Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Città del Vaticano

  • Il tempo delle parole e il tempo dei fatti

    Il tempo delle parole e il tempo dei fatti

    “Lungo, fruttuoso e buono”. Così i dirigenti della Conferenza episcopale degli Stati Uniti hanno definito l’incontro avuto in Vaticano con Francesco sulla crisi degli abusi. Non sono entrati nei dettagli, limitandosi a parlare di “scambio” con il papa e ringraziandolo per averli ricevuti.

    All’incontro erano presenti il cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, e il cardinale Sean O’Malley di Boston, che è anche presidente della Pontificia commissione per la protezione dei minori.

    “Non vediamo l’ora di continuare attivamente il nostro discernimento insieme, identificando i prossimi passi più efficaci”, si legge nella dichiarazione, ma non si fa cenno alla richiesta di visita apostolica avanzata giorni fa dai vescovi americani.

    Il clima deve essere stato molto cordiale , almeno a giudicare dalla foto diffusa dal Vaticano, nella quale i presenti appaiono tutti sorridenti e divertiti (forse sarebbe stato meglio scegliere un’altra foto, data la drammaticità del tema al centro dell’incontro).

    Il papa ha convocato tutti i presidenti delle Conferenze episcopali del mondo, più di cento prelati, per un vertice che si terrà in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019. Il provvedimento è di portata eccezionale, così come eccezionalmente grave è la crisi in corso.

    Con la sua decisione Francesco intende evitare di ripetere gli errori commessi nel caso del Cile, dove la vicenda degli abusi è stata affidata per lungo tempo alla gestione, rivelatasi fallimentare, della Chiesa locale, salvo poi intervenire di persona, ma in ritardo e non senza contraddizioni.

    La svolta che Francesco vuole imprimere è netta: passare da una situazione in cui il papa appare parte del problema a una in cui la sua leadership sia forte e autorevole.

    Bergoglio si sta giocando molto:  in ballo ci sono il suo carisma e la sua credibilità. Non è detto però che la formula del confronto assembleare con i capi delle Conferenze episcopali possa garantire i risultati auspicati.  Il rischio è che alla fine si produca più o meno il solito documento, ma le parole ormai non bastano più. Inoltre febbraio sembra un po’ lontano. Certamente i vertici degli episcopati di ogni parte del mondo non si possono convocare a Roma da un giorno all’altro, ma forse una data più ravvicinata avrebbe dato un segnale più efficace.

    E da qui a febbraio? Tutto resterà come prima? Nessuna risposta sul caso McCarrick? Nessuna risposta a i vescovi che, dopo il rapporto del gran giurì della Pennsylvania, hanno detto che il tempo delle parole è finito e occorrono interventi concreti, portando a galla tutto il marciume e svelando tutte le coperture e le connessioni?

    La scelta di febbraio può essere dovuta anche alla necessità di dare il tempo alle Conferenze episcopali di attrezzarsi con politiche adeguate, ma allora i cinque mesi che ci separano dal vertice appaiono pochi.

    Quanto alla durata dell’incontro, che dire? Davvero è pensabile che in tre giorni oltre cento prelati provenienti da situazioni tanto diverse possano confrontarsi seriamente e concludere qualcosa che non sia il solito documento pieno di buone intenzioni?

    Dopo il memoriale Viganò nulla può essere più come prima. Lì ci sono accuse alle quali occorre dare risposte. La manovra iniziale, centrata sul tentativo di screditare l’ex nunzio, non sembra aver dato i risultati sperati. Quando il vescovo di Grand Rapids, David Walkowiak, dice che la testimonianza dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò deve essere investigata a fondo e attende risposte non fa che esprimere un’idea diffusa tra molti pastori.

    In questo complesso quadro, il tassello rappresentato dal caso del cardinale Donald Wuerl di Washington suscita altre domande. Da più parti sono state chieste le sue dimissioni e una scuola cattolica americana ha addirittura tolto il suo nome da quello dell’istituto. Wuerl ha annunciato che presto si recherà a Roma per chiedere a Papa Francesco di accettare le sue dimissioni per raggiunti limiti di età. Il fatto è che i settantacinque anni li ha compiuti tre anni fa e allora la sua richiesta di dimissioni, inviata in Vaticano come da norma, non è masi stata accettata. Perché?

    Aldo Maria Valli

    Il tempo delle parole e il tempo dei fatti

  • Pedofilia, le colpe di papa Francesco

    Pedofilia, le colpe di papa Francesco

    Le accuse dell’arcivescovo Viganò non stanno in piedi. Ma evidenziano una guerra in cui Bergoglio si trova in condizioni di debolezza. Anche per errori suoi

    EMILIANO FITTIPALDI

    Il clamoroso dossier pubblicato due settimane fa dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha mostrato ancora una volta qual è il punto debole del pontificato di Bergoglio. Perché, al di là delle reali motivazioni per le quali l’ex nunzio a Washington ha chiesto le dimissioni di Francesco accusandolo di aver coperto gli abusi sessuali dell’ex cardinale americano Theodore McCarrick, e dell’uso strumentale che ne stanno facendo le fazioni ultra tradizionaliste nemiche del papa, la vicenda ha evidenziato come il pontefice stia perdendo a cinque anni dall’elezione al soglio petrino una delle battaglie più delicate del suo magistero. Quella contro la pedofilia degli ecclesiastici, tumore cresciuto nei decenni grazie alla compiacenza e all’omertà della Chiesa.

    L’accusa principale di Viganò appare assai debole. Non solo perché non suffragata da alcuna prova (l’arcivescovo ha infatti raccontato che in un incontro privato nel 2013 avrebbe avvertito Francesco che McCarrick aveva approfittato sessualmente di decine di giovani seminaristi maggiorenni aggiungendo che il papa, nonostante le rivelazioni, non avrebbe mosso un dito contro l’anziano presule in pensione), ma anche perché il rapporto è pieno di omissioni: in primis proprio l’ex nunzio, dopo la sua denuncia al papa, ha in più occasioni incontrato McCarrick in assoluta cordialità, tanto da presentare il molestatore a una conferenza pubblica come «un uomo molto amato da tutti noi». Elementi che compromettono l’assunto con cui l’arcivescovo giustifica il suo sfogo: «Io agisco solo perché la verità emerga».

    Ma seppure i fatti raccontati fossero veri, seppure Bergoglio avesse avuto nel 2013 la consapevolezza della doppia vita di un anziano vescovo in pensione allora mai sfiorato da accuse di pedofilia, arrivate solo nel 2018, le accuse di Viganò sembrano assai poco significative in un contesto di responsabilità ed evidenze ben più gravi. Riguardanti il papa e altri alti prelati vicini al vescovo di Roma «venuto dalla fine del mondo».
    L’operazione di Viganò mira a coinvolgere il pontefice in prima persona nel nuovo grande scandalo dei preti pedofili della Pennsylvania, dove la procura generale lo scorso agosto ha diffuso i risultati di un’indagine su presunti crimini di ecclesiastici avvenuti nell’arco degli ultimi 70 anni. Un report che evidenzia come oltre 300 tonache avrebbero abusato e violentato in modi orrendi oltre mille bambini e bambine. «Abbiamo le prove che il Vaticano sapeva e ha coperto gli abusi. La copertura era sistematica», ha detto Josh Shapiro, procuratore generale dello Stato del Nord Est. «Quello che abbiamo trovato davvero spaventoso è che i leader della Chiesa avrebbero mentito ai fedeli la domenica, mentito in pubblico, protetto questi predatori ma contemporaneamente documentavano ogni cosa, mettendola negli archivi segreti. Le responsabilità del papa? Non posso parlare specificatamente di Francesco», ha concluso il magistrato.

