Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Città del Vaticano

  • Un comitato vaticano afferma che la Chiesa è ancora troppo lenta nell’affrontare gli abusi sessuali

    Un comitato vaticano afferma che la Chiesa è ancora troppo lenta nell’affrontare gli abusi sessuali

    Una commissione vaticana istituita per affrontare la crisi degli abusi sessuali da parte del clero ha affermato giovedì che la Chiesa cattolica romana è ancora troppo lenta nell’affrontare un problema che la affligge da decenni.

    La commissione ha invitato i leader della Chiesa ad agire con maggiore rapidità e trasparenza e ha raccomandato alla Chiesa di ascoltare e coinvolgere i sopravvissuti mentre si impegna a ricostruire la fiducia dopo decenni di scandali .

    “Molte volte mi sono posto la stessa domanda: perché così lenti?”, ha dichiarato Mons. Luis Manuel Alí Herrera, segretario della commissione, in una conferenza stampa per presentare l’ ultimo rapporto sui progressi della Chiesa nella lotta agli abusi. “A volte ammetto di essermi scoraggiato perché avrei voluto che il cambiamento fosse più evidente, più radicale”.

    Ma, ha aggiunto, molti vescovi in ​​tutto il mondo stanno ora collaborando attivamente con la commissione, un netto cambiamento rispetto al modello adottato quando fu istituita 11 anni fa.

    L’ultimo rapporto arriva a pochi mesi dall’inizio del pontificato di Leone XIV e sottolinea le sfide che dovrà affrontare. Copre il periodo del 2024, prima che Leone diventasse papa. Leone XIV ha incontrato i membri della commissione quattro volte.

    I gruppi di difesa dei sopravvissuti agli abusi clericali hanno affermato che il rapporto ha nuovamente messo in luce le carenze della Chiesa nell’affrontare il problema.

    Anne Barrett Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org, ha rilasciato una dichiarazione in cui elogia la commissione “per aver illustrato gli scarsi progressi compiuti dalla Chiesa nel porre fine agli abusi e alle insabbiamenti”. Ha affermato che il rapporto dovrebbe “servire da campanello d’allarme per Papa Leone”.

    Ha aggiunto che, sebbene il rapporto fosse costruttivo, era anche “inadeguato e vago, a dimostrazione del potere e delle competenze limitate della commissione stessa”. Il comitato non si è occupato di casi specifici, ad esempio, il che significa che non ha potuto stabilire se i trasgressori fossero stati rimossi dal ministero, il che, secondo i critici, è fondamentale per fermare il ciclo di abusi.

    L’obiettivo del rapporto di quest’anno, il secondo della commissione, era quello di sollecitare maggiori risarcimenti, oltre ai pagamenti finanziari attualmente erogati ad alcune vittime.

    Il rapporto affermava che “il bisogno primario” delle sopravvissute era “il riconoscimento del danno, delle scuse sincere e un’azione significativa per prevenire futuri abusi”. Molte sopravvissute si erano lamentate con la commissione del fatto che la chiesa aveva spesso risposto con “accordi vuoti, gesti performativi e un persistente rifiuto di impegnarsi” con loro “in buona fede”.

    Ma Matthias Katsch, un sopravvissuto residente in Germania che è stato consultato per il rapporto, ha affermato che è necessario un maggiore sostegno finanziario per aiutare le vittime che spesso “soffrono di limitazioni per tutta la vita, anche in termini di attività professionali e reddito”.

    Molte vittime intervistate per il rapporto hanno affermato che le loro denunce di abusi sono state ignorate e che la chiesa spesso non ha fornito accesso alle informazioni sui loro casi.

    Una persona frustrata, rimasta anonima, ha dichiarato: “Vuoi sapere, e non ti dicono niente. È come essere mandati in purgatorio”.

    Il gruppo, la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori , è stato istituito nel 2014 per consigliare Papa Francesco su come proteggere i minori e gli adulti vulnerabili dai predatori sessuali tra il clero. Tra i suoi membri figurano sacerdoti, vittime di abusi e personalità esterne indipendenti, tra cui alcuni con esperienza nelle forze dell’ordine.

    Fin dall’inizio, i critici hanno lamentato l’assenza di poteri esecutivi della Commissione. I rapporti inviati dai singoli Paesi si basano ancora principalmente sulle auto-segnalazioni dei gruppi episcopali. E il rispetto dei questionari volti a valutare la gestione dei casi non è stato uniforme, ha affermato la Commissione.

    In Italia, ad esempio, solo 81 delle 226 diocesi hanno risposto al questionario della commissione, come si legge nel rapporto, mentre in Corea del Sud tutte le 15 diocesi vi hanno aderito.

    I risultati complessivi suggeriscono che, a più di due decenni dall’esplosione della crisi degli abusi clericali nella sfera pubblica, la risposta della Chiesa rimane contrastante, nonostante gli sforzi di Papa Benedetto XVI e di Papa Francesco per codificare una risposta attraverso nuove leggi ecclesiastiche. Sebbene siano stati compiuti alcuni progressi, le associazioni di vittime hanno affermato che il Vaticano ha fatto troppo poco per garantire che le accuse fossero adeguatamente indagate, che i predatori fossero rimossi dai loro incarichi e che coloro che avevano insabbiato gli abusi fossero ritenuti responsabili.

    Il rapporto ha rilevato che in diversi Paesi, tra cui Italia, Slovacchia e alcuni Paesi africani, la “resistenza culturale” ostacolava ancora la denuncia degli abusi. E Maud de Boer-Buquicchio, autrice principale del rapporto, ha affermato che la Chiesa non aveva stanziato fondi sufficienti per istituire centri per la gestione dei casi di abuso.

    Dopo la pubblicazione del primo rapporto, avvenuta lo scorso anno, i critici hanno respinto le conclusioni fornite dai singoli Paesi, sottolineando che non erano state verificate da osservatori indipendenti. Il secondo rapporto ha cercato di porre rimedio a tale situazione presentando note su ciascun Paese redatte dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia , nonché osservazioni degli ambasciatori vaticani in ciascun Paese e commenti del personale sul campo.

