di P.C. – Don Vincenzo Esposito, l’ex parroco di San Feliciano, sul Trasimeno, accusato di prostituzione minorile aggravata per aver scambiato messaggi erotici con ragazzini, lascerà il carcere di Spoleto. Attenderà il processo in una comunità di recupero per sacerdoti, dove seguirà un protocollo terapeutico ad hoc.
Braccialetto elettronico
Lunedì mattina i giudici hanno disposto per lui la sostituzione dell’attuale misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari presso la casa sacerdotale ‘Villa S. Cuore’ Bisacchi, Città di Castello (PG), subordinando l’esecuzione di tale provvedimento alla condizione che sia disponibile ed attivabile il braccialetto elettronico e che l’imputato presti il consenso alla sua installazione.
La casa di recupero per preti ‘smarriti’
Villa Sacro Cuore è una struttura gestita dalla diocesi di Città di Castello dove, in accordo con le Conferenza episcopale italiana, vengono ‘riabilitati’ i preti che – per usare un linguaggio clericale – «si sono smarriti nel loro cammino pastorale». Si trova appena fuori il centro cittadino, è dotata di 56 posti letto. Fu trasformata ed adibita a casa di accoglienza per sacerdoti con problemi nel 2011 quando, nel pieno dello scandalo dei preti pedofili, ci fu l’esigenza di creare dei luoghi discreti dove questi potessero essere nascosti. La villa, immersa nelle campagne umbre e protetta da una recinzione, ha accolto numerosi sacerdoti, umbri e non solo, i cui nomi sono comparsi nelle pagine della cronaca dei quotidiani.
«Carcerazione era extrema ratio»
La decisione è stata presa dall’ufficio del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo. Nel provvedimento si legge come «la custodia cautelare in carcere sia solo l’extrema ratio e può essere mantenuta soltanto nei casi in cui ogni diversa misura si presentasse inidonea o inefficace per il soddisfacimento delle esigenze cautelari». Invece – scrive il giudice – la misura dei «domiciliari con braccialetto elettronico in una struttura di recupero di sacerdoti con problemi psicologici sembra poter garantire, salvo prova contraria, quelle esigenze di controllo e sorveglianza dell’indagato, che verrebbe sottoposto alle regola di disciplina vigenti presso la comunità religiosa». Fra le regole imposte: il divieto di utilizzo di qualsiasi apparecchio telefonico o strumentazione telematica che gli permetta di comunicare verso l’esterno.
Un camion ha portato via le sue cose a San Feliciano
Del resto, era inimmaginabile per Don Vincenzo tornare nell’abitazione di San Feliciano, come inizialmente chiesto dal suo legale, l’avvocato Renato Vazzana: in quella abitazione ora vive il nuovo parroco di San Feliciano, nonché amministratore parrocchiale. A lui il compito di far riavvicinare i fedeli e di amministrare le finanze della chiesa lacustre, su cui c’erano molti dubbi da parte dei parrocchiani, al momento non suffragati da prove: l’analisi condotta dalla Curia non ha rilevato anomalie nella gestione dei conti, fra l’altro tenuti dal diacono. Nei giorni scorsi, avvistato un camion di una ditta di traslochi che ha portato via tutto. Non si sa se verso la Sicilia o proprio verso Città di Castello.
Il furto, la mancata perquisizione e altri misteri
«La speranza è che non si sia portato via pure qualche prova», commenta uno dei fedeli che ha assistito al trasloco, ricordando che già c’erano stati dei tentativi di inquinamento delle prove e che al momento non sono emersi elementi su una perquisizione all’interno della canonica nelle ore immediatamente successive all’arresto, come del resto ha confermato a umbriaon.it lo stesso avvocato Vazzana: «Nessun verbale di perquisizione ci è stato consegnato, né a me né al mio cliente; intanto però segnaliamo che nei giorni successivi all’arresto c’è stato un furto in quella casa». Magari era una bravata, magari un atto di vandalismo. E se invece fosse stato un modo per occultare prove? Ulteriori elementi sulla vicenda saranno forniti dallo stesso Don Vincenzo, che la prossima settimana incontrerà il suo avvocato nella casa di accoglienza tifernate.
Di Francesco Zanardi – Nelle dichiarazioni rilasciate a “The Tablet” padre Hans Zollner – Presidente del Centro per la protezione dell’infanzia del Vaticano – sottolinea la necessità di assistere i preti pedofili, fino a recluderli a vita, ma sottolinea anche “volontariamente e in case gestite dalla chiesa”.
Gesuita come il suo padrone fa una astuta e ingannevole dichiarazione, in quanto 1): quelle strutture già esistono, sono le carceri di cui ogni Stato è fornito, 2): perché mai limitarle ai preti e non a tutti i criminali pedofili ? Con il colletto da prete o meno sono comunque pedofili, o sbaglio?
Ma quindi, perché mai la necessità di tali strutture per le quali la chiesa, magari, chiede anche sostegno economico allo Stato? Chieda piuttosto allo Stato di occuparsi del problema, anche sotto l’aspetto del monitoraggio medico e terapeutico del paziente pedofilo – prete o meno – d’altra parte se l’interesse vero sono i bambini, perché questa differenza?
Certo, non serviva l’acutezza di padre Zollner per scoprire, nel 2021, che i pedofili sono ad altissimo rischio di reiterazione. Questo, soprattutto la chiesa dovrebbe saperlo bene, date le direttive (segrete fino al 2001) che già nel 1962 aveva attuato, informandone nuovamente nel 2001 i vescovi “La direttiva è tutt’ora in vigore”. Zollner su questo pecca di ignoranza! Sta a vedere che non sa neppure che il papa emerito fu incriminato in Texas per aver ricordato ai vescovi la direttiva, intralciando la giustizia. Si salvò dal processo solo perchè papa: chiese l’immunità.
Rivelazioni pari alla scoperta dell’acqua calda fatte ai media e subito riportate con clamore, come quella di papa Francesco «La violenza su un bambino è un omicidio psicologico». Da anni ne parlano psicologi e riviste serie come LEFT. Qui il loro ultimo articolo, a cura di Federico Tulli, antecedente alle ovvietà vecchie di vent’anni dette da Bergoglio, che non è improbabile abbia preso spunto proprio da LEFT.
Tuttavia, restando nel concreto, ora che finalmente il papa ha capito il problema: perché allora lo dice solo ai media e non si rivolge a tutti i lacchè che ha nella politica italiana? Potrebbe risolvere davvero il problema delle vittime di cui il Vaticano non si vuole fare carico.
A una sua richiesta farebbero immediatamente a gara srotolandosi come zerbini ed almeno, anche in Italia, potremmo assistere le vittime, oggi abbandonate dallo Stato, e non solo i criminali pedofili sostenuti dallo Stato per amicarsi il Vaticano.
Una volta tanto potremo persino evitare a Bergoglio la solita straziante frustrazione di ringraziarsi per auto acclamazione.
Giuro! lo faremmo noi e sarebbe persino sincero e autentico!
Tornando alle strutture per i preti criminali, e si, c’è un tacito accordo tra lo Stato italiano e il Vaticano che già dal 2010 fornisce di fatto l’impunità ai preti criminali.
