Osservatorio della Rete L'ABUSO

Autore: Francesca Lagatta

  • Esistenza devastata da un orco, ora cerca altre vittime del prete pedofilo

    Esistenza devastata da un orco, ora cerca altre vittime del prete pedofilo

    DI FRANCESCA  LAGATTA

    Il protagonista di questa storia si chiama Roberto ma è un nome di fantasia, perché la sua storia è un racconto di paura e dolore che lo scorrere del tempo non è riuscito ad alleviare. Dai 12 ai 15 anni, Roberto è stato abusato ripetutamente da un orco in abiti talari che all’epoca dei fatti, accaduti nella città di Verona, non è riuscito a denunciare perché intrappolato nella sindrome di Stoccolma, una forma di dipendenza psicologica che sviluppano in genere le vittime di violenza. Successivamente è entrato nel tunnel della depressione dal quale non è più uscito. Il sesso per lui è diventato qualcosa di sporco, tanto da averlo indotto a manifestare delle fobie sociali, come ipocondria ed ossessioni compulsive con rituali di lavaggi di tutto il corpo e delle mani fino a rovinare la pelle. Il suo disagio è testimoniato da una fitta documentazione medica, che non esita a mostrarci. Ma oggi, che è un uomo adulto e ha preso coscienza di ciò che accadde, ha finalmente trovato la forza di chiedere aiuto. Nei giorni scorsi è rivolto a LaC News24 per cercare eventuali altre vittime calabresi del prete, il quale ha frequentato per anni la costa tirrenica cosentina, in particolare Praia a Mare, dove ha esercitato il suo sacerdozio. La pedofilia, ci dicono gli studiosi, è la conseguenza di un impulso irrefrenabile nei confronti di bambini e adolescenti o comunque in soggetti non consenzienti, che implica sofferenza e umiliazione e raramente può essere represso. In altre parole, la pedofilia è una condizione dalla quale non si guarisce.

    Quel flash che gli ha fatto riaffiorare i ricordi

    «La mia vita è finita a 15 anni, il resto è sopravvivenza», dice Roberto. Quelle attenzioni violente e perverse hanno lasciato all’uomo problemi relazionali e sessuali che gli hanno rovinato l’esistenza. Ma la sua mente, come accade a volte a chi subisce gravi traumi, aveva rimosso ogni cosa. Poi però finisce dallo psicologo per risalire all’origine dei suoi disturbi, un‘introspezione lo riporta indietro nel tempo e quei dolorosissimi ricordi, seppelliti in un angolo buio della memoria, riaffiorano prepotentemente. D’improvviso tutto è più chiaro e Roberto decide finalmente di affrontare i fantasmi del passato. Per prima cosa denuncia l’accaduto alle autorità giudiziarie, ma è passato troppo tempo e il reato penale è già prescritto. Parallelamente, intenta un’altra causa, stavolta civile, che, a differenza di quella penale non ha limiti temporali. Contemporaneamente si imbatte in Rete l’Abuso, l’osservatorio italiano di carattere internazionale sui crimini commessi in ambito clericale, trovando nel presidente Francesco Zanardi un aiuto psicologico che gli dà la forza di continuare a lottare.

    L’appello: «Se siete rimasti vittime di abusi, segnalatelo»

    Il sito di Rete l’Abuso rende subito noti i dettagli della storia di Roberto, sottolineando come il pedofilo si stesse godendo la vecchiaia, senza aver fatto mai un giorno di carcere, dopo essersi ritirato a vita privata. Ma, per uno strano scherzo del destino, soltanto qualche settimana più tardi il sacerdote muore a seguito degli acciacchi sopraggiunti per l’età avanzata. Un ulteriore tormento per la vittima, che però non ha frenato la sua ritrovata voglia di giustizia. «Non mi importa che l’abbia fatta franca con la giustizia – dice alla nostra redazione -, ma ho la necessità di fare pace con me stesso, di sapere a quante altre persone ha fatto del male, voglio conoscere quanti hanno subito le mie stesse violenze e convincermi una volta per tutte che non sono stato io a provocare le sue voglie malate, che non è mai stata colpa mia».

    Il servizio sacerdotale a Praia a Mare

    Come impone la prassi clericale, il prete in questione ha girovagato in lungo e in largo nelle parrocchie di tutta Italia, stabilendosi solo temporaneamente nei luoghi a cui era stato destinato. Tra i tanti c’è anche Praia a Mare. «Fu negli anni ’70, non posso dire di quale chiesa si tratta né gli anni precisi, perché il prete essendo ormai morto non può più difendersi e se svelassi pubblicamente la sua identità io cadrei nel torto, ma posso dire che ha esercitato le sue funzioni anche lì e io voglio sapere se all’epoca qualche ragazzino è rimasto vittima della stessa persona». Mentre racconta quei fatti Roberto urla, piange, si dispera, per lui è come se fossero accaduti ieri. Trova a stento la forza di rivolgere un appello ai cittadini praiesi: «Vi supplico, se qualcuno conosce una storia simile alla mia e può collegarla a uno dei sacerdoti di quegli anni, la segnali a info@retelabuso.org». Poi continua. «In tenera età, quando frequentavo il catechismo per la preparazione alla cresima, in occasione delle numerose confessioni settimanali, ho subito delle molestie sessuali e violenze ripetute da questo prete all’interno del confessionale e non solo, anche altrove, al di fuori della parrocchia, ad esempio nella sua camera da letto».

    Lo strano casi dei volantini

    Agli inizi di aprile scorso, qualcuno di notte ha affisso dei volantini nei pressi di una parrocchia di Verona. Nel testo della lettera si chiede di fare luce su una storia di pedofilia che, secondo il documento, coinvolgerebbe un prete. L’episodio non è passato inosservato al nostro testimone, che parla di caso analogo, lasciando intendere che i fatti da lui denunciati si siano svolti proprio lì. «Secondo me si tratta dello stesso prete, perché da quel che ne so ha prestato servizio anche in quella chiesa. Non credo sia un caso che l’abbiano affissi proprio di fronte a quella parrocchia».

    Il caso di Padre Dino

    La città dell’isola Dino, purtroppo, in passato ha già dovuto fare i conti con la presenza di un prete scomodo. A maggio del 2015, Padre Dino, all’anagrafe Placido Greco, che per molti anni fu insegnante di religione alle scuole medie, sacerdote della chiesa Sacro Cuore e rettore del santuario della Madonna della Grotta, è stato arrestato nell’ambito di una operazione con la quale la magistratura ha messo fine a un vasto giro di prostituzione minorile.

