organizzazione umanitaria in Africa, ha vissuto l’opposto di ciò che ha predicato per decenni”: “Ha vissuto la sua (omo)sessualità, che all’esterno disapprovava fortemente, senza inibizioni e in un modo talvolta criminalmente rilevante e appariva ossessionato dal potere, egocentrico, narcisista”, hanno detto gli investigatori speciali.

    Il rapporto punta il dito anche contro i responsabili della diocesi di Treviri, che hanno insabbiato i casi di abusi divenuti noti, in particolare negli anni ‘60 e ‘70: «È difficile comprendere  – così gli inquirenti – che una personalità come Dillinger possa restare al servizio della Chiesa per decenni, nonostante tutta la conoscenza delle sue trasgressioni e dei suoi atti di abuso». Esaminata la gestione di 5 vescovi, tra cui anche quella del card. Reinhard Marx, vescovo della diocesi dal 2002 al 2008. Nelle parrocchie in cui Dillinger ha lavorato o vissuto come parroco, così come nelle associazioni e nei gruppi in cui era attivo, secondo il rapporto, “gli abusi sono stati taciuti” e le informazioni o i “segreti di Pulcinella” non sono stati affrontati. Solo nel 2012 la diocesi di Dillinger ha vietato di celebrare messe e di avere contatti con i giovani. “L’inazione e la chiusura di un occhio da parte dei responsabili della chiesa, che può essere vista solo come una deliberata copertura, afferma il rapporto, sono servite principalmente a proteggere il buon nome della chiesa e della diocesi”: ” Tutti i riferimenti alle azioni di Dillinger furono in gran parte ignorati.” Gli autori dello studio lamentano che “le autorità investigative del Saarland” hanno trattato le prove essenziali in modo irresponsabile “e le hanno quasi completamente distrutte prima che potessero essere esaminate”.

    I due investigatori, l’ex procuratore di Coblenza Jürgen Brauer e l’ex viceprocuratore di Treviri Ingo Hromada, che hanno completato le loro ricerche in Germania intervistando più di 50 testimoni e persone colpite e hanno valutato i fascicoli della diocesi di Treviri e dei pubblici ministeri coinvolti , continueranno il loro lavoro per un altro anno; lamentando “che il Ministero degli Esteri ha completamente ignorato le richieste di informazioni o di sostegno”, continuano la loro indagine nei Paesi africani dove Dillinger era solito viaggiare. Domande importanti sono rimaste senza risposta.

  • L’influenza più potente di Benedetto XVI sulla Chiesa cattolica è venuta prima che fosse papa

    L’influenza più potente di Benedetto XVI sulla Chiesa cattolica è venuta prima che fosse papa

    Uno degli atti più significativi del pontificato di Benedetto XVI , morto a capodanno, all’età di novantacinque anni, è stato, sembrano concordare i suoi necrologi, la sua dimissione, nel febbraio 2013. E giustamente : la prima rinuncia papale in quasi seicento anni è stata un atto epocale. Ha diminuito le qualità monarchiche del papato, rendendolo più simile a un ufficio elettivo con un periodo di servizio limitato. Ha stabilito un precedente per i successori di papa Benedetto, soprattutto quello immediato, papa Francesco , che ha ottantasei anni e ha parlato della possibilità di dimettersi per età o problemi di salute. Ed è stato un atto di umiltà da parte di un uomo che ha deciso di non poter più guidare la Chiesa cattolica, ei suoi oltre 1,3 miliardi di membri, durante un periodo di scandalo.

    Ma le dimissioni di Benedetto sono state anche un’espressione appropriata del tratto con cui ha lasciato il segno più profondo nella Chiesa: la sua pratica di affermare drammaticamente il negativo. Il suo “no” finale – al papato – ha coronato una lunga carriera di “no” ai fedeli: si può sostenere che il ruolo più importante che ha svolto a Roma non è stato come Papa, ma quando era ancora il cardinale Joseph Ratzinger, come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio dottrinale del Vaticano. In quella posizione – che ricoprì dal 1981 al 2005, per quasi tutto il pontificato del severissimo dottrinalmente Giovanni Paolo II – fu il più stretto collaboratore del Papa, e il suo rifiuto, spesso aspro di vigilanza, di lasciare che i cattolici affrontassero apertamente le questioni dell’epoca è una causa principale della difficoltà in cui si trova ora la Chiesa.

    Ratzinger è nato in Baviera nel 1927, è cresciuto in una devota famiglia cattolica e voleva diventare cardinale dall’età di cinque anni. Divenne prete e poi teologo molto pubblicizzato, fu nominato perito (o esperto) al Concilio Vaticano II (1962-65), scrisse un’affascinante ” Introduzione al cristianesimo ” e prestava servizio come arcivescovo di Monaco e Frisinga quando Giovanni Paolo II lo nomina alla CDF Aveva allora cinquantaquattro anni ed era già cardinale. Al Sant’Uffizio, un palazzo dietro San Pietro, il suo comportamento fu costante nei decenni successivi. Viveva semplicemente, lavorava sodo e trattava cordialmente i colleghi. Indossava una tonaca nera e una fascia rossa da cardinale e, con i suoi folti capelli bianchi, era allo stesso tempo impiegato e affascinante.