    La stragrande maggioranza dei casi di stupri, in effetti, è precedente al 2000. Ma il nuovo terremoto americano e le reazioni internazionali alla lettera di Viganò dimostrano che sul tema della lotta alla pedofilia Francesco sta cominciando a perdere credibilità. Anche perché, se il papa ha usato parole di fuoco per stigmatizzare gli orchi con il collarino, di passi in avanti questo magistero ne ha compiuti – al netto della propaganda bergogliana – davvero pochi. Chi dice che la pedofilia è un fenomeno del passato non conosce i numeri della Congregazione della dottrina della fede, che segnalano come negli ultimi cinque anni siano arrivate in Vaticano circa 2.000 denunce “verosimili” da ogni parte del mondo, una media doppia rispetto al periodo 2005-2009.
    Travolto dagli scandali di Boston e della Chiesa irlandese, Benedetto XVI allungò i termini di prescrizione del reati di 10 anni, inserì nei codici vaticani il reato di pedopornografia, ma non intaccò il dispositivo (nefasto) del «segreto pontificio», ancora oggi applicato a ogni processo canonico e su ogni notizia di atti contro il sesto comandamento. Francesco non ha modificato le regole, che vanno tutte contro la trasparenza tanto pubblicizzata dalla “rivoluzione”: chi parla rivelando i nomi dei pedofili compie “peccato mortale”, e va incontro a sanzioni severe decise da una commissione disciplinare ad hoc. Con sanzioni che comprendono il licenziamento e persino la scomunica “latea sententiae”.

    Bergoglio non ha nemmeno emesso norme né motu proprio pontifici che obblighino senza se e senza ma i vescovi e i presuli a denunciare preti pedofili direttamente alla magistratura ordinaria: «La responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti» non basta più all’opinione pubblica e ai fedeli traditi. Soprattutto quando “la negligenza” coinvolge i vertici vaticani. Gli esempi recenti sono molti, e quello che riguarda Luis Francisco Ladaria, promosso un anno fa prefetto della Congregazione della fede da Francesco, è emblematico: nel 2012 Ladaria ha infatti coperto, senza denunciarlo, un prete pedofilo che la Congregazione aveva ridotto in stato laicale per abusi sessuali su alcuni bambini, don Gianni Trotta. Ladaria e il cardinale ex prefetto William Levada ordinano però alla chiesa pugliese che la condanna canonica passi sotto silenzio, «per non dare scandalo ai fedeli». Trotta, le cui gesta erano sconosciute a tutti tranne che alle gerarchie vaticane, ha potuto così violentare altri minorenni del tutto indisturbato: dopo essere stato spretato, ha infatti trovato lavoro come allenatore in una squadra di calcio giovanile, e in due anni ha molestato una decina di bambini in un paesino vicino a Foggia. Ladaria è ancora potente prefetto della Congregazione che deve giudicare i preti pedofili.
    I fallimenti non si contano: il tribunale contro i vescovi maniaci, annunciato urbi et orbi nel 2015, non vedrà mai la luce. La Commissione per la Tutela dei minori voluta dal papa nel 2014 non ha alcun potere reale, né in Vaticano né sulle Conferenze episcopali dei vari paesi, tanto che due membri laici, ex vittime dei pedofili, sono andati via sbattendo la porta, spiegando che l’organismo era solo «un’operazione propagandistica di Francesco».

    Sono decine gli altri casi eclatanti che spiegano bene perché il papa stia perdendo credibilità sulla questione che contribuì a chiudere l’esperienza di Benedetto XVI, e perché rischi seriamente che i suoi tanti nemici – in una guerra civile ormai permanente – possano presto approfittare dei suoi passi falsi. George Pell, il cardinale chiamato a Roma dal pontefice per mettere a posto le finanze vaticane e “moralizzare” la corrotta curia romana, un anno fa è stato infatti incriminato dai magistrati australiani per alcuni casi di pedofilia considerati più che verosimili da inquirenti e polizia. Francesco, anche se lo ha sospeso dall’incarico, lo ha sempre sostenuto, decidendo di non sostituirlo prima della fine del processo.

    Le imputazioni dei magistrati e dei ragazzi sono ovviamente tutte da dimostrare. Ma evidenze del comportamento oscuro del cardinale di fronte alla tema della pedofilia erano note da anni. In passato, quando era vescovo di Melbourne, il “ranger” era già stato denunciato da un chierichetto di 12 anni per gravi molestie (il processo si era chiuso nel 2002 senza alcuna condanna per mancanza di prove) e Ratzinger – anche per questo – aveva sempre frenato le sue ambizioni di trasferirsi presso la Santa Sede. Non solo. Il porporato nel corso degli anni era finito nel mirino di decine di vittime e di sopravvissuti agli orchi. Ragazzi e ragazze che nel corso delle audizioni della Royal Commission, una commissione nazionale voluta dal governo di Canberra per investigare sugli abusi sessuali nella Chiesa australiana, hanno additato “Big George” come un insabbiatore, come un prelato che ha sistematicamente difeso i pedofili australiani (secondo il rapporto finale della Commissione il 7 per cento dei preti cattolici dell’isola sono implicati in vicende di pedofilia), come un vescovo che ha inventato un sistema di risarcimenti usato in realtà «per distruggere e controllare le vittime e difendere l’immagine e la cassaforte della Chiesa». Qualcuno, come un padre a cui un preside cattolico ha violentato due bimbe di 4 e 5 anni, ha definito Pell «un sociopatico».

    Quattro anni fa L’Espresso aveva documentato come il braccio destro appena scelto da Francesco aveva chiesto a famiglie distrutte dai pedofili in tonaca di accettare, per chiudere definitivamente il casi di abusi in alcuni processi civili contro la sua diocesi, la miseria di 30 mila euro. «In caso contrario» scrivevano gli avvocati di Pell, «noi ci difenderemo strenuamente in tribunale». Non solo: è un fatto che il cardinale abbia accompagnato sottobraccio mostri seriali come l’amico ed ex compagno di stanza Gerald Ridsdale (alla fine condannato in via definitiva per aver violentato decine di bambini), e che lo stesso “ranger” ha coperto accuse a suo dire false contro i Fratelli Cristiani e invece poi rivelatesi verissime. Altre vittime hanno raccontato – in testimonianze giurate – come Pell abbia cercato di comprare il loro silenzio.

    I giudici della Royal Commission hanno definito in una relazione del 2015 il suo comportamento «poco cristiano». Al netto degli esiti del processo per presunti abusi sessuali, tutte le altre informazioni sul lato oscuro di Pell erano pubbliche già prima che Francesco – tra il 2013 e il 2014 – nominasse “Big George” capo della Segreteria dell’Economia, poi membro del C9, il gruppo dei cardinali che deve consigliare il pontefice nella gestione della Chiesa universale.

    Com’è possibile che Bergoglio abbia protetto Pell? Questo resta un mistero glorioso. Così come incredibili appaiono – assai più che le accuse di Viganò – altre inaudite ascensioni di insabbiatori nelle alte sfere della gerarchia, tutte scelte che da anni stanno minando il credito del magistero bergogliano.
    Nel C9 Francesco ha infatti chiamato anche il cardinale cileno Francesco Errazuriz, che per anni ha tenuto nascoste in un cassetto le denunce dei ragazzi contro il pedofilo seriale Fernando Karadima. Mentre un allievo dell’orco, Juan Barros, nel 2015 nonostante le accuse circostanziate delle vittime e le vibranti proteste di parte del clero locale fu promosso ugualmente da Bergoglio vescovo di Osorno: solo quest’anno – dopo l’ira del presidente della Commissione per la tutela dei minori cardinale Seán O’Malley per l’ennesima difesa di Barros da parte di Francesco davanti alle vittime allibite – il papa ha cambiato linea, chiedendo scusa per parole inopportune, mandando in fretta e furia un nuovo visitatore apostolico in Cile per appurare una verità già evidente a tutti da lustri, e accettando infine le dimissioni di Barros. Un pesce piccolo, comunque, nella scala gerarchica del clero cileno: Errazuriz e l’arcivescovo di Santiago Ricardo Ezzati, che hanno sempre difeso Karadima e Barros e recentemente insultato uno dei sopravvissuti («un serpente», dissero in uno scambio email) non solo hanno mantenuto i loro incarichi, ma sono stati premiati. Errazuriz promosso nel C9, Ezzati con la berretta cardinalizia.

