Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Il punto della Rete L’ABUSO

  • Quando un sì non è un sì. Il confine tra libertà, dignità e diritto

    Quando un sì non è un sì. Il confine tra libertà, dignità e diritto

    Nel dibattito sulla violenza sessuale si continua troppo spesso a confondere la semplificazione con la chiarezza. Ma quando il diritto rinuncia alla complessità della realtà umana, smette di proteggere e inizia a esporre. È in questo spazio che si colloca la proposta della senatrice Bongiorno della Lega: non come intervento tecnico neutro, ma come scelta culturale che incide direttamente sulla possibilità stessa delle vittime di accedere alla giustizia.

    Nel diritto penale il consenso sessuale non è una parola pronunciata nel vuoto, ma l’espressione effettiva dell’autodeterminazione della persona. Per essere giuridicamente valido, il consenso deve essere libero, attuale e consapevole, come impongono la Convenzione di Istanbul, la giurisprudenza della Corte EDU e la costante elaborazione della Cassazione, in linea con i più avanzati ordinamenti europei, come Francia e Germania, che hanno fatto del rispetto della volontà della persona e della protezione contro ogni forma di coercizione il vero indice di civiltà giuridica. Basti pensare al caso Gisèle Pelicot in Francia, in cui la vittima fu narcotizzata dal marito e ripetutamente esposta a rapporti sessuali senza poter acconsentire, evento che ha determinato una riforma legislativa inserendo esplicitamente il consenso libero come elemento essenziale dei reati sessuali.

    In Germania, il §177 del Codice penale tutela in maniera altrettanto avanzata la volontà discernibile della vittima, punendo gli atti sessuali anche in assenza di violenza fisica quando la persona non è in grado di esprimere un dissenso effettivo, ad esempio per shock, intossicazione o soggezione. Rispetto a questo modello europeo, la proposta Bongiorno rischia di riportare l’Italia a un approccio arretrato: il reato si fonda sul dissenso e non sulla presenza di un consenso libero e attuale, imponendo alla vittima l’onere di dimostrare la propria opposizione.

    La violenza sessuale può dunque sussistere anche in assenza di violenza fisica o di minacce esplicite, quando l’agente approfitti di una condizione di inferiorità psichica o di un contesto idoneo a comprimere la libertà di autodeterminazione della vittima.

    In presenza di stati di shock, dissociazione, freezing, soggezione o intimidazione ambientale, anche un apparente “sì” è giuridicamente privo di valore, perché non esprime una volontà libera ma una risposta traumatica di adattamento o di sopravvivenza. Il trauma dissociativo che imperversa sulle vittime incide profondamente sulla memoria rievocativa: la frammentazione del ricordo, le amnesie selettive, le discontinuità narrative che possono emergere dalle indagini preliminari all’incidente probatorio fino al controesame dibattimentale non sono segni di inattendibilità, ma l’impronta stessa della violenza subita. Pretendere, in tali condizioni, un dissenso esplicito e una narrazione lineare significa imporre alla vittima un modello normativo di “reazione corretta”, già respinto dalla giurisprudenza, e trasformare il processo in un dispositivo di esposizione anziché di tutela.

    In questo squilibrio strutturale, l’autore si muove come chi agisce in piena luce mentre la vittima resta confinata in uno spazio privo di vie d’uscita: scambiare quella paralisi o quella acquiescenza per consenso equivale a confondere la costrizione con la scelta. È proprio questo impianto di civiltà giuridica che la proposta Bongiorno tenta di scardinare, reintroducendo un paradigma culturale che alimenta la sfiducia nella giustizia e amplifica il rischio di vittimizzazione secondaria, fatta di interrogatori insinuanti e colpevolizzanti — perché non è scappata, perché non ha urlato, perché non ha chiesto aiuto, ma perché si è vestita in quel modo… — riportando il processo a essere un giudizio sulla condotta della vittima più che sull’abuso dell’autore.

    Si tratta di un arretramento culturale grave e pericoloso, che vanifica le conquiste delle donne sul terreno dell’autodeterminazione e della dignità, ma che investe l’intera comunità democratica, uomini compresi, perché indebolisce i presìdi dello Stato di diritto e normalizza l’idea che la libertà personale possa essere compressa senza responsabilità. Dove il consenso smette di essere il confine invalicabile, non arretrano solo i diritti delle donne: arretra la democrazia.

    Difendere il consenso sessuale come limite inviolabile non è solo una questione giuridica: è un atto di responsabilità civile e politica. È urgente alimentare il dibattito pubblico e la mobilitazione civile, chiedendoci se questo attacco ai diritti delle vittime — alla loro parola, libertà e dignità — non sia collegato alle stesse logiche del referendum sulla divisione delle carriere dei magistrati, che rischiano di comprimere l’indipendenza della giustizia e la tutela effettiva dei diritti. Difendere il sì che protegge significa difendere lo Stato di diritto, dire chiaramente che la giustizia deve stare dalla parte di chi subisce violenza e non di chi la perpetra. È il momento di far sentire la nostra voce, di interrogarsi, di mobilitarsi: perché la libertà, la dignità e la tutela delle vittime non siano mai sacrifici negoziabili nel gioco della politica.

