PALERMO – Don Vincenzo Esposito resta in carcere. Il Tribunale di Sorveglianza di Palermo respinte le istanze della difesa per la concessione della detenzione domiciliare e dell’affidamento in prova ai servizi sociali.
Nel primo caso lo vieta la legge, nel secondo è necessario un percorso di riabilitazione e valutazione scientifica della personalità della durata di un anno che il detenuto, rinchiuso nel carcere Ucciardone, non ha ancora iniziato.
Gli avvocati Giovanni Di Trapani e Renato Vazzana avevano anche ricevuto il benestare dal priore di un monastero disposto ad accogliere il sacerdote, nel frattempo sospeso. Nei mesi scorsi è diventata definitiva la condanna a cinque anni per induzione alla prostituzione minorile.
Dopo il verdetto della Cassazione Esposito, che si trovava ai domiciliari, fu condotto in carcere. Originario di Caltavuturo, in provincia di Palermo, e parroco a San Feliciano Magione in Umbria, Esposito fu intercettato dai carabinieri della compagnia di Termini Imerese mentre effettuava delle videochiamate hard con quattro ragazzini di 16 e 17 anni.
In cambio dava loro dei soldi, tramite ricariche telefoniche o Postpay. Piccole cifre comprese fra 10 e 30 euro, utilizzati per andare a mangiare la pizza con gli amici o recarsi dal barbiere.
Federica Tourn – Il prete che si definiva “mendicante d’amore” per attirare i ragazzini
La Rete L’Abuso, l’associazione sopravvissuti agli abusi del clero, a ottobre ha presentato un esposto in Procura a Bergamo nei confronti di don Valentino Salvoldi, 78 anni, per le sue «presunte condotte criminali ai danni di circa una decina di persone».
Si definisce «un mendicante d’amore», don Valentino Salvoldi, sacerdote della diocesi di Bergamo. Dopo essere stato missionario in Africa, torna in Italia e all’inizio degli anni ’90 comincia ad organizzare campi per giovani adulti. Ben presto, però, decide di rivolgersi agli adolescenti perché, sostiene, è quella l’età in cui si forma la persona e dopo «è tardi per cambiare». Li invita a cercare la verità, a viaggiare e a scegliersi un maestro di vita che li guidi. Proprio questo è il rapporto che lui instaura con i suoi “prediletti”, a cui rivolge attenzioni speciali, baciandoli sulla bocca e portandoseli nel letto “per un riposino” o per la confessione.
«Valentino nei campi aveva creato una realtà alternativa, in cui le regole del mondo esterno non valevano: ti invitava a esplorare il tuo corpo, ti incoraggiava a esprimerti, a ribellarti alle convenzioni e nel farlo ti riempiva di elogi, ti convinceva che eri nel giusto», racconta Stefano Schiavon, che ha frequentato i suoi campi a partire dal 1998, quando aveva diciassette anni. Don Salvoldi ha modi informali, sa come conquistarsi la fiducia dei ragazzi quando evoca culture lontane in cui l’amore non è mai proibito ma sempre «generoso, prolifico, senza barriere». «Aveva 35 anni più di me e quando mi baciava era sgradevole, ma lo accettavo come parte dell’esperienza speciale che lui proponeva» dice Andrea Travani, un’altra vittima, all’epoca minorenne. Soprattutto, quel prete che pare così colto ripete ai suoi preferiti che loro hanno menti superiori e sono destinati a realizzare grandi cose: alla molestia sessuale, si somma quindi la manipolazione psicologica. «Il rapporto fisico era la conseguenza dell’appartenere alla sua “élite”: mentre mi toccava, continuava a dirmi che ero unico e avevo qualità straordinarie, mi faceva il lavaggio del cervello», spiega Travani.
Prete fidei donum, Salvoldi è anche un autore e conferenziere affermato. All’inizio del Duemila ha fondato la onlus Shalom, «un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale, avente come finalità la formazione morale e la crescita culturale dei giovani». Presidente è il fratello, Giancarlo Salvoldi, politico, eletto alla Camera dei Deputati per i Verdi dal 1987 al 1992. Dopo qualche anno la onlus viene messa in liquidazione e in rete non si trovano tracce di progetti effettivamente realizzati.
La Rete l’Abuso ha segnalato il caso alla diocesi di Bergamo, dove il prete risulta ancora incardinato, e al presidente della Cei Matteo Zuppi.
Fonte: Domani
Francesco Zanardi – Sentenza e condanna definitiva per Don Vincenzo Esposito
La sentenza è diventata definitiva e Don Vincenzo Esposito è stato condannato a cinque anni per induzione alla prostituzione minorile. Lo hanno condotto in carcere dopo che la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa. I legali stanno valutando se rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché al sacerdote non sarebbe stato garantito un equo processo.
Originario de provincia di Palermo, e parroco a San Feliciano Magione in Umbria, Esposito fu intercettato dai carabinieri della compagnia di Termini Imerese mentre effettuava delle videochiamate hard con quattro ragazzini di 16 e 17 anni. In cambio dava loro dei soldi, tramite ricariche telefoniche o Postpay. Piccole cifre comprese fra 10 e 30 euro, utilizzati per andare a mangiare la pizza con gli amici o recarsi dal barbiere.
Esposito, il cui fine pena è previsto nel 2026, dovrà risarcire i familiari dei ragazzini, parte civile con l’assistenza degli avvocati Francesco Paolo Sanfilippo, Giuseppe Canzone e Caterina Intile.
Una parentesi nel contesto di “una stimata missione pastorale” che non configurava il reato di prostituzione minorile. Così si era difeso il sacerdote sostenendo di non avere chiesto ai minorenni di effettuare le videochiamate. Sarebbe stata una iniziativa dei ragazzini. Esposito si limitava a guardare gli adolescenti in atteggiamenti intimi, prima di servire messa o celebrare un funerale.
