Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Vigevano

  • Garlasco, la pista dei legali di Sempio: “Dietro la morte di Chiara un giro di pedofili”

    Garlasco, la pista dei legali di Sempio: “Dietro la morte di Chiara un giro di pedofili”

    GARLASCO (PAVIA). Un solo assassino o più complici sulla scena del crimine? La difesa di Andrea Sempio, l’unico indagato nel nuovo fronte di inchiesta sul delitto di Garlasco, non ha dubbi: «Chiara è stata uccisa da una sola persona». Massimo Lovati, che difende l’indagato insieme alla collega Angela Taccia, lo aveva già dichiarato ma ieri durante la trasmissione Mattino 5 ha voluto essere più preciso: «Non c’entrano né Sempio, né le gemelle, né i vari nomi che stiamo sentendo in questi giorni: è solo fumo negli occhi. Chiara Poggi è stata uccisa da un solo killer, un omicida che fa riferimento a una massoneria internazionale, un’organizzazione criminale dedita al traffico di esseri umani e alla pedofilia». Poi l’affondo agli inquirenti: «Questa indagine è partita malissimo».

    L’ipotesi di più complici

    La pista di un coinvolgimento di più persone nel delitto non è invece esclusa dalla Procura, che infatti contesta a Sempio (che comunque resta unico indagato fino a questo momento) il concorso con altri soggetti rimasti ignoti o con Alberto Stasi, il fidanzato della vittima già condannato per questo delitto a 16 anni di carcere (condanna che sta finendo di scontare in regime di semilibertà). I carabinieri del nucleo investigativo di Milano indagano a 360 gradi su delega dei pm Stefano Civardi, Valentina De Stefano e Giuliana Rizza. Per questo hanno anche acquisito gli atti dell’inchiesta sul santuario mariano della Bozzola, tra il 2012 e il 2014 al centro di uno scandalo per ricatti gay ai religiosi da parte di due giovani romeni, condannati per estorsione e oggi latitanti.

    Le tracce in casa

    Nella villa di via Pascoli sono state repertate una sessantina di impronte digitali che non è stato possibile attribuire, nonostante i confronti fatti all’epoca. Alcune sono ritenute, dai carabinieri di Milano, più rilevanti di altre. C’è di sicuro la traccia catalogata come 33, trovata sulla parete destra della scala che porta alla cantina dove fu trovato, la mattina del 13 agosto 2007, il corpo senza vita di Chiara Poggi. L’impronta di un palmo destro è attribuita a Sempio: secondo una consulenza disposta dalla Procura coincide per 15 punti di contatto. La traccia dovrebbe essere riesaminata anche sul fronte genetico, ma negli archivi dei Ris non si trova.

    L’impronta sulla porta

    Proprio la presenza di così tante impronte non consente agli inquirenti di escludere altre persone sulla scena del crimine. È ancora da attribuire (e non è di Sempio, né di Stasi e nemmeno di altre persone che frequentavano la casa) l’impronta catalogata come numero 10 e ritrovata sull’anta interna della porta di ingresso. L’impronta digitale è lasciata da una mano sporca, ma di questa traccia non fu mai eseguito un accertamento per stabilire la natura della sostanza presente. L’analisi sarà eseguita a distanza di 18 anni, nell’incidente probatorio che sarà avviato il 17 giugno su diversi reperti, comprese le fascette para-adesive delle impronte digitali.

    Il memoriale del detenuto

    garlasco

    Un paio di pagine scritte a mano nel carcere di Torre del Gallo, dove si trova con l’accusa di omicidio volontario. Il memoriale di Cleo Stefanescu, 25 anni, raccoglie le confidenze che gli fece lo zio, Flavius Savu, sui festini a luci rosse al santuario mariano della Bozzola. Stefanescu, in cella per avere ucciso alcune settimane fa con 40 coltellate Luca Leone in corso Novara a Vigevano, ha chiamato alcuni giorni fa la sua avvocata, Guya Portaluppi, per consegnarle le sue dichiarazioni.

    «Voleva raccontarmi alcuni fatti su Garlasco – dice la sua legale –. Lo sento quindi in cella e mi conferma quanto aveva già detto lo zio a proposito dell’inchiesta sulla Bozzola. Non ha dichiarato nulla sull’omicidio di Chiara Poggi, si è limitato a fare qualche sua ipotesi». Nessuna informazione, quindi, sull’omicidio della giovane o su un presunto collegamento con l’inchiesta del santuario. Nel memoriale Stefanescu racconta che lo zio gli parlò dell’ex rettore, don Gregorio Vitali, e della reverenza che nutriva nei confronti di un alto prelato «a cui baciava i piedi». Racconta anche che c’erano tanti giovani che partecipavano ai festini a luci rosse con alcuni religiosi e che «ricevevano per questo anche cifre fino a 3mila euro a testa». Stefanescu spiega di avere voluto mettere per iscritto i suoi ricordi dopo che ha sentito ancora parlare dell’inchiesta sullo scandalo al santuario, che nel 2014 portò alla condanna dello zio, oggi latitante, per estorsione. «Non ha fornito riscontri a un collegamento con il delitto di Chiara Poggi – precisa la sua avvocata –, però siamo pronti a consegnare il manoscritto all’autorità giudiziaria qualora gli inquirenti ritengano di interesse quanto ha voluto dichiarare il mio assistito». —

    Le telefonate attribuite a Stasi

    Le quattro chiamate anonime sul cellulare di Chiara Poggi il 13 agosto furono attribuite, con un calcolo di probabilità, al telefono fisso di Alberto Stasi nella sentenza del gup Stefano Vitelli. Resta ancora il mistero sulla telefonata che la cugina di Chiara, Stefania Cappa, dice di averle fatto il 12 agosto, di cui non c’è traccia agli atti.

