Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Il punto della Rete L’ABUSO

  • Pontificia ipocrisia da tanto al chilo

    Pontificia ipocrisia da tanto al chilo

    Il grande Totò diceva “quando trovo un buco mi ci infilo”.

    Frase che la chiesa ha preso indubbiamente sul serio per farsi propaganda, sicura che tanto, se lo dice il Papa per i cattolici qualunque cosa va bene.

    Certo, la chiesa è sempre molto attenta nello scegliere un “buco” che non la coinvolga e quello della guerra è il “buco” perfetto, costa solo un po’ di ipocrisia ma in fondo come ho detto, oramai i cattolici non ci fanno neppure più caso e poi, se lo dice il Papa…

    Indubbiamente gli appelli di questi giorni sono giusti e incontestabili tuttavia non si può ignorare, per quanto riguarda la chiesa, che si tratta di mera propaganda e questo li rende un tantino squallidi anzichè un valore aggiunto.

    Certamente, ed è un dato di fatto purtroppo incontestabile, quando il Papa di turno, a seguito di scandali su scandali è costretto a fare le scuse all’opinione pubblica e non ai sopravvissuti, sulle decine di migliaia di vittime prodotte dai suoi preti pedofili, in quel caso che riguarda direttamente la chiesa e dove il Papa potrebbe concretamente intervenire, tutto si riduce invece a un mero appello totalmente privo di qualunque seguito concreto.

    In questo caso i vari cortigiani nel mondo non danno più seguito all’appello del Papa, tantomeno si sognano come nel caso della guerra, ad invitare i cattolici a una azione concreta.

    Quando si parla di violenze sessuali del clero, tutti i buoni principi finiscono in un nanosecondo nel primo sciacquone a portata di mano.

    Vedi non solo i preti pedofili e i vescovi che li nascondono, ma le suore abusate, la famiglia di Emanuela Orlandi, le vittime di Marko Rupnik e i tanti altri casi che stranamente, alla domanda trovano puntualmente in risposta un assordante silenzio.

    Una bilancia che indubbiamente pesa gli alti valori morali ed educativi della chiesa, che pare più squallore che valore.

  • La misericordia di Leone per i suoi pedofili. La avesse espressa a noi vittime ci saremmo offesi

    La misericordia di Leone per i suoi pedofili. La avesse espressa a noi vittime ci saremmo offesi

    Si sa che il pesce puzza dalla testa e il papato di Leone non si discosta da quello di Francesco che tra mille chiacchere non riuscì a farne una giusta, neppure nella sua amata Argentina dove ancora oggi il risentimento dei sopravvissuti è forte.

    È certo che se un Dio esiste di sicuro non ha una gran dote nel saper scegliere i suoi rappresentanti terreni, il suo “ufficio di collocamento” da anni pare non azzeccarne una.

    Da Wojtyla che ancora oggi ricordiamo principalmente per il caso ancora insoluto di Emanuela Orlandi, al suo successore Ratzinger, la cui storia criminale è stata recentemente ripercorsa da Íñigo Domínguez  nell’inchiesta giornalistica di EL PAIS, e che ricordiamo proprio nel 2004, imputato in USA con l’accusa di intralcio alla giustizia, fu graziato dalla “misericordiosa” fumata bianca che lo fece Papa, permettendogli di chiedere all’ora Presidente Bush l’immunità come capo di stato, che di fatto lo salvò in extremis dal quel processo. Tuttavia anni dopo costretto a dimettersi morirà “incarcerato” in Vaticano, dove anche la “misericordia” lo abbandonò.

    Trovò vita più facile il suo successore Bergoglio, tanto amato dai cattolici che pochi giorni dopo la sua morte lo cancellarono dalla memoria. Altra “assunzione” che da subito sollevò grandi ombre non solo riguardo la sua complicità con la dittatura argentina, ma con il suo intero papato, fatto di tante chiacchere e pochi fatti. Salvo grazie alla “misericordia” dei media, in particolare quelli italiani che attuarono la linea della censura preventiva cominciando a presentare i fallimenti di Bergoglio nella più totale assenza di contraddittorio, facendolo così apparire ingannevolmente come il grande riformatore della chiesa. Una linea gattopardiana dove si cambiò tutto perché tutto restasse uguale.

    Quella di Prevost sarà la peggior “assunzione” del collocamento vaticano. Qui la “misericordia” dei media tocca da subito il fondo precipitando in una miseria deontologica e anti cristiana mai vista prima nel paese. Un uomo da subito notevolmente compromesso dal caso cileno che ancora prima dell’elezione lo indicava trai peggiori candidati.

    Qui la censura e la disinformazione hanno dato il peggio del giornalismo italiano. Tranne poche testate oneste, tolto il caso cileno, nessuna ha detto che fino al giorno prima di essere eletto Papa, Rober Prevost era il Prefetto del Dicastero per la dottrina dei vescovi e che per ben due anni ha insabbiato da prefetto il caso siculo del vescovo di Enna Rosario Gisana, oggi a processo per la giustizia italiana con l’accusa di aver mentito nel tentativo di coprire il caso di don Giuseppe Rugolo.

    Vescovo che malgrado Prevost oggi sia diventato Papa continua a non affrontare, forte di certi giornalisti suoi complici, che con la censura preventiva lo proteggono dal rischio di qualunque possibile contraddittorio.