    Ratzinger ha scritto molti libri nel corso degli anni, e sono raggianti della sua fiducia di sapere cosa fosse meglio per la Chiesa. Ma quella fiducia – e un corrispondente disgusto per le posizioni opposte – lo portarono a precludere una questione complessa dopo l’altra, un processo che il reporter del Vaticano John L. Allen, Jr., ha raccontato in una rigorosa biografia del 2000. Il primo “no” riguardava la teologia della liberazione. Dopo il Vaticano II, i teologi dell’America centrale e meridionale – in particolare Leonardo Boff in Brasile, Juan Luis Segundo in Uruguay e Gustavo Gutiérrez in Perù – hanno risposto all’invito del Concilio ai cattolici a “leggere i segni dei tempi” perseguendo una sintesi approssimativa di narrazioni evangeliche di liberazione e teorie marxiste di un proletariato incoraggiato.

    Uno sviluppo al tempo stesso rapido e sofisticato, la teologia della liberazione richiedeva una reazione ponderata. Invece, ha ottenuto una stampa a tutto campo da Ratzinger e dalla CDF, che ha ordinato un’indagine su Gutiérrez; ha chiesto un “chiarimento” a Boff; ha dichiarato la teologia della liberazione una “eresia”; e ha scritto un’istruzione ammonitrice, emanata dalla CDF ma approvata dal Papa, definendola “una perversione del messaggio cristiano come Dio lo ha affidato alla sua Chiesa”. Tutto ciò accadde durante i primi tre anni di Ratzinger alla CDF, ma l’obbrobrio continuò per tutto il decennio – attraverso l’assassinio di sei gesuiti, della loro governante e di sua figlia, da parte di sicari alleati militari, all’Università Centroamericana, in El Salvador, nel 1989. Uno dei gesuiti, padre Ignacio Ellacuría, era un convinto sostenitore della teologia della liberazione.

    Un secondo “no” di Ratzinger riguardava l’ordinazione. Dopo il Concilio Vaticano II, cattolici di vario genere proposero che il Vaticano smettesse di restringere lo “stato clericale” agli uomini impegnati alla castità, e aprisse il sacerdozio ordinando donne e uomini sposati o allargando, alle donne, il ruolo dei diaconi ( ministri ordinati che non sono sacerdoti). Ratzinger si oppose categoricamente a tutto ciò. Ordinò un’indagine su padre Richard P. McBrien, teologo dell’Università di Notre Dame, per aver suggerito, nel suo libro molto letto “ Catholicism ”, che l’ordinazione delle donne fosse una questione aperta; ha interrotto uno sforzo dei vescovi americani di consultare le donne per una lettera pastorale sul ruolo delle donnenella chiesa; e affermava, con Giovanni Paolo II, che limitare l’ordinazione agli uomini era un insegnamento “infallibile” della Chiesa.

    Il “no” di Ratzinger ai gay è noto, ed è in sintonia con il suo rifiuto di ogni forma di attività sessuale diversa dal rapporto tra un uomo e una donna in un valido matrimonio cristiano con l’intento di produrre figli. Nel luglio 1986, mentre completava un’indagine che lo aveva preceduto alla CDF, Ratzinger revocò a padre Charles Curran, professore alla Catholic University of America, il diritto di insegnare teologia morale, perché Curran aveva suggerito che, in alcuni casi, la masturbazione potrebbe non essere peccato e che qualche “dissenso” sulla questione potrebbe essere legittimo. Tre mesi dopo, in parte in risposta ai conflitti che coinvolgono la Chiesa e i gay negli Stati Uniti, Ratzinger pubblicò un documento della CDF sull’omosessualità. In essa dichiarava che, «sebbene la particolare inclinazione della persona omosessuale non sia peccato, è una tendenza più o meno forte ordinata verso un male morale intrinseco; e quindi l’inclinazione stessa deve essere vista come un disordine oggettivo. Ha continuato insistendo sul fatto che la ricerca della soddisfazione fisica attraverso un atto omosessuale “nega la natura trascendente della persona umana”. Il documento è noto come “Homosexualitatis Problema”.

    In tutto questo Ratzinger era in sintonia con Giovanni Paolo II. Ma, nei loro rapporti con le altre religioni, Giovanni Paolo si dimostrò più un uomo del “sì”. Il Papa convocò un incontro senza precedenti dei capi delle religioni mondiali, ad Assisi, nell’ottobre 1986, per una Giornata mondiale di preghiera per la pace. Ratzinger, riferisce il suo biografo Peter Seewald, “evitò deliberatamente l’evento”, sospettoso che la presenza del Papa fianco a fianco con l’arcivescovo di Canterbury, il rabbino capo di Roma, il Dalai Lama e altri leader “avrebbe incoraggiato l’idea che libertà religiosa significava parità religiosa, mentre la Chiesa cattolica doveva attenersi all’unicità di Gesù Cristo come salvatore universale”. Ma Giovanni Paolo insistette; ha ospitato l’incontro ed è apparso nelle foto di gruppo scattate lì. Negli anni che seguirono, de facto  ma anche  de iure (o in linea di principio)” e che riteneva i seguaci di altre tradizioni religiose “in una situazione di grave deficienza”. Era il 2000. Negli anni successivi, Ratzinger e la CDF avevano avviato lunghe indagini su un certo numero di teologi il cui lavoro si occupava della relazione del cristianesimo con le altre religioni, soffocando studiosi di talento nel pieno della loro carriera.

