Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Il punto della Rete L’ABUSO

  • GENOVA; Rete L’ABUSO denuncia la diocesi di Bagnasco per l’ipotesi di reato di omissione sul caso di don Francesco Castagneto

    GENOVA; Rete L’ABUSO denuncia la diocesi di Bagnasco per l’ipotesi di reato di omissione sul caso di don Francesco Castagneto

    Era già stato segnalato dalla Rete L’ABUSO alla Procura di Genova lo scorso ottobre, ma l’informativa era poco più di un’illazione, nata a seguito di una lettera anonima.

    Oggi però, espletate le indagini che Francesco Zanardi, presidente della Rete, ha comunque voluto portare avanti, la situazione è notevolmente cambiata.

    Ci sono prove, ammissioni, vittime e soprattutto l’ipotesi di omissioni gravi a danno della collettività, da parte della chiesa di Genova, che avrebbe permesso a don Francesco Castagneto, di continuare a commettere reati, dopo le denunce del 1998.

    Nel corposo fascicolo prodotto dalla Rete, registrazioni ambientali di testimoni chiave che sembrerebbero ben al corrente dei fatti.

    E’ lo stesso mons. Alberto Tanasini, oggi vescovo di Chiavari ma all’epoca incaricato dalla chiesa in questa indagine, quando a metà degli anni 90 rivestiva il ruolo di vicario della diocesi di Genova, il quale, di fronte ai dati da noi raccolti, non può che ammettere integralmente. Leggi il servizio di Ferruccio Sansa su IL FATTO QUOTIDIANO

    Il fatto che la chiesa di Genova sapesse, e nulla abbia messo in atto per impedire che Francesco Castagneto continuasse a molestare dei giovani, tant’è che lo spostò da Sori a Genova, configura i reati di cui al secondo comma dell’articolo 40 del codice penale che recita “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare, equivale a cagionarlo”.

    Comportamento criminale ben diffuso nella chiesa cattolica, che a Savona, nel 2012 portò alla sbarra il vescovo di Savona, Dante Lafranconi, si salvò grazie alla prescrizione, che però in questo caso non sarebbe ancora intervenuta.

    Riteniamo quindi che la diocesi genovese, retta oggi dall’ex presidente della CEI Angelo Bagnasco, che non è nuovo a insabbiare crimini, come nel caso di Carlos Buela, scoperto dalla Rete L’ABUSO a Di Negro (GE) nel 2017, possa essere responsabile di favoreggiamento personale (a seguito dell’attuale omissione di querela) oltre che di reato di omissione ai danni della collettività e delle potenziali vittime.

    Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2019/12/01/decine-di-vittime-tra-sori-e-genova-bagnasco-tanasini-e-don-franco-castagneto-sparito-nel-nulla/

  • Decine di vittime tra Sori e Genova. Bagnasco, Tanasini e don Franco Castagneto, sparito nel nulla (audio)

    Decine di vittime tra Sori e Genova. Bagnasco, Tanasini e don Franco Castagneto, sparito nel nulla (audio)

    Nel settembre scorso riceviamo una lettera anonima che non pubblichiamo integralmente in quanto se pur anonima, come ho fatto io, anche altri potrebbero dedurne il mittente.

    Nel testo; “In questi giorni, nel caldo dell’estate e del silenzio, un prete molto vicino al monsignor Bagnasco” omissis “ don Franco Castagneto è stato sollevato dall’incarico di parroco di Santa Teresa in Albaro Genova – chiesa del vescovo Bagnasco in via Francesco Domenico Guerrazzi 23, 16146, Genova GE – per abuso su giovani, “ omissis “ha distrutto tante famiglie e giovani nella loro crescita. Ora è sotto processo e il vescovo lo nasconde”.

    Un prete accusato, un indirizzo al quale però nella lettera specificano non viva più. Verifico, c’è stato ma è sparito ad agosto.

    Un ago nel pagliaio.

    Essendo a Genova non rischio di andare di persona, se va bene, di me hanno la foto segnaletica in sagrestia.

    Mando due colleghi, marito e moglie.