    Una stampa che non è più “misericordiosa” come ai tempi di Bergoglio, oggi è diventata direttamente miserabile tanto da non chiedergli conto nè del caso Gisana, tantomeno del caso di Marko Rupnik dietro al quale tante suore stuprate furono costrette dalla stessa chiesa ad abortire. Cose che i media non raccontano preferendo beatificarlo per la benedizione della campana contro l’aborto, la triste ed ipocrita iniziativa ligure lanciata dal vescovo di Sanremo Antonio Suetta, di cui molti media hanno completamente omesso le proteste, sia dei sopravvissuti agli abusi del clero, sia della società civile, che indignata ha più volte contestato.

    La stessa stampa che oggi lo eleva il Papa della “misericordia pedofila”, un pensiero tanto squallido che nella puntuale censura di un contraddittorio riesce persino a trasformarsi in qualcosa di bello.

    Quella stampa che di fronte al Vangelo di Matteo 18:6 è da tempo che ha messo la “macina al collo” delle vittime anziché dei carnefici. La stessa che a partire da RAI News è stata capace di stuprare persino l’inchiesta di EL PAIS omettendo con puntuale “misericordia” l’Italia, di cui si parla nell’inchiesta, ma nessuno lo sa perché disinformato dall’informazione.

    Quella stampa che insieme alla politica è stata risolutiva in tutti i paesi civili, mentre in Italia si trasforma in un problema sociale peggiore della pedofilia stessa. Il recente caso sardo della Garante per l’infanzia defenestrata dal suo stesso consiglio regionale per aver fatto il suo dovere è l’ultimo triste esempio che rende bene l’immagine di un paese che quando vede un Papa, qualunque sia, sa solo esclamare “com’è bianco!!!”.

  • La RAI parla dell’inchiesta di EL PAIS ma censura la parte italiana

    La RAI parla dell’inchiesta di EL PAIS ma censura la parte italiana

    Chiamiamola pure disinformazione, tuttavia quanto accaduto fa pensare che l’informazione pubblica prenda i lettori per un branco di stolti. Ancora più grave il fatto che a farlo sia proprio il servizio pubblico della TV di Stato, quella che nostro malgrado siamo costretti a sostenere con una sovrattassa imposta nel canone energetico.

    È così che RAI, ancora una volta censura contro l’interesse pubblico la parte di inchiesta del quotidiano EL PAIS che riguarda l’Italia.

    Non si tratta affatto di una svista ma di autentica censura, tanto che nell’articolo di RAI NEWS si parla oltre che della Germania, USA, Portogallo anche della Colombia, ovvero del capitolo quinto dell’inchiesta, dove già nel titolo “CON BENEDETTO XVI LE COSE NON CAMBIARONO MOLTO: DUE CASI IN COLOMBIA E ITALIA” è palese il contenuto che riguarda proprio il nostro paese.

    Un fatto grave e inaccettabile che speriamo chi di dovere sollevi nelle sedi appropriate.

  • CAGLIARI – Il silenzio di Comandini e del Consiglio regionale sardo ai sopravvissuti che gli scrivono

    CAGLIARI – Il silenzio di Comandini e del Consiglio regionale sardo ai sopravvissuti che gli scrivono

    Vale più una sottana da prete che la salute di bambine e bambini. Questo è quanto sembra emergere ancora una volta dalla triste vicenda sarda che ha coinvolto la Garante dell’infanzia Carla Pugligheddu, di fatto defenestrata dal Consiglio regionale sardo e dalla Conferenza episcopale sarda per aver fatto il suo lavoro.

    Una vicenda istituzionale diffusa che racconta con tristezza l’arretratezza italiana e spiega con i silenzi perché l’Italia sia l’unico Stato dell’UE incapace di tutelare la salute psico fisica dei minori. Un paese che in materia è stato piò volte ripreso e spronato ad intervenire anche dagli organi sovrannazionali come il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, al quale, malgrado le preoccupazioni espresse più volte, non ha mai risposto e che pochi giorni fa ha nuovamente sollecitato l’Italia affinchè intervenga di fronte alle gravi infrazioni che non riguardano solo il tema degli abusi.

    Nei giorni scorsi la Rete L’ABUSO, tendendo la mano ha scritto con spirito collaborativo, al presidente del Consiglio regionale sardo, l’Onorevole Giampiero Comandini. Ma nulla da fare, a quanto pare sembrano prioritari i rapporti con la chiesa, anziché la salute di minori e delle persone vulnerabili tanto che la Regione, intervenuta in difesa della chiesa, fa per la seconda volta scena muta, anche di fronte ai cittadini.

    Da presidente di questa ONG provo rammarico nel vedere tanta irresponsabilità di fronte agli elettori e all’intera società. Sconcertante anche il silenzio dei colleghi Garanti che anziché indignarsi di fronte a un episodio di ingerenza tanto grave, lascino invece sola la Garante Pugligheddu.

    Da sopravvissuto resto invece mortificato vedendo questo scenario istituzionale crudele nella sua indifferenza verso i più piccini, verso i loro stessi figli e nipoti e mi chiedo come è possibile che le istituzioni, la stessa chiesa non provino almeno un po’ di vergogna nel lasciare abbandonati i cittadini rimasti vittime di tali atrocità, costretti a cercare giustizia da soli.