    Tutto questo dire di no da parte di Ratzinger suggeriva che i cattolici ordinari non avrebbero dovuto occuparsi di tali questioni e implicava che le questioni di fondo fossero risolte, e non fossero affatto questioni. Quella presa di posizione, di per sé poco persuasiva, investì anche Ratzinger e la CDF di una signorile alterigia nei rapporti dell’ufficio con il mondo – e la lasciò gravemente carente nei suoi rapporti con la crisi degli abusi sessuali clericali. I primi rapporti approfonditi sugli abusi del clero sono apparsi nel 1985, ma il problema è stato lasciato a marcire per quasi due decenni, poiché la Chiesa si è opposta agli avvocati e alle forze dell’ordine, insistendo sul fatto che disciplinare i sacerdoti era un affare interno. Eppure i crimini sessuali e le offese di centinaia di sacerdoti trattati dalle diocesi di tutto il mondo – attraverso accordi finanziari, accordi di non divulgazione e simili – hanno ricevuto scarsa attenzione al Sant’Uffizio. Nel 2001, Ratzinger ha infine esortato i funzionari diocesani a inoltrare a Roma le denunce di preti accusati in modo credibile, e ha accettato di occuparsene personalmente, leggendone un fascio una volta alla settimana. “La nostra penitenza del venerdì”, la chiamava. Eppure, tre anni dopo, dopo il Boston Globeaveva pubblicato una sbalorditiva serie di rapporti investigativi sui diffusi abusi sessuali dei sacerdoti nel Massachusetts, il cardinale Bernard Law, di Boston, si era dimesso, e Giovanni Paolo II aveva convocato i cardinali americani a Roma per un “vertice straordinario” – Ratzinger parlava ancora solo in modo criptico di “sporcizia” nella Chiesa.

    Al volgere del millennio, Giovanni Paolo II era malato di morbo di Parkinson e Ratzinger, in effetti, dirigeva il Vaticano. Ma quando il Papa morì, il 2 aprile 2005, e gli altri cardinali sembravano propensi a scegliere Ratzinger come successore di Giovanni Paolo, egli sembrò riluttante ad assumere l’incarico. «A un certo punto ho pregato Dio: ‘Per favore, non farmi questo’», ha detto poco dopo essere stato eletto, il 19 aprile, e ha preso il nome di Benedetto XVI. «Evidentemente questa volta non mi ha ascoltato». Il suo pontificato, durato otto anni, fu una coda in sordina a quello di Giovanni Paolo. Comprendeva le polemiche da lui provocate sull’Islam (citando un provocatorio commento anti-islamico del XIV secolo durante un discorso a Ratisbona, Germania) e sull’Olocausto (dopo che un vescovo scismatico arci-tradizionalista la cui scomunica revocata da Benedetto XVI ha negato la portata dei campi di sterminio nazisti in una recente intervista), così come lo scandalo VatiLeaks (che coinvolge la corruzione all’interno della casa pontificia) e attività illecite presso la Banca Vaticana. E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo così come lo scandalo VatiLeaks (che coinvolge la corruzione all’interno della casa pontificia) e l’attività illecita presso la Banca Vaticana. E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo così come lo scandalo VatiLeaks (che coinvolge la corruzione all’interno della casa pontificia) e l’attività illecita presso la Banca Vaticana. E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovoTeodoro McCarrick, nel New Jersey, potrebbe aver giocato nel proteggerli da accuse credibili di cattiva condotta sessuale mosse contro di loro durante il suo pontificato. (Maciel è stato accusato in un articolo di un quotidiano statunitense nel 1997 di aver abusato sessualmente di seminaristi decenni prima, ed è stato oggetto di un’indagine della CDF alla fine del 2004, ma non è stato perseguito ai sensi del diritto canonico; invece, gli è stato richiesto solo, nel 2006, all’età di ottantasei anni, per ritirarsi a una vita di preghiera e penitenza.Ha negato le accuse contro di lui ed è morto nel 2008. Un conteggio postumo include dozzine di accuse di abusi sessuali da parte sua.Mccarrick è stato rimosso dal sacerdozio da Pope Francis nel 2019 e, nel 2021, è stato accusato in Massachusetts di tre capi di imputazione per aggressione e percosse, per un incidente presumibilmente avvenuto nel 1974. Si è dichiarato non colpevole e ha negato le accuse contro di lui.

    Poi, il 28 febbraio 2013, Benedetto si è dimesso, partendo dal Vaticano, come Nixon, in elicottero, per la residenza estiva papale, e tornando tre mesi dopo a vivere in un monastero agghindato dietro San Pietro. I tradizionalisti conclusero presto che le sue dimissioni – e il pontificato di papa Francesco che ne derivava – erano state disastrose per la Chiesa che avevano immaginato. Avevano ragione: Francesco ha chiarito, con la sua persona e le sue azioni, che questioni complesse non possono essere facilmente dichiarate chiuse a ulteriori indagini, e che le risposte della Chiesa devono andare oltre il “no” e il “mai”. Ma il decennio che Benedetto ha trascorso in pensione in Vaticano ha dato ai tradizionalisti il ​​tempo di riorganizzarsi e ha dato origine a quello che David Gibson, della Fordham University, autore di un libro su Benedetto, chiama un cattolicesimo del Tea Party: un cattolicesimo combattivo, anti-intellettuale. , dedito a possedere le librerie cattoliche. Questo movimento deve tanto all’alt-right americana quanto a qualsiasi papa.

    Retrospettivamente, è possibile chiedersi come sarebbero andate le cose se il cardinale Ratzinger avesse detto “no” al papato stesso nel 2005, prima che il conclave lo eleggesse, piuttosto che dopo che aveva servito per otto anni. Il secondo classificato nel conclave del 2005 è stato il cardinale Jorge Mario Bergoglio, di Buenos Aires, finalmente eletto nel 2013succedere a Benedetto, prendendo il nome di Francesco. Ma se fosse stato Francesco ad essere eletto nel 2005? E se avesse avuto quegli otto anni in più per avviare le riforme, per occuparsi degli abusi sessuali del clero e della corruzione vaticana e per cambiare il tono e l’atteggiamento dell’ufficio papale? Uno scenario del genere è l’incubo dei tradizionalisti. I cambiamenti che Francesco ha apportato, per quanto discontinui e confusi a volte, riflettono i suoi sforzi per iniziare a rispondere alle domande che Joseph Ratzinger ha soppresso per tanti anni. ♦

    https://www.newyorker.com/news/daily-comment/benedict-xvis-most-powerful-influence-on-the-catholic-church-came-before-he-was-pope