    Albaro, un quartiere borghese, gente discreta fin troppo, ed infatti i colleghi, con stupore, non solo non riescono a scoprire nulla, ma addirittura si sentono rispondere, fuori dalla messa della domenica, che quel parroco che da anni era li, non sapessero chi fosse. Come non lo avessero mai visto, o forse dimenticato in una notte.

    Situazione difficile, tranne la lettera che al di la del nome del prete non dava altre indicazioni, non avevo trovato nemmeno una presunta vittima, o qualcuno che volesse parlare. Il nulla più totale.

    Quasi imbarazzato, segnalo alla Procura di Genova quella che non è nulla di più che una illazione anonima – magari frutto di rancori personali.

    Il p.m, a ragione, nemmeno mi risponde.

    Chiedo ad alcuni informatori molto vicini alla diocesi, ma anche li nulla e, nel frattempo la discrezione sull’indagine si affievolisce perché ogni persona con la quale parli, potrebbe riferire.

    Ad aiutarmi, Ferruccio Sansa, caro amico e giornalista de IL FATTO QUOTIDIANO, persona che si muove bene nella sua Genova. Mi confronto con lui, “che si fa? Non c’è nulla su cui procedere…“

    Costretti a desistere archiviando, chiedo a Ferruccio “ci verresti con me in parrocchia?”.

    La mattina dopo, micro camera e registratore, si va in parrocchia; “Francesco, vai tu, sei meno visibile di me, qui a Genova mi conoscono tutti”.

    Tra me penso; siamo a posto…

    L’interlocutore che ho di fronte mi ispira un approccio diretto, vado…

    Meno di quattro minuti e ottengo molto più di quanto mi serviva; mi conferma che don Franco è stato trasferito; il motivo; il mese; la gravità e… le sue parole, il calo della tonalità della sua voce quando lo sorprendo affermando di essere vittima, danno credito alla sensazione che la cosa sia più grande di quanto appare…

    …e …colpo di scena, mi chiede se sono una vittima di Sori… allora ci sono vittime anche a Sori…

    “…andiamo a Sori Ferruccio, so da dove arriva la lettera, entriamo e giochiamo sull’essere diretti”.

    Buca più totale.

    Torniamo a Genova… ma nel riflettere su quello che ci avevano detto, capiamo che avevamo frainteso l’interlocutore (che non cito per tutela).

    Tombola; la conferma “le presunte vittime sembrerebbero decine, tutte persone con la vita distrutta”… raccogliamo il racconto di alcuni.

    1998 – “c’erano state delle denuncie alla diocesi, se ne occupò monsignor Alberto Tanasini… lo trasferirono poi ad Albaro…”

    Tanasini… mi ricorda… cavoli, proprio il caso di Savona, la vicenda di don Lupino, era lui l’inviato di Bergoglio…

    Al telefono con Ferruccio Sansa, Tanasini conferma tutto… “ci sono probabilmente dei minori”.

    Il fascicolo prodotto nell’inchiesta, sarà depositato nei prossimi giorni dalla Rete alla Procura di Genova.

    Francesco Zanardi
    Presidente – Rete L’ABUSO

    L’inchiesta completa a firma di Ferruccio Sansa, sul FATTO QUOTIDIANO in edicola domenica 1 dicembre 2019 – pag. da 8 a 11

    Vuoi segnalarci qualcosa ? Utilizza il form sotto

    [contact-form][contact-field label="Nome" type="name" required="true" /][contact-field label="Email" type="email" required="true" /][contact-field label="Sito web" type="url" /][contact-field label="Messaggio" type="textarea" /][/contact-form]

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2017/04/07/abuso-dei-seminaristi-don-carlos-si-nasconde-in-una-chiesa-di-genova/

  • PROVOLO; Dopo la condanna argentina, al via i procedimenti in Italia già annunciati dalla Rete L’ABUSO

    PROVOLO; Dopo la condanna argentina, al via i procedimenti in Italia già annunciati dalla Rete L’ABUSO

    “ E’ infatti emerso dall’istruttoria espletata che l’Istituto Provolo è Ente Morale di diritto privato e dipende, e dipendeva anche all’epoca, dalla Congregazione Compagnia di Maria che è ente ecclesiastico. Quest’ultima dipende a sua volta dall’Ufficio Congregazione Vita Consacrata del Vaticano.”

