Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Caso Pell, i legali chiedono l’accesso ai dati medici di chi lo accusa di pedofilia

    Caso Pell, i legali chiedono l’accesso ai dati medici di chi lo accusa di pedofilia

    Secondo Ruth Shann del team di difesa, un ricorrente può non essere nella migliore posizione per descrivere il proprio stato mentale

    I legali del cardinale australiano George Pell hanno chiesto accesso alle cartelle cliniche delle persone che lo accusano di reati di pedofilia, per i quali dovrà comparire per un’udienza istruttoria davanti alla Magistrates Court di Melbourne il 5 marzo.

    I legali del cardinale 76enne hanno presentato un’istanza per accedere ai dati medici, sostenendo che possono contenere prove importanti e avere «sostanziale valore probatorio». Pell, che respinge strenuamente ogni accusa, non era presente all’udienza. Lo scorso luglio papa Francesco aveva accordato al Porporato un periodo di congedo dall’incarico di prefetto degli affari economici del Vaticano.

    Secondo Ruth Shann del team di difesa, un ricorrente può non essere nella migliore posizione per descrivere il proprio stato mentale. La penalista ha confermato che sono state inviate citazioni «subpoena» a vari studi legali, in relazione a tre persone.

    Il pubblico ministero Mark Gibson si è tuttavia opposto, affermando che le cartelle mediche non avrebbero «sostanziale» valore probatorio. «I ricorrenti obiettano alla richiesta e desiderano mantenere la propria privacy», ha detto. Il magistrato Belinda Wellington dal canto suo ha indicato che delibererà sulla richiesta della difesa mercoledì prossimo, ma ha osservato che la divulgazione di dati medici e psichiatrici può essere lesiva per le persone interessate.

    La difesa del Prelato ha già presentato mandati all’emittente nazionale Abc, che ha trasmesso diversi servizi sulla vicenda, e alla giornalista investigativa della stessa Abc, Louise Milligan, autrice del libro «The Cardinal: The Rise And Fall of George Pell». Il libro, divenuto presto un best seller, riporta dettagli prima non conosciuti di accuse al Prelato, e la difesa ne ha ottenuto il ritiro dalle librerie. Milligan ha consegnato su richiesta della corte note di ricerca per il suo libro e materiale di background per i servizi della Abc, ma ha oscurato i nomi di fonti riservate.

    Il mese prossimo il cardinale dovrà affrontare un’udienza di quattro settimane con richiesta di rinvio a giudizio, su accuse di multipli reati di pedofilia «storici», cioè commessi in tempi non recenti, ai danni di multiple vittime. L’esatta natura e dettagli delle accuse non sono stati resi pubblici, ma è noto da fonti dei media che le denunce all’esame della polizia includono quelle di due uomini di oltre 40 anni provenienti da Ballarat, cittadina natale di Pell, dove allora era sacerdote, che di recente lo hanno accusato di averli toccati in maniera inappropriata nella locale piscina pubblica.

    È prevista la deposizione di circa 50 testimoni nell’udienza di marzo, che determinerà se vi siano sufficienti evidenze per sottoporre il Cardinale a processo. A Pell non era richiesto se dichiararsi colpevole o non colpevole, ma il suo legale Robert Richter ha già indicato che il suo assistito si sarebbe dichiarato non colpevole.

    http://www.lastampa.it/2018/02/12/vaticaninsider/ita/news/caso-pell-i-legali-chiedono-laccesso-ai-dati-medici-delle-persone-che-lo-accusano-di-pedofilia-fH70EjvKEgALAENKNfBttK/pagina.html

  • Accuse di abusi e tensioni con i neocatecumenali avvelenano la Chiesa di Gaum

    Accuse di abusi e tensioni con i neocatecumenali avvelenano la Chiesa di Gaum

    Ma che accade nell’Isola di Guam? Una legge locale ha (giustamente) eliminato la prescrizione per quanto riguarda gli abusi sessuali sui minori e la Chiesa locale è stata travolta da richieste milionarie di indennizzi, essendo i presunti colpevoli quasi tutti morti o ultranovantenni. Le accuse hanno toccato anche la persona dell’arcivescovo cappuccino, monsignor Anthony Apuron, che è stato denunciato da 4 chierichetti, che dicono di essere stati abusati da “fr. Anthony” nella sacrestia della sua parrocchia, e da un nipote che ha raccontato di essere stato violentato in occasione di un pranzo familiare. Il presule sostiene però di non aver mai frequentato quel ramo della famiglia e questa circostanza smonterebbe la veridicità delle asserzioni della vittima (ma non quella delle tre altre denunce).

    Papa Francesco mercoledì scorso ha abbracciato (nella foto) il vescovo, che è gravemente ammalato, ma i suoi atti di governo sono andati nella direzione di un’applicazione corretta e senza sconti delle norme. Infatti ha prima provveduto a nominare un delegato apostolico, monsignor Hon Tai-Fai, già segretario del dicastero dell’Evangelizzazione dei popoli e attualmente nunzio in Grecia, e poi un coadiutore con pieni poteri, il presule statunitense Michael Byrnes, mentre il cardinale Leo Raymond Burke (noto per la sua strenua opposizione al Papa ma da questo considerato un giudice preparato e competente) ha ricevuto il mandato di presiedere in loco un processo canonico del quale si attende il verdetto.