  • L’ultima bolla: esce il cardinale Sodano

    L’ultima bolla: esce il cardinale Sodano

    Una scena in “The Two Popes “, il nuovo affascinante film di Netflix, vede Anthony Hopkins nei panni di un Benedetto XVI meditabondo e gentile che ascolta la confessione non richiesta del cardinale Jorge Bergoglio, interpretato da Jonathan Pryce in un abile equilibrio tra modestia e forza intellettuale. L’argentino è andato alla Roma per andare in pensione a 75 anni. Benedetto lo respinge. Il tenero complotto distorce la realtà dell’ambizione ecclesiastica. Bergoglio rivela la sua lotta agonizzante nella Guerra Sporca da giovane provinciale, cercando di proteggere una comunità gesuita divisa dal regime sadico. Poi Benedetto inizia  il suo confessione, riferendosi a “Fr. [Marcial] Maciel” – il famigerato pedofilo e fondatore della Legione di Cristo. A questo punto, il regista Fernando Meirelles interrompe le parole: le espressioni facciali trasmettono il rimorso di Benedict, accelerando la trama oltre gli abusi sessuali del clero.

    Nella vita reale, un’ombra minacciosa per entrambi i papi apparteneva al cardinale Angelo Sodano, originario del Piemonte, nel nord Italia. Sodano era il grande protettore di Maciel e di altri famigerati predatori. Era anche un lealista del dittatore cileno, Augusto Pinochet, durante gli anni ’80 come nunzio apostolico a Santiago. Sodano ha aiutato Maciel a ottenere il sostegno dei ricchi cileni nella creazione di scuole della Legione lì. Nel 1991 papa Giovanni Paolo II, colpito dalle credenziali anticomuniste di Sodano, lo nominò Segretario di Stato vaticano. Per quasi due decenni ha fatto avanzare le carriere della maggior parte degli uomini che divennero vescovi cileni sotto Giovanni Paolo e Benedetto, insieme a molti diplomatici vaticani e funzionari della Curia romana che gli dovevano fedeltà.

    Sodano, 92 anni, è stato il cardinale più potente della chiesa dell’ultima generazione. Il 21 dicembre papa Francesco ha “accettato” le sue dimissioni da decano del Collegio cardinalizio, carica in cui ha praticato la politica machiavellica su scala mozzafiato. Sodano ha ingoiato il suo destino in una foto con un sorridente Francis e uno di quei documenti vaticani con frasi ornamentali quando un omone viene licenziato. Il  motu proprio del papa  (di propria iniziativa) fa un  inchino verbale  a Sodano, «che ringrazio vivamente per l’alto servizio reso al Collegio cardinalizio nei quasi quindici anni del suo mandato». Il documento prevede un termine di cinque anni per i futuri decani, rinnovabile se un papa lo desidera.

    I titoli delle notizie erano scortesi. “Il cardinale contaminato dallo scandalo degli abusi si dimette da preside”, ha  strombazzato Crux . Nel 1998, Sodano ha impedito al cardinale Joseph Ratzinger di perseguire Maciel dopo che otto legionari  hanno presentato un ricorso canonico  presso il tribunale della sua Congregazione per la Dottrina della Fede. Maciel è stato destituito dal ministero nel 2005 dopo che Ratzinger è diventato Benedetto XVI.

    Su Sodano, l’  Irish Times  è stato più duro: “Il cardinale (92) che ‘cercò un accordo’ per seppellire i documenti di abusi sessuali si dimette ” . Secondo la giornalista veterana di religione Patsy McGarry, quando l’ex presidente dell’Irlanda, Mary McAleese, si è recata a Roma in Nel 2003, ha incontrato Sodano che ha cercato di “assicurarsi, tramite lei, l’accordo sul fatto che l’Irlanda non avrebbe tentato di accedere ai documenti della chiesa nelle Commissioni d’inchiesta sulla gestione delle accuse di abusi sessuali da parte del personale”. McAleese, che ha respinto la richiesta, lo ha definito “uno dei momenti più devastanti della mia presidenza”.

    Come un toro che calpesta i valori morali, Sodano ha usato la sua autorità per proteggere i colpevoli, bloccare i riformatori e aiutare i complottisti che cercano di incassare le diocesi americane vendendo proprietà della chiesa, in parte per soddisfare le pretese legali nei casi di abuso. Ciò è stato fatto da suo nipote, Andrea Sodano, un ingegnere edile a Roma, in un programma di acquisto basso, prezzo elevato che prendeva di mira le parrocchie nelle diocesi in difficoltà finanziarie. Il cardinale Sodano ha promosso la collaborazione di Andrea con il vistoso Raffaello Follieri in una  festa di lancio del 2004 a New York. L’attività è fallita nel 2009 quando il suo amministratore delegato Follieri è andato in prigione federale con l’accusa di frode e riciclaggio di denaro. Ha inviato $ 365.000 via filo ad Andrea Sodano a Roma per presunti studi di ingegneria strutturale, secondo i documenti forniti a chi scrive in base a una richiesta del Freedom of Information Act. Al di là della portata di una citazione a Roma, Andrea ha rifiutato di testimoniare. Theodore Cacciopi, l’agente dell’FBI che ha costruito il caso, ha definito Andrea “un co-cospiratore non incriminato”.

    Nepotismo deriva dall’italiano,  nipote,  che significa nipote.

