«Per i miei bambini è stata una tortura, per sette anni hanno vissuto all’inferno, erano terrorizzati». Comincia così il drammatico racconto di Stefania D’Acunto e ricorda in aula gli anni che i suoi due figli, un maschio e una femmina, hanno vissuto sotto la tutela dello stato. Tolti alla madre quando avevano, rispettivamente 6 e 2 anni, i due piccoli sono stati affidati alla casa famiglia delle suore Carmelitane di Rocca di Papa. Ed è dopo l’ingresso dei due piccoli in quella struttura che è iniziato l’inferno di Stefania e dei suoi figli: «I bambini negli orari di visita mi si aggrappavano e non mi lasciavano andare via- racconta Stefania dal banco dei testimoni nel corso del processo che si svolge a Velletri – ho iniziato a notare su mio figlio dei lividi. Una volta era evidente che aveva ricevuto un colpo in testa, mi dissero che i bambini quando giocano si fanno male». La situazione è andata peggiorando: occhi neri, un polso rotto, graffi e una volta 40 punti di sutura perché qualcuno aveva spinto il bambino contro una porta a vetri. Stefania non sa cosa fare, chiede di parlare con le suore, con gli operatori, con i servizi sociali. E alla fine partono le denunce. «Mia figlia a 3 anni è caduta dal letto a castello, sul fatto ha indagato la polizia di Frascati». Il figlio, terrorizzato dalle minacce, non aveva il coraggio di dire nulla alla madre. «Finalmente- ricorda Stefania – uno degli operatori mi ha detto cosa accadeva. La notte e nei fine settimana i bambini rimanevano da soli con le suore che per farli star tranquilli usavano i ragazzi più grandi. E questi li minacciavano, e li picchiavano tutto sotto il completo disinteresse di chi invece doveva accudirli».
I MALTRATTAMENTI
Per Stefania è stata una lotta, far rispettare delle semplici prescrizioni mediche, o farli vestire in modo adeguato: «D’inverno capitava che avessero vestiti troppo leggeri per il clima e una volta mio figlio, avrà avuto sui 7 anni, aveva al piede scarpe di misura 44». I fratelli sono a casa da un anno e il maschio, che ha 15 anni soffre di disturbi del sonno, ha crisi di panico e problemi a relazionarsi con chiunque. Lui e la sorellina di 11 anni sono seguiti da due terapeuti. «Sono autonomi, hanno imparato presto a doversela vedere da soli – conclude Stefania – ma a livello emotivo sono bloccati ad anni fa. Vorrei che le tre suore sudamericane, Lorena Nely Sorto Henriquez, Virginia e Amparo Guardado Pena, spiegassero gli occhi neri, i graffi e i lividi che ho visto sui miei figli e su gli altri bambini»
http://www.ilmessaggero.it/roma/cronaca/suore_torturavano_bimbi_rocca_papa-1742428.html
Tag: Velletri
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Rocca di Papa, «Così le suore torturavano i miei bimbi», drammatico confronto tra la madre e le religiose
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SERRONE – Pedofilia, prescrizione per l’ ex parroco don Davide Solano
12 febbraio 2013
Si è concluso con la prescrizione del reato, il processo di secondo grado a carico di don Davide Solano, ex parroco di Serrone, condannato per pedofilia nel 2011 a tre anni e cinque mesi di carcere. I fatti risalgono al 1999 e sono dodici anni e mezzo i tempi della prescrizione, sopravvenuta nell’ ambito di un processo complesso e delicato. A quell’ epoca don Solano, di origine colombiana, era il parroco di Serrone. Proprio nella sua abitazione del piccolo paese ciociaro sarebbero avvenuti i fatti contestati dalla Repubblica di Velletri al religioso. Tre ragazzi minorenni, ospiti di una casa famiglia di Rocca di Papa, dopo aver trascorso qualche giorno in casa del parroco denunciarono che don Davide aveva avuto per loro morbose attenzioni sessuali. Scattarono immediatamente le indagini, che culminarono nel 2004 con il rinvio a giudizio del parroco, che nel frattempo aveva lasciato Serrone prima per la Colombia e poi per Palestrina, contestualmente con l’ apertura dell’ inchiesta. Nel 2011 la sentenza di primo grado, con la condanna per pedofilia: un’ accusa infamante che il sacerdote ha sempre respinto e che ha diviso quanti lo conoscevano come un prete dedito alla solidarietà e molto apprezzato per le sue iniziative a favore dei più bisognosi, in particolare nelle aree del Terzo mondo, nelle quali aveva coinvolto personaggi del mondo dello spettacolo e dello sport come Francesco Totti. Nei giorni scorsi, l’ udienza per la richiesta di revisione della sentenza di primo grado che, dopo un lungo dibattito, si è conclusa con la prescrizione. Provvedimento a cui l’ imputato non ha rinunciato, ma ovviamente in attesa di conoscere le motivazioni dell’ ordinanza, che saranno rese note entro due mesi.