    Anche la recente vicenda che ha travolto il coordinatore del C9 Oscar Maradiaga, primo consigliere di Bergoglio, e il suo braccio destro Juan Josè Pineda è indicativa di come Francesco, se a parole propugna la “tolleranza zero”, poi copre troppo spesso le malefatte dei suoi fedelissimi. Il cardinale honduregno è stato posto alla destra del trono di Pietro nonostante tra il 2003 e il 2004 abbia ospitato in una delle diocesi del suo arcivescovado a Tegucigalpa un prete incriminato dalla polizia del Costarica per abusi sessuali, don Enrique Vasquez (rimase sei mesi in Honduras, poi – quando l’Interpol lo individuò – scappò via dal paese). E lo ha voluto al suo fianco nonostante Maradiaga – estimatore dell’insabbiatore seriale Bernard Law, da cui scaturì lo scandalo Spotlight – abbia detto nel 2002 durante una conferenza pubblica a Roma che anche lui sarebbe stato «pronto ad andare in prigione piuttosto che danneggiare uno dei miei preti» accusati di abusi minorili.

    Qualche mese fa L’Espresso ha svelato i contenuti dell’inchiesta di un visitatore apostolico argentino mandato dal Vaticano proprio nella diocesi honduregna: alcuni testimoni a maggio 2017 hanno infatti accusato Maradiaga di aver percepito dall’università cattolica locale 35 mila euro al mese per anni, e indicato il vescovo ausiliare Pineda responsabile di «gravi comportamenti inappropriati» (traducendo: abusi e relazioni sessuali) nei confronti di alcuni sacerdoti maggiorenni.

    Il coordinatore del C9 ha negato con forza ogni addebito, spiegando di aver girato i denari ricevuti alla diocesi affinché fossero investite in opere di beneficenza, e ha aggiunto che Pineda era innocente, calunniato da forze oscure e giornalisti «che scrivono libri infami. È stato Pineda stesso, per dimostrare la sua innocenza al mondo, a chiedere al Vaticano l’invio di un visitatore apostolico», disse furibondo il consigliere del papa.
    Dopo pochi mesi, però, documenti interni della diocesi hanno evidenziato che dei soldi di Maradiaga non c’è alcuna traccia nei bilanci di Tegucigalpa, mentre Bergoglio, lo scorso luglio ha accettato le dimissioni da ausiliare di Pineda. «Il fatto è che il papa ha tenuto per mesi i risultati dell’inchiesta del vescovo Casaretto sulla sua scrivania. Solo quando le accuse sono finite sulla stampa s’è finalmente mosso», spiegano oggi prelati honduregni. «Pineda comunque ha mantenuto il titolo di vescovo e Maradiaga è rimasto saldo al suo posto. Come dite voi in Italia? Parlare bene e razzolare male. Ecco, da Francesco proprio non ce lo aspettavamo».

  • Pedofilia, il cardinale Usa Wuerl offrirà le sue dimissioni al Papa

    Pedofilia, il cardinale Usa Wuerl offrirà le sue dimissioni al Papa

    L’arcivescovo è uno degli alti prelati accusati da Carlo Maria Viganò. Al centro delle polemiche come ha gestito lo scandalo degli abusi quando era vescovo di Pittsburgh, in Pennsylvania. E a Washington DC avrebbe anche ignorato le accuse a carico del suo predecessore

    Le ripercussioni dello scandalo pedofilia negli Stati Uniti investono anche uno degli uomini di fiducia di Papa Francesco. Donald Wuerl, il cardinale dell’Arcidiocesi di Washington DC, chiederà infatti al pontefice di accettare le proprie dimissioni. La notizia è stata confermata dal portavoce dell’Arcidiocesi Ed McFadden, dopo che l’ecclesiastico aveva già annunciato di voler discutere con il Papa la possibilità di dimettersi.

    Le accuse di Viganò

    Wuerl, che a Washington ricopre la carica di arcivescovo, è uno degli alti prelati vicini a Papa Francesco citato nella lettera dell’ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò. Qui, Viganò lo ha accusato di aver in parte insabbiato lo scandalo degli abusi sessuali nei confronti di bambini in Pennsylvania e di essere stato a conoscenza delle accuse mosse contro il suo predecessore, l’ex cardinale della capitale Usa, Theodore McCarrick.

    Uomo di fiducia di Bergoglio

    Wuerl ha 77 anni ed è considerato un uomo di fiducia di Bergoglio, dopo esserlo stato di Papa Benedetto XVI. Due anni fa, al compimento del suo 75esimo compleanno, aveva rimesso il suo mandato nelle mani del Pontefice per limiti di età ma Papa Francesco preferì tenerlo al suo posto.

    “Errori di giudizio”

    In Pennsylvania, secondo il dossier di un gran giurì, oltre 300 preti avrebbero abusato di minori. A seguito della pubblicazione del dossier sugli abusi in Pennsylvania, Wuerl aveva recentemente incontrato in via riservata il Papa per illustrargli la situazione. Al vaglio è la modalità con cui il cardinale, nei 18 anni in cui è rimasto in carica a Pittsburgh, ha gestito una vicenda. Nei giorni scorsi monsignor Georg Gaenswein, prefetto della Casa pontificia, riferendosi anche a questo caso ha definito gli scandali legati alla pedofilia come l’11 settembre della Chiesa Cattolica. Il cardinale Wuerl, finora, ha ammesso “errori di giudizio” nell’ambito degli abusi in Pennsylvania mentre ha negato di essere mai stato a conoscenza delle accuse a carico di McCarrick.

    https://tg24.sky.it/mondo/2018/09/13/pedofilia-cardinale-wuerl-offre-dimissioni.html

  • Il Papa convoca i capi dei vescovi. Ma per il “rimpasto” dei cardinali c’è da aspettare

    Il Papa convoca i capi dei vescovi. Ma per il “rimpasto” dei cardinali c’è da aspettare

    Francesco Gnagni

    Francesco ha mostrato di reagire alle scosse provocate dall’affaire Viganò convocando tutti i presidenti delle conferenze episcopali nazionali in Vaticano per il febbraio 2019. Ma per il rimpasto della Curia, che coinvolgerebbe tre dei nove porporati del Consiglio dei Cardinali, bisognerà aspettare. Almeno fino a dicembre

    Una riunione dei capi delle conferenze episcopali di tutto il mondo sul tema della “protezione dei minori”, che si terrà in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019. Sembra questa, al momento, la risposta più decisa data dal pontefice nei confronti delle agitazioni createsi in Vaticano dopo la clamorosa vicenda del cosiddetto Memoriale Viganò. Un’attacco, quello dell’ex nunzio negli Stati Uniti, che pare affondi i suoi artigli ben più in profondità di quanto ci si possa immaginare, visto all’interno della testimonianza vengono chiamate in causa buona parte delle figure più determinanti della Curia Romana a partire dall’entrata nel ventunesimo secolo. Tanto per riportarne i nomi, i segretari Angelo Sodano, Tarcisio Bertone, perfino l’attuale Pietro Parolin, e addirittura ben tre papi, da san Giovanni Paolo II a Francesco, passando per Benedetto XVI.

    Che ci sia stata poca celerità da parte di Bergoglio nel togliere la porpora al cardinale americano col vizietto delle frequentazioni inopportune, o ancor più con la facilità dei crimini verso i giovani seminaristi vicini alla maggiore età? Visto e considerato cioè che, di fatto, alla fine è stato Francesco colui che ha tolto la berretta cardinalizia all’ex arcivescovo di Washington. O che tutto questo c’entri anche qualcosa con le dimissioni di Ratzinger, come hanno provocatoriamente provato a sussurrare commentatori come Massimo Franco, oppure quanti mettono in questi giorni in risalto il dossier di 300 pagine preparato dall’allora papa Ratzinger, per mano della commissione d’indagine creata dopo Vatileaks, e lasciato sulla scrivania di Bergoglio, che lì lo ha trovato pronto, una volta eletto al Soglio Petrino? Domande che in molti, in Vaticano, si stanno ponendo.