    E mentre la società civile si stringe attorno alla Garante Carla Pugligheddu con messaggi di solidarietà e stima, anche la Garante nazionale sembra essersi “persa nel bosco”, impossibilitata ad interviene su un tema tanto grave, che la riguarda in prima persona.

    Di seguito la lettera inviata dalla Rete L’ABUSO al Presidente del Consiglio regionale sardo.

    Gent.mo On. Dott. Giampiero Comandini,

    Le scrivo in qualità di presidente di Rete L’abuso in relazione alla controversia tra la Garante dell’Infanzia e Adolescenza della Regione Sardegna dott.ssa Carla Puligheddu e il Consiglio regionale che Lei presiede, sulla questione degli abusi clericali e non solo.

    È evidente che, all’interno di tale circostanza, l’accusa rivolta alla dott.ssa Puligheddu in merito alla modalità della comunicazione e alla credibilità dei dati da lei utilizzati tocca anche l’Associazione che presiedo, in quanto fonte di tali informazioni.

    In primo luogo, tuttavia, vorrei esprimere il rammarico per la nuova vittimizzazione dei sopravvissuti e dei loro famigliari che inevitabilmente sono rimasti coinvolti in questo “scontro”. Sono stati infatti ulteriormente feriti e delegittimati dal disconoscimento, di fatto, della loro esistenza e del loro vissuto traumatico: e questo non solo da parte della Chiesa, ma anche delle istituzioni vocate a tutelarle, che sembrano invece averle abbandonate.

    Nella convinzione della assoluta necessità di un dialogo sereno e costruttivo con le istituzioni dello Stato, nella direzione di un impegno condiviso che miri alla costruzione di buone pratiche, e sottolineando l’attenzione prioritaria di cui la Regione deve farsi portatrice nei confronti delle famiglie delle vittime di pedofilia, per trasformare questa vicenda in un momento costruttivo e restituire ai sopravvissuti il riconoscimento del loro status trovando un’intesa programmatica nel loro interesse, con la presente La invito a un incontro con il sottoscritto, senza clamori e senza l’intervento mediatico, in un clima di franchezza come è nello spirito di questa mia missiva che auguro possa essere accolta.

    Restando in attesa di un Suo cordiale riscontro, un cordiale saluto.

    Francesco Zanardi

    Savona, 12/3/2026

  • MAGISTRATURA, AUTONOMIA E GARANZIE PER I CITTADINI

    MAGISTRATURA, AUTONOMIA E GARANZIE PER I CITTADINI

    “L’indipendenza della magistratura non è un privilegio dei magistrati, ma una garanzia per i cittadini.”

    (Giuseppe Dossetti)

    –O=O=O–

    Nel dibattito pubblico sul referendum attinente alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la questione viene spesso presentata come tecnica, quasi neutrale. In realtà, è una delle questioni più delicate dell’architettura costituzionale: riguarda il modo in cui una democrazia tutela i diritti dei cittadini e mantiene l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

    La mia formazione di avvocato si colloca nella tradizione laica della cultura costituzionale repubblicana, segnata dal pensiero di Costantino Mortati, Piero Calamandrei e Giuseppe Dossetti, e successivamente approfondita da studiosi come Gustavo Zagrebelsky e Franco Bricola. Il contributo teorico di Bricola ha sottolineato con particolare rigore come il diritto penale debba essere letto alla luce dei principi costituzionali, configurandosi non come uno strumento di espansione del potere punitivo dello Stato, ma come un sistema di garanzie volto a limitarlo entro i confini tracciati dalla Costituzione.

    Essi hanno evidenziato come l’indipendenza della magistratura e la funzione del pubblico ministero non siano privilegi corporativi, ma strumenti essenziali per garantire l’effettività dei diritti fondamentali.

    Questa impostazione, che ha profondamente segnato la cultura giuridica italiana del secondo Novecento, richiama con forza il ruolo della giurisdizione come presidio dei diritti fondamentali e come argine istituzionale rispetto a ogni possibile squilibrio tra i poteri dello Stato.

    L’articolo 104 della Costituzione stabilisce che la magistratura costituisce «un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere dello Stato». Questo principio nasce da una lezione storica precisa: durante il regime fascista, la subordinazione della giurisdizione al potere politico contribuì alla compressione delle libertà fondamentali. Il giudice e il pubblico ministero sono dunque presidi istituzionali, garanti dei diritti dei cittadini soprattutto quando l’esercizio del potere eccede i limiti costituzionali.

    All’interno di questo disegno costituzionale il Consiglio Superiore della Magistratura svolge una funzione decisiva perché rappresenta lo strumento attraverso cui l’indipendenza si realizza concretamente, sottraendo le carriere al controllo diretto dell’esecutivo.

    Per Dossetti, l’autogoverno era essenziale per prevenire interferenze politiche. Critiche sul funzionamento del CSM possono essere legittime, ma è fondamentale distinguere tra riforme utili a migliorare l’efficienza e interventi che rischiano di alterare l’equilibrio costituzionale.