Fonte Live Sicilia
Alessio Di Florio – La Chiesa cattolica italiana continua a non affrontare il proprio scandalo degli abusi sessuali
Sono passati ventuno anni da quando negli Stati Uniti scoppiò il “caso Spotlight”, lo scandalo degli abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici, che spinse la conferenza episcopale del Paese a redigere la prima Carta per la protezione dei bambini e dei giovani nella Chiesa, che consentiva di rimuovere i membri del clero colpevoli e alle diocesi venne chiesto di collaborare con le autorità civili in casi di violenza contro i minori in nome della trasparenza.
In cinque lustri tanto è cambiato e anche il Vaticano ha introdotto politiche per proteggere le vittime, collaborare con le autorità giudiziarie in diversi paesi e riflettere sulle cause profonde dello scandalo, vale a dire l’abuso di potere e di coscienza, e la tendenza della Chiesa a difendere l’istituzione a tutti i costi.
Il nuovo approccio vaticano è comunque molto limitato: nella realtà di migliaia di diocesi sparse in tutto il mondo la segretezza spesso prevale sulla ricerca della verità, la Chiesa cattolica italiana sembra essere insuperabile nel mantenere un rigido voto di silenzio. Negli ultimi anni si è distinta per la tendenza a lasciare le cose come stanno, sperando che i problemi prima o poi svaniscano. Ma alla fine questo non è stato possibile con lo scandalo degli abusi, soprattutto quando divenne chiaro che avrebbe continuato ad allargarsi e a travolgere la Chiesa in molti paesi. In Francia, Germania, Australia, Austria, Belgio e altri Stati sono state avviate commissioni indipendenti o ci sono stati comunque sconvolgimenti all’interno delle Chiese. In Italia sono stati pubblicati due report sugli abusi da parte della Conferenza Episcopale ma chi sperava in una svolta verso la verità e la giustizia è rimasto deluso: si tiene conto solo dei casi di abusi denunciati ai centri di ascolto ad hoc nel biennio 2020-2021, escludendo quelli pervenuti alla magistratura o a terzi. partiti. Durante questo periodo di tempo ridicolmente breve, nel pieno della pandemia di COVID-19 , sono stati segnalati 89 casi di abuso da 30 centri. Ed è stata completamente esclusa ogni possibilità di creare commissioni indipendenti: “Non creeremo una commissione nazionale composta da persone che non sanno nulla della vita della Chiesa, che si qualificano come oggettive solo perché non sono vescovi, né preti, né credenti, come è stato fatto altrove e causato danni”, ha affermato mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale per la protezione dei minori e delle persone vulnerabili del Consiglio dei vescovi, presentando il rapporto del novembre 2022 sugli abusi.
Ludovica Eugenio – Le religiose della Comunità Loyola, co-fondata da Marko Ivan Rupnik e da Ivanka Hosta, torneranno allo stato laicale
Tutte le religiose della Comunità Loyola, co-fondata dall’ex gesuita e noto mosaicista sloveno accusato di abusi sessuali Marko Ivan Rupnik e da Ivanka Hosta e recentemente sciolta dal Vaticano, torneranno allo stato laicale. Una conclusione per nulla scontata anche dopo il recente scioglimento della Comunità da parte del Vaticano, come se si affermasse che un carisma autentico non c’è mai stato, che ai voti pronunciati non viene (più) riconosciuta una validità. A rivelare i dettagli del provvedimento, che non è stato pubblicato, è colui che della Comunità Loyola è stato il commissario per due anni, il vescovo ausiliare di Roma mons. Daniele Libanori, in una intervista rilasciata all’agenzia Aci Prensa il 22/12 e ripresa dalla Catholic News Agency. Libanori ha anche rivelato che sarà istituito un fondo per assistere le donne che appartenevano alla comunità al momento del suo scioglimento. La Comunità Loyola, creata in Slovenia negli anni ’80 da Ivanka Hosta e Rupnik, accusati di aver commesso per decenni gravi abusi sessuali, spirituali e psicologici sulle consorelle, è stata sciolta dal Dicastero per gli Istituti di Vita consacrata e le società di Vita apostolica lo scorso ottobre, dopo la lunga indagine condotta da mons. Libanori, il quale ha affermato che coloro che ne facevano parte «sono allo stesso tempo dispensate dai voti religiosi e ritornano allo stato laicale», trovandosi quindi «nelle stesse condizioni di tutti i laici». Nessun risarcimento è invece previsto, dal momento che, ha spiegato Libanori, «bisogna distinguere tra lo scioglimento dell’istituto e gli abusi attribuiti a Marko Rupnik».
E fino a oggi non c’è l’ombra di processi, sentenze o condanne a carico di Rupnik, nonostante papa Francesco abbia deciso di derogare alla prescrizione per i presunti abusi sessuali denunciati, rendendo così possibile un processo. Tuttavia,«il patrimonio intestato alla Comunità di Loyola – ha affermato Libanori – servirà a creare un fondo per l’assistenza di tutte le suore che erano incardinate nella comunità al momento della soppressione».
Ivanka Hosta, che ha servito dal 1994 come superiora generale della Comunità di Loyola, è stata rimossa a giugno di quest’anno dal suo ruolo e le è stato proibito di contattare le attuali o ex suore per tre anni. Quanto a Rupnik, espulso lo scorso giugno dalla Compagnia di Gesù, ma solo per disobbedienza ai provvedimenti restrittivi imposti dall’Ordine, oggi è attivo come prete, essendo stato incardinato nella diocesi di Capodistria, nella sua Slovenia.
