Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • È morto Fratel Spinelli? Fu accusato di molestie e trasferito al Provolo di La Plata. Di lui si sono perse le tracce

    È morto Fratel Spinelli? Fu accusato di molestie e trasferito al Provolo di La Plata. Di lui si sono perse le tracce

    Sarebbe morto il 19 dicembre scorso, pochi giorni dopo l’arresto di don Nicola Corradi, fratel Spinelli, accusato di molestie da alcuni ex allievi dell’Istituto Cattolico per sordi Antonio Provolo di Verona e successivamente trasferito presso la succursale argentina di La Plata.

    La sua morte lascia perplessi perche non c’è alcuna notizia ufficiale e perché nessuno sa dire dove sia stato sepolto.

    Noi stessi, per essere almeno certi della notizia ufficiale che sia morto, abbiamo inviato di persona presso la struttura dove era ospitato Spinelli, l’avvocato Carlos Lombardi, nostro corrispondente in Argentina.

    Questa è stata la sua risposta inviata alla nostra corrispondente italiana “Roberta il prete Spinelli è morto in una clinica di Lujan de Cuyo, Mendoza. Non è noto dove hanno messo il suo corpo”.

    Nota stampa a cura della Rete L’ABUSO

  • Chiesa e pedofilia: tolleranza zero, favola o realtà?

    Chiesa e pedofilia: tolleranza zero, favola o realtà?

    L’associazione Il piccolo Davide scrive a papa Francesco e chiede: Lei è indignato per le barbarie commesse dai preti o per il danno d’immagine giustamente subito dalla Chiesa?

    di Alberto Senatore*

    Spett.Le Pontefice,

    sono Alberto Senatore, presidente de ” il piccolo Davide ” di Giffoni Valle Piana (SA), un’associazione nata nel 2010, a seguito dello scandalo sulla pedofilia clericale, un dramma esistente da sempre, emerso o, peggio ancora, esploso in tutta la sua brutalità, alla fine dell’ultimo decennio. Ho letto con molta attenzione la Sua ultima lettera inviata ai vescovi in occasione della Festa dei Santi Innocenti.

    Alcune delle Sue affermazione hanno attirato la mia attenzione:

    –    La Chiesa “piange non solo davanti al dolore procurato nei suoi figli più piccoli, ma anche perché conosce il peccato di alcuni dei suoi membri: la sofferenza, la storia e il dolore dei minori che furono abusati sessualmente da sacerdoti. Peccato che ci fa vergognare”.

    –    “Persone che avevano la responsabilità della cura di questi bambini hanno distrutto la loro dignità. Deploriamo questo profondamente e chiediamo perdono. Ci uniamo al dolore delle vittime e a nostra volta piangiamo il peccato. Il peccato per quanto è successo, il peccato di omissione di assistenza, il peccato di nascondere e negare, il peccato di abuso di potere.

    –   Bisogna quindi trovare “il coraggio necessario per promuovere tutti i mezzi necessari e proteggere in tutto la vita dei nostri bambini perché tali crimini non si ripetano più. Facciamo nostra chiaramente e lealmente la consegna ‘tolleranza zero’ in questo ambito”.

    A tale riguardo, Le presento alcune perplessità maturate all’interno dell’associazione, a seguito di un’attenta riflessione ed una profonda analisi delle dichiarazioni sopra riportate. Lei scrive: “la Chiesa piange… perché conosce il peccato di alcuni dei suoi membri”, ma, dopo aver ascoltato le testimonianze delle vittime e dopo aver preso visione degli atti giudiziari, in cui veniva sistematicamente accertata, denunciata e condannata, la decennale omertà delle gerarchie cattoliche, non sarebbe più appropriato e giusto, che Lei invitasse la Chiesa a piangere perché “nonostante conoscesse i peccati che venivano commessi da alcuni dei suoi membri”, invece di fermarli, e denunciarli alle autorità competenti, li ha coperti e protetti?

    Lei giustamente afferma: “Questo peccato ci fa vergognare”. Ma la vergogna a cui Lei fa riferimento, è una conseguenza delle barbarie commesse dai sacerdoti o deriva dal danno d’immagine che la Chiesa ha giustamente subito ? Lei continua dicendo: “Chiediamo perdono e piangiamo il peccato di omissione di assistenza, il peccato di nascondere e negare, il peccato di abuso di potere”. Con queste semplici parole, dall’alto dell’autorità che Le appartiene, Lei ha confermato e legittimato le sentenze dei giudici che, sia in Italia che nel mondo, hanno indagato e condannato l’omertà dei vertici della Chiesa cattolica. Lei conclude scrivendo: Bisogna quindi trovare “il coraggio necessario per promuovere tutti i mezzi necessari e proteggere in tutto la vita dei nostri bambini perché tali crimini non si ripetano più. Facciamo nostra chiaramente e lealmente la consegna ‘tolleranza zero’ in questo ambito”.