    “Il Santo Padre, sentito il Consiglio di Cardinali, ha convocato una riunione con i Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo per parlare della prevenzione di abusi su minori e adulti vulnerabili”, è infatti il testo essenziale del comunicato diffuso dalla Sala Stampa vaticana, in cui si spiega che al Consiglio dei Cardinali riunitosi da lunedì 10 a mercoledì 12 settembre erano presenti tutti i membri del C9 eccetto però i cardinali George Pell, Francisco Javier Errázuriz e Laurent Monsengwo Pasinya. Ovvero le tre personalità che Papa Francesco pare abbia intenzione di espellere dal gruppo, due delle quali sotto processo nei loro rispettivi paesi. Anche questo, pare, in risposta al divampare del fuoco appiccato dall’ex nunzio Carlo Maria Viganò.

    Il primo infatti, l’australiano già prefetto della Segreteria per l’economia Pell, risulta direttamente accusato di abusi a danno di minori ed è a processo nel suo Paese, e il secondo, il cileno Errázuriz, è accusato di averne coperti altrettanti. Mentre riguardo invece al terzo, il congolese Pasinya, abile attore all’interno della crisi democratica del suo Paese, la motivazione resterebbe solamente quella di avanzati limiti di età. Spiegazione peraltro ufficialmente indicata dalla Santa sede come alla base del lavoro di “riflessione” che il Consiglio chiede al Papa su “lavoro, struttura e composizione” dello stesso organo. Anche se il punto della questione, rivelato ai giornalisti dalla vice direttrice della Sala Stampa Paloma García Ovejero, è che per dicembre questo ricambio di cardinali non sarà ancora probabilmente effettuato.

    Il Consiglio poi, si spiega nella nota, “ha ampiamente riflettuto insieme con il Santo Padre sui temi dell’abuso”, dopo avere già formulato nel primo giorno di riunione “piena solidarietà a Papa Francesco a fronte di quanto accaduto nelle ultime settimane”. Colloquio durante il quale è intervenuto anche il cardinale francescano statunitense Sean Patrick O’Malley, parlando del lavoro svolto finora dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori che presiede dal 2014. E in cui la gran parte dell’impegno è stato dedicato agli aggiustamenti finali della bozza della nuova Costituzione Apostolica della Curia romana, il cui titolo provvisorio è Praedicate evangelium, che andrà a sostituire la precedente Pastor Bonus promulgata nel 1988 da Giovanni Paolo II. “Il Consiglio dei cardinali ha già consegnato al Santo Padre il testo provvisorio che, comunque, è destinato ad una revisione stilistica e ad una rilettura canonistica”, ha precisato il Vaticano.

    Nonostante ciò, il tam tam anti-Francesco sui social, blog e giornali continua a procedere, spedito. In modo particolare dopo le parole pronunciate dal prefetto della Casa Pontificia Georg Gänswein, in occasione della presentazione al Senato del chiacchierato libro del giornalista americano Rod Dreher “L’Opzione Benedetto”, in cui il monsignore tedesco ha candidamente affermato che la Chiesa sta attualmente vivendo niente meno che il suo 11 settembre, con un parallelo cioè al tragico crollo negli Stati Uniti delle Twin Towers. Parole in cui, per molti commentatori, si è addirittura rintracciato l’eco del papa emerito risuonare direttamente dalla sua residenza a Castel Gandolfo.

    Un momento perciò, questo, molto delicato per la Santa Sede, considerato poi che oggi 13 settembre i leader dei vescovi statunitensi, vale a dire il presidente della Conferenza episcopale Usa Daniel DiNardo, il vicepresidente e arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gómez e il segretario generale Brian Bransfield, assieme all’arcivescovo di Boston O’Malley, si vedranno a quattrocchi con Francesco a mezzogiorno a Santa Marta, su loro stessa richiesta. Anche l’arcivescovo di Washington Donald Wuerl, al centro delle polemiche sulla gestione dell’intera crisi della sua diocesi e citato nel documento di Viganò per avere coperto gli abusi di McCarrick, pare che si recherà presto a Roma in visita al Papa. Ma per motivi diversi, ovvero per mettere sul piatto le sue dimissioni.

    Nel frattempo, attestati di solidarietà a Papa Francesco sono arrivati, come ovvio, da gran parte delle conferenze episcopali di tutto il mondo, le stesse che vedranno i rispettivi presidenti incontrare faccia a faccia il pontefice per discutere di quella che è ormai apertamente riconosciuta come la più grave piaga che ha sconvolto la Chiesa romana negli ultimi decenni, quella degli abusi sessuali dei sacerdoti su minori. Senza mettere però nemmeno troppo da parte il tema dell’omosessualità vissuta attivamente all’interno dei seminari, altra questione scottante rilanciata con insistenza negli ultimi giorni da diversi opinionisti e che il Vaticano in qualche modo dovrà affrontare. Che sia partita una nuova stagione di veleni, perciò, è ormai chiaro. Che sia forse in vista del prossimo Conclave, questo lo si vocifera soltanto. Nel frattempo, tuttavia, sembra che la stessa Santa Sede stia preparando una risposta contenente i chiarimenti riguardo all’accusa dell’ex nunzio Viganò, secondo quanto dichiarato il primo giorno dell’incontro dei nove porporati e riportato su molti mass-media, in cui si è spiegato che “nell’attuale dibattito la Santa Sede sta per formulare gli eventuali e necessari chiarimenti”.

    Anche se, trattandosi di un testo non molto dettagliato, potrebbe anche riferirsi a quanto avverrà nel prossimo febbraio, e non è perciò chiaro se e come verranno comunicate novità particolari già nell’immediato. Visto e considerato infatti che anche per il “rimpasto” dei cardinali della Curia si dovrà ancora aspettare diversi mesi, lo stesso potrebbe valere per le spiegazioni promesse dalla Santa Sede. E anche per capire come il Vaticano si muoverà ancora su di un fronte sempre più agitato, specialmente in seguito al report del Gran Giurì di Pennsylvania, la massiva indagine che mette in fila tutti i casi di crimini perpetrati negli ultimi settant’anni, e dopo le ultime sconvolgenti dichiarazioni del gesuita Hans Zollner, membro della commissione sugli abusi, che per quanto riguarda le stime complessive dei preti coinvolti pare abbia parlato della necessità di rivedere la cifra, inizialmente attestata sullo 0,3 per cento, ipotizzandone una addirittura venti volte più grande, oscillante tra il 3 e il 6 per cento.

    Sicuramente una piccola anticipazione di quanto Bergoglio pensa, tra sé e sé, e di cosa intenderà esporre ai presidenti delle conferenze episcopali il prossimo febbraio, la si potrà rintracciare, oltre che nella Lettera al Popolo di Dio inviata da Francesco lo scorso 20 agosto, nel discorso che verrà pubblicato oggi 13 settembre nel sito della rivista diretta da padre Antonio Spadaro La Civiltà Cattolica, pronunciato dal Pontefice ai gesuiti irlandesi nell’ambito dell’Incontro mondiale delle Famiglie di Dublino, avvenuto a porte chiuse subito dopo quello con le otto vittime di abusi sessuali. “Non basta voltare pagina, ma cercare rimedio, riparazione, tutto ciò che è necessario per guarire le ferite e ridare vita a tanta gente”, pare abbia detto Francesco durante l’occasione, riportata dal quindicinale dei gesuiti. La rivista racconta come in quella circostanza Bergoglio abbia “riformulato con estrema chiarezza la sua diagnosi dello scandalo”. Dopo avere risposto però anche alla domanda, postagli da un sacerdote lì presente: “come fa a mantenere il cuore allegro con tutto quello che le accade?”

    Il Papa convoca i capi dei vescovi. Ma per il “rimpasto” dei cardinali c’è da aspettare

  • Colpo di scena in Vaticano: sotto accusa per abusi sessuali un vescovo al vertice della ricchissima Papal foundation

    Colpo di scena in Vaticano: sotto accusa per abusi sessuali un vescovo al vertice della ricchissima Papal foundation

    Francesco ha autorizzato un’indagine su Michael Bransfield, di cui sono state accettate le dimissioni per raggiunti limiti di età

    Si può parlare con gli atti in modo molto più forte che con le parole.