    Dagli atti si è scoperto che il suo alter ego era Gabriele Doni, il nome con cui firmava i suoi numerosi romanzi pornografici, oppure Santo Gabriele, come il protettore dei bambini. Due personalità, le sue, impossibilitate a coesistere per sempre in un solo corpo senza che nessuno se ne accorgesse. Il suo computer, hanno detto gli inquirenti, al momento dell’arresto conteneva circa 1700 immagini pedopornografiche che ritraevano ragazzini, rigorosamente di età compresa tra i 13 e i 17 anni, in atteggiamenti inequivocabili con lo sciagurato uomo di chiesa.

    Per Praia a Mare fu uno shock. L’uomo era stato uno dei parroci più amati e apprezzati dai fedeli, un po’ per il suo modo di fare scherzoso e un po’ sopra le righe, un po’ per quella sua capacità innata di attirare a sé i soprattutto i giovani, circostanze che però nella maggior parte della popolazione non avevano destato alcun sospetto. In realtà, nei giorni successivi all’operazione giudiziaria, si scoprì che tra i motivi che lo costrinsero una quindicina d’anni prima a lasciare il centro balneare del Tirreno cosentino, potrebbero esserci anche le gravissime accuse mosse nei suoi confronti, che fino a quel momento erano rimaste riservate.

    https://m.lacnews24.it/85233/cronaca/praia-a-mare-vittima-di-prete-pedofilo-cerca-altri-casi.html
  • Gli audio che incastrano mons. Delpini

    Gli audio che incastrano mons. Delpini

    Crolla miseramente il castello di menzogne messo in campo dalla curia Milanese per difendere l’arcivescovo Mario Delpini: gli audio imbarazzanti di don Carlo Mantegazza.

    L’estremo tentativo di difesa della curia Milanese per cercare di far credere ai fedeli, e forse anche al Santo Padre, che l’Arcivescovo Mario Delpini aveva agito con scrupolo e coscienza quando nel 2011 spostò semplicemente, da un oratorio all’altro, il prete don Mauro Galli accusato di aver abusato sessualmente di un minore, è miseramente e definitivamente crollato.

    Grazie alle dichiarazioni rilasciate dell’ex. Parroco di Rozzano, don Carlo Mantegazza, che aveva seguito il caso avvenuto nella sua parrocchia, fin dalle prime ore, le menzogne della diocesi ed in particolare del suo Pastore, l’attuale Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini (all’epoca Vicario di Zona), vengono miseramente a galla in modo drammaticamente cristallino.

    Alla luce delle rivelazioni inequivocabili oggi apprese, ciò che lascia estremamente basiti è il senso di impunità che traspare: sembra incredibile come nonostante la Diocesi di Milano, ma anche probabilmente la Santa Sede, disponesse di tutte le informazioni da molto tempo (da ormai almeno tre anni), abbia potuto costruire un castello di sabbia basato su delle menzogne che sapeva potessero emergere in qualsiasi momento.

    Probabilmente contava sul fatto che il Parroco potesse essere facilmente condizionato, come probabilmente è anche accaduto, infatti nell’interrogatorio in aula davanti al Giudice del tribunale di Milano, Ambrogio Moccia, don Carlo si guarda bene dal svelare quanto a sua conoscenza…

    Tuttavia l’avvocato della Curia, prof. Mario Zanchetti, aveva a disposizione tutte le prove riscontrate durante le indagini preliminari (intercettazioni telefoniche, documenti, corrispondenza con il Cardinale Scola, interrogatori della Polizia, registrazioni dei colloqui ecc.); come anche il promotore di giustizia, don Desiderio Vajani, del tribunale ecclesiastico Diocesano aveva quanto rilasciato dai familiari della presunta vittima che nella massima trasparenza e ancora una volta fiducia nella chiesa, o meglio nel suo organo di giustizia interna, appunto nella speranza di essere ascoltati, consegnarono tutte le “evidenze” in loro possesso proprio per dimostrare la verità (documenti, registrazioni dei diversi colloqui, trascrizioni, corrispondenza ecc.).

    Come è dunque possibile un tentativo di difesa così goffo e fragile???

    Vediamo in sintesi di cosa si tratta.

    Indipendentemente dall’esito del processo Penale, che fortunatamente non è in mano alla gerarchia ecclesiastica, ciò che è evidente, in quanto normato dal diritto canonico, è anche indicato precisamente dalle linee Guida della CEI (rispetto a cosa deve fare un Vescovo quando viene a conoscenza anche solo di un sospetto di un possibile o probabile abuso da parte di un sacerdote).

    Il Vescovo ha l’obbligo di avviare una indagine interna detta “indagine previa” proprio con lo scopo di fugare immediatamente ogni dubbio di veridicità o meno del sospetto di un reato, non ha il compito di provare o escludere che ci sia realmente stato un abuso, quel compito spetta poi al giudice.

    Se viene verificato il fondamento del sospetto, si avvierà un processo canonico, come poi è stato avviato per don Mauro Galli, ma in questo caso con tre anni di ritardo dal momento del sospetto, e solo l’anno successivo a quando ormai aveva preso avvio la procedura penale di Stato.

    “Quando il Vescovo abbia notizia di possibili abusi in materia sessuale nei confronti di minori ad opera di chierici sottoposti alla sua giurisdizione, deve procedere immediatamente a un’accurata ponderazione circa la verosimiglianza di tali notizie (2).”

    (2) Il can. 1717 del codice di diritto canonico dispone infatti che l’indagine previa abbia luogo quando l’Ordinario abbia notizia «almeno probabile» di un delitto.

    “A tal fine, il semplice trasferimento del chierico risulta generalmente inadeguato, ove non comporti anche una sostanziale modifica del tipo di incarico.”

    Quindi si tratta di essere venuti a conoscenza di una possibilità, da verificare, non della certezza preventiva che sia avvenuto un abuso.

    Nel caso Milanese che coinvolge mons. Delpini, tutta la ricostruzione che la Curia si è precipitata a diffondere con ogni mezzo (Comunicato sul sito ufficiale della Chiesa di Milano “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”, mailing list, articoli su quotidiani, comunicazioni radiofoniche ecc.), si basa sul far credere che mons. Delpini abbia agito di volta in volta con “scrupolo e coscienza” in base alle informazioni “mutevoli” che di volta in volta gli venivano date in un crescendo di disposizioni cautelative addirittura preventive senza un sussistente motivo reale.