Emanuele Marcelli
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Pedofilia: un avvocato pensa ad un’azione civile contro la Curia di Albano
Il legale delle presunte vittime vorrebbe scongiurare la prescrizione. Il processo è infatti cominciato 5 anni fa e due dei tre accusati sono già scomparsi
Il vicariato smentisce il comportamento lassista nei confronti di Don Marco Agostini, morto suicida dopo essere stato sospeso “a divinis”, trasferito ad Assisi e arrestato
Ilaria Proietti
Pedofilia: un avvocato pensa ad un’azione civile contro la Curia di Albano
(Albano Laziale – Cronaca) – Pedofilia e violenze sessuali continuate e aggravate: questa l’accusa per cui Don Marco Agostini, ex parroco di Pomezia, fu arrestato il 5 aprile del 2006 ad Assisi, dove era stato trasferito nel 2002. Ora, a diversi anni di distanza, la vicenda torna a galla per mano del legale delle sue presunte vittime, Alberto Romano, in quanto un mese fa il giudice del Tribunale di Velletri avrebbe rinunciato all’incarico rinviando l’udienza al prossimo mese di dicembre, per la nomina di un altro togato. Per timore che l’intera vicenda possa cadere nell’oblio, restando irrisolta a causa della prescrizione, sembra al momento che l’avvocato Romano stia valutando insieme ai suoi assistiti la possibilità di un’azione civile autonoma nei confronti della Curia di Albano, di cui, all’epoca dei fatti, era a capo Agostino Vallini, attuale Cardinale vicario del Papa per la diocesi di Roma.
Sotto accusa il laissez-faire che la Curia di Albano avrebbe adottato, non avendo fatto nulla, secondo il legale e i suoi assistiti, per impedire gli abusi. «Fu solo trasferito in un ostello di Assisi, dove poteva vedere altri giovani – accusa una presunta vittima – ma non fu né denunciato alla polizia né interdetto dal sacerdozio». Immediata la replica del Cardinale Vallini che smentisce in toto affermando che il sacerdote in questione, non appartenente al clero diocesano, che svolgeva il ministero pastorale nella parrocchia di San Benedetto a Pomezia affidata all’Ordine degli Oblati di San Francesco di Sales, venne subito sospeso “a divinis”, ossia sospeso dai ministeri. Immediata inoltre la richiesta di trasferimento in un’altra sede, decisione che, come spiegato in una nota diffusa dal vicariato di Roma, «suscitò forti reazioni contro il Vescovo nella popolazione di Pomezia» perché il provvedimento adottato fu «ritenuto eccessivamente severo, ma Monsignor Vallini – prosegue la nota – mantenne la sua decisione. Tutto ciò testimonia il rigore espresso con immediatezza dall’autorità ecclesiastica prima ancora che fosse appurata la veridicità dei fatti».
La smentita del vicariato è puntuale anche sui dettagli: a quanto si apprende dalla nota, Agostino Vallini non avrebbe mai sottovalutato la vicenda e, al contrario di quanto riferisce una presunta vittima, non avrebbe mai risposto ai ragazzi che gli avevano raccontato il tutto, che al momento si trattava solo di chiacchiere. Di più. Sul trasferimento del sacerdote ad Assisi, attribuito a Vallini, lo stesso smentisce di aver indicato una specifica sede in quanto quella non era una sua competenza. Ma alle famiglie, ai ragazzi e al loro legale tutto questo non basta. Vogliono che il processo sia portato fino in fondo, rifiutano l’idea della prescrizione e valutano la possibilità di un’azione nei confronti della Curia di Albano, azione giustificata dal fatto che, come ha spiegato l’avvocato Romano, il processo cominciato cinque anni fa rischia la prescrizione, soprattutto dopo la morte di due dei tre accusati: Don Marco, morto suicida nell’agosto del 2006 mentre era ai domiciliari, e l’ex parroco di San Benedetto a Pomezia, Germano Agostini, accusato di favoreggiamento. L’unico rimasto ancora in vita è Ennio Di Gianpasquale, parroco di San Benedetto Abate a Pomezia, anche quest’ultimo accusato di favoreggiamento.