    “Una seconda osservazione attiene al fatto che don Corradi Nicola, arrestato in Argentina il 28-11-16 per il reato di abusi sessuali su minori, si trasferì (o fu fatto trasferire) in quel paese nel gennaio del 1970.

    In quella data pertanto, avrebbe dovuto effettuarsi un oculato controllo sulla sede presso la quale il sacerdote sarebbe stato destinato, alla luce delle sue tendenze pedofie, all’epoca già note all’interno della Congregazione.”

    Di Francesco Zanardi

    Quelle che avete appena letto non sono parole nostre, ma quelle del Pubblico Ministero Valeria Ardito, della Procura della Repubblica di Verona, che a seguito dei 3 fascicoli che la Rete L’ABUSO presentò sul caso Provolo nei primi mesi del 2017 – alla fine delle indagini – ravvisò che la congregazione Compagnia di Maria per l’educazione dei sordi, era indipendente dalla diocesi di Verona e che la responsabile giuridica di tutti gli Istituti Antonio Provolo sparsi per il mondo, fosse riferibile unicamente alla Congrgazione, con sede in Stradone Provolo, Verona Italia.

    La documentazione che Rete L’ABUSO depositò all’epoca, fu prodotta innanzitutto per una conferma ufficiale, che la tesi della Rete L’ABUSO – secondo la quale l’Istituto Provolo fosse indipendente dalla diocesi di Verona e che il vescovo Giuseppe Zenti si stesse proponendo come “improprio” interlocutore” – fosse corretta, e la Procura ha confermato questo dato, con l’archiviazione della posizione del solo Vescovo di Verona.

    I reati contestati dalla Rete L’ABUSO all’epoca e ancora oggi, si basano in particolare sul secondo comma dell’articolo 40 del codice penale che recita “Non impedire un evento di cui si ha l’obbligo giuridico di evitare, equivale a cagionarlo” .

    Naturalmente questa contestazione ha valore effettivo solo quando è presente una condanna, e all’epoca era solo in corso un’indagine in Argentina, quindi l’accusa non era ancora procedibile.

    La condanna di ieri a 42 anni per don Nicola Corradi, apre oggi il procedimento italiano per le responsabilità omissive imputabili ai vertici della Congregazione Compagnia di Maria per l’educazione dei sordi, con sede a Verona.

    Per quanto riguarda invece gli altri due condannati, Horacio Corbacho e Armando Gómez, per il momento l’associazione non è in possesso di materiale sufficiente per dimostrare che la Congregazione fosse al corrente anche delle loro tendenze pedofile e per il momento quindi, gli ultimi due non saranno oggetto delle contestazioni che a breve formuleremo alla Procura di Verona, contro la sede italiana dell’Istituto.

    Alle 15 di oggi (ora dell’Argentina 19 ora italiana) si terrà una riunione tra il presidente della Rete, gli avvocati italiani e il nostro Procuratore in Argentina, l’avvocato Carlos Lombardi, al fine di pianificare la strategia da intraprendere.

    Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2017/01/11/pedofilia-esposto-a-pm-di-verona-su-eventuali-omissioni-del-vescovo-tre-denunce-tra-italia-e-argentina/
    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2019/11/25/esclusivo-caso-provolo-lettura-della-sentenza-di-condanna-nicola-corradi-a-42-anni-horacio-corbacho-45-armando-gomez-a-18/

  • Un esempio di civiltà che l’Italia si sogna. Le raccomandazioni del tribunale in sostegno alle vittime del Provolo.

    Un esempio di civiltà che l’Italia si sogna. Le raccomandazioni del tribunale in sostegno alle vittime del Provolo.

    Un esempio di grande civiltà !

    A -si raccomanda al ministero della salute della provincia di Mendoza di favorire trattamento psicologico /psichiatrico e nel caso si richieda qualsiasi altro trattamento garantendone la gratuita e favorendo l’aiuto di interpreti del linguaggio dei segni a tutte le vittime che lo necessitino, per tutta la durata che si ritenga opportuna.