    La commissione ha inoltre affermato di aver parlato con le vittime per consentire loro di esprimere le loro “reazioni e prospettive sull’accuratezza e la pertinenza delle conclusioni della commissione”.

    Ma almeno nel caso dell’Italia, la commissione non si è rivolta a Rete l’Abuso, la principale associazione nazionale per la difesa dei sopravvissuti agli abusi sessuali, ha affermato Francesco Zanardi, fondatore e presidente del gruppo.

    https://www.nytimes.com/2025/10/16/world/europe/vatican-sexual-abuse-report.html

  • Pedofilia, Vaticano contro Cei maglia nera nella lotta agli abusi, il tema in Italia è tabù e non si parla di risarcire le vittime

    Pedofilia, Vaticano contro Cei maglia nera nella lotta agli abusi, il tema in Italia è tabù e non si parla di risarcire le vittime

    Alla Chiesa italiana va la maglia nera per la lotta contro gli abusi. Qualche passo in avanti per punire i preti pedofili e tutelare le vittime i vescovi italiani lo hanno pure fatto, ma nel complesso il giudizio della Commissione vaticana sugli abusi resta negativo specie se comparato a quello che hanno fatto e stanno facendo altre conferenze episcopali. Il fatto è che in Italia il tema pedofilia resta un tabù perenne, pura nitroglicerina, una materia da affrontare con il solito metodo della polvere da nascondere sotto il tappeto.

    La parte dedicata all’Italia occupa uno dei primi corposi capitoli dell’annuale report dell’organismo voluto dal Papa che si occupa di prevenzione a tempo pieno, girando il mondo per istruire e sensibilizzare sacerdoti, comunità e vescovi. A fare le pulci all’Italia sono stati giuristi, sociologi, sacerdoti, psicologi di dicerse nazionalità che hanno esaminato la documentazione a disposizione, inviato sondaggi e questionari articolati (ai quali hanno risposto solo 81 diocesi su 226, e già questo dice tutto).

    Tanto per cominciare la Cei ancora non dispone di un ufficio centralizzato di ricezione delle segnalazioni, denunce e analisi, in modo tempestivo e comparativo, della corretta gestione dei casi nelle diverse regioni, al fine di promuovere lo sviluppo uniforme ed efficace di servizi inerenti alle denunce. Inoltre la Commissione vaticano ha rilevato «una notevole resistenza culturale in Italia nell’affrontare gli abusi. I tabù culturali possono rendere difficile per le vittime parlare delle proprie esperienze e denunciarle alle autorità». Non solo.

    Pur riconoscendo sforzi tesi a sviluppare strumenti e politiche, sono affiorate nelle diocesi italiane defaillance varie, tra cui il mancato accesso agli archivi diocesani vecchi, antecedenti agli anni duemila, ancora sotto chiave e non oggetto di alcuno studio («La Commissione riconosce l’importanza di proseguire in Italia lo studio di casi specifici, passati e presenti, a mezzo di un approccio consistente») e di sviluppare il dialogo con le vittime anche sugli aspetti riparativi, ovvero i risarcimenti, altra tematica sulla quale i vescovi italiani hanno innalzato un muro.

    Ancora oggi ci sono diocesi (non vengono però menzionate nominalmente) che non solo non hanno risposto a nessun questionario ma non hanno nemmeno richiesto incontri con la Commissione che gira il mondo invitata dalle varie conferenze episcopali per fare formazione e per sensibilizzare.

    Senza una totale trasparenza sul tema degli abusi la reputazione e l’immagine della Chiesa ne risentiranno fortemente in futuro. Una ulteriore raccomandazione ha a che fare con la collaborazione con polizia e magistrati: «I protocolli locali dovrebbero garantire che le vittime/sopravvissuti-e siano informati del fatto di poter presentare denuncia alle autorità civili e che la Chiesa locale è disposta a facilitare tale denuncia. È buona norma includere una nota di conferma di tale comunicazione nella documentazione relativa alla denuncia».

    Tra le regioni più problematiche, in base alle raccomandazioni raccolte, la maglia nera va alla Sicilia. All’elenco delle ombre, vengono tuttavia sottolineate anche le luci, ovvero i passi in avanti finora fatti. «La Commissione riconosce il lavoro dedicato dalla Cei alla creazione di un sistema multilivello (nazionale, regionale, diocesano e interdiocesano) di coordinamento, formazione e supervisione che supporta le Chiese locali fornendo loro personale professionale e ben formato, con l’esistenza di 16 Servizi per la Tutela regionali, 226 Servizi per la Tutela diocesani e interdiocesani e 108 centri di ascolto» si legge nel report.

    Attualmente il numero di persone formate in materia di tutela nella Chiesa in Italia va aumentando, passando da 7.706 nel 2020 a 22.755 nel 2024. Inoltre dal 2021 è stata istituita la Giornata nazionale di Preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi. Infine una nota di demerito alle suore italiane. Se gli ordini maschili hanno sottoscritto le linee guida nazionali,  l’Unione Superiore Maggiori d’Italia non l’ha ancora fatto. «Ciononostante, la Commissione prende atto della buona volontà espressa dall’Unione Superiore Maggiori d’Italia nel perseguireuna futura collaborazione».

    CONTESTAZIONE

    Poche ore dopo la Cei è scesa in campo furente per contestare il rapporto della Pontificia Commissione Vaticana sostenendo, in buona sostanza, di essere un faro esemplare nella lotta agli abusi, quando invece i vescovi italiani anche in passato sono stati oggetto già di altre rampogne vaticane. In una nota la Cei definisce i dati esibiti dall’organismo vaticano «parziali» poichè frutto di «incontri facoltativi» e di conseguenza non affatto esaustivi. Il cardinale Zuppi, a nome di tutti i vescovi, ribatte che 184 diocesi (il 94,2% del totale) si sono dotate di un Servizio per la tutela, così da svolgere un servizio di presidio e di formazione capillarmente distribuito. «Di tutto questo lavoro il Rapporto non rende conto».

