Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Usa, inchiesta sui figli dei preti. O’Malley: “I bambini sono la priorità”

    Usa, inchiesta sui figli dei preti. O’Malley: “I bambini sono la priorità”

    Il cardinale commenta il report del Boston Globe: «Se un sacerdote è padre, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio»

    «Il dono della vita deve essere protetto e curato in tutte le circostanze. Ogni bambino è un dono prezioso di Dio e merita rispetto». Pertanto «se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio». Con queste parole il cardinale arcivescovo di Boston, Sean O’Malley, commenta i risultati dell’inchiesta pubblicata il 16 agosto scorso dal Boston Globe intitolata “I figli dei sacerdoti cattolici vivono nel segreto e nella tristezza”.

    Il report – svolto, tra gli altri, da Michael Rezendes, uno dei giornalisti che lanciò anni fa con i colleghi la grande inchiesta sulla pedofilia del clero negli Stati Uniti, a partire dai casi di Boston, divenuta famosa in tutto il mondo grazie al film Premio Oscar nel 2016 “Spotlight” – parla del destino di numerosi bambini, figli di sacerdoti e dunque di relazioni non ammesse dalla Chiesa, che crescono nell’abbandono e nella solitudine.

    Secondo il porporato, anche membro del C9 e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, il benessere di questi ragazzi «è la priorità più alta». «Al momento della loro ordinazione – spiega – i preti cattolici fanno una promessa di celibato nella Chiesa e si impegnano a servire così le persone. Se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio. Il loro benessere è la priorità più alta».

    O’Malley rivela inoltre che, già lo scorso anno, la Commissione da lui guidata aveva ricevuto delle lettere riguardanti casi di figli di sacerdoti, ma «dopo un’attenta valutazione» si è convenuto che il tema andasse oltre il mandato affidato all’organismo. «La Commissione – sottolinea il porporato – cerca di assistere le diocesi nell’implementazione di programmi per la prevenzione degli abusi sessuali. Non rientra tra le nostre responsabilità entrare in casi individuali».

    http://www.lastampa.it/2017/08/23/vaticaninsider/ita/nel-mondo/usa-inchiesta-sui-figli-dei-preti-omalleyi-bambino-sono-la-priorit-pp1cBoGkC3H9t5rMDiYzYP/pagina.html

  • Un bel dilemma: segreto confessionale o reato? – riflessioni di una lettrice cattolica

    Un bel dilemma: segreto confessionale o reato? – riflessioni di una lettrice cattolica

    Sui giornali di questi giorni, 16 agosto, è stata riportata la notizia relativa alla prefazione scritta da Papa Francesco per il libro “La perdono, padre” di Daniel Pittet.

    Il Papa parla di “un peccato terribile, una assoluta mostruosità che contraddice tutto quello che la chiesa insegna”, chiede perdono a tutti ribadendo che “Alcune vittime si sono alla fine addirittura tolte la vita. Quei morti pesano sul mio cuore come sulla mia coscienza e sull’intera chiesa. Alle loro famiglie vorrei esprimere il mio amore, il mio dolore e chiedere in tutta umiltà il loro perdono”.

    La notizia che il Papa avesse scritto la prefazione del libro era già ampiamente apparsa sui giornali il 13 febbraio 2017, e stiamo parlando dello stesso libro.

    Contemporaneamente sui giornali, sempre del 16 agosto, è apparsa un’altra notizia: “In Australia la commissione d’inchiesta dice no al segreto della confessione”.

    Si legge in questo articolo che “si è trattato dell’inchiesta più approfondita sulla pedofilia nella storia dell’Australia” dalla quale è emerso che “il 7% dei preti cattolici d’Australia è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 in poi”. Si ribadisce che, sempre in quell’articolo, “La commissione assicura di voler rispettare il significato della confessione religiosa, in particolare l’inviolabilità del segreto confessionale”.

    Ma viene anche citato “Tuttavia abbiamo avuto numerose testimonianze in cui sono stati rivelati in confessione casi di abusi sessuali a minori, e prove che i perpetratori che si erano confessati hanno continuato a commettere abusi per poi chiedere nuovamente perdono.

    Tra le 85 raccomandazioni della commissione d’inchiesta vi è dunque quella che “i sacerdoti non potranno più usare il segreto del confessionale per evitare di denunciare alla polizia informazioni rivelate su abusi sessuali a minori. Se le raccomandazioni saranno adottate dai governi federali e statali, la mancata denuncia diverrebbe un reato penale.”

    Dunque, da una parte leggiamo il pesante risultato del lavoro di una commissione d’inchiesta, durato quattro anni, che pesantemente riconosce la necessità che un prete accusato di abusi sessuali su minori venga denunciato, addirittura chiedendo la violazione del segreto confessionale, e dall’altra le timide considerazioni del Pontefice che nulla propongono di concreto per FERMARE un prete pedofilo.

    Se queste raccomandazioni si dovessero adottare, ci troveremmo davanti ad uno scenario alquanto interessante.

    Ovvero: qualora un prete si trovi ad ascoltare la confessione di un “collega” in merito ad un abuso sessuale compiuto, avrà una scelta molto difficile da compiere.

    Se denuncia alle autorità il prete pedofilo, il prete che compie la denuncia si trova SCOMUNICATO LATAE SENTENTIE secondo il Codice di Diritto Canonico, come previsto dall’art. 1388 poiché viola il segreto confessionale; se invece non denuncia incorre in un reato penale per il quale potrebbe addirittura essere prevista una pena detentiva in carcere.

    Interessante.

    Ci si domanda se, per non incorrere in nessuna delle due gravissime condizioni, ogni prete, parroco, vescovo che viene a conoscenza di un abuso sessuale su minori si decida a DENUNCIARE alle Autorità affinché la giustizia faccia il suo corso attraverso indagini accurate e approfondite, senza aspettare che il prete pedofilo vada eventualmente a confessarsi.

    Se è vero che, come è emerso dall’inchiesta australiana, vi sono dei cadi in cui il prete abusatore ha riferito il suo reato in confessione vincolandolo al segreto confessionale, è altrettanto vero che le vittime e i familiari si rivolgono ai parroci e ai vescovi per segnalare il loro dramma, NON IN CONFESSIONE (non è certo un peccato essere una vittima!): basterebbe che il parroco, il vescovo o qualsiasi altro prete che riceve la notizia da parte delle vittime o dei familiari, DENUNCI il presunto reato alle autorità.

    È questo che potrebbe proclamare il Santo Padre affinché le sue parole “è un peccato terribile, una assoluta mostruosità che contraddice tutto quello che la chiesa insegna” non siano solo tante belle parole che chiunque potrebbe dire senza essere il Pontefice.