    Allo scoccare delle 12 di oggi, cioè all’ora esatta in cui era fissato in agenda l’incontro tra il Papa e il vertice della Conferenza episcopale americana – che aveva chiesto un’udienza urgente in Vaticano dopo le accuse dell’ex Nunzio Viganò sulle presunte coperture vaticane e dello stesso Francesco nei confronti dell’ormai ex cardinale McCarrick – , dalla Sala Stampa della Santa Sede è giunto un segnale ben preciso.

    Mentre la delegazione dell’USCCB, guidata dal cardinale Daniel Di Nardo, era seduta al tavolo della scrivania di Papa Francesco nel Palazzo Apostolico, è stato reso noto che Francesco ha autorizzato un’indagine sulle accuse di molestie sessuali nei confronti di un vescovo americano del West Virginia (Diocesi di Wheeling-Charleston) , Michael Bransfield, di cui sono state accettate le dimissioni per raggiunti limiti di età pochi giorni dopo il compimento dei 75 anni previsti per il ritiro.

    Bransfield non è un vescovo qualsiasi e la sua vicenda non è qualsiasi. Per almeno cinque motivi che riguardano non solo le vicende della Chiesa americana, ma lo stesso Vaticano.

    Innanzitutto l’inchiesta ordinata dal Papa segue l’archiviazione di due accuse precedenti (2007 e 2012) e tra i quattro alti prelati statunitensi ricevuti oggi dal Papa, sedeva anche il cugino del prelato, monsignor Brian Bransfield, che ricopre l’incarico di segretario generale della Conferenza episcopale americana, ed è quindi il numero due dell’organizzazione dei vescovi statunitensi.

    Secondo: le accuse nel suo caso riguardano molestie sessuali nei confronti di adulti. Quindi non si tratta di un crimine di pedofilia (nei confronti di minori), ma di abusi di potere e sessuali nei confronti di maggiorenni, la cui radice ha detto oggi il Papa a una riunione di vescovi, origina da vere e proprie “voragini spirituali” .

    Terzo: il presule era in stretto contatto con l’ormai ex cardinale McCarrick ( il cui caso è all’origine delle accuse di Carlo Maria Viganò) che ne è stato uno dei consacratori.

    Quarto: Bransfiel era il Presidente della Papal Foundation, (una grande organizzazione di raccolta fondi per il Papa e il Vaticano , cofondata dall’ex cardinale McCarrick) quando l’anno scorso una rivolta dei donatori laici impedì che venisse trasferita in Vaticano la somma di 25 milioni di dollari che il Papa aveva chiesto per risollevare le sorti dell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata (IDI).

    La Papal Foundation nel corso dei decenni ha versato centinaia di milioni di dollari alla Santa Sede.

    Ad aggiungere altra fibrillazione alla giornata anche il fatto che il cardinale Daniel Di Nardo, arcivescovo di Galveston-Houston e presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti, è stato accusato da alcune vittiome di non aver agito correttamente lasciando un prete sospetto abusatore a contatto con i bambini. Una vicenda che però non è stata ancora chiarita e quindi non si possono al momento attribuire responsabilità al porporato. La notizia in ogni caso è rimbalza da Oltreoceano proprio alla vigilia dell’udienza con Papa Francesco alla quale hanno partecipato anche il vicepresidente dell’episcopato e arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gómez e il cardinale di Boston Sean O’Malley in qualità di presidente della commissione vaticana per la tutela dei minori.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/09/13/colpo-di-scena-in-vaticano-sotto-accusa-per-abusi-sessuali-un-vescovo-al-vertice-della-ricchissima-papal-foundation_a_23526341/

  • UNO SCISMA? NO, UN SISMA. BERGOGLIO DOVRÀ AGIRE

    UNO SCISMA? NO, UN SISMA. BERGOGLIO DOVRÀ AGIRE

    Gerarchia riunita in fretta sull’emergenza molestie. Significa che la Santa Sede non trascura lo sconcerto provocato dagli scandali. Però pregare per nascondere la vergogna non basta più: serve un cambiamento

    di Maurizio Belpietro

    Non è uno scisma, ma un sisma.

    La congiura del silenzio con cui in queste settimane la stampa nazionale ha cercato di insabbiare le rivelazioni dell’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti non ha fermato il terremoto. Infatti, nonostante il bavaglio che si sono imposti gli organi di informazione di casa nostra, le accuse dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò contro una parte dell’episcopato, colpevole di aver coperto gli abusi sessuali, hanno fatto il giro del mondo. Soprattutto hanno scosso nel profondo i fedeli. “È l’11 settembre della Chiesa”, ha commentato il segretario particolare di Benedetto XVI, Gerog Gänswein, anch’egli censurato da giornali e tv nonostante queste parole le abbia pronunciate in pubblico. Tuttavia, sebbene sia “proibito” parlare delle rivelazioni sulla lobby gay che avrebbe protetto prelati ritenuti colpevoli di molestie sessuali, la scossa non sembra destinata a fermarsi. È dell’altro giorno la notizia del pensionamento di tre cardinali del cosiddetto C9, una specie di consiglio della corona che assiste il Pontefice nelle decisioni. Dei tre, uno lascerà per ragioni d’età, ma gli altri due sono costretti al ritiro dalle inchieste che li hanno sfiorati. E nonostante nel descrivere l’avvicendamento la grande stampa, in particolare quella cattolica vicina al Vaticano, si sia affrettata a sostenere che l’uscita di scena di un terzo dei componenti del C9 non abbia nulla a che fare con le accuse di Viganò, il collegamento è di tutta evidenza.

    Ma a questa notizia, già di per sé dirompente, ieri se ne sono aggiunte altre due. La prima riguarda il cardinal Donald William Wuerl, ovvero il prelato a cui è affidata la diocesi di Washington, proprio quella al centro delle accuse dell’arcivescovo Viganò. Wuerl è il successore di Theodore Edgar McCarrick, il cardinale accusato di aver corrotto generazioni di seminaristi, lo stesso che con una decisione clamorosa il Papa a luglio ha cacciato da suo regno, il Santuario dell’Immacolata concezione, togliendogli la berretta rossa e confinandolo in convento. Wuerl, oltre a essere subentrato a McCarrick, è considerato un suo fedelissimo, al punto che l’ex nunzio apostolico lo cita nel dossier in cui denuncia la corruzione dentro la Chiesa. Nel memoriale pubblicato in esclusiva mondiale dalla Verità, Viganò scrive che il cardinale di Washington “è unito a McCarrick da un patto scellerato” e parla di “coperture” degli abusi commessi dal predecessore.

    Nei giorni scorsi Wuerl aveva evitato di rispondere alle accuse, ma ieri, all’improvviso, ha annunciato un prossimo viaggio a Roma per discutere con il Papa “della sua rinuncia”. È stato lo stesso cardinale a scrivere ai preti della sua diocesi, lasciando intendere di non avere intenzione di ripensarci. Wuerl lascia sull’onda dello scandalo, anche perché il grand jury della Pennsylvania lo chiama in causa, addebitandogli la mancata denuncia degli abusi sessuali commessi da sacerdoti. Nella diocesi i preti molestatori nel corso degli anni sono stati centinaia, e migliaia le vittime. E che il suo nome sia finito nel report della Procura di Pittsburgh appare una conferma di quanto rivelato da monsignor Viganò.

    Il silenzio e la preghiera sollecitati da papa Francesco subito dopo la pubblicazione del dossier, dunque, non bastano più a fermare lo scandalo, e un altro cardinale deve farsi da parte. In America i vescovi sono allarmati per le reazioni e le proteste dei fedeli e oggi incontreranno il Papa per chiedere una risposta. E non è tutto. Il Santo Padre, che ancora rifiuta di parlare del caso attenendosi alla promessa di non dire una parola, ha deciso di convocare per febbraio i presidenti delle conferenze  episcopali di tutto il mondo per discutere di abusi. Che i capi dei vescovi di ogni Paese siano riuniti in fretta per affrontare il tema delle molestie di cui si sono resi responsabili uomini che predicano l’amore per Dio è la dimostrazione della drammaticità della situazione. A differenza di ciò che si vorrebbe far credere, la Chiesa si rende conto dello sconcerto provocato dalle rivelazioni e dalle accuse. A lungo sottovalutati e spesso nascosti dalle gerarchie ecclesiastiche, i comportamenti predatori nei confronti di giovani seminaristi e, spesso, anche di semplici ragazzi che frequentavano le parrocchie, stanno ora deflagrando e minaccino la stessa credibilità della Chiesa e del clero.