    I genitori Poggi: «Ormai più testimoni che garlaschesi»

    «A Garlasco ormai vengono fuori più testimoni del delitto che abitanti»: a dirlo, visibilmente contrariato, è Giuseppe Poggi, il padre di Chiara, intervistato ieri con la moglie Rita Preda da un giornalista del Tg5. I genitori smentiscono che la borsa di Chiara sia stata rubata dopo il delitto, come scritto da alcuni giornali nei giorni scorsi. «È vero – dice la mamma – che avevamo subito un furto, ma la borsetta di Chiara è sempre stata con noi». E mentre lo dicono, i coniugi mostrano la borsa nera al giornalista. Poi la coppia replica a chi dice che lo scandalo della Bozzola, scoperto anni dopo il delitto, possa essere in qualche modo legato all’omicidio. «Mia figlia – dice mamma Rita – alla Bozzola non andava».

    https://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2025/06/03/news/delitto_garlasco_legali_sempio_pedofilia_morte_chiara_poggi-15174749/

  • Garlasco, novità su presunti abusi sessuali del santuario della Bozzola prima della morte di Chiara Poggi

    Garlasco, novità su presunti abusi sessuali del santuario della Bozzola prima della morte di Chiara Poggi

    Ci sarebbero alcune novità sui presunti abusi sessuali del santuario della Bozzola, che secondo alcune teorie potrebbero intrecciarsi ai fatti legati al delitto di Garlasco. Lo scandalo a luci rosse con al centro Don Gregorio, ricattato per oltre 150 mila euro, è esploso nel 2014, ma alcuni episodi sarebbero avvenuti anche prima della morte di Chiara Poggi, avvenuta nel 2007.

    La novità su santuario della Bozzola e delitto di Garlasco
    La trasmissione Mediaset Dritto e Rovescio ha annunciato di aver scoperto che “gli scandali sessuali sarebbero avvenuti già nel 2006“.

    L’avvocato Paolo Larceri ha riferito alla trasmissione: “Si diceva che a Garlasco accadessero cose strane in merito ai minori. Posso dire che riguardavano le Bozzole. Questo però era di dominio pubblico”.

    Gli episodi del 2006 al Santuario delle Bozzole
    La giornalista di Dritto e Rovescio ha poi raccontato: “Già nel 2006 un altro parroco segnala alla diocesi di Vigevano fatti scabrosi relativi a questo santuario, gli stessi fatti che denuncerà poi ai carabinieri di Vigevano, come dimostrano i verbali di cui siamo entrati in possesso”.

    Nelle carte mostrate dalla trasmissione si legge: “Nell’anno 2006 un sacerdote della zona di Garlasco mi riferì particolari sconcertanti in merito alle condotte ‘immorali’ tenute da Padre Gregorio, che persino pagava alcuni uomini al fine di ottenere da loro prestazioni sessuali”.

    Una rete di pedofili a Garlasco?
    La trasmissione Mediaset ha poi fatto riferimento a “un caso grave di pedofilia“, avvenuto “sempre nel 2006 e sempre in questa zona”.

    Ancora Paolo Larceri: “Si trattava di un soggetto che deteneva questo materiale di tipo pedopornografico. Io mi sono fatto proprio un’idea mia e cioè che questo materiale fosse oggetto di vendita.

    Alla domanda “Si può ipotizzare una presunta rete di pedofili?”, l’avvocato ha risposto: “È abbastanza evidente che il sistema era radicato e tollerato”.

    La cronista di Dritto e Rovescio ha fatto riferimento anche a un altro episodio. successivo al delitto di Garlasco: “Nel 2015, un anno dopo lo scandalo della Bozzola, un altro prete indagato per adescamento di minori sarebbe stato ricattato da un uomo con cui avrebbe avuto una relazione”.

    La trasmissione ha mostrato alcune carte esclusive, in cui si legge: “Ho bisogno di 12000 euro per andarmene e sono pronto a tutto, anche a costo di fare uno scandalo”.

    https://www.virgilio.it/notizie/garlasco-novita-su-presunti-abusi-sessuali-del-santuario-della-bozzola-prima-della-morte-di-chiara-poggi-1685750
  • La pista di Massimo Lovati, avvocato di Sempio: sesso, bugie e video hot all’ombra del santuario della Bozzola

    La pista di Massimo Lovati, avvocato di Sempio: sesso, bugie e video hot all’ombra del santuario della Bozzola

    Di ogni teoria «complottistica» ne è l’epicentro. Perché, che si provi a incastrare il giallo di Garlasco nella catena di «strani» suicidi della Lomellina e alle voci di satanismo; o che lo si leghi al ricatto a luci rosse a don Gregorio Vitali; oppure al chiacchierato (e mai provato) giro di pedofilia; o, ancora, che lo s’inserisca nella spy story suggerita in questi giorni da Massimo Lovati, avvocato di Andrea Sempio, tutto ruota sempre attorno al santuario della Bozzola. E chissà che a suggestionare queste ipotesi «alternative» non sia la leggenda medievale intrisa di sangue che portò alla sua fondazione: l’apparizione della Madonna a una tredicenne di Garlasco, unica superstite all’eccidio della sua famiglia.

    È a questo groviglio di veri fatti di cronaca, spifferi di paese, suggestioni, e quant’altro, prendendo un po’ da uno, un po’ dall’altro, a cui Lovati si riferisce quando avanza l’ipotesi del «sicario» di Chiara. E quando parla della vittima forse a conoscenza di un «segreto» che tale doveva rimanere, di «mandanti» che lambiscono la Chiesa e di uno Stasi «innocente ma imbeccato». E il suo cliente Sempio? «Un comunista disadattato», lo descrive a Repubblica.