    Redazione

  • I figli dei preti

    I figli dei preti

    Il team “Spotlight” del Boston Globe – quello del film – ha pubblicato la sua ultima inchiesta: sul celibato nella Chiesa cattolica e sui sacerdoti diventati padri

    Il Boston Globe, storico quotidiano di Boston fondato nel 1872, ha pubblicato ieri l’ultima inchiesta di “Spotlight”, il suo team di giornalismo investigativo, uno dei più famosi al mondo. L’inchiesta, divisa in due parti (qui e qui), riguarda i figli dei sacerdoti cattolici, figli “illegittimi” visto che da nove secoli la Chiesa cattolica impone il celibato ai suoi sacerdoti: racconta la storia di alcuni di loro, di come sono venuti a sapere nel corso della loro vita di essere figli di preti, delle difficoltà e problemi che hanno dovuto affrontare e delle risposte che la Chiesa ha dato sul tema negli ultimi anni. L’inchiesta è stata molto ripresa anche per la notorietà ottenuta dal team investigativo del Boston Globe dopo l’uscita del film Il caso Spotlight, nel febbraio 2016, che tra le altre cose ha vinto l’Oscar come miglior film.

    Michael Rezendes, autore dei due articoli del Boston Globe e membro del team Spotlight (nel film Spotlight è il giornalista interpretato da Mark Ruffalo), ha raccontato alla trasmissione CBS This Morning di avere cominciato l’inchiesta dopo essere venuto a conoscenza della storia di uno dei molti figli di sacerdoti negli Stati Uniti, Jim Graham, e di avere capito che non era un episodio isolato – un’eccezione, come sostiene la Chiesa da molti anni – ma di una situazione che probabilmente coinvolge migliaia di persone in tutto il mondo: «Capii che era una cosa sistematica e meritava tutta la mia attenzione», ha detto Rezendes. Gli articoli del team Spotlight partono da qui, dalla storia di Graham e dalle sue ricerche – iniziate ormai più di vent’anni fa – per scoprire qualcosa di più sul suo padre biologico.

    Graham, ha raccontato il Boston Globe, passò la sua giovinezza e parte della sua vita adulta a chiedersi come mai quello che credeva essere suo padre – John Graham, proprietario di una pompa di benzina a Buffalo, nello stato di New York – lo detestasse così tanto. Nel 1993, quando i suoi genitori erano già morti, Graham tornò a Buffalo, dove incontrò i suoi zii per sapere la verità sul suo passato. Sua zia Kathryn tirò fuori una lettera di un ordine religioso cattolico: mise il dito sulla fotografia che ritraeva un uomo calvo, con lo sguardo triste, che indossava il collarino ecclesiastico, il collarino bianco dei preti: «Solo i tuoi genitori lo sanno per certo, ma quest’uomo potrebbe essere tuo padre». Quell’uomo era il reverendo Thomas Sullivan, che si era laureato al Boston College e che poi aveva studiato da sacerdote a Tewksbury, in Massachusetts. Tempo dopo Graham venne a sapere che quello che aveva creduto per molto tempo essere suo padre, John Graham, aveva scoperto che sua moglie lo aveva tradito con Sullivan, e per questo voleva il divorzio: «Assomigliavo così tanto a mio padre [a Sullivan], devo essere stato [per John Graham] un costante ricordo dell’uomo che gli aveva portato via la moglie».

    Oggi Graham sta ancora aspettando la conferma ufficiale che suo padre fosse Sullivan.

    Un’alta storia molto intensa raccontata dal Boston Globe è quella di Chiara Villar, una donna di 36 anni che vive nella periferia di Toronto, in Canada. Villar sa di essere figlia di un prete da quando era molto piccola, ma sua madre le ha sempre detto di riferirsi a lui solo come a uno zio: «Mi chiedevo perché non poteva essere mio padre, così ho cominciato a sentirmi in colpa». La madre di Villar, Maria Mercedes Douglas, incontrò Anthony Inneo all’inizio degli anni Settanta a Buffalo. Douglas non sapeva che Inneo era un sacerdote; quando l’aveva conosciuto non indossava il collarino bianco. Dopo essere tornata a Madrid per un periodo, Douglas andò di nuovo a Buffalo, dove aveva degli amici, e iniziò una relazione con Inneo. Quando Inneo le disse di essere un sacerdote, Douglas non ci poteva credere: «Sembrava uno scherzo di cattivo gusto», ha raccontato al Boston Globe. I due continuarono comunque la loro relazione e Inneo le promise che avrebbe lasciato presto il sacerdozio. Poi, un giorno, lei scoprì di essere incinta: «Fu uno shock. Non sapevo cosa fare». Lo disse a Inneo, ma lui rispose che non era ancora pronto a lasciare la sua vita religiosa. Lei cominciò a credere che non l’avrebbe mai fatto.

    Fin da quando era piccola, Chiara Villar – la figlia di Douglas e Inneo – sapeva la verità sul padre, ma non poteva dirla a nessuno: «Non penso che loro [i miei genitori] capissero il trauma psicologico che mi avrebbe provocato il fatto di dirmi che dovevo mentire», ha raccontato Villar. Negli anni successivi Inneo andò regolarmente a vedere sua figlia, con la quale aveva un ottimo rapporto, ma Villar era costretta a continuare a mentire: «In privato lui era mio padre, ma in un attimo, quando uscivamo dalla macchina di mia madre, era una cosa tipo, “Ok, Chiara, che Dio ti benedica”. Era tutto un Dr. Jekyll e Mr. Hyde». Quando fu più grande, Villar cominciò a sentirsi in colpa e a considerarsi non meritevole dell’amore di suo padre: cominciò a farsi regolarmente dei tagli sul corpo. Villar non ebbe mai la possibilità di avere una relazione normale e pubblica con suo padre: dopo che Inneo si ammalò di Alzheimer, la sua famiglia lo mise in una casa di cura senza dirle niente. Lei trovò l’indirizzo e andò a trovarlo, ma la malattia era già in fase avanzata e lui non la riconobbe: «Mi ha nascosto tutta la sua vita e poi si è ammalato di Alzheimer, e mi ha dimenticata», ha raccontato Villar al Boston Globe.