Pubblicato il: 09.04.2010
www.castellinews.it/index.asp?id=10500&act=v&20100409
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Preti pedofili, presunta vittima accusa: Vallini non denunciò Don Marco, il parroco di Pomezia. Ma il cardinale smentisce
ROMA (8 aprile) – Una delle presunte vittime di don Marco Agostini, l’ex parroco di Pomezia (Roma) coinvolto nell’aprile 2006 in un’indagine sulla pedofilia, afferma che quando si rivolse «al vescovo di Albano di allora, ora cardinale vicario Agostino Vallini, per denunciare gli atti di pedofilia di don Marco, il vescovo Vallini ci disse che “al momento erano solo chiacchiere”. Poi ci spiegò che avrebbe preso provvedimenti, ma don Marco non fu denunciato alla polizia nè interdetto dal sacerdozio, fu solo trasferito ad Assisi, dove vedeva altri giovani».
Don Marco, morto suicida a Roma nell’agosto 2006 mentre era agli arresti domiciliari, era stato arrestato il 5 aprile dello stesso anno dagli agenti della polizia di Roma che avevano fatto luce su una storia di violenze e soprusi che il sacerdote avrebbe inflitto a bambini e adolescenti in tutte le parrocchie dove aveva esercitato. Don Marco, appartenente alla congregazione dei padri Oblati, era finito in manette con l’accusa di pedofilia e violenze sessuali continuate e aggravate. L’arresto era stato eseguito ad Assisi, dove il parroco era stato trasferito nel 2002.
«Vallini – racconta ancora la vittima – fece trasferire don Marco da Torvaianica ad Assisi, in un ostello degli Oblati dell’ordine di San Francesco di Sales, ma lì il parroco continuava a vedere i ragazzi».
Pronta la difesa di Vallini, il quale ha precisato che Don Marco Agostini, «non appartenente al clero diocesano», «fu immediatamente sospeso ‘a divinis’ e ne fu chiesto al legittimo superiore l’immediato trasferimento ad altra sede, senza l’esercizio del ministero». Vallini ha «smentito categoricamente di non aver prestato immediata attenzione ai fatti e di aver dichiarato che “al momento erano solo chiacchiere”».
Infine, sul trasferimento del sacerdote ad Assisi, attribuito a monsignor Vallini, il cardinale smentisce di aver indicato una specifica sede «in quanto non era di sua competenza».
Intanto il legale di alcune delle famiglie degli abusati, l’avvocato Alberto Romano, sta valutando «la possibilità di un’azione civile autonoma nei confronti della Curia di Albano, dove all’epoca dei fatti era a capo l’attuale cardinale vicario Agostino Vallini. All’epoca la Curia non ha fatto nulla per impedire gli abusi per cui è responsabile civile e deve risarcire i danni morali alle vittime di don Marco». Spiegando le varie difficoltà del processo, l’avvocato ha riferito che «un mese fa il giudice Rocchi, del Tribunale di Velletri, aveva rinunciato all’incarico rinviando l’udienza al prossimo dicembre, per la nomina di un altro giudice. Ma per quella data il processo cadrebbe in prescrizione. Tra gli accusati coinvolti nella vicenda, l’unico rimasto in vita è Ennio Di Gianpasquale, parroco di San Benedetto Abate a Pomezia, anche lui accusato di favoreggiamento».
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Preti e pedofilia. Caso n. 2) don Marco Agostini, da Pomezia (RM).Il ruolo del card. Vallini
Prosegue il nostro viaggio per ricostruire un archivio sulla pedofilia ecclesiastica. Dopo il caso di don Giuseppe Abbiati oggi un caso di notevole importanza, per il tragico finale, per l’elevato numero di casi segnalati, per le modalità con cui erano organizzate le violenze, per il ruolo del vescovo di Albano, Agostino Vallini, creato cardinale da papa Ratzinger, che fonti accreditate danno come successore del card. Ruini a Vicario del Papa per la diocesi di Roma.