    Premesso che lo stesso monsignore (Delpini) dichiara alla Polizia (che nel frattempo aveva già disposto le intercettazioni telefoniche e quindi risultava pericoloso mentire…) che:

    • Don Carlo Mantegazza (Parroco di Rozzano all’epoca dei fatti) gli aveva subito detto nella telefonata avvenuta i primi giorni dopo il presunto abuso (tra il 20 e il 23 dicembre 2011) che il ragazzo aveva segnalato presunti abusi sessuali
    • Delpini ha ammesso di aver preso lui la decisione di spostare il prete, don Mauro Galli, da Rozzano a Legnano
    • Infine dichiara che era a conoscenza dell’incarico assegnatogli ancora con i minori nella pastorale giovanile.

    Il comunicato della Curia Milanese dice che la parola “abuso” era ben lontana dalla narrazione:

    “…Primo fra tutti è che l’episodio contestato risale al 2011, quando ancora nessuno era a conoscenza di quanto realmente accaduto e soprattutto quando ancora la parola “abuso” si manteneva distante dal racconto della vicenda.  E infatti solo nel luglio 2014…” 

    Ovviamente la Diocesi per cercare di salvare mons. Delpini deve sostenere che non si immaginava neanche lontanamente che potesse essere avvenuto qualcosa quella notte, ammettono però che effettivamente il sacerdote, con una grave imprudenza, aveva portato nel suo letto il minore ma non potevano assolutamente ipotizzare nulla (nonostante il ragazzo si era subito sentito male il giorno successivo a scuola e nonostante avesse subito detto il giorno stesso a don Alberto Rivolta (collaboratore del parroco don Carlo Mantegazza) che lo aveva trovato scioccato e che era successo qualcosa di brutto quella notte con don Mauro “…quello che si può immaginare…”).

    Si legge nel comunicato: “…Nell’immediatezza dei fatti ora oggetto di indagine – siamo nel dicembre 2011 – era emerso soltanto che don Mauro Galli aveva ospitato presso la sua abitazione il ragazzo (con il consenso previo dei genitori del minore) dormendo quella notte nello stesso letto a due piazze…” La deposizione stessa dell’imputato (agli atti), esplicita su precisa domanda che si trattava di un letto matrimoniale non a due piazze…

    E ancora… “…Un atteggiamento – quello del sacerdote – di sicuro gravemente imprudente, ma che – stando alla conoscenza dei fatti dell’epoca – di certo impediva di ipotizzare qualsivoglia reato…”

    La Curia deve sostenere che non poteva immaginare nulla altrimenti mons. Delpini aveva l’obbligo di avviare l’indagine previa (che non avviò) e non avrebbe potuto spostare il prete ancora a contatto con i minori (che invece viceversa spostò in ben quattro oratori), pena rincorrere nella sua stessa rimozione come prevede il diritto canonico rafforzato esplicitamente su questo punto dal chiarimento interpretativo di Papa Francesco in forma di Motu Proprio.

    “Il Diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto (cfr can. 193 §1 CIC; can. 975 §1 CCEO). Con la presente Lettera intendo precisare che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei Vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili, previsti dal MP Sacramentorum Sanctitatis Tutela promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal mio amato predecessore Benedetto XVI. In tali casi si osserverà la seguente procedura.”

    Eppure il verbale delle deposizione di Delpini era già nella disponibilità dell’avvocato della Diocesi quando è stato emanato il Comunicato…

    In ogni caso la Curia sostiene di muoversi scrupolosamente:

    “…Testimoniano invece con evidenza l’intento di operare con scrupolo e coscienza, nel rispetto di tutte le parti, nell’ossequio delle prescrizioni canoniche e delle leggi italiane, decidendo ogni volta con gli elementi e le informazioni disponibili in quel momento…”

    Delpini sposta il prete anche se “non c’era nessun motivo oggettivo” e il comunicato attribuisce la decisione al Vicario generale di allora, mons. Redaelli, che aveva dovuto firmare il provvedimento che lo stesso mons. Delpini dichiara essere suo quando viene interrogato dalla Polizia

    “…Don Mauro viene quindi trasferito da Rozzano a Legnano con provvedimento dell’1 marzo 2012, firmato dall’allora Vicario Generale della Diocesi monsignor Carlo Redaelli…”

    In cosa consiste lo scrupolo messo in atto anche in assenza di elementi e informazioni disponibili in quel momento?

    Si legge nel comunicato: “…Con il trasferimento a Legnano don Mauro viene affidato in modo particolare a due sacerdoti per un accompagnamento personale…”

    Delpini sposta il prete di fretta e furia ma lo affida a due sacerdoti:

    • Il parroco di Legnano (nuova destinazione del don Galli)
    • Il padre spirituale di don Galli, don Angelo Cazzaniga.

    I due sacerdoti dovevano essere i garanti, coloro che avrebbero dovuto vigilare…

    E’ a questo punto che il parroco don Carlo Mantegazza, che sapeva bene ciò che aveva detto lui personalmente a mons. Delpini e mons. Pierantonio Tremolada, non riesce più a trattenersi, incredulo evidentemente non può più in coscienza tacere, non riesce più a trattenere l’indignazione… Il suo Vescovo mente, e mente spudoratamente… non è accettabile per un parroco che predica il Vangelo, i valori dell’onestà, della verità con la “V” maiuscola.

    DELPINI SAPEVA FIN DAI PRIMI GIORNI:

    “…io ho parlato in quei giorni li, prima di natale, dopo natale, sia con Delpini in diretta, sia con Tremolada per telefono per diverse volte, va be, se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini. Se Delpini viene a dirvi, a settembre, che lui quelle robe li non le ha mai sentite, è un gran figlio di puttana, lo dico seriamente perché questo noi gli abbiam detto dal primo giorno, al giorno in cui finalmente ci ha detto, va bene lo spostiamo…”

    IL PARROCO DI LEGNANO NON SAPEVA NULLA:

    “…e poi se vanno là a chiedere che cosa hanno detto al parroco di là perché… voglio dire, io poss.. posso anche dire: “lo metto io da un’altra parte” se lo affido a una persona che so che è il massimo che c’è sul mercato, posso anche dire: “guarda te lo metto li, lui dovrebbe fare un percorso… però so che ci sei tu che me lo blindi”… cazzo poi dopo scopri che invece al parroco quasi non gli han detto niente!!!…”

    PER IL PADRE SPIRITUALE DI DON MAURO GALLI, E DI DON CARLO MANTEGAZZA, E’ SCANDALOSO:

    “…io la roba l’ho seguita anche dal punto di vista del suo padre spirituale che è anche il mio, e noi ci vedavamo spesso in quel periodo li, facevamo a gara a chi si sbattezzava di più, se rimettiamo in ordine tutte le robe che sono state fatte in quel periodo li, si che è scandaloso…”

    Dunque tutta la tesi in difesa di mons. Delpini, sostenuta dalla Diocesi da lui governata attraverso il suo organo di comunicazione ufficiale, si dissolve inesorabilmente svelando in modo crudo e cruento tutte le falsità e le menzogne che la qualificano e che qualificano il suo più alto rappresentante.