    B -Si estende la raccomandazione a tutti i comuni e province del territorio nazionale ove siano residenti vittime.

    C -Si raccomanda al Ministero dell’istruzione della provincia di Mendoza di facilitare (a seconda delle capacità necessita e progetti di vita) percorsi formativi ti terzo livello o anche universitari in istituti sia pubblici che privati concedendo alle vittime borse di studio, materiali e trasporti affinché possano portare a termine detti studi.

    D -Si estende tale raccomandazione ad Organi Governativi sul territorio nazionale ove vi siano residenti vittime.

    E -Raccomandiamo al ministero dello sviluppo sociale che renda fruibile l’accesso alle vittime ad ogni progetto o sussidio che renda possibile il reinserimento delle vittime di modo che si renda possibile portare a termine progetti di vita.

    F -Si raccomanda l’estensione ad ogni comune provincia sul territorio nazionale ove risiedano vittime.

    G -Si raccomanda al ministero dell’istruzione l’organizzazione di corsi aperti a tutta la popolazione di lingua dei segni Argentina al fine di facilitare il reinserimento delle vittime

    H -pagamenti dei medici che hanno partecipato, risarcimento pari a OMISSIS

    G -Risarcimento degli interpreti che hanno partecipato al caso, risarcimento di OMISSIS

    Redazione Web

  • ESCLUSIVO – Caso Provolo, lettura della sentenza di condanna; Nicola Corradi a 42 anni; Horacio Corbacho 45; Armando Gómez a 18.

    ESCLUSIVO – Caso Provolo, lettura della sentenza di condanna; Nicola Corradi a 42 anni; Horacio Corbacho 45; Armando Gómez a 18.

    La sentenza è arrivata alle 16,52 (ora italiana) e condanna Nicola Corradi a 42 anni di carcere, Horacio Corbacho a 45 e l’inserviente Armando Gómez a 18.

  • MENDOZA; Abusi sui bimbi sordi dell’Istituto Provolo, la condanna esemplare (video)

    MENDOZA; Abusi sui bimbi sordi dell’Istituto Provolo, la condanna esemplare (video)

    Era atteso per questa mattina il verdetto della 2^ sezione della Corte penale del Tribunale di Mendoza (AR) che vede imputati il prete italiano don Nicola Corradi, il collega argentino Horacio Corbacho e un dipendente dell’istituto.

    La sentenza è arrivata alle 16,52 (ora italiana) e condanna Nicola Corradi a 42 anni di carcere, Horacio Corbacho a 45 e l’inserviente Armando Gómez a 18.

    Ordina la cura psicologica gratuita a carico dello Stato per tutte le vittime e l’agevolazione per il loro reinserimento nella società.

    “E’ sintomo di una maggiore elevatura culturale e giuridica…( rispetto a quella dello stato italiano) la gratuita’ delle cure psicologiche per tutte le vittime e l’agevolazione per il loro reinserimento sociale… oltre alla pena comminata“.

    Ulteriori dettagli dopo il meeting con i nostri avvocati in Argentina.

  • Prima udienza civile – vittime contro don Giraudo e diocesi di Savona

    Prima udienza civile – vittime contro don Giraudo e diocesi di Savona

    Sono iniziate questa mattina presso il Tribunale di Savona le prime due udienze che vedono complessivamente cinque vittime del sacerdote Nello Giraudo citare in giudizio oltre al sacerdote, anche la diocesi di Savona.

    Un percorso travagliato nel quale le vittime dovranno ripercorrere quel doloroso passato che oggi lo stesso sacerdote e la diocesi savonese negano, o quanto meno mettono in dubbio.

    Eppure oltre alle vittime, le carte acquisite dalla Procura di Savona durante il processo penale, che portò il Giraudo a patteggiare 1 anno e 6 mesi per gli abusi commessi sull’unica vittima non prescritta penalmente, parlano chiaro e raccontano la storia e la gestione criminale del caso, da parte non solo della diocesi savonese, ma anche dell’allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede Joseph Ratzinger, poi eletto papa Benedetto XVI.