A seguito di indagini iniziate dalla procura di Velletri, il 5/04/2006 è arrestato don Marco Agostini. Il procuratore Luigi Paoletti dice che i 2 vescovi di Albano, Dante Bernini e Agostino Vallini, sapevano dei crimini di don Marco. Le prime denunce erano iniziate nel 1997 e subito dopo cominciò l’insabbiamento da parte dei confratelli
Preti pedofili, «due vescovi sapevano»Don Marco e gli abusi: la congregazione lo copriva per interessi economici
Degli abusi commessi da padre Marco Agostini sui ragazzi dell’ oratorio di Torvaianica si sapeva già dal 1997: in quell’ anno vennero infatti segnalati alla diocesi di Albano, ma da subito iniziò l’ «insabbiamento» delle denunce da parte di alcuni confratelli del religioso appartenente all’ ordine degli Oblati di San Francesco di Sales. Una «copertura» delle violenze sessuali motivata anche da un tornaconto economico: quello delle donazioni continue versate da molte vittime, danaro servito per finanziare progetti «che aumentavano il prestigio della congregazione». E’ quanto scrive il sostituto procuratore del tribunale di Velletri Luigi Paoletti nella richiesta di misure cautelari accolta dal gip Aldo Morgigni. Forte del «suo ruolo di guida spirituale e carismatica», padre Marco era riuscito a soggiogare i ragazzi, «approfittando della loro immaturità psico-fisica», per indurli «a subire e compiere atti sessuali», «palpeggiamenti, pratiche masturbatorie e rapporti completi». Una fiducia che il prete era riuscito a guadagnarsi già nell’ inverno 1994, quando, allora seminarista, «in una chiesa sconsacrata a Riofreddo – hanno raccontano al magistrato i giovani dell’ oratorio – organizzammo la prima giornata di gruppo: dormimmo divisi, maschi e femmine, e il prete si coricò con noi ragazzi». Gli abusi? «Approcci inizialmente vaghi – c’ è scritto negli atti – e poi sempre più espliciti e assillanti» soprattutto nei confronti dei minori. Girano però le prime voci. E scatta così la «copertura» di padre Germano Agostini e padre Ennio Digianpasquale, anch’ essi degli Oblati nella parrocchia di Torvaianica, indagati per favoreggiamento dal procuratore Silvano Mazzetti e dal sostituto Paoletti. Nel 1997 le segnalazioni arrivano all’ allora vescovo di Albano Dante Bernini e poi, nel 2002, vengono ribadite al suo successore, monsignor Agostino Vallini oggi cardinale. In un vero e proprio «confronto all’ americana» davanti alle autorità ecclesiastiche i due religiosi degli Oblati «smentiscono apertamente» i ragazzi «vittime delle morbose attenzioni». Per loro la punizione è quella del discredito, «additati a calunniatori, isolati ed emarginati dalla comunità parrocchiale, condizionati psicologicamente al fine di non presentare denunce». Un «comportamento connivente», quello di padre Germano e padre Ennio, che il pm mette in relazione ai «profitti ottenuti» da padre Marco «nel pagamento della decima». Cioè una specie di tassa versata dai ragazzi dell’ oratorio (in sostanza il 10% di quanto avevano in tasca, «le sue richieste di soldi erano continue») della quale «beneficiava l’ intera congregazione». I progetti «finanziati accrescevano il prestigio dell’ Ordine agli occhi dei parrocchiani, aumentando utenti e vastità del guadagno a discapito di quei ragazzi che da tale meccanismo venivano stritolati». Alessandro Fulloni L’ ACCUSA L’ ordine degli Oblati di San Francesco di Sales «ha beneficiato dei profitti» garantiti dall’ arrestato grazie alla «decima» raccolta tra i ragazzi
Fulloni Alessandro
Pagina 5
(8 aprile 2006) – Corriere della Serahttp://www.spazioforum.net/forum/lofiversion/index.php?t30830.html
“Non siamo solo noi ad aver denunciato questa situazione – dicono alcuni di loro – dovremmo essere almeno 30 ragazzi fra Torvaianica, Pomezia e Roma. In un primo momento noi volevamo risolvere la situazione solo segnalandola a livello ecclesiastico. Ci siamo rivolti al vescovo di Albano che allora era monsignor Vallini. Ma – proseguono – rispose che erano solo chiacchiere. Poi però fu avviato un processo da parte delle autorità ecclesiastiche. Poi abbiamo presentato una denuncia alla IV sezione della Questura di Roma”.