    Le difficoltà della Chiesa – racconta il sito specializzato Vaticaninsider in due documentati reportage – sono poi aggravate da un conflitto che si è creato tra monsignor Byrnes e il Movimento Neocatecumenale, che sull’Isola è presente con diverse famiglie di missionari laici e aveva aperto un grande seminario “Redemptoris Mater” destinato a formare sacerdoti provenienti dall’intera area del Pacifico. L’amministratore apostolico non condivide l’impostazione di questo Movimento e ritiene inoltre che Guam non sia il luogo adatto a un seminario internazionale. E qualche giorno fa il Papa ha ricevuto un ricorso canonico firmato da circa venticinque tra sacerdoti, avvocati e personalità preminenti di Guam, che si appellavano al Pontefice per intervenire sulla decisione di Byrnes in quanto essa – si legge – “ha inflitto un danno spirituale, morale e fisico ai fedeli di Guam come risultato del suo agire senza rispettare il diritto canonico”. In effetti però rientra pienamente nelle competenze di un coadiutore con pieni poteri (o di un vescovo ordinario) decidere in merito alla pastorale sul suo territorio, comprese le spiacevoli decisioni che hanno riguardato il Movimento Neocatecumenale a Guam.
    Insomma nell’Isola affiliata agli Stati Uniti (e che la Corea del Nord ha minacciato di voler bombardare con i suoi missili nucleari) Papa Francesco si trova a dover affrontare un puzzle molto complesso, nel quale si mischiano malvagità e buone intenzioni in un groviglio apparentemente inestricabile.

  • L’inviato del papa, mons. Scicluna, incontrerà di persona Juan Carlos Cruz, autore della lettera al papa contro mons. Barros

    L’inviato del papa, mons. Scicluna, incontrerà di persona Juan Carlos Cruz, autore della lettera al papa contro mons. Barros

    CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. «La Santa Sede, fino al momento in cui scriviamo, non ha reagito a questa nuova rivelazione». Questo Adista scriveva, il 6 febbraio sul sito, nel chiudere la notizia della lettera – rivelata il giorno prima dall’Associated Press – che Juan Carlos Cruz, vittima degli abusi dell’ex sacerdote Fernando Karadima, ha inviato a papa Francesco nel 2015, denunciando il vescovo cileno  di Osorno, mons. Juan Barros, per complicità con l’abusatore (e mai ricevendo risposta da Roma).

    La Santa Sede non ha reagito con dichiarazioni o commenti e tuttavia è chiaro che la lettera – che Adista ha rintracciato, tradotto ed è leggibile qui – ha decisamente colpito nel segno. La novità infatti è che, stando a fonti di stampa cilene e statunitensi, mons. Charles Scicluna, inviato speciale di Papa Francesco in Cile per ascoltare testimonianze e raccogliere materiale sulla vicenda che coinvolge il vescovo di Osorno, ha deciso di recarsi a New York per incontrare de visu Juan Carlos Cruz. Inizialmente Scicluna avrebbe dovuto ascoltare Cruz, che risiede a Filadelfia, via Skipe. Cruz ha rivelato invece che due giorni fa l’inviato papale lo ha chiamato «a nome del papa» e gli ha proposto un incontro di persona. Avverrà a New York il 17 prossimo, dove Cruz dovrà trovarsi per lavoro. La speranza, ha aggiunto il cileno, è che il Vaticano «prenda sul serio il grido di aiuto delle vittime da ovunque provengano».

    http://www.adista.it/articolo/58254

  • Pedofilia in Cile, ‘il vescovo Barros guardava’. La lettera di un abusato sfida il Papa

    Pedofilia in Cile, ‘il vescovo Barros guardava’. La lettera di un abusato sfida il Papa

    Il caso Karadima-Barros è un incidente serio nell’attuale fase del pontificato. Un affare di pedofilia e di occultamento di abusi che chiama in causa la vigilanza di papa Francesco, l’atteggiamento di insistita negligenza (tardivamente ammesso) del cardinale Francisco Javier Errazuriz, già arcivescovo di Santiago del Cile e attualmente membro del Consiglio speciale dei 9 cardinali che assistono il pontefice, nonché il funzionamento degli organismi di controllo vaticani in tema di abusi.

    La vicenda è approdata nuovamente sulla rete dell’Associated Presse sulle pagine del New York Times con la pubblicazione dellalettera drammatica di un abusato, Juan Carlos Cruz, indirizzata a Francesco e rimessa nelle sue mani già nel 2015. E ormai l’affaire ha assunto il carattere di una cartina di tornasoleper la strategia di “tolleranza zero” in tema di pedofilia, propugnata da Francesco sin dalla sua elezione. Come quando richiamò immediato da Santo Domingo il nunzio-arcivescovo Wesolowski e lo processò canonicamente per abusi, con la conseguenza che il prelato fu degradato e privato della tonaca.