    Il Boston Globe ha scritto che probabilmente ci sono migliaia di figli di sacerdoti in tutto il mondo: Irlanda, Messico, Polonia, Paraguay, Stati Uniti e molti altri paesi, dovunque ci sia la Chiesa cattolica (quindi ovviamente anche in Italia). Il numero esatto non si può sapere, ma negli ultimi anni molti di loro sono entrati in contatto grazie a un sito internet creato da Vincent Doyle, figlio di un prete cattolico irlandese che ha scoperto la verità sulla sua famiglia quando aveva 28 anni. Grazie al sito, che si chiama Coping International, Doyle ha conosciuto decine di figli di preti, tra cui molte persone che a causa della loro storia – a volte perché costrette a mentire, altre per la mancanza di un sostegno finanziario da parte del padre biologico – hanno avuto problemi psicologici ed economici. Doyle ha anche cercato di rivolgersi direttamente al papa. Nel giugno 2014 andò a San Pietro per assistere alla messa della domenica: quando papa Francesco passò davanti a lui, gli baciò l’anello e gli diede una lettera tradotta in spagnolo che parlava della situazione dei figli dei sacerdoti. A Doyle sembrò che il papa leggesse il primo paragrafo della lettera: «Aveva uno guardo sincero e profondo sul suo viso. Poi strinse la lettera vicino al cuore e disse: “Sì, sì, la leggerò”». Doyle però non ricevette mai una risposta. Nel frattempo la Chiesa cattolica continuò a trattare i figli dei sacerdoti come situazioni negative ma “eccezionali”, minimizzando la dimensione del fenomeno.

    Il diritto canonico, il sistema di leggi, regole e principi che la Chiesa usa per governare il mondo cattolico, non spiega come dovrebbe comportarsi la Chiesa nel caso in cui un sacerdote faccia dei figli. Il contributo economico alla madre del bambino dipende dalla generosità del sacerdote, non esiste nessun obbligo:

    «Alcuni sacerdoti nei casi analizzati dal Globe hanno preso le loro responsabilità seriamente. Sono padri devoti, anche se in privato. Alcuni hanno promesso alle donne madri dei loro figli che avrebbero lasciato il sacerdozio, ma pochi l’hanno fatto; altri le hanno confortate dicendo che sarebbe stato solo questione di tempo prima che la Chiesa abbandonasse l’obbligo del celibato, decisione che però papa dopo papa, compreso papa Francesco, non è mai stata presa.»

    In molti casi i sacerdoti non hanno assunto la responsabilità finanziaria o legale per i loro figli. Dei 10 casi analizzati approfonditamente dal Boston Globe, solo due madri hanno deciso di rivolgersi a un tribunale per ottenere un qualche tipo di sostegno per i loro figli, mentre tutte le altre hanno lasciato che fosse il padre a decidere quanto dare ed essere presente. In altri casi, ha scritto il Boston Globe, non c’è stato nemmeno bisogno che il sacerdote chiedesse segretezza: le madri profondamente cattoliche lo considerano non solo come il padre dei loro figli, ma anche come un rappresentante di Dio. Questo ha fatto sì che le donne vittime di abusi sessuali siano state riluttanti a riportare alle autorità quello che era successo, perché si assumevano spesso la colpa della violenza.

    Negli ultimi anni sono stati pochi i leader della Chiesa cattolica che hanno parlato della situazione dei sacerdoti con figli. Uno di loro è stato l’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, che tra le altre cose ha aiutato Doyle a lanciare il suo sito, Coping International. Martin ha detto: «Un bambino ha il diritto di conoscere suo padre e ogni padre ha obblighi fondamentali nei confronti di suo figlio o sua figlia». Di recente la Conferenza episcopale dei vescovi irlandesi ha approvato delle linee guida che chiedono a ogni sacerdote con figli di «affrontare le proprie responsabilità personali, legali, morali e finanziarie», ma non chiedono la rinuncia al sacerdozio. Doyle sperava che una decisione simile fosse presa anche dal Vaticano, ma le cose sono andate diversamente. Il cardinale Sean O’Malley, importante consigliere di papa Francesco e capo della Commissione pontificia per la protezione dei minori, ha scritto un breve comunicatosulla questione in risposta all’inchiesta del Boston Globe. In un passaggio si legge che ciascun sacerdote che ha fatto un figlio ha «un obbligo morale di farsi da parte dal sacerdozio e provvedere alla cura e ai bisogni della madre e del figlio». O’Malley ha aggiunto che la commissione che guida non si occuperò di queste situazioni, perché andrebbero oltre il suo mandato.

    Tre anni fa, la commissione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino ha parlato dei casi in cui sacerdoti cattolici avevano costretto le donne incinte dei loro figli a rimanere in silenzio per evitare lo scandalo, in cambio di sostegno finanziario. La commissione aveva chiesto al Vaticano di dire quanti fossero il numero dei bambini figli di sacerdoti, aveva chiesto di scoprire chi fossero e di prendere tutte le misure necessarie per assicurare che i diritti di questi bambini venissero garantiti. Il Vaticano dovrà farlo entro l’1 di settembre di quest’anno.

    http://www.ilpost.it/2017/08/17/figli-sacerdoti-cattolici-spotlight-boston-globe/

  • Un tipo sinistro

    Un tipo sinistro

    Nel 2000 Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, si unì al coro dei gerarchi della Chiesa che fecero pubblica penitenza per il sostegno garantito tra il 1976 e il 1983 dalla Conferenza episcopale argentina alla giunta civico-militare responsabile di almeno 30mila sparizioni forzate e di migliaia di altri crimini contro l’umanità. Omicidi, rapimenti, torture e furti di neonati compresi. Il gesto, forse un po’ tardivo, fu un’autoassoluzione dell’istituzione che chiedeva perdono per i preti che avevano “peccato” dando appoggio logistico e materiale oltre che spirituale ai carnefici della generazione scomparsa? Oppure fu un’ammissione di colpa? Sta di fatto che mai durante il regime l’allora capo dei gesuiti argentini, come del resto gran parte dei suoi colleghi di culto, aveva preso pubblicamente posizione contro le violenze di Stato perpetrate nei confronti di chiunque fosse anche solo stato sospettato di essere un “sovversivo”. Cosa che invece nel vicino Cile, per esempio, fece il cardinale di Santiago, Raúl Silva Henríquez, il quale dall’11 settembre 1973 in poi non smise mai di puntare il dito contro le politiche repressive del dittatore fascista Augusto Pinochet e dei suoi guardaspalle. Palesemente diverso rispetto al silenzio mantenuto durante la dittatura è stato l’atteggiamento di Bergoglio nei confronti delle istituzioni democratiche. Nel 2010 quando era capo della Conferenza episcopale argentina si scagliò senza esitare contro il Parlamento reo di aver introdotto nell’ordinamento il matrimonio gay. Definendo la legge frutto della «invidia del demonio» che «vuole distruggere il piano di Dio».