    Roma, 25/01/2026

    Avv. Mario Caligiuri

    (RESP. DELL’OSSERVATORIO PER LA TUTELA DELLE VITTIME DI RETE L’ABUSO)

  • Dalla retorica della “vita” alla realtà dei diritti: la legge 194/78 è una  conquista femminista e democratica. Va applicata e difesa

    Dalla retorica della “vita” alla realtà dei diritti: la legge 194/78 è una conquista femminista e democratica. Va applicata e difesa

    Fanno riflettere le risposte del comitato Prolife al flash mob della “Campana”, apparse sull’articolo pubblicato su Savona News il 9 gennaio 2026.

    A ben vedere, nel dibattito pubblico sull’aborto e sulla legge 194/1978, uno degli ostacoli principali a un confronto serio e democratico non è il dissenso etico, che in una società pluralista è legittimo, ma la disinformazione sistematica che ne altera il significato, la finalità e la portata giuridica. Una disinformazione che non è neutra, perché produce effetti materiali: restringe l’accesso ai servizi, legittima disuguaglianze territoriali, normalizza la compressione dei diritti.

    La retorica antiabortista di cui sono intrise le posizioni di Prolife delinea una gerarchia discriminatoria delle vittime: alcuni bambini meritano protezione perché funzionali a una narrazione morale, altri – quelli abusati, traumatizzati, segnati a vita – diventano un tema scomodo, da enfatizzare solo quando serve a negare o attenuare le responsabilità della Chiesa istituzione che in Italia non riesce o non vuole intervenire concretamente sulla piaga innegabile della pedofilia.

    In questo quadro, la legge 194/78 viene descritta come una legge “ingiusta” o “contro il diritto naturale”. È una rappresentazione falsa. Essa è all’opposto una delle più importanti conquiste del movimento femminista italiano perché ha inciso nel cuore dello Stato, trasformando una pratica clandestina in una responsabilità pubblica. Ma proprio per questo non può essere lasciata all’erosione silenziosa dell’inattuazione.

    La legge 194/1978 è una legge femminista, costituzionale, di sanità pubblica e di tutela dei diritti umani. Non promuove l’aborto, non lo banalizza, non lo esalta come valore in sé.

    Nasce da una constatazione storica: l’aborto esisteva anche quando era illegale, ma era clandestino, pericoloso e profondamente diseguale. Le donne con risorse abortivano in sicurezza, le altre rischiavano la vita. La criminalizzazione non proteggeva la vita: proteggeva l’ipocrisia.

    Il movimento femminista italiano, giunto a un alto grado di maturità politica e culturale, ha avuto il merito storico di porre al centro la salute fisica e psicologica delle donne, la loro dignità e la loro libertà, in piena armonia con la Costituzione italiana e con i trattati internazionali sui diritti umani.

    La maternità trattata non come destino biologico imposto, ma tutelata come scelta libera; il corpo non come territorio di controllo, ma come spazio di autodeterminazione; la salute non come concessione morale, ma come diritto fondamentale.

    La legge 194/78 traduce questi principi in diritto positivo. Colloca l’interruzione volontaria di gravidanza dentro un percorso sanitario regolato, fondato sul consenso informato, sulla tutela della salute fisica e psichica, sulla prevenzione e sull’accompagnamento.

    Separare l’aborto dalla salute significa finanche negare gli insegnamenti della medicina moderna: la gravidanza è un evento biologico complesso, con rischi, implicazioni psicologiche, conseguenze sociali ed economiche. Forzarne la prosecuzione contro la volontà della donna è una forma di coercizione incompatibile con lo Stato di diritto.

    Un elemento centrale – troppo spesso ignorato o svuotato – è la qualità della rete territoriale dei consultori familiari. La legge 194/78 all’art. 2 affida a questi presidi già istituiti dalla legge 29 luglio 1975, n. 405, un ruolo cruciale: informare correttamente, prevenire le gravidanze indesiderate, garantire l’accesso alla contraccezione, sostenere la maternità quando è liberamente scelta, accompagnare senza giudicare.

    Oggi, però, la maggior parte dei consultori sono sottofinanziati, carenti di personale qualificato, disomogenei sul territorio. Questa inefficienza non è neutra: trasforma un diritto universale in un diritto selettivo, legato al luogo di residenza, al contesto culturale, alla disponibilità dei servizi.

    Migliorare la legge 194/78 significa dunque potenziare i consultori, investirvi risorse pubbliche, garantire équipe multidisciplinari competenti e laiche, rafforzarne la funzione preventiva e di sostegno. Significa rendere la legge coerente con le sue finalità originarie, non snaturarla.

    Chi invoca l’abolizione o lo svuotamento della L.194/78, spesso attraverso l’abuso dell’obiezione di coscienza o la pressione morale nei servizi, non difende la vita: produce disuguaglianze, sofferenza evitabile e per l’effetto violazione del principio di uguaglianza sostanziale e del diritto alla salute sanciti dagli articoli 3 e 32 della Costituzione.