    Clicca sul video per ascoltare quanto svelato dal parroco don Carlo Mantegazza.

    Quindi la Verità è che:

    • Delpini sapeva perfettamente che don Mauro aveva portato a letto un minore che da subito aveva segnalato presunti abusi sessuali riferiti a mons. Delpini personalmente dall’autorevole parroco di Rozzano don Carlo Mantegazza (non da voci di corridoio), in più occasioni sia prima che dopo il natale del 2011 ovvero nei giorni immediatamente dopo la fatidica notte;
    • Delpini non avvia alcuna indagine canonica obbligatoria in caso di sospetto (indagine previa) nonostante anche don Mauro Galli gli avesse personalmente confessato di aver portato nel suo letto matrimoniale il minore;
    • Delpini decide di insabbiare il caso il prima possibile (giusto il tempo tecnico materiale per trovare una nuova ubicazione) spostando il prete da Rozzano a Legnano ancora una volta a contatto con i minori come lui stesso ammette quando è interrogato dalla Polizia;
    • Delpini mente dichiarando di aver affidato il prete al parroco di Legnano al quale in verità non viene detto nulla circa i reali motivi del repentino spostamento a metà anno, e solo dopo sei mesi dall’ordinazione sacerdotale di don Mauro Galli;
    • Delpini mente quando sostiene di esserci avvalso dell’affidamento al padre spirituale, don Angelo Cazzaniga, che viceversa afferma essere scandaloso il comportamento del Vescovo.

    Questa è la cruda ed orrenda realtà, tuttavia per onestà va comunque detto che non bisogna generalizzare, anche se un migliaio di sacerdoti ridevano alle battute infelici dell’Arcivescovo quando nella Cattedrale dopo la Messa crismale (29 marzo 2018 – Duomo di Milano), sosteneva di non impressionarsi, anche se accusato di tutti i mali del mondo, della contrazione dell’universo, lui va a dormire e poi si dimentica tutto…

    Ci sono altri sacerdoti nella stessa diocesi di Milano che si prodigano tutti i giorni per la Verità e pur non avendo il coraggio di esporsi pubblicamente, si vergognano del loro vescovo, vorrebbero dirgli di smetterla di farli vergognare di essere preti di questa chiesa Ambrosiana, e dunque collaborano attivamente rischiando in proprio perché credono nel Vangelo e nella Giustizia senza compromessi.

    Per questo motivo si ringraziano i sacerdoti che hanno collaborato per rendere trasparenti queste informazioni.

    Redazione Web

  • Don Marino Genova condannato a sei anni di carcere per atti sessuali con minore

    Don Marino Genova condannato a sei anni di carcere per atti sessuali con minore

    So quanto Giada ha sofferto, ho visto di persona quando sono andato da lei a Portocannone cosa era costretta a subire dai suoi compaesani, che adesso dovrebbero almeno chiedere scusa per quelle cattiverie.

    Un’altra vittoria per noi vittime della Rete, un altro passo avanti che deve dare il coraggio a chi come Giada 4 anni fa, oggi è all’inizio di questo percorso, tutto in salita ma che porterà anche loro alla giustizia che oggi Giada Vitale sta festeggiando».

    A pronunciare queste parole è Francesco Zanardi, presidente e portavoce di Rete L’Abuso, l’associazione nazionale che combatte quotidianamente contro gli abusi e i reati commessi in ambito clericale, seguendo centinaia di vittime e il loro casi controversi. Giada Vitale, invece, è una giovane donna che a soli 13 anni, con una vita allora in precario equilibrio, ha avuto la sfortuna di incontrare sul suo cammino don Marino Genova, all’epoca sacerdote a Portocannone. L’uomo, dall’alto dei suoi 55 anni e del suo ruolo di educatore, avrebbe intrapreso una relazione sessuale con la bambina due mesi prima che compisse 14 anni. Per questo è stato condannato nel pomeriggio, dal tribunale di Larino, a 6 anni di carere per atti sessuale con minore. Una vittoria costata anni di sofferenze e udienze, che comunque rimane una vittoria a metà. Il giudice Daniele Larino aveva precedentemente prosciolto il parroco dall’accussa di violenza sessuale poiché i rapporti intimi, confessati dal prete, sarebbero rientrerati nel contesto di una relazione amorosa che godeva il consenso di entrambi. E lo aveva assolto rinviandolo a giudizio per i fatti avvenuti nei soli due mesi nei quali Giada non aveva ancora compiuto 14 anni, e non per abuso ma per atti sessuali con minori. Una derubicazione di reato che comunque non è servita ad evitare una condanna pesante a don Marino Genova.

    La condanna è comunque una sentenza del primo grado di giudizio e prima di parlare pienamente di giustizia si dovrà attendere fino alla pronuncia della Cassazione.

    E il Vaticano? A San Pietro, pur informati sui fatti, non muovono un dito per ridurre don Marino Genova allo stato di laicità, in compenso continuano a garantirgli vitto, allloggio, stipendio e protezione in uno di quei “centri di recupero” religiosi per preti con problemi legati alla sfera sessuale.

    Fortunatamente in questi anni, Giada non è rimasta sola, ma ha potuto contare sull’aiuto della squadra di Rete L’Abuso, e in particolar modo del presidente Zanardi, che ha seguito personalmente passo passo l’intera vicenda. L’aiuto dell’associazione è stato fondamentale soprattutto quando Giada, oltre al dolore per ciò che aveva subito, ha dovuto fare anche i conti con l’ignoranza e la cattiveria di un piccolo pesino di provincia, dove l’abusata ha sempre la colpa di aver provocato l’abusatore, soprattutto se l’abusatore indossa un abito talare. Che se ti metti contro il prete niente niente si arrabbia Dio e comincia a lanciare fulmini e saette sulle perpetue e “infedeli”.

    di Francesca Lagatta

    http://www.francescalagatta.it/don-marino-genova-condannato-anni-carcere-atti-sessuali-minore/

  • Sesso tra don Marino Genova e l’ex parrocchiana 13enne: sentenza fissata per il 3 ottobre

    Sesso tra don Marino Genova e l’ex parrocchiana 13enne: sentenza fissata per il 3 ottobre

    Dopo quattro anni di processi, udienze, umiliazioni per l’ex parrocchiana Giada Vitale, e una mole di perpetue e sacerdoti in aula pronti a difendere l’operato dell’ex guida spirituale di Portocannone, don Marino Genova, la controversa vicenda giudiziaria si chiuderà definitivamente il prossimo 3 ottobre 2017 su decisione del giudice Michele Russo che ha presieduto il collegio lo scorso giugno.