Come facciamo a saperlo?
Ce lo segnalarono per primi i sacerdoti di Perugia, da quanto traspare nella missiva, il problema non erano tanto per i bambini ma, come sempre, la loro onorabilità qualora qualcuno restasse stuprato e per disgrazia la cosa diventasse pubblica… Meglio che niente, individuammo almeno la prima struttura, Villa Sacro Cuore.
Un tema poi approfondito e, come racconta l’inchiesta giornalistica edita in “Giustizia divina” – Ecco dove sono nascosti i preti e le suore che imbarazzano il Vaticano – ha portato all’individuazione di ben 23 strutture sul solo suolo italiano e al censimento, da parte degli autori del libro che, interrogate le 192 carceri italiane, come risposta hanno ottenuto: al momento abbiamo 5 sacerdoti in carcere, dei quali 1 condannato per pedofilia.
Non serve un genio a capire dove siano finiti i più di 300 preti che la Rete L’ABUSO ha censito sulla mappa italiana, se non sono in carcere e non sono morti…
Zollner non è il primo a lanciare campagne di inciviltà come questa, che ha come unico scopo quello di salvare il prete e non le sue vittime. Marco Ermes Luparia, diacono e psicoterapeuta proprio in una di queste strutture, anche lui invoca l’impunità al fine del recupero. Anche lui non parla delle vittime, ma solo di salvare i criminali che le hanno ridotte tali.
A “The Tablet”, quasi scocciato Zollner afferma; “Ogni volta che la Chiesa ha sottolineato che aveva anche il dovere di prendersi cura dei colpevoli, la gente l’ha subito accusata di pensare ancora una volta più ai colpevoli che alle vittime, ha detto Zollner. Ma non era questa l’intenzione qui. Si trattava di impedire a più minori di diventare vittime.”
Stride molto la presunta affermazione di Zollner – tutta da dimostrare – che si tratterebbe di non voler produrre altre vittime e non di salvare il prete, quando puntualmente vediamo preti come don Rugolo denunciati alla chiesa, che immediatamente vengono trasferiti. Altri che, dopo il carcere, tornano in parrocchia come don Massaferro ecc.
Sembra più della serie “se ci beccano abbiamo il paracadute per il prete”. Anche perchè, nei fatti, quale vittima è stata mai aiutata o indennizzata dalla chiesa? Gli unici indennizzi alle vittime li ha dati la giustizia dello Stato, non certo il Vaticano, che più di venti anni gira intorno al problema senza risolverlo.
Una mancanza di responsabilità e civiltà tipica di tutte le culture criminali, come quella vaticana, che mettono in primo piano non la persona ma l’istituzione; la propria onorabilità; i possibili danni e, solo poi la persona (vittima), ma rea di aver creato il problema reclamando un suo diritto.
2021 anni di esperienza non solo pedocriminale, ma comunque riconosciuta senza pari in ogni angolo del mondo dove il Vaticano è arrivato, tanto da meritare lo slogan “dove c’è un prete pedofilo, c’è una chiesa che lo protegge”.
Geneva 7 February 2019; “The Committee is concerned about the numerous cases of children being sexually abused by religious personnel of the Catholic Church in the territory of the Member State and for the low number of criminal investigations and prosecutions by the Italian judiciary”.
di Francesco Zanardi – These are not our words but those of the United Nations High Commissioner for Human Rights, more precisely those contained in the recommendations of 7 February (point 21 of the report) that the Committee for the Rights of the Child disputes with Italy – in this case – against the Italian Justice, but continuing, in the same document, also against the Italian Government defaulting and conniving, to the detriment of Italian minors “sacrificed to the clergy” for mere diplomatic relationship, with a foreign state, leader in the world for pedophilia: the Vatican.
What I will tell you has been widely documented and confirmed also by two investigative journalists, Emanuela Provera and Federico Tulli, who have even made a book “Giustizia divina” (publisher-Chiarelettere)
It all starts in 2014, when, after four years of activity of the newly formed Associazione Rete LʻABUSO, the documents of the various criminal cases that the association was following throughout Italy starting to arrive.
I began to notice, in various precautionary measures of the various prosecutors of the Republic of our peninsula, that many priests under investigation and under house arrest, many of them ended up in five structures, scattered from north to south of Italy. Although I had noticed this, I didn’t get to anything specific.
But in November 2016, in the middle of the night and seized by euphoria, my colleague from the Verona association for deaf students who were abused in the Catholic Institute Antonio Provolo in Verona, called me. He told me that Don Nicola Corradi (a paedophile priest who fled Verona in 1970) was arrested in Mendoza (Argentina). With him three other people.
The colleague asks me for help, they have thirty years of papers of the alleged victims (a hundred deaf children, now adults, who have never obtained justice), of the 27 priests and lay brothers accused of abuses in the Provolo of Verona, an infinite correspondence between them and the diocese. But in that tide of documents produced, they didn’t know where to start.
The folder was actually huge and incomprehensible to me, I didn’t even know the facts well, nor the characters. I decided then to make the first selection, eliminating all the documentation relating to deceased priests, and other data at that time not detected or incomprehensible, which I later saw again in a clearer context.
It was during that selection that at a certain point I arrived at Don Giuseppe Pernigotti. My eye fell on him because the Provolo Institute is a Congregation of Pontifical Right and the congregations, in general, even when they transfer them, always keep the priests inside them. Don Pernigotti instead no. It was, in my opinion strangely, to Fabrica (VT). I thought that I had to go deeper.
I searched on the internet and “tombola”, at first sight, I discover that Don Pernigotti was the President of the FIAS (Italian Federation of Priest Assistance) and while surfing the site, I understood about the FIAS assistance structures. A blow came to me, they were the same structures that returned to me in the documents of the various Italian prosecutors, the same to which the suspected priests were entrusted to the domiciliation. (Data confirmed by the heads of the structures and contained in the book-inquiry Divine Justice)
I decide that the issue must be deepened, but I don’t know how: a similar investigation is very expensive, and Rete L’Abuso does not have the resources.
I spent a few weeks, crossing the data I acquired. They were all connected, but I didn’t understand, until an LA7 journalist, Luca Bertazzoni, calls me asking if I had any case. I take the ball by introducing Don Pernigotti as one of the accused by Provolo’s students. I told Bertazzoni that I found him at Fabrica, where, in the meantime, I had sent an associate of ours to verify that he was the same Pernigotti of the Provolo. Luca Bertazzoni did the service, here he is:
Link to the video:
It emerges that Don Giuseppe Pernigotti manages or, at least, is at the head of a structure that appears to be assisting priests, but favouring them with a series of professionals and solutions that help them avoid civil justice. In the follow up of my investigation I discover that the FIAS is present throughout Italy, the one managed by Pernigotti was only the headquarters, whose website disappeared immediately after the service of LA7.
Finally, in my mind, many circles had closed and what was previously smoky, now it was very clear, too much. But who was I going to tell him about? I also knew that it was Justice itself that entrusted those under suspicion or the condemned to those facilities.