    Ed è qui il punto politico decisivo: il miglioramento della legge 194 non riguarda solo le donne. Riguarda anche gli uomini, i bambini e le bambine, la qualità delle relazioni, la responsabilità genitoriale, la credibilità delle istituzioni pubbliche, la democrazia.

    La democrazia e la libertà non sono diritti parziali: o valgono per tutti, o non valgono per nessuno. Uno Stato che accetta che l’accesso alla salute e all’autodeterminazione dipenda dal territorio, dallo stigma o dalla pressione ideologica rinuncia alla propria funzione costituzionale.

    Difendere e migliorare la legge 194/78 significa affermare che i diritti umani non sono negoziabili, che la salute fisica e psicologica è un bene pubblico, che l’uguaglianza non è uno slogan ma una responsabilità concreta.

    Significa scegliere uno Stato che tutela, informa, previene e si assume il peso e la responsabilità delle decisioni difficili, invece di scaricarle sulla colpa individuale o silenziandole.

    La legge 194/78 in realtà non è il problema. Il problema è la disinformazione che la circonda e l’inattuazione che la indebolisce. Restituirle piena efficacia è oggi una misura della maturità democratica del Paese.

        Roma, 11/01/2026
    Avv. Mario Caligiuri

    (RESP. DELL’OSSERVATORIO PER LA TUTELA DELLE VITTIME DI RETE L’ABUSO)

  • Flash mob in piazza Sisto IV: letti i nomi dei sacerdoti pedofili mentre suonava una campana

    Flash mob in piazza Sisto IV: letti i nomi dei sacerdoti pedofili mentre suonava una campana

    Savona oggi ha fatto sentire un suono diverso.
    Non quello che pretende di parlare “in nome della vita”, ma quello che ricorda le vite spezzate.

    Il 30 dicembre scorso la diocesi di Sanremo annunciava l’installazione della cosiddetta “Campana dei bimbi non nati”, destinata a suonare quotidianamente in memoria dei feti abortiti. Un’iniziativa che fin da subito ha sollevato forti polemiche: sul diritto delle donne all’autodeterminazione, sul confine tra fede e spazio pubblico, ma soprattutto su una questione più profonda e irrisolta.

    Chi parla con tanta forza di morale, perché tace davanti ai propri orrori?

    La risposta in piazza Sisto IV

    Oggi, giovedì 8 gennaio alle ore 18, in piazza Sisto IV a Savona si è tenuto un flash mob organizzato dalla Rete L’ABUSO e dall’UAAR.
    Un gesto semplice e potentissimo: al rintocco di una campana sono stati letti uno per uno i 1162 casi di pedofilia nel clero registrati in Italia dal 2000 a oggi.

    Nomi, numeri, storie.
    Non simboli astratti, ma persone reali.
    Vittime reali.

    Il suono della campana, questa volta, non celebrava una morale imposta: rompeva il silenzio.

    I numeri che la Chiesa non ama ricordare

    In Liguria i casi censiti sono 70:

    • 15 a Genova
    • 24 a Imperia
    • 10 a La Spezia
    • 21 a Savona

    Di questi, 51 non sono mai arrivati alla giustizia ordinaria.

    Le vittime liguri censite sono 209:

    • 25 donne
    • 184 uomini
    • tutti minorenni, tranne 9 adulti

    In Italia:

    • su circa 31.000 sacerdoti attualmente attivi,
    • 1164 sono stati denunciati per abusi dal 2000 al 2025,
    • solo157 hanno avuto una condanna definitiva, grazie ai tribunali civili, non a quelli canonici.

    Le vittime totali censite sono 4.694:

    • 554 bambine
    • 4140 bambini
    • 174 adulti vulnerabili
    • 11 persone con disabilità

    Numeri che parlano di un disastro sistemico, non di “mele marce”.

    Le voci delle vittime

    Durante il flash mob sono state lette anche testimonianze dirette, ferite aperte che nessun rintocco può cancellare.

    C’è Alessandro, entrato in seminario a dieci anni con una fede sincera, distrutto da un seminarista “anziano” protetto dai vertici.

    C’è Samir, nella comunità per minori di via Manzoni a Savona, dove le porte delle camere erano state tolte per facilitare gli abusi.

    C’è Mirko, stuprato in tenda durante una gita parrocchiale, che oggi porta sul petto un rosario tatuato con una lametta al posto della croce.

    C’è Erik, tolto a un padre violento e affidato a un prete che lo era altrettanto.

    C’è Sandro, non creduto nemmeno dalla propria famiglia.

    C’è Luca, lasciato in stato di shock per paura che parlasse.

    C’è Sara, c’è Paolo, c’è Luis Mario, abusato in una missione all’estero e ignorato dalla Chiesa anche dopo la denuncia.

    Storie diverse, un unico schema: silenzio, protezione dei colpevoli, abbandono delle vittime.