    Queste parole mi hanno ricordato un’affermazione del Suo predecessore, Papa Benedetto XVI all’indomani della diffusione in Irlanda del rapporto Murphy, un’indagine sugli abusi sessuali, fisici ed emotivi, all’interno della Chiesa irlandese. Dopo nove anni l’inchiesta accertò oltre 14.000 vittime di abusi e violenze sui minori, praticati da sacerdoti ed esponenti del clero cattolico. In quella tragica circostanza, Papa Ratzinger dichiarò: ” la Chiesa continuerà a seguire la grave questione con la massima attenzione, al fine di meglio comprendere come tali vergognosi eventi siano accaduti e il modo migliore per sviluppare strategie efficaci così da evitare il loro ripetersi”. Correva l’anno 2010, quando Benedetto XVI, travolto dallo scandalo, prometteva strategie efficaci contro la pedofilia clericale, affinché tali vergognosi eventi non si ripetessero. Sono passati sei anni da quelle promesse e le cronache continuano a dar notizie di bambini che vengono abusati dai sacerdoti, ultima in ordine di tempo, la denuncia presentata da Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso, alla Procura della Repubblica di Verona, riguardante Don Nicola Corradi, un pedofilo recidivo che, sia in Italia che all’estero, abusava di bambini sordomuti. La situazione è si migliorata, ma non di molto, i bambini continuano ad essere violentati dai cosiddetti uomini di Dio. Questo significa che la Chiesa ancora non è riuscita a trovare quelle strategie efficaci per contrastare e debellare la pedofilia clericale, e se le ha trovate, non è riuscita ad applicarle.

    Come è possibile questo? Che cosa non ha funzionato? Perché gli abusi continuano ? Queste erano le domande che si affollavano nella mia mente, domande che hanno trovato risposta quando ho confrontato le Sue recenti dichiarazioni con quelle del Suo emerito predecessore. Papa Ratzinger definì gli abusi “tali vergognosi eventi”, minimizzando in questo modo l’atrocità di quelle violenze, forse non realizzò appieno la gravità di quegli atti bestiali, probabilmente non percepì l’entità del dramma che si stava consumando. Lei invece, ha dato la giusta definizione della pedofilia clericale, “tali crimini”. Crimini, questa è la definizione precisa degli abusi sessuali sui minori, commessi dai sacerdoti. Lei non avrebbe potuto utilizzare una parola più appropriata, che potesse esprimere appieno la crudeltà, la cattiveria, la disumanità, la meschinità, la malvagità, che l’abuso sessuale comporta. Ma a questo punto la riflessione nasce spontanea: se l’abuso sessuale sui minori è un crimine, di conseguenza chi lo commette è un criminale, a prescindere dalla sua professione, dal colore della pelle, dalla nazionalità, dalla posizione sociale o dalla sua religione. Se chi abusa dei bambini è un criminale, bisogna perseguirlo come un criminale. Per fermare i crimini bisogna individuare ed arrestare i criminali e i loro complici; per debellare la pedofilia all’interno della Chiesa, bisogna usare la stessa strategia, individuare ed arrestare i preti pedofili e i loro complici.

    Per farlo è indispensabile la piena collaborazione con gli organi inquirenti, anche a costo di cambiare o modificare qualche ordinamento interno. A mio modesto parere questa è l’unica tolleranza zero; qualsiasi altra strategia, che non preveda la perseguibilità del sacerdote pedofilo in quanto criminale, non è altro che la solita tolleranza. Nella speranza di aver, anche se in piccola parte, contribuito alla battaglia contro la pedofilia, cordialmente La saluto

    *Presidente associazione Il piccolo Davide

    http://www.globalist.it/news/articolo/210955/chiesa-e-pedofilia-tolleranza-zero-favola-o-realt.html

  • Abusi al Provolo, l’accusa: «Bergoglio ordini di denunciare i preti pedofili»

    Abusi al Provolo, l’accusa: «Bergoglio ordini di denunciare i preti pedofili»

    Zanardi (onlus L’Abuso) ha denunciato in un esposto il caso dell’istituto sordomuti a Verona. E spiega: «i pedofili non sono gay»

    Marco Milioni

    Il savonese Francesco Zanardi è l’animatore e il portavoce della rete contro la pedofilia nel clero denominata L’Abuso. La sua testimonianza è presente nel libro di recentissima uscita “Lussuria”, firmato dal giornalista Emiliano Fittipaldi, dedicato agli abusi sessuali dei preti. Il lavoro della onlus di Zanardi ha un risvolto veneto: pochi giorni fa ha presentato un corposo esposto alla procura di Verona, che ha dovuto riaprire il caso Provolo, istituto scaligero per sordomuti in zona Chievo preso di mira a più riprese per una storiaccia ultradecennale di presunti abusi di sacerdoti a danno dei giovani ospiti.

    «Per quanto riguarda il Provolo  – racconta Zanardi – allegati alla mano ho rappresentato al magistrato una serie di situazioni delle quali la nostra rete è venuta conoscenza e soprattutto abbiamo chiesto alla procura di valutare eventuali coperture nei confronti degli abusi. La domanda che mi pongo è come mai nessuno a Verona si sia mosso in modo autonomo? Mi stupisco che a fronte di simili notizie ciò non sia accaduto. Faccio notare per di più che per l’affaire Provolo, alla diocesi di Verona negli anni sono stati segnalati ben quattordici sacerdoti tutt’ora in vita, tutt’ora operanti presso quell’istitituto; due esclusi, che sono stati spediti uno nel Lazio ed uno in Argentina. Jorge Bergoglio, oggi pontefice, sapeva. Aggiungo ancora che dalla indagine della commissione d’inchiesta diocesana che ha analizzato tali posizioni, questi nomi, con l’eccezione di cinque, son tutti spariti. Uno fra questi cinque, e la commissione sembrava manco essersene accorta, era pure deceduto. Il che la dice lunga su come in vescovado hanno condotto gli accertamenti». E tant’è, da quello che riferisce la stampa locale gli inquirenti starebbero sondando anche l’ipotesi del favoreggiamento che potrebbe lambire la curia scaligera.