    Il processo era balzato agli onori di cronaca nazionale quando il giudice Daniele Colucci, in servizio al tribunale di Larino, aveva assolto il prete definendo il rapporto tra i due una vera e propria relazione amorosa. Non era bastato che don Marino Genova, all’epoca dei fatti 55enne, ammettesse di aver avuto rapporti sessuali con la ragazzina per 4 anni e non era servito nemmeno che i medici testimoniassero un grave disagio psicologico della giovane parrocchiana di Portocannone, in Molise, dovuto alla perdita degli affetti più cari (clicca qui per leggere la storia).

    Giada Vitale, oggi 21 anni, sarebbe stata consenziente ai rapporti intimi e la prova sarebbe la mancata reazione della giovane, che per 4 anni era rimasta come ipnotizzata da don Marino Genova.

    In realtà a Giada quella condizione non le piacevano affatto, tanto da lasciare la scuole e finire sotto psicofarmaci, ma trova la forza di ribellarsi solo all’età di 17 anni. Prima la denuncia al Vescovo, che tutto quello che fa è spostare don Marino in un’altra parrocchia, poi quella penale, con la quale finalmente si apre un processo a carico dell’indagato, ma diviso in due fascicoli.

    Il giudice, in pratica, fa una netta distinzione tra ciò che è avvenuto quando la vittima ha ancora 13 anni, e quando, tre mesi dopo dall’inizio dei rapporti sessuali, compirà il 14° compleanno. Da qui in poi il giudice assolve don Marino, specificando anche che non essendo egli uno psicologo, non era tenuto a a badare alla condizione psicologica della vittima, in quanto prete e non psicologo. Nella sentenza è scritto così.

    Ma anche per ciò che è avvenuto dall’aprile al giugno del 2009, e cioè quando Giada ha ancora 13 anni, il giudice è inspiegabilmente, assai clemente. Il prete viene sì rinviato a giudizio ma, sempre nell’ottica del consenso, tanto che il capo di imputazione viene derubicato ad atti sessuali con minore. Il reato, comunque, è punito dal Codice Penale all’articolo 609-quater, che sanziona con la reclusione da cinque a dieci anni «la condotta di chiunque compie atti sessuali con persona che al momento del fatto non ha ancora compiuto quattordici anni».

    Il contro alla rovescia per appurare se Giada Vitale avrà la sua misera fetta di giustizia è già iniziato.

    Il caso è seguito dall’associazione Rete l’Abuso onlus del presidente Francesco Zanardi e dalla consigliera regionale del Molise Nunzia Lattanzio. 

    http://www.francescalagatta.it/sesso-don-marino-genova-lex-parrocchiana-13enne-sentenza-fissata-3-ottobre/

  • ‘Chiesa e pedofilia, il caso italiano’, Tulli e Zanardi presentano il libro di cui nessuno vuole parlare

    ‘Chiesa e pedofilia, il caso italiano’, Tulli e Zanardi presentano il libro di cui nessuno vuole parlare

    Presentato ieri il libro “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” nella libreria di viale Libia

    Chi lo ha letto, giura che “Lussuria” scritto da Emiliano Fittipaldi, il giornalista prima incriminato e poi assolto dal Vaticano, a confronto sembri un fumetto per ragazzi, tante sono scottanti le rivelazioni contenute nell’opera di Federico Tulli. Eppure, la stampa nazionale continua a far finta di non conoscerne l’esistenza. Silenzio tombale.

    Ma ieri, la firma storica di Left, la rivista settimanale di sinistra, lo ha presentato a Roma, a pochi passi dal Vaticano. Ed è proprio nella città-Stato che la pubblicazione ha creato il maggior imbarazzo. Il contenuto non solo fa riferimento ai preti pedofili, di cui ormai tutti parlano, ma mette in discussione la figura di Bergoglio, che, contrariamente a quanto predica dal famoso davanzale di Piazza San Pietro, sarebbe complice delle ignobili coperture perpetrate dalla Chiesa nei confronti dei carnefici di bambini.

    Pubblicare “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” non è stato affatto semplice. C’è voluta la coraggiosa casa editrice “L’Asino d’oro” e l’altrettanto impavida libreria Feltrinelli di viale Libia 186 per presentarlo al pubblico. Per fortuna, l’autore era in ottima compagnia. L’organizzazione è stata affidata a a Uaar cioè Unione degli Atei degli Agnostici e dei Razionalisti, che ha inviato uno dei suoi componenti, Francesco Troccoli, a moderare il convegno.

    Alla chiamata ha risposto anche Francesco Zanardi, l’uomo che per primo in Italia ha squarciato la sacralità dei segreti inconfessabili che per secoli sono stati custoditi entro le mura della Santa Sede. Il savonese, presidente dal 2009 dell’associazione Rete L’Abuso Onlus, l’unico osservatorio nazionale dei reati commessi in ambito clericale, è intervenuto durante il dibattito per portare la sua personale testimonianza.

    L’occasione si è dunque prestata per raccontare anche l’ormai nota vicenda dell’istituto religioso per sordomuti Provolo di Verona (clicca qui per leggere la storia), venuta alla luce proprio grazie a Zanardi, a cui una trentina di presunte vittime hanno confessato in un video le terribili violenze psicologiche e sessuali subite per oltre un trentennio da parte di numerosi volontari, tra cui anche alcuni parroci (clicca qui per guardare il video di Rete L’Abuso). Grazie alle sue denunce, oggi la magistratura sta indagando a tutto spiano sulla vicenda.

    CHI E’ FEDERICO TULLI (dal suo blog) – Collabora da sempre con Left, dove per sei anni ha curato la rubrica scientifica. Si occupa di salute, bioetica, diritti civili, laicità dello Stato e svolge inchieste su temi inerenti la tratta di esseri umani, i fondi alla ricerca scientifica, la sanità pubblica e privata, la pedofilia nel clero cattolico e nella società, i rapporti Stato-Chiesa di Roma. Da giugno 2015 collabora con il settimanale uruguayano Brecha, diretto da Daniel Gatti, e con la rivista Critica liberale. Da maggio 2015 collabora con il settimanale Riforma e con Latinoamerica la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Da ottobre 2014 scrive su MicroMega online e cura un blog occupandosi di Chiesa e pedofilia. Da maggio 2012 è collaboratore di Globalist. A marzo 2012 ha fondato il magazine online di cultura e scienza Babylon Post, di cui è curatore. Da gennaio 2012 è condirettore della testata online Cronache Laich. Da settembre 2008 a febbraio 2012 è stato redattore del quotidiano Terra curando le pagine di cultura, scienza e salute. A dicembre 2010 ha creato un blog-rassegna stampa sui casi di pedofilia nel clero cattolico ora trasferito sulla pagina Facebook Chiesa e pedofilia, il caso italiano. Dall’aprile del 2006 ha scritto articoli e inchieste per i seguenti periodici: Sette del Corriere della Sera, Imprese agricole, Macchine agricole, Ilaria cooperazione, Impianti solari. Da marzo 2006 a settembre 2008 ha lavorato all’agenzia stampa Il Velino. Qui ha creato ed è stato il responsabile del servizio agroalimentare firmandone la rubrica di approfondimento e pubblicando una lunga inchiesta raccolta ne “Il libro bianco del tabacco”. Nel 2010, per L’Asino d’oro edizioni, ha pubblicato il libro “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”. Nel 2012 è uscito “I Laic” (Tempesta editore), redatto con i colleghi di Cronache Laiche. Nel 2014, di nuovo per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato il secondo saggio sulla pedofilia clericale dal titolo: “Chiesa e pedofilia, il caso italiano”.