    Tra le collaborazioni avviate a livello nazionale viene citata poi la partecipazione all’Osservatorio contro la pedofilia e pedopornografia così come la partecipazione a tavoli presso le istituzioni civili (non ben precisati). Il tema della denuncia alle autorità civili – polizia e procure – resta naturalmente un tabù e nemmeno viene menzionata da Zuppi, così come viene eluso il grande tema della giustizia riparativa, ovvero i risarcimenti economici che la Chiesa dovrebbe alle vittime. Papa Francesco, l’anno scorso, tornando dal Belgio aveva quantificato almeno 50 mila euro per ogni vittima. Infine resta terreno totalmente minato degli archivi diocesani (totalmente top secret) per gli anni anteriori al duemila. Il loro studio  permettererebbe una analisi articolata e completa sulla pedofilia tra il clero, proprio come hanno già fatto quasi tutte le conferenze episcopali europee, mentre la Cei si è trincerata dietro un muro di gomma e si ostina a volersi concentrare solo sugli ultimi 20 anni benchè gli stessi esperti (anche all’interno della Pontificia Commissione sugli Abusi) ripetono che per fare una ricerca completa occorre un periodo non inferiore ai 50 anni.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_italia_chiesa_pedofilia_minori_risarcimenti_cei_vescovi_preti_cei_leone_xiv-9130649.html

  • Abusi sessuali del clero, nella chiesa italiana «troppe resistenze»

    Abusi sessuali del clero, nella chiesa italiana «troppe resistenze»

    Per affrontare con il giusto impegno i casi di abuso sessuale nella chiesa, si sottolinea «l’importanza di sviluppare un meccanismo di segnalazione e denuncia, di tipo sistemico e obbligatorio, ad uso dei vari organismi di tutela nel contesto delle chiese locali».

    In Italia, però, restano ancora troppe resistenze culturali, nella chiesa e nella società, per affrontare senza timori lo scandalo degli abusi sessuali. Sono queste alcune delle conclusioni raggiunte nel II Rapporto annuale sulle politiche messe in atto dalla chiesa universale per contrastare il fenomeno, presentato dalla pontificia Commissione per la tutela dei minori giovedì 16 ottobre in Vaticano.

    Il presidente della Commissione, nominato nei mesi scorsi da Leone XIV, il monsignore francese Thibault Verny, nella conferenza stampa di presentazione, ha osservato: «Camminando al fianco di vittime e sopravvissuti, abbiamo acquisito la profonda convinzione che la strada verso una cultura della protezione non è semplicemente per le vittime e i sopravvissuti, ma con loro. Questo cammino di conversione richiede che ci lasciamo raggiungere da ciò che ascoltiamo. Pertanto, la Commissione si impegna a dire a vittime e sopravvissuti: “Vogliamo essere al vostro fianco”».

    Altro elemento importante messo in luce nel testo, è «l’esigenza di un protocollo semplificato per la dimissione e/o rimozione di leader/responsabili o personale della chiesa in casi di abuso o negligenza», in tal senso, «la Commissione sottolinea l’importanza di comunicare pubblicamente le ragioni delle dimissioni e/o della rimozione, quando la decisione riguarda casi di abuso o negligenza».

    La trasparenza nella gestione e nella comunicazione all’esterno dei casi di abuso resta, insomma, elemento determinante per la gestione di vicende che rischiano altrimenti di essere nascoste al pubblico al fine di tutelare il “buon nome” dell’istituzione.

    Criticità italiane

    Fra le realtà nazionali al centro del Rapporto di quest’anno, poi, spicca l’analisi compiuta sul lavoro svolto dalla Conferenza episcopale italiana. Dopo aver sottolineato i progressi, in particolare nell’ambito formativo, la ricerca mette in evidenza alcune criticità.

    La Commissione pontificia «si rammarica di non aver incontrato le delegazioni regionali di Abruzzo-Molise, Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Piemonte, Puglia, Triveneto e Umbria e di non aver ricevuto risposte al suo questionario quinquennale sulla tutela dalla totalità delle diocesi». Nel dettaglio, si osserva, «il Servizio nazionale per la tutela ha registrato la presenza di gruppi di lavoro in 144 diocesi su 226».

    Sussiste poi «una significativa disparità nel personale e nelle risorse assegnate a molti di questi uffici». Il fatto che diversi di essi vengano attivati unicamente quando necessario e non siano dotati di personale e risorse finanziarie stabili e sufficienti «rappresenta un serio rischio per l’attuazione delle misure di tutela e può, di fatto, complicare i processi di esercizio della responsabilità istituzionale».

    Questa prassi – lamenta il Rapporto – potrebbe avere «ripercussioni sulla coerenza, la stabilità e l’affidabilità degli uffici diocesani». Allo stesso tempo si rileva come «il questionario quinquennale della Commissione sulla tutela ha ricevuto risposta da 81 diocesi delle 226 appartenenti alla Cei». La Conferenza episcopale italiana, si spiega ancora, «non dispone di un ufficio centralizzato di ricezione delle segnalazioni/denunce e di analisi, in modo tempestivo e comparativo, della corretta gestione dei casi nelle diverse regioni, al fine di promuovere lo sviluppo uniforme ed efficace di servizi inerenti alle denunce».

    Monsignor Luis Manuel Alí Herrera, segretario della pontificia Commissione, in merito alla chiesa italiana, ha detto: «Abbiamo notato che c’è bisogno di professionalizzare i servizi, serve promuovere il dialogo strutturato con le vittime, i sopravvissuti. È un problema che non abbiamo solo in Italia. Le vittime non si sentono ascoltate, non c’è rispetto. C’è una resistenza culturale in seno alla chiesa ma anche nella cultura stessa in senso più ampio, nell’affrontare le situazioni senza peli sulla lingua, con la serietà necessaria».