    A mettere nero su bianco le violenze del sacerdote non furono le vittime, ma la stessa diocesi, che ora nega di aver saputo.

    Sarà proprio il vicario generale della diocesi di Savona, don Andrea Giusto che il 22 agosto del 2003, accrescerà il fascicolo personale di Giraudo, custodito nell’archivio personale del vescovo dichiarando che Giraudo, verso la fine del 1980 (primo incarico dopo aver preso i voti) fu nominato “viceparroco a Valleggia (SV) si è verificato il primo serio inconveniente: insegnante di religione nelle statali, è stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei confronti del suo bambino”. “Il fatto allarmante ha spinto il vescovo – sentito il parroco che già aveva notato atteggiamenti equivoci nel giovane sacerdote – ad allontanarlo immediatamente sia dalla scuola che dalla parrocchia”.

    Fu spostato a Spotorno, in una parrocchia molto più grande e con molti più minori, dove fece altre vittime.

    Il 5 novembre del 1989 è lo stesso vescovo di Savona (Giulio Sanguineti) a correre ai ripari mandando don Giraudo presso un istituto milanese, nell’ignorante intento di poter “guarire” quella che non è una malattia, ma una grave devianza della personalità, per la scienza medica non curabile.

    Poco dopo, nei primi anni 90, il nuovo vescovo di Savona Dante Lafranconi, permise al Giraudo, divenuto nel frattempo parroco di Orco Fegliono (Finale Ligure SV), di aprire una casa famiglia. L’esperimento non riuscì neppure in questo caso.

    Circa 10 anni dopo, nel 2002, il nuovo vescovo di Savona, questa volta il cardinale Domenico Calcagno, secondo quanto annotato nel fascicolo della diocesi sempre dal vicario generale don Andrea Giusto “riceve le confidenze allarmate di un’assistente sociale che gli comunica che vari comuni hanno deciso di non affidare altri ragazzi alla comunità. Anche i responsabili della Caritas mettono in guardia mons. Calcagno”. Solo nella primavera del 2003 Calcagno decide di far chiudere al Giraudo la comunità.

    La macabra nota del vicario Andrea Giusto su don Giraudo si conclude “attualmente (estate 2003) la situazione è la seguente; nulla è trapelato sui giornali e non ci sono denunce in corso; don Nello ha chiuso la comunità e lasciato la parrocchia; è affidato a un confratello di cui accetta l’aiuto e il controllo; si è impegnato ad incontrare un religioso psicologo che lo aiuti a leggere in se stesso nel tentativo di ritrovare equilibrio”.

    In tutto il documento non esiste una sola nota di preoccupazione per le vittime del Giraudo (sic), ma solo per la sofferenza dello stesso.

    L’8 settembre del 2003 il cardinale Calcagno scrive al Joseph Ratzinger informandolo della situazione e ribadendo la volontà del sacerdote di proseguire nel suo impegno pastorale. Ratzinger non prese alcun provvedimento.

    Nell’estate del 2005, durante un campo scout, don Giraudo abuserà di un 15enne. Nel 2012 patteggia la condanna per quel solo abuso.

    Don Giraudo, sotto richiesta del vescovo Vittorio Lupi – che rifiutò di celebrare il processo canonico, probabilmente per non accrescere le gravi responsabilità della diocesi – chiederà la dispensa dallo stato clericale soltanto il 27 marzo del 2010, quando oramai la procura di Savona aveva già avviato le indagini.

    Verità che ancora oggi la chiesa savonese nega, dimostrando la disonesta continuità di gestione e l’inaffidabilità delle stesse gerarchie che malgrado gli anni e gli appelli del papa, riconfermano patologicamente una grande disonestà morale ed intellettuale, non chè l’irresponsabilità nei confronti delle vittime – passate e future – oggi affidata all’ennesimo vescovo, Caloggero Marino.

    Le rispettive due prossime udienze, sono state rinviate la prima al 27 marzo di fronte al giudice Stefano Poggio, la seconda il  il 28 febbraio davanti al giudice Luigi Acquarone.