    Pregare per nascondere la vergogna degli abusi, si devono essere detti in Vaticano, non può bastare. Serve altro, ovvero dare il segno di un cambiamento. La mossa senza dubbio colpisce, ma fino a quando non sarà fatta trasparenza, fino a che non saranno denunciati gli abusi e rimossi gli abusatori, difficilmente il terremoto si placherà. Il dossier Viganò ha strappato il velo e ora è papa Francesco a essere chiamato a fare pulizia.

    (trascrizione da La Verità del 13 settembre 2018)

  • Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia “a metà”

    Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia “a metà”

    di Alessandro Rico

    L’annuncio è stato dato dal portavoce vaticano, Greg Burke: oggi a mezzogiorno, papa Francesco riceverà i vertici della Chiesa cattolica americana, che gli chiedevano udienza da quando è scoppiato il caso del memoriale Viganò.

    Nel Palazzo apostolico entreranno il capo della conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, il primo ad aver invocato un colloquio con il Pontefice per fare il punto sullo scandalo degli abusi sessuali, il presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, il cardinale arcivescovo di Boston Sean Padrick O’Malley (che è anche membro del C9, il collegio di nove porporati che affiancano Jorge Mario Bergoglio nella riforma delle istituzioni ecclesiastiche), l’arcivescovo di Los Angeles Josè Horacio Gòmez (vice di DiNardo) e il segretario generale della Conferenza dei vescovi statunitensi, Brian Bransfield.

    Una notizia rilevante, che testimonia come il Vaticano non possa più ignorare le pressioni per un’operazione trasparenza che arrivano dal Nord America. DiNardo è infatti il capofila di una parte consistente, per numeri e per peso specifico, del clero Usa che pretende sia fatta piena chiarezza sulle denunce dell’ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò. Da ultima, è stata la plenaria dell’organo diretto dal cardinale O’Malley a mettere in rilievo che “le domande emerse negli ultimi mesi non solo pongono l’attenzione sulla serietà della questione degli abusi, ma rappresentano anche l’opportunità per porre l’attenzione di tutti sugli strumenti di prevenzione”. Per prevenire il ripetersi delle atrocità del passato, non per “indagare i casi particolari”. Ma è chiaro che i vescovi statunitensi, che nelle scorse settimane si sono più volte pronunciati sul tema, sono sul piede di guerra.

    L’arcivescovo di San Francisco, Salvatore Joseph Cordileone, alla Verità ha confessato che i fedeli e la Chiesa sono “nel panico”, ribadendo la propria fiducia nell’onestà di Viganò e insistendo affinché si indaghi sulle sue rivelazioni. Il vescovo di Springfield, John Paprocki, ha definito “inadeguata” l’evasiva risposta di Bergoglio ai giornalisti durante il volo di ritorno da Dublino (quel “giudicate da soli”, divenuto pochi giorni dopo “silenzio e preghiera dinanzi ai cani selvaggi che cercano scandalo”). Stesso giudizio da Robert Morlino, vescovo di Madison, mentre il vescovo di Philadelphia, Charles Chaput, ha proposto al Pontefice addirittura di annullare il sinodo sui giovani del prossimo ottobre, poiché l’episcopato non avrebbe “assolutamente alcuna credibilità nell’affrontare questo argomento”. Molte le richieste di chiarimenti al Papa: da parte del vescovo di Phoenix, Thomas Olmsted, di quello di Tulsa (Oklahoma), David Conderla,, di quello di Tyler (Texas), Joseph Strickland,  oltre che da parte dell’ex primo consigliere della nunziatura americana, Jeanne Francois Lantheaume. Oltreoceano, insomma, si è scoperchiato un vaso di Pandora. Vane le minimizzazioni dei prelati legati all’abusatore Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington, come Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Joseph Tobin, arcivescovo di Newark, Kevin Farrell, prefetto del dicastero per Laici, famiglia e vita, già vicario dell’ex cardinale nella capitale Usa, o del successore di McCarrick, Donald Wuerl. Il quale ha peraltro annunciato che valuterà con il Papa l’ipotesi di una rinuncia alla carica, dopo che l’inchiesta del gran giurì della Pennsylvania lo ha chiamato in causa per aver coperto alcuni preti pedofili negli anni in cui era vescovo di Pittsburgh.

    È un bene che Francesco abbia finalmente deciso di ricevere DiNardo e gli altri esponenti di punta della Chiesa americana. Rimane tuttavia il timore che l’approccio di Roma sia quello di prendere di petto i casi di abuso sui minori, trascurando la piaga della lobby gay nella Chiesa. Perché se è vero che la pedofilia è lo scandalo – giustamente – più odioso per l’opinione pubblica, specialmente quella laica, la quale ha invece normalizzato (se non glorificato) l’omosessualità, è vero pure che esiste un collegamento tra omosessualità e abusi: un rapporto del 2004, commissionato dalla Conferenza episcopale Usa, affermava che l’81% dei casi di violenze sessuali era perpetrato da sacerdoti con tendenze omoerotiche su vittime di sesso maschile, il 90% delle quali adolescenti. Non a caso Rod Dreher, autore di Opzione Benedetto, il saggio che ha stimolato gli esplosivi commenti di padre Georg Gänswein riportati dalla Verità, ha affermato che “gli abusi sessuali sui minori sono facilitati da un segreta e potente rete di preti gay”.

    (trascrizione da La Verità del 13 settembre 2018)

  • Abusi e coperture, accuse a Di Nardo alla vigilia dell’udienza con Francesco

    Abusi e coperture, accuse a Di Nardo alla vigilia dell’udienza con Francesco

    Il presidente dei vescovi Usa incontra Francesco per discutere la crisi mentre scoppia il caso di un suo sacerdote accusato di molestie che non è stato fermato 

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Anche il cardinale Daniel Di Nardo, arcivescovo di Galveston-Houston e presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti, viene ora accusato di non aver agito correttamente lasciando un prete sospetto abusatore a contatto con i bambini. Una vicenda che deve essere ancora pienamente chiarita e investigata prima di attribuire gravi responsabilità al porporato. La notizia rimbalza da Oltreoceano proprio giovedì 13 settembre 2018, nel giorno in cui è prevista l’udienza con Papa Francesco alla quale partecipano Di Nardo, il vicepresidente dell’episcopato e arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gómez e il cardinale di Boston Sean O’Malley in qualità di presidente della commissione vaticana per la tutela dei minori.

    Quella degli abusi sui minori e delle coperture degli abusatori, sembra una storia senza fine. L’Associated Press ha riportato le dichiarazioni di due vittime di abusi le quali sostengono che Di Nardo non avrebbe agito come doveva per fermare un sacerdote arrestato nei giorni scorsi con l’accusa di abuso su minori. Una delle vittime ha raccontato che durante un incontro il cardinale avrebbe promesso che il prete accusato, Manuel La Rosa-Lopez – attualmente parroco nella chiesa di St. John Fisher a Richmond e vicario episcopale della diocesi per gli ispanici – sarebbe stato allontanato da qualsiasi possibilità di contatto con i bambini, mentre invece era stato trasferito in un’altra parrocchia a qualche decine di chilometri di distanza.

    Padre Manuel è finito in manette martedì scorso, dopo essersi consegnato alla polizia a Conroe, in Texas. Ha 60 anni ed è accusato di aver molestato entrambe le vittime – un maschio e una femmina – quando erano adolescenti. Secondo il racconto che entrambi hanno fatto all’Associated Press, padre La Rosa-Lopez avrebbe cercato prima di fare amicizia con loro per poi tentare un contatto fisico. La vittima di sesso maschile era all’epoca dei fatti (1998-2001) aveva intenzione di entrare in seminario e svolgeva delle mansioni nella parrocchia del Sacro Cuore di Conroe dove padre Manuel all’epoca era viceparroco. Ha riferito anche che il sacerdote era solito toccarlo, prima sulle braccia, poi abbracciandolo e poi baciandolo sulla guancia. Una notte gli avrebbe mostrato le foto di alcuni seminaristi giovani dicendo che «si divertiva molto con loro». Aveva quindi cercato di spogliare l’adolescente mettendogli le mani nei pantaloni. Ma il ragazzo era scappato.