    I fatti. Il sacerdote Fernando Karadima (oggi ottantasettenne) è stato per un quarto di secolo titolare della parrocchia El Bosque a Santiago del Cile, trasformandola in un centro attivo di formazione giovanile e vocazionale. Un personaggio dotato di grande carisma. Molti sacerdoti e alcuni vescovi sono passati attraverso l’esperienza della parrocchia El Bosque.
    Nel 2003 il gesuita Juan Diaz segnala all’arcivescovo di Santiago Errazuriz la testimonianza di un chierichetto abusato da Karadima. Errazuriz non si muove. Si moltiplicano le testimonianze sul prete-predatore. Nel 2005 giunge a Errazuriz un rapporto diocesano circostanziato. Il cardinale blocca l’inchiesta e cerca di trasferire burocraticamente Karadima ad un’altra parrocchia. Classico metodo dell’insabbiamento.

    Soltanto nel 2009 Errazuriz mette in moto l’inchiesta. La documentazione viene mandata in Vaticano nel 2010 e nel 2011 (sotto il pontificato di Ratzinger) Karadima viene punito con il ritiro in un convento. Il cardinale Errazuriz chiederà successivamente “perdono” alle vittime per non avere subito creduto – così dice – alle denunce.

    La vicenda esplode nuovamente con polemiche infuocate nel 2015, quando papa Bergoglio nomina monsignor Juan Barros (nella foto), già ordinario militare del Cile, vescovo della diocesi di Osorno. Perché Barros è stato uno dei pupilli del prete-predatore Karadima. Perché varie dichiarazioni indicano in lui una persona, che era fisicamente presente, quando Karadima si permetteva atteggiamenti lascivi con i ragazzi che lo circondavano. Può essere vescovo chi ha visto e taciuto? Può guidare una diocesi chi non è intervenuto in nessun momento per  fare allontanare un prete-predatore? L’insediamento di Barros nella sua diocesi è accompagnato da violente manifestazioni. Francesco, nello stesso anno, dichiara ad un cattolico cileno in piazza San Pietro che le contestazioni sono una manovra di “sinistrorsi”.

    Il 2015 è però anche l’anno in cui viene recapitata al Papa la lettera di Juan Carlos Cruz, una delle vittime di Karadima. Quattro membri della commissione anti-abusi per la protezione dei minori (istituita proprio da Francesco) si recano a Roma dal cardinale O’Malley per dargli personalmente la denuncia di Cruz. “Gli demmo la lettera e ci assicurò che l’avrebbe data al papa… e successivamente ci garantì che era stato fatto”, afferma oggi all’Associated Press Marie Collins, vittima di abuso clericale e allora membro della commissione (da cui si è ritirata per i sabotaggi delle gerarchie vaticane).

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/08/pedofilia-in-cile-il-vescovo-barros-guardava-la-lettera-di-un-abusato-sfida-il-papa/4144033/

  • Una lettera mette nei guai il Papa: nel 2015 una vittima gli avrebbe portato prove contro il vescovo insabbiatore Barros

    Una lettera mette nei guai il Papa: nel 2015 una vittima gli avrebbe portato prove contro il vescovo insabbiatore Barros

    di Franca Giansoldati
    Città del Vaticano – Quando si dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Spunta ora una lettera che di fatto smentisce Papa Francesco sul caso della pedofilia cilena e sulle coperture dei vescovi. La lettera in questione, anticipata dalla Ap,  fu messa nelle mani del cardinale Sean O’Malley, presidente della Commissione per la Tutela dei Minori, e da questi consegnata al Papa. Porta la firma di una delle vittime e spiegava al Papa, fatti alla mano, che il vescovo Barros era un insabbiatore, un ‘encubridor’, di fatto un complice di padre Karadima (un prete pedofilo) e che per questo doveva essere dimesso.

    Fino alla scorsa settimana Papa Bergoglio ha continuato a difendere Barros, dicendo che occorrevano delle prove, senza però fare mai menzione alla lettera che gli era stata consegnata da O’Malley. Solo la scorsa settimana Francesco ha fatto retromarcia annunciando di volere andare in fondo con le indagini e mandando in Cile un suo emissario credibile per raccogliere prove contro Barros.

    La notizia della lettera apre nuovi interrogativi sulla gestione degli abusi e su come il vaticano tende ad affrontare la questione dei vescovi insabbiatori. «Il cardinale O’Malley ci disse che aveva consegnato la lettera al Papa. Ecco perché ero tanto sconvolta quando ho visto che il Papa diceva con insistenza che non aveva prove contro Barros» ha commentato Marie Collins, ex membro della Commissione pontificia per la Tutela dei Minori, dimessasi l’anno scorso dall’incarico per protesta proprio per denunciare le frizioni esistenti all’interno della curia. «Santo Padre, le scrivo perchè sono stanco di lottare, di piangere e di soffrire».

    La lettera scritta da Juan Cruz è in spagnolo. «La nostra storia è ben conosciuta e non c’è bisogno di ripeterla, anche se vorrei dirle delk’orrore che abbiamo vissuto. Un orrore che mi ha ucciso dentro». La vittima poi esponeva sommariamente i fatti, le famose ‘evidenze’ che il Papa chiedeva alle vittime per essere credute, in questo caso il fatto che il vescovo Barros fosse presente nella stessa stanza mentre era in corso un abuso.