    «È una teoria che nasce dalla mia conoscenza del territorio», va dicendo Lovati da giorni, premurandosi di chiarire che però «non posso dimostrarla». È vero che «sono fatti successivi» al delitto di Chiara «ma accadevano anche prima, lo sanno tutti».

    Le guarigioni
    La «protettrice della Lomellina» sorveglia i campi che la circondano ai margini di Garlasco. «L’edificio è dei primi anni del Novecento e tenta una sorta di riassunto dei luoghi di culto dagli anni barocchi a quelli neoclassici», lo descriveva, quasi tredici anni fa, sulle pagine milanesi del Corriere, Philippe Daverio. Eppure, proprio in quegli anni, la fama del santuario, frequentato da schiere di giovani «Apostoli e Servi di Maria» dediti al servizio di volontariato e alla preghiera, iniziava a macchiarsi. Anche se era già tempo che le voci nei paesi della zona iniziavano a circolare. Forse, a causa di quelle «preghiere di guarigione o di liberazione», che attiravano gente da ogni parte, ma che, vuoi per il profilo del suo rettore ventennale, padre Gregorio Vitali, molti raccontavano come esorcismi pubblici.

    Piccolo inciso di colore. In quel periodo la Bozzola (il nome deriva da buslà, i cespugli di biancospino, in dialetto, dove la ragazzina ebbe la visione) si stava appena riprendendo dopo un periodo sott’attacco. A insidiarne la popolarità, agli inizi del Duemila, era stato un nuovo e vicino concorrente — una fonte, privata, a neanche 300 metri dal santuario — che prometteva miracoli e guarigioni. Tanto da dirottare centinaia di persone che s’accalcavano armate di bottiglie da riempire con l’acqua dalle presunte capacità curative, che poi si scoprì «non potabile» perché avvelenata dai diserbanti agricoli.

    Sta di fatto che, fuori da questo pezzo di profonda pianura padana, è uno scandalo hot a proiettarlo all’attenzione delle cronache. È il 2014 quando si scopre del ricatto subito da don Gregorio (oggi tornato allo stato laicale). Con tanto di arresto dei due estorsori, i romeni Flavius Savu e Florin Tanasie, poi condannati ma latitanti, all’interno del cortile della curia di Vigevano e il sequestro dei 250mila euro pagati per evitare la diffusione di audio e video hard che avrebbero visto coinvolto un prete del santuario.

    L’inchiesta sui ricatti
    L’anno dopo ci fu il bis: si scoprì che anche il parroco del Duomo di Vigevano era sotto scacco da parte di un sacrestano che sosteneva di avere quegli stessi file compromettenti. Da quest’inchiesta ha preso forza il chiacchiericcio su un giro di pedofilia, mai provato ma a cui si fa riferimento in un’intercettazione. C’è poi la leggenda di «messe nere», che rimbalzano insieme a voci di «resti di animali» e «sacrifici» (anche umani) che da sempre circolano tra i ragazzi. Storie che spesso la gente mescola poi alla scia di suicidi che ha davvero segnato quel territorio, tra il 2008 e il 2016. E che si collegava alla comunità per ragazzi nata all’ombra del santuario. Tra le vittime (nel 2011, nel 2014 e nel 2016) anche tre ragazzi che rientravano nella sfera di amicizie di Sempio.

    https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/25_maggio_27/massimo-lovati-avvocato-sempio-pista-e813ed42-df56-41c2-8e1c-1863f53faxlk.shtml

  • Garlasco: “Omicidio legato alla pedofilia, Chiara uccisa da un sicario”

    Garlasco: “Omicidio legato alla pedofilia, Chiara uccisa da un sicario”

    Pavia. Continua la nuova indagine sul delitto di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007. Per l’omicidio è stato condannato in via definitiva il fidanzato Alberto Stasi, ancora impegnato a scontare la pena inflittagli e recentemente è stato iscritto nel registro degli indagati Andrea Sempio, amico del fratello della vittima.

    “Girandoci attorno, non troviamo un movente sufficiente né per Stasi né tantomeno per Sempio né per nessun altro a commettere un omicidio di questo genere”, ha dichiarato, nel corso della più recente puntata della trasmissione Quarto Grado, l’avvocato Massimo Lovati che, insieme alla collega Angela Taccia, assiste l’indagato. “Quando un omicidio è senza movente la letteratura criminologica ricorre alla figura del sicario”, ha spiegato il legale.

    Omicidio su commissione, dunque, commesso da quello che il Crime Classification Manual dell’F.B.I. definisce “contract killer”.

    E cosa avrebbe indotto eventuali mandanti ad assumere un sicario? “Anche in quel periodo, nel Santuario delle Bozzole, che dista trecento metri da casa Poggi, oltre che esserci l’oratorio, si praticava l’esorcismo”, argomenta Lovati. “Questo è risaputo. Nel 2012, c’è uno scandalo: vengono arrestati due ragazzi rumeni che compiono un’estorsione ai danni di più sacerdoti e che riferiscono di aver accertato che in quella località non solo si praticava l’esorcismo, ma anche la pedofilia.” “Il filo comune è la pedofilia”, propone il legale, “Chiara aveva visto, praticava l’oratorio. Era diventata scomoda perché aveva saputo determinate cose, allora l’hanno eliminata.” E conclude: “Ripeto che è una mia sensazione, non ho prove o indizi.”