    L’altra vittima, di sesso femminile, non ha voluto raccontare all’AP i dettagli delle molestie, ma ha detto di essere stata toccata in modo inappropriato da padre Manuel poco prima di Pasqua del 2001, dopo che aveva compiuto 16 anni. Mentre la prima molestia è stata riferita alle autorità ecclesiastiche soltanto di recente – l’anno scorso, secondo la vittima, nell’agosto 2018 secondo la diocesi – quella della ragazza venne denunciata a suo tempo e venne detto alla famiglia della ragazza che il sacerdote sarebbe stato spostato.

    Nel 2010 la ragazza viene a sapere che LaRosa-Lopez era stato nominato da Di Nardo vicario episcopale per gli ispanici e aveva pensato che fosse possibile che il cardinale – arrivato alla guida della diocesi dopo quella prima denuncia – non ne fosse a conoscenza. Per questo aveva contattato le autorità ecclesiastiche e aveva iniziato a frequentare un terapista pagato dalla diocesi. La donna che ha denunciato di essere stata molestata racconta ad Associated Press di aver incontrato Di Nardo e di essere rassicurata del fatto che padre Manuel era stato sottoposto a trattamenti psichiatrici e che non gli era stato più permesso di lavorare con i bambini. Nell’ultima fase dell’incontro è stato fatto entrare lo stesso padre La Rosa-Lopez che la donna ha affrontato e che si sarebbe scusato con lei. La vittima afferma di aver scoperto che il sacerdote continuava a lavorare nella parrocchia St. John Fisher a Richmond anche in presenza di bambini.

    Entrambe le vittime hanno chiesto all’Associated Press di rimanere anonime. L’uomo che ha denunciato gli abusi ha incontrato il cardinale Di Nardo, e il coordinatore dell’assistenza per le vittime della diocesi, nel pomeriggio dello scorso 10 agosto. «Il cardinale sembrava avere un atteggiamento sprezzante», riporta la vittima negli appunti scritti subito dopo l’incontro e condivisi con AP. Il porporato avrebbe reagito dicendo: «Avresti dovuto dircelo prima!». Le due vittime avevano creduto che i loro casi sarebbero stati troppo vecchi per essere perseguiti ma in realtà dal 2007 la legge del Texas ha rimosso la prescrizione per gli abusi sui minori.

    La diocesi di Galveston-Houston, in un comunicato pubblicato mercoledì 12 settembre 2018, così ricostruisce la vicenda. «Nel 2001 una ragazza di 16 anni e la sua famiglia avevano notificato a questa arcidiocesi che padre Manuel La Rosa-Lopez l’aveva baciata e toccata in modo inappropriato quando era vicario parrocchiale nella Chiesa del Sacro Cuore a Conroe. Abbiamo immediatamente comunicato questa informazione al Servizio di Protezione dell’infanzia (agenzia governativa per la tutela dei minori, ndr) per una ulteriore indagine. Il padre La Rosa-Lopez ha negato di aver toccato la ragazza in modo inappropriato, e la famiglia aveva deciso di non dar seguito alla denuncia e ha lasciato il Paese quello stesso anno. Dopo una revisione interna, che ha incluso la presentazione delle accuse anteriori alla creazione, nel 2003, della Commissione di revisione dell’arcidiocesi, nel 2004 è stato permesso al padre La Rosa-Lopez di tornare al ministero in parrocchia».

    Dopo il rientro della vittima negli Stati Uniti, «l’arcidiocesi – continua il comunicato – in accordo con il nostro impegno di assicurare assistenza pastorale, ha offerto alla giovane servizi di sostegno psicologico per un periodo di tempo, fino a che lei non ha deciso di interrompere la terapia».

    La diocesi afferma che durante gli ultimi 17 anni non sono state presentate altre accuse di condotte inappropriate con minori da parte del sacerdote. Fino a quest’anno. «Durante un incontro a Houston il 10 agosto 2018 un uomo di 36 anni ha presentato una formale accusa all’arcidiocesi di Galveston-Houston dichiarando che padre La Rosa-Lopez ha abusato di lui dal 1998 al 2001, quando era studente della scuola secondaria e padre La Rosa-Lopez era assegnato alla chiesa del Sacro Cuore a Conroe. L’arcidiocesi ha informato immediatamente di questa denuncia il Servizio di Protezione dell’infanzia. Padre La Rosa-Lopez ha negato queste accuse di abuso sessuale».

    «Ieri (martedì 11 settembre 2018, ndr) il procuratore del distretto della Contea di Montgomery ha emesso un ordine di arresto contro padre La Rosa-Lopez» e il sacerdote si è «consegnato volontariamente al Dipartimento di polizia di Conroe» quella stessa sera. «Abbiamo preso questo caso molto seriamente, e abbiamo riportato le informazioni ricevute dalle due persone al Servizio di Protezione dell’infanzia, e abbiamo rimosso dal ministero padre La Rosa-Lopez. Siamo impegnati a cooperare con le autorità civili nelle loro indagini».

    Dalla lettura del comunicato della diocesi emerge dunque la denuncia immediata in entrambi i casi alle autorità civili. Nel primo caso, quello del 2001, Di Nardo non era ancora arrivato alla guida della diocesi. È necessario attendere ulteriori chiarimenti e indagini approfondite prima di individuare una diretta responsabilità del cardinale, anche se con ogni probabilità la vicenda si sarebbe potuta gestire meglio.

    Il cardinale Daniel Di Nardo, 69 anni, originario di Pittsburg (Pennsylvania), è diventato vescovo coadiutore di Sioux City (Iowa) nell’agosto 1997. L’anno successivo è subentrato nella guida della diocesi. È stato nominato coadiutore di Galveston-Houston nel gennaio del 2004 ed è subentrato nella guida della diocesi nel febbraio 2006. Nel novembre 2007 ha ricevuto la porpora cardinalizia. Nel novembre 2016 è stato eletto presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti e in questa veste partecipa agli incontri con il Papa.

    Dopo la pubblicazione del dossier dell’ex nunzio Carlo Maria Viganò, riguardante le coperture di cui ha goduto il cardinale Theodore McCarrick, che si concludeva con la richiesta di dimissioni del Papa, Di Nardo aveva dichiarato: «Le domande sollevate meritano risposte basate su prove. Senza queste risposte, gli innocenti possono essere contaminati da false accuse e il colpevole può essere lasciato a ripetere i peccati del passato» Il presidente dei vescovi Usa non aveva fatto alcun cenno alla clamorosa richiesta di dimissioni avanzata da Viganò e dalla rete dei suoi sostenitori. Aveva invece affermato: «Sono fiducioso che Papa Francesco condivida il nostro desiderio di maggiore efficacia e trasparenza nella questione legata alla disciplina dei vescovi», manifestando «il nostro affetto fraterno per il Santo Padre in questi giorni difficili».

    Di Nardo aveva sottolineato la necessità di «un esame su come i gravi fallimenti morali di un fratello vescovo potrebbero essere stati tollerati per così tanto tempo e non hanno dimostrato alcun impedimento al suo avanzamento». E aveva concluso avanzando la richiesta di una visita apostolica per gli Stati Uniti al fine di «cercare la verità».