    Infine si registra una certa fatica a proseguire sulla strada della prevenzione. Sul caso dell’ex gesuita Marko Rupnik, accusato di abusi sessuali da diverse religiose, monsignor Alì Herrera ha detto a Domani che la Commissione «non si occupa di casi specifici», tuttavia l’auspicio è che ora, formato il collegio giudicante, le cose «vadano avanti rapidamente».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/chiesa-abusi-sessuali-clero-rapporto-commissioni-minori-kzoo5hgg

  • Abusi sessuali, Commissione vaticana: la gestione della Chiesa provoca “danni continui” alle vittime

    Abusi sessuali, Commissione vaticana: la gestione della Chiesa provoca “danni continui” alle vittime

    È il primo rapporto pubblicato dopo l’elezione di Papa Leone XIV, che ha affermato di volere affrontare con decisione gli abusi sessuali sui bambini e sulle persone vulnerabili all’interno della Chiesa cattolica.
    La commissione è guidata dall’arcivescovo francese Thibault Verny e comprende un misto di leader ecclesiastici ed esperti, tra cui Maud de Boer-Buquicchio, un avvocato olandese ed ex relatore speciale delle Nazioni Unite sulla vendita e lo sfruttamento sessuale dei bambini che ha guidato la compilazione del rapporto.

    “Dobbiamo ribadire che il modello decennale della Chiesa di cattiva gestione delle denunce, tra cui l’abbandono, l’ignoranza, la vergogna, la colpevolizzazione e la stigmatizzazione delle vittime/sopravvissuti, perpetua il trauma come un danno continuo”, afferma il rapporto, che chiede “riparazioni” per i danni causati dagli abusi, tra cui un sostegno psicologico e finanziario, dare ascolto ai sopravvissuti, scuse pubbliche e private, oltre ad una inversione di rotta su come vengono gestiti gli abusi.

    Nel rapporto di fa menzione di come le vittime degli abusi, dopo averli denunciati, sono stati colpiti da “negazione e licenziamento” da parte delle autorità ecclesiastiche e persino “inquietanti resoconti di ritorsioni” presi da vescovi e altri leader quando le vittime si sono fatte avanti.

    I sopravvissuti, dice il rapporto, hanno anche parlato di una “mancanza di assistenza psicologica” per le persone colpite e di “una forte resistenza alle riforme di salvaguardia” nelle chiese a livello di base.
    “Le figure di autorità all’interno della Chiesa che perpetrano o permettono abusi si sono forse considerate troppo essenziali e importanti per essere ritenute responsabili. La risposta della Chiesa agli abusi non dovrebbe ripetere gli stessi errori”, afferma il rapporto.

    Per quanto riguarda la responsabilità, la commissione chiede al Vaticano di iniziare a comunicare il motivo delle dimissioni o della rimozione di un vescovo se questo è legato a “casi di abuso o negligenza”. La pratica attuale è che il Vaticano annunci semplicemente quando un vescovo si è dimesso. senza approfondirne le eventuali motivazioni.

    Il documento di 200 pagine fornisce una valutazione su come le chiese in varie parti del mondo stanno affrontando gli abusi, quindi anche in Italia.
    Parlando in una conferenza stampa vaticana per la pubblicazione del rapporto, de Boer-Buquicchio ha ringraziato i media per “aver sollevato le voci delle vittime e dei sopravvissuti quando la Chiesa istituzionale non è riuscita ad ascoltare”, sottolineando che le vittime-sopravvissute affermano ripetutamente di “volersi sentire ascoltate e convalidate nelle loro esperienze”.

    Il vescovo Luis Manuel Ali Herrera, segretario della commissione, ha detto che papa Leone aveva “lo stesso forte impegno” del suo predecessore nell’affrontare gli abusi, anche se ha uno stile “analitico”. Il prelato colombiano ha anche riconosciuto l’invito alla Chiesa a muoversi più velocemente nella lotta contro gli abusi.

    Il rapporto, poi, analizza quelli che, nella lotta agli abusi sessuali, sono stati i ”fallimenti” della Chiesa italiana.
    Pur citando “progressi significativi” nella protezione dei minori, la commissione avverte che in Italia permane “una sostanziale resistenza culturale nell’affrontare gli abusi”, rammaricandosi che importanti esponenti della Chiesa non abbiano nemmeno incontrato i commissari e che diverse diocesi non abbiano fornito informazioni alla commissione sul loro lavoro di salvaguardia.

    https://euroborsa.it/abusi-commissione-vaticana-chiesa.aspx

  • Survivors’ Network sull’incontro di Boric con il Papa: “Il Vaticano deve impegnarsi a denunciare formalmente gli abusi della Chiesa”.

    Survivors’ Network sull’incontro di Boric con il Papa: “Il Vaticano deve impegnarsi a denunciare formalmente gli abusi della Chiesa”.

    Tra lunedì 13 e mercoledì 15 ottobre, il Presidente Gabriel Boric effettuerà una visita ufficiale in Vaticano dove, tra le altre attività, incontrerà Papa Leone XIV (lunedì 13 ottobre, ore 6:00 ora cilena).

    Alla luce dell’annunciato incontro con il Papa, la Chilean Survivors Network ha inviato una lettera al presidente Boric, in cui chiedeva al Vaticano di “mettere a disposizione del sistema giudiziario del nostro Paese gli archivi esistenti, sia in Cile che nella Santa Sede, o in altri luoghi del mondo, relativi ai crimini di abuso e violenza sessuale, coscienziosa, psicologica, fisica e socioeconomica, perpetrati da religiosi e religiose, laici impegnati e altri agenti della Chiesa contro bambini e persone vulnerabili, indipendentemente da quando si siano verificati, se cento, cinquanta, dieci o un anno fa”.

    Il gruppo ha ricordato un fatto significativo: “Nel 2018, su richiesta del Vaticano, la Chiesa ha sostituito la magistratura cilena indagando e preparando il ‘rapporto Scicluna-Bertomeu’, che è stato fatto uscire di nascosto dal Paese come valigia diplomatica e il cui contenuto rimane segreto. L’accesso a questi dati è il minimo di dignità che il Cile merita”.

    Inoltre, la Survivors’ Network ha chiesto al Vaticano di “impegnarsi formalmente a denunciare alla giustizia cilena i crimini sopra menzionati, che a tutt’oggi rimangono nascosti dal diritto canonico, il che non costituisce una scusa sul suolo cileno per nasconderli ai pubblici ministeri e ai tribunali”.