However, thanks to that service by Bertazzoni, who had pretended to be a pedophile priest and to whom don Giuseppe Pernigotti gave a “pizzino” with the indications, names and phone numbers to which to turn, I made a more detailed check. In the “pizzino” indicated the Agape Community that I already knew, but going deeper I will discover something that worries me. The Community is based in Via Forte Bravetta 338 (in the map on the side is indicated by the purple square) and borders with the Department of Penitentiary Administration, the National Autonomous Police Union and a dislocated seat of the Ministries of Grace and Justice. Of course from there, to advance and argue that there was a “cover-up” network run by the church and tolerated by the Italian state, what I had was not enough.
While deepening all this, I had repeatedly compared myself with one of the two authors of the book, Federico Tulli, a person I have known since 2010, whom I esteem and trust and with whom I often compare myself as he is also very experienced in the subject, already author of two books: “Church and pedophilia” and “Church and pedophilia the Italian case”.
Federico and Emanuela had already begun to investigate since the beginning of 2015, launching a journalistic investigation that will last almost three years, visiting these structures in person, interviewing those who direct them and documenting them. During their investigation, the number of facilities rises to 18, today we have identified 21.
What are these structures and how do they provide the clergy with impunity from prison?
(as you will discover in the book “Giustizia Divina” not only to paedophile priests)
As also confirmed by Provera and Tulli, who were able to enter in those structures, they appear as normal pensioners, with bedrooms, common areas, TVs etc. There is no control of the police, as normally happens to those who are under house arrest. You can receive visits, or at least nothing prevents it.
You can enter and exit with extreme ease. A group of priests in 2016 have confirmed that: worried about the comings and goings of faces known to the judicial chronicles, they pointed out the Villa Sacro Cuore (PG) structure.
But the most sensational case, which once again confirms the criticality as well as the lightness of the “home detentions” enjoyed by the clergy, is the case of Don Ruggero Conti, definitively sentenced to 14 years on the charge of having abused 7 children between 10 and 12 years old. He never did a day in jail (health reasons), he too was entrusted to a facility (which we will later discover used to care for adolescents) from which, without difficulty, in September 2017 he escaped, with so much money at his disposal to afford a taxi from Rome to Milan.
These are just a few cases and they are by no means the reason why Rete L’Abuso is firmly convinced – at this point, as we shall see, until there is evidence to the contrary – that exists between the Italian State and the Church, a tacit agreement that guarantees to the clergy impunity from prison.
We provide some numbers and some other data
From how it emerges on our map, removed the priests still awaiting trial, we count in the last 15 years, in Italy, at least 143 sentences definitively, we ignore which is the real submerged.
The authors of the book “Divine Justice” took the trouble, not only to verify what I claimed about the structures but, having removed the juvenile and female prisons, they asked the other 191 Italian prison facilities, how many priests have in charge.
125 prisons replied; only five priests, one of whom was convicted of pedophilia.
And all the others, what happened to them?
The perception for public opinion is that justice takes its course and condemnations, while instead most often do not make a single day in prison, on the contrary, the anomaly at this point rises on those 4 plus the 5th paedophile, who had a similar difference in treatment compared to other colleagues.
But the “holy” privileges and “divine” immunities that the Italian State provides to the clergy, unfortunately, are not limited to this and the damage to society, on this turn, is even worse.
I speak of the c.d. anti-pedophilia certificate, from which, by courtesy of the legislator, the clergy is exempt. And it is here that the connivance between state and church really scrapes the bottom of the barrel because on the constitutional basis it is already anomalous that a category should be privileged with this exemption: privileging only the priests would have been really too conspicuous and so, our legislator, not has exempted the priests, but precisely the whole category to which they belong, volunteering. Paradoxically, the category has always been more at risk.
Thanks to this luminary choice of the legislator – which legally becomes a civil responsibility – today paedophiles, not just priests, know that the Italian state has reserved volunteering for them, as a fertile hunting ground.
One of our legal advisors, the lawyer Mario Caligiuri of the Court of Rome (holder of the dossier in question) explains, with regard to the canonical rite, that “In this way it is generated by another court, in advance of the celebration of the ordinary rite, an unreasonable imbalance in favour of the alleged abuser »
“Not only is the assistance of the defender of those who has denounced the abuse not admitted in the ecclesiastical justice hall, but above all the psychological support of technicians with proven experience legitimized to work because the victim, a person who has suffered one, is denied. emotional upheaval does not incur the creation of false memories. Until it fails to comply with the provisions for the care and support of victims of the Lanzarote Convention “.
“Thinking about counter-examination, the most disturbing figure emerges from the side of constitutional guarantees.
The defence of a priest, already accused of abuses by the Vatican, has the advantage of acquiring, before the possible Italian trial, the narrative re-enactment that the victim will give of the historical fact, the weak points on which to tread the hand, the peculiarities even character, its emotional reality ».
With this information, you have the chance to make it fall into contradiction. “It is no coincidence that the reciprocal study of the adversary is a given that lawyers treat a lot in the processes – confirms Caligiuri -. We are therefore in the presence of unequal treatment in favour of Catholic priests compared to any other Italian citizen ».
In 2012, Italy ratified this protocol for the protection of children against sexual exploitation and sexual abuse. Countries that are not members of the Council of Europe can also join, but the Vatican has never done so.
However, the canonical trials take place in the dioceses, on Italian soil, and this is, in fact, a violation by the church that, thanks to the complicity of the Italian institutions, which pretend not to see, finds not only the constitutional guarantees of citizens disregarded but also various international treaties and conventions to which Italy has adhered.
But there is more to support our accusations against the state. The complicit silence of the institutions
“An important excerpt from the movie Spotlight, at the end he cites those that in 2000, like today in Italy, were the centers that Rete L’Abuso and the book “Divine Justice”, we denounce today in Italy”. Richard Sipe, who worked in the treatment centers and who in this article we cite for his report, as part of the “Projections” on the phenomenon in Italy is already mentioned.
Among the most industrialized countries, Italy is the only one that has never considered – despite the impressive data emerging from other countries – the need to quantify the extent of the phenomenon.
The Irish colleague Mark Vincent Healy, an expert on statistics, based on the data emerged from the governmental inquiry commissions carried out all over the world has produced a projection of the Italian data, the extent of the abuses in Italy has the potential to be the greatest of any country.
And yet we did not lack the stimuli and requests to the Government to tackle the problem.
– On 27 September 2017, thanks to the Deputy Matteo Mantero, Rete L’Abuso manages to deposit in Italy the first parliamentary question addressed to PRESIDENCY OF THE COUNCIL OF MINISTERS, MINISTRY OF THE INTERIOR, MINISTRY OF JUSTICE, MINISTRY OF FOREIGN AFFAIRS AND COOPERATION INTERNATIONAL. To date, no answer, the question still lies on the website of the Chamber of Deputies.
–On 19 February 2018, through the lawyer Mario Caligiuri, the ABUSE Network sends a warning to the following institutions; PRESIDENCY OF THE REPUBLIC, PRESIDENCY OF THE COUNCIL OF MINISTERS, REGIONAL INFORMATION CENTER OF THE UNITED NATIONS – UN COMMITTEE FOR THE RIGHTS OF THE CHILD, PRESIDENCY OF THE 12TH SOCIAL AFFAIRS COMMISSION.
Also, in this case, there will be no response from the Italian institutions.