    Papa Francesco, sentito il C9, il Consiglio dei cardinali che lo aiutano nella riforma della Curia e nel governo della Chiesa universale, ha convocato i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019 per affrontare il tema della protezione dei minori e degli adulti vulnerabili.

    http://www.lastampa.it/2018/09/13/vaticaninsider/abusi-e-coperture-accuse-a-di-nardo-alla-vigilia-delludienza-col-papa-yyuswh8q2NmffQiSGYToqO/pagina.html

  • Mons.Gaenswein, sugli abusi la voce di Benedetto XVI è rimasta inascoltata

    Mons.Gaenswein, sugli abusi la voce di Benedetto XVI è rimasta inascoltata

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Le parole di denuncia di Benedetto XVI pronunciate quando regnava contro gli abusi «sono rimaste inascoltate». Che il problema fosse sistemico e coinvolgesse anche i piani alti della Chiesa ormai era chiaro, ma stamattina, il  segretario monsignor Georg Gaenswein lo ha confermato dicendo che Ratzinger ha denunciato più volte nel corso del suo pontificato la gravità del crimine della pedofilia, definendo gli abusi del clero come un «attacco» alla stessa Chiesa dal suo interno. Evidentemente le denunce non hanno dato i frutti sperati e non da tutti sono state ascoltate.

    In un incontro alla Camera Gaenswein ha poi paragonato lo scandalo della pedofilia all’11 settembre. «Nessuno (fino ad ora) ha attaccato la Chiesa di Cristo con aerei di linea pieni di passeggeri. La Basilica di San Pietro è in piedi e così anche le cattedrali in Francia, in Germania o in Italia e continuano a rappresentare l’emblema di molte città del mondo occidentale, da Firenze a Chartres, passando per Colonia e Monaco di Baviera. E tuttavia, le notizie provenienti dall’America che ultimamente ci hanno informato di quante anime sono state ferite irrimediabilmente e mortalmente da sacerdoti della Chiesa cattolica, ci trasmettono un messaggio ancor più terribile di quanto avrebbe potuto essere la notizia dell’improvviso crollo di tutte le chiese della Pennsylvania, insieme alla Basilica del Santuario Nazionale dell’Immacolata Concezione a Washington».

    «Dicendo questo – ha proseguito – , ricordo come se fosse ieri quando il 16 aprile 2008, accompagnando Papa Benedetto XVI proprio in quel Santuario Nazionale della Chiesa cattolica negli Stati Uniti d’America, egli in modo toccante cercò di scuotere i vescovi convenuti da tutti gli Stati Uniti: parlava chino per la profonda vergogna causata dall’abuso sessuale dei minori da parte di sacerdotì e dell’enorme dolore che le comunità hanno sofferto».

    «Ma – ha osservato Gaenswein – evidentemente invano, come vediamo oggi. Il lamento di Benedetto XVI non riuscì a contenere il male, e nemmeno le assicurazioni formali e gli impegni a parole di una grande parte della gerarchia>.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_ratzinger_vaticano_gaenswein_abusi_usa_violenze-3966729.html

  • Papa Francesco, abusi: convocati capi delle Conferenze Vescovi/ Francesco e il dialogo con vittime pedofilia

    Papa Francesco, abusi: convocati capi delle Conferenze Vescovi/ Francesco e il dialogo con vittime pedofilia

    Abusi, Papa Francesco convoca i capi dei vescovi di tutto il mondo in Santa Sede nel febbraio 2019. Lotta alla pedofilia, protezione dei minori: “non fermarsi alla condanna”

    NICCOLÒ MAGNANI

    Come anticipa Faro di Roma, domani su La Civiltà Cattolica il direttore Padre Antonio Spadaro pubblicherà sul sito online il resoconto dell’incontro privato di Papa Francesco con i gesuiti irlandesi, avvenuto subito dopo il delicatissimo incontro con le 8 vittime di abusi sessuali da parte di alcuni preti irlandesi. «Non basta voltare pagina, ma cercare rimedio, riparazione, tutto ciò che è necessario per guarire le ferite e ridare vita a tanta gente», aveva detto il Papa lo scorso 25 agosto in pieno viaggio apostolico nella amata Irlanda. Domani però Spadaro intende pubblicare il contenuto di quel testo per sottolineare il “piano” di azione del Santo Padre nel contrastare, efficacemente, la piaga della pedofilia. Secondo le prime anticipazioni fatte dalla stampa, in quell’occasione il Papa formulò con chiarezza la sua “diagnosi dello scandalo”, chiedendo di «lavorare perché si capisca bene la freschezza del Vangelo», toccando poi temi delicati e centrali di libertà e discernimento.

    C9 E SOLIDARIETÀ AL PAPA DOPO GLI ATTACCHI VIGANÒ

    La svolta di papa Francesco sul tema che rischia di mettere in crisi la Chiesa cattolica è arrivata: dal 21 al 24 febbraio 2019 si terrà infatti in Vaticano una riunione con i presidenti delle Conferenze Episcopali della Chiesa Cattolica di tutto il mondo sul tema della “protezione dei minori”, per “parlare della prevenzione di abusi su minori e adulti vulnerabili”. Come riportato da La Repubblica, tutti i membri del Consiglio di Cardinali (C9), i cardinali hanno espresso piena solidarietà a Papa Francesco per quanto accaduto nelle ultime settimane e il riferimento è ovviamente al dossier Viganò, l’ex nunzio papale a Washington che ha di fatto accusato Bergoglio di essere a conoscenza e di aver coperto la doppia vita del cardinale Theodore MacCarrick. Ai 3 giorni di lavori che hanno fatto da preludio alla convocazione della riunione erano presenti tutti i membri del C9, eccetto i cardinali George Pell, Francisco Javier Errazuriz e Laurent Monsengwo Pasinya. (agg. di Dario D’Angelo)

    PAPA CONVOCA CAPI DEI VESCOVI DI TUTTO IL MONDO

    Era nell’aria da giorni, ora è divenuta una notizia certa e ufficiale dopo il comunicato della Sala Stampa in Santa Sede: «Papa Francesco, sentito il Consiglio di Cardinali (C9), ha deciso di convocare una riunione con i presidenti delle Conferenze Episcopali della Chiesa Cattolica di tutto il mondo sul tema della protezione dei minori, per parlare della prevenzione di abusi su minori e adulti vulnerabili». La riunione globale che coinvolgerà tutti i vertici delle Diocesi mondiali si terrà dal prossimo 21 al 24 febbraio 2019 in Vaticano, ha confermato in un briefing la vice direttrice della Sala stampa vaticana, Paloma Garcia Ovejero. Dopo la lettera al Popolo di Dio dello scorso 20 agosto e dopo gli scandali innumerevoli dall’Irlanda al Cile fino al più recente in Pennsylvania, la decisione di Francesco è importantissima e per alcuni rappresenterebbe la “risposta” al dossier di Monsignor Viganò che accusa Bergoglio (e in tono minore anche Benedetto XVI e Giovanni Paolo II) di aver mosso “poco” nella lotta agli abusi all’interno del clero vaticano anche ad alte sfere.

    CEI: “NON FERMARSI SOLO A LOTTA AGLI ABUSI”

    Il Consiglio del Cardinali – il cosiddetto C9 – è un gruppo di porporati cui lo stesso Papa ha affidato il difficile compito di aiutarlo nella riforma della Curia Romana e nel Governo della Chiesa universale. È ovvio che dopo il caso McCarrick e il gravissimo dossier negli Usa, il tema degli abusi ha subito una accelerata che ha portato a diverse riunione dei cardinali fino alla decisione ultimata questa mattina. Il C9 nei giorni scorsi aveva scritto al Papa per chiedere una «riflessione sul lavoro, la struttura e la composizione dello stesso Consiglio, tenendo anche conto dell’età avanzata di alcuni membri», ma al momento non vi sarebbe alcun imminente cambio ai vertici, almeno nei prossimi giorni. Secondo quanto riportato dal sottosegretario della Cei, Don Ivano Maffeis, «Ascolto delle vittime, impegno di educazione, formazione e comunicazione, stesura di Linee guida e di norme per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili. Sono questi i temi approfonditi nell’incontro che ieri ha visto insieme la Pontificia Commissione per la tutela dei minori con la corrispondente Commissione della Cei», spiega la nota delle diocesi italiane. Le conclusioni sono le medesime del C9 visto che per entrambe le “commissioni” si è sottolineato come «non bisogna fermarsi a condannare l’abuso ma promuovere una cultura della persona e della sua dignità».