    “Il mancato adempimento dei propri doveri civici in questo senso è un privilegio illegale, approvato dallo stesso Vaticano”, aggiunge la lettera, successivamente condivisa sul sito web di Survivors Network.

    Un altro aspetto evidenziato dal gruppo è stato che “con le denunce e le informazioni di base a disposizione del sistema giudiziario cileno, possiamo chiedere allo Stato del nostro Paese di rispettare il corrispondente Controllo di Convenzionalità, affinché queste violazioni dei diritti umani siano trattate come tali. Perché l’abuso di minori e adulti vulnerabili all’interno delle istituzioni è tortura, come definito dalle Nazioni Unite”.

    Leggi la lettera completa QUI

  • Papa Leone, ci dica: per caso il processo a Rupnik non s’ha da fare?

    Papa Leone, ci dica: per caso il processo a Rupnik non s’ha da fare?

    Il processo ecclesiastico a Marko Rupnik può attendere. Le indiscrezioni che davano per oggi, 13 ottobre, la sua apertura al Dicastero per la dottrina della fede, non hanno trovato conferma e il sacerdote sloveno, accusato di abusi sessuali e spirituali nei confronti di almeno trenta suore – il dato lo ha fornito il generale dei gesuiti, Arturo Sosa Abascàl – per ora può continuare a vivere relativamente tranquillo nel convento di Montefiolo, un tempo casa delle suore benedettine di Priscilla e oggi quartier generale di Rupnik e dei suoi fedelissimi, o nella Casa Maria Consolatrice a Santa Severa, dove il Centro Aletti tiene regolarmente gli esercizi spirituali.

    Dopo lunga e laboriosa ricerca, i giudici sono stati trovati – lo ha detto il prefetto del Dicastero per la dottrina della fede Victor “Tucho” Fernandez già qualche mese fa – l’inchiesta è già stata fatta nel 2021, le vittime hanno testimoniato: praticamente le carte sono tutte sul tavolo eppure, ancora una volta, non succede niente.

    Non è la prima volta, infatti, che si indaga sugli abusi dell’ex gesuita nella Comunità Loyola: il Dicastero ci aveva già provato, quando era prefetto il cardinale Luis Ladaria Ferrer, ma nell’ottobre 2022 il procedimento si era fermato per la volontà di papa Francesco di non processare Rupnik e sulla denuncia delle suore era calata la mannaia della prescrizione. Nell’ottobre del 2023 Bergoglio è stato poi obbligato dalla pressione delle vittime e dei media – e dalla rissa dietro le quinte del Sinodo sulla sinodalità con Sean O’Malley, fino al luglio 2025 presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori – a togliere la prescrizione. È da allora, esattamente da due anni, che si attende che questo processo venga celebrato.

    Francesco non ha mai avuto la volontà di processare Rupnik. Lo ha sempre protetto – in modo anche smaccato, come quando nel 2020 gli ha fatto togliere la scomunica che il prefetto Ladaria Ferrer gli aveva appena impartito – e fino all’ultimo ha tenuto nella sua stanza a Santa Marta la riproduzione di un’opera dell’ex gesuita, proprio mentre nella chiesa infuriava la discussione se i mosaici dell’abusatore andassero distinti dal suo autore o distrutti perché offensivi.

    Francesco proteggeva gli amici, è cosa nota, ma Leone? Per quanto se ne sa, Prevost non ha mai nemmeno incontrato Rupnik ma con il pontificato ha ereditato anche questo processo e si trova alle prese con una gigantesca patata bollente. Da un lato le vittime non hanno intenzione di accettare l’oblio su quanto hanno subito e chiedono giustizia e risarcimenti; dall’altro Rupnik, che negli ambienti della giustizia vaticana gode della reputazione di uomo vendicativo e tutt’altro che collaborativo, ha intessuto negli anni reti di complicità, presumibilmente corroborate dalla grande quantità di denaro accumulata vendendo mosaici alle chiese di tutto il mondo, e questo contribuisce a rendere difficile per il Vaticano un soluzione limpida a questa oscura vicenda.

    Sono passati oltre cinque mesi dall’elezione di Leone XIV e ancora nulla si muove per un processo che praticamente è fatto, basterebbe fissare una data. Chi vive dentro la curia ha capito che il papa non se ne vuole occupare direttamente e lascia al prefetto Fernandez (l’uomo che negli ultimi anni ha protetto Rupnik per ordine di Francesco) il compito di sbrogliare l’intricata matassa. Qualcuno parla di tempi tecnici, qualcun altro pensa che semplicemente questo processo non s’ha da fare, almeno fino a quando il papa non avrà deciso se per la sua parossistica prudenza sia più pericoloso per la Chiesa l’insabbiamento perpetuo o un verdetto di colpevolezza per decine di abusi sessuali per l’ex gesuita Marko Rupnik, il protetto di Bergoglio.

    https://federicatourn.substack.com/p/papa-leone-ci-dica-per-caso-il-processo

  • Emanuela Orlandi, le dichiarazioni in esclusiva del fratello Pietro dopo l’audizione: “C’è chi rema contro, abbiamo chiesto di consultare i diari di Carlo Azelio Ciampi”

    Emanuela Orlandi, le dichiarazioni in esclusiva del fratello Pietro dopo l’audizione: “C’è chi rema contro, abbiamo chiesto di consultare i diari di Carlo Azelio Ciampi”

    Oltre due ore è durata l’audizione di Pietro Orlandi, ascoltato dalla commissione di inchiesta che indaga sulle scomparse della sorella Emanuela e di Mirella Gregori, le due 15enne scomparse nel cuore di Roma nell’estate del 1983. Due ore e mezzo in cui il fratello della cittadina vaticana scomparsa, per la seconda volta, ha condensato 42 anni di ricerche, angoscia e depistaggi.