    Con la stessa veemenza, fresco di nomina a capo della Chiesa argentina, si era schierato nel 2005 contro il ministro della Sanità del governo Kirchner, Ginés González García, perché aveva proposto la depenalizzazione dell’aborto. La negazione del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza per Bergoglio è un chiodo fisso. La libertà di scelta, l’autodeterminazione, la sessualità della donna nel suo pensiero non sono contemplate. In totale continuità con la misoginia dei suoi predecessori anche da pontefice egli relega la donna entro un recinto predefinito, annullandone l’identità. La donna è tale solo se vergine o madre. «Il ruolo della donna nella Chiesa non è soltanto la maternità, la mamma di famiglia, ma è più forte: è proprio l’icona della Vergine, quella che aiuta a crescere la Chiesa» dice da pontefice sull’aereo di ritorno dal viaggio pastorale in Brasile il 28 luglio 2013. «Dio ha creato la donna perché tutti noi avessimo una madre» ribadisce a Santa Marta il 9 febbraio 2017. «Sentir dire che tre figli già sono troppi mi mette tristezza, perché tre figli per coppia sono il minimo necessario a mantenere stabile la popolazione» aveva detto sul volo di ritorno dalle Filippine il 19 gennaio 2015. Madri sì ma con moderazione, per non turbarlo. Tuttavia non si era affatto intristito quando, dieci anni prima, il capo dei cappellani militari argentini, monsignor Antonio Baseotto, affermò che González García, il ministro pro-aborto, avrebbe meritato che gli fosse messa una pietra al collo e fosse buttato in mare. La scelta di questa immagine presa in prestito dal Vangelo di Luca (17, 1-2), che richiama alla memoria i voli della morte e la tragedia che ha segnato il destino di migliaia di suoi connazionali e la vita dei loro familiari, deve aver profondamente colpito Jorge Mario Bergoglio. In positivo. Incurante dell’incidente diplomatico provocato da Baseotto con il governo argentino, e di tutto ciò che a livello emotivo può evocare una frase del genere nei confronti dei familiari di desaparecidos, il pontefice l’ha fatta sua otto anni dopo, l’11 novembre 2013. Durante un’omelia in Vaticano ha auspicato la macina al collo e la fine in mare per «i cristiani e i preti corrotti» dalle tangenti. L’attacco agli evasori suscitò la profonda ammirazione in Italia dell’intero arco costituzionale e della stampa tutta. E poco importa se tra le vittime dei famigerati voli della morte ci sono anche migliaia di nostri connazionali.

    Aborto, donne, diritti umani. Già quanto detto fin qui basterebbe per non vedere mai accostate nella stessa frase “papa Francesco” e le parole “Sinistra” o “Rivoluzione”. Tanto più in un momento storico culturale come quello attuale in cui la donna è al centro di un’offensiva violenta senza tregua. Gli omicidi, le percosse, lo stalking, innumerevoli stupri sono all’ordine del giorno. La negazione e l’annullamento dell’identità femminile spesso porta a un tentativo di coercizione e di annientamento fisico che si oppongono sia al processo di emancipazione cioè al riconoscimento di una uguaglianza giuridica sia alla liberazione, vale a dire alla accettazione di una diversa soggettività della donna. Emancipazione e liberazione della donna sono delicatissimi processi ancora in atto. Affinché siano portati a compimento occorrono fondamentali cambiamenti sul piano culturale e sociale di cui solo la Sinistra in quanto tale se ne può fare carico. Rifiutando in primis i fautori della mentalità patriarcale e religiosa che vogliono la donna inchiodata al ruolo di moglie e madre. Tra questi papa Bergoglio è la punta di diamante. Per essere certi di non lasciare adito a dubbi ricordiamo un altro paio di episodi. Il capo della Chiesa che il 2 febbraio 2014 dal balcone di piazza San Pietro ammoniva la platea affermando: «La vita va difesa dal grembo materno fino alla sua fine», è lo stesso sacerdote che ha militato nella Guardia de Hierro, il settore giovanile del peronismo di destra. La Guardia de Hierro nel 1976, il più cruento dei sette anni di dittatura, propose una laurea honoris causa all’ammiraglio Massera. Il titolo fu poi conferito al genocida della caserma Esma di Buenos Aires, il 25 novembre 1977, dall’Università del Salvador (Usal), della cui amministrazione faceva parte il futuro pontefice. E ancora, a proposito di cappellani militari giova ricordare la vicenda di monsignor Christian Federico von Wernich, l’ex cappellano della polizia di Buenos Aires soprannominato “il prete del diavolo”. Costui sconta l’ergastolo dall’ottobre del 2007 perché il tribunale federale di La Plata lo ha riconosciuto colpevole di crimini contro l’umanità per aver partecipato a 6 omicidi, 31 casi di tortura e 42 sequestri. Di fronte ai familiari delle vittime, dei sopravvissuti e ai giudici, il monsignore si è sempre dichiarato innocente, privo di colpe. Nel senso che lui non aveva mai fatto nulla di male. Commentando la sentenza, nel sottolineare «il dolore che ci provoca la partecipazione di un sacerdote in delitti gravissimi», il cardinale Bergoglio si limitò a sottolineare la necessità di una «riconciliazione», rilevando inoltre che l’Argentina doveva allontanarsi «sia dall’impunità sia dall’odio e dal rancore».

    Come dire, “scordiamoci il passato”. Una indulgenza che vale per un sadico torturatore omicida, e vale ancora oggi poiché von Wernich non risulta né pentito né dimesso dallo stato clericale, ma non per una donna che se decide di interrompere una gravidanza esercita un diritto, tutela la propria salute psicofisica e non uccide nessuno (perché il feto è un feto e chi non è nato non può morire). «Assoluzione dal peccato di aborto solo se c’è pentimento» ha ribadito papa Francesco a novembre 2016 in vista del Giubileo straordinario. Con questo interessante curriculum in tasca, niente affatto ignoto e davvero difficile da annoverare a “sinistra” e nel pantheon della laicità, il 13 marzo 2013 Jorge Mario Bergoglio appena nominato papa si è affacciato al famoso balconcino e ha detto «buonasera» urbi et orbi. Suscitando immediatamente entusiasmi e ottenendo un’apertura di credito incondizionata. L’elenco di genuflessioni parlamentari ed extraparlamentari a sinistra è lunghissimo. Basti in questa sede pensare al recente discorso davanti ai sindacalisti della Cisl durante il quale papa Francesco ha lanciato i suoi anatemi contro «le pensioni d’oro» perché sono «un’offesa al lavoro». Siamo tutti d’accordo che certi assegni mensili siano indecenti ma non un sopracciglio si è alzato per far notare a Bergoglio che lo Stato italiano elargisce queste pensioni sulla base di leggi italiane. Lui che c’entra? Tanto meno – da destra a sinistra, passando per i sindacati – c’è stato qualcuno che abbia avuto l’ardire di ricordare che sempre lo Stato italiano paga profumate pensioni, per dirne una, ai cappellani militari che rispondono agli ordini dei gerarchi vaticani. Anzi.