    In effetti, però, l’ombra della pedofilia si è profilata ciclicamente nella vicenda, come certi fiumi sotterranei che a tratti emergono in superficie per poi tornare a scomparire nelle viscere della terra.

    Nel 2009 un consulente tecnico della famiglia Poggi, parte civile nel procedimento allora in corso, ha esaminato una chiavetta usb utilizzata da Chiara. In essa, tracce di ricerche su “morti sospette”, “anoressia” e “pedofilia”. In particolare, tre file pdf denominati “Pedofilia 1, 2, 3” riportavano articoli di giornale dedicati al tema.

    Perché, nei mesi precedenti il delitto, la vittima si era interessata alla pedofilia? Le ricerche in tal senso da lei effettuate possono porsi in relazione con il suo omicidio?

    15 agosto 2007, due giorni dopo la morte di Chiara. Dinanzi a due ufficiali di polizia giudiziaria della Compagnia di Vigevano, ricorda DarkSide. Storia Segreta d’Italia, è comparsa Paola Cappa, una delle due cugine della vittima. Ha riferito dei suoi rapporti con Chiara, spiegando che, nel corso dell’adolescenza, si sono frequentate molto di rado e riavvicinate solo più di recente.

    In risposta a una domanda dei Carabinieri, Paola ha formulato un’ipotesi su chi potrebbe aver commesso l’omicidio. “Voglio aggiungere che dovete cercare l’omicida tra i suoi ex colleghi di Pavia e gli attuali di Milano”, ha detto, “in quanto secondo me ha potuto avere delle avance non corrisposte da qualche uomo che non ha accettato il rifiuto, facendosene una vera fobia e, studiate le abitudini di Chiara in questa settimana, ha agito d’impulso.”

    “Ho questa sensazione perché anche se Chiara, almeno con me, non si è mai lamentata di qualche avance ricevuta da colleghi, può essere invece che sia capitato e che, avute le avance, non ne abbia parlato con nessuno, perché la cosa la spaventava”, ha aggiunto Paola Cappa.

    Ed ha spiegato questa asserzione riferendo di aver subito, da bambina, molestie da parte di un uomo adulto. Molestie che per lungo tempo ha avuto difficoltà a raccontare ai genitori. Unica persona al corrente di ogni aspetto della circostanza, “il mio ex ragazzo Alessandro”. A lui, la giovane avrebbe riferito anche il nome del molestatore pedofilo.

    Con riferimento a quanto riportato da Paola agli investigatori, un quotidiano on line, MowMag, aggiunge un ulteriore particolare connesso con la pedofilia, a quanto pare direttamente riguardante la vittima: la Cappa avrebbe rivelato che Chiara le aveva a sua volta parlato di molestie subite da bambina.

    25 agosto 2007. Gli stessi ufficiali che, dieci giorni prima, hanno raccolto la deposizione di Paola, hanno convocato Alessandro C., da lei menzionato. “Ricordo che il 13 agosto 2007, verso le ore 15,30-16.00, ho ricevuto sul mio cellulare una telefonata con numero privato”, ha riferito tra l’altro l’interrogato. “Ho aperta la comunicazione e ho sentito una voce femminile che disperata diceva direttamente ‘è morta mia cugina, aveva solo venticinque anni era sola in casa.’” Alessandro C., inizialmente, non ha riconosciuto l’interlocutrice e le ha chiesto chi fosse. E lei, senza qualificarsi, ha proseguito: “Andrea aiutami!” “Rispondevo che non ero Andrea ma Alessandro, richiedendo chi fosse al telefono. Solo allora l’interlocutrice mi rispondeva di essere Paola.”

    Alessandro ha poi confermato quanto riferito dalla sua ex ragazza a proposito delle confidenze ricevute, precisando tuttavia di non essere a conoscenza dell’identità del pedofilo autore delle molestie.

    Esaminando il verbale dell’interrogatorio, si nota un aspetto forse significativo: a una domanda dei Carabinieri, il giovane risponde: “Ho appreso di quanto è successo a Garlasco solo attraverso i giornali e la Tv. Voglio precisare che dopo il fatto, credo…” Nel documento, la frase non è completa. E il verbale prosegue poi fino alla chiusura, regolarmente sottoscritto dai presenti.

    Un errore di trascrizione? È quanto si domanda il giornalista del citato contributo comparso su Dark Side, autore della scoperta.  “Possibile”, considera. “Ma è possibile che, rileggendolo prima della firma, Alessandro C. non si sia reso conto che una sua risposta era stata tagliata? Evidentemente no. Oppure il taglio è avvenuto in un secondo momento? E se di taglio si tratta, sono state espunte altre risposte? Cosa ha detto Alessandro C. da meritare di essere censurato?”

    https://abruzzolive.it/garlasco-omicidio-legato-alla-pedofilia-chiara-uccisa-da-un-sicario/

  • Inchiesta per pedofilia: don Corradi, spuntano soldi e materiale pornografico

    Inchiesta per pedofilia: don Corradi, spuntano soldi e materiale pornografico

    Parrebbe aggravarsi la situazione giudiziaria di don Nicola Corradi, il sacerdote veronese accusato di abusi sessuali presso l’Istituto Provolo con sede in Argentina a Lujan de Cuyo

    Si allarga l’eco dell’inchiesta in merito agli abusi sessuali subìti da bambini sordomuti dell’Istituto Provolo in Argentina a Lujan de Cuyo, città della provincia di Mendoza, i quali sarebbero stati perpetrati secondo l’accusa anche da don Nicola Corradi, oggi 82enne, prete originario di Verona, già finito al centro di una vicenda simile negli anni compresi tra il 1955 e il 1984, per abusi che, questa volta, sarebbero invece avvenuti all’interno dell’omonimo Istituto Provolo sito nel capoluogo scaligero.