Le accuse parlano di abusi sin da quando Marco Agostini era ancora seminarista: Lui, il Cabana, aveva costituito una organizzazione articolata all’interno di “Ragazzi Nuovi”, il gruppo da lui fondato sin da quando era ancora a Roma. All’epoca don Marco era un giovane seminarista della parrocchia San Francesco di Sales che si faceva notare per l’attitudine a coinvolgere persone.
http://italy.indymedia.org/news/2006/04/1040042.php
L’accusa è terribile per don Marco Agostini, 43 anni, dell’ordine degli Oblati di San Francesco di Sales, viceparroco prima a Torvajanica e poi a Pomezia, tra il 1993 e il 2004. L’hanno arrestato gli agenti della squadra mobile di Roma, dopo 18 mesi d’indagine, ad Assisi, Don Marco Agostini dove era stato discretamente trasferito dalle gerarchie cattoliche, lontano dai ragazzi, messo a occuparsi di un ostello per pellegrini. Un caso che fa scalpore, quello di don Marco.
Un caso doloroso, si parla di duecento episodi. Dopo una giornata trascorsa in questura il sacerdote è stato condotto agli arresti domiciliari in un’abitazione riservata. Altri due anziani parroci di Pomezia, padre Germano e padre Ennio, sono stati condotti negli uffici di polizia, indagati per favoreggiamento e si sono ritrovati sul capo un divieto di dimora valido per tutta la provincia di Roma. In questura stanno analizzando computer e altro materiale sequestrati sia ad Assisi sia a Pomezia.
Il giovane seminarista Secondo quanto ha ricostruito la polizia, questa di Pomezia è una storia brutta che viene da lontano. Comincia non appena un giovane prete, anzi addirittura un seminarista che non ha preso tutti i voti, arriva sul litorale romano. Si chiama don Marco. Comincia a occuparsi dei giovani che frequentano l’oratorio e si fa presto notare. E’ ruvido, brusco, ma carismatico. Usa un linguaggio sconveniente, che fa arricciare il naso a più di qualche mamma. Si difende: «I giovani parlano così. E se voglio essere ascoltato devo farmi capire».
E’ un ragazzone alto e grosso, che gioca al calcio, suona la chitarra, organizza gite, gestisce i campi estivi. Intorno a lui si coagula un forte nucleo di adolescenti. E così volano via cinque anni, vissuti intensamente a Torvajanica, il borgo cresciuto forte e disordinato attorno a una spiaggia famosa per il delittaccio di Wilma Montesi. Più altri cinque trascorsi a Pomezia, paesone fondato da Mussolini. Le prime voci Non tutto fila liscio, però, come sembrerebbe in apparenza.
Qualche voce comincia a circolare: attenti a don Marco. E’ una voce che cresce lentissimamente perché pare troppo incredibile. Gli investigatori impiegheranno diciotto mesi per scardinare lo stereotipo del prete volitivo ma bravissimo. Mica tanto, a giudicare da quanto racconta un primo testimone, poi seguito da un secondo, e da un terzo. Tutti tra i quindici e i ventitré anni. Gli strani riti «Faceva strani riti. Diceva che è normale. Ma ci faceva stendere sulla croce. Altre volte diceva che avevamo il demonio dentro e ci faceva l’esorcismo». Si scoprirà che erano riti un po’ veri e un po’ no. Segni della croce misti a formule incomprensibili.
E si scoprirà anche che gli «indemoniati» erano proprio quei ragazzi che subivano le sue attenzioni e magari avrebbero voluto andarsene dall’oratorio, o si vergognavano talmente che si rinchiudevano in sé stessi, o che davano evidenti segni di nervosismo. Abile psicologo «Non c’è stato nessun atto di costrizione – spiega chi ha investigato – ma una fortissima capacità di persuasione, un gioco sottile di psicologie, un carisma esercitato su bambini e ragazzi che gli erano stati affidati dalle famiglie». Don Marco, che si faceva chiamare Il Cabana, e che era il leader di un quasi movimento che aveva battezzato I Ragazzi Nuovi, si era circondato da una prima schiera di assistenti detti I Cabaniti.
E poi c’era la Cupola: cinque o sei più grandi, sui venticinque anni, che lo seguivano ciecamente da dieci, e che ieri sono stati tutti portati in questura per sentire meglio la loro versione. «Abbiamo l’impressione – dice il vecchio poliziotto – che persino qualcuno dei ragazzi di cui ha abusato lo difenda ancora».