    «Enti come il Provolo – accusa Zanardi – avevano lo scopo ultimo di essere dei veri e propri harem sicuri, pieni di ragazzi svantaggiati che per definizione non si possono difendere, per quei prelati che ne avevano combinate troppe in altri ambienti. Per paura di perdere questi preti, la chiesa ha promosso la fondazione di questi enti. Il che è una cosa gravissima». Zanardi sa di dire cose «scomode» ma l’esperienza gli viene non solo dalla onlus che anima ma anche «dal vissuto personale»: il prete che in passato abusò di lui undicenne «è stato condannato in via definitiva».

    «Quando a dieci dodici anni ti capita una cosa del genere ne esci devastato – racconta il 46enne ligure  – A quell’età non hai ancora ben chiaro quello che ti è capitato. Ed è facilissimo finire nel vortice dell’alcol o delle droghe. Quando diventi adulto fai fatica a relazionarti col tuo partner. Finisci che hai una paura matta ad accarezzare un figlio se ce l’hai o anche a cambiargli un pannolino. Oltretutto – aggiunge ancora il portavoce della onlus – va sfatato il mito per cui i pedofili sono gay. I gay pedofili, lo dicono i dati delle inchieste sono sporadici come sporadici sono i pedofili donna, anche nella chiesa».

    Ma allora perché la maggior parte degli abusi, quanto meno in ambito clericale, si consuma dai maschi verso i maschi? «Tutto nasce – sottolinea Zanardi – nei luoghi in cui la sessualità, appena si manifesta, viene repressa. Il seminario o il collegio sono gli esempi tipo. A quell’età gli ormoni e la natura hanno la meglio sulla fede e le proibizioni, ed è in quei luoghi che la sessualità comincia ad avere un imprinting distorto. Quella matrice poi si ripeterà in un meccanismo di stampo prettamente pedofilo, da maschio su maschio, senza che ci sia l’omosessualità di mezzo». Un po’ come avviene nelle carceri, che essendo maschili o femminili, vedono rapporti tra i detenuti che possono essere, per costrizione e necessità, solo di tipo omosessuale.

    Questo scenario, sempre secondo la rete l’Abuso, è peggiorato dalla norma che nel 2014 ha dato vita al cosiddetto certificato antipedofilia. Lo possono pretende solo i datori di lavoro «e stranamente non viene reso obbligatorio» per quel mondo dell’associazionismo o del volontariato dove invece «tali pratiche abbondano. A questo punto – conclude Zanardi – abbiamo anche una legge che suggerisce di fatto al pedofilo conclamato, che magari fa l’insegnate, di starsene buono a scuola perché tanto più o meno è tenuto a portata d’occhio dai colleghi, e di andare a cercarsi le sue esperienze morbose quale volontario in un campo scout o in un campo scuola parrocchiale. Questa legge è una porcheria».

    Zanardi (in foto), ateo e gay dichiarato, punta il dito contro tutti coloro che a suo parere impediscono di affrontare il problema. Oltre a parlare di «una minore sensibilità» (leggi: indignazione) in particolare in Veneto ed Emilia, imputa poi a papa Francesco la mancanza di una vera volontà di prendere di petto la questione: «perché non emana una norma che obblighi tutti gli uomini di chiesa a denunciare gli abusi su minori di cui vengono a conoscenza?». La risposta se la dà da solo: «se ci fosse tale regola, farebbe letteralmente implodere la stessa chiesa». Ma se la prende anche con Fi, Pd e M5S che pur contattati tra Camera e Senato per aprire una commissione parlamentare d’inchiesta, «hanno di fatto nicchiato». Spiega che non c’è nessuna forza politica pronta a cancellare l’istituto della prescrizione per i reati di pedofilia, e denuncia le pressioni e l’influenza che il clero negli anni ha avuto «nei confronti della magistratura che è assai sensibile a certe pressioni».

    Fonte

  • “La chiesa nasconde i preti pedofili. Il Pontefice ordini di denunciarli”

    “La chiesa nasconde i preti pedofili. Il Pontefice ordini di denunciarli”

    di Alessandro Milan – “Il Papa dovrebbe fare una cosa sola per risolvere il problema: inserire per i vescovi l’obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria”. Francesco Zanardi ha 46 anni e presiede l’onlus ‘L’Abuso’. Quello che lui chiama ‘il problema’ è la pedofilia all’interno della Chiesa. In settimana è uscito il libro “Lussuria” in cui Emiliano Fittipaldi (già autore di “Avarizia” che gli valse un processo da parte del Vaticano, finito poi con l’assoluzione) denuncia l’omertà del Vaticano nel trattare i casi di abusi sessuali compiuti da preti. Uno di questi casi riguarda Zanardi, violentato per quattro anni negli anni Ottanta da don Nello Giraudo, allora parroco di Spotorno.

    “Spero che questo libro porti consapevolezza – aggiunge Zanardi – dato che l’Italia è molto connivente con il potere della Chiesa. Basti pensare che non è mai stata fatta una commissione d’inchiesta parlamentare sul tema”.