–On October 18, 2018, again the Lawyer Mario Caligiuri, on behalf of Rete L’Abuso, denounces the Government to the Judicial Authority, based on the non-response and the consequent serious non-fulfilment by the State against minor citizens, already known from previous communications.
A few days later, this file will also be archived. Although it contained news of a crime, the Public Prosecutor’s Office limited itself, in the reasons, to file for territorial incompetence.
The whole affair was reported by the Associazione Rete L ‘ABUSO, to the United Nations High Commissioner for Human Rights, among the documents of the 80th section held in Geneva on 22 and 23 January.
On 7 February 2019, the Committee for the Rights of the Child of the United Nations gave us reason, disputing to the Italian State the points we report below, which only concern the matter that Rete the ABUSE, by Statute, pursues. (here the full text in Italian)
The video of the UN Committee Member Jorge Cardona who raised the topic during the two days of the session, is also shown on the video. The intervention is very short, the Italian State, even in that place did not give answers but limited itself to exposing, as measures, the same points that were the subject of the dispute.
Video of the interrogation of UN to Italy:
Below, in point 21 of the recommendations of the Committee for the Rights of the Child, as contested by Italy by the United Nations. Here are the points raised in our “Justice Report on the Italy case” speaker for the Network LUSA ABUSO Francesco Zanardi.
Exploitation and sexual abuse
Welcomes the national plan for preventing and combating the abuse and sexual exploitation of children 2015-2017 and the revitalization of the Observatory to combat pedophilia and child pornography, the Committee is concerned about the many cases of children victims of sexual abuse by religious personnel of the Catholic Church in the territory of the Member State and for the low number of criminal investigations and prosecutions by the Italian judiciary. With reference to its previous recommendations (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) and to the general comment n. 13 (2011) on the child’s right to freedom and against all forms of violence against him and taking note of Objective 16.2 for Sustainable Development, the Committee recommends that Italy:
(a) Adopt, with the active involvement of children, a new national plan to prevent and combat the abuse and sexual exploitation of children and ensure their uniform implementation throughout its territory and at all levels of government;
(b) Establish an independent and impartial commission of inquiry to examine all cases of sexual abuse of children by Catholic Church religious personnel;
(c) Guarantee the transparent and effective investigation of all cases of sexual violence allegedly committed by religious personnel of the Catholic Church, the prosecution of the alleged perpetrators, the adequate criminal punishment of those who have been found guilty, and the compensation and rehabilitation of child victims, including those who have become adults;
(d) Establish sensitive channels for children, for children and others, to report on the violence suffered;
(e) Protect children from further abuse, inter alia by ensuring that people convicted of child abuse are prevented and dissuaded from contact with children, particularly at a professional level;
(f) Undertake all efforts towards the Holy See to remove obstacles to the effectiveness of criminal proceedings against the Catholic Church’s religious suspected of violence against minors, particularly in the Lateran Pacts revised in 1985, to combat impunity of such acts;
(g) To make the reporting of any alleged violence against children to the competent authorities of the Member State obligatory for everyone, even for the religious personnel of the Catholic Church;
(h) Amend the legislation implementing the Lanzarote Convention to ensure that it does not exclude volunteering, including the Catholic Church’s religious personnel, from its prevention and protection tools.
With the Motu Proprio, Pope Francis confirms impunity from the penal trial for priests who abuse minors outside the Vatican and embassies.
It would be advisable, as well as a duty to report, for constitutional duty, that the press ask the State to account for this serious situation. But except for the Left magazine, which in recent years has given visibility to the case, everything is silent, despite our complaints.
Francesco Zanardi
President of the ABUSE Network (Association of survivors of sexual abuse of the clergy)
among the founding members of the international ECA Global
and President of the Human Rights Connect ABUSE Network
Nei processi per abusi su minori la giustizia del Vaticano si sovrappone a quella italiana. Determinando una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano. Ecco cosa accade nei tribunali dell’ex Sant’Uffizio
PEDOFILIA
di Federico Tulli
“Mi scusi, non ho dormito per tutta la notte adesso non mi sento pronto per un’intervista vorrei aspettare qualche settimana… Quando inizio a riparlare di quello che mi è successo, giuro, mi sento male. Vorrei un po’ di pausa». Il messaggio di Diego (nome di fantasia) mi arriva sul cellulare alle 5 di mattina. «Va bene» rispondo immediatamente. Ci eravamo accordati la sera precedente che lo avrei chiamato per farmi raccontare a che punto è il processo ecclesiastico contro don Silverio Mura. Diego, oggi 41enne, accusa da tempo l’ex parroco dell’arcidiocesi di Napoli di averlo violentato a partire dal 1987. Aveva 12 anni e frequentava l’oratorio della parrocchia SS Annunziata di Pollena Trocchia, a Napoli. Ho già informazioni attendibili sui cui lavorare, non insisto per ottenere l’intervista. Anche perché avevo saputo dall’associazione Rete L’Abuso, che gli ha procurato l’assistenza legale e ci ha messo in contatto, che l’uomo ha avuto numerosi crolli psicofisici, «attacchi di panico» che hanno richiesto anche dei ricoveri ospedalieri.
Il primo nel 2010, quando Diego, sposato e padre di due bambine, non riesce più a sostenere il macigno che si porta dentro in solitudine da quasi 25 anni. La crisi lo coglie all’improvviso sul luogo di lavoro e lui si convince a presentare una denuncia all’arcivescovo di Napoli, Vincenzo Sepe, e ai carabinieri. Ma era passato troppo tempo dall’ultima violenza subita, reato prescritto. Ad oggi dunque don Silverio Mura ha dovuto affrontare solo la magistratura vaticana. O per lo meno dovrebbe. Sul processo canonico, è noto, pende il vincolo del segreto pontificio, quindi del suo caso si sa poco o nulla. «All’inizio del 2016 abbiamo interpellato il sostituto della segreteria di Stato, arcivescovo Angelo Becciu – racconta Francesco Zanardi, presidente Rete L’Abuso -. Ci ha risposto che non risulta alcun processo penale ecclesiastico a carico di Mura e che la Santa Sede può solo sollecitare la Diocesi». La telefonata a Becciu non è casuale. Constatata l’inerzia di monsignor Sepe, Diego aveva denunciato tutto a papa Francesco.
Il 14 novembre 2014 ha ricevuto una mail dalla Curia di Napoli con l’invito a presentarsi il 3 dicembre in Largo Donnaregina 22, “per gli adempimenti relativi alla denuncia da Lei inoltrata alla Congregazione per la Dottrina della Fede” (Cdf) a carico di don Silverio Mura. E lui ci è andato. Siamo in territorio italiano, tuttavia oltre quella soglia è come entrare in una macchina del tempo e viaggiare a ritroso di secoli, quando la Cdf si chiamava Santa Inquisizione. In base alla procedura ecclesiastica, all’avvocato di fiducia della presunta vittima è vietato assistere, mentre quello del sacerdote ne ha facoltà. Diego si presenta da solo, con le sue angosce, dinanzi al vicario giudiziale aggiunto del tribunale ecclesiastico regionale campano e al vice cancelliere della Curia partenopea. Il primo fa le domande, l’altro annota le dichiarazioni. Prassi vuole che al querelante non sia rilasciato alcun documento, nessuna informazione. Né al termine dell’udienza né dopo la eventuale sentenza. E don Mura? Per lui è diverso. Sul sito del Vaticano nella “Guida alla comprensione delle procedure di base della Cdf riguardo alle accuse di abusi sessuali” si legge: «Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e a esaminare le prove». Tra queste, oltre alla testimonianza di Diego c’è la perizia psichiatrica disposta dal tribunale ecclesiastico, che si è svolta il 26 aprile 2016 a Napoli, per valutare la sua attendibilità.