Federico Tulli – Perché tanto odio?
Silenzio e preghiera. È la pena comminata dalla Chiesa cattolica agli ecclesiastici che violano le sue leggi interne. È il modo in cui di norma la Chiesa «reagisce» pubblicamente alle notizie sui crimini compiuti da ecclesiastici in diverse parti del mondo. Sono le parole usate da papa Francesco per
commentare l’accusa – che gli è stata rivolta dall’ex nunzio vaticano negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò – di aver insabbiato le denunce per abusi su minori e adulti contro l’ex cardinale e arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick. «Perché la verità è mite, la verità è silenziosa, la verità non è rumorosa» e quindi «il giudizio fatelo voi», disse Bergoglio il 3 settembre 2018 durante la sua omelia a Santa Marta.
Come si combina l’esortazione al silenzio e alla preghiera con i suoi frequenti proclami di «tolleranza zero»? Bisogna considerare innanzitutto che è prassi consolidata in Vaticano intervenire pubblicamente laddove non è più possibile celare e risolvere le situazioni di crisi nelle «segrete stanze». Inoltre, le fragilità di un ecclesiastico, le sue cadute, ancorché sfocino nel comportamento
criminale, per la Chiesa sono pur sempre peccati, e dai peccati Dio salva, e verso i peccatori vanno usati misericordia e perdono, perché «chi tra voi è senza peccato scagli la prima pietra».
Questa doppia morale affonda le sue radici nella confusione che la Chiesa fa tra reato e peccato. L’abuso, per fare un esempio, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è ritenuto un’offesa a Dio, in violazione del sesto comandamento, prima che una violenza efferata contro
una persona. Di conseguenza i responsabili, secondo la visione degli appartenenti al clero, devono risponderne all’Altissimo, nella persona del suo rappresentante in Terra, e non alle leggi della società civile di cui fanno parte.
Oltretevere la chiamano giustizia. Una giustizia, diciamo noi, che piega le esigenze della carità alle convenienze della monarchia papale. E che si fonda sulla convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di un bambino o una bambina sia prima di tutto un delitto contro la morale.
E come tale viene trattato: il punto non è tanto evitare che un pedofilo ghermisca la sua preda ma che un prete «con» la sua vittima facciano del «male» a Dio. È questo
che è intollerabile, sta qui la «tolleranza zero» del pontefice tanto esaltato anche dai progressisti in Italia. È pertanto lecito chiedersi, perché tanto odio nei confronti dei bambini?
PALERMO – La sentenza è diventata definitiva. Don Vincenzo Esposito è stato condannato a cinque anni per induzione alla prostituzione minorile. Lo hanno condotto in carcere (si trovava ai domiciliari) dopo che la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa. I legali stanno valutando se rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché al sacerdote non sarebbe stato garantito un equo processo.
Originario di Caltavuturo, in provincia di Palermo, e parroco a San Feliciano Magione in Umbria, Esposito fu intercettato dai carabinieri della compagnia di Termini Imerese mentre effettuava delle videochiamate hard con quattro ragazzini di 16 e 17 anni. In cambio dava loro dei soldi, tramite ricariche telefoniche o Postpay. Piccole cifre comprese fra 10 e 30 euro, utilizzati per andare a mangiare la pizza con gli amici o recarsi dal barbiere.
Esposito, il cui fine pena è previsto nel 2026, dovrà risarcire i familiari dei ragazzini, parte civile con l’assistenza degli avvocati Francesco Paolo Sanfilippo, Giuseppe Canzone e Caterina Intile.
Una parentesi nel contesto di “una stimata missione pastorale” che non configurava il reato di prostituzione minorile. Così si era difeso il sacerdote sostenendo di non avere chiesto ai minorenni di effettuare le videochiamate. Sarebbe stata una iniziativa dei ragazzini. Esposito si limitava a guardare gli adolescenti in atteggiamenti intimi, prima di servire messa o celebrare un funerale.
La terza sezione della Corte di appello ha confermato la precedente sentenza del tribunale di Termini Imerese che aveva inflitto 5 anni al sacerdote Vincenzo Esposito, 64 anni originario di Caltavuturo con l’accusa di induzione alla prostituzione minorile. La sentenza, come riporta il Giornale di Sicilia, riforma in parte la decisione emessa il 22 giugno 2020 dal tribunale, appellata dall’imputato ma anche dalle parti civili. Il prete dovrà anche risarcire un’altra persona offesa che era stata esclusa nel primo giudizio e dovrà anche pagare le spese processuali.
Intercettato dai Carabinieri
Al momento don Esposito domiciliari a Termini Imerese. I legali Giovanni Di Trapani e Renato Vazzana hanno già preannunciato il ricorso alla Corte di Cassazione contro il reato contestato all’assistito. I carabinieri della compagnia di Termini Imerese lo hanno intercettato mentre effettuava delle video chiamate hard con quattro ragazzini di 16 e 17 anni. In cambio dava loro dei soldi, tramite ricariche telefoniche o Postepay. Sotto inchiesta finì anche la madre di uno dei ragazzini: secondo l’accusa sapeva cosa stava accadendo e avrebbe indotto il figlio a prostituirsi con il sacerdote. I versamenti di denaro, da parte del prete in favore dei giovani erano di piccolo taglio, dieci, venti o trenta euro per vedere in chat immagini a sfondo sessuale.
L’indagine nata per caso
Don Vincenzo Esposito era stato arrestato dai carabinieri nel mese di agosto del 2021, insieme alla madre di una delle presunte vittime. Una inchiesta nata per caso, quando i militari avevano captato alcune telefonate nell’ambito di un’altra indagine. Esposito, quando venne arrestato esercitava il ministero in provincia di Perugia, ma in passato era stato non solo a Termini Imerese, ma anche al Buccheri La Ferla.