    Don Giraudo, oggi ridotto allo stato laicale, è stato condannato a un anno e sei mesi di carcere con la condizionale, anche se non per gli abusi subiti da Zanardi e da altri ragazzini. Per quelli è intervenuta la prescrizione.

    Quando nasce la rete ‘L’abuso’?

    “Nel 2010, quando noi vittime italiane di molestie da parte dei sacerdoti manifestammo vicino al Vaticano con le vittime mondiali. Ci guardammo in faccia”.

    E?

    “Fu, per me come per gli altri, una sorta di terapia collettiva straordinaria. Eravamo una mezza dozzina di abusati italiani. Andammo a mangiare una pizza, ci confrontammo, ci capimmo al volo. <Cosa possiamo fare?> ci dicemmo”.

    La risposta?

    “Il pedofilo ha il profilo simile a quello di un serial killer, non si ferma finché non viene arrestato. Dovevamo pensarci noi, e per farlo dovevamo trovare vittime recenti e denunciare. Iniziai proprio io a Savona con don Nello e trovai un ragazzino che fu abusato da lui nel 2005”.

    Ci arriviamo. Prima partiamo da lei. Quando scatta la prescrizione per questi reati?

    “All’epoca dopo dieci anni, dall’ottobre del 2013 con il trattato di Lanzarote è stata raddoppiata a vent’anni. Ma i miei fatti sono successi 35 anni fa”.

    I fatti.

    “Avevo 11 anni. C’era questo prete, don Nello Giraudo, la cui carriera era partito malissimo. Nel 1980 prende i voti ed è subito denunciato da una mamma che nota le sue morbose attenzione nei confronti del figlio”.

    Che ne è stato di questa denuncia?

    “Venne alla luce vent’anni dopo perché purtroppo i genitori la presentarono al vescovo, non in procura. Monsignor Giulio Sanguinetti non fece altro che spostare don Nello di sette chilometri, a Spotorno, nella mia parrocchia. Qui il prete ha fatto una strage, si contano almeno una trentina di sue vittime”.

    Che fa don Nello?

    “Quando lo denunciai lo feci inizialmente per gli abusi subiti al campeggio vicino a Garessio. Ma tante violenze le avevo rimosse. Parlando con un’altra vittima mi venne in mente un particolare: i pantaloni di velluto”.

    Cioè?

    “Quel ragazzo li citò, per me fu come un risveglio. Ricordai il primo abuso, nel seminterrato della parrocchia. Don Nello che mi fece sedere sulle sue gambe, su quei pantaloni. E mi masturbò”.

    Come reagì lei?

    “Rimasi di ghiaccio. Lo so che è assurdo ma mi sembrava una cosa normale. Lui era un prete. Don Nello con i ragazzini parlava di sesso in modo aperto, esplicito. A 11 anni non hai la coscienza di un ventenne. Pensi: <Il prete è un uomo di Dio, è una persona buona, non fa nulla che non vada fatto>. Sei perplesso, ma non hai gli strumenti per elaborare la cosa”.

    Ci sono state altre molestie?

    “Tantissime. Questo prete organizzava dei campeggi. Si partiva in cinque, lui e quattro ragazzini, con due tende, una da tre posti e una da due. Uno dei ragazzi a turno dormiva con lui”.

    E lì altre molestie?

    “Sapevamo tutti cosa succedeva a chi dormiva con lui, ma non ne parlavamo tra di noi. Provavamo vergogna”.

    Cosa succedeva?

    “Anche rapporti completi, di cui parlava con noi singolarmente, in modi piuttosto spudorati”.

    Lei cosa raccontava a casa, in famiglia?

    “Nulla. Assolutamente bocca cucita, per carità. Il profilo tipico della vittima non è quello di un ragazzo con una famiglia presente. A casa mia avevo poche attenzioni da parte di mio padre, mia madre invece era maniaca della scuola e della Chiesa”.

    In che senso maniaca?

    “La domenica dovevo fare il chierichetto alle tre funzioni del mattino perché mia madre a sorpresa veniva a vedere se stavo servendo Messa. Don Nello frequentava casa mia, usciva a cena con mio padre. E’ un classico del rapporto prete-vittima, ma l’ho scoperto solo dopo”.

    Quanto continuarono gli abusi?

    “Circa quattro anni. Non riuscendo a reagire, verso i 15 anni iniziò il mio tracollo. Abbandonai la parrocchia, persi tutti gli amici, caddi nell’eroina. Mi sono fatto fino ai 26 anni”.

    E’ incredibile pensare che per anni lei sia stato in silenzio.

    “Le dirò di più per capire come funziona questo blocco psicologico. Quando nel 2000 emerse lo scandalo negli Usa io leggevo le notizie e pensavo: <Mamma mia cosa fanno questi preti in America>. Invece un sacerdote lo aveva fatto anche a me”.

    Non ricordava?

    “Non volevo ricordare. L’avevo rimosso. Non riuscivo ad accettare di essere stato abusato. Ero come in uno stato di incoscienza”.

    Invece era successo.

    “Ma ho denunciato solamente nel 2008. La molla mi scattò quando scoprii che il vescovo di Savona aveva fatto aprire a don Nello una comunità per adolescenti in difficoltà”.

    Addirittura?

    “Ho attraversato una crisi tremenda, non riuscivo a parlarne. C’è voluta un’amica che mi ha letteralmente trascinato dai Carabinieri. Lo ricordo come il giorno più brutto della mia vita. Provai una vergogna tremenda”.