    Nella disputa, tra i sostenitori della separazione delle carriere, viene spesso citato il peso delle correnti nella magistratura. Il tema esiste, ma va chiarito: le correnti non derivano dall’unità tra giudici e pubblici ministeri né dalla struttura delle carriere. Sono espressione del pluralismo culturale interno e delle dinamiche elettive dell’autogoverno. Anche in un sistema con carriere separate continuerebbero a esistere gruppi associativi e rappresentanza interna.

    Ridurre il problema delle correnti alla separazione delle carriere significa confondere piani differenti: la questione reale è trasparenza e responsabilità nell’autogoverno, non l’assetto costituzionale.

    Chi sostiene la separazione delle carriere, ritiene che rafforzerebbe la terzietà del giudice. La proposta merita attenzione, ma richiede verifica rigorosa sul piano costituzionale. L’unità tra giudici e pubblici ministeri non è una anomalia corporativa: riflette la funzione del PM, chiamato a ricercare la verità processuale nella sua interezza. L’articolo 112 della Costituzione stabilisce l’obbligatorietà dell’azione penale, che implica perseguire i reati senza discriminazioni e raccogliere prove sia a carico sia a favore dell’indagato.

    Separare le carriere potrebbe trasformare il pubblico ministero in una figura più simile al prosecutor anglosassone, orientata all’accusa e più esposta a possibili influenze politiche, con conseguente indebolimento delle garanzie per i cittadini. La collettività rischierebbe di perdere l’effettiva uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

    Spesso si sostiene che la separazione delle carriere possa ridurre i tempi dei processi. L’esperienza nelle aule di giustizia mostra che le cause della lentezza sono strutturali: carenze croniche di organico, disfunzioni organizzative, digitalizzazione insufficiente, sovraccarico delle cancellerie. La separazione delle carriere non incide su questi fattori.

    La lentezza della giustizia ha effetti concreti. In un processo per stalking seguito dallo scrivente, la querela risale al 2020, con fatti protrattisi per tre anni. Nella recente udienza fissata alle 12, l’esame della vittima è iniziato alle 17.40, dopo oltre trenta procedimenti trattati senza pausa. Nonostante il rischio di prescrizione, l’udienza successiva è stata fissata a sei mesi di distanza per carico di lavoro.

    Questa prassi evidenzia che il problema non è l’assetto delle carriere, ma la disponibilità concreta delle risorse: analogamente a quanto accade nei pronto soccorso o nella sanità pubblica, dove ritardi di ore o mesi incidono sulla tutela della salute. La disponibilità economica può fare la differenza: chi può rivolgersi al privato accede a cure o indagini più rapide, chi non può resta svantaggiato, rischiando di aggravare la malattia.

    Il principio di uguaglianza davanti alla legge non vive solo nelle norme, ma nella capacità dello Stato di accertare i fatti attraverso indagini approfondite e imparziali. Non tutti i cittadini partono dallo stesso punto: chi dispone di risorse economiche può avvalersi di difese private, consulenze tecniche e investigatori. Chi appartiene a contesti fragili — donne vittime di violenza, minori, migranti, persone economicamente marginalizzate — dipende molto più dall’efficacia dell’indagine pubblica.

    In questo senso, il pubblico ministero svolge una funzione di riequilibrio: non solo sostenere l’accusa, ma verificare i fatti nella loro interezza. Nei procedimenti di violenza sessuale, soprattutto quando le vittime sono minorenni, è spesso necessario dimostrare l’effetto del trauma psicologico, del disturbo post-traumatico da stress e dei fenomeni dissociativi conseguenti. Ciò, soprattutto nella sede civile risarcitoria, richiede consulenze tecniche specializzate, che per molte vittime costituiscono un ostacolo economico insormontabile. Anche con il patrocinio a spese dello Stato, le risorse disponibili possono risultare insufficienti.

    Proprio per questo, l’efficacia della tutela dipende dalla qualità dell’attività investigativa pubblica. Saper riconoscere le manifestazioni del trauma, cogliere segnali di rischio e agire tempestivamente può fare la differenza tra prevenzione e tragedia. L’episodio di Messina, in cui una donna vittima di maltrattamenti è stata uccisa dal partner che aveva evaso dagli arresti domiciliari, evidenzia quanto sia cruciale l’impiego effettivo delle misure preventive — dal braccialetto elettronico alla custodia cautelare — e la tempestività nell’attuazione delle stesse. Il caso è diventato un simbolo delle criticità nel sistema di prevenzione della violenza di genere.

    In questo contesto, l’avvocato che assiste persone vulnerabili diventa un presidio essenziale di tutela dei diritti fondamentali. La sua attività non si limita alla difesa tecnica: media tra la persona fragile che assiste e il sistema giudiziario, aiuta a comprendere i diritti, a superare la paura di denunciare e a orientarsi in procedure spesso complesse. Tuttavia, la funzione difensiva non può sostituirsi affatto all’attività investigativa pubblica: se questa perde profondità, il rischio seriamente incombente è che le vittime più vulnerabili non vedano riconosciute le proprie ragioni.

     Il referendum sulla separazione delle carriere non riguarda soltanto l’organizzazione interna della magistratura. Riguarda il modello di giustizia che vogliamo per la nostra democrazia costituzionale. Il monito di Dossetti conserva straordinaria attualità: l’indipendenza della magistratura non è un privilegio corporativo, ma una garanzia per la libertà dei cittadini.