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200608articoli/9001girata.asp
I ragazzi si disponevano a terra in cerchio, tutti intorno a un grande crocifisso. A turno, poi, ciascuno entrava nel cerchio e si poneva sdraiato sulla croce proprio come Gesù sul Golgota, con le mani e i piedi simbolicamente inchiodati, per confidare i propri problemi. «Dovete capire come ci si sente, sulla croce», li catechizzava. Il racconto dei suoi giovani parrocchiani (che all’epoca avevano tra 10 e 16 anni) è un mosaico di orrori: «Tutto quello che avveniva doveva restare in segreto, rivelarlo sarebbe stato un peccato mortale. Se qualcuno di noi cercava di parlare, veniva subito allontanato dal gruppo».
Don Marco davanti ai magistrati si definiva un mistico, un pranoterapeuta che massaggia i ragazzi perché davvero convinto di far loro del bene. Le baby-vittime hanno raccontato di non essere mai state costrette con la forza a subire violenze, ma di essere state progressivamente persuase, e obbligate psicologicamente.
Quando qualcuno riuscì a rompere il silenzio fu convinto a ritrattare. Sono state le intercettazioni delle telefonate con le vittime a inchiodare il prete. «Se venite a trovarmi portate i filmini», raccomandava nel marzo 2005 da Assisi, dove gestiva un ostello. «Abbiamo deciso che veniamo a trovarti ad Assisi, quanto costa l’albergo?», chiedevano i ragazzi. «Non vi preoccupate delle spese, qui comando io.
La mia stanza è sempre libera ma procuratevi qualche pornetto», ribadiva don Marco. Anche dall’Umbria il religioso aveva mantenuto i contatti con il gruppo «Ragazzi nuovi» fondato a Pomezia e i giovani lo chiamavano in continuazione per avere consigli. «Ti telefono perché ho un problema, sono innamorato di una ragazza ma mi blocco. Come faccio?», gli domanda uno. «E tu quando ti avvicini a lei, fa finta che sia io», rassicurava il religioso.
E sono tre ragazzi che oggi hanno tra i 25 e i 26 anni, e che hanno sempre preso le parti di don Marco, fin da quando l’inchiesta è scattata nel 2002. Un’indagine difficile, finita sulla scrivania di Dania Manti, che alla Mobile di Roma si occupa dei reati contro i minori. A lei che indagava su un caso di stupro, una psicologa ha rivelato che un giovane di Pomezia le aveva raccontato di un prete che aveva abusato di lui e di altri adolescenti.
Ci sono voluti due anni di pedinamenti e intercettazioni per raccogliere prove e testimonianze. «Un lavoro delicato», dicono gli inquirenti, «perché chi subisce una violenza non è quasi mai disposto a collaborare». Però poi tre ragazzi cominciano a parlare, chiedono aiuto al Vescovo di Albano, monsignor Vallini, e a due parroci delle parrocchie di Pomezia.
Ma i due preti, don Germano e don Ennio aiutano don Marco, tacciono e cercano (secondo le accuse), di convincere i ragazzi a tacere. Don Ennio e don Germano sono indagati per favoreggiamento, ai sacerdoti è stato vietato di abitare a Roma e in Provincia. Il vescovo trasferisce don Marco ad Assisi.
«Don Marco abusava di noi: durante i campi estivi, le gite in montagna, ma anche nelle sale dell’oratorio e a casa sua». Gli ex fedelissimi ripetono quello che hanno detto anche gli altri. Delle carezze di don Marco, «che servono a guarire dalle malattie», ai rituali con la croce di legno dove li faceva distentere.
http://www.repubblica.it/2006/08/sezioni/cronaca/parroco-ardea/parroco-ardea/parroco-ardea.html
Si è suicidato Marco Agostini, 43 anni, l’ex parroco di Pomezia arrestato lo scorso aprile con l’accusa di pedofilia e violenza sessuale, in un biglietto ha scritto: “Non sono un pedofilo”. Il sacerdote era agli arresti domiciliari in casa della madre, in un appartamento della zona Prenestina a Roma. La donna si era assentata solo per pochi minuti, ma quando è tornata lo ha trovato impiccato con un lenzuolo fisssato a una trave del lavatoio, sul terrazzo della palazzina. Nel biglietto lasciato alla madre l’ex parroco ha scritto: “”Ti chiedo scusa mamma per quello che è successo in questi mesi ma ci tengo a dire che non sono un pedofilo”. Agostini aveva già tentato il suicidio in precedenza, ingerendo delle pastiglie, ma era stato trovato in tempo e ricoverato in ospedale
Fonte http://blog.libero.it/contemax2008/4660324.html
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Pedofilia, riappare l’ex parroco Don Davide, dopo sette mesi, è tornato dalla Colombia
IL MESSAGGERO 21/10/2004 59.d.h
Don Davide Solano Carpio è tornato a Serrone. Ha lasciato tutti sorpresi nel paese di cui era parroco il ritorno inatteso del sacerdote colombiano rinviato a giudizio lo scorso 23 giugno dal giudice per le udienze preliminari di Frosinone per violenze sessuali nei confronti di minori.