I legali andranno in Cassazione
Le vittime assistite in primo e secondo grado dagli avvocati Francesco Paolo Sanfilippo, Giuseppe Canzone e Caterina Intile, sarebbero state tutte in una condizione di grave disagio economico e avrebbero utilizzato il denaro per spese frivole come tagliarsi i capelli o andare a mangiare una pizza. “Ci sono a nostro avviso – dichiarano gli avvocati difensori Di Trapani e Vazzana – i presupposti per produrre ricorso in Cassazione e ribaltare la sentenza della Corte di appello”.
PALERMO – Si tratterebbe di un caso di “ignoranza inevitabile”. Secondo la difesa, padre Vincenzo Esposito non sapeva che stava facendo videochiamate hard con dei minorenni.
“Neppure nel corso del processo è emerso il contrario. Lo ha detto solo un ragazzino, la cui attendibilità è stata picconata visto che non ha detto la verità neppure sul suo nome di battesimo”, hanno detto gli avvocati Giovanni Di Trapani e Renato Vazzana durante l’arringa difensiva.
Don Vincenzo Esposito è stato condannato in primo grado a cinque anni per prostituzione minorile. Il sacerdote, originario di Caltavuturo, in provincia di Palermo, e parroco a San Feliciano Magione in Umbria, era finito in carcere.
I carabinieri della compagnia di Termini Imerese lo hanno intercettato mentre effettuava delle videochiamate con quattro ragazzini di 16 e 17 anni. In cambio dava loro dei soldi, tramite ricariche telefoniche o Postpay. Piccole cifre fra 10 e 30 euro, utilizzate per mangiare la pizza con gli amici o tagliare i capelli dal barbiere.
“Non li ha mai visto in faccia, non poteva accorgersi che fossero minorenni”, hanno aggiunto i legali.
I familiari dei ragazzini si sono costituiti parte civile al processo con l’assistenza degli avvocati Francesco Paolo Sanfilippo, Giuseppe Canzone e Caterina Intile. A marzo la sentenza della Corte di appello.
Condannato a 5 anni per violenza sessuale ma assolto dall’accusa di materiale pedopornografico. Così ha deciso il collegio del tribunale di Termini Imerese, presieduto da Vittorio Alcamo, per padre Vincenzo Esposito. Il sacerdote di 64 anni, originario di Caltavuturo, ere stato arrestato ad agosto scorso nel Perugino, dove esercitava dal 2013. Secondo l’accusa, stando a quanto emerso dalle indagini, avrebbe pagato dei ragazzini, anche con piccole somme, per mostrarsi in videochat nudi o in atteggiamenti sessualmente espliciti. Solo a uno dei quattro ragazzini coinvolti che si erano costituiti, assistito dall’avvocato Francesco Paolo Sanfilippo, è stato riconosciuto il diritto a un risarcimento da quantificare in sede civile. Gli atti sono stati restituiti al pm per vagliare la posizione di un giovane e della madre in relazione all’ipotesi del reato di falsa testimonianza per ciò che hanno raccontato durante il processo.
Il caso era scoppiato l’estate dello scorso anno quando il parroco, originario di Caltavuturo, era finito in manette insieme alla madre (ancora sotto indagine) di uno dei ragazzi, tutti di 16-17 anni, che avrebbero ricevuto 10, 20 o 30 euro sulle loro carte ricaricabili per le “prestazioni”. Una di queste storie riguarda proprio la donna arrestata, una cinquantunenne che in alcune occasioni avrebbe anche accettato del denaro per consentire che il sacerdotte incontrasse, sebbene attraverso uno schermo, il figlio. L’inchiesta era nata per caso, quando i militari avevano captato alcune telefonate nell’ambito di un’altra indagine.
Esposito, difeso dall’avvocato Renato Vazzana, quando venne arrestato esercitava il ministero in provincia di Perugia, in passato però era stato anche a Termini Imeresel e al Buccheri La Ferla. I ragazzini, tutti residenti nel comprensorio di Termini, sarebbero stati tutti in una condizione di disagio economico ed avrebbero utilizzato il denaro ricevuto in cambio delle chat a sfondo sessuale per comprare sigarette, tagliarsi i capelli o banalmente andare a mangiare una pizza con la fidanzata. Come emergeva dall’ordinanza di custodia cautelare del gip Fabio Pilato, per il prete ogni momento sarebbe stato buono per guardare – anche contemporaneamente – gli adolescenti in atteggiamenti intimi, prima di una messa, ma anche subito dopo aver celebrato un funerale.
Il più delle volte, come emerso dalle intercettazioni, sarebbe stato il parroco a cercare i ragazzini che si rivolgevano nei modi più diversi. “Sei la mia vita, don Vincè”, “ti voglio bene” e “sono innamorato pazzamente”, avrebbero detto le presunte vittime al sacerdote. In alcuni casi, però, non avrebbero esitato – in caso di ritardi nei pagamenti – ad insultare padre Esposito chiamandolo “cornuto” o “testa di minchia”. “Stamattina ti ho messo 30 euro, ora – diceva – metterò 20 anche perché carissimo sono tre, non è che è uno solo… C’è tuo fratello, quello ha portato un amico di cui non ho visto nulla, sappilo, perché non si vedeva, però lui dice di fargli un regalino comunque”, affermava l’imputato il 24 aprile 2021. Che poi aggiungeva: “Tre sono già 60, più 30, non è che posso spendere 100 euro al giorno”.