    Il caso di don Nicola Corradi era stato inizialmente valutato nell’ambito della Conferenza Internazionale della Rete di Sopravissuti di Abusi Ecclesiastici che si svolse lo scorso luglio a Washington, dove una delle presunte vittime, Julieta Añazco, presentò un’informativa che raccoglieva i casi anche di altri 10 preti accusati di abusi e nella quale era possibile leggere quanto segue: “Nicola Bruno Corradi. Accusato di abusare tra il 1955 ed il 1984, nell’ Istituto Próvolo, di Verona (Italia), di bambini e bambine sordomuti. Davanti alle autorità ecclesiatiche sono state presentate denunce di violenze sessuali, masturbazioni obbligate dai preti e relazioni di sodomia commesse nei dormitori. I preti coinvolti sono stati approssimativamente 130. Alcuni di loro sono stati trasferiti in Argentina, in particolare a La Plata e Mendoza. In questa ultima città è arrivato il prete Corradi, attualmente ottantenne, che ha commesso abuso di potere contro docenti ed alunni. In via non ufficiale si sa che c’è stato abuso sessuale contro alcuni alunni. Quando i genitori hanno reclamato è stato ‘comprato’ il loro silenzio con indennizzi”.

    In un comunicato ufficiale l’Arcivescovado di Mendoza ha recentemente fatto sapere che “fornirà tutta la cooperazione che corrisponde alle autorità giudiziarie per fare rapida chiarezza dei fatti denunciati”, aggiungendo in merito che “ci intristiscono ed indignano questi accadimenti. Manifestiamo la nostra solidarietà e la vicinanza alle vittime dei fatti oggetto della denuncia”. Al momento don Nicola Corradi è detenuto presso il carcere di Carrodilla, rinchiuso con un altro prete, Horacio Corbacho. Al centro dell’indagine vi sono le circostanze nelle quali il religioso veronese giunse in Argentina, dopo che su di lui già vigevano pesanti accuse di pedofilia.

    Il senatore e presidente della Commissione Esteri di Buenos Aires, Julio Jobos, stando a quanto riportato oggi dal quotidiano L’Arena, avrebbe in via ufficiale sollecitato chiarimenti dal ministero volti a chiarire proprio tali circostanze. Quando il caso scoppiò in tutto il suo clamore a fine novembre, l’Arcivescovado di Mendoza si espresse comunicando di non essere a conoscenza dei precedenti di don Corradi nel momento in cui giunse in Argentina dall’Italia. Ora le condizioni di salute di quest’ultimo sono tutt’altro che buone, e proprio in virtù di ciò nelle scorse ore padre Corradi avrebbe fatto richiesta dei “domiciliari”.

    Ma la sua condizione giudiziaria è piuttosto complicata: sono infatti almeno 22 attualmente le denunce e querele presentate nei confronti della sua persona da chi ritiene di avere subìto abusi in passato, mentre dal prosieguo delle indagini continuano ad emergere elementi a suo carico. In Argentina, oltre che a Mendoza, vi è un Istituto Provolo anche nella cittadina di La Plata e secondo gli inquirenti non è da escludere che anche qui possano essere avvenuti degli abusi. Infine, secondo quanto riferito dal quotidiano L’Arena, dalle ultime perquisizioni delle camere utilizzate, precedentemente al loro arresto, dai due preti accusati di pedofilia, sarebbe stato rinvenuto del materiale pornografico e nello specifico in quella di don Corradi anche un’ingente somma di denaro. Dell’intera vicenda si stanno occupando anche i media nazionali argentini, come ad esempio il Clarin, oltre alla stampa estera, mentre si susseguono in questi giorni le dimostrazioni di protesta dinanzi alla sede argentina dell’istituto coinvolto dallo scandalo.

    http://www.veronasera.it/cronaca/don-corradi-pedofilia-richiesta-domiciliari-perquisizione-pornografia-denaro-istituto-provolo-argentina-10-dicembre-2016-.html

     

  • Prostituzione minorile a Brescia: 12 indagati, tra accusati un parmigiano e un prete

    Prostituzione minorile a Brescia: 12 indagati, tra accusati un parmigiano e un prete