    A fronte di un (imbarazzante) silenzio tombale sull’ingerenza di un capo di Stato straniero negli affari italiani è via via montata una (altrettanto imbarazzante) marea di osanna dei media e degli opinionisti per la “sensibilità” del pontefice verso i lavoratori sotto pagati. È questa la reazione da quando il gesuita argentino ha pronunciato il fatidico «buonasera» di quattro anni fa. Una reazione che non tiene mai conto dell’inapplicabilità di una visione laica – che parta cioè dal rispetto dei diritti inalienabili della persona e dal pensiero che siamo tutti esseri umani dalla nascita – a un’organizzazione come quella della Chiesa cattolica che per sua natura e cultura si oppone a questi stessi princìpi. Davvero occorre ricordare ai fan progressisti di papa Francesco che costui oltre a essere il capo di una religione monoteista che crede nel peccato originale e nell’esistenza del diavolo, è un monarca assoluto a cui tutti i suoi sudditi devono obbedienza e che detiene i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario sulla base di una elezione decisa da una casta di circa 200 persone, tutti uomini? Cosa c’è di sinistra in questo? E di laico? C’è per caso qualcosa di laico e di sinistra cui ispirarsi, nella consueta linea politica di marca gesuita, che consiste nel rimproverare gli sfruttatori e al tempo stesso predicare mansuetudine presso gli sfruttati, egregiamente sintetizzata da papa Francesco nel discorso pronunciato il 4 febbraio 2017 durante un incontro con il movimento dei Focolari? Nel mondo ideale di papa Francesco i ricchi rimangono ricchi e i poveri rimangono poveri. “I poveri vanno accompagnati”. Nulla viene detto o fatto per toglierli dalla condizione di povertà. È questa la nuova idea di uguaglianza a sinistra? Bergoglio lo ha detto chiaramente, basta leggere questa frase. «Il “no” ad un’economia che uccide diventi un “sì” ad una economia che fa vivere, perché condivide, include i poveri, usa i profitti per creare comunione». Quell’“economia che include i poveri” sta lì a dire che la realtà sociale di queste persone è per il papa immodificabile. Siamo ben lontani da un’economia che produce reddito e redistribuisce equamente ricchezza rimuovendo «gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Così c’è scritto nel secondo comma dell’articolo 3 della nostra laica Costituzione. Per ridare slancio alla sinistra queste parole non sono assai più utili di quelle del gesuita papa Francesco? Domanda pleonastica.

    Torniamo infine alla stretta attualità e al modo in cui il papa sta conducendo la sua presunta battaglia contro la pedofilia nel clero. Cosa c’è di laico e di umano nel considerare un delitto contro la morale, cioè un’offesa a Dio, lo stupro di un bimbo di tre anni da parte di un adulto cinquantenne? E sempre a proposito di superamento delle disuguaglianze, è forse laica e di sinistra la frase pronunciata da papa Bergoglio l’8 gennaio 2014? «Un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato» disse nell’udienza generale a Santa Marta. Queste parole possono essere declinate in diversi modi, basti citarne uno per tutti: un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino ebreo. Di fondo c’è l’idea non proprio laica e di sinistra secondo cui l’identità umana è data dal battesimo. Se il battesimo non c’è, non ci sono nemmeno l’identità e l’uguaglianza tra esseri umani. La pretesa che i vari Bertinotti, Pisapia, Renzi, Fassina e tanti altri, hanno di indicarlo come guida morale della nostra società si scontra con questa visione della natura umana che distingue le persone cattoliche da quelle che non lo sono. È una visione figlia di una cultura che attraversa fino a oggi la storia millenaria poco edificante dell’istituzione che papa Francesco rappresenta, segnata da intolleranze verso le altre religioni monoteiste, da inaudite violenze contro le donne e gli eretici e dagli abusi psicologici e fisici su minori affidati alla sua cura.

    A proposito della pedofilia, si diceva, senza dover andare troppo lontano nel tempo ecco uno dei passaggi più significativi del durissimo atto di accusa delle Nazioni Unite contro la Santa Sede per la sua ambiguità nella gestione della pedofilia clericale, elaborato nel 2014 in virtù della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia: «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili».

    La Convenzione cui la Santa Sede aderisce, prevede come clausola ineludibile per i firmatari l’obbligo di adottare ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio. Secondo il Comitato Onu sui diritti dell’infanzia, l’essenza della Convenzione è stata ripetutamente e palesemente violata dal Vaticano, come si evince dal rapporto pubblicato il 5 febbraio 2014 al termine di una capillare inchiesta avviata a luglio del 2013. Pur senza citarli, l’Onu ha puntato quindi il dito contro gli ultimi tre capi della Chiesa: Francesco I, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. Il riferimento alle carenze normative non è casuale ed è tuttora valido. Già perché l’acclamatissimo inasprimento delle norme penali attuato da Francesco a cosa può davvero servire se per i “peccatori” la pena consiste nel dover recitare più avemmarie in un convento? Finché in Vaticano si continuerà a considerare le violenze sui bambini un peccato e non un reato, cioè un crimine contro la persona, la “tolleranza zero” contro la pedofilia ecclesiastica che tante volte abbiamo sentito invocare prima da Benedetto XVI e poi da Bergoglio sarà un annuncio fine a sé stesso. Buono solo per convincere parte dell’opinione pubblica che qualcosa effettivamente stia cambiando dopo decenni di complicità con migliaia di pedofili e impegni in serie non mantenuti. È questa la chiave per comprendere come mai papa Francesco abbia prima deciso di affidare a monsignor George Pell la guida del superministero dell’Economia, rimanendo sordo agli avvertimenti ricevuti ovunque, e poi lo abbia lasciato andare quando ormai era diventato indifendibile agli occhi dell’opinione pubblica. In cima ai pensieri di un papa c’è sempre la tutela dell’istituzione. L’obiettivo primario è quello di sostenerne l’immagine e il buon nome. Sempre. Le persone non contano. “Vatican first”, possiamo dire parafrasando Trump. Prima c’è la Chiesa, poi, se c’è tempo e spazio ci si può occupare delle persone (se sono battezzate). Ma anche qui c’è una gerarchia. In cima ai pensieri del papa non ci sono le vittime dei preti pedofili che da 40 anni in Australia attendono giustizia, ma il monsignore chiacchierato cui ha concesso l’aspettativa per andarsi a difendere di persona in Patria. Affinché tenga l’ormai ingombrante ombra lontana dalla Santa Sede. E se ancora siete perplessi, badate bene che lo ha rifatto. Consegnando le chiavi della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf), l’organismo della Santa Sede presso cui sono accentrati i processi più gravi per pedofilia, all’arcivescovo gesuita Luis Francisco Ladaria Ferrer. E cosa c’è nel palmares di questo monsignore? Nel 2012 quando era segretario della Cdf mise la sua firma insieme all’allora prefetto Llevada sulla sentenza di condanna di un prete pedofilo nella quale si intimava di non rendere pubblica la notizia. E che fine fece questo signore? Scontata la penitenza, con il suo bell’abito talare decise di diventare allenatore di una squadra di calcio giovanile. All’insaputa della condanna, tante famiglie gli affidarono i loro bambini. Nel 2015 è stato arrestato, questa volta dalla polizia italiana. Stando alle accuse ne ha violentati almeno dieci. E però Jorge Mario Bergoglio è un rivoluzionario, lava i piedi ai carcerati e ha detto «buonasera» a tutti.