    http://www.francescalagatta.it/chiesa-pedofilia-caso-italiano-tulli-zanardi-presentano-libro-cui-nessuno-vuole-parlare/

  • Caso Gaetano Incardona, quando il giornalismo catapulta le vittime nel girone della gogna mediatica

    Caso Gaetano Incardona, quando il giornalismo catapulta le vittime nel girone della gogna mediatica

    Lei è una ragazza sicula e bella, ha lunghi capelli e un corpo sinuoso, lui è Gaetano Incardona, ex arciprete della basilica di Augusta in ottimi raporti con il vescovo e assai venerato dalle parrocchiane. I loro destini si incrociano, purtroppo, nel febbraio di quattro anni fa, quando la giovane decide di confessarsi e si reca in sacrestia, ma, anziché l’assoluzione, riceve le lusinghe e le perversioni dell’uomo celate sotto un abito talare. La donna si agita, lo respinge, ma don Gaetano la molesta per lunghissimi minuti lasciandole addosso una puzza di sudiciume che per giorni la fa vomitare. Quando finalmente riesce a divincolarsi, corre in caserma a denunciarlo, ma senza prove, le dicono, nessuno può muovere un dito.

    Così, ricoperta di microspie, si reca nuovamente in sacrestia, dove don Gaetano cede nuovamente alle pulsioni sessuali. Qualche ora più tardi, le volanti giungono a sirene spiegate proprio innanzi l’abitazione di Incardona, che, in via cautelare, per qualche giorno diventa la sua prigione. Ma se la magistratura si riserva di sentenziare dopo il processo, i cittadini si schierano dalla parte del prete ed emettono nell’immediato la condanna per la giovane: è una poco di buono perché è stata lei a provocare il prete, il quale, dopo un primo imbarazzante silenzio, chiaramente nega ogni cosa.

    La pena da scontare per la vittima è esecutiva e inoppugnabile, subisce le umiliazioni più disparate, che vanno dalle offese piovute mentre è a passeggio per strada fino all’ordine perentorio di uscire fuori dai negozi ove la sua presenza non è affatto gradita. E’ la Sicilia del 2013, che però somiglia ancora tanto al Meridione degli anni ’20. Poco male, la denuncia scandalosa dà coraggio ad altre persone, poco alla volta escono fuori altri sconcertanti storie, tra cui quella di un’altra donna che assomiglia particolarmente a quella già raccontata. I giudici del tribunale di Siracusa il 16 novembre 2015 in primo grado condannano l’imputato a 5 e 3 mesi di reclusione per abusi sessuali nei confronti delle due vittime al momento accertate. Sembra fatta, i traumi della vicenda non si possono cancellare, ma la giustizia pare aver trionfato e si può tornare a guardare al futuro con serenità.

    Ma la gioia dura poco. Pochi giorni fa il tribunale ha depositato le motivazioni della sentenza e la stampa, giustamente, non si lascia sfuggire l’occasione di renderle note. Peccato, però, che il cronista, in barba ad ogni regola deontologica, riapre ferite mai rimarginate del tutto e fa di nuovo sprofondare le persone e le famiglie coinvolte nel girone infernale della vergogna. Le motivazioni vengono pubblicate integralmente, senza omissis, senza tutelare il diritto alla privacy e alla riservatezza. Forse per sfamare la curiosità bulimica dei lettori, forse per vendere qualche copia in più, forse perché l’erotismo rimane sempre una buona esca per i lettori o forse solo perché il giornalismo ha ormai dimenticato il suo ruolo originale, il giornale titola a caratteri cubitali: “Mi ha leccato anche il collo, un lobo dell’orecchio…”. Sotto i nomi delle vittime. Ma anche la data di nascita, la professione, gli stralci delle testimonianze, nude e crude, così come erano state riferite agli inquirenti, e i particolari inquietanti della vicenda. Ma a che serve una giustizia che fa il suo corso se chi subisce una qualsivoglia forma di violenza corre sempre il rischio di sprofondare negli inferi della gogna mediatica?

    Francesca Lagatta

    ufficiostampa@retelabuso.org

  • Pedofilia clericale, Rete L’Abuso menzionata nel libro “Lussuria” di Emiliano Fittipaldi

    Pedofilia clericale, Rete L’Abuso menzionata nel libro “Lussuria” di Emiliano Fittipaldi

    In principio fu Gianluigi Nuzzi, cronista di lungo corso e volto noto della tv. Nel libro che pubblicò nel 2015, lo scandaloso “Via Crucis”, il giornalista aveva menzionato il savonese Francesco Zanardi dedicando due intere pagine al caso del Cardinale Domenico Calcagno, nell’opera ribattezzato “Cardinale Rambo” per via della nota passione che il Monsignore nutriva per le armi, tanto da diventarne un collezionista. Dalla documentazione in possesso dell’autore, risulterebbe una presunta protezione ad un prete pedofilo, le cui malefatte furono denunciate al prelato proprio dal presidente della Rete L’Abuso che avvisò Calcagno. Ma Calcagno, riporta Nuzzi, riferì a Zanardi di non recarsi alla magistratura «in quanto il prete era una persona molto fragile e avrebbe potuto suicidarsi e io l’avrei poi avuto sulla coscienza»”. Inutile ricordare che per quel libro il Vaticano mise Nuzzi a processo per mesi, così come accadde a Emiliano Fittipaldi, giornalista partenopeo, attualmente punta di diamante de L’Espresso, ma già firma per Il Mattino e il Corriere della Sera. Ed è proprio Fittipaldi che stavolta prende spunto dalle centinaia di episodi denunciati dalla onlus nazionale e le inserisce in “Lussuria”, il nuovo libro che proprio come il precedente “Avarizia” promette di diventare un best seller in molti angoli del pianeta. A darne notizia è lo stesso giornalista in un curioso scambio di battute su facebook. «Caro Francesco – tweetta il cronista napoletano – solo per dirti che nel libro sei citatissimo». C’è da scommettere che in Vaticano attendano l’uscita con trepidazione.