    Sono 12 gli accusati dopo l’inchiesta per prostituzione minorile di Brescia e Bergamo. In attesa di processo anche il parmigiano Sergio Madureri, 59 anni.
    I fatti, accaduti dal 2014 al 2015, riguardano tre ragazzi fra i 16 e i 17 anni che, tramite annunci sui social network Badoo o Facebook, offrivano prestazioni sessuali i cambio di denaro, da 20 a 100 euro, o regali. Stando alle indagini sarebbero 21 le parti offese in tutto, ragazzi dai 15 ai 32 anni, ma uno solo si è costituito parte civile.
    Alcuni appuntamenti sarebbero avvenuti di alcune delle persone sotto accusa mentre gli altri erano incontri in macchina nei parcheggi di supermercati e del cimitero delle due città.
    Il pm di Brescia Ambrogio Cassiani lo scorso aprile aveva chiuso l’inchiesta che a febbraio aveva portato all’emissione di 12 ordinanze di custodia cautelare. Tutti gli indagati erano sotto gli arresti domiciliari e a giugno le prime 4 sentenze per alcuni bresciani: due patteggiamenti, una condanna ed un rinvio a giudizio.
    Oggi, 7 novembre, nel corso dell’udienza preliminare il pm Cassiani ha chiesto condanne da un minimo di due anni e otto mesi ad un massimo di tre anni e sei mesi per quattro adulti ritenuti responsabili. I quattro imputati sono il presentatore televisivo Corrado Fumagalli, il parroco bergamasco Don Diego Rota, Sergio Madureri di Parma e Francesco Bellone. La sentenza è attesa per l’udienza del prossimo 30 novembre.
    Gli accusati, come riferisce L’Eco di Bergamo, sono: Don Diego Rota, 46 anni, ex parroco di Solza (dopo l’arresto sostituito dalla Curia con un amministratore parrocchiale); Cristian Zilli, 43, di Treviglio, ex allenatore delle giovanili dell’Acos Treviglio; Corrado Fumagalli, 48, di Pognano, presentatore di programmi tv a luci rosse; Egidio Bosio, 53, di Albino, ex guardia giurata e agente della polizia locale di Boltiere; Pier Luigi Rossi, 49, assicuratore di Bergamo; Ettore Tucci, 40, sardo residente a Bergamo, impiegato ed ex volontario del gruppo cinofilo di Fiorano al Serio; Francesco Bellone, 46, di Muggiò; Sergio Madureri, 59, di Parma; Renato Ernesto Messina, 52, di Vigevano; Gerardo Morana, 47, di Cinisello Balsamo; Claudio Tonoli, 55, di Collebeato (Brescia); Massimo Zoli, 46, di Milano.
    http://www.parmapress24.it/2016/11/07/prostituzione-minorile-brescia-12-indagati-accusati-un-parmigiano-un-prete/
  • “Vorresti diventare nostro prete? Sei gay?” Una storiaccia di sedicenti vescovi e aspiranti preti

    “Vorresti diventare nostro prete? Sei gay?” Una storiaccia di sedicenti vescovi e aspiranti preti

    -Gea Ceccarelli– “Vorresti diventare nostro prete? Sei gay?”
    “Non ho la vocazione, e poi bisogna studiare per essere preti. Sì, sono gay”
    “Non è un problema lo studio, devi solo dormire con il tuo vescovo”.

    Inizia con questa proposta, S.M., sedicente vescovo 37enne di una Chiesa “non riconosciuta dallo Stato”, “cattolica-apostolica non romana”. Una chiesa, scrive lui stesso, “autocefala” che “perde preti” e che, proprio per questo, necessita di trovare nuovi sacerdoti. Magari proprio sui social network come Facebook, dove il suo profilo si caratterizza per il gran numero di “like” a pagine religiose, ma non solo: tra un mi piace a Radio Maria, uno a Gesù, un altro a qualche chiesa, ecco che spuntano appartenenze a gruppi inequivocabili: “Pornografia gay”,  “Gay giovani”, “Naturismo gay bisex” e altri, sino un inquietante: “Gay 12-18 anni”.

    Articolotre.com ha avuto modo di prender visione di chat tra il “vescovo” in questione e un ragazzo  a cui è stato proposto di partecipare al progetto religioso, attraverso la proposta, appunto, di ordinarlo sacerdote, a fronte dei continui abbandoni dei seguaci.

    Alle reticenze del ragazzo, che si dichiara troppo “libero” per scegliere la vita religiosa, S.M. offre le proprie rassicurazioni: “E’ una benedizione, l’amore”, chiarisce, spiegando che il vescovo, quale si definisce, può far sesso con lui e con tutti gli altri preti. E che, se il ragazzo vuole, può intrecciare relazioni anche con i confratelli.

    I toni della conversazione sono espliciti e non lasciano ampio spazio a dubbi, seppur costellati, di tanto in tanto, da un “ti amo” e qualche cuore. Il vescovo, convinto di aver ottenuto la fiducia del ragazzo, si spinge oltre: gli chiede ospitalità in casa per “un po’ di giorni”, dal 16 al 30 marzo. I biglietti, a sorpresa, sarebbero a carico del giovane. Il quale dovrebbe anche, se vuole diventare veramente prete, dormire con lui.

    “Dormo con te, sc…. Io sono molto focoso”, è un passaggio della conversazione, che precede la richiesta di farsi urinare addosso dal giovane, “perché sarà bello”. “Sarà bello fare tante cose”, rincara “dimmi che lo farai”, “dimmi che ti fidi di me”, “ti voglio bene, promettimi che non mi lascerai come prete”.

    Il ragazzo accetta e assicura di fare i biglietti per pagargli il viaggio, durante il quale, assicura il vescovo, lo ordinerà a prete. Con l’occasione, infila anche il proprio numero di Postpay: “Vuoi che faccia come con Padre A.?” “Cioè?” “Mi ha mandato i soldi e io ho comprato tutto e portato tutto (i paramenti, ndr). Ti do il postpay, vado a comprarti tutto”. La cifra richiesta? 1300-1600 euro: “Ce la fai a mandarli per oggi?”

    L’insistenza per il pagamento caratterizza quasi tutti i successivi messaggi, assieme quella di ricevere una ricarica telefonica. “Mi ami? Alle cinque vai in posta”; “La fai anche a me? (la ricarica, ndr)”

    Per quanto riguarda gli addii in seno alla “chiesa” da parte dei vari preti, il vescovo sostiene che sono dei traditori, che lo vogliono abbandonare perché “troppo scrupolosi” e, alla domanda “Ma con i preti che se ne vogliono andare, sei andato a letto?”, rivela: “Già fatto”. Almeno con uno, di cui cita il nome, Padre C.

    “Cosa ti ha fatto?”
    “Tutto”
    “Cioè?”