    Al tempo del viaggio di McAleese, anche il cardinale Sodano stava lavorando fianco a fianco con mons. Stanislaw Dziwisz, il più stretto collaboratore di Giovanni Paolo, per bloccare il processo canonico contro Maciel, mentre le malattie neurologiche hanno messo a dura prova il papa.

    Come riportato in NCR nel 2010 , i sacerdoti della Legione hanno fatto generosi doni finanziari a Sodano e Dziwisz, il guardiano per la partecipazione alle messe private nel palazzo apostolico. (Dopo la morte di Giovanni Paolo II, Benedetto nominò cardinale Dziwisz; da allora si è ritirato in Polonia.) I fondi convogliati a quelli e ad altri funzionari della curia erano, come disse un sacerdote, “un modo elegante per dare una tangente”.

    La Legione ha dato a Dziwisz $ 50.000 per assicurarsi un benefattore messicano e i suoi posti in famiglia a una messa papale privata. Dziwisz, che parla raramente con i giornalisti, all’epoca rifiutò la mia richiesta di intervista; così fece Sodano. Il cardinale ha ricevuto doni separati di $ 10.000 e $ 5.000 dalla Legione, secondo due dei suoi ex sacerdoti, che hanno paragonato quei doni alla punta di un iceberg. Alla fine del 2004, cinque mesi prima della morte di Giovanni Paolo II, Ratzinger scappò dal controllo di Sodano e ordinò le indagini su Maciel che sarebbero culminate nel suo licenziamento dopo che il cardinale divenne papa. Anche allora, Sodano si assicurò che il linguaggio del decreto pontificio individuasse la Legione di Cristo per lodare senza una parola di consolazione per le vittime.

    Il 26 dicembre, il Washington Post ha riferito che Sodano era tra i prelati che hanno ricevuto un assegno dall’ex cardinale Theodore McCarrick, uno dei tanti pagamenti che il cardinale caduto in disgrazia ha inviato a dirigenti di chiesa di alto rango responsabili della gestione dei religiosi o della gestione delle accuse di abusi sessuali . Sodano “ha ricevuto $ 19.000 dal 2002 al 2016, i record mostrano”, ha affermato il Post.

    “La Curia è una confraternita”,  ha detto Sodano al New York Times  nel 1992. Nei suoi 16 anni come Segretario di Stato, l’equivalente vaticano di un primo ministro, Sodano ha mantenuto una presa di ferro sulla Curia romana, o burocrazia papale. Ha promosso le carriere di molti diplomatici vaticani che hanno mantenuto la loro lealtà.

    Nel 1995 Giovanni Paolo II taceva sulle accuse di abusi sessuali da parte di ex seminaristi contro il  cardinale Hans Hermann Groër  che si “ritirò” da arcivescovo di Vienna, provocando un enorme scandalo. In una visita a Roma nel 1998, il successore di Groër, il cardinale Christoph Schönborn e diversi vescovi austriaci dissero a Ratzinger di essere “moralmente certi” della colpevolezza di Groër. Sodano voleva il silenzio, nessuna messa in discussione della confraternita che comprendeva cardinali-arcivescovi. All’epoca prevalse. Schöborn, che ha incontrato spesso vittime di abusi,  ha detto ai giornalisti diversi anni dopo  che Sodano “ha detto letteralmente – in faccia – ‘Vittime? Questo è quello che dici!’ ”

    Benedetto condivideva la nozione di fratellanza di Sodano; non gli piaceva vedere le lamentele rese pubbliche. Ha convocato Schönborn a Roma per un incontro del 2010 per appianare le cose, provocando il  titolo di NCR : “La sessione di bacio e trucco non porrà fine al dibattito su Sodano ” .

    La marea stava girando contro Sodano. I sopravvissuti in molti paesi, collegati da Internet, hanno intensificato le richieste di giustizia che hanno incoraggiato redazioni, pubblici ministeri, legislatori e tribunali. Oggi, vescovi e cardinali affrontano pressioni legali che non avrebbero mai nemmeno immaginato, in particolare in Messico e Cile.

    L’incapacità di Benedetto di risolvere la crisi degli abusi si è estesa al suo vacillante controllo della Curia. Quando lo scandalo Vatileaks è esploso nel 2012 e la scoperta che il suo stesso maggiordomo aveva fatto trapelare documenti papali sensibili, Benedetto si è reso conto che non aveva il potere di progettare riforme e ha annunciato il suo storico ritiro.

    Ironia della sorte, Sodano, in qualità di Decano del Collegio cardinalizio, ha svolto un ruolo chiave nel conclave del 2013 a vantaggio del cardinale Bergoglio, che nel 2005 era arrivato secondo dopo Ratzinger alle votazioni. Sebbene a quel punto avesse 84 anni, e ben oltre l’età per votare su 75, Sodano ha controllato l’ordine del giorno delle riunioni cardinalizie per diversi giorni prima che entrassero nella Cappella Sistina per il voto segreto.

    Come ha scritto Robert Mickens in un  pezzo del 2018 per La Croix , “Il padrino del Vaticano”, Sodano ha lavorato in silenzio per spingere i cardinali elettori dietro a Bergoglio.

    “Per circa tre decenni è stato l’uomo in Vaticano che nessuno ha osato attraversare”, ha scritto Mickens. “Anche i papi che ha servito sono stati attenti a ottenere il suo consenso a causa della lealtà che ha comandato a molte persone chiave a tutti i livelli della Curia romana”.