    Francesca Lagatta

    Ufficio stampa Rete L’ABUSO

  • Sentenza shock al Tribunale di Larino, per il giudice i rapporti tra don Marino Genova e la 14enne Giada Vitale erano consenzienti

    Sentenza shock al Tribunale di Larino, per il giudice i rapporti tra don Marino Genova e la 14enne Giada Vitale erano consenzienti

    È l’aprile del 2009. Giada Vitale, ha 13 anni  appena, ha perso da poco l’adorata nonna e il suo papà, è fragile, è confusa, e, soprattutto, è ancora una bambina. Per soffocare quel dolore, prende parte alle prove del coro parrocchiale, per sentirsi meno sola e perché lì dentro si sente al sicuro, confortata dallo sguardo misericordioso di quel Cristo sulla croce in fondo alla chiesa. Si fida la piccola Giada, si fida di chiunque e cerca amore negli occhi di quelle persone che, occhi al cielo e mani alzate, invocano Dio da mattina a sera.

    Si fida ciecamente anche di don Marino Genova, anche quando, con la scusa dell’amore e della misericordia, comincia ad accarezzarle prima il viso, poi il corpo, congedandosi con una benedizione e tanto di segno della croce in fronte. Ha 55 anni don Marino, dice messa nella chiesetta di Portocannone, cittadina molisana di 2600 anime, e per Giada è un punto di riferimento spirituale, uno che potrebbe essere considerato un padre, soprattutto da quando la vita le ha portato via il suo senza pietà, all’improvviso.

    Così, Giada intrattiene rapporti intimi con quell’uomo per quattro anni, durante i quali lei ne diventa completamente succube. Se lui le chiede di andare a casa, lei va. Se lui si spoglia, lei già sa cosa fare. Agisce in automatico, non riesce a reagire, a denunciare, ad opporsi alla sua volontà. Come se il suo cervello avesse smesso di ragionare. Così come raccontano tutte le vittime di abusi sessuali.

    Ma fortunatamente, il corpo della ragazzina, a lungo andare, si ribella al posto suo. Lo stomaco e la testa fanno i capricci, non riesce a concentrarsi, tanto che, a un certo punto, deve lasciare la scuola. È arrabbiata, delusa e fortemente provata. E quando qualcuno se ne accorge, ha già 17 anni. Ma per Giada è l’inizio di una nuova vita. È come se improvvisamente avesse preso coscienza di ciò che le era accaduto. La donna con cui si confida, la convince a recarsi dal Vescovo e raccontargli tutto. È ottobre del 2012.

    Quando Monsignor Gianfranco De Luca, ancora oggi a capo della diocesi, sente la versione della giovane, chiede spiegazioni a don Marino. Il prete, come un bimbo scoperto a rubare caramelle, conferma tutto. Ed ecco che arriva la punizione “esemplare”: viene allontanato dalla parrocchia. Da Portocannone va a dire messa in quel di Termoli, un mese dopo, senza che nessuno lo avesse nemmeno affidato a una qualche chiesa.

    A quel punto, Giada non ha che da presentare formale denuncia in Procura. Ma ha timore per quello che potrebbe succedere, delle chiacchiere della gente, delle ritorsioni, e, prima di trovare il coraggio, passano sei mesi. Le accuse sono gravissime, gli episodi descritti nella querela mostrano un quadro raccapricciante. La ragazzina racconta di molestie, palpeggiamenti e carezze, che molto spesso sfociavano in rapporti sessuali. Ma le leggi vaticane, per tutto questo schifo, prevedono una pena, che pena, a conti fatti, non è. Nell’autunno 2013, la Dottrina per la Congregazione della Fede infligge due anni di sospensione “a divinis” e un po’ di riposo  in una di quelle strutture in cui dicono di curare i preti affetti da patologie legate alla sfera sessuale. Per 24 mesi è interdetto dalle sue funzioni sacerdotali.

    Ma il peggio di questa triste storia arriva con la sentenza del giudice Daniele Colucci, in servizio al tribunale di Larino, il quale scrive, nero su bianco, che, quella tra Giada Vitale e don Marino Genova, è da considerarsi una vera e propria relazione amorosa. Con il consenso di entrambi, anche se Giada era poco più che una bambina, aveva perso da poco i suoi affetti più importanti ed era plagiata al punto di non avere la forza di reagire. Anche se il PM ha parlato di consenso ancora prima di concederle il colloquio.

    Così, Colucci, assolve don Marino da tutti i suoi peccati, anche perché, si sottolinea nella sentenza, seppure l’adolescente fosse psicologicamente fragile e incapace di reagire, il parroco, non essendo uno psicologo, non poteva accorgersi del disagio mentale. Non era tenuto a somministrargli alcun farmaco. È scritto proprio così.

    Lo rinvia, però, a giudizio, per i reati perpetrati tra l’aprile e il giugno del 2009, periodo durante il quale Giada intratteneva la “relazione amorosa” con il prete ma non aveva ancora compiuto 14 anni. Ma, tenuto conto che, come si difende l’indagato, si è trattato solo di baci innocenti e qualche palpatina, contrariamente a quanto sostenuto dall’accusa, il giudice ipotizza unicamente il reato di atti sessuali con minore, facendo leva, ancora una volta e implicitamente, sul consenso della vittima. Non si tratta, quindi, né di pedofilia né abusi sessuali. Così è deciso.

    A Giada Vitale, oggi 20enne e discreta musicista, le ferite dell’anima tornano a sanguinare come quando quell’uomo, adulto e perverso, diceva di volerle bene come Gesù Cristo e invece le stava portando via, per sempre, una parte di sé. E con la voce rotta di rabbia e disperazione, dopo mesi di silenzio nel quale si era rintanata, oggi torna a chiedere giustizia allo Stato italiano e di rivedere un processo per molti aspetti ambiguo: «Vi prego,  fate riaprire il mio caso.».