    Redazione Web

     

  • Caso Provolo; l’Argentina chiede 45 anni per don Corradi. Si avvicina il processo anche in Italia?

    Caso Provolo; l’Argentina chiede 45 anni per don Corradi. Si avvicina il processo anche in Italia?

    ARGENTINA – Questa mattina, il procuratore capo dell’Unità per i crimini contro l’integrità sessuale, Alejandro Iturbide , ha concluso il suo appello conclusivo nel processo per abusi sessuali avvenuti per anni presso l’ Istituto Antonio Próvolo di Luján de Cuyo, chiedendo la pena di 45 anni di prigione per i sacerdoti Nicola Corradi (83) e Horacio Corbacho (59) , e 22 anni e 6 mesi per l’ex giardiniere dell’istituzione Armando Gómez .

    Nel gennaio 2017, poco dopo l’arresto di don Corradi avvenuto il 28-11-2016, la Rete L’ABUSO ha presentato ben tre fascicoli sul caso argentino, presso la procura della repubblica di Verona, la quale aveva aperto un fascicolo e espletato una serie di indagini, volte ad accertare le accuse che avanzavamo nei confronti dell’Istituto Antonio Provolo di Verona, sede centrale (e responsabile giuridico) di tutti i distaccamenti sparsi nel mondo, della Congregazione di Maria per l’istruzione dei sordi, una congregazione di Diritto Pontificio, che dipende direttamente dal Vaticano.

    Come ci aspettavamo e come avevamo chiesto di accertare già nel primo dei tre fascicoli depositati, la procura (vedi documento a lato) archiviò la sola posizione del vescovo di Verona Giuseppe Zenti, attribuendone però la responsabilità alla Congregazione di Maria Per l’educazione dei sordi, ravvisando che questa era al corrente delle tendenze pedofile del prete, già nel gennaio del 1970.

    Purtroppo in tutti questi anni, gli ex allievi dell’istituto non hanno mai depositato una sola denuncia alla procura, trovandosi così oggi prescritti.

    La cosa invece potrebbe essere diversa per quelle depositate nel 2017 dalla Rete L’ABUSO, in quanto i reati accertati in Argentina sono recenti e non ancora prescritti.

    Nei tre fascicoli che la Rete ha depositato a Verona, si accusavano le gerarchie di aver violato il 2 comma dell’articolo 40 del codice penale che recita “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare, equivale a cagionarlo”.

    Ovvero, la Compagnia di Maria per l’educazione dei sordi, sarebbe responsabile non tanto della condotta di don Corradi, ma del fatto, che pur sapendo delle sue tendenze pedofile, questa non si sia mossa per evitare che il Corradi  ne commettesse altre.

    Per il momento, non ci resta che attendere la sentenza Argentina, che data la richiesta a 45 anni di carcere avanzata dalla procura, parrebbe ormai inevitabile la condanna e l’apertura di un procedimento anche in Italia.

    Nella giornata di domani, l’ufficio di presidenza della Rete L’ABUSO, in conferenza con l’avvocato Carlos Lombardi – procuratore in Argentina dell’associazione – farà il punto della situazione e deciderà come muoversi, non escludendo anche azioni dall’Argentina verso l’Italia.

    Redazione Web

  • SAVONA: Non hanno minimamente intenzione di risarcire, nessun accordo tra la diocesi e le cinque vittime di don Giraudo

    SAVONA: Non hanno minimamente intenzione di risarcire, nessun accordo tra la diocesi e le cinque vittime di don Giraudo

    Persino un orologio fermo segna l’ora esatta due volte al giorno, a meno che non sia quello del duomo di Savona che, malgrado i proclami di papa Francesco, sembra incapace di restituire dignità a questa diocesi e alle vittime dei suoi preti pedofili e dei vescovi che li hanno favoriti.

    Di Francesco Zanardi

    Nel giugno scorso, dopo un tentativo di conciliazione avanzato da cinque vittime di pedofilia e concluso con una proposta indecente del vescovo di Savona Caloggero Marino – avrebbe voluto indennizzarle, per le violenze subite, con l’istituzione di un numero verde gestito dalla diocesi, e non avrebbe neppure dato l’opportunità alle vittime di avere un’occupazione – gli avvocati della Rete L’ABUSO, Elena Peruzzini e Francesca Rosso, hanno citato in giudizio la diocesi savonese.