    L’audizione

    “La Commissione risolverà sicuramente il caso di Mirella, è una mia convinzione – ha detto Orlandi all’uscita da Palazzo San Macuto – lì non c’è il Vaticano di mezzo, qui c’è’, sono due storie completamente diverse. Sulla nostra loro mi dimostrano sempre la volontà come è stato oggi ma so che è una strada difficile perché per arrivare, purtroppo devi andarti a scontrare con l’ambiente vaticano, io sono convinto che in Vaticano ci sono persone a conoscenza di tutto”. Davanti alla Commissione presieduta dal senatore Andrea De Priamo, Orlandi ha lanciato anche un messaggio a Papa Leone: “Questo è il quarto Papa, vorrei incontrarlo, ho parlato con delle persone vicine a lui, mi hanno detto adesso vedremo come si può fare ma il fatto che non abbia detto una parola di vicinanza per mia madre nell’anniversario della scomparsa di Emanuela è un brutto segnale, vedo la volontà di non parlare di questa storia”. Rispondendo quindi a una domanda del presidente De Priamo, Orlandi ha detto che a suo parere “Raffaella Monzi è una delle persone più importanti in quel momento, quello della scomparsa, ma purtroppo lei è un’altra vittima di questa storia, si sente perseguitata, è dovuta addirittura all’epoca andare via”. Raffaella Monzi, lo ricordiamo, era un’amica di Emanuela Orlandi e forse l’ultima persona ad averla vista in vita. Frequentava la stessa scuola di musica da cui si persero per sempre le tracce della cittadina vaticana. In quel mercoledì di inizio estate, le due ragazze uscirono insieme dall’Istituto Ludovico da Victoria, di fianco alla Basilica di Sant’Apollinare. Mentre camminano verso la fermata del bus, in corso Rinascimento, davanti al Senato, Emanuela le confidò di aver ricevuto un’offerta di lavoro per conto di una ditta di cosmetici. Avrebbe dovuto dare risposta quella stessa sera. Le chiese un consiglio. Raffaella le disse che quell’offerta era strana, troppo ben pagata. Poi la Monzi salì sul bus, non la rivide mai più.

    La pista di Londra

    Per Pietro Orlandi la vicenda di Emanuela potrebbe essere legata all’Inghilterra, come ha ribadito durante la sua audizione davanti alla Commissione parlamentare che lo ha convocato, per la seconda volta, anche per fare chiarezza sulle carte della pista di Londra, per capire quanto ci sia di vero in alcune lettere in possesso di Orlandi. Questo scambio epistolare, consegnato a Pietro Orlandi da un anonimo interlocutore, condurrebbero a uno scenario che vede la cittadina vaticana in uno stato di segregazione nella capitale del Regno Unito, almeno fino al 1997, in un edificio dei padri Scalabriniani. Si tratta di lettere datate 1993 e inviate sia dall’arcivescovo di Canterbury George Carey che dal sottosegretario britannico Frank Cooper, al cardinale Ugo Poletti a cui Carey chiese un incontro ha chiesto un incontro “per discutere personalmente la situazione di Emanuela Orlandi”. Tali lettere sono state bollate come false dalla grafologa Sara Cordella, anche lei convocata a Palazzo San Macuto nei mesi scorsi. “Questa vicenda va avanti da 42 anni. Io ritengo che qualunque tipo di indizio che emerge e che merita un approfondimento andrebbe approfondito. Siccome in quei cinque fogli ci sono elementi importanti, secondo me andrebbero approfonditi”, ha detto Orlandi. Perché anche i cosiddetti cinque fogli ritrovati e pubblicati nel 2017 su L’Espresso collocherebbero la cittadina vaticana in uno scenario londinese, elencando tutta una lista di spese sostenute dal Vaticano per la sua segregazione nel Regno Unito. Durante l’audizione, Pietro Orlandi ha raccontato di aver scoperto l’esistenza di questi fogli ai tempi del processo Vatileaks. “Sentii un’intervista a Francesca Chaouqui”, ha spiegato, dove faceva un riferimento alla vicenda Orlandi. La cercai, ci incontrammo e mi parlò per la prima volta di questi fogli. A quel punto anche il giornalista Emiliano Fittipaldi ne venne a conoscenza, e fu lui a renderli pubblici per la prima volta”. Secondo Pietro Orlandi, il documento è stato archiviato troppo in fretta come falso. “Ci sono tante particolarità in questi fogli, nomi di persone che la maggior parte del pubblico neanche sa chi sono, sono molto articolati e non sono tutte cose campate in aria. Non credo sia stato tutto costruito e se fosse stato tutto costruito per un depistaggio, andrebbe approfondito lo stesso”.

    Le dichiarazioni “a caldo” a FqMagazine

    “Nonostante la grafologa abbia bollato come falsa quella pista, oggi hanno capito che è da approfondire e che non ci si può limitare a cassarla, solo perché la firma del mittente non è autentica. E per dire se un documento sia vero oppure no deve essere originale (Orlandi ha solo le copie, ndr): solo da lì si può capire se effettivamente quelle lettere sono del ’93 e si può stabilire se le firme sono autentiche”, ha dichiarato Pietro Orlandi a FqMagazine a audizione conclusa. “Anche se si dovesse trattare di un depistaggio va approfondita, i depistaggi fanno parte di questa vicenda perché hanno sempre allontanato dalla verità. Ho visto che la commissione sta lavorando, ci sono persone che stanno provando a fare qualcosa di positivo, e c’è chi rema contro, purtroppo è così. Non so dove potrà portare ma apprezzo la volontà, a qualcosa si arriverà. Ho lasciato loro una lettera che avevamo scritto all’ambasciata inglese per chiedere una mano a Scotland Yard ma ci risposero che i cittadini non possono fare queste richieste, devono farlo le istituzioni. Poi ho dato loro anche una lettera in cui abbiamo chiesto di consultare i diari del presidente Carlo Azeglio Ciampi che era stato molto vicino a Papa Wojtyla e che aveva concesso anche la grazia ad Alì Agca, l’attentatore del Papa. Lui era molto meticoloso, riportava tutto nei suoi diari, ogni incontro. Abbiamo parlato di Paul Marcinkus, tutti puntano il dito contro di lui oggi, dicono che era un donnaiolo e che era legato ad ambienti criminali. Nessuno si scandalizza, nemmeno tra i commissari che mi hanno interrogato. E ho posto loro una riflessione: e se Marcinkus fosse diventato cardinale e poi Papa, avrebbero avuto lo stesso atteggiamento? O si sarebbero fermati? Tutti i Papi prima di diventare tali erano cardinali, vescovi, uomini laici: io spoglio tutte le persone dell’abito che indossano, nessuna divisa ci rende intoccabili, gli esseri umano sono tutti uguali”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/08/emanuela-orlandi-audizione-pietro-vaticano-ciampi-notizie/8153058/