    La domanda che resta

    Di fronte a tutto questo, la domanda è semplice e terribile:
    perché definire “omicidio” una scelta riconosciuta dal diritto, e tacere sull’“omicidio psichico” inflitto a migliaia di bambini?

    La Chiesa cattolica continua a tuonare sul corpo delle donne, ma costruisce muri quando deve guardare dentro se stessa.
    Predica, ma non ripara.
    Condanna, ma non risarcisce.
    Ricorda ciò che conviene, dimentica ciò che la inchioda.

    Una campana per chi non è mai stato ascoltato

    Savona è una città dove ogni giorno risuona una campana simbolo di libertà.
    Oggi ha dimostrato che può esistere anche una campana per ricordare le bambine e i bambini violati, quelli che non hanno avuto voce, quelli che non hanno avuto giustizia.

    Non una campana per giudicare.
    Ma una campana per non dimenticare.

    E soprattutto, per dire che la vera blasfemia non è la protesta.
    La vera blasfemia è il silenzio.

    Savona, una campana contro l’ipocrisia

  • #ChurchToo – “Per chi suona la campana?” – Giovedì 8 gennaio ore 18 in Piazza Sisto a Savona

    #ChurchToo – “Per chi suona la campana?” – Giovedì 8 gennaio ore 18 in Piazza Sisto a Savona

    II 30 dicembre scorso, la diocesi di Sanremo dava notizia dell’istallazione della “Campana dei bimbi non nati”, ricordati dai suoi rintocchi quotidiani.

    Iniziativa che da subito ha sollevato polemiche, in particolare sul diritto della donna ad una libera scelta,ma non solo…

    Ad indignarsi sono state anche le vittime della chiesa, che in età infantile sono state stuprate negli anni da sacerdoti pedofili. La chiesa cattolica continua a tuonare su un diritto e a voler gestire il corpo delle donne. Ma riesce a costruire muri di silenzio quando si tratta di affrontare concretamente gli orrori della pedofilia praticati dai propri” ufficiali” rifiutando di fornire sostegno,o soluzioni.o riconoscimento.

    #ChurchToo – Per chi suona la campana?

    Di fronte a tanta pocrisia, Rete L’ABUSO e UAAR annunciano per giovedì 8 gennaio 2026 alle ore 18 un Flash Mob in piazza Sisto IV a Savona dove, al rintocco di una campana, leggeranno i 1162 casi di pedofilia nel clero registrati in Italia dal 2000 a oggi, ricordando i nomi di chi ha prodotto le migliaia di vittime censite nel paese.

    Vittime che non hanno mai ricevuto giustizia dalla chiesa e che di fronte a iniziative come quella di Sanremo, si domandano: perché definire omicidio quello che è una scelta riconosciuta dal Diritto, e tacere di fronte all” omicidio psichico”di chi subisce violenza dal clero?

    Savona, la città dove ogni giorno rintocca una campagna simbolo di libertà può avere anche una campana per ricordare tutte le bambine e i bambini rimasti vittime.

    “Per chi suona la campana” è il titolo del Flash Mob dell’8 gennaio in piazza Sisto IV e che si ripeterà ad oltranza fino al riconoscimento pubblico, la cui richiesta sarà presentata all’interno dell’evento dell’8 gennaio.

     

  • Premio Lea Garofalo – Francesco Zanardi tra i “Testimoni del nostro tempo” – Video

    Premio Lea Garofalo – Francesco Zanardi tra i “Testimoni del nostro tempo” – Video

    Si è svolta a Cremona la 4° edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo e tra vittime di mafia, ‘ndrangheta a cui è generalmente dedicato questo premio, quest’anno è entrata anche la pedofilia nel clero con la Menzione Speciale consegnata a Francesco Zanardi, anch’esso sopravvissuto agli abusi di un prete, oggi fondatore e presidente dell’unica realtà italiana da quindici anni attiva nel paese sul tema specifico del clero.

    Con queste parole è stato consegnato il premio al fondatore della Rete L’ABUSO, premio che Zanardi ha voluto condividere con tutti i sopravvissuti, spesso nascosti dietro le quinte e a coloro che collaborano e sostengono l’associazione, quella rete che insieme a loro ha creato in questi anni.

    “A Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’ABUSO, per il suo coraggioso e instancabile impegno nel denunciare gli abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa e nel dare voce alle vittime di una delle più gravi ferite morali e civili del nostro tempo.

    Sopravvissuto a quegli stessi abusi, Zanardi ha trasformato il dolore in battaglia, l’esperienza personale in missione collettiva, costruendo un movimento che ha rotto il silenzio e imposto il tema della responsabilità ecclesiastica e istituzionale nel dibattito pubblico italiano e internazionale.

    Con determinazione e coraggio, ha documentato casi, raccolto testimonianze, avviato azioni legali e informato l’opinione pubblica, sempre nel nome della verità, della giustizia e della dignità delle vittime.

    Per la forza morale con cui ha affrontato poteri forti e resistenze secolari, per l’impegno civile e umano che da anni porta avanti senza arretrare, Francesco Zanardi riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come simbolo di resilienza, verità e giustizia contro l’omertà e l’abuso del potere.”