    Forse quel supporto di base è il motivo per cui un papa riformista ha impiegato così tanto tempo, modificando il diritto canonico per ridurre l’immunità de facto della confraternita, per licenziare infine Sodano. Gli eventi in Cile sono stati sicuramente un fattore determinante. Nel 2015, Francesco ha deriso le critiche diffuse in Cile nei confronti del vescovo Juan de la Cruz Barros, che ha nominato prelato di Osorno, nonostante il noto ruolo di Barros come protetto della cerchia ristretta di Fernando Karadima, un pedofilo sospeso dal sacerdozio dopo un Indagine vaticana. Molti anni prima, Sodano come nunzio ha socializzato con Karadima, parroco di una ricca parrocchia frequentata dai funzionari di Pinochet. Sodano ha garantito per Barros come vescovo. Il giorno della sua installazione a Osorno, i  manifestanti hanno pianto, “Barros, vattene dalla città!” Le persone all’interno della chiesa, come si vede nei servizi televisivi, erano indisciplinate, urlando proteste dai banchi. L’idea di Sodano di un’alta confraternita ecclesiale veniva martellata in Cile.

    Dopo aver incontrato tre delle vittime di Karadima a Roma, tra cui Juan Carlos Cruz, una figura nazionale in Cile per il suo attivismo e un avvincente libro di memorie, Francesco ha cambiato idea, ha ordinato un’indagine dall’arcivescovo Charles Scicluna, l’avvocato canonico che ha costruito il caso contro Maciel. Il voluminoso rapporto di Scicluna ha indotto Francesco a dare una svolta ancora più brusca alla sua visione della palude di scandali della chiesa cilena. I 31 vescovi della nazione hanno rassegnato le dimissioni, qualcosa di inaudito nella storia della chiesa moderna. Finora ne ha accettati nove, compreso l’avviso di Barros.

    I vescovi cileni impantanati dagli scandali sono stati un duro colpo per la credibilità di Sodano, dato il suo ruolo nella scelta di molti di loro.

    Angelo Sodano personificava una mentalità fortezza-chiesa che si stava erodendo davanti ai nostri occhi. Il giorno prima che il Vaticano emettesse la dichiarazione del papa su Sodano, l’Associated Press ha riferito che la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio in cui Carinal Ratzinger nel 2001 ha consolidato la responsabilità delle udienze per denigrare i pedofili, aveva trattato 6.000 casi. “A un certo punto Francis si è lamentato del fatto che avesse un arretrato di 2.000 casi”,  ha riferito Nicole Winfield . “Ma la Cdf ora deve far fronte alla globalizzazione dello scandalo che nel 2001 sembrava essere in gran parte confinato al mondo anglofono”.

    È stata una semplice coincidenza che il giorno dell’uscita di Sodano, la Legione di Cristo, di cui ha preso il denaro e di cui ha sostenuto a lungo gli interessi, ha annunciato un’indagine interna per abusi con l’ordine? Che tempismo impeccabile. La Legione ha affermato che 33 sacerdoti e 71 seminaristi hanno abusato sessualmente di minori negli ultimi 80 anni. Maciel ha avuto 60 vittime, ha detto la Legione, cercando di gettarsi in una luce auto-riformante.

    Nel suo nativo Messico, Maciel era una celebrità con un profondo sostegno tra i vescovi della nazione fino a quando la sua reputazione non crollò. Morì nel 2010, a quel punto i suoi tre figli da due donne sono emersi nelle notizie. Mentre i sopravvissuti agli abusi messicani in Messico attaccavano il rapporto della Legione, l’arcivescovo di Monterrey Rogelio Cabrera lo definì “in ritardo, incompleto e sotto una nuvola di sospetto”. Cabrera ha accusato le autorità vaticane di aver difeso Maciel nel corso degli anni con “un insabbiamento criminale molto ampio” e un “silenzio criminale”.

    E così con l’eredità di Sua Eminenza il Cardinale Angelo Sodano.

    https://www.ncronline.org/news/accountability/last-bull-cardinal-sodano-goes-out

  • Vaticano cambia il codice: da pedofilia a mala gestio, a rischio stipendi e pensioni

    Vaticano cambia il codice: da pedofilia a mala gestio, a rischio stipendi e pensioni

    Mai più “rilassatezze” nell’applicazione delle sanzioni penali nella Chiesa. La misericordia non può essere esercitata a detrimento del diritto e della tutela delle vittime. Nei casi di pedofilia, certamente . Ma anche nell’amministrazione dei beni ecclesiastici, nella mala gestio dei soldi, dei beni e degli investimenti e nei casi di violazione del segreto pontificio (come avvenne nei casi Vatileaks). Gli ecclesiastici coinvolti, ma anche i laici che svolgano funzioni nella Chiesa, (su tutto il pianeta e in Vaticano) rischiano lo stipendio o la pensione che potrà essere ridotta fino a garantire la pura sussistenza. Mentre i vescovi avranno l’obbligo di denuncia in relazione a tutti i reati di cui vengono a conoscenza, pena gravi sanzioni.

    Non l’aveva fatto Giovanni Paolo II, Benedetto XVI aveva solo iniziato, adesso Francesco porta a compimento la revisione del libro VI del Codice di diritto canonico: quello appunto che riguarda le sanzioni e le pene.

    “Negli ultimi anni, come è stato evidenziato da più parti durante il lavoro di revisione dell’apparato normativo, il rapporto di compenetrazione tra giustizia e misericordia, ha subito, talvolta, un’erronea interpretazione, che ha alimentato un clima di eccessiva rilassatezza nell’applicazione della legge penale, – ha osservato monsignor Filippo Iannone, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi – in nome di una infondata contrapposizione tra pastorale e diritto, e diritto penale in particolare”.