    E dire che Papa Francesco nel 2015 aveva stabilito il reato canonico di ‘abuso d’ufficio episcopale’ per i pastori che non davano seguito ai casi di denuncia di violenze sui minori, prevedendo l’istituzione di una apposita sezione giudiziaria per i vescovi in seno alla Congregazione per la Dottrina della fede che però non ha mai preso il volo. Ad un tratto, l’orientamento operativo è stato come depotenziato.

    Per questo motivo, poco dopo, si sono dimessi dalla Commissione per la Tutela dei Minori due membri (due ex vittime) per denunciare il muro di gomma curiale. E dire che la decisione del Papa era stata persino ratificata dal Consiglio dei nove cardinali, il cosiddetto C9. La decisione del tribunale dei vescovi era stato salutata dall’allora portavoce vaticano, padre Lombardi, con toni enfatici, sostenendo che era coerente con la linea della accountability’, della assunzione di responsabilità, dei vescovi.

    Il Papa aveva anche previsto  «un periodo di cinque anni in vista di ulteriori sviluppi delle presenti proposte e per il completamento di una valutazione formale della loro efficacia». Da allora la faccenda è caduta nel dimenticatoio. Salvo di essere ripescata davanti al caso Barros e alla questione, stavolta tutta italiana, del prete abusatore di Ponticelli, a Napoli. Anche in questo caso la Congregazione della Dottrina della Fede ha provveduto ad archiviare un caso emblematico in base alla documentazione ricevuta dalla curia di Napoli. Peccato che successivamente alla archiviazione vaticana sia spuntata una seconda vittima, un altro ex ragazzino finito nelle fauci dello stesso prete di Ponticelli, gettando una luce inquietante sui sistemi previsti per punire i preti pedofili.

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_pedofilia_vittima_abusi_barros_cile_sepe_napoli_prete_pedofilo_lettera_o_malley-3529499.html
  • Vescovo cileno Barros: il papa ci ripensa e manda un suo uomo ad ascoltare le vittime

    Vescovo cileno Barros: il papa ci ripensa e manda un suo uomo ad ascoltare le vittime

    CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Dal Bollettino della Santa Sede di oggi 30 gennaio 2018: «A seguito di alcune informazioni recentemente pervenute in merito al caso di S.E. Mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, Vescovo di Osorno (Cile), il Santo Padre ha disposto che S.E. Mons. Charles J. Scicluna, Arcivescovo di Malta e Presidente del Collegio per l’esame di ricorsi (in materia di delicta graviora) alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, si rechi a Santiago del Cile per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso».

    Non è ancora l’apertura di un’indagine sul vescovo di Osorno, mons. Juan Barros, accusato da vittime e testimoni di aver coperto l’ex sacerdote Fernando Karadima, autore di abusi sessuali su minori, ma forse è l’inizio: l’indagine potrebbe essere avviata se l’inviato pontificio, mons. Charles Scicluna, nella diocesi cilena dovesse riscontrare elementi a carico del vescovo.

    Papa Francesco sta dunque ritornando sui suoi passi. Aveva detto a Iquique in Cile: «Il giorno che avremo una prova contro il vescovo Barros parlerò. Non c’è una sola prova d’accusa. Le altre sono tutte calunnie, chiaro?». «Non posso condannarlo perché non ho le evidenze », aveva detto ricorrendo alla parola “evidenze” a correzione di quella, «prova», che aveva tanto offeso le vittime che pure avevano avuto il coraggio e la pena di raccontare quello che era loro successo o avevano visto, ma solo per aggiungere «io sono convinto che sia innocente».

    Francesco si era così tirato addosso gli strali di una ampio fronte di critiche, a partire da quella autorevolissima del card. O’Malley, l’arcivescovo di Boston a capo della Commissione vaticana antipedofilia, secondo il quale le affermazioni del papa trasmettevano «il messaggio “se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto”» (v. adista.it 21/1/18).

    Mons. Scicluna è un personaggio di asosluto rilievo nella lotta alla pedofilia. Dal 2002 al 2012 era stato intransigente promotore di giustizia (una sorta di procuratore generale) presso la Congregazione per la Dottrina della Fede nella delicata questione degli abusi sessuali, questione avocata alla Cdf, appunto, nel 2001. Poi, nel 2012, era stato improvvisamente allontanato dal dicastero vaticano e inviato nella “sua” Malta come vescovo ausiliare; una rimozione causata probabilmente anzitutto dal suo rigore, poco gradito ad alcuni settori della gerarchia vaticana: aveva insistito affinché le Chiese locali collaborassero pienamente e senza reticenze con la giustizia civile; aveva invitato le vittime a denunciare gli abusi e intimato a vescovi e preti colpevoli di farsi da parte o dimettersi. Inoltre, aveva preteso che ogni Conferenza episcopale si dotasse di linee guida severe e rigorose nel contrasto ai preti pedofili, senza lesinare critiche a quelle, compresa quella italiana, ritenute inadempienti o lacunose nel dare seguito alle indicazioni del Vaticano.