    https://left.it/2017/08/17/un-tipo-sinistro

  • ADDIO AL SEGRETO CONFESSIONALE?/ La Confessione non sarà più “inviolabile” per alcuni tipi di reato

    ADDIO AL SEGRETO CONFESSIONALE?/ La Confessione non sarà più “inviolabile” per alcuni tipi di reato

    Addio al segreto confessonale? Il caso in Australia: la Commissione Real contro gli abusi chiede che i preti possano essere condannati per silenzi su atti pedofili uditi in confessione

    Nel 2014 era stata la Chiesa Anglicana d’Australia ad abolire il segreto confessionale per reati gravi, ora è invece la Chiesa Cattolica ad essere messa nel mirino dopo i gravi casi di abusi sui minori per cui molti preti e vescovi sono accusati di aver effettuato/tenuto nascosto tra gli anni Ottanta e il Duemila. La novità clamorosa arriva dalla Commissione Reale Istituzionale per gli abusi sessuali sui minori, istituita nel 2012, che nella propria relazione ha proposto ai vari stati e territori australiani di apportare una nuova legislazione che punisca i sacerdoti che “coprono” gli abusi pedofili per non venire meno al segreto confessionale. «Il diritto di praticare le proprie credenze religiose deve accogliere l’obbligo della società civile di garantire la sicurezza di tutti e, in particolare, la sicurezza dei bambini da abusi sessuali», scrive la Commissione australiana nel report che ha già fatto il giro del mondo per le pesanti conseguenze che potrebbero comportare a livello religioso e sociale. In sostanza, viene chiesto al Governo di rendere i preti condannabili penalmente qualora non vogliano collaborare con le autorità dopo aver appreso in confessione dell’abuso sui minori dei colpevoli. «Le istituzioni dirette a prendersi cura e fornire servizi per i bambini, comprese le istituzioni religiose, devono offrire un ambiente in cui i bambini sono sicuri dall’abuso sessuale. La segnalazione di informazioni rilevanti per l’abuso sessuale dei minori alla polizia è fondamentale per garantire la sicurezza dei bambini».

    LA REPLICA DELLA CHIESA CATTOLICA AUSTALIANA

    Il problema dei reati anche gravissimi come la pedofila o l’omicidio e la relativa confessione nel segreto tra peccatore e sacerdote è uno di quelli che da anni fanno interrogare anche i vertici della Chiesa Cattolica mondiale. Il diritto canonico infatti è chiarissimo: i preti non possono mai rompere il sigillo del confessionale, anche sotto minaccia di morte, pena l’immediata e automatica scomunica. La riservatezza del peccato e delle confessioni è uno dei capisaldi della religione cattolica fin dai tempi delle predicazioni di Gesù: rendere i preti accusabili e condannabili qualora non rivelino le confessioni pervenute su reati pur gravissimi rischia dunque di vedere sconvolta la “regola” tra confessore e penitente. «La confessione nella Chiesa Cattolica è un incontro spirituale con Dio attraverso il sacerdote. È una parte fondamentale della libertà di religione, ed è riconosciuta nella Legge dell’Australia e in molti altri paesi. Deve rimanere qui in Australia», spiega con forza l’arcivescovo di Melbourne, Denis J Hart, sotto forma di dura replica alla richiesta della Commissione Reale. Resta l’impegno, come garantito con nettezza dagli ultimi due papati di Benedetto XVI e Francesco, della Chiesa di aiutare in qualsiasi modo e forma la segnalazione degli abusi e dei gravissimi casi di pedofilia sia interni che esterni alla Chiesa. «Al di fuori di questo tutti i reati contro i bambini devono essere segnalati alle autorità e siamo assolutamente impegnati a farlo», conclude l’arcivescovo di Melbourne che ribadisce come abolire il segreto confessionale, seppure in alcuni casi particolari, possa essere l’inizio di una deriva che riporterebbe a tempi passati e molto bui dove lo Stato aveva potere di veto sull’esperienza personale e religiosa di ogni singolo fedele.

  • Un docufilm internazionale sugli abusi di Don Inzoli

    Un docufilm internazionale sugli abusi di Don Inzoli

    Il caso cremasco in un documentario internazionale

    «Dietro l’altare», nel docufilm di «laF» finisce anche la vicenda di Don Inzoli. Gli abusi dei preti pedofili sono alcuni dei capitoli più bui della storia della Chiesa e fra questi c’è anche, purtroppo, una pagina cremasca.

    Il documentario made in UK

    A raccontare fatti e misfatti a livello internazionale è il documentario «Dietro l’altare», realizzato dallo storico britannico John Dickie e trasmesso mercoledì in prima tv mondiale su laF (Sky 139).
    Un viaggio che, oltre al nostro Bel paese, ha toccato Francia e Stati Uniti per terminare nel paese del Papa. In Argentina sono state raccolte le prime ed esclusive interviste alle vittime di padre Corradi. Il sacerdote è stato arrestato con l’accusa di aver abusato sessualmente di alcuni studenti sordomuti dell’istituto Provolo di Mendoza.
    L’inchiesta ha dimostrato come, per la Chiesa, il problema della pedofilia abbia radici molto profonde e sia molto lontano dalla sua soluzione. Scritto da Lucio Mollica, Vania Del Borgo e John Dickie, è stato diretto dal regista messicano Jesus Garces Lambert e si è avvalso nella versione italiana del contributo introduttivo di Emiliano Fittipaldi, giornalista autore di inchieste e pubblicazioni su ipocrisie e peccati della Chiesa.

    La vicenda Don Inzoli

    Un viaggio, quello delle telecamere di «laF», fra la nebbia dell’inverno di Crema. Il documentario si snoda fra le vie del centro, fra i quadri della Chiesa di Santissima Trinita, nello scheletro della scuola di CL. Un racconto crudo e asciutto che non ha potuto non scuotere, ancora una volta, le coscienze dei cremaschi. A parlare anche il sindaco Stefania Bonaldi che ha raccontato, da amministratore ma prima di tutto da cittadina e da mamma, la preoccupazione per una figura tanto potente e rispettata.

    http://giornaleditreviglio.it/notizie-attualita-treviglio/un-docufilm-internazionale-sugli-abusi-don-inzoli/

  • Lettera alla Redazione – LE SANZIONI NELLA CHIESA

    Lettera alla Redazione – LE SANZIONI NELLA CHIESA

    Buongiorno, seguo da tempo i vostri articoli e, come cattolica, vi ringrazio per l’onestà con la quale riportate i fatti e approfondite questo tema così doloroso.