    “La presenza all’interno delle comunità di alcune situazioni irregolari – ha continuato – ma soprattutto i recenti scandali, emersi dagli sconcertanti e gravissimi episodi di pedofilia, hanno, però, fatto maturare l’esigenza di rinvigorire il diritto penale canonico, integrandolo con puntuali riforme legislative; si ”è avvertita l’esigenza – spiega in conferenza stampa – di riscoprire il diritto penale, di utilizzarlo con maggior frequenza, di migliorarne le possibilità di concreta applicazione”, per meglio definire “un quadro sistematico e aggiornato della realtà in continua evoluzione”. Questa riforma, necessaria e da lungo tempo attesa, ha lo scopo di rendere le norme penali universali sempre più adatte alla tutela del bene comune e dei singoli fedeli, più congruenti alle esigenze della giustizia e più efficaci e adeguate all’odierno contesto ecclesiale, evidentemente differente da quello degli anni ’70 del secolo scorso, epoca in cui vennero redatti i canoni del libro VI, ora abrogati”.

    Monsignor Juan Ignacio Arrieta Ochoa de Chinchetru, segretario dello stesso Pontificio Consiglio, ha spiegato i criteri adottati. Innanzitutto una maggiore precisione e determinatezza sia dei reati, sia delle sanzioni e delle pene, che prima erano lasciate troppo alla discrezionalità dei vescovi (ed era per questo che in materia di pedofilia, la Santa Sede sede aveva dovuto avocare a sé i giudizi, stante le pesanti lacune di procedimenti nelle singole Diocesi). Il secondo criterio è la protezione della comunità dei fedeli e l’attenzione alla riparazione dello scandalo e al risarcimento del danno.

    Sono stati inseriti nel codice di diritto canonico reati che durante il Pontificato di Giovanni Paolo II erano rimasti fuori come la corruzione in atti d’ufficio, oppure nuovi reati come: l’omissione dell’obbligo di eseguire una sentenza penale e appunto l’omissione dell’obbligo di dare notizia della commissione di un reato. Tra i delitti puniti anche la tentata ordinazione sacerdotale di donne. Quanto alla pedofilia i reati saranno catalogati sotto la voce dei reati contro gli obblighi speciali dei sacerdoti, ma come reati contro la dignità della persona. E potranno essere perseguiti anche nei confronti dei religiosi non sacerdoti e di laici che occupano ruoli nella Chiesa. Verranno puniti anche gli abusi sessuali contro persone adulte, commessi con violenza o abuso di autorità.

    Il Papa ha promulgato il nuovo testo nella forma di una Costituzione apostolica “Pascite gregge Dei” e entrerà in vigore l’8 dicembre prossimo. Per i reati commessi prima dell’entrata in vigore, varranno le leggi più favorevoli al reo, di cui si ribadisce l’innocenza fino alla condanna. Mentre si sollecitano i giudici a processi rapidi.

    Intanto l’Aula giudiziaria grande allestita nella Sala polifunzionale dei Musei Vaticani è ultimata. Entrerà in funzione per le ultime battute del processo per i presunti abusi sessuali che si sarebbero svolti nel preseminario Pio X ad opera di seminari. Sarà quella la sede del processo ( o dei processi) che riguardano l’ultimo scandalo finanziario: la compravendita del palazzo di Sloane Ave 60 a Londra che a settembre è costato il posto e la berretta ad Angelo Becciu.

  • Pedofilia in Vaticano, inchiesta choc: «Abusi anche nella sacrestia di San Pietro»

    Pedofilia in Vaticano, inchiesta choc: «Abusi anche nella sacrestia di San Pietro»

    di Franca Giansoldati e Giuseppe Scarpa

    CITTÀ DEL VATICANO Persino nella sacrestia della basilica di San Pietro. Persino lì, in quel luogo sacro e inviolabile, sarebbero avvenuti degli abusi sessuali tra due ragazzi quasi coetanei, entrambi ex studenti al pio collegio Opera di Don Folci, il pre-seminario vaticano, situato a due passi da Santa Marta, finito al centro di due differenti inchieste, una vaticana e l’altra avviata dalla Procura di Roma. Dagli elementi in mano ai magistrati italiani si fa riferimento a reati continuati relativi a violenze che si sarebbero sviluppate in un tempo ampio, attraverso imposizioni, abuso d’autorità, costrizioni, sudditanza psicologica tali da rendere la vittima – L.G. – impossibilitata a reagire con forza e autonomia.

    LA STRUTTURA EDUCATIVA
    Ad aggravare il quadro di tormento ci sarebbe stata anche la condizione di libertà limitata della vittima, visto che la struttura educativa è una specie di convitto in cui tante famiglie (soprattutto del Nord Italia) mandano i propri figli in modo che possano frequentare gratuitamente il San Pio X, uno dei licei privati più prestigiosi di Roma. Ogni mattina i ragazzi escono per le lezioni e rientrano di pomeriggio varcando il confine di Stato – per studiare, partecipare alle funzioni liturgiche del Papa e coltivare la eventuale futura vocazione sacerdotale. È in questa cornice, evidentemente sotto uno scarso controllo, che sono andate a svilupparsi amicizie morbose, legami malati e quasi patologici sfuggiti di mano agli educatori che non sono riusciti a riportare alla normalità. L’allora rettore del pre seminario, monsignor Enrico Radice, viene ritenuto responsabile di omissioni proprio per non aver fermato quelle violenze. Si parla anche di rapporti completi tra adolescenti.