    Però denunciò.

    “Ma il giorno dopo incassai la delusione più cocente mai provata. Il maresciallo mi disse che il reato era comunque prescritto. La svolta ci fu nel 2010. Mi chiamò Giovanni Battista Ferro, pm a Savona. Mi disse: <Zanardi, lei conosce qualche vittima più recente>?

    Lei la trovò?

    “Trovammo una vittima fresca, scusi l’espressione. Un ragazzo abusato nel 2005 in un campo scout. Don Nello è stato condannato a un anno e sei mesi con la condizionale. Non ha fatto un solo giorno di carcere”.

    Dov’è?

    “A Savona, lo vedo spesso. Ma non provo nulla, lui cammina a testa bassa. All’inizio gli urlavo <pedofilo!> quando lo incontravo in mezzo alla gente. Ma ho lasciato da parte la rabbia”.

    E’ ancora prete?

    “No, ma solo perché lui ha chiesto la riduzione allo stato laicale. Lavora come cuoco in una rosticceria. Ma fosse stato per la Chiesa, lo avrebbero spostato da un’altra parte e stop”.

    Succede?

    “Eccome. Fittipaldi nel libro racconta di don Francesco Rutigliano, caso scoperto da me. Lui è un prete della Locride condannato dal tribunale canonico a quattro anni per abuso di minore. Risultato: l’hanno trasferito a Civitavecchia”.

    Perché, secondo lei?

    “In Italia esiste poca cultura sul tema. Se si scopre un vicino di casa pedofilo i condomini gli fanno la pelle, se il denunciato è un prete istintivamente viene massacrata la vittima. Nel caso di don Nello alcuni parrocchiani dicevano: <Forse toccava alcuni ragazzini ma serviva bene Messa>”.

    Mi può dare qualche numero sul fenomeno?

    “Attualmente ci sono 112 preti indagati e 133 condannati in via definitiva. Ma sono dati parziali e relativi solo agli ultimi 15 anni”.

    Non crede all’apertura del Papa?

    “La Chiesa è omertosa. Anche questo Papa fa solo annunci, basti vedere il caso dell’Istituto ‘Provolo’ di Verona. Le vittime hanno scritto le prime lettere alla Santa Sede nel 2009 e hanno consegnato formalmente a Papa Francesco le denunce nel 2014. Sono passati due anni e i tempi lunghi  rendono le vittime sacrificabili. Tenga conto che al ‘Provolo’ gli abusati che hanno denunciato sono 63. I preti coinvolti sono 26”.

    Numeri impressionanti.

    “La Chiesa non vuole perdere preti. Quando ci sono casi chiacchierati, fa di tutto per coprire e mettere a tacere lo scandalo”.

    Zanardi, com’è oggi la sua vita?

    “Vado avanti con la forza d’animo. Ma ho diversi problemi”.

    Me ne dica uno.

    “Il trauma resta. Quando denunciai nel 2010 non riuscii più a fare sesso, per esempio. Ho assistiti che non riescono a cambiare il pannolino ai figli”.

    Si dice: spesso il pedofilo è una persona a sua volta abusata da piccolo.

    “Qualche caso c’è, purtroppo. L’abbiamo avuto anche in associazione”.

    Lei può ottenere risarcimenti?

    “Certo. La prescrizione per la causa civile è di cinque anni, ma scattano da quando ti rendi conto di avere subito il trauma. Io e altri quattro abusati stiamo per chiedere un milione e 200mila euro a testa”.

    Puntate ai soldi.

    “Le nostre vite sono state distrutte. Tra i nostri associati abbiamo persone con malattie psicosomatiche assurde. Un abusato di certo non diventa un direttore di banca, non è una persona con una stabilità psichica. I soldi non ci servono per fare la bella vita”.

     

     

  • La pedofilia non è un vizio né un atto di lussuria ma un crimine violentissimo contro persone inermi

    La pedofilia non è un vizio né un atto di lussuria ma un crimine violentissimo contro persone inermi

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa alla castità come dice il Catechismo e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo contro persone inermi».

    Federico Tulli

    Chiesa e pedofilia, il caso italiano: il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

    Dopo Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI, Federico Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

    L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

    CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

    L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

    Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

    L’autore

    Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e Critica liberale. Sul web è condirettore di Cronache laiche, firma un blog su MicroMega, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica Babylon Post. Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

  • Accusato di molestie all’Istituto Provolo fa il prete a Fabrica (VT)

    Accusato di molestie all’Istituto Provolo fa il prete a Fabrica (VT)

    Una storia che somiglia molto a quella di don Nicola Corradi il sacerdote arrestato in Argentina alla fine del novembre scorso, proprio uguale in tutto e per tutto.

    Anche lui come Corradi era stato accusato di abusi sessuali dagli ex allievi sordi dell’Istituto Don Antonio Provolo di Verona, come Corradi era stato nascosto e anche il suo nome, come quello di Corradi era provvidenzialmente scomparso dalla relazione della Commissione di Inchiesta che il Vaticano fece a Verona, l’unica differenza è che lui non è in Argentina, ma è ancora in Italia.

    Si chiama don Giuseppe Pernigotti e fa il parroco presso la parrocchia S.S. Gratiliano e Felicissima, appena fuori Fabrica, a Faleri dove era arrivato circa 20 anni fa.