    Ogni riforma va valutata sulla base della sua capacità di preservare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e di assicurare una tutela effettiva dei diritti, principalmente per le persone più vulnerabili.  E l’uguaglianza non si misura solo nelle norme scritte, ma nella concreta possibilità di ogni cittadino — anche il più fragile — di vedere riconosciuta la verità dei fatti.

    Roma, 14/03/2026

    Avv. Mario Caligiuri

    (RESP. DELL’OSSERVATORIO PER LA TUTELA DELLE VITTIME DI RETE L’ABUSO)

  • Le bufale tanto al chilo di Giorgia Meloni

    Le bufale tanto al chilo di Giorgia Meloni

    La Rete L’ABUSO non si è mai occupata di politica, tuttavia, quando si parla di abusi, la competenza in materia non ci manca: possiamo affermare che la dichiarazione di Giorgia Meloni è falsa.

    Premesso che in Italia sono ben pochi i pedofili e gli stupratori che sono nelle carceri e quindi ci chiediamo per prima cosa a chi o a cosa la premier si riferisca, vogliamo, tanto per non abbassarci a certi livelli di propaganda, spiegare, Giorgia a parte, il reale problema italiano e magari offrire qualche spunto su cosa andrebbe realmente cambiato.

    Va anche detto che la colpa non è certo dei magistrati che in questa campagna referendaria distorta vengono indicati come il “problema”, ma che non lo sono.

    Va sottolineato che in tutti i contesti d’accusa che vedono la magistratura “colpevole” del malfunzionamento della giustizia, autonomia a parte, i magistrati applicano le leggi che fa la politica. Politica che negli anni non solo ha letteralmente stuprato la Costituzione della Repubblica, ma ha riformato la giustizia e fatto leggi a dir poco indecenti, che purtroppo poi i magistrati sono costretti ad applicare.

    Restando nel tema della pedofilia e dello stupro, l’Italia, ovvero il Legislatore, dietro al Parlamento, hanno volutamente creato situazioni drammatiche, introducendo e ratificando con estrema tristezza persino Convenzioni internazionali come la Convenzione di Lanzarote, adottata dal Consiglio d’Europa nel 2007 ed entrata in vigore nel 2010 (ratificata dall’Italia con la Legge 172/2012), che è il primo trattato internazionale che criminalizza tutte le forme di abuso e sfruttamento sessuale dei minori. Obbliga gli Stati a prevenire i reati, proteggere le vittime e perseguire i responsabili, coprendo anche adescamento (grooming) e pedopornografia. Tale Convenzione in tutta Europa è stata un formidabile strumento di prevenzione, lasciando solo in Italia vuoti che fanno davvero riflettere: persino un bambino capirebbe l’assurdità dell’applicazione italiana.

    Tra gli strumenti preventivi che la Convenzione ha introdotto c’è per esempio il famoso certificato anti-pedofilia, uno strumento che prevede che coloro che hanno avuto condanne per crimini sessuali nei confronti di minori non possano lavorare a contatto con minori.

    E fino a qui la cosa è talmente ovvia che non serve avere un dottorato in legge per comprenderla, ma è ben più complesso, nell’assurdità dell’applicazione italiana, comprendere il perché il legislatore abbia, solo nel nostro Paese, sollevato dall’esibizione di tale certificato tutto l’ambiente del volontariato, i lavoratori autonomi come baby sitter ecc.

    Anche un bambino capirebbe che una simile applicazione è praticamente inutile, in quanto non ferma il problema, ma fa sì che i pedofili, trovando le porte chiuse nei vari ambienti come scuole ecc. spostino banalmente il loro terreno di caccia nel volontariato, dove il certificato non è richiesto.

    E qui sì che sorgono i primi dubbi di fronte a questo inspiegabile vuoto e sorge il più che ragionevole dubbio che l’inspiegabile vuoto sia stato lasciato per favorire la chiesa, che guarda a caso rientra proprio nella categoria del volontariato.

    Il buonsenso fa anche capire che forse, allora, il fatto che il problema dei preti pedofili che in tutta Europa – tranne in Italia – è stato da anni affrontato facendo grandi passi avanti, con condanne e risarcimenti per le vittime, in Italia sia ancora impunito ed indiscusso.

    Di certo la colpa non si può attribuire ai magistrati che di fatto sono costretti ad applicare una legge tanto ignorante, fatta dalla politica. Legge che Giorgia Meloni potrebbe modificare, come più volte ha chiesto proprio all’Italia anche il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite.

    Sempre le Nazioni Unite chiedono all’Italia – che dal 2019 neppure risponde – di introdurre l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini.

    Se qualcuno si chiede il perché, anche in questo caso la risposta è di una banalità estrema: se il certificato impedisce al pregiudicato per crimini sessuali a danno di minori di non tornare a contatto con loro, viene da sè che per poter essere pregiudicati, serva prima un accertamento dei fatti, poi tramite un processo si arriverà alla condanna.

    È evidente che se la denuncia di un sospetto viene omessa grazie a un vuoto legislativo ad hoc, salta l’intero sistema preventivo che il certificato dovrebbe garantire.

    Lo capisce pure un bambino, ma non lo capisce la Premier Meloni, o forse non vuole capirlo, incolpando i magistrati.