“A me piacerebbe fare l’amore con te e lui insieme, non l’ho mai fatto in tre”, diceva Esposito in una conversazione dell’11 maggio. E uno dei ragazzini gli rispondeva: “Lo faremo allora, padre Vincè” e poi aggiungeva: “Mi aiuta allora oggi? Padre Vincè, non è che mi può mandare 50 euro per favore?”. Il sacerdote replicava: “Ti ho detto che ti mando 30 euro perché 20 li ho promessi al nostro caro”. Il ragazzo insisteva: “Ma con questi mi sta facendo il regalo di compleanno… Io lo so che lei me lo fa, lo so che mi vuole bene, amunì, padre Vincè, la mia vita sei! Sei la mia vita!”. L’imputato allora chiedeva: “Senti, ma ti fai vedere un attimo? Ti voglio vedere…”.
Dopo l’arresto di padre Esposisto, l’estate scorsa, l’Arcidiocesi di Perugia – sino ad oggi guidata dal cardinale Gualtiero Bassetti – aveva inviato una nota sottolineando lo “stupore” e il “dolore” per la notizia dell’arresto. In quell’occasione, attraverso una nota, era stato precisato “che mai alcuna segnalazione è giunta all’autorità ecclesiastica relativa ai fatti oggetto dell’indagine”. Il sacerdote dovrà adesso affrontare anche l’indagine della commissione ecclesiastica vaticana e un eventuale procedimento del Tribunale ecclesiastico regionale che potrebbe portare, dopo la sospensione dal sacerdozio, anche alla riduzione allo stato laicale.
Si è aperto il processo a carico di padre Vincenzo Esposito, il sacerdote di 64 anni, originario di Caltavuturo ma assegnato alla parrocchia di San Feliciano Magione (Perugia), accusato di prostituzione minorile perché avrebbe preteso da quattro sedicenni prestazioni sessuali a pagamento attraverso delle videochiamate. Dieci, venti, trenta euro al massimo, questo avrebbe versato il prete per vedere ragazzini mastrubarsi e godere tramite chat Whatsapp e Messenger. Per l’imputato la Procura aveva chiesto ed ottenuto il giudizio immediato e adesso è in corso il dibattimento davanti al tribunale di Termini Imerese.
Esposito era stato arrestato dai carabinieri ad agosto dell’anno scorso, insieme alla madre di una delle presunte vittime che, secondo l’accusa, avrebbe lucrato sulle prestazioni del figlio, pretendo una tangente di 5 o 10 euro sulle somme che il ragazzo avrebbe ricevuto dal prete. Per lei le indagini sono ancora in corso. Entrambi, difesi rispettivamente dagli avvocati Renato Vazzana e Giuseppe Minà, hanno sempre respinto le accuse.
L’inchiesta era nata per caso, quando i militari avevano captato alcune telefonate, tra aprile e luglio dell’anno scorso, nell’ambito di un’altra indagine. Esposito, quando venne arrestato esercitava il ministero in provincia di Perugia, ma in passato era stato non solo a Termini Imerese (tre delle presunte vittime vivono proprio lì), ma anche al Buccheri La Ferla.
I ragazzini sarebbero stati tutti in una condizione di disagio economico ed avrebbero utilizzato il denaro ricevuto in cambio delle chat a sfondo sessuale per comprare sigarette, tagliarsi i capelli o banalmente andare a mangiare una pizza con la fidanzata. Come emergeva dall’ordinanza di custodia cautelare del gip Fabio Pilato, per il prete ogni momento sarebbe stato buono per guardare – anche contemporaneamente – gli adolescenti in atteggiamenti intimi, prima di una messa, ma anche subito dopo aver celebrato un funerale.
“Sei la mia vita, don Vincè”, “ti voglio bene” e “sono innamorato pazzamente”, così avrebbero detto le presunte vittime al sacerdote, e sarebbero state sempre pronte per una videochiamata proprio perché – sostiene la Procura – avrebbero avuto bisogno di soldi. E non avrebbero esitato ad insultare l’imputato, chiamandolo “cornuto” o “testa di minchia”, quando avrebbe ritardato i pagamenti.
“Stamattina ti ho messo 30 euro, ora metterò 20 anche perché carissimo sono tre, non è che è uno solo… C’è tuo fratello, quello ha portato un amico di cui non ho visto nulla, sappilo, perché non si vedeva, però lui dice di fargli un regalino comunque”, affermava l’imputato il 24 aprile dell’anno scorso, e aggiungeva: “Tre sono già 60, più 30, non è che posso spendere 100 euro al giorno”.
“A me piacerebbe fare l’amore con te e lui insieme, non l’ho mai fatto in tre”, diceva Esposito in una conversazione dell’11 maggio. E uno dei ragazzini gli rispondeva: “Lo faremo allora, padre Vincè” e poi aggiungeva: “Mi aiuta allora oggi? Padre Vincè, non è che mi può mandare 50 euro per favore?”. Il sacerdote replicava: “Ti ho detto che ti mando 30 euro perché 20 li ho promessi al nostro caro”. Il ragazzo insisteva: “Ma con questi mi sta facendo il regalo di compleanno… Io lo so che lei me lo fa, lo so che mi vuole bene, amunì, padre Vincè, la mia vita sei! Sei la mia vita!”. L’imputato allora chiedeva: “Senti, ma ti fai vedere un attimo? Ti voglio vedere…”.