    La piaga della pedofilia è purtroppo affrontata con troppa superficialità e scarsissima efficacia (per non dire assolutamente nulla) da parte dei vertici della Chiesa. I documenti ufficiali della Chiesa cattolica (Lettera circolare per la preparazione delle Linee Guida , Linee guida , Motu Proprio, dichiarazioni importanti dei vari Papi) lascerebbero pensare che vi è una grande attenzione verso questo tema, ma nella pratica il problema rimane: finché non vi sarà l’obbligo di denunciare alla Procura della Repubblica e finché non verrà riconosciuta la responsabilità di chi pur sapendo non reagisce con determinazione (o peggio: mette nuovamente il sacerdote nelle condizioni di commettere ancora questi abomini), ogni scritto o parola dei vertici della Chiesa sarà totalmente inutile.

    E questo lo riconosco con immenso dolore, con il desiderio di continuare ad amare questa Chiesa nella quale sono cresciuta, con la speranza che questa ritorni ad essere credibile.

    Oggi ho deciso di scrivervi perché mi ha colpito moltissimo un particolare di uno dei vostri ultimi articoli riportati: “Abusi nella setta, le intercettazioni. Un sacerdote avvisò gli indagati”.

    Dall’articolo si apprende che dalle intercettazioni sarebbe emerso che un sacerdote avrebbe dato delle informazioni ricevute durante il Sacramento della Confessione. Se questo fosse vero, come si evince dal Codice di Diritto Canonico all’art. 1388, non ci sono storie: QUESTO SACERDOTE incorre nella SCOMUNICA LATAE SENTENTIAE riservata alla Sede Apostolica.

    In un altro documento ufficiale  si legge che “L’istruzione Crimen Sollicitationis … istituire una procedura che permettesse di rispondere a quella situazione del tutto singolare e particolarmente delicata che è la confessione, in cui alla completa apertura dell’intimità dell’anima da parte del penitente corrisponde, per la legge divina, il dovere di assoluta riservatezza da parte del sacerdote”.

    Non c’è tanto da interpretare! Il segreto confessionale non può essere violato!

    Ma quello che appare chiaro in questo articolo, è che quel sacerdote avrebbe violato il segreto confessionale, NON per una IPOTETICA BUONA CAUSA (es. per denunciare un delitto di cui sarebbe venuto a conoscenza in confessione), che comunque non è prevista nel Codice di Diritto Canonico, BENSI’ PER AVVISARE DEI PRESUNTI PEDOFILI DELLE INDAGINI A LORO CARICO!

    Non è criminale questo comportamento? Io non lo so da un punto di vista legale … ma moralmente OFFENDE PROFONDAMENTE chi vuole con tutto il cuore rimanere cattolico.

    Questo sacerdote sarà davvero scomunicato dalla Sede Apostolica? Come cattolica me lo aspetto. Come cattolica mi aspetto di poter continuare a confessarmi con la certezza che quello che dico rimarrà tra me, il sacerdote e Dio. Un Sacramento non è uno scherzo: un sacerdote dovrebbe saperlo.

    Grazie per l’attenzione

  • Lettere alla redazione: ‘Ecco cosa è successo a un incontro organizzato dal Rinnovamento carismatico’

    Lettere alla redazione: ‘Ecco cosa è successo a un incontro organizzato dal Rinnovamento carismatico’

    “Gentile redazione,

    non sono proprio un’assidua frequentatrice di chiese, men che meno di sette o pseudo tali, e nemmeno di quei gruppi di preghiera conosciuti come cammini neocatecumenali o rinnovamento dello spirito che a detta di tanti aiutano spiritualmente le persone nell’intimo percorso della fede, ma qualche giorno fa mi sono ritrovata a uno di quegli incontri organizzati di tanto in tanto in grandi aree per incontrare un alto numero di fedeli. Ero lì per motivi personali. Perché la vita è imprevedibile, così come le sue circostanze.

    L’incontro a cui ho partecipato si è svolto in un campo sportivo, anche se i partecipanti erano in numero esiguo rispetto allo spazio a disposizione, ma c’è da dire che il sole picchiava forte e il caldo era insopportabile. Chiaramente per entrare abbiamo dovuto pagare, per il solo ingresso, senza servizi, abbiamo dovuto sborsare 15 euro.

    All’incontro, a cui erano presenti i vari gruppi del movimento ecclesiastico Rinnovamento dello Spirito e altre correnti, erano presenti alcuni preti carismatici e persino l’arcivescovo della provincia che ci ha ospitato, a dimostrazione che il Vaticano non solo era al corrente dell’evento ma lo ha persino supportato.

    Dopo una lunga chiacchierata con i presenti, dopo che molti di noi hanno esposto i propri problemi, sono cominciate le preghiere per gli ammalati e quelle per la liberazione. La scena era raccapricciante, alcuni cadevano a terra tramortiti, ci hanno spiegato che quello era l’effetto del “riposo dello spirito”, mentre gli indemoniati urlavano e si dimenavano durante le “preghiere della liberazione”.

    Dopodiché è giunto il momento dei “miracoli”. Stavolta un carismatico laico ha “guarito” circa una quarantina di persone davanti ai nostri occhi. Succedeva più o meno questo. Il prete diceva: «Il Signore mi sta dicendo che tra di voi ci sono due ciechi, ecco ora vi guarirà». e tra la folla qualcuno rispondeva: «Sono io, grazie Signore, miracolo!».

    Nessuno sa se quelle persone sono state veramente guarite o fossero solo delle comparse di una sceneggiata vera e propria, ma di sicura tra la folla c’era anche tanta gente disperata per davvero, con figli malati, giunti in quel posto con la speranza di ricevere la grazia per se stessi e per i propri cari.

    Ah, poi a un certo punto alcuni tra i sacerdoti e gente comune hanno cominciato a parlare e a pregare in una lingua strana, che io non saprei decifrare. Dicono sia un dono, noto negli ambienti come “dono delle lingue”, dicono che accada solo ai “privilegiati”.

    Fin qui nulla, o quasi, di strano: ognuno è libero di crederci o meno, di andare o rimanere o casa. Ma a un certo punto mi sono ricordata perché sono atea, perché in quel posto ci ero andata controvoglia e perché ho provato tanta rabbia pensando a tanti disperati, indifesi, che mettono la propria vita in mano di questa gente senza scrupoli.