    Quattro giorni fa il tribunale vaticano ha chiesto il rinvio a giudizio di due preti, don Gabriele Martinelli, il presunto abusatore, all’epoca dei fatti era ancora studente, oggi sacerdote ammesso ai sacri ordini e consacrato dalle autorità ecclesiali; e don Radice. Entrambi erano stati ascoltati nei giorni scorsi. La settimana prima, invece, con una contemporaneità che forse potrebbe spiegare l’annuncio del Vaticano, la magistratura italiana ha effettuato una perquisizione nella casa di don Martinelli, in un paesino del comasco, per prelevare messaggi e conversazioni utili al caso, file audio, video, e documenti cartacei. Non solo. La Procura di Roma ha anche inoltrato la domanda di rogatoria internazionale in Vaticano ai fini di un processo in Italia. I reati contestati sono pesanti. Violenza continuata e abuso di autorità contestati nel periodo in cui Martinelli è maggiorenne, mentre gli altri episodi relativi a quando era minorenne sono stati stralciati e inviati alla Procura dei minori.

    Si è trattato «di un disegno criminoso» che portava Martinelli, all’epoca minore ad esigere dalla vittima, suo coetaneo di sei mesi più giovane, «prestazioni sessuali, in più occasioni, con una media di due volte la settimana, iniziando le condotte fin dal primo settembre 2006; fatti per i quali procede la Procura». Gli episodi sarebbero avvenuti all’interno del pre seminario e nelle aree limitrofe «in particolare nelle camerate, nella camera singola di Martinelli, nonché in altri luoghi dentro la Città del Vaticano, tra cui la sacrestia della basilica di San Pietro». Il quadro complessivo che sembra affiorare dalle carte e da diverse testimonianze, a proposito dell’ambiente circostante al convitto dei chierichetti, mostra di avere una dinamica non sempre lineare, come del resto provano anche alcune lettere anonime e ricattatorie che arrivarono in Segreteria di Stato già nel 2012 per descrivere comportamenti immorali e una sorta di giro gay parallelo che gravitava su San Pietro, e che difficilmente si concilia con un ambiente sacro. Per i magistrati italiani si tratta ora di ricostruire quelle relazioni e non sarà facile. L’omertà sembra contrassegnare la vita interna, così come la scarsa trasparenza.

    UN ALTRO ALLIEVO
    I vertici dell’istituto Don Folci, tuttavia, hanno sempre smentito con forza che vi siano stati abusi sessuali di qualsiasi natura all’interno, minimizzando e sconfessando anche le dichiarazioni di un altro allievo coinvolto, Kamil Jarembowki. Questo ragazzo entrato nel preseminario nel 2009 all’età di 13 anni venne allontanato per comportamenti immorali nel 2013. Fuggì dal preseminario per raggiungere un amico in Veneto, un altro ex alunno, per poi essere riammesso nella scuola previo impegno a mantenere fede alla vita comunitaria. È lui ad avere parlato con Gianluigi Nuzzi, il primo ad avere raccolto la testimonianza di Kamil che ha dato il via a tutto il filone di inchiesta. Due anni fa in Vaticano ci fu una riunione piuttosto burrascosa in cui si decise se procedere o meno per diffamazione contro Nuzzi per la pubblicazione del libro. Ma memori dei problemi che avevano dato i due processi precedenti di Vatileaks 1 e Vatileaks 2 si decise di lasciare correre. Adesso però i nodi sembrano essere arrivati al pettine.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_vaticano_inchiesta_abusi_sessuali_sacrestia_papa_francesco-4747641.html

  • Pietro Orlandi: “Senza corpo Emanuela la cerco viva”

    Pietro Orlandi: “Senza corpo Emanuela la cerco viva”

    “Forse in Vaticano si sono resi conto che è inutile continuare a negare, a non collaborare, anche se il comportamento che hanno avuto in passato non potrò mai cancellarlo. Noi questa collaborazione la chiediamo da tanti anni, l’apertura di un’inchiesta interna al Vaticano la chiediamo da molti anni. Io mi auguro che ora ci sia la volontà e soprattutto l’onestà di portare avanti le cose”. Lo sottolinea Pietro Orlandi, fratello di Emanuela scomparsa nel nulla 36anni fa, intervenendo a Radio Cusano Campus a ‘La Storia Oscura’.

    “Io – ha osservato Orlandi – finché non vedo il corpo di mia sorella, sento il dovere di cercarla viva, però come sensazione mia, da fratello, sento che c’è qualcosa in più questa volta in merito a quella tomba nel cimitero teutonico vaticano rispetto alle segnalazioni del passato. Ripeto, perché le segnalazioni che abbiamo ricevuto nell’ultimo anno e mezzo, sono tutte interne alla Santa Sede; e non possono non essere arrivate anche ai vertici del Vaticano”.

    “Io mi auguro che stavolta ci sia la volontà di fare chiarezza. Forse qualcosa si muove anche grazie alla nostra insistenza legale, grazie all’avvocato Laura Sgrò che non è un avvocato qualunque ma è uno dei pochi avvocati che hanno il patrocinio presso la Santa Sede e ha avuto un ruolo importante nell’inchiesta ‘Vatileaks’. Io mi auguro che ora ci sia la volontà e soprattutto l’onestà di portare avanti le cose. E mi auguro che se anche non si trovasse nulla in quella tomba al cimitero teutonico una volta aperta, non si fermino lì, per capire il perché di quelle segnalazioni che ci sono arrivate: non segnalazioni anonime ma interne al Vaticano e che ci hanno indirizzato su quella tomba. Questa pertanto è già una cosa da chiarire. Ma io spero e penso che le indagini saranno ad ampio raggio, perché noi nell’istanza che abbiamo presentato non abbiamo chiesto solo l’apertura di quella tomba ma abbiamo chiesto anche una serie di indagini legate alle incongruenze che ci sono state in tutti questi anni. Mi riferisco anche alle inchieste fatte dalla magistratura italiana”.