In un’altra circostanza il sacerdote diceva: “Se volete mi fate una videochiamata se state insieme, mi fate felice… Non la potete fare appena arrivate a casa? Siete tutti e due? Gliel’hai detto a lui quanto ti amo? La nostra deve essere una cosa speciale… Ci sentiamo questa sera, non mi deludete, vi aspetto!”. Ma sono state registrate anche le conversazioni tra i ragazzi: “Chiama a quello – diceva uno di loro – perché vuole sentire a te…” e l’altro: “Ma io non ci chiamo, compà, perché non ne manda soldi!”. Il giovane rispondeva: “Minchia, ma tu ogni giorno soldi vuoi mandati? Gli devi dire: ‘Che fai?’, tanto per… Mi ha detto: ‘Ma perché non mi ha chiamato lui, l’altra volta dovevamo fare la videochiamata insieme’ e gli ho detto: ‘Oggi ha avuto impegni, padre Vincè, è un ragazzo a posto, capace che non ha potuto rispondere’ e mi fa: ‘Io lo voglio bene però lui mi deve chiamare, lo voglio sentire io’, tu ci devi chiamare, cretino!”. Ma l’altro adolescente non era convinto: “Compà, lui mi deve sucare la minchia, glielo hai detto questo? Niente manda oggi?”, ma l’altro insisteva: “No, oggi non gli chiedere soldi, glieli chiediamo domani, tutti e due… Chiamaci oggi e gli dici tanto per, ‘che fai?’ e poi domani ci mandiamo la botta di 30 euro l’uno! Non ti fare mandare soldi oggi!”.
di P.C. – Don Vincenzo Esposito, l’ex parroco di San Feliciano, sul Trasimeno, accusato di prostituzione minorile aggravata per aver scambiato messaggi erotici con ragazzini, lascerà il carcere di Spoleto. Attenderà il processo in una comunità di recupero per sacerdoti, dove seguirà un protocollo terapeutico ad hoc.
Braccialetto elettronico
Lunedì mattina i giudici hanno disposto per lui la sostituzione dell’attuale misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari presso la casa sacerdotale ‘Villa S. Cuore’ Bisacchi, Città di Castello (PG), subordinando l’esecuzione di tale provvedimento alla condizione che sia disponibile ed attivabile il braccialetto elettronico e che l’imputato presti il consenso alla sua installazione.
La casa di recupero per preti ‘smarriti’
Villa Sacro Cuore è una struttura gestita dalla diocesi di Città di Castello dove, in accordo con le Conferenza episcopale italiana, vengono ‘riabilitati’ i preti che – per usare un linguaggio clericale – «si sono smarriti nel loro cammino pastorale». Si trova appena fuori il centro cittadino, è dotata di 56 posti letto. Fu trasformata ed adibita a casa di accoglienza per sacerdoti con problemi nel 2011 quando, nel pieno dello scandalo dei preti pedofili, ci fu l’esigenza di creare dei luoghi discreti dove questi potessero essere nascosti. La villa, immersa nelle campagne umbre e protetta da una recinzione, ha accolto numerosi sacerdoti, umbri e non solo, i cui nomi sono comparsi nelle pagine della cronaca dei quotidiani.
«Carcerazione era extrema ratio»
La decisione è stata presa dall’ufficio del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo. Nel provvedimento si legge come «la custodia cautelare in carcere sia solo l’extrema ratio e può essere mantenuta soltanto nei casi in cui ogni diversa misura si presentasse inidonea o inefficace per il soddisfacimento delle esigenze cautelari». Invece – scrive il giudice – la misura dei «domiciliari con braccialetto elettronico in una struttura di recupero di sacerdoti con problemi psicologici sembra poter garantire, salvo prova contraria, quelle esigenze di controllo e sorveglianza dell’indagato, che verrebbe sottoposto alle regola di disciplina vigenti presso la comunità religiosa». Fra le regole imposte: il divieto di utilizzo di qualsiasi apparecchio telefonico o strumentazione telematica che gli permetta di comunicare verso l’esterno.
Un camion ha portato via le sue cose a San Feliciano
Del resto, era inimmaginabile per Don Vincenzo tornare nell’abitazione di San Feliciano, come inizialmente chiesto dal suo legale, l’avvocato Renato Vazzana: in quella abitazione ora vive il nuovo parroco di San Feliciano, nonché amministratore parrocchiale. A lui il compito di far riavvicinare i fedeli e di amministrare le finanze della chiesa lacustre, su cui c’erano molti dubbi da parte dei parrocchiani, al momento non suffragati da prove: l’analisi condotta dalla Curia non ha rilevato anomalie nella gestione dei conti, fra l’altro tenuti dal diacono. Nei giorni scorsi, avvistato un camion di una ditta di traslochi che ha portato via tutto. Non si sa se verso la Sicilia o proprio verso Città di Castello.
Il furto, la mancata perquisizione e altri misteri
«La speranza è che non si sia portato via pure qualche prova», commenta uno dei fedeli che ha assistito al trasloco, ricordando che già c’erano stati dei tentativi di inquinamento delle prove e che al momento non sono emersi elementi su una perquisizione all’interno della canonica nelle ore immediatamente successive all’arresto, come del resto ha confermato a umbriaon.it lo stesso avvocato Vazzana: «Nessun verbale di perquisizione ci è stato consegnato, né a me né al mio cliente; intanto però segnaliamo che nei giorni successivi all’arresto c’è stato un furto in quella casa». Magari era una bravata, magari un atto di vandalismo. E se invece fosse stato un modo per occultare prove? Ulteriori elementi sulla vicenda saranno forniti dallo stesso Don Vincenzo, che la prossima settimana incontrerà il suo avvocato nella casa di accoglienza tifernate.
Don Vincenzo Esposito rimane in carcere. E’ stata infatti respinta l’istanza di scarcerazione presentata la scorsa settimana dall’avvocato del parroco di San Feliciano, Renato Vazzana. Don Esposito si trova nel carcere di Spoleto dal 3 agosto scorso dopo un’indagine condotta dai carabinieri di Termini Imerese. Il prete è accusato di prostituzione minorile e di detenzione di materiale pedopornografico.