    Con la Menzione Speciale di “Testimone del nostro tempo” ricevuta da Zanardi, finalmente un tema tanto difficile da recepire dagli adulti, inizia a fare breccia anche nella società, quella che ha nei fatti il dovere di tutelare bambine e bambini e che, rifiutando questo tema invece, spesso non fa altro che favorirlo.

    Un problema sociale che in Italia oggi ancora vede troppe vittime, specie nel clero che di fatto, al di la dei proclami auto accreditanti della Conferenza Episcopale, puntualmente privi del contraddittorio dei sopravvissuti, restiamo di fatto l’unico paese in Europa a non essere stato capace di un intervento concreto e soprattutto serio.

    Condizione di recente confermata anche dalla stessa Commissione Pontificia per la Tutela Minori che ha definito la Conferenza Episcopale italiana, “maglia nera” nella lotta all’abuso sessuale su minori e persone vulnerabili.

    Recentemente, nella vicenda di abusi su minori che ha coinvolto diacono il Alessandro Frateschi è lo stesso procuratore di Tivoli Francesco Menditto, a paragonare la condotta dell’autorità ecclesiastica italiana definendola “di omertà ambientale, molto simile a quella mafìosa”.

    Forse è proprio questo che ha ispirato gli organizzatori ad inserire nel Premio Lea Garofalo il tema dell’abuso sessuale nel clero.

    Nel suo discorso Zanardi ha voluto ricordare Piero Calamandrei e il suo discorso sulla Costituzione, citando proprio la parabola dei due migranti, per far comprendere, ricordare soprattutto ai molti giovani studenti presenti, quanto è dannoso il “menefreghismo”. Ha voluto ricordare nei pochi minuti a sua disposizione anche l’importanza di essere una vera e solida società e non, solo tante persone che vivono in gruppi ma si ignorano l’un l’altro, annullando quelli che sono i più basilari principi per cui gli uomini si sono composti in società.

    Nel corso della presentazione sono stati elencati tra i “Testimoni del nostro tempo“, familiari vittime di mafie, appartenenti alle forze dell’ordine, magistrati e procuratori della Repubblica, Testimoni di Giustizia, giornalisti di organi di stampa nazionali, rappresentanti sindacali e rappresentanti di associazioni.

    • Michelangela Barba, Presidente dell’Associazione Ebano Onlus;
    • Marco Omizzolo, sociologo, saggista e attivista per i diritti umani e del lavoro;
    • Giancarlo Costabile, ricercatore di Storia dell’educazione presso l’Università della Calabria;
    • Corrada Pomillo,Maresciallo Capo dei Carabinieri;
    • Giorgio Mottola, giornalista d’inchiesta della redazione di Report (Rai 3);
    • Maurizio Landini, Segretario Generale della CGIL;
    • Mauro Esposito, testimone di giustizia;
    • Pellegrino Passariello, Brigadiere dei Carabinieri Forestali;

    Mentre le menzioni speciali sono:

    • Silvia Pinelli,figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli;
    • Claudia Pinelli,figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli;
    • Pasquale Chirichella, presidente dell’Associazione Internazionale Joe Petrosino ETS;
    • Elia Minari, avvocato e fondatore dell’associazione Cortocircuito;
    • Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’Abuso;
    • Vincenzo Infantino, attivista per i diritti umani;
    • Alla memoria di Mario Coppetti, partigiano e cittadino esemplare, per l’alto valore morale e civile della sua vita, interamente dedicata alla libertà, alla giustizia e alla dignità umana.

  • Premio Nazionale Lea Garofalo 2025: la quarta edizione dedicata alle donne e alla violenza mafiosa

    Premio Nazionale Lea Garofalo 2025: la quarta edizione dedicata alle donne e alla violenza mafiosa

    Tre giorni densi, tre giorni di volti, parole e storie che non si spezzano. La 4ª edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo, dal 24 al 26 novembre 2025, torna a parlare: guardate, ricordate, agite.
    Un programma che è un intreccio vivo di memoria, legalità, istituzioni, studenti, testimoni, magistrati, esperti e familiari. Tutti uniti nel nome di una donna che ha detto no alla ’ndrangheta senza arretrare di un centimetro.

    La prima giornata si apre nella Biblioteca “Pier Paolo Pasolini” del Liceo “D. Manin”. A introdurre gli interventi ci sono figure che danno peso al racconto: Maria Grazia Nolli, dirigente scolastica; Paolo De Chiara, presidente Dioghenes APS e direttore WordNews.it; Giusy Rosato, responsabile nazionale Scuole e Università Dioghenes APS; Andrea Virgilio, sindaco di Cremona; e naturalmente Marisa Garofalo.