L’ accusa pesa come un macigno sulle spalle del religioso, che fin dal suo arrivo a Serrone, piccolo ma caratteristico centro montano ai piedi dello Scalambra, ha finito per spaccare la popolazione tra coloro che condividevano la sua condotta di vita pastorale e quelli che hanno iniziato fin da subito a non vederlo di buon occhio.
Da Serrone era andato via il 19 gennaio scorso, giorno stesso della notifica dell’apertura delle indagini a suo carico avviate nel 2002 dalla Procura di Velletri in seguito alle denunce presentate da quattro ragazzi albanesi ospiti di una casa-famiglia di Rocca di Papa che don Davide aveva conosciuto in occasione di una delle sue tante iniziative umanitarie.
La sua partenza verso il paese d’origine aveva rafforzato in molti l’idea che in qualche modo il gravissimo ed infamante reato contestato non potesse essere del tutto infondata. Più il tempo passava e più i sospetti si sono impadroniti anche di quei parrocchiani che, nonostante tutto, volevano ancora credergli. In pochi gli sono rimasti vicini, tra questi alcuni amici fidati che adesso si sono chiusi nel più stretto riserbo.
Chi lo ha visto in questi giorni racconta che don Davide ha assunto un altro aspetto, di sicuro più sofferente. Mentre si trovava in Colombia, infatti, avrebbe contratto una malattia che sembra gli abbia provocato problemi di mobilità ad un arto.
Alla malattia del sacerdote, in effetti, avevano fatto appello anche i suoi legali, Cianfrocca e Vitalone, per chiedere lo slittamento della data dell’udienza preliminare visto il delicato momento di salute che stava attraversando il prete vicino al mondo del calcio italiano di cui conosce illustri esponenti. Dopo qualche giorno di permanenza a Serrone, don Davide si trova ora a Palestrina, in diocesi, da cui partirà per essere ricoverato in un nosocomio della capitale.
Cosa ne pensa del ritorno di don Davide, chiediamo al sindaco di Serrone, Maurizio Proietto? «L’ho salutato di sfuggita, stava dentro la macchina. Non ho potuto parlare con lui. Penso comunque che è un fatto positivo perché, in generale, quando una persona è accusata di qualche cosa non ritorna se può farne a meno». Dopo quella in ospedale un’altra tappa dolorosa attende l’allegro sacerdote proveniente dall’America Latina: il prossimo 2 dicembre dovrà comparire davanti ai giudici di Frosinone per difendersi.
solano carpio david antonio
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Arrestato prete pedofilo. «Aiutatemi, sono malato»
COLLEFERRO (Roma) – «Devo curarmi, lo so, sto cercando di curarmi, aiutatemi», ha detto lui, don Paolo Pellegrini, 52 anni, parroco della chiesa di San Gioacchino, quando sono andati ad arrestarlo, una settimana fa, a Colleferro Scalo.
Accuse pesanti: violenza sessuale aggravata e atti sessuali con minori. Una storia triste di pedofilia, cinquanta chilometri a sud della Capitale. La denuncia è partita da un ragazzo che oggi ha 18 anni, ma lui stesso, agli uomini della Compagnia di Roma Casilina, diretti dal maggiore Oronzo Greco, ha raccontato che gli abusi cominciarono quando ne aveva appena 14 e soltanto grazie all’ aiuto di uno psicologo ha trovato la forza di uscire allo scoperto.
I carabinieri, però, per una settimana, sono stati cauti, hanno indagato prendendo in considerazione anche l’ ipotesi che si trattasse di un mitomane. Ma alla fine, nella casa del sacerdote, a circa un chilometro dalla vecchia chiesetta, fondata nel 1902, hanno ottenuto i riscontri: filmini, fotografie e altro materiale pornografico giudicato «inequivocabile». A quel punto, il 17 febbraio, è scattata la richiesta d’ arresto del pubblico ministero Carlo Lasperanza e il giudice per le indagini preliminari, Romina Incutti, in meno di un paio d’ ore aveva già firmato il provvedimento.