L’istanza, stando a quanto riportato dalla difesa, è stata respinta in quanto è andata in mano al gip feriale e non al titolare. Il legale di don Esposito, nelle prossime settimane, si presenterà nel carcere di Spoleto, dove farà interrogare il suo assistito per poi ripresentare una nuova istanza di scarcerazione.
I retroscena dell’arresto di padre Vincenzo Esposito per un presunto giro di prostituzione minorile. Avrebbe sfruttato lo stato di bisogno di 4 sedicenni per costringerli a toccarsi in chat: “Deve essere speciale, non mi deludete”. Da identificare almeno altre 3 vittime. I ragazzi avrebbero usato i soldi per comprare sigarette o tagliarsi i capelli
Dieci, 20, 30 euro al massimo. Tanto avrebbe pagato Vincenzo Esposito, il parroco di 63 anni, originario di Caltavuturo ma che esercitava a San Feliciano Magione, in provincia di Perugia, per vedere ragazzini masturbarsi e godere. Piccole somme che i giovani, tutti originari del Palermitano, avrebbero utilizzato per comprare le sigarette, per tagliarsi i capelli o per andare a mangiare una pizza con la fidanzata. E per il prete – come emerge dall’ordinanza di custodia cautelare – ogni momento sarebbe stato buono per guardarli, anche contemporaneamente, prima di una messa e subito dopo aver celebrato un funerale.
Esposito, su disposizione del gip Fabio Pilato, è finito in carcere, mentre la madre di una delle presunte vittime si trova ai domiciliari: non solo sarebbe stata perfettamente consapevole del rapporto tra il figlio e il sacerdote, ma avrebbe anche preteso un “dazio” (di 5 o 10 euro) sui compensi incassati dal ragazzino per le prestazioni a distanza. Il denaro, perlatro, sarebbe stato versato direttamente sulla Postepay della donna.
Amore, bisogno, squallore e sfruttamento sessuale
E’ un contesto di squallore e bisogno, quello che emerge dall’inchiesta della Procura di Palermo. Nelle intercettazioni si parla persino d’amore (“sei la mia vita, don Vincè” o “ti voglio bene” o ancora “sono innamorato pazzamente”), ma ci sono anche passaggi molto espliciti e volgari, in cui i ragazzini e l’indagato immaginano rapporti sessuali completi da consumare in presenza. Ma si parla soprattutto di soldi: le presunte vittime, in condizioni di disagio economico, sarebbero state sempre pronte a fare una videochiamata per farsi pagare, avrebbero sollecitato continuamente il prete perché si sbrigasse a fare i versamenti promessi, senza esitare a definirlo “cornuto” o “testa di minchia” proprio perché provvedeva con ritardo. Ed è proprio la leva dello stato di necessità di questi giovani che, per l’accusa, Esposito avrebbe sfruttato per appagare le sue fantasie sessuali.
L’origine dell’inchiesta, almeno altre 3 vittime da individuare
I carabinieri hanno scoperto il presunto giro di prostituzione minorile mentre stavano compiendo delle intercettazioni nell’ambito di un’altra indagine. Hanno monitorato le conversazioni del prete dallo scorso aprile fino a luglio, quando Esposito sarebbe addirittura venuto a Termini Imerese, registrando tanti contatti con i giovani, tutti sedicenni. Quattro le presunte vittime identificate, ma ce ne sono almeno altre tre, che avrebbero avuto rapporti a pagamento tramite chat Whatsapp o Messenger con il sacerdote, che gli inquirenti non hanno ancora compiutamente individuato.
“Tre sono cari, non posso spendere 100 euro al giorno”
Il 24 aprile, dopo una videochiamata – organizzata peraltro dal fratello di una delle presunte vittime – con tre ragazzini, Esposito discuteva di pagamenti: “Stamattina ti ho messo 30 euro, va bene? Ora metterò 20 anche perché carissimo sono tre, non è che è uno solo”, diceva all’adulto. E aggiungeva: “C’è tuo fratello, quello ha portato un amico di cui non ho visto nulla, sappilo, perché non si vedeva, però lui dice di fargli un regalino comunque… Meno di 20 euro glielo fai, no? Tre sono già 60, più 30, non è che posso spendere 100 euro al giorno, giusto caro?”.
“Padre, niente mi manda? Sono senza una lira…”
In un’altra conversazione, Esposito si lamentava con uno degli adolescenti di non essersi fatto più sentire e lui non esitava a chiedere soldi: “Padre Vincenzo niente mi manda a me che sono senza una lira? Dieci euro che mi compro le sigarette…. A me mi devi dire una parola, sì o no” e l’indagato: “No perché non ho niente, ho solo pochi soldi ormai… Stasera parliamo, poi vediamo… Ti mando 10 euro, va bene?”.
La madre di una delle vittime: “Dieci euro li devi dare a me”
Il 10 maggio Esposito chiamava uno dei sedicenni per organizzare una videochiamata. La presunta vittima diceva: “Ieri sono andato a mare… mi sono bruciato tutto” e il prete replicava: “Ti vuoi far vedere?”. Il giovane acconsentiva: “E faccia una videochiamata padre Vincenzo, andiamo…”. Il ragazzo, che è il figlio della donna che è stata arrestata, le riferiva poi: “Dopo mi mandano i soldi a me… 20 euro” e lei rispondeva secca: “Dieci euro me li devi dare a me, non mi interessa niente!”.