    Poi il momento centrale: “Una fimmina calabrese. Così Lea Garofalo sfidò la ’ndrangheta”.
    A dialogare ci sono voci che conoscono il volto delle mafie da dentro:
    On. Angela Napoli, madrina del Premio;
    Francesco Prete, Procuratore della Repubblica di Brescia;
    Alessandra Dolci, Procuratrice Antimafia e coordinatrice DDA di Milano;
    Antonio Giannelli, Prefetto di Cremona;
    Marisa Garofalo, sorella di Lea;
    e l’autore Paolo De Chiara.
    Modera Giusy Rosato.
    Un dibattito che non è celebrazione ma resa dei conti civile.

    Al Teatro Monteverdi, alle 16:00, va in scena il docufilm “Pino, vita accidentale di un anarchico”.
    Lo introducono Paolo De Chiara, Silvia Pinelli e Claudia Pinelli, le figlie di Giuseppe “Pino”.
    In sala anche Fortunato Zinni, superstite della strage di Piazza Fontana.
    Modera Omar Bellicini, giornalista.
    È una memoria che non fa prigionieri: chi c’era, chi ha perso, chi ha visto, chi porta la verità addosso.

    La mattina il Campus “Santa Monica” dell’Università Cattolica accoglie la presentazione e premiazione degli elaborati selezionati dalla giuria.
    A portare i saluti:
    Imerio Chiappa, dirigente USP Cremona;
    Roberta Mozzi, assessore all’Istruzione;
    Luca Burgazzi, assessore alla Legalità;
    Simona Piperno, dirigente scolastica IIS “Torriani”;
    Alberto Ferrari, dirigente Liceo Scientifico “Aselli”;
    Leopoldo Di Filippo, consigliere Dioghenes APS.
    Introduce Angela Napoli, madrina del Premio.
    Modera Mara Ferraro.

    Al Teatro Monteverdi si alza un sipario doloroso e necessario.
    La performance “Vite negate”, curata dalla prof.ssa Gentilia Luisa Arli e dal Gruppo Teatro del Manin, apre la tavola rotonda.

    A seguire, un parterre che fotografa la battaglia quotidiana:
    Veronica Conti, responsabile Eventi Dioghenes APS;
    Cristina Pugnoli, consigliera provinciale di Parità;
    Angela Napoli, madrina del Premio;
    Maria Grazia Nicolò, commissario straordinario del Governo antiracket e antiusura;
    Silvio Bonfigli, Procuratore della Repubblica di Cremona;
    Giulia Cristina, dirigente Squadra Mobile;
    Col. Paolo Sambataro, comandante provinciale Carabinieri;
    Sonia Bernardi, vicecomandante Polizia Locale;
    Valeria Scafetta, giornalista e scrittrice.
    Presenti anche AIDA, Casa Famiglia Sant’Omobono, Collettive 365 CGIL, I care – We care, Soroptimist Cremona.
    Modera Giusy Rosato.

    È qui che la verità colpisce più forte: la mafia uccide il doppio quando incontra una donna.

    La mattina si apre con gli interventi dell’On. Angela Napoli e di Marisa Garofalo.
    Poi il monologo “Io sono Lea”, scritto e interpretato da Paolo De Chiara, porta in scena una voce che non vuole smettere di farsi sentire.

    A seguire:
    la consegna dei premi ai Testimoni del nostro tempo e delle Menzioni Speciali.
    Modera Giovanni Palisto, giornalista televisivo.
    Le letture e gli intermezzi musicali sono curati dal Liceo Musicale “Antonio Stradivari”.


    Mafie, economia, lavoro: il fronte del presente

    Nell’ex chiesa di San Vitale, si tiene l’ultima tavola rotonda. A introdurre i lavori: Leopoldo Di Filippo.

    Intervengono:
    Marco Omizzolo, sociologo e ricercatore Eurispes;
    Roberto Montà, presidente Avviso Pubblico;
    Stefano Prandini, autore di Mafie all’ombra del Torrazzo;
    Antonino Schilirò, responsabile Comunicazione Dioghenes APS;
    Lara Ghiglione, segretaria confederale CGIL;
    Alessio Festi, responsabile Politiche della Legalità e Sicurezza CGIL.
    Modera Paolo De Chiara.

    Qui la memoria cede il passo all’analisi viva: mafia, lavoro, diritti, economia. Le sfide vere.

    Lea Garofalo libretto 3 giornate_STAMPA (1)

  • Separazione delle carriere e giustizia fragile: conseguenze su donne e minori

    Separazione delle carriere e giustizia fragile: conseguenze su donne e minori

    La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri viene presentata come riforma tecnica e garantista. In realtà incide sul nucleo costituzionale dell’ordinamento giudiziario: l’unità della magistratura delineata dall’art. 104 Cost.. Tale unitarietà assicura che giudici e PM condividano cultura professionale, limiti comuni e un unico CSM, che opera quale presidio di indipendenza esterna, bilanciamento e controllo interno.

    Creare due ordini distinti significherebbe organi di autogoverno separati e possibili differenze nell’approccio alle indagini e ai processi. Il rischio concreto sarebbe un indebolimento del pubblico ministero, più esposto a pressioni politiche o a priorità governative contingenti, soprattutto in una fase storica segnata da un’evidente espansione del diritto penale. Si assiste all’ introduzione di nuovi reati, all’inasprimento generalizzato delle pene, all’emanazione di misure restrittive alla libertà di manifestazione e di norme che gravano in modo selettivo su gruppi socialmente marginalizzati.