    Nel 2015 era tornato pienamente nelle sue vesti con la nomina a presidente del nuovo Collegio della Cdf incaricato di esaminare i ricorsi contro le sentenze sui delicta graviora, i delitti che la Chiesa considera più gravi in assoluto (quelli contro l’eucarestia, contro la santità del sacramento della penitenza e il delitto contro il sesto comandamento di un chierico con un minore di diciotto anni, ossia la pedofilia). Tale Collegio era stato creato da papa Francesco nel novembre 2014 allo scopo di accelerare le procedure. Scicluna aveva svolto un ruolo chiave anche nella vicenda che portò alle dimissioni del conclamato pedofilo p. Marcial Maciel Degollado dalla Congregazione da lui fondata, quella dei Legionari di Cristo (v. Adista nn. 23 e 32/10).

    http://www.adista.it/articolo/58204

  • Serena Grandi a Domenica Live: “Ho subito una violenza da un prete”

    Serena Grandi a Domenica Live: “Ho subito una violenza da un prete”

    Serena Grandi è tra gli ospiti che hanno partecipato al dibattito dedicato ai fenomeni paranormali durante la puntata di Domenica Live, il talk show domenicale condotto da Barbara d’Urso su Canale Cinque.

    Tra una lite e l’altra, tra chi ha sostenuto di credere negli spiriti ammettendo di aver vissuto in prima persona episodi misteriosi e chi invece si è schierato a favore della razionalità, l’attrice bolognese si è lasciata andare a una dichiarazione shock: “Ho avuto una violenza da un prete”. La frase le è uscita spontaneamente mentre si scontrava con Cecchi Paone dopo aver parlato delle presenze che infestano la sua casa.

    Immediata l’interruzione della d’Urso che ha cercato di capire meglio la faccenda: “Non è stata una violenza fisica, ma non ero sola, è successo a me e ad un’altra bambina di nove anni. Ne riparleremo”, chiosa la Grandi.

    http://www.tgcom24.mediaset.it/televisione/serena-grandi-a-domenica-live-ho-subito-una-violenza-da-un-prete-_3120039-201802a.shtml

  • “Inaccettabile l’appoggio del Papa al vescovo cileno”

    “Inaccettabile l’appoggio del Papa al vescovo cileno”

    Il Papa ha lasciato da più di una settimana il Cile, ma nel Paese andino tiene ancora banco la vicenda del vescovo di Osorno Juan Barros, finito al centro di polemiche a causa della sua vicinanza ad un sacerdote della diocesi pesantemente coinvolto in atti di abusi sessuali. Le parole di Francesco – ribadite anche nel viaggio di ritorno sull’aereo papale – sulla mancanza di prove per procedere formalmente contro Barros hanno indispettito il cardinal O’Malley, ma anche buona parte del clero cileno. Perché? Per comprenderlo è necessario cercare tra le pieghe di questa vicenda ecclesiale chi ha cercato in tutti i modi di informare la Santa Sede sull’inopportunità di inviare Barros come vescovo della diocesi.

    E proprio nei giorni scorsi ha tenuto banco sui giornali cileni una lettera aperta di un sacerdote che conosce molto bene la vicenda ed è stato uno dei primi ad accusare pubblicamente Barros. Si tratta di Peter Kliegel, sacerdote della stessa diocesi di Barros che ha consegnato al quotidiano El Mostrador una lettera ai vescovi dalla quale traspare lo psicodramma di una diocesi intera che ha vissuto il dramma della pedofilia e contemporaneamente l’inerzia dei vertici ecclesiastici nell’affrontarlo.

    “Sento la necessità di rivolgermi a voi vescovi dopo questi giorni intensi della visita del Santo Padre”, ha esordito.

    Kliegel, ha 52 anni di messa nella città di Osorno. Una città la cui diocesi “negli ultimi tre anni ha vissuto una crisi enorme” che la accomunano a quell’ospedale da campo di cui parlava il Santo Padre nel 2014.

    E ha proseguito: “Fratelli vescovi, la mia coscienza di cristiano mi obbliga a parlare con onestà e sobbarcandomi il dolore e i sentimenti di molti fedeli, mi ero imposto il silenzio, ma la discrepanza tra le parole e i comportamenti della gerarchia è arrivata a tal punto che non è più concesso accettarla.

    In questi tre anni, la Nunziatura e il Vaticano, attraverso molte segnalazioni, non ci ha mai dato una risposta. Ci siamo stati ascoltati e nemmeno il Santo Padre lo ha fatto. Sento che siamo stati trattati come pedine. Non ho il diritto di giudicare nessuno, ma non prendere in considerazione le voci delle vittime di abusi sessuali e non prendere le misure conseguenti è gravissimo. Alle vittime bisogna credere, sia quelle che si sono incontrate con il Papa privatamente sia quelle che lo hanno fatto pubblicamente. Considerare una calunnia una testimonianza da parte di una vittima, affermata in un giudizio pubblico, è gravissimo. Soprattutto se viene dalla bocca del cardinal Errazuriz (il cardinale Arcivescovo di Santiago ndr.)”. Secondo il sacerdote con questo comportamento si non si sono offesi solo alcuni laici, ma è stata colpita fortemente la comunità diocesana e la Chiesa di tutta la nazione”.

    Poi dopo aver citato il discorso di Francesco nel Palazzo della Moneda, nel quale manifestava dolore e vergogna per il danno irreparabile causato ai bambini da parte di ministri, il prete ha accusato il vescovo Juan Barros di essersi rifugiato per tutto il viaggio papale “ma in questi tre anni non è mai stato capace di incontrare don Juan Carlos Cruz, vittima di Karadima, per un dialogo chiarificatore in presenza di noi sacerdoti e diaconi. Un vescovo desaparecido, fa star male questo”.