    All’entrata ci hanno impresso un timbro sul palmo della mano per essere riconoscibili e poter rientrare nel caso si volesse uscire dallo stadio. Il timbro è quello che vedete nella foto in allegato ed è un chiaro simbolo massonico. Peccato che la massoneria universale, fin dal 1738, con la bolla “In eminentiapostulatus” (cfr. “Documenti”) ha ricevuto la scomunica di Clemente XII e, ad ogni modo, ufficialmente la Chiesa ne prende nettamente le distanze.

    Se poi vogliamo essere ancora più precisi, ricordiamo ai lettori che l’occhio del grande architetto, simbolo ufficiale della massoneria, per alcuni studiosi altro non sarebbe che il nemico di Dio. L’angelo più bello del Paradiso che si ribellò e per questo fu scaraventato all’inferno.

    Ora, sappiamo bene che la massoneria esiste anche in Vaticano e che, al di là delle notizie ufficiali, Chiesa e massoneria è un binomio indissolubile, ma chi si nasconde dietro questi personaggi che in nome di Dio speculano sulla disperazione di gente disperata? E perché la gente tutt’oggi fatica ancora a capire l’inganno?

    Ad ogni modo io vi ho scritto per un latro motivo. Cerco altri testimoni di quell’incontro avvenuto lo scorso 23 luglio in una città del sud. Voglio che questi esseri vengano sputtanati come meritano e ho bisogno che altre voci si uniscano alla mia.

    Grazie per aver spazio a questa mia denuncia”.

    Lettera firmata

    http://www.francescalagatta.it/lettere-alla-redazione-cosa-successo-un-incontro-organizzato-dal-rinnovamento-carismatico/

  • Ci mancava solo lo pseudo-Cristo redivivo con rituali da porno-cenacolo

    Ci mancava solo lo pseudo-Cristo redivivo con rituali da porno-cenacolo

    La storia della setta religiosa è così sempre uguale a se stessa, dalla notte dei tempi, che ci si domanda come sia possibile che qualcuno ci caschi ancora. 

    C’è poco da scherzare quando ci sono di mezzo decine di ragazzine abusate e forse un venticinquennio di porcherie su minori coperte dall’omertà. Ma la storia della setta religiosa guidata da uno pseudo-Cristo redivivo/Spirito santo/arcangelo che pretende di «purificare» le adolescenti con rituali non prescritti da un messale, ma cliccatissimi nella categoria young/old di PornHub, è così sempre uguale a se stessa, dalla notte dei tempi, che ci si domanda come sia possibile che qualcuno ci caschi ancora. A Catania nel porno-cenacolo di don Pietro Capuano sono rimaste imprigionate ben due generazioni di donne, anzi, di ragazze, consegnate al satiro in tonaca dalle loro madri perché le strappasse al Male, quando il suo obiettivo primario era strappare loro i vestiti di dosso (quello secondario, farsi pulire casa gratis).

    BISOGNA BENEDIRE LE VITUPERATE CHAT. Se le minorenni non ci stavano, erano anatemi e multe in denaro. E bisogna benedire le tanto vituperate chat, perché proprio i messaggi immortalati sul cellulare di una 15enne hanno aperto gli occhi a sua madre, consentendo di incastrare Capuano e il suo cerchio magico di diaconesse-procacciatrici, una delle quali moglie di un ex assessore provinciale (cade quindi l’alibi dell’esclusione sociale, della povertà ecc. ecc.). I primi cristiani erano accusati dai pagani di usare la religione come paravento per orge e turpitudini varie, accusa che dal Medioevo in poi si sono immancabilmente rimpallate le varie frazioni ed eresie del Cristianesimo: catari, dolciniani, fraticelli, cattolici, protestanti, eccetera.

    SE GESÙ POTESSE TORNARE INDIETRO… Considerando gli orrori pedofili della chiesa cattolica, faticosamente e parzialmente ammessi solo di recente, e quelli altrettanto taciuti delle chiese anglicane e luterane, i casi registrati negli Usa nelle comunità mormone, battiste, metodiste eccetera, viene da pensare che forse quelle antiche accuse non fossero sempre e solo un trito argomento di propaganda contro chi prega in modo diverso. Se Gesù potesse tornare indietro, ci penserebbe due volte prima di pronunciare quel «lasciate che i pargoli vengano a me» che in 2 mila anni troppi suoi sedicenti rappresentanti in terra hanno interpretato come un via libera per saltare addosso a bambini e ragazzine. Una cosa è certa: se tutti i corruttori di bambini nel nome di Dio mettessero in pratica altre parole del Vangelo, «meglio che si appendano al collo una macina da mulino e si gettino in mare», sparirebbero sott’acqua interi continenti.

    http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2017/08/03/ci-mancava-solo-lo-pseudo-cristo-redivivo-con-rituali-da-porno-cenacolo/212726/

  • Coro Ratisbona: monsignor Georg Ratzinger tornato in Germania

    Coro Ratisbona: monsignor Georg Ratzinger tornato in Germania

    Monsignor Georg Ratzinger è tornato in Germania. Il settimanale Chi pubblica, nel numero in edicola da mercoledì 26 luglio, le immagini del Papa emerito Benedetto XVI mentre saluta calorosamente dalla porta del monastero Mater Ecclesiae, dove vive, il fratello Georg che lascia il convento, interrompendo così la sua tradizionale vacanza a Roma, per rientrare in Germania.

    Il rientro in patria è probabilmente legato alle polemiche sul coro del Duomo di Ratisbona che Ratzinger ha diretto per 30 anni. Secondo un’indagine ufficiale, tra il 1945 e i primi anni Novanta, 547 bambini avrebbero subito abusi e maltrattamenti.

    Il fratello di Ratzinger, pur non essendo direttamente coinvolto nelle vicende denunciate, è accusato di aver saputo delle violenze ma di averle coperte. Lui però si è difeso sostenendo di aver lui stesso dato qualche schiaffo ma escludendo abusi. Nel rapporto redatto da un legale incaricato dal Vaticano si parlerebbe di maltrattamenti, punizioni corporali, privazioni della libertà ma anche abusi sessuali. Fra gli studenti però c’è stato chi ha riferito che ai quei tempi quel tipo di maltrattementi (esclusi ovviamente gli abusi sessuali) erano la regola in tutti gli istituiti religiosi dove le punizioni erano all’ordine del giorno e che quindi indagare oggi su certi metodi non avrebbe molto senso.
    Tuttavia lo scandalo è scoppiato e ora Georg Ratzinger  dovrà difendersi dalle accuse. Molti hanno letto dietro la storia del Coro di Ratisbona un attacco indiretto al Papa emerito che suo malgrado si trova a ricoprire sempre più spesso il ruolo dell’”anti-papa” visti anche i suoi ultimi interventi in difesa della dottrina che sono sembrati andare in senso diametralmente opposto allo “spirito bergogliano”.