I vantaggi per la difesa del sacerdote accusato rispetto alla controparte sono evidenti già così. Tuttavia non si limitano al solo processo ecclesiastico. Con le informazioni raccolte alla diocesi di Napoli i suoi legali possono organizzare al meglio la linea difensiva da attuare in caso di giudizio civile. Ci si chiede quante volte è già accaduto che la prassi giudiziaria vaticana abbia determinato questa situazione di disparità di trattamento sovrapponendosi a quella italiana. Ma la domanda è destinata a rimanere senza risposta, perché il numero dei procedimenti penali amministrativi per pedofilia è ignoto. E la Conferenza episcopale tace non avendo mai nemmeno svolto un’indagine interna per quantificare il fenomeno su scala nazionale. Di sicuro quello di Diego non è un caso isolato: si tratta della norma. Abbiamo raccontato parte della vicenda di Giada Vitale alcuni mesi fa in merito al giudizio penale in corso a Larino (Campobasso) nei confronti di don Marino Genova (vedi Left n. 38/2016). Ora lei accetta di bucare il velo di omertà che il papa impone sui riti canonici e ci parla del giorno in cui decise di rispondere alla convocazione della Diocesi di Pescara competente sul suo caso. «Era l’inizio del 2014, avevo denunciato don Marino sia al vescovo di Termoli che ai carabinieri. Nella stanza eravamo in tre: io, il giudice don Antonio De Grandis e don Michele Valentini, il notaio della curia di Termoli.
Valentini lo conoscevo già, perché prima dell’udienza mi chiamò e mi consegnò una richiesta del giudice. Voleva una copia della mia denuncia alla procura». Le chiedo se il suo avvocato ha acconsentito. Mi risponde di sì. «Oggi mi rendo conto che è stato un errore presentarmi, all’epoca mi fidavo ancora della Chiesa e pensavo – illudendomi – che quello lì sarebbe stato punito a dovere». E aggiunge: «Ero sola, hanno detto che il mio avvocato non poteva essere presente. Il legale di don Marino invece sì e io potevo accettare o rifiutare. Ho detto no. Mi ha interrogata il giudice, cercava di farmi dire che provavo affetto per il mio violentatore, ma io come convenuto con l’avvocato Cavaliere ho voluto solo precisare che quando sono iniziati gli abusi avevo 13 anni». Don Marino Genova ne aveva 55. Dal giorno dell’audizione Giada non ha saputo più nulla in via ufficiale: «Non mi hanno mai comunicato l’esito del processo né so in che modo le mie dichiarazioni sono state utilizzate».
Il prossimo 20 dicembre, in Tribunale a Larino, Giada comparirà con altri sei testimoni di fronte agli avvocati di don Marino. Sono passati quasi tre anni dall’audizione in Diocesi a Pescara. Anche nel suo caso, la giustizia vaticana si è sovrapposta a quella italiana, con quali conseguenze? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma: «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante» spiega Caligiuri, che sottolinea: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Questo protocollo per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali è stato ratificato nel 2012 dall’Italia. Possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa ma il Vaticano non l’ha mai fatto. «Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali – sottolinea Caligiuri -. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».
Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». Dove si trovano oggi don Mura e don Genova? Per la giustizia italiana sono uomini liberi. Don Marino Genova dopo aver confessato la “colpa” davanti al giudice ecclesiastico, ed essere stato sospeso a divinis, ha chiesto di espiare (preghiera e penitenza per 5 anni) in uno dei siti “protetti” che la Chiesa ha adibito a centri di sostegno spirituale e psicologico per «sacerdoti in difficoltà» (li chiamano così). Anche don Mura potrebbe essere ospite di una struttura analoga. Fonti che chiedono di rimanere anonime ci dicono che lui dimora a Villa Sacro Cuore, appena fuori Città di Castello (Perugia). L’altro, invece, è nell’Oasi di Elim, un caseggiato anonimo che fa parte del complesso del Santuario del Divino Amore a Roma.
Lo Stato tace. Il Vaticano nasconde. E alla fine il demoneresta in casa. E in chiesa. Quello degli abusi sui minori perpetrati dai sacerdoti è un problema di cui poco si parla, salvo quando scoppia il caso mediatico che fa ripiombare tutti, fedeli e non, ecclesiastici e laici, dinanzi a una croce di cui Stato e Chiesa dovrebbero farsi carico. L’ultimo caso è avvenuto a Vibo Valentia: un giro di prostituzione minorile di cui, stando alle indagini della Procura, si sarebbe reso protagonista anche don Felice La Rosa, già parroco per ben 11 anni a Zungri sino ad ottobre 2015 quando si era registrata la sua provvisoria pausa dall’esercizio delle sacre funzioni religiose. Ma d’altronde i casi sono decisamente numerosi. “Noi siamo andati indietro di 15 anni e abbiamo ricostruito 132 condanne in via definitiva e oltre cento preti indagati attualmente”, ci dice Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso, che da anni si occupa del fenomeno. “Il dato però è evidentemente parziale”. Basti questo: “secondo le fonti vaticane, siamo tra il 2 e il 3% dei sacerdoti coinvolti. A nostro avviso saliamo al 6”.
Le istituzioni tacciono – Ed è qui che lo Stato italiano sarebbe potuto intervenire. Perché, a differenza della gran parte degli altri Paesi dell’Unione europea, non c’è in Italia una commissione parlamentare ad hoc. Né mai c’è stata. Eppure le richieste sono state avanzate. Quanto ci racconta Zanardi lascia senza fiato: “nel 2013 abbiamo girato un’interrogazione ad Alberto Airola (M5S), affinché la presentasse. Dopo diverse rassicurazioni, alla fine non è mai stata depositata”. L’associazione, però, non si è persa d’animo. E ci ha riprovato, nel 2015, con la senatrice Pd Donatella Albano: “con lei siamo riusciti a depositarla, ma dopo poco tempo ci ha ricontattato dicendo che il suo gruppo in Senato gliel’aveva fatta ritirare”. Certo, ci sarebbe l’Osservatorio nazionale anti-pedofilia: peccato però che anche qui non si sia mai voluto affrontare la questione nello specifico “ecclesiastico”. Basti questo: nel 2014 gli abusi sui minori dei sacerdoti cattolici sono finiti pure sotto la valutazione del Comitato Onu contro la tortura, che ha chiesto espressamente che il Vaticano avviasse una piena collaborazione con le autorità civili che perseguono gli abusi nei vari Paesi (fornendo tutte le informazioni in possesso della Congregazione per la dottrina della fede), che la sospensione dei sacerdoti accusati avvenga immediatamente, e siano previste sanzioni effettive per i superiori che coprono casi di abuso.