    A ciò si affiancano proposte ulteriori — dalla non punibilità dell’omicidio del ladro alla cauzione per manifestare fino agli sgomberi accelerati — che pare confermino una strategia politico-criminale orientata al controllo sociale più che alla proporzionalità e alla prevenzione.

    Analoga tendenza emerge nella gestione dei fenomeni migratori, tra cui: l’esternalizzazione delle procedure tramite deportazioni, contrasti con i giudici che dichiarano illegittime alcune detenzioni, misure punitive contro le ONG impegnate nei soccorsi in mare. In settori tanto politicizzati, l’azione del PM è decisiva. Un PM isolato in un ordine separato rischierebbe — anche solo per struttura istituzionale — di divenire più permeabile alle priorità governative, perdendo quel contrappeso culturale e organizzativo che deriva dalla comune appartenenza alla giurisdizione. L’attuale assetto, seppur con molteplici limiti, assicura invece maggiore coerenza nei procedimenti, omogeneità nelle strategie investigative e un contrappeso culturale interno che salvaguarda l’autonomia dell’azione requirente.

    Il profilo forse più delicato riguarda la tutela delle vittime esposte a condizioni di particolare svantaggio, anzitutto economico e/o culturale. In primis donne vittime di violenza di genere e minori vittime sopravvissute ad abusi sessuali e maltrattamenti — specialmente quando i reati avvengono in contesti istituzionali di vita comunitaria chiusi, come talune realtà ecclesiastiche. Qui il PM opera accanto a ostacoli rilevanti, dove si distingue: il condizionamento del Concordato, la gestione interna e secretata del fatto di violenza – non solo sessuale – da parte dell’ente religioso, aggravata: dall’assenza dell’obbligo di denuncia nei casi di vittima minorenne, dall’omertà diffusa, dalla disinformazione, oltre che dalla pressione sociale esercitata sulla stessa e i famigliari.

    L’unità della magistratura rappresenta un presidio essenziale perché evita l’isolamento del singolo PM, assicura un controllo interno omogeneo e rafforza l’indipendenza necessaria per indagare su poteri forti e tutelare chi non ha strumenti autonomi di difesa e di informazione.

     Occorre riconoscere che i veri problemi della giustizia non risiedono nella separazione delle carriere, ma nella durata irragionevole dei processi, nella cronica carenza di personale amministrativo e di magistrati, nella mancanza di risorse materiali — talvolta persino della carta per le fotocopie e degli strumenti essenziali di cancelleria — e nelle disfunzioni organizzative che rallentano il lavoro quotidiano di procure e tribunali. A fronte di queste criticità strutturali, è evidente che ciò di cui il sistema ha bisogno non è una riforma simbolica che frammenta l’ordinamento, ma investimenti stabili e non burocratizzati: potenziamento degli organici, formazione tecnica culturale solida e continua, digitalizzazione realmente funzionante e semplificazione dei flussi operativi nelle cancellerie. Come accade per sanità, istruzione e lavoro, anche la giustizia richiede risorse adeguate e una visione sistemica, non interventi di facciata privi di incidenza sui problemi reali. L’incondivisibile ottica ad investire in armamenti conferma le priorità.

      La logica economicista che riduce giustizia, sanità e istruzione a sistemi produttivi a basso costo accresce disuguaglianze e precarietà, minacciando non solo i servizi, ma l’equilibrio democratico complessivo. In questo contesto, la separazione delle carriere rischia di indebolire uno dei pilastri fondamentali della Costituzione: una giurisdizione forte, unitaria e realmente indipendente, capace di tutelare efficacemente le vittime più fragili, esposte a violenza, abuso e silenzio omertoso.

    La conseguenza sarebbe un disequilibrio strutturale che compromette non solo l’assetto costituzionale, ma la capacità dello Stato di proteggere efficacemente le vittime più esposte alla violenza di genere, agli abusi sessuali e al maltrattamento minorile.

    Roma, 14/11/2025

    Avv. Mario Caligiuri

    (RESP. DELL’OSSERVATORIO PER LA TUTELA DELLE VITTIME DI RETE L’ABUSO)

  • I sopravvissuti italiani dopo Commissione Pontificia Tutela Minori

    I sopravvissuti italiani dopo Commissione Pontificia Tutela Minori

    Dopo l’incontro dell’associazione ECA con Papa Leone XIV, il commento della rappresentanza delle vittime I sopravvissuti italiani, durante la conferenza stampa del 20/10/25

  • PIEMONTE – Ecco come ti metto in parrocchia il prete sotto indagine previa

    PIEMONTE – Ecco come ti metto in parrocchia il prete sotto indagine previa

    Proprio all’indomani della pesante accusa alla Cei, che dopo le vittime ora arriva anche dalla Commissione Pontificia Tutela Minori, qualcuno ci ricasca e alla faccia della presunta vittima, la denuncia, l’indagine previa e sopratutto la prevenzione per i piccoli che frequentano la chiesa, sposta il prete denunciato, dalla parrocchia dove è accusato ad un’alta.