    La citazione si riferisce al caso del sacerdote Nello Giraudo e agli abusi da lui commessi con il favoreggiamento dei vescovi, dal 1980 al 2000 circa, anche se l’ultimo abuso commesso da Giraudo risale al 2005. In quest’ultimo caso la vittima sarebbe già stata risarcita nel 2012, dopo che Giraudo patteggiò una condanna a un anno e sei mesi, per le molestie inflitte al giovane scout, all’epoca dei fatti quindicenne.

    Dall’indagine della procura di Savona condotta dal pubblico ministero Giovanni Battista Ferro, emerse che le coperture della chiesa a tutela del sacerdote iniziavano nel 1980, lo stesso anno in cui don Giraudo prende i voti e quando una mamma di Valleggia denuncia, all’allora vescovo di Savona Giulio Sanguineti, molestie sessuali sul proprio figlio.

    In un batter d’occhio Giraudo viene spostato, a soli 15 km da Valleggia a Spotorno, in una parrocchia ancor più gremita di minori, dove produrrà altre vittime.

    Negli anni novanta, oltre che in diocesi, anche a Spotorno, le tendenze pedofile del Giraudo erano diventate di dominio pubblico, al punto tale che la stessa parrocchia e il nuovo vescovo, Dante Lafranconi, visti i precedenti del prete, ben catalogati negli archivi diocesani, ritenne di doverlo trasferire in un’altra parrocchia. Lo nominò parroco di un piccolo paesino sulle alture di Finale Ligure (SV), Orco Feglino, lontano da occhi indiscreti, dove con la benedizione dello stesso vescovo che lo aveva trasferito, aprì una comunità per minorenni in difficoltà nella quale per circa un decennio proseguì indisturbato la sua missione pastorale in alternanza con le sue perversioni.

    L’atteggiamento criminale dell’allora vescovo di Savona, Dante Lafranconi, non passò inosservato agli inquirenti, che nel 2012 ne chiesero il rinvio a giudizio. Lafranconi si salvò grazie alla prescrizione, alla quale, per suo diritto e soprattutto volendo chiarire la propria posizione, avrebbe potuto rinunciare. Ma non lo fece.

    Il Giudice del tribunale di Savona Fiorenza Giorgi, sulla base della documentazione emersa dalle indagini della procura, se pur costretta ad archiviare in quanto il reato era estinto, lo fece con parole durissime nei confronti dell’allora vescovo;  “la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere  di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.

    Dopo la citazione in giudizio depositata dai legali della Rete L’ABUSO, passati i tempi tecnici durante i quali, soprattutto sulla base dei proclami del pontefice, ci si aspettava una concreta ed onesta presa di posizione delle diocesi proprio a consolidamento dei proclami, arriva la conferma che almeno a Savona, la linea resta quella negazionista ed irresponsabile, già consolidata dai predecessori del vescovo Caloggero Marino.

    Per il difensore del sacerdote Nello Giraudo (l’avvocato Marco Russo) verrebbero messi in dubbio gli abusi perpetrati dal suo assistito e sosterrebbe che quanto affermato dal gip Fiorenza Giorgi nel decreto di archiviazione per il favoreggiamento alla pedofilia dell’ex vescovo Lafranconi,  nello specifico caso non siano supportate da alcun elemento di prova.

    Ancor più incredibile la posizione della diocesi, che non solo non ha alcuna intenzione di risarcire il dovuto alle cinque vittime, ma il vescovo Caloggero Marino, quasi non rendendosi conto, o forse facendo finta, lamenta di non essere stato lui vescovo all’epoca, ignorando di essere nominato in quella citazione non come responsabile dell’accaduto, ma semplicemente in quanto Ordinario in carica, della diocesi savonese.