    E ancora: “Un pastore che evita le situazioni scomode e critiche non ha a cuore il suo gregge. Mi è per questo incomprensibile e inaccettabile l’appoggio del Santo Padre a un pastore che si comporta così. Una Chiesa che si è autodefinita esperta in umanità ha l’obbligo morale di applicare criteri di maggiore evidenza”.

    Ma Barros, sempre stando a questo duro atto d’accusa, manca anche di molti criteri per poter esercitare il suo ruolo di pastore tanto che la sua nomina viene definita “sottovalutata” perché “l’ambiente storico nel quale il nostro vescovo si è mosso per più di 30 anni è lo stesso ambiente che ha lodato pubblicamente come edificante e nel quale una guida pederasta ha provocato danni alla nostra Chiesa gettandola nello scandalo”.

    Questo Kliegel rimprovera a Barros: “Non aver visto niente in 30 anni indica incapacità di uno sguardo del mondo reale, uno sguardo critico sulla realtà dei fatti”. E – sempre sulla verità dei fatti – ha imputato a Barros di aver presentato in maniera errata la situazione della diocesi, come traspare dalla lettera del Papa recentemente resa pubblica. Come? “Voi vescovi avevate chiara conoscenza della situazione personale e storica dell’attuale vescovo di Osorno e di che cosa si aspettava la diocesi intera. Ma avete deliberatamente preservato il santo padre da una fatale equivoco, sapendo che il Papa si può sbagliare, come lui stesso ha ammesso in un’intervista”.

    Perciò l’autorità della Chiesa ha invece “puntato più sulla convenienza del potere amministrativo che alla regola aurea della pastorale: salvare le anime. Questo fa star male” perché “la dignità è un diritto umano inalienabile, lo stesso Papa lo ha registrato nelle nostre coscienze. Seguire questa premessa è un obbligo morale”.

    Le parole di questo sacerdote aprono uno squarcio su quello che è accaduto in Cile e spiegano per quale motivo la difesa d’ufficio di Barros fatta da Francesco sia stata considerata inaccettabile. E forse, grazie a questo atto d’accusa, si potrebbe fare maggiore luce sulle responsabilità effettive e agire poi di conseguenza.

    http://lanuovabq.it/it/inaccettabile-lappoggio-del-papa-al-vescovo-cileno

  • Se le bacchettate contro Francesco arrivano dai cattolici progressisti

    Se le bacchettate contro Francesco arrivano dai cattolici progressisti

    Le risposte date dal papa in aereo, sul volo di ritorno dal Perù, circa la vicenda del vescovo Barros, accusato di aver coperto e insabbiato gli abusi commessi da padre Fernando Karadima, non hanno placato le polemiche. Per quanto Francesco si sia scusato per aver sostenuto con decisione che a carico di Barros non sono emerse prove e che quindi contro di lui ci sono solo calunnie (il che, ha ammesso, ha ferito tanti abusati), il «National Catholic Reporter», testata del cattolicesimo progressista statunitense, ritiene che il papa non abbia mostrato sufficiente attenzione nei confronti delle vittime ed anzi abbia lasciato intendere che fra loro ci possa essere chi mente.

    «Papa Francesco ha ingiustamente calunniato i sopravvissuti agli abusi», scrive il giornale in un editoriale di fuoco intitolato «Francis’ commitment to abuse survivors in question». Le osservazioni di Francesco sulla mancanza di prove a carico del vescovo Barros, si sostiene nell’articolo, «sono quanto meno vergognose» («these remarks are at the least shameful») e nel giro di pochi giorni «papa Francesco ha ingiustamente calunniato i sopravvissuti agli abusi».

    Si tratta, afferma il «National Catholic Reporter» di una «sceneggiatura fin troppo familiare», secondo uno schema consolidato: gettare discredito sulla testimonianza dei sopravvissuti, appoggiare il prelato in questione e spostare l’attenzione dell’opinione pubblica su altro.

    L’insistenza con cui il papa difende Barros, secondo la testata americana, è «mistificante». Tre diversi giornalisti, sul volo papale, hanno dato la possibilità a Bergoglio di spiegarsi, ma il papa, sostiene il giornale, non ha dato risposte soddisfacenti, ripetendo soltanto che non ci sono elementi per accusare Barros.

    Pur riconoscendo che il papa ha più volte ribadito la linea, inaugurata da Benedetto XVI, della tolleranza zero contro i preti responsabili di abusi, il «National Catholic Reporter»  afferma che tale strategia è stata affermata solo a parole, perché nei fatti Bergoglio non è intervenuto con la necessaria energia, non ha affrontato in modo deciso i pastori accusati di aver coperto i pedofili ed ha anzi elogiato il «coraggio» dimostrato dai vescovi statunitensi nei «momenti difficili» della crisi, sottolineando il «dolore» che hanno dovuto sopportare. Un comportamento, dice il giornale, che secondo uno psicologo che assiste le vittime equivale a un «pungo nel plesso solare», un colpo durissimo per chi ha già sofferto tanto a causa degli abusi.