    Ecco la bufala da un tanto al chilo di Giorgia.

  • Lettera aperta al Consiglio regionale della Sardegna, alla Conferenza Episcopale Sarda CES, alla società  civile

    Lettera aperta al Consiglio regionale della Sardegna, alla Conferenza Episcopale Sarda CES, alla società civile

    Al Presidente del Consiglio regionale della Sardegna

    On. Giampietro Comandini

    Spett.le Conferenza Episcopale Sarda

    Alla cortese attenzione del Presidente

    S.E.R. Monsignor Antonello Mura

    e.p.c.

    Alla Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Sardegna

    Carla Pugligheddu

    Gentili Signori

    Mi chiamo Francesco Zanardi, ho 56 anni e sono sopravvissuto agli abusi sessuali di un prete. In qualità di portavoce di una rete composta da vittime e dalle loro famiglie ( Rete L’Abuso ), intendo mettere in evidenza che il problema riguarda non solo le persone direttamente coinvolte, ma anche i nuclei familiari, quindi un numero considerevole di cittadini.

    Prendo spunto dall’importante vicenda che ha recentemente coinvolto la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza, Carla Puligheddu, il Presidente del Consiglio Regionale Sardo, Piero Comandini, e la Conferenza Episcopale Sarda, rappresentata dal presidente monsignor Antonello Mura, al fine di condividere con i destinatari della lettera alcune considerazioni. Nel mese di gennaio scorso, la Garante ha formalmente invitato la CES a collaborare attivamente con la magistratura italiana per garantire la tutela delle vittime di abusi sessuali commessi da membri del Clero. Dopo quarantotto giorni, la CES ha replicato contestando l’accuratezza dei dati, ritenendoli non fondati. Tuttavia, i dati citati dalla Garante provengono dalle rilevazioni effettuate dalla mia associazione nel corso degli anni e pubblicati online il 24 ottobre 2025.

    Premesso che lo scorso ottobre la stessa Commissione Pontificia per la tutela dei minori, nel suo rapporto periodico ha indicato la Conferenza Episcopale Italiana all’ultimo posto in materia di tutela dei minori, vale la pena ricordare, le cifre dichiarate dalla stessa CEI dal 2000 a oggi:

    Il 25/05/2010 è il segretario della CEI monsignor Mariano Crociata a dichiarare a margine di una conferenza stampa 100 casi registrati dal 2000 al 2010.

    Il 3/02/2022 la diocesi di Bolzano dichiarerà altri 100 casi registrati nella sola diocesi.

    Il 28/05/2022 il presidente della CEI monsignor Matteo Zuppi dichiara pubblicamente 613 casi italiani registrati dal 2010, già in possesso del Dicastero per la dottrina della fede. Nella stessa occasione annuncerà anche in Italia la costituzione di una commissione d’inchiesta alla quale aggiungeranno anche i casi registrati dai neonati sportelli diocesani. Commissione d’inchiesta di cui, ad oggi, non si sa nulla.

    Il 17/11/2022 la CEI dichiara, nel suo primo report, che gli sportelli diocesani registrano nel solo biennio 2020 – 2021 68 casi.

    Il 16/11/2023, nel secondo report CEI, emergono nel solo anno 2022 altri 32 casi registrati dagli sportelli.

    Il 20/01/2025 sarà nuovamente la diocesi di Bolzano a dichiarare 41 nuovi casi.

    Il 28/05/2025 la Cei rivelerà nel suo terzo rapporto, altri 69 casi riferiti all’anno 2024.

    Il 7/11/2025 la diocesi di Bolzano dichiarerà ulteriori 30 casi.

    Il totale dei casi dichiarati, in linea con quelli riscontrati dall’Osservatorio di Rete L’Abuso, è quindi pari a 1053 a partire dall’anno 2000.

    È tuttavia importante rilevare che i dati nazionali dichiarati dalla CEI risultano incompleti: sono privi di riferimenti alla localizzazione geografica dei casi, dei nominativi degli autori dei reati, dei provvedimenti adottati dalla Chiesa nei confronti degli abusatori, della loro attuale collocazione, nonché delle forme di sostegno e assistenza eventualmente fornite alle vittime. Mentre in quindici anni di attività, Rete L’ABUSO, grazie alle vittime sopravvissute, ha integrato i dati della CEI fornendo informazioni su localizzazione dei casi e provvedimenti adottati, contribuendo a colmare le lacune dei dati ufficiali.

    Va quindi riconosciuto il lavoro svolto dall’Associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero Rete L’ABUSO, che CEI e CEF dovrebbero ringraziare anziché offendere e denigrare.

    Grazie anche al contributo diretto dei sopravvissuti che ne fanno parte, Rete L’ABUSO ha censito i casi, potendo così dimostrare che quei “numeri e dati senza nessun reale fondamento”, come definiti dalla CEI, risultano attendibili, sebbene con una lieve sottostima di poco meno di cento casi.

    L’associazione, infatti, conta in data odierna, sul database pubblico messo a disposizione dei cittadini 1156 casi contro i 1053 dichiarati dalla CEI.

    Un’altra riflessione importante che condividiamo con voi è la seguente: non basta realizzare sportelli diocesani per pensare di aver tutelato le vittime, queste vanno soccorse e risarcite, soprattutto alla luce della recente indagine svolta dall’Associazione La Rete proprio sugli sportelli che mette in luce gli scarsi risultati ottenuti dalle iniziative diocesane.