    Ad irritare ulteriormente è la farsa, il colpo gobbo che la diocesi ha messo in atto per manipolare i fedeli, nel tentativo di voltare questa lunga e tanto vergognosa pagina di chiesa savonese. Apprendiamo infatti (vedi volantino) che il 19 prossimo, naturalmente a Savona, la diocesi ha organizzato un incontro nel quale, nel tentativo di rassicurare chi ancora manda i propri figli incoscientemente in parrocchia, verrà illustrato come la CEI abbia messo in atto delle linee guida a tutela dei minori e delle persone vulnerabili.

    Linee guida con le quali la chiesa da ad intendere che PREVEDE una tutela per i minori. In realtà non è rivolta a loro, ma semplicemente ad auto tutelarsi da eventuali “incidenti”, a fronte dei quali, però – come nel caso savonese e non solo – non PROVVEDE ad assumersi alcuna responsabilità o sostegno per le eventuali vittime, rinnegandole come in questo caso.

    La linea criminale ed omissiva della chiesa cattolica emerge già dal pesantissimo report delle Nazioni Unite del 31 gennaio 2014, report al quale il Vaticano avrebbe dovuto rispondere entro il 1 settembre 2017, ma non lo ha ancora fatto oggi.

    Lo stesso Motu proprio “VOS ESTIS LUX MUNDI”, recentemente emanato dal pontefice, come si può notare leggendolo, non prevede più alcuna indicazione o facoltà per i vescovi, di denunciare i crimini all’autorità giudiziaria, rendendo così ufficialmente la linea della chiesa, totalmente omissiva delle leggi civili.

    Zanardi

  • Perché don Vincenzo Calà non ha rinunciato alla prescrizione e chiarito la sua posizione ?

    Perché don Vincenzo Calà non ha rinunciato alla prescrizione e chiarito la sua posizione ?

    A Randazzo fa molto discutere il ritorno di don Vincenzo Calà, allontanato per cinque anni a seguito di una denuncia di abusi ai danni di un giovane del posto, all’epoca dei fatti quindicenne.

    Da parte della diocesi davvero poco tatto nei confronti della vittima e dei suoi familiari che, dopo l’incubo, se lo ritrovano a dire messa come se nulla fosse, anzi, accolto dagli applausi dei fedeli che insieme al primo cittadino inneggiano alla sua innocenza.

    L’euforia è tale nel paese, da trasformare un’archiviazione per intervenuti termini di prescrizione, in un’assoluzione, confermata poi da un’ulteriore assoluzione canonica, che con una sentenza penale di un tribunale italiano, non ha nulla a che spartire: infatti nei tribunali canonici non si giudica il crimine commesso contro la persona (la vittima), ma l’offesa a Dio, in quanto i processi canonici si basano sul sesto comandamento, non commettere atti impuri.

    Bene, la chiesa ha semplicemente assolto il prete per non aver arrecato offesa a Dio, mica perché non ha commesso un crimine sul ragazzino.

    Per quanto invece riguarda la giustizia civile, don Calà fu condannato nel 2014 in primo grado a quattro anni, sentenza confermata in appello e ridotta a tre.

    La Cassazione non ha affatto assolto don Vincenzo Calà per non aver commesso il fatto, ma diversamente da come è stata strumentalizzata la sentenza “Annulla agli effetti penali senza rinvio la sentenza impugnata (quella di appello che lo condannava a tre anni) per essere i reati estinti per prescrizione”. Questo vuole dire che il reato non è più procedibile e non che il fatto non sussiste anzi, “Dichiara inammissibile il ricorso (fatto da don Calà) agli effetti civili e condanna il ricorrente (don Vincenzo Calà) alla rifusione delle spese per il grado di giudizio alla parte civile…..”.

    In tutto questo va anche detto che don Vincenzo Calà, se avesse voluto veramente chiarire la sua posizione di innocenza, era suo diritto rinunciare alla prescrizione – tra le altre cose intervenuta per soli 9 giorni – ma non lo ha fatto, vedendosi così rigettato anche “il ricorso agli effetti civili” che lo porterà nuovamente in tribunale, questa volta in una sede civile, dove dovrà risarcire la vittima.

    Francesco Zanardi