    Il giornale ha parole per niente tenere anche a proposito di quanto il papa ha detto incontrando il clero cileno, quando ha espresso solidarietà a preti e religiosi che, a causa dello scandalo pedofilia, sono insultati in metropolitana, o mentre camminano per strada, solo perché indossano l’abito clericale. Ma come può il papa, osserva il «National Catholic Reporter», paragonare questo tipo di sofferenza con quella, infinitamente più grande e più grave, patita da un bambino abusato?

    Dopo aver ricordato la presa di posizione del cardinale O’Malley circa le parole del papa sul caso Barros («È comprensibile – ha detto il cardinale americano – che le dichiarazioni di papa Francesco rilasciate a Santiago del Cile siano fonte di grande dolore per i sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero o di qualunque altra persona. Le parole del papa trasmettono il messaggio che se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto»), il giornale sostiene che l’atteggiamento di Bergoglio in Cile è stato ben più che deludente: pur sapendo che cosa lo attendeva, non ha seguito il consiglio di ascoltare la gente e di stare vicino alle vittime. Strano, conclude l’articolo, da parte di un pontefice che tanto spesso tuona contro il clericalismo. «Quando si tratta di far fronte al clericalismo che è a fondamento dello scandalo pedofilia, il volto impietrito del papa fa parte del problema».

    Come si vede, una valutazione drastica. Con un riferimento finale («il volto impietrito») che ritorce contro il papa l’accusa da lui lanciata contro la curia romana, quando parlò della malattia dell’impietrimento del cuore.

    Colpisce il fatto che da una testata cattolica liberal arrivino considerazioni di questo tipo nei confronti del papa che ha giocato l’intero suo pontificato, e tuttora lo sta giocando, sul piano della misericordia, della tenerezza, della comprensione. Qualcosa si è forse incrinato? Si stanno aprendo crepe all’interno di un certo tipo di narrazione? Si sta forse sostenendo che quel «volto impietrito» corrisponde, più di altri, al vero volto del papa?

    Sappiamo che è costante preoccupazione della Chiesa tutelare i sacerdoti, i religiosi e i vescovi dalle accuse indiscriminate, che sempre possono colpire e che, amplificate dai mass media, sono in grado di distruggere ingiustamente le persone. Da questo punto di vista è diritto e dovere del papa  evitare di cavalcare l’onda della riprovazione e usare prudenza.  Sappiamo anche che negli Stati Uniti, a causa della portata degli scandali, c’è una ipersensibilità  nei confronti del dramma della pedofilia. Tuttavia è impossibile non osservare che con l’articolo del «National Catholic Reporter»  per la prima volta un certo tipo di cattolicesimo, in generale favorevole alla linea di questo pontificato, prende le distanze. Che lo faccia il «New York Times» non stupisce, ma che la bacchettata arrivi dal «NCR»  introduce un nuovo elemento di riflessione.

    Dopo aver tanto tuonato contro il clericalismo ed esortato ripetutamente la Chiesa a uscire, a mettersi in ascolto, a non essere autoreferenziale, ecco il papa alle prese con chi gli imputa di peccare lui stesso di clericalismo e di non ascoltare e uscire a sufficienza.

    Ma sentite qui che cosa scrivono altri cattolici progressisti come gli aderenti all’International Movement We Are Church e all’European Network Church on The Move: «Il viaggio di papa Francesco in Sud America ha manifestato l’attenzione abituale del papa alle sofferenze  delle popolazioni native, povere e  marginalizzate. Però la sua visita  ha anche dimostrato  mancanza di chiarezza nel dare la priorità  alle vittime degli abusi sessuali del clero e ha pregiudicato gli sforzi della Chiesa per dimostrare il suo pentimento su questa importante questione […]. Papa Francesco ha anche ricevuto un delegazione di alcune delle vittime a  porte chiuse. Sono stati passi  importanti, però egli non ha avuto la stessa apertura e disponibilità nei confronti delle vittime di Karadima. Gli  interventi positivi sono stati del tutto compromessi quando il papa ha detto che quelli che avevano accusato il vescovo Juan Barros Madrid di aver “coperto”  abusi sessuali sui minori erano colpevoli di calunnia. Il vescovo Juan Barros Madrid fu nominato vescovo di Osorno nel 2015 dopo che la sua complicità con Karadima divenne conosciuta; prima era stato vescovo castrense.  La sua nomina è la diretta conseguenza di una gerarchia che era in sintonia con la dittatura di Pinochet ed aveva la simpatia del nunzio Angelo Sodano.  Egli era il protettore del padre Fernando Karadima,  pedofilo  seriale e figura molto influente e conosciuta nella élite economica e conservatrice del mondo cattolico cileno. Membri della Pontificia commissione per la protezione dei minori contestarono la nomina, ma papa Francesco procedette ugualmente. Il  vescovo Barros  non è  accusato di avere  egli stesso compiuto abusi; ma  era certamente consapevole degli abusi in serie di Karadima, che egli poi ha protetto. Dopo tutto ciò, nella diocesi di Osorno è sorto  un movimento di base  che ha discusso e  rifiutato la nomina di Barros  e ha chiesto, alla fine,  al  papa la  revoca del vescovo. Papa Francesco, parlando con un giornalista prima di lasciare il Cile, ha detto che non c’erano prove nei confronti di Barros  ed ha accusato di calunnia le vittime degli abusi, ma senza alcun dubbio le vittime di Karadima – che il papa ha rifiutato di incontrare – sono risultate del tutto credibili».