    “Poco. Mi ha fatto un pom…”

    Padre C. è di Vigevano. E’ presidente di una onlus di volontariato. Vicinissimo agli ambienti della Lega Nord,  per la quale si è anche candidato alle comunali, Articolotre ha avuto modo di visionare fotografie che lo ritraggono abbracciato a esponenti di primo piano, del Carroccio. Mario Borghezio, Luca Zaia, Roberto Castelli, ma anche il segretario Matteo Salvini e il governatore della Lombardia Roberto Maroni. Non mancano scatti con Letizia Moratti e Magdi Allam, alternati a fotografie in cui compare con gli abiti talari e immaginette sacre. Alcune, invece, meno “politicizzate”, lo ritraggono proprio con il “vescovo” S.M.

    Questi, dopo aver assicurato di aver “fatto qualcosa con Padre C.” e aver richiesto una simile prestazione al suo giovane interlocutore, gli chiede di inviargli delle foto. Il ragazzo spedisce scatti del proprio volto e del proprio addome. Il religioso vuole di più. “Mandamene una tu, così capisco che genere di foto vuoi”, glissa il ragazzo. Lo scatto che riceve è quello di un membro eretto.

    Il religioso spiega inoltre di esser stato “fatto vescovo” da due Monsignori cattolici, e che avrebbe, a dimostrazione, “celebret e certificati di ordinazione”. Ciononostante, sul profilo Facebook, dichiara di lavorare all’interno della Chiesa Ortodossa Italiana.

    Proprio dal suo profilo Facebook emergono aspetti controversi. Andando indietro nel tempo, infatti, saltano fuori post e commenti anomali, per un religioso, tra cui link dai contenuti erotici, da lui stesso condivisi, in cui viene definito “un fottuto finocchio”. “Portami tua sorella e vedi se lo sono”, è la replica del “vescovo”. A contraddirlo, un adolescente commentatore: “Ma se l’hai appena detto tu in chat, che sei gay”.

    Dello stesso periodo è il tentativo di smentire le voci sulla sua omosessualità: “Per tutte le cose infami dette contro me, non ascoltate ciò che dicono. Vi dico la verità, non li conosco neanche”, scrive sul proprio account il religioso. Anche in questo caso interviene un ragazzo molto giovane, a commentare: “Ma sei malato te; ti ha pestato 1 ragazzo tra i 13-14 anni”.

    Il quadro pubblico che ne emerge è quantomeno imbarazzante; un aspetto che stride con l’ultima richiesta che il “vescovo” presenta in chat al “futuro prete”: “Non dire niente di noi: sai, sono riservato, io…”

    http://www.articolotre.com/2016/03/una-storiaccia-di-sedicenti-vescovi-e-aspiranti-preti/

  • Preti pedofili, la mappa degli abusi Le ombre sulle diocesi lombarde

    Preti pedofili, la mappa degli abusi Le ombre sulle diocesi lombarde

    L’ULTIMO è stato arrestato il 10 febbraio: don Diego Rota parroco di Solza, Bergamo. «Adescava ragazzini», secondo la procura di Brescia che lo indaga per prostituzione minorile. L’ultimo, sì. Di quanti? In quindici anni l’ombra della pedofilia sulla chiesa lombarda ha seguito una parabola in crescita, di pari passo con l’aumento dell’attenzione mediatica e quindi della condanna dell’opinione pubblica.

    Oggi più che mai: sull’onda del pluripremiato successo cinematografico di «Spotlight» e del clamore suscitato dal caso-Pell, il tema torna ad accendere il dibattito, a spaccare le coscienze. Non bisogna andare troppo indietro nel tempo per scoprire che non sempre è stato così. Prima dei 2000 c’è il nulla, o quasi: le testimonianze rimaste di vecchie inchieste alla fine dei ’90 parlano solo di preti rigorosamente anonimi «arrestati per abusi» (un caso a Milano, un altro a Varese).

    Dobbiamo aspettare il 2004 per trovare documentata la prima condanna in Cassazione: da allora e fino al 2015 se ne contano sette nella nostra regione. DonMauro Stefanoni di Laglio, donMatteo Diletti di Bratto (Bergamo), don Roberto Mornati di Gavirate (Varese), don Marco Baresi di Brescia, don Walter Mariani di Mantova, don Domenico Pezzini di Lodi, don Giuseppe Abbiati di Borgarello (Pavia). In tutto fanno 47 anni e un mese di carcere. Quattro, invece, i preti che hanno patteggiato.

    Due sono stati rinviati a giudizio, altrettanti sono arrivati a sentenza in primo grado. Alcuni sono morti di vecchiaia, altri sono tornati a dire messa in nuove parrocchie, due si sono suicidati, di uno si sono perse le tracce. Religiosi (una sola donna) equamente distribuiti fra le 10 diocesi. Abbiamo provato a disegnare una mappa, partendo dalla documentazione raccolta su scala nazionale dall’associazione «Rete l’abuso». Milano, Bergamo, Brescia, Como, Crema, Cremona, Lodi, Mantova, Pavia, Vigevano: nessuna di loro può scagliare la prima pietra.

    IL GIORNO del 7 marzo 2016 pag 19

  • Prostituzione minorile,  le prime ammissioni del parroco «Soffro per le famiglie dei ragazzi»

    Prostituzione minorile, le prime ammissioni del parroco «Soffro per le famiglie dei ragazzi»

    Interrogato dal gip don Diego Rota ha parlato di «profonda angoscia». L’ipotesi del patteggiamento. Anche altri indagati confermano gli incontri con i giovanissimi. Non si esprimono invece gli avvocati del vigile Egidio Bosio, in servizio a Boltiere

    Un interrogatorio di venti minuti, poi un breve scambio di opinioni con i suoi avvocati, Roberto Bruni e Alessandro Zonca, e l’allontanamento dal tribunale, scegliendo il retro, mentre i legali incontravano la stampa e i fotografi. Di fronte al giudice delle indagini preliminari di Brescia Alessandra Sabatucci, sono arrivate le prime ammissioni di don Diego Rota, 45 anni, parroco di Solza fino a mercoledì, quando gli è stata notificata la misura degli arresti domiciliari poi resa nota in serata da un comunicato della Curia di Bergamo. L’accusa, per il sacerdote e altre 10 persone agli arresti, di cui quattro bergamasche, è di prostituzione minorile, con una pena edittale prevista da 1 a 6 anni di reclusione.