Le pressioni per i pagamenti
Gli adolescenti sarebbero stati molto pressanti per ottenere i compensi dopo le prestazioni in chat: “Padre Vincenzo, glieli mandi 10 euro a mio fratello?” e poi uno dei ragazzi sollecitava: “Com’è finita, padre Vincenzo?” e poco dopo: “Padre Vincenzo, che fine ha fatto? Già l’ha fatta (la ricarica, ndr)?”. A quel punto il sacerdote confermava il pagamento e diceva: “Sto mangiando un gelato”. Il giovane chiedeva malizioso: “Ti mangi un bel cono? Faccia finta che è quello mio”.
“A me piacerebbe fare l’amore con te e lui insieme…”
L’11 maggio l’indagato e uno dei giovani avevano difficoltà a sentirsi e Esposito ricordava: “Eh che vuoi, io faccio il prete pure, capisci? Mi arrivano tanti tipi di telefonate, gioia…”. E il giovane: “Io sono geloso, padre Vincè”. Il prete, quasi lusingato, chiedeva se il ragazzo fosse geloso anche di altri adolescenti con cui aveva contatti e la presunta vittima rispondeva di sì: “Ma come – diceva allora Esposito – anche di lui? A me piacerebbe fare l’amore con te e con lui insieme… Non l’ho fatto mai in tre…”. Il sedicenne assicurava: “Lo faremo allora, padre Vincè” e poi aggiungeva: “Mi aiuta allora oggi? Padre Vincè, non è che mi può mandare 50 euro per favore?”. Esposito: “Ti ho detto che ti mando 30 euro perché 20 li ho promessi al nostro caro”. Il ragazzo insisteva: “Ma con questi mi sta facendo il regalo di compleanno… Io lo so che lei me lo fa, lo so che mi vuole bene, amunì, padre Vincè, la mia vita sei! Sei la mia vita!”. L’indagato allora chiedeva: “Senti, ma ti fai vedere un attimo? Ti voglio vedere…”.
“Non faccio sesso con nessuno…”
In un’altra conversazione, Esposito ipotizza che il ragazzino possa raggiungerlo a Perugia e i due immaginano in maniera molto esplicita cosa avrebbero potuto fare insieme: “Lo dobbiamo vedere quello che saprai fare…”, diceva il prete. Il ragazzo raccoglieva la sfida: “E poi vedrai padre! U scasso porca buttana! Ci piace?” e il sacerdote: “Non l’ho provato molto sai, io non sono molto abituato, non ti pensare… Non faccio sesso con nessuno”, il ragazzo rispondeva: “E poi ci provi con me, ci provi con me…”.
“U Signuri ti aiuta, padre Vincè, sei la mia vita!”
Esposito, in un’altra circostanza, proponeva una videochiamata a tre: “Lo sai che ti voglio bene, ma tu lo faresti con lui insieme? Tutti e due? Lui che dice? Ci sarebbero problemi?” e il giovane replicava: “Non ci sono problemi, ma quando mai!”, ma poi arrivava subito al discorso dei soldi: “Padre Vincè, io lo sto chiedendo per favore, me lo fa (la ricarica sulla Postepay, ndr) allora? U Siguri ti aiuta, padre Vincè… Ti voglio bene, la vita mia sei”.
“L’amore è una cosa seria, sei innamorato di me?”
I giovani contavano sul denaro del prete e quando arrivava in ritardo era un problema. Due delle presunte vittime discutevano proprio di questo e una di loro non esitava a dire: “Ma questo ancora soldi non ne ha mandati, vedi che cornuto!”. Poi uno dei due chiamava Esposito: “Ma quanto stai mandando là per me, padre Vincè?” e l’indagato: “Te ne mando 50”. Subito il ragazzino ringraziava: “Ti amo, non che ti voglio bene” e il sacerdote gli ricordava: “Mi dovresti vero amare, mi piacerebbe molto… Gioia mia, l’amore è una cosa seria e se fosse vero io sarei contento davvero… Mi sono fatto una domanda, se tu sei innamorato di me?” e il giovane: “Minchia, mi sono innamorato pazzamente!”.
“Deve essere speciale, non mi deludete…”
E’ stata registrata anche un’altra richiesta del prete: “Se volete mi fate una videochiamata se state insieme, mi fate felice… Non la potete fare appena arrivate a casa? Siete tutti e due? Gliel’hai detto a lui quanto ti amo? La nostra deve essere una cosa speciale… Ci sentiamo questa sera, non mi deludete, vi aspetto!”.
“Ma tu vuoi soldi ogni giorno?”
Il 14 maggio due dei minorenni discutevano della situazione: “Chiama a quello perché vuole sentire a te…” e l’altro: “Ma io non ci chiamo, compà, perché non ne manda soldi!”. Il giovane rispondeva: “Minchia, ma tu ogni giorno soldi vuoi mandati? Gli devi dire: ‘Che fai?’, tanto per… Mi ha detto: ‘Ma perché non mi ha chiamato lui, l’altra volta dovevamo fare la videochiamata insieme’ e gli ho detto: ‘Oggi ha avuto impegni, padre Vincè, è un ragazzo a posto, capace che non ha potuto rispondere’ e mi fa: ‘Io lo voglio bene però lui mi deve chiamare, lo voglio sentire io’, tu ci devi chiamare, cretino!”. Ma l’altro adolescente non era convinto: “Compà, lui mi deve sucare la minchia, glielo hai detto questo? Niente manda oggi?”, ma l’altro insisteva: “No, oggi non gli chiedere soldi, glieli chiediamo domani, tutti e due… Chiamaci oggi e gli dici tanto per, ‘che fai?’ e poi domani ci mandiamo la botta di 30 euro l’uno! Non ti fare mandare soldi oggi!”.