    Ma malgrado le pesanti accuse don Pernigotti fa carriera, nel giugno del 1985 mons. Riccardo Ferrari si dimette da direttore della FIAS “Federazione Italiana Assistenza Sacerdoti” e don Pernigotti diventa direttore nazionale.

    Nel 2010 scrive anche per FAMIGLIA CRISTIANA dove lo leggiamo in questo articolo che parla proprio di pedofilia nella chiesa.

    Nel 2016 un gruppetto di parrocchiani aveva scoperto che era lui quel don Giuseppe Pernigotti accusato di molestie dagli ex allievi dell’Istituto provolo e non lo volevano più. Si erano lamentati con i suoi superiori, i quali però non intervennero e fu così che ci contattarono chiedendo aiuto.

    Oggi la sua storia riemerge, non a seguito di abusi sessuali, o almeno, non sappiamo se ne abbia commessi ancora o meno, ma per via del fatto che il suo nome è uno dei molti citati anche nella lettera che Giuseppe C. consegnò nelle mani di papa Francesco e che per motivi a noi ignoti è scomparso dalla relazione che la diocesi di Verona consegnò agli ex allievi dell’Istituto Provolo.

  • Abusi al Provolo, si indaga anche per favoreggiamento

    Abusi al Provolo, si indaga anche per favoreggiamento

    La Procura apre un fascicolo, che potrebbe coinvolgere la Curia, dopo un esposto presentato dai legali della Rete L’ABUSO Onlus, corredato da ottanta allegati

    La denuncia scaturisce dall’inchiesta argentina su don Corradi, religioso accusato anche a Verona.

    Una denuncia dettagliata nella quale compaiono un’ottantina di allegati depositata dalla Rete L’ABUSO Onlus in Procura a Verona alcuni giorni fa, l’apertura di un fascicolo di indagine “a carico di persone da individuare” per il reato di favoreggiamento è stata la prima conseguenza e l’indagine si riferirebbe ai vertici della curia.

    Un atto dovuto anche perché nel riassunto degli abusi patiti dagli ex allievi del Provolo, tutti bambini sordomuti, ritorna frequente il nome di don Nicola Corradi, il sacerdote presente nell’istituto veronese all’epoca e poi mandato in Argentina, prima nell’istituto di La Plata e poi a Mendoza dove è stato arrestato alla fine di novembre (ora è ai domiciliari).

    Il sacerdote veronese di 82 anni che venne indicato da un ex allievo come uno dei molestatori negli anni settanta, è accusato di aver abusato sessualmente nel periodo compreso tra il 2007 e il 2009, dei minori sordomuti ospiti dell’istituto di Mendoza.

    La circostanza che come denuncia la Rete, la curia veronese fosse al corrente, che all’interno del Provolo vi fossero state molestie e abusi in passato ha indotto i firmatari della denuncia a ritenere che “il caso di don Corradi possa essere definito un disatro annunciato”.

    Il suo nome infatti era stato indicato da una delle vittime, un ex alunno che fu ritenuto inattendibile dalla commissione Vaticana. Una inattendibilità dichiarata da una commissione sulla quale però pesa un sospetto: il documento con il quale si attestava la data di dimissione dall’istituto della vittima sarebbe stato alterato.

    Da qui il resto, ovvero la richiesta di individuare chi fosse il responsabile giuridico al quale don Corradi, assegnato al Provolo, era affidato.

    Il Caso era noto alla Santa Sede scrive l’Abuso “nel 2009 era stata fatta un’indagine dalla diocesi, ci fi la commissione voluta dal Vaticano e nel 2014 uscì un video consegnato a Papa Francesco, nell’ottobre di quell’anno in una lettera indirizzata al vescovo Zenti e in copia al Papa comparivano i nomi dei 14 sacerdoti accusati di molestie e tra questi don Corradi”.

    Ora l’indagine a Verona.

    1. M.

    L’ARENA del 14 gennaio 2017

     

  • «Silenzi e falsità sul Provolo» riaperte le indagini a Verona Sotto esame video e denunce

    «Silenzi e falsità sul Provolo» riaperte le indagini a Verona Sotto esame video e denunce

    Scandalo abusi, al vaglio dei pm oltre cento pagine di esposto

    «Sugli abusi all’Istituto per sordomuti Provolo, troppi silenzi e mancate denunce».E poi «documenti contraffatti». Oltre a un video «con la testimonianza di 17 vittime e un elenco di nomi dei responsabili tra cui il veronese don Nicola Corradi», arrestato a fine 2016 in Argentina dov’è ora a domiciliari (in virtù dei suoi 82 anni) per pedofilia.

    C’è tutto questo nelle oltre cento pagine di esposto (allegati compresi) con cui la onlus «Rete l’Abuso» ha appena fatto ripartire le indagini a Verona sullo scandalo archiviato nel 2009 dai pm scaligeri per «l’intervenuta prescrizione dei fatti contestati».