  • Abusi nel clero, il Papa dimette dallo stato clericale un diacono permanente della Diocesi di Latina

    Abusi nel clero, il Papa dimette dallo stato clericale un diacono permanente della Diocesi di Latina

    Questa mattina, presso il carcere di Latina, è stato notificato al diacono permanente Alessandro Frateschi il decreto di dimissione dallo stato clericale per decisione diretta di Papa Leone XIV. Questo decreto di condanna non è appellabile. Lo comunica la Diocesi di Latina. Il chierico era accusato di aver commesso abusi sessuali a danno di cinque minori, in un periodo compreso tra il 2018 e gennaio 2023. Nel caso specifico, il Dicastero per la Dottrina della Fede, competente in materia, “vista la gravità e il manifesto compimento dei delitti da lui commessi, ha deciso di deferire la decisione direttamente al Sommo Pontefice”.

    La prima decisione in materia presa da Papa Leone, ieri le scuse a nome della Chiesa

    Questa è la prima decisione presa da Papa Leone in materia di abusi, o comunque la prima che sia stata ufficialmente resa nota. Oltretutto, proprio ieri il Pontefice, in occasione del Giubileo della Consolazione, aveva avuto forti parole di condanna nei confronti di quanti, all’interno del clero, si fossero macchiati del delitto di abusi sessuali ai danni di minori: “La Chiesa si inginocchia”, aveva scandito il Santo Padre.

    Tra i minori abusati, il figlio di un amico di famiglia e uno ricevuto in affidamento

    Il chierico era accusato di aver commesso abusi sessuali a danno di cinque minori, in particolare, tre giovani erano suoi alunni presso un istituto superiore di Latina, dove Frateschi aveva un incarico annuale come insegnante di religione cattolica; un minore gli era stato dato in affidamento mentre il quinto ragazzo è il figlio di amici di famiglia.

    Il procedimento canonico è stato istruito e curato dalla Sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, cui compete il giudizio circa i reati annoverati tra i cosiddetti Delicta graviora, come quelli “contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore di diciotto anni”.

    Non potrà più insegnare religione cattolica e parlare a nome della Chiesa

    Nel corso della notifica, è stato spiegato all’ex diacono che tra l’altro non potrà più parlare in nome della Chiesa, non potrà tenere omelie, non potrà più assumere incarichi di alcun genere nei seminari o nelle parrocchie, non potrà più insegnare materie teologiche nelle istituzioni scolastiche e accademiche dipendenti dall’autorità ecclesiastica, non potrà più insegnare materie teologiche o la religione cattolica nelle scuole non dipendenti dall’autorità ecclesiastica.

    L’iter della vicenda, dalla denuncia del caso alla decisione presa oggi dal Papa

    Come previsto dalle attuali norme canoniche, il vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, monsignor Mariano Crociata, aveva rimesso la posizione di Frateschi al competente Dicastero, subito dopo che gli era stato segnalato il caso. Nello specifico, il 30 gennaio 2023, il vescovo veniva informato dall’Ufficio Scuola della Curia diocesana circa la richiesta di assegnazione di un nuovo insegnante di religione cattolica, al posto di Frateschi, presentata da una scuola del capoluogo, e dei motivi addotti per tale richiesta. Nelle stesse ore il Vescovo incontrava il docente per ascoltare la sua versione dei fatti.

    Al termine del colloquio, dopo aver ricevuto dallo stesso Frateschi le dimissioni dall’incarico, monsignor Crociata gli comunicava la revoca dell’idoneità all’insegnamento della religione cattolica, oltre a imporgli l’allontanamento cautelare dall’esercizio del ministero diaconale. Sempre lo stesso giorno, il vescovo Crociata firmava il decreto per l’apertura dell’indagine previa canonica, per acquisire tutti gli elementi possibili sul caso, poi trasferiti al Dicastero per la Dottrina della Fede.

    “Seppur conclusa la parte canonica, l’intero caso segna una ferita per l’intera comunità diocesana. In particolare, per le giovani vittime e le loro famiglie cui viene rinnovata la solidarietà e la massima vicinanza” sottolinea la Diocesi di Latina che “conferma il suo impegno per la protezione dei giovani”. Tutto questo – chiarisce la diocesi – “non si sovrappone o si sostituisce in alcun modo al ricorso all’Autorità giudiziaria dello Stato, che anzi è incoraggiato fortemente”.

    https://www.rainews.it/articoli/2025/09/abusi-nel-clero-il-papa-dimette-dallo-stato-clericale-un-diacono-permanente-della-diocesi-di-latina-f8900f9a-9c73-4e02-9ad7-e4e0159bb8a4.html

  • Pedofilia nel clero da “crimine abominevole” a “comportamento inappropriato”: così cambiano le parole (e la percezione) tra Francesco e Leone

    Pedofilia nel clero da “crimine abominevole” a “comportamento inappropriato”: così cambiano le parole (e la percezione) tra Francesco e Leone

    “Il Papa ha esortato tutti ad affrontare con prontezza le questioni che riguardano comportamenti inappropriati da parte del clero: ‘Non possono essere messi in un cassetto, vanno affrontati, con senso di misericordia e vera giustizia, verso le vittime e verso gli accusati’”. Così si legge in un passaggio della ricostruzione, decisamente molto sintetica, dell’udienza che Leone XIV ha avuto con i vescovi ordinati nell’ultimo anno, fornita, ventiquattrore dopo l’evento, ai giornalisti accreditati dalla Sala Stampa della Santa Sede. Derubricare, per usare un eufemismo, come “comportamenti inappropriati da parte del clero” dei veri e propri reati, penali e canonici, come gli abusi sessuali dei sacerdoti sui minori, è assolutamente grave. Inoltre, è da chiarire se la paternità di questa affermazione sia da attribuire alla Segreteria di Stato. Un passaggio, tra l’altro, inserito nella sintesi dell’udienza papale in modo del tutto marginale, quando la questione della pedofilia del clero è ovviamente centrale nel governo della Chiesa cattolica e adesso tutti gli osservatori si domandano come sarà contrastata da Leone XIV.