    Come non è una garanzia avvalersi di “professionalità formate e competenti”, quando poi i preti denunciati agli sportelli o condannati dalla giustizia italiana, non vengono rimossi ma addirittura reintegrati dopo il carcere, tornando inevitabilmente a contatto con minori. Casi che registriamo anche in Sardegna.

    Ho inoltre informato la Garante di due casi di abuso avvenuti in Sardegna sui quali, al momento, non è stato possibile intervenire: in un caso la vittima non si sente ancora pronta a presentare denuncia alla magistratura, mentre nell’altro il reato risulta prescritto secondo la legge italiana. Di fronte a situazioni concrete come queste, ci si chiede quale azione di tutela consiglierebbero i ‘professionisti formati e competenti’.

    È evidente che la posizione presa dal Consiglio Regionale sardo, in linea con le critiche espresse dalla CES, nei confronti dei sopravvissuti sardi, delle loro famiglie e della stessa Garante, abbia gravemente ignorato la realtà dei fatti e dei numeri, impedendo alle istituzioni (civili ed ecclesiastiche) di favorire interventi adeguati di tutela.

    Proseguo con una ulteriore e importante riflessione: il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, nel suo ultimo rapporto, esprime preoccupazione per il caso Italia:

    “il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”

    A questo proposito segnalo che l’Italia è stata superata da paesi come Francia, Belgio, Spagna e via dicendo che, tramite la costituzione di Commissioni indipendenti atte a svolgere indagini sugli abusi clericali, hanno organizzato strutture idonee all’accoglienza delle vittime e a risarcimenti economici adeguati.

    Per esempio, la Francia, che conta un numero di sacerdoti ben inferiore, circa 21.000 contro i 31.000 dell’Italia, ha rilevato che i 3000 sacerdoti pedofili censiti, abbiano prodotto ben 330.000 vittime tra i cittadini francesi.

    Restando a completa disposizione del Presidente Comandini, l’Associazione La Rete rinnova la propria fiducia nella Garante Carla Puligheddu, rimasta vittima di pregiudizi e di una strumentalizzazione che ha coinvolto anche il Consiglio Regionale della Sardegna.

    Con ossequio

    Francesco Zanardi – Portavoce Rete L’ABUSO

    Anna Ipata – Referente Coordinamento famiglie sopravvissuti

    Ludovica Eugenio – Portavoce Coordinamento Italy Churc Too

    Emanuela Provera – Giornalista indipendente

  • La Garante Pugligheddu non mente, i dati coincidono con il dato fornito da CEI

    La Garante Pugligheddu non mente, i dati coincidono con il dato fornito da CEI

    In riferimento alla vicenda che vede coinvolta la Garante sarda, la Rete L’ABUSO esprime anzitutto la sua solidarietà e vicinanza a Carla Pugligheddu il cui impegno nella tutela dei minori è sempre stato più che lodevole. Tra i venti Garanti per i diritti dell’infanzia che “manteniamo” in Italia, solo due risposero al nostro report, Pugligheddu è una di queste.

    Meno lodevole e misogina a nostro avviso, la modalità con cui la chiesa si è rivolta alla Garante contestando un dato che evidentemente poco importava, tanto che se ne accorgono mesi dopo.

    Con un comunicato affidato all’agenzia ANSA la chiesa sarda attacca la Garante sostenendo che il dato fornito dal nostro Osservatorio permanente, che la Garante ha poi esposto, sia a loro dire privo di qualunque fondamento.

    Rassicurano l’impegno della chiesa in materia ribadendo “che tutte le Diocesi si sono dotate di un Servizio diocesano o inter-diocesano per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, avvalendosi di professionalità formate e competenti, che animano i centri di ascolto territoriali.”

    Affermazione discutibile in quanto non è vero che tutte le diocesi sono dotate di un sevizio per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili. In realtà solo 130 diocesi su 226 sono dotate di tale servizio.

    Ignorato anche quanto emerso lo scorso 24 febbraio, quando il nostro Osservatorio ha presentato il report sull’efficienza di questi 130 sportelli di cui la Rete L’ABUSO ne ha analizzato un ampio campione, 30 su 130, dal quale è emerso che a poco serve avvalersi “di professionalità formate e competenti, che animano i centri di ascolto territoriali” quando poi la chiesa reinserisce o addirittura non ha mai rimosso chi viene denunciato in questi sportelli dalle stesse vittime.

    Premesso che a nostro avviso la chiesa anziché andare all’ANSA contestando la Garante, avrebbe forse dovuto prima chiedere a lei spiegazioni, che non solo avrebbero chiarito l’equivoco, ma avrebbero evitato un attacco misogino ed irrispettoso verso le Istituzioni e verso la stessa Garante.

    In realtà emerge un refuso sul dato temporale riportato nei testi (2020/2025) che risulta esattamente censito dall’Osservatorio nell’arco temporale 2000/2025, che purtroppo non cambia la sostanza nel merito del fenomeno denunciato dalla Garante essendo i dati della regione Sardegna coincidenti con quelli dell’Osservatorio permanente della Rete L’Abuso.