Ma soprattutto è stata sollecitata la revisione dei Patti Lateranensi, specificatamente nella parte in cui si solleva la gerarchia dall’obbligo di denuncia. In altri termini, parliamo dell’obbligo per la diocesi di denunciare i casi di pedofilia e per il vescovo l’obbligo di rispondere dei casi stessi essendo il diretto superiore dei sacerdoti. Ed è proprio questo uno degli aspetti più controversi. “Bisogna tener sempre presente – continua Zanardi – che i tribunali vaticani possono arrivare al massimo alla scomunica. Non sono contrario al procedimento canonico, ma è necessario che ci sia un procedimento anche giudiziario. Perché altrimenti il rischio è che se prima avevi un sacerdote pedofilo, finisci con l’avere un pedofilo non più sacerdote”.
Il caso Rutigliano – Qualche esempio? Don Francesco Rutigliano era il parroco di Riace, in provincia di Reggio Calabria, quando tra il 2006 e il 2008, abusa di una giovane vittima di 14 anni, dalla psiche fragile e dal vissuto piuttosto travagliato. I fatti vengono alla luce soltanto nel 2011, quando a sancire la colpevolezza di Rutigliano è il decreto di condanna della Congregazione per la Dottrina della Fede del 20 giugno 2011. Le accuse, precisa il decreto, “riguardavano ripetute molestie, baci, toccamenti, nonché atti sessuali completi avvenuti in molteplici occasioni”. Cosa accade allora? Don Francesco viene semplicemente sospeso per 4 anni dall’esercizio di qualunque ministero pubblico. Trascorsi i 4 anni, torna a dir messa. A Civitavecchia. “Esattamente dove oggi vive il ragazzo di cui aveva abusato in Calabria”, ci dice ancora Zanardi.
Bacchettati – E il Vaticano? A onor del merito, bisogna ammettere che, appena insediatosi, Bergoglio ha subito pensato ad istituire una commissione specificatamente preposta al monitoraggio del fenomeno. Peccato però che, ad oggi, risultati non se ne sono visti. Anzi, a febbraio un membro laico della commissione scelto direttamente da Papa Francesco, Peter Saunders, è uscito dalla stessa commissione, lanciando un duro j’accuse: “Durante il papato di Francesco la Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero”, ha detto alla Bbc in una sferzante intervista. “E lui è parte del problema”. Ma non finisce qui. Perché da più di due anni l’Onu ha chiesto espressamente alla Santa sede una revisione del suo assetto normativo, in particolare del Codice di diritto Canonico. Perché? Semplice: esiste una Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, ratificata peraltro nel 1990 dalla Santa Sede. Il documento prevede come clausola ineludibile per i firmatari l’obbligo di adottare ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori. Ecco, nel 2014 l’Onu ha chiesto al Vaticano una completa aderenza alla Convenzione: perché “gli abusi sessuali dei bambini non sono un delitto contro la morale ma crimini”.
Case di cura – E qui arriviamo all’ultimo tassello di questo incredibile puzzle. Essendo considerati “delitti contro la morale”, ciò che serve nel mondo ecclesiastico è la cura, morale e spirituale. Tanto basterebbe. Ed ecco allora che i sacerdoti che si sono macchiati di tali colpe, stando a quanto documentato dalla Rete L’Abuso, finiscono in case di cura. A segnalare l’inverosimile all’associazione, un gruppo di sacerdoti delle diocesi di Perugia e Ascoli Piceno. Alle porte della cittadina umbra sorge Villa Sacro Cuore. La struttura ospita sacerdoti in difficoltà, ma anche coloro che per i casi più disparati finiscono agli arresti domiciliari. Sarebbero passati per la struttura sacerdoti come don Giampiero Peschiulli arrestato a Brindisi nei mesi scorsi. Fino a poco tempo fa c’era anche don Giovanni Desio, il prete di Casalborsetti (Ravenna), che avrebbe violentato quattro ragazzini. Tre giorni fa è arrivata la sentenza della Cassazione: Desio torna in carcere.
– CITTA’ DI CASTELLO – GIOVANNI DESIO, ex sacerdote di Ravenna condannato per atti sessuali contro minorenni; don Stefano Cavalletti pizzicato in un coca party e finito nei guai per reati connessi agli stupefacenti; don Massimo Iuculano di Vercelli, condannato per diversi episodi di violenza sessuale su minori: sono soltanto alcuni degli uomini di chiesa passati a Città di Castello, a Villa Sacro Cuore, dal 2011 adibita a centro di recupero per sacerdoti ‘in difficoltà’. A fotografare la situazione di questo luogo, immerso nelle colline tifernati che da cinque anni è finito alla ribalta delle cronache come una sorta di casa per preti ‘deviati’, è stata la trasmissione Melog di Radio24 condotta da Gianluca Nicoletti, nella puntata andata in onda l’8 novembre alle 12.
TRA GLI OSPITI il presidente della rete «L’abuso», Francesco Zanardi, e il giornalista Federico Tulli che ha appena pubblicato un libro su «Preti e Pedofilia». Secondo un’inchiesta svolta dalla rete «L’abuso» (associazione italiana vittime dei predi pedofili), sono almeno 100 i sacerdoti attualmente indagati per pedofilia e più di 120 quelli condannati, solo negli ultimi 15 anni. L’associazione parla di alcune «strutture della chiesa dove vengono ospitati sacerdoti con varie problematiche tra cui la pedofilia, spesso per nasconderli da occhi indiscreti in attesa di una futura destinazione, altre volte per scontare la pena agli arresti domiciliari», dice il presidente e portavoce dell’associazione Zanardi. Si fa riferimento a istituti dislocati nelle Marche e nell’Umbria e in special modo a villa Sacro Cuore di Città di Castello, 56 posti letto destinati via via a numerosi sacerdoti italiani finiti nel vortice dello scandalo e, forse, a qualche prelato dall’estero.
TRA I SACERDOTI che avrebbero soggiornato qui anche padre Thomas Ouso Kodijan, indagato nei mesi scorsi a Lucca per abuso di minore e Giampiero Peschiulli sacerdote brindisino condannato per pedofilia. Zanardi racconta inoltre di essere venuto in possesso nel luglio di quest’anno di una lettera inviata da un gruppo di sacerdoti di Città di Castello che non gradirebbero la presenza di questi ‘ospiti’, scomodi. Una missiva anonima che però renderebbe noto il malumore dei tanti preti perbene della zona a dover fare i conti con una struttura, spesso nell’occhio del ciclone della cittadinanza.
Cristina Crisci
notizie tratte da La Nazione www.lanazione.it
Nel 2012 padre Federico Lombardi ha dichiarato al giornalista Federico Tulli che secondo la Santa Sede, la pedofilia del clero, in Italia è un problema sporadico.
A vedere la mappa che abbiamo prodotto raccogliendo i casi noti, quella dichiarazione sembra stridere parecchio perché nella sola Italia si contano la bellezza di circa 100 sacerdoti attualmente indagati e più di 120 condannati solo negli ultimi 15 anni.
Di molti di loro se ne sono perse le tracce, altri invece ricompaiono dopo anni passati non si sa dove in altre parrocchie, lontani da dove avevano commesso gli abusi. Altri vengono invece mandati si dice a curarsi in strutture della chiesa.