    Una piaga antica, ma purtroppo affrontata in modo davvero serio molto tardivamente dal Vaticano. Fu Benedetto XVI il primo Papa a scoperchiare il decennale velo di omertà che in passato aveva sempre coperto sia i carnefici che i loro insabbiatori. Ratzinger, che già da cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede si era reso conto che il Vaticano doveva urgentemente affrontare questa gravissima questione, ebbe il coraggio di intraprendere una strada non facile e molto impopolare tra le gerarchie ecclesiastiche, incontrando anche alcune vittime di pedofilia del clero durante i suoi viaggi apostolici. Una lotta nel segno della “tolleranza zero” che il suo successore sul soglio di Pietro, Francesco, ha intensificato con gesti, riforme e leggi canoniche durissime che hanno segnato un vero e proprio punto di non ritorno in materia.

    Mai nessun Papa aveva organizzato in Vaticano un summit mondiale sulla pedofilia del clero con tutti i presidenti delle conferenze episcopali nazionali. Quello che, per volontà di Bergoglio, si svolse nel febbraio 2019, fu davvero un evento storico, anticipato, come chiese il Pontefice argentino, dall’ascolto delle vittime. Un summit da cui scaturì rapidamente una legislazione durissima e inappellabile per contrastare gli abusi, punire i preti colpevoli, ma anche i vescovi che li avevano insabbiati per decenni. Una pietra miliare nella legislazione canonica in questo senso è rappresentata dal motu proprio di Francesco intitolato Vos estis lux mundi del 2019. Una politica, quella della “tolleranza zero”, espressione usata sempre da Bergoglio in materia di lotta alla pedofilia del clero, che ha spesso fatto storcere il naso negli ambienti ecclesiali, perfino in Segreteria di Stato. Nei sacri palazzi, infatti, essa è stata più volte bollata come tipica del giustizialismo americano e, quindi, non idonea alla Chiesa cattolica fondata sulla misericordia divina. Francesco, ben conoscendo queste dure critiche interne, è sempre andato serenamente dritto per la sua strada, consapevole che sulla lotta alla pedofilia del clero l’istituzione ecclesiale si gioca la credibilità.

    A ilfattoquotidiano.it, nel 2023, Bergoglio ribadì con forza: “Se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso, che rappresenta già di per sé una mostruosità, tale caso sarà affrontato sempre con la massima serietà”. E aggiunse: “Nella Chiesa non c’è posto per chi si macchia di questo abominevole peccato contro Dio e contro l’uomo. Ma la pedofilia è anche un reato che la giustizia deve punire. Coprire gli abusi è una pratica abituale. Pensa che il 40 per cento dei casi di abuso avviene nelle famiglie e nel quartiere e tutto questo viene coperto. Un’abitudine che la Chiesa ha avuto fino allo scandalo di Boston nel 2002. In quel momento, la Chiesa si è accorta che non poteva più coprire la pedofilia dei suoi preti, ma nelle famiglie e nel mondo dello sport c’è ancora questa abitudine”.

    Nelle parole, nei gesti e soprattutto nelle riforme di Francesco è sempre stato molto evidente che le vittime e i carnefici non possono essere messi sullo stesso piano e, soprattutto, non possono essere trattati ugualmente “con senso di misericordia e vera giustizia”. Eloquenti furono le parole con cui Bergoglio concluse il summit mondiale sulla pedofilia del clero: “Faccio un sentito appello per la lotta a tutto campo contro gli abusi di minori, nel campo sessuale come in altri campi, da parte di tutte le autorità e delle singole persone, perché si tratta di crimini abominevoli che vanno cancellati dalla faccia della terra: questo lo chiedono le tante vittime nascoste nelle famiglie e in diversi ambiti delle nostre società”. E aggiunse: “Il santo timore di Dio ci porta ad accusare noi stessi – come persone e come istituzione – e a riparare le nostre mancanze. Accusare sé stessi: è un inizio sapienziale, legato al santo timore di Dio. Imparare ad accusare sé stessi, come persone, come istituzioni, come società. In realtà, non dobbiamo cadere nella trappola di accusare gli altri, che è un passo verso l’alibi che ci separa dalla realtà”. Un magistero ereditato ora da Leone XIV.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/13/pedofilia-clero-papa-leone-francesco-notizie/8124785/

  • Il Papa ai vescovi: ‘Gli abusi del clero vanno affrontati’

    Il Papa ai vescovi: ‘Gli abusi del clero vanno affrontati’

    Icomportamenti inappropriati da parte del clero “non possono essere messi in un cassetto, vanno affrontati, con senso di misericordia e vera giustizia, verso le vittime e verso gli accusati”.

    Lo ha detto Papa Leone parlando ai nuovi vescovi, nel discorso a porte chiuse di ieri del quale la sala stampa diffonde oggi degli stralci.

    Al termine del suo discorso ai vescovi di nuova nomina, ieri mattina, il Papa ha proseguito – riferisce oggi la sala stampa vaticana – offrendo, oltre al richiamo sul tema degli abusi, una rassegna delle sfide e delle questioni che questi si trovano ad affrontare al principio di un nuovo ministero, come le paure, il senso di indegnità, le diverse aspettative che ciascuno aveva sulla propria vita prima della chiamata, e indicando come sia necessario restare vicini al Signore, conservare il tempo della preghiera.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2025/09/12/il-papa-ai-vescovi-gli-abusi-del-clero-vanno-affrontati-_6cb46818-50c6-464e-bbe5-94006728c96a.html