    «Il nostro assistito ha collaborato rispondendo alle domande del gip — ha dichiarato l’avvocato Bruni all’uscita dal tribunale di Brescia —. Don Diego Rota prova grande angoscia per tutta questa vicenda». Parole che il parroco stesso ha rivolto al magistrato, prima di rispondere alle domande: «Provo profonda angoscia per tutta questa vicenda e in particolare per le famiglie dei ragazzi minorenni coinvolti». L’interrogatorio non sarebbe sceso troppo nello specifico dei sette episodi, o meglio dei sette incontri con due minorenni in occasioni diverse, contestati al sacerdote. Ma da parte dell’indagato ci sarebbe stata una sostanziale conferma del quadro accusatorio, un riscontro nemmeno troppo sfumato sui contenuti dell’inchiesta del pubblico ministero Ambrogio Cassiani e dei carabinieri.

    Il domicilio per gli arresti è intanto cambiato: don Diego Rota, di Colognola, non sta più nella casa della parrocchia di Solza dove ha svolto il suo ministero dal 2012 fino a settimana scorsa. È stato sostituito da un amministratore parrocchiale e anche la Curia ha ritenuto opportuno che la misura cautelare non venga scontata in quella stessa sede. Quanto alla strategia difensiva, è ancora presto per averne certezza, ma vista l’impostazione di ieri di fronte al gip, è verosimile che il sacerdote voglia riflettere su un patteggiamento.

    Per lui e per altri indagati sarebbe la strada più rapida per uscire da una vicenda delicata che fa scalpore e attrae attenzione mediatica. Un altro degli undici accusati, Pierluigi Rossi, 49 anni, di Bergamo, assistito dall’avvocato Luigi Villa, ieri ha sostanzialmente confermato gli incontri con i ragazzini nella zona di Seriate, che gli vengono contestati nella misura cautelare. Il gruppo di minori è il fulcro dell’inchiesta: dopo la denuncia partita dalla mamma di un componente del gruppo, nell’estate del 2014, gli altri amici sono stati ascoltati dai carabinieri e dal pubblico ministero, citando uno a uno tutte le persone finite sotto inchiesta. Collaborativi, ieri di fronte al giudice, anche Francesco Bellone, di Muggiò, 46 anni, Sergio Madureri, parmense di 59 anni e Renato Messina, di Vigevano, 52 anni. Restano invece avvolte dalla massima riservatezza le dichiarazioni di Egidio Bosio, vigile a Boltiere ed ex guardia di un istituto di vigilanza: «Evitiamo qualsiasi commento», ha dichiarato ieri il suo avvocato Matteo Anzalone, che lo assiste con la collega Eleonora Radaelli. Mentre Claudio Tonoli — già indagato per lesioni aggravate in un’altra inchiesta in cui gli si contesta di aver cercato rapporti sessuali non protetti nonostante la consapevolezza di aver contratto l’Hiv — ha respinto le contestazioni: «Mai avuto rapporti con quei ragazzi, c’è stato solo lo scambio di alcuni messaggi tramite WhatsApp».

    http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/16_febbraio_16/prostituzione-minorile-prime-ammissioni-parroco-soffro-le-famiglie-ragazzi-660f4706-d486-11e5-8855-fe9a1275bf2e.shtml

  • Prostituzione minorile, preso latitante in compagnia di un bambino

    Prostituzione minorile, preso latitante in compagnia di un bambino

    Roma – Prostituzione minorile alla Termini, preso latitante che cercava di fuggire in Svizzera.

    Il latitante, di 54enne di origini campane ricercato per prostituzione minorile, non era più reperibile da maggio. È uno degli indagati dell’inchiesta Meeting Point, su un giro di prostituzione minorile alla stazione Termini di Roma.

    Ha tentato di fuggire sabato attraversando la frontiera con la Svizzera a Ponte Chiasso, ma non ce l’ha fatta. La polizia lo ha arrestato. E’ stato sorpreso dalla polizia in compagnia di un minore rom ed è stato rinchiuso nel carcere di Como.

    L’indagine Meeting Point è condotta dalla polizia ferroviaria e coordinata dalla procura di Roma. Nel giro di prostituzione minorile alla Termini, è coinvolto il parroco di Montecalvello don Dino, al secolo Placido Greco, che è accusato di detenzione di materiale pedopornografico e di prostituzione minorile, per aver avuto rapporti con adolescenti che avrebbe adescato alla stazione Termini.

    L’inchiesta condotta per due anni dagli agenti della Polfer ha portato a 17 indagati, nove dei quali agli arresti. Tra questi anche un ex sacerdote, Luca Galleschi, che avrebbe frequentato la casa romana di Placido Greco. Come dire un vero e proprio giro di uomini di chiesa che si dedicavano alla prostituzione minorile.

    Gli arresti furono eseguiti a Roma, Rieti, Viterbo, Napoli, Chieti e Vigevano. I fatti erano avvenuti tra il 2012 e il 2014.

    Prostituzione minorile, preso latitante in compagnia di un bambino