    Accade in Piemonte, dove una donna poche settimane fa ha denunciato le presunte molestie subite quando aveva circa dieci anni, molestie che non sarebbe stata la sola a subire.

    Si rivolge allo sportello diocesano con un primo contatto telefonico, in attesa dell’appuntamento di persona, fissato tra qualche settimana, racconta in linea di massima quanto sarebbe accaduto.

    Il giorno successivo la telefonata il prete viene immediatamente rimosso, con piacevole stupore della presunta vittima. Nei giorni successivi intercorre sempre telefonicamente un dialogo rassicurante tra lei e l’operatore dello sportello diocesano, che cercherà di metterla apparentemente a proprio agio, carpendo dopo il nome del prete altre informazioni sulla vicenda.

    Pochi giorni fa il colpo di scena. Mentre la presunta vittima è su Facebook si imbatte in un volantino dove festosamente una parrocchia non molto lontana da quella da dove era stato rimosso il sacerdote accusato, annuncia l’arrivo del nuovo parroco e leggendo il nome, si accorge che è lui, quello che ha appena segnalato allo sportello diocesano, per cui è ancora in attesa di essere sentita.

    Quello che in un primo momento era stato percepito come un segno di efficienza, forse fin troppa, si rivela non solo qualcosa di incredibilmente incosciente, ma persino di spregiudicato, soprattutto tenendo conto che lo stesso sacerdote, avrebbe chiesto persino scusa alla presunta vittima per quanto era accaduto quando era solo una bimba.

    L’immediata ricollocazione del sacerdote accusato, fa anche prevedere che qualora mai la diocesi aprirà un procedimento contro il prete, con molta probabilità godrà dell’assoluzione preventiva che traspare nell’assegnazione di una nuova parrocchia.

    Oggi stesso chiederemo unitamente alla presunta vittima doverosi chiarimenti alla diocesi.

    …continua

  • Per la Commissione Pontificia “CEI maglia nera contro gli abusi” …Nel frattempo altri 15 anni di vittime

    Per la Commissione Pontificia “CEI maglia nera contro gli abusi” …Nel frattempo altri 15 anni di vittime

    Certo molto positivo – quantomeno per l’obbiettività – il responso della Commissione Pontificia per la tutela dei minori, ma arriva quindici anni dopo le continue lamentele delle vittime.

    Altri quindici anni di inefficienza che hanno prodotto nel frattempo nuove vittime.

    Forse c’è poco da festeggiare in Italia, ammettere che Conferenza Episcopale Italiana ha fallito non è un successo, ma cerchiamo almeno adesso di coglierne nell’ulteriore danno gli errori, cosa è mancato e cosa ancora manca oggi, ad esempio dentro questa stessa notizia.

    Manca puntuale in Italia il contraddittorio dei sopravvissuti, ancora una volta protagonisti mediatici di una notizia che li riguarda e li esclude al tempo stesso, perché non è loro, se pur per una volta la condividano.

    Questo fa temere, come temevamo già quindici anni fa, che tra altri quindici anni ci saranno come oggi altre vittime inascoltate e qualche commissione, anche lì, scoprirà come oggi qualcosa di tanto ovvio che se invece avesse coinvolto da subito i sopravvissuti, avrebbe capito ed afgfrontato con largo anticipo.

    Invece venticinque anni dopo la consapevolezza pubblica del problema, ci ritroviamo ancora qui a dire che “forse qualcosa è andato storto”, lasciando di fatto tutto come è, sia sul versante prevenzione che su quello del supporto a chi rimasto ormai vittima.

    Questo è quello che interessa a noi sopravvissuti, quello che la Chiesa deve dare a tutti dopo venticinque anni, risposte concrete e non la conferma che ciò che noi stessi lamentavamo inascoltati da anni è vero!

    E adesso chi se ne assume la responsabilità? La Chiesa, lo Stato o tutti e due?

    Siccome a parlare qui è solo la Chiesa, la domanda nel concreto, appurati i fatti, come interverrà nell’immediato?

    La stessa Commissione dichiara che sulle 226 diocesi italiane solo 81 hanno risposto. Un bel problema che ne solleva un secondo, il limite di azione dello stesso organo Pontificio, visibilmente impossibilitato ad acquisire dati in modo autonomo.

    Problema già visto nel 2022 con i 613 casi in mano al Dicastero per la Dottrina della Fede, che la commissione CEI (Mai realizzata) avrebbe dovuto esaminare. Risultarono inaccessibili, in più svanirono nel nulla.

    Il 2° Report dei sopravvissuti che la Rete L’ABUSO presenterà venerdi 24 e che sarebbe bene la Pontificia Commissione volesse discutere con i sopravvissuti, ricostruisce chiaramente la situazione italiana dal 2000 a oggi permettendo già degli interventi concreti.

    Serve solo la volontà di iniziare ad attuarli.