Siamo così andati a cercare di capire quanti di questi “rifugi” esistono in Italia. In questi luoghi vengono ospitati sacerdoti con varie problematiche tra cui la pedofilia, spesso per nasconderli da occhi indiscreti in attesa di una futura destinazione, altre volte per scontare la pena agli arresti domiciliari, una permanenza comoda e confortevole che piace anche ai tribunali che si tolgono così il problema di dover proteggere un pedofilo in un carcere.
In Italia abbiamo contato cinque di questi “rifugi”, ultimo di questi Villa Sacro Cuore, appena fuori Città di Castello (PG), dotata di ben 56 posti letto e situata in mezzo alla campagna.
C’è poi Villa Iride, Verbania, dispone di 18 camere, tutte con bagno privato, spazi comuni, di una cappella e una serra dove gli ospiti possono coltivare ortaggi e erbe aromatiche. Prima era considerata una prigione, oggi solo una casa per dimenticare.
La Casa Madre di Trento (VB) gestita dai Padri Venturini, dove ogni ospite è avvolto dal più assoluto riserbo e nessuno degli stessi sacerdoti della comunità conosce i motivi dei ricoveri.
Scendendo al sud, oltre a Villa Sacro Cuore (PG) di cui vi parlavamo prima, sempre in provincia di Perugia, a Collevalenza, troviamo il Santuario dell’Amore misericordioso, dove i vescovi italiani, per anni, hanno svolto le loro assemblee generali (la comunità dell’Amore misericordioso, che gestisce una casa annessa al santuario dove sono ospitati sacerdoti con problemi che vanno dall’alcool alla pedofilia).
Infine, almeno per quanto siamo riusciti a documentare finora, l’Oasi di Elim, la «clinica» per i preti orchi della diocesi di Roma, che ironia della sorte, sorge ad appena 100 metri di distanza da una scuola materna (l’asilo Madre del Divino Amore sulla via Ardeatina).
In tutte queste strutture vengono seguiti percorsi di vario genere, da quello terapeutico a quello spirituale, in ogni caso però la pedofilia viene trattata come una malattia dando così l’idea di curarla, e alla fine del percorso, spesso dettato solo dall’esigenza, vengono reintegrati nelle parrocchie.
Va detto però che la pedofilia è una grave devianza della personalità, la percentuale dei pedofili che anche dopo il carcere tornano a reiterare il crimine è altissima.
Viene da sé che reintegrare un sacerdote con tali devianze in una parrocchia è quanto meno rischiosissimo. Lo vieterebbe anche la recente introduzione del certificato anti pedofilia, se non fosse che in Italia sono esenti dall’esibirlo non solo i preti, ma ahimè anche tutte le categorie storicamente più a rischio come quella del volontariato o dei lavoratori autonomi.
Questa leggerezza nella prevenzione, i frequenti insabbiamenti per evitare gli scandali e i palliativi come questi, sono spesso la causa dell’altissima percentuale degli abusi che avvengono nel clero.
Anche se l’Italia, a differenza di molti altri Stati Membri dell’UE, non ha mai voluto avviare una Commissione Parlamentare di Inchiesta che quantificasse l’entità del fenomeno, un dato attendibile, anche se in difetto con quello del 4% dichiarato nel 2009 dal cardinale Claudio Hummes, allora prefetto della Congregazione per il clero, riusciamo ad averlo ugualmente.
Secondo Federico Tulli, uno dei più autorevoli esperti in materia che abbiamo in Italia, autore di ben due libri sul fenomeno della pedofilia clericale, quel 2% di preti indicato da papa Francesco “Vale a dire una percentuale da 20 a 200 volte più elevata di quella stimata riguardo le professioni più a rischio: quelle che si svolgono a contatto con i bambini (educatore, allenatore, maestro, ecc). L’affermazione di Bergoglio non è mai stata smentita dalla Santa Sede a differenza di altre riportate nello stesso articolo di Scalfari. In pratica, in base alla percentuale espressa dal papa, solo in Italia, dove vivono circa 30mila sacerdoti, i pedofili in abito talare potrebbero essere almeno 600.
Se pensiamo – come peraltro non fa mai nessuno di coloro che si affrettano a distinguere lo stupro di una bambina di 11 anni da quello di una di 13 – che l’abuso è un crimine seriale e che ci sono preti pedofili che hanno confessato oltre 130 stupri (è il caso di padre Geoghan che ha dato il via all’inchiesta di Spotlight) allora forse si può iniziare a intuire la reale dimensione di un fenomeno che Stato e Chiesa non intendono investigare.”
Su questa sua ultima affermazione, purtroppo, troviamo un recentissimo riscontro nel caso sollevato proprio dalla Rete l’ABUSO, l’inserimento da parte del Ministro Maria Elena Boschi di un sacerdote nell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia, una scelta a dir poco grottesca tenuto conto che entrambi gli stati, Italia e Vaticano, sono tutt’ora inadempienti alle raccomandazioni fatte nel 2014 dalla Commissione Onu per la tutela del fanciullo.
In questi sette anni di attività la Rete L’ABUSO si è anche rivolta più volte alle varie forze politiche chiedendo una Commissione Parlamentare d’Inchiesta che quantificasse l’entità del fenomeno. Nel 2013 chiedemmo al M5S, nel 2015 al PD con il quale eravamo addirittura riusciti a formulare un testo che comprendeva anche quanto aveva fatto emergere il Comitato Onu per la tutela del fanciullo, ma in entrambe i casi l’interrogazione non fu mai depositata.
Siamo coscienti che la pedofilia non si trovi soltanto nella chiesa, ma oltre le percentuali senza dubbio spaventose che questa ha e che al momento nessuno contrasta, detiene anche un’altissima percentuale di impunità per via di una serie di motivi, tra cui la prescrizione.
Crediamo che da parte del governo, sarebbe utile cominciare a porsi un ragionevole dubbio sul fatto che nel nostro paese la pedofilia clericale possa essere un problema di dimensioni notevoli e che sia utile iniziare affrontarlo, anche se questo disturba la chiesa.
Di don Silverio, tranne qualche ormai sporadico avvistamento nel napoletano, avevamo perso le tracce dal 2014, ma potrebbe essere nascosto appena fuori da Città di Castello.
La segnalazione, arrivata alcune settimane fa per posta è una di una lunga serie, molte le abbiamo potute verificare e ci hanno portato alla localizzazione esatta di una struttura di cui si sapeva da tempo, ma di cui non si conosceva l’esatta ubicazione.
La struttura di cui parliamo si chiama Villa Sacro Cuore e si trova appena fuori Città di Castello (PG). E’ dotata di 56 posti letto e situata in mezzo alla campagna.
Fu trasformata ed adibita a casa di accoglienza per sacerdoti con problemi nel 2011, quando nel pieno dello scandalo dei preti pedofili, ci fu l’esigenza di creare luoghi discreti dove questi potessero essere nascosti.