    Occorre notare che il documento di «Noi Siamo Chiesa» ha per titolo «La credibilità di papa Francesco sulla pedofilia del clero è stata compromessa durante il viaggio in Cile». Non si parla semplicemente di un passo falso, ma di credibilità compromessa.

    Si potrebbe sostenere che scontentare sia la «destra» sia la «sinistra» cattolica è un merito, perché segno di equilibrio. Se ne può discutere. Forse si tratta di riflettere, più opportunamente, su quali siano oggi le condizioni di salute dell’«auctoritas» papale. E forse bisognerebbe anche porsi una domanda: se le categorie impiegate da tale «auctoritas» sono tutte terrene e orizzontali (uscire, incontrare, aprire, accogliere eccetera), non è forse inevitabile che ci sia sempre qualcuno che chiede di applicarle ancora di più? Non è inevitabile che ci sia sempre qualcuno che chiede di uscire di più, incontrare di più, aprire di più, accogliere di più?

    Vengono in mente le parole che l’allora cardinale Joseph Ratzinger pronunciò al Meeting di Rimini del 1990 sulla riforma della Chiesa. In che consiste, si chiese, l’autentica riforma? Si tratta, rispose, di un’azione simile a quella che lo scultore fa con la pietra: non un  aggiungere, ma un togliere, un’«ablatio». Togliere tutto ciò che non è essenziale:  «Riforma è sempre nuovamente una “ablatio”: un toglier via, affinché divenga visibile la “nobilis forma”, il volto della Sposa e insieme con esso anche il volto dello Sposo stesso, il Signore vivente. Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa sarà anche veramente umana».

    Aldo Maria Valli

  • L’assalto liberal a Papa Francesco

    L’assalto liberal a Papa Francesco

    La bibbia progressista americana: “Sugli abusi lui è parte del problema”

    Roma. “Francisco, aquí sì hay pruebas”, “Francesco qui sì che ci sono le prove”, recitano beffardi enormi manifesti nelle strade cilene dove, tra una chiesa e l’altra date alle fiamme, l’indignazione per le parole del Papa in difesa del vescovo Juan Barros non è scemata. Il mondo, un tempo così entusiasta del Pontefice – che ieri ha invocato un’azione comune contro il dilagare delle fake news, benché sia impresa non facile, visto che “la disinformazione si basa spesso su discorsi variegati, volutamente evasivi e sottilmente ingannevoli” – si rivolta contro di lui, che da comandante in capo dotato di uno stile di governo che giustamente non ammette intromissioni nelle sue scelte, ha bollato come scemenze –  salvo poi chiedere scusa per “le parole infelici”, senza cambiare però la sostanza del suo pensiero – le campagne volte alla cacciata del presule tanto detestato.

    L’antipasto l’aveva offerto il New York Times, ora tocca al National Catholic Reporter, la più prestigiosa rivista del cattolicesimo liberal americano. Toni che neanche i rappresentanti più âgée tra i vaticanisti ricordano, considerando che il target è il Papa. Scrive il Ncr che Francesco ha “ingiustamente calunniato le vittime”, con parole definite “vergognose”.

    Frasi che indurrebbero perfino a pensare – o a far pensare – che il vescovo di Roma sia in qualche modo “complice delle coperture” delle presunte condotte delittuose di Barros sulle quali però, ha ribadito pure ai giornalisti il Papa in persona, non ci sono né prove né evidenze. Niente di niente, solo chiacchiere. Il National Catholic Reporter canzona un po’ il Pontefice, che “evidentemente non ha imparato la lezione” degli anni scorsi che hanno visto la chiesa costretta a recitare il mea culpa collettivo e a pagare milioni e milioni di danari per riparare alle malefatte (la diocesi di Boston, retta da Séan O’Malley, autore della pubblica reprimenda al Papa, ne sa qualcosa).

    “Sfortunatamente – si legge ancora nell’editoriale – la difesa di Barros da parte di Francesco è solo l’ultima di una serie di dichiarazioni del suo pontificato che ha ferito i sopravvissuti e l’intero corpo della chiesa”. Una difesa definita “mistificante” condita da frasi come quella pronunciata a Santiago davanti al clero locale, con il paragone tra “il dolore che hanno significato i casi di abusi contro minore” e il dolore per “voi fratelli che avete subìto insulti sulla metropolitana o camminando per strada”. Scrive il Ncr: “Come può il Papa paragonare un insulto in metropolitana con il terrore di un bambino violentato?”. E visto che i discorsi natalizi alla curia di Bergoglio hanno il pregio di essere chiari, ecco che viene rispolverata una frase vecchia di quattro anni, sull’“impietrimento mentale e spirituale di coloro che hanno un cuore di pietra e la testa dura”. “Francesco – scrive il periodico americano – sarebbe dispiaciuto nell’apprendere che è così che molti descrivono le sue parole in Cile” e “il suo volto pietrificato è parte del problema”.

    https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/01/25/news/pedofilia-chiesa-abusi-papa-francesco-175013/