    Otto anni fa, c’era al vaglio l’ipotesi di violenze ai danni degli allievi e si trattava di presunti abusi che le stesse vittime facevano risalire a numerosi anni prima. Adesso invece l’associazione presieduta da Francesco Zanardi chiama in causa la procura di Verona su «fatti datati dal 2009 in poi e ancora perseguibili dai magistrati». Nel faldone fatto pervenire dalla onlus ai pm scaligeri, tutto ruota attorno al recente arresto di don Nicola, già implicato nelle sospette violenze al Provolo di Verona e successivamente trasferito «per ragioni di opportunità dai vertici ecclesiastici» in altre due sedi dell’Istituto sudamericane, La Plata e Mendoza, dove è finito in cella per i presunti abusi sessuali denunciato da oltre una ventina di allievi locali. Di qui, da parte della Rete, la contestazione nell’esposto di «anni di silenzi e mancate denunce» perché, si sostiene nell’esposto, «sarebbe stato compito dei vertici dell’Istituto Provolo di Verona attuare tutte le iniziative necessarie ad impedire che questi potesse abusare di altri minori».

    In particolare, l’associazione fa riferimento al secondo comma dell’articolo 40 del codice penale secondo cui «non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo». Un principio, questo, che «emerge anche dall’ordinanza del gip Fiorenza Giorgi del Tribunale di Savona dell’8 maggio 2012… dove si ravvisavano responsabilità omissive qualora chi detiene la responsabilità giuridica di un religioso fosse a conoscenza dei fatti delittuosi e non sia intervenuto per impedire che questo continuasse a reiterarli».

    Oltre alle ipotizzate omissioni, che a parere delle vittime «se non fossero avvenute avrebbero impedito che don Figura chiave Il veronese don Nicola Corradi, arrestato a fine 2016 in Argentina dov’è ora a domiciliari (in virtù dei suoi 82 anni) per pedofilia in due sedi argentine del Provolo Corradi reiterasse gli abusi anche in Sudamerica», le nuove indagini a Verona sono chiamate a far luce anche sulla presunta contraffazione documentale denunciata da un ex allievo della sede scaligera, Gianni Bisoli. Quest’ultimo, che si riserva a sua volta di presentare all’ex Mastino un’ulteriore denuncia, contesta la «presunta falsificazione dei documenti agli atti della Commissione Vaticana, accusa comprovata dal ritrovamento di una mia vecchia pagella».

    Un caso diventato internazionale, visto che il senatore Julio Jobos, presidente della Commissione Esteri di Buenos Aires, «ha sollecitato chiarimenti dal ministero per sapere in quali circostanze è arrivato dall’Italia don Corradi nonostante il suo passato». Interrogativo a cui, ora, le vittime attendono risposte anche dai pm di Verona. (nella foto)

    Il Corriere di Verona del 13-01-2017

  • Abusi al Provolo, le vittime ai pm: «Riaprite il caso»

    Abusi al Provolo, le vittime ai pm: «Riaprite il caso»

    Dopo lo scandalo in Argentina, esposto in procura delle vittime: dossier con 80 allegatiTripla denuncia A sx don Nicola Corradi, il prete veronese ai domiciliari a Mendoza per gli abusi al Provolo. A dx Francesco Zanardi

    Abusi sui sordomuti all’Istituto Provolo: otto anni dopo lo scandalo, a Verona si riapre il caso.

    Nel 2009, le indagini finirono in un cassetto per l’«avvenuta prescrizione» di fatti risalenti a una ventina di anni prima. Ma lunedì è stata depositata una nuova denuncia: le vittime chiedono al procuratore Barbaglio di riaprire l’inchiesta alla luce delle nuove violenze recentemente scoperte in Argentina.

    Nel 2009, sulle violenze denunciate pubblicamente dalle vittime, le indagini finirono in un cassetto per l’«avvenuta prescrizione» di fatti risalenti a una ventina di anni prima.

    Adesso però quell’inchiesta torna prepotentemente alla ribalta: tre giorni fa, infatti, è stato depositato all’ex Mastino un dettaglio esposto: 7 pagine di denuncia, più di 80 di allegati in un faldone che punta il dito contro «gravi omissioni e ripetute falsità». Episodi che risalgono a tempi recenti, dal 2009 in poi, e su cui i magistrati sono ancora in tempo utile per indagare.È l’associazione «Rete L’Abuso onlus» di cui è presidente nazionale Francesco Zanardi a firmare la denuncia appena giunta sul tavolo del procuratore reggente Angela Barbaglio: altri due esposti sono stati invece inviati ai pm argentini Gustavo Stroppiana e Fernando Cartasegna, titolari di altrettante inchieste sulla pesantissima catena di abusi di cui il prete veronese Nicola Corradi, 82 anni, si sarebbe reso macchiato nelle sedi del Provolo di La Plata e Mendoza.

    E proprio l’anziano sacerdote, arrestato a fine 2016 e ora ai domiciliari per ragioni di salute ed età, rappresenta la figura-chiave di uno scandalo che, dopo aver imperversato a Ver0na, sta sconvolgendo da diverse settimane l’opinione pubblica sudamericana. Rinchiuso nel carcere di Boulogne Sur Mer insieme ad altri 4 operatori scolastici del Provolo Institute (tra cui un secondo prete e un chierichetto), si era ritrovato già implicato vent’anni fa nello scandalo delle molestie denunciate dagli ex alunni del Provolo di Verona ma, all’epoca, risultò già essere stato trasferito dagli stessi vertici ecclesiastici «per ragioni di opportunità» in Argentina.

    Adesso che lo stesso scandalo è deflagrato in Sudamerica,però,tornano d’attualità anche i fatti di Verona: è riguardo a quegli episodi, infatti, che nell’esposto della onlus Rete L’abuso si parla di «una serie di informazioni degne di nota ma mai denunciate formalmente all’autorità giudiziaria e che oggi, dopo l’arresto di don Corradi avvenuto a fine novembre in Argentina, è il caso di prendere in seria considerazione a Verona».