L’ inchiesta non è ancora chiusa: gli inquirenti non escludono che possano venire alla luce altri casi analoghi, altre storie di giovani stuprati e filmati dal prete di Colleferro, raggiunto già nel ‘ 98 da una denuncia per atti osceni contro un minore. Adesso, don Paolo è recluso nel carcere di Regina Coeli, in regime d’ isolamento per evitare le rappresaglie degli altri detenuti, solitamente spietati con coloro che vengono accusati di pedofilia. «Vediamo, aspettiamo, per il momento è solo indagato – frena monsignor Giovanni Maria Erba, vescovo della diocesi di Segni e Velletri da cui dipende la chiesa di San Gioacchino -.
Il sacerdote verrà sospeso soltanto se le accuse verranno provate e se ci sarà una condanna. Noi non sapevamo nulla, non conoscevamo questa situazione, ora siamo sconvolti». A Colleferro Scalo, i fedeli si dicono sollevati: «Erano cinque anni che aspettavamo questo momento – racconta una donna inviperita -. Quel prete diceva sconcezze, era dedito all’ alcol, sempre ubriaco, le messe che diceva duravano non più di dieci minuti, effetto del cognac… Da tempo avevamo allontanato da lui i nostri bambini. Le sue foto le abbiamo strappate quasi tutte per rabbia». I parroci del territorio, invece, ora pregano per la sua anima. Don Franco Fagiolo, della parrocchia di San Bruno, rimane incredulo: «Si dava tanto da fare per giovani e anziani, aveva fatto restaurare la sua chiesa bisognosa di lavori, non posso pensare che questa storia sia vera».
Don Luciano Lepore, della parrocchia di Santa Barbara, invita tutti alla cautela: «Sapete come sono fatti i paesi… Girano le voci, i veleni. Don Paolo si era messo contro i suoi parrocchiani per via delle campane… Ma sì, aveva voluto installare dei megafoni fuori della chiesa per diffondere il suono riprodotto delle campane e contro di lui, per questo motivo, c’ era stata una raccolta di firme. Poi ci ha pensato un fulmine, un mese fa, a risolvere tutto, mandando in fumo l’ impianto». C’ è chi ora ricorda il prete sempre in giro con un ragazzo e prodigo di regali: «Gli dava soldi, gli regalava motorini, poi però si chiudeva con lui dentro il garage di fronte alla canonica e chissà che faceva…». Ancora chiacchiere, sospetti, voci velenose di ricatti. C’ è chi parla di una storia intrecciata da don Paolo con una donna di Roma: «Poi lui voleva lasciarla e lei si è vendicata mandando suo figlio dai carabinieri a raccontare questa storia così squallida…».
«Non so che dire – ammette ancora pensoso don Luciano -. Certo, se sono scattate addirittura le manette temo che qualcosa di vero per forza ci debba essere. Don Paolo si è fatto prete tardi, a 42 anni mi pare. E le vocazioni adulte sono sempre difficili, pongono dei problemi. Però io lo ricordo anche prendere una posizione molto dura, a esempio, contro la festa di San Gioacchino, patrono di Colleferro Scalo, ritenendola un’ occasione pagana, con tutti i cantanti, i camioncini con la porchetta… Insomma, si era fatto dei nemici, questo sicuramente». Un altro parrocchiano rammenta le numerose richieste avanzate dal parroco incarcerato al Comune di Colleferro, affinché venissero tolte le panchine davanti alla chiesa.
«Diceva che non voleva che si fermassero là i bimbi a giocare», aggiunge l’ uomo. Chissà. Certo, se quella di togliere le panchine era una richiesta d’ aiuto, dettata dalla paura o dalla consapevolezza di poter fare ancora del male; nessuno, purtroppo, ha saputo fermarlo. Fabrizio Caccia Le prove contro di lui IL SACERDOTE Don Paolo Pellegrini (foto), 52 anni, uno dei quattro parroci di Colleferro, comune di 23 mila anime alle porte di Roma, è stato arrestato una settimana fa per pedofilia. A casa sua i carabinieri di Roma hanno trovato materiale pedo-pornografico, compresi filmini che lo ritraevano come protagonista assieme alle sue vittime LE ACCUSE I capi d’ accusa formulati dal Gip del Tribunale di Roma che ha firmato l’ ordinanza di custodia cautelare vanno dalla violenza sessuale aggravata agli atti sessuali con minori
Caccia Fabrizio
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(26 febbraio 2004) – Corriere della Sera