    Fortunatamente, la ventenne non è sola. Già da tempo, il suo caso è stato preso in carico dall’associazione nazionale Rete l’Abuso onlus, che, dal 2009, opera come osservatorio permanente sui crimini sessuali commessi in Italia dalle confessioni religiose, garantendo protezione e aiuto alle vittime dei preti pedofili. Il presidente Francesco Zanardi, che segue la vicenda personalmente, ha espresso tutto il suo disappunto per una sentenza ingiusta e di cattivo esempio. «Al di là del caso Vitale, che parla da sé – specifica Zanardi -, tale verdetto mortifica tutte le vittime di abusi e violenze sessuali. È una sentenza che legittima chiunque a sfogare le proprie pulsioni sessuali, qualora l’abusato non può o non ha il coraggio di ribellarsi.». Poi conclude: «Questa sentenza crea un precedente aberrante, ma noi non permetteremo che l’intera vicenda passi inosservata, e di certo non lasceremo mettere la parole “fine”».

    Francesca Lagatta

    ufficiostampa@retelabuso.org

  • Chiesa&politica, a Praia a Mare (Cs) il Vescovo condannato punisce il prete che si oppone alla volontà del sindaco?

    Chiesa&politica, a Praia a Mare (Cs) il Vescovo condannato punisce il prete che si oppone alla volontà del sindaco?

    (Nella foto di copertina, al centro Monsignor Leonardo Bonanno; fonte foto: Iacchité)

    N.B. Benché il seguente articolo sia pubblicato sul sito di Rete l’Abuso, associazione che nasce a difesa delle vittime di pedofilia, tutte le persone in esso menzionate NON HANNO NULLA A CHE FARE con l’atroce reato. Con il tempo, infatti, Rete l’Abuso ha cominciato ad occuparsi anche di tutte le altre controversie, le malefatte o presunte tali, che riguardano l’ambito clericale. 

    Di Redazione

    Nei giorni scorsi il cambio di direzione al Santuario della Madonna della Grotta: fuori don Franco Liporace, dentro don Franco Laurito. Ma benché fosse la prima volta che il parroco della parrocchia del Sacro Cuore di Praia a Mare non corrispondesse al Rettore del Santuario diocesano, lo stesso Liporace, dal suo profilo facebook, aveva spiegato come non ci fosse nulla di strano. Dopo tre anni il Vescovo può decidere di cambiare.

    A scatenare le polemiche è stato però un articolo della giornalista calabrese Francesca Lagatta, pubblicato sul sito La Spia Press, nel quale si ipotizzava un presunto complotto ai danni di Liporace, che, essendosi opposto ad alcune decisioni politiche, doveva presumibilmente essere messo alla porta per non risultare un intralcio.

    In effetti, nelle settimane addietro il giovane sacerdote è stato destinatario di calunnie e maldicenze, per via delle quali è sul punto di essere trasferito. Ma essendosi sfiorata la rivolta dei parrocchiani, legatissimi al sacerdote, si è deciso di farlo rimanere. Così, subito dopo aver tagliato il nastro dei tre anni alla guida del Santuario, il Vescovo Leonardo Bonanno gli toglie la gestione e lo rimpiazza con don Franco Laurito, attualmente parroco a Scalea, ma per quasi un ventennio a capo della chiesetta sita in località Foresta di Praia a Mare.

    Nell’articolo pubblicato da La Spia Press, pur facendo riferimento a un politico, non si specifica con chi avrebbe pesantemente discusso don Franco. Possibile che la chiave di volta la fornisca lo stesso Bonanno con la diffusione della bolla ufficiale?  Scrive, testualmente:

    “Desiderando dare in questo anno Giubilare, un rinnovato incremento alla vita del Santuario Diocesano “Madonna della Grotta” in Praia a Mare, mediante la figura di un nuovo Rettore, in sostituzione di don Franco Liporace, in carica da oltre un triennio;

    Avendo a cuore l’instaurarsi di un costante rapporto costruttivo e sereno con i Rappresentanti della Civica Amministrazione in vista della realizzazione di nuove strutture di servizio al Santuario (cfr. ascensore di comunità ecc…) già avviate con il consenso del sottoscritto Ordinario Diocesano, che rimane il Legale Rappresentante dell’ente religioso;

    Conoscendo il Tuo zelo pastorale dimostrato in questi anni, nella stessa cittadina di Praia a Mare e avendo ricevuto il necessario assenso da parte Tua; avvalendoti della mia potestà ordinaria, a norma dei canoni 557,1 e ss. del CJC e dell’art. 9 dello Statuto;  NOMINO TE DON MAURIZIO FRANCO LAURITO”.

    Don Franco Liporace, quindi, turbando la serenità di Monsignor Bonanno, sarebbe stato poco collaborativo con l’amministrazione comunale praiese, guidata da Antonio Praticò, veterano della politica che frequenta le stanze del Municipio praiese dal lontano 1980.

    Cosa c’è di vero in tutto questo? Don Franco Liporace nega ogni cosa, rinnega la teoria del complotto, dice di non aver litigato con nessuno e non concede interviste. Ma nella piccola Praia a Mare le illazioni si sprecano, e anche se nessuno, o quasi, è disposto a metterci la faccia, molti dicono di sapere che in occasione dell’Anno Giubilare, il sindaco avrebbe ordinato più volte l’uscita della statua della Madonna dal Municipio anziché dal Santuario, ricevendo il netto rifiuto del parroco dissidente. Inoltre, pare che a don Franco Liporace non sia mai andata giù la realizzazione di un ascensore incastonato nella roccia del Santuario, progetto che ha già ricevuto l’ok del Vescovo Leonardo Bonanno, come si evince dalle sue parole, e dalle altre istituzioni incaricate, seppure dopo anni e anni di tira e molla.

    Quindi, avrà pensato Bonanno, chiacchierato vescovo della Diocesi San Marco Argentano Scalea anche per via della sua vicinanza ai politici, meglio toglierlo di mezzo don Franco Liporace. Che si risparmiano un sacco di noie.

  • Sabato 14 maggio la prima edizione del TG tematico della Rete L’ABUSO.

    Sabato 14 maggio la prima edizione del TG tematico della Rete L’ABUSO.

    Inizia così da sabato 14 maggio alle 12,30 l’appuntamento settimanale con il TG della Rete L’ABUSO, uno spazio di informazione e approfondimento tematico sulla reale entità della pedofilia nel clero.

    Un’iniziativa che ancor prima di nascere ha già riscosso un notevole successo ed un altissimo indice di gradimento. Dati che abbiamo potuto riscontrare non solo dalle nostre pagine Facebook, ma anche da molti degli iscritti alla nostra mailing list che la scorsa settimana avevamo informato sull’iniziativa.

    Le prime edizioni prodotte in via sperimentale,  saranno condotte da Francesco Zanardi (Portavoce della Rete L’ABUSO) e dalla giornalista Francesca Lagatta, direttore responsabile del TG.

    Vi aspettiamo quindi per la prima edizione sabato 14, ore 12,30 sul nostro canale TV.

    http://retelabuso.org/tg-news/