    Refuso che se civilmente la chiesa avesse fatto notare alla Garante, siamo certi sarebbe stata la prima a scusarsi e rettificare.

  • Martedì 24 ore 10,30 CONFERENZA STAMPA – “Da Bolzano in giù.” Viaggio negli SPORTELLI DIOCESANI PER LE VITTIME

    Martedì 24 ore 10,30 CONFERENZA STAMPA – “Da Bolzano in giù.” Viaggio negli SPORTELLI DIOCESANI PER LE VITTIME

    CONFERENZA STAMPA Martedì 24 ore 10,30 – “Da Bolzano in giù.” Viaggio negli SPORTELLI DIOCESANI PER LE VITTIME – Accredito accrediti@retelabuso.org 

    Un viaggio per le diocesi italiane durato quasi due anni nel quale la Rete L’ABUSO, attraverso i sopravvissuti è riuscita ad entrare dentro gli sportelli, documentando quanto accade.

    In alcuni casi lo abbiamo fatto anonimamente mentre in altri ci siamo presentati come Associazione, insieme al sopravvissuto, per capire quale fosse il differente approccio.

    “Da Bolzano in giù”, ed è proprio da Bolzano – considerata la diocesi pioniera e più attiva che da anni ha istituito gli sportelli diocesani, oggi presenti in Italia in 130 diocesi su 226 – che partirà il nostro viaggio durante il quale esporremo i dati di ogni diocesi.


     

         Executive Summary

    – Come funzionano gli sportelli per le vittime di abusi istituiti dalla Cei?

    – Quale è la trasparenza?

    – Quali i risultati per prevenzione e sopravvissuti.

    – I dati effettivi dei casi e dei sopravvissuti in ogni diocesi italiana censiti dall’osservatorio della Rete LABUSO, ovvero in ogni sportello diocesano.

      (NB – I dati esposti nel report 2° Report riguardavano Province e Regioni. Quelli che andremo ad esporre riguardano invece le singole diocesi)


    Martedì 24 ore 10,30

          Relatori

    -Francesco Zanardi – Portavoce della Rete L’ABUSO

    -Avv. Mario Caligiuri – Responsabile dell’osservatorio permanente della Rete L’ABUSO

    -Christian – Sopravvissuto della diocesi di Bolzano

     

    La conferenza sarà trasmessa in diretta sul portale della Rete L’ABUSO, Youtube e i nostri social.

    I giornalisti e i mezzi di informazione, potranno accedere dalla piattaforma ZOOM. Per farlo è necessario l’accredito accrediti@retelabuso.org 

  • La grande ipocrisia di Papa Leone sull’aborto e su tutte quelle suore stuprate da preti, costrette ad interrompere la gravidanza

    La grande ipocrisia di Papa Leone sull’aborto e su tutte quelle suore stuprate da preti, costrette ad interrompere la gravidanza

    Pochi giorni fa ha fatto scalpore la dichiarazione di Papa Leone “il più grande distruttore della pace è l’aborto”, sollevando polemiche un po’ ovunque e per diversi motivi.

    Senza entrare nel merito in quanto l’Associazione non è mai stata soggetta a ideologie tuttavia, recentemente ci siamo imbattuti in iniziative anti abortiste ipocrite, come la campana istallata dal vescovo di Sanremo mons. Antonio Suetta, che abbiamo contestato con l’iniziativa “Per chi suona la campana?”, domandando quale fosse il reale valore della vita per la chiesa?

    Come racconta “NUNS vs. the VATICAN” – un film italiano diretto da Lorena Luciano e prodotto da Filippo Piscopo, presentato in anteprima negli Stati Uniti il 15 novembre scorso – sono centinaia le suore che subiscono stupro da parte di loro confratelli.

    Stupri che spesso portano la suora alla gravidanza e che la chiesa stessa fa interrompere.

    Ma questa è solo la parte ipocrita.

    Papa Leone è andato ben oltre la frase “il più grande distruttore della pace è l’aborto”, sottolinea anche, che la pace richiede attenzione ai più vulnerabili e invita a una partecipazione politica che favorisca la fraternità universale e la giustizia sociale.

    Valore che quando sei vittima di abusi sessuali da parte del clero, pare svanire misteriosamente per i cattolici, come svanisce l’anti abortismo, quando a rimanere incinta di un prete è una bambina o una suora.

    Valori che, soprattutto quando espressi dal pontefice, sollevano una serie di riflessioni non solo sulla permissività dell’aborto da parte della chiesa che, nell’ipocrisia, di fatto discrimina chi sceglie di farlo, ma anche sull’attenzione ai più vulnerabili nonché sulla giustizia sociale.

    Ci si chiede come mai, avendo in quanto Papa il potere e l’occasione di dare il buon esempio, non concretizza i concetti che esprime in casi come quello di Marko Rupnik, accusato da decine di suore di essere uno stupratore. Oggi ancora impunito senza che la chiesa abbia mai concluso un processo a suo carico.

    Eppure Rupnik, in quanto prete è nella piena disponibilità del Papa, come lo è stato per ben due papi il vescovo di Enna Rosario Gisana, oggi sotto processo dallo Stato italiano per aver mentito su un prete pedofilo, ma non da quello pontificio, che in barba alle sue stesse leggi resta puntualmente inadempiente nella loro applicazione.