Secondo la segnalazione don Silverio Mura sarebbe proprio nascosto e ben protetto all’interno di questa struttura dove sappiamo essere attualmente ospiti don Giampiero Peschiulli arrestato a Brindisi nei mesi scorsi, don Giovanni Desio, il prete di Casalborsetti (Ravenna), don Stefano Cavalletti e diversi altri. Come avevamo scritto alcune settimane fa, risulterebbe nascosto li anche padre Thomas Ouso Kodijan, il sacerdote attualmente indagato a Lucca per abuso di minore, di cui da diverso tempo si erano perse le tracce.
Certo è piuttosto curioso nonché singolare che in ben 3 città italiane (Civitavecchia, Perugia e Ascoli Piceno) gruppi di sacerdoti si rivolgano all’associazione italiana delle vittime di preti pedofili Rete L’ABUSO chiedendo aiuto per denunciare le nefandezze e gli insabbiamenti che il Vaticano attua.
Nei giorni scorsi sono pervenute alla nostra sede ben 3 segnalazioni, due per posta tradizionale, una da Perugia, l’altra da Ascoli Piceno, la terza invece da Civitavecchia ma questa volta per posta elettronica.
La più interessante è quella che arriva da Perugia nella quale ci viene segnalata una realtà a noi già nota ovvero la presenza di un rifugio spacciato per clinica nel quale vengono nascosti preti pedofili, alcolizzati o con patologie riconducibili a dipendenze o devianze di vario genere. La struttura ospita anche sacerdoti agli arresti domiciliari, confortevoli naturalmente, che data la posizione della struttura, immersa nel verde e lontana da occhi indiscreti (vedi foto), lasciano anche un notevole spazio di movimento ai suoi ospiti.
Questa prima lettera contiene anche un corposo dossier di preti attualmente ospiti tra cui don Giampiero Peschiulli arrestato a Brindisi nei mesi scorsi, don Giovanni Desio, il prete di Casalborsetti (Ravenna), don Stefano Cavalletti e diversi altri. Come avevamo scritto alcune settimane fa, risulterebbe nascosto lì anche padre Thomas Ouso Kodijan, il sacerdote attualmente indagato a Lucca per abuso di minore, di cui da diverso tempo si erano perse le tracce.
La struttura di cui parliamo si chiama Villa Sacro Cuore (nella foto) e si trova appena fuori Città di Castello (PG). E’ dotata di 56 posti letto e situata in mezzo alla campagna.
Fu trasformata ed adibita a casa di accoglienza per sacerdoti con problemi nel 2011 quando, nel pieno dello scandalo dei preti pedofili, ci fu l’esigenza di creare dei luoghi discreti dove questi potessero essere nascosti.
Da quanto ci scrive il portavoce di questo gruppo di sacerdoti della Diocesi di Città di Castello “è da anni che abbiamo denunciato al vescovo di questa diocesi, Cancian, della situazione di questi preti pedofili che vanno in giro cercando chi divorare”. “Ma non ci è stato dato ascolto, anzi, si è incrementato ancora di più l’afflusso di queste persone che, da fonti indiscrete, vengono a trovare rifugio anche dall’estero”.
Dalla provincia di Perugia un filo ci lega a Civitavecchia da dove proviene la seconda segnalazione.
Nel settembre scorso sollevammo il caso di don Francesco Rutigliano, parroco di Bivongi (RC), condannato dal Santo Uffizio a 4 anni di sospensione per abuso di minore.
Anche lui dopo la condanna canonica fu trasferito nei pressi di Perugia, al Santuario di Collevalenza, un altro luogo dove in passato abbiamo visto trasferire altri sacerdoti con problemi. Di lui emerse che in quei 4 anni di permanenza, in realtà girò libero per l’Italia facendosi fotografare addirittura con Papa Ratzinger (foto) poi, terminato il suo periodo in struttura, fu reintegrato a Civitavecchia. Si scoprì che probabilmente dietro al suo trasferimento non c’era solo la necessità della chiesa di doverlo reintegrare in un luogo dove la sua storia non fosse nota ma, ironia della sorte, a Civitavecchia abitava anche quel ragazzino, oggi adulto, che lo fece condannare 4 anni prima.
Dopo che i parrocchiani della chiesa di San Gordiano furono informati dagli attivisti della Rete L’ABUSO dei trascorsi del sacerdote, don Francesco fu nuovamente trasferito. Oggi non sappiamo dove viva e se gli sia stata affidata una parrocchia. Da quanto però ci scrivono nella seconda segnalazione ricevuta pochi giorni fa, sarebbe ancora domiciliato a Civitavecchia dove sta sostituendo un sacerdote presso una casa religiosa e saltuariamente celebrerebbe messa nella Cattedrale.
L’ultima lettera, anche lei corredata di diversi allegati, ci arriva da Ascoli Piceno e scegliamo di non pubblicare integralmente, svelerebbe l’attuale domicilio di padre Alberto Bastoni, il sacerdote coinvolto nello scandalo dei festini e cocaina. Scontò 3 anni di sospensione, anche lui in una clinica questa volta però a Trento.
Da queste tre segnalazioni emerge un dato interessante, noi della Rete l’ABUSO non potevamo non notarlo perché è lo stesso meccanismo che porta le vittime a rivolgersi alla nostra Onlus. Anche in questo caso, malgrado si parli di sacerdoti e non di vittime, l’iter seguito è stato quello di rivolgersi alle gerarchie ecclesiastiche, le quali non hanno risposto.
Ultima spiaggia.. Rete L’ABUSO.
C’è quindi una parte di chiesa sana, che vuole fare davvero pulizia e che, malgrado l’assordante silenzio delle proprie gerarchie, inizia a farsi coraggio e denuncia.
Evidente il fallimento annunciato dei provvedimenti presi in questi anni dalla Santa Sede, tanto criticati da vittime e associazioni, oggi sembra comincino a non convincere più anche i sacerdoti.
Dovrà scontare gli arresti domiciliari nella struttura diocesana villa Sacro Cuore don Giovanni Desio, l’ex parroco di Casal Borsetti nel Ravennate, ora sospeso a divinis, che si trova da sette mesi nel reparto “protetti” del carcere di Forlì, con l’accusa di abusi sessuali su alcuni minori della parrocchia. Martedì scorso, il tribunale della Libertà di Bologna gli ha concesso gli arresti domiciliari e venerdì l’ex sacerdote è partito alla volta della struttura altotiberina. Nelle sei pagine di ordinanza, emessa dal tribunale in composizione collegiale, si ritiene ormai esaurito il rischio di un inquinamento delle prove da parte del religioso. Don Desio ha in pratica ammesso le sue colpe e ha indirizzato al tribunale una lettera in cui si è dichiarato “sinceramente pentito della sua condotta”. Nella struttura, situata sulle colline a circa due chilometri dal centro città, l’uomo sarà costantemente seguito da una équipe di aiuto psicologico e non potrà avere contatti con il mondo esterno. Tre anni fa villa Sacro Cuore, da tempo inutilizzata, ottenuto il parere favorevole del Collegio dei Consultori e del Consiglio presbiteriale, è diventata casa d’accoglienza. L’edificio, dotato di cinquantasei posti letto, accoglie preti malati o in difficoltà ed è gestita da due sacerdoti dell’Amore Misericordioso di Collevalenza. L’attività è condivisa e sostenuta dalla Cei.