    Oltre alla rete di «omissioni e gravi responsabilità» che l’associazione di vittime di pedofilia coordinata da Zanardi imputa all’Istituto Provolo «se venisse stabilito che don Corradi, arrestato il 26 novembre scorso in Argentina ricade sotto la sua giurisdizione essendo stato ordinato sacerdote a Verona», si chiede anche ai pm scaligeri di indagare per il reato di falso «in merito alla presunta contraffazione dei documenti consegnati alla Commissione d’inchiesta del Vaticano, denunciata l’ex allievo del Provolo, Gianni Bisoli».

    In particolare, secondo le vittime,«questa ipotesi di contraffazione troverebbe conferma anche grazie al ritrovamento di una vecchia pagella scolastica che smentirebbe la data di dimissione di Bisoli dall’Istituto Provolo di Verona riportata nella scheda personale, che secondo Bisoli sembrerebbe essere falsificata».

    Con questo triplo espostodenuncia, le vittime contano di poter «finalmente accedere gli atti perché – sostiene Zanardi – gli ex allievi e l’Associazione Sordi Provolo, ai quali inizialmente era stato promesso l’accesso alla documentazione personale prodotta durante quella commissione, lamentano che malgrado le varie richieste, ciò non gli sia ancora stato concesso. Per il momento si sono dovuti accontentare di uno scarno resoconto datato 24 novembre 2012 dal quale scompare anche il nome di don Corradi» e si rende noto che» un altro sacerdote implicato negli abusi (venuto nel frattempo a mancare, ndr) «è affetto da una grave forma di alzheimer che lo rende del incapace di intendere e di volere è ricoverato presso la Casa di riposo presso l’Ospedale di Negrar per cui nessun provvedimento, stante la sua condizione, è stato preso nei suoi confronti».

    E su tutto ciò, a distanza di vent’anni, gli ex alunni invitano i pm scaligeri a «stabilire finalmente verità e giustizia».

    Corriere di Verona del 12-01-2017

  • Don Corradi e lo scandalo pedofilia del Provolo. “Papa Francesco sapeva”

    Don Corradi e lo scandalo pedofilia del Provolo. “Papa Francesco sapeva”

    “Tre fascicoli e decine di documenti che dimostrano nero su bianco quello che le autorità ecclesiastiche sapevano dei preti accusati di molestie al Provolo di Verona, questo è quanto è stato depositato pochi giorni fa presso la Procura della Repubblica di Verona e che tra pochi giorni sarà anche nella disponibilità dei due Pm argentini che stanno indagando su don Nicola Corradi“. Lo riferisce Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso Onlus, che in questo modo vuole collaborare con le nuove indagini che riguardano il sacerdote veronese accusato di pedofilia in Argentina e recentemente scarcerato per motivi di salute. Nuove indagini perché già in Italia don Nicola Corradi era stato al centro di uno scandalo riguardante gli abusi sui minori dell’istituto Provolo di Verona. Don Corradi è stato poi trasferito ad una struttura gemella in Argentina, ma pare che il problema non sia stato risolto.

    “Tre denunce nelle quali si chiede all’autorità giudiziaria – prosegue Zanardi – che vengano verificate ed eventualmente ravvisate una serie di ipotesi di reato tra qui le responsabilità omissive delle gerarchie ecclesiastiche che senza dubbio sapevano dal 2009 della pericolosità di quel prete. Il primo precedente in Italia si creò nel 2012 a Savona quando il giudice per le indagini preliminari Fiorenza Giorgi ravvisò le pesanti responsabilità omissive di un vescovo, Dante Lafranconi, il quale pur sapendo delle tendenze pedofile di uno dei suoi sacerdoti nulla fece per impedire che questi continuasse ad abusare di altri minori”.

    Il presidente della Rete L’Abuso Onlus chiama in causa anche Papa Francesco, che a suo dire fu informato sugli abusi di don Corradi e di altri 14 sacerdoti. Un video recapitato alla Segreteria di Stato del Vaticano con la testimonianza di 17 vittime e un elenco di nomi dei responsabili tra cui quello di don Nicola Corradi. Una raccomandata prima inviata e poi consegnata anche nelle mani del pontefice. Tre occasioni che Francesco Zanardi ricorda e commenta: “Sentire oggi Papa Francesco dichiarare che la chiesa piange per il dolore procurato dai sacerdoti è oltraggioso, verso le vittime e verso tutti coloro che ancora si fidano della chiesa. Ed è anche triste vedere che malgrado la pesantissima pronuncia che la Commissione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza fece nei confronti del Vaticano nel 2014, la chiesa continui a tutelare la sua immagine a qualunque costo fregandosene delle vittime e delle associazioni che le tutelano con le quali ha sempre rifiutato qualunque tipo di dialogo. La gestione dei preti pedofili non può più rimanere nelle mani delle gerarchie ecclesiastiche e se Papa Francesco vuole davvero affrontare seriamente il problema ha un’unica via, quella di inserire per i vescovi l’obbligo della denuncia e affidare questi casi all’autorità giudiziaria dei paesi dove i crimini vengono commessi”.

    http://www.veronasera.it/cronaca/rete-abuso-onlus-pedofilia-provolo-papa-francesco-12-gennaio-2017.html