Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Lombardia

  • Rinviato a giudizio don Luigi Dopo l’accusa il prete era stato trasferito da Cremona al Santuario di Caravaggio

    Rinviato a giudizio don Luigi Dopo l’accusa il prete era stato trasferito da Cremona al Santuario di Caravaggio

    L’ex parroco di Martignana di Po (Cremona) è stato rinviato a giudizio dal tribunale di Cremona per violenza sessuale. Don Luigi Mantia, 49 anni, è accusato di violenza sessuale su due minori e, su richiesta del pm Francesco Messina, il gup Matteo Grimaldi ha mandato a processo il sacerdote che un anno fa, in seguito alla notifica dell’avviso di conclusione delle indagini, aveva presentato al vescovo Dante Lafranconi la rinuncia alla parrocchia di Martignana Po.

    Da allora è al santuario di Caravaggio (Bergamo). Il processo è fissato per il 5 febbraio prossimo. Ai fedeli aveva detto un anno fa, alla fine della messa: «Nel marzo del 2009 sono stato denunciato dal padre di un bambino… Assicuro che affronterà anche questa situazione per me dolorosa con piena responsabilità e con la possibile serenità». Nell’udienza preliminare di oggi, i genitori dei minori si sono costituiti parte civile.

    11 ottobre 2012 | 22:40

    http://bergamo.corriere.it/bergamo/notizie/cronaca/12_ottobre_11/violenza-sessuale-minore-prete-caravaggio-2112218687994.shtml

  • Don Marco davanti al giudice. Deve rispondere di cinque violenze

    Don Marco davanti al giudice. Deve rispondere di cinque violenze

    Mercoledì 03 Ottobre 2012
    Domani l’udienza preliminare. Possibile la scelta dell’Abbreviato
    Don Marco Mangiacasale, ex economo della Diocesi di Como ed ex parroco della parrocchia di San Giuliano, in pieno centro città, comparirà domani davanti al giudice.
    Il pubblico ministero Simona De Salvo ha infatti chiesto al gup Nicoletta Cremona il rinvio a giudizio, e la questione verrà dibattuta a partire dalle 9 della mattina nel corso dell’udienza preliminare in programma nel palazzo di giustizia lariano. In aula non ci sarà il prete, che è agli arresti domiciliari in una struttura religiosa protetta del Piemonte, ma ci saranno i suoi avvocati, il legale del foro di Como Renato Papa e quello del foro di Milano Mario Zanchetti. La difesa, anche se la scelta verrà formalizzata solo di fronte al giudice, dovrebbe chiedere il rito Abbreviato che porterà a uno sconto di pena di un terzo.
    Si chiude così la prima parte di una vicenda che ha scosso nel profondo la comunità comasca, e non solo quella dei fedeli. Don Marco Mangiacasale, prete e uomo conosciuto e stimato, è infatti finito in carcere lo scorso 7 marzo con un’accusa terribile: violenza sessuale continuata su cinque ragazzine minorenni appartenenti alla parrocchia di San Giuliano.
    Da quanto è stato possibile apprendere, tutte le vittime sarebbero già state risarcite prima dell’approdo in aula del fascicolo. Un passaggio che, nei mesi scorsi, uno dei due legali del religioso – Renato Papa, che ieri non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione – spiegava in questo modo: «Il risarcimento non vuole rappresentare una mercificazione del dolore ma è un ulteriore attestato concreto della volontà di alleggerire la sofferenza delle vittime e dei loro familiari. Non si tratta di dare un valore economico al dolore, che non ha un prezzo. Non abbiamo pattuito alcuna cifra non perché stiamo facendo una trattativa commerciale, ma perché procediamo con attente valutazioni per capire come definire l’importo». Non va dimenticato, tra l’altro, che già nel primo interrogatorio subito dopo l’arresto dello scorso marzo (manette che scattarono mentre il sacerdote era a un incontro con altri religiosi ad Abbadia Lariana) don Mangiacasale ammise le sue responsabilità, anticipando anche alcune situazioni che non gli erano ancora state contestate e che sono poi emerse nell’ambito dell’inchiesta. Le indagini, infatti, furono aperte dalla denuncia di una giovane vittima di don Marco, convinta a riferire tutto ai genitori (di quanto avveniva nella casa del prete) nel corso di una confessione. Ma il fascicolo aperto dal pm De Salvo portò nelle prime settimane di intenso lavoro a far lievitare le denunce contro l’ex economo della Diocesi fino al numero di cinque. Le stesse che vengono oggi contestate dalla Procura lariana che ha chiesto il rinvio a giudizio di don Marco. Dopo l’arresto, il religioso fu subito sospeso dal vescovo di Como, monsignor Diego Coletti, da ogni incarico ecclesiastico. E fu proprio la guida della Diocesi lariana uno dei primi a presentarsi al quinto piano del palazzo di giustizia per riferire quanto di sua conoscenza.
    Per la cronaca, i fatti finiti nell’avviso di conclusione delle indagini sono cinque, tutti avvenuti tra il 2008 e il 2012, pochi giorni prima dell’arresto. Le vittime, all’epoca delle violenze subìte, avevano 15 anni (una), 13 anni (tre giovani) e una, addirittura, appena 12 anni.
    Palpeggiamenti e molestie che avvenivano nella casa del sacerdote e non solo, anche nelle attività oratoriali compiute da San Giuliano fuori dalla provincia.
    La festa di San Giuliano e il Vangelo
    Questi ultimi sei mesi sono stati senza dubbio i più difficili per la comunità di San Giuliano, finita agli onori delle cronache cittadine e nazionali per fatti di cui avrebbe volentieri fatto a meno. Domenica scorsa, tra l’altro, San Giuliano ha festeggiato i 90 anni di fondazione della parrocchia, con ospite proprio il vescovo – monsignor Diego Coletti – che non ha voluto far mancare la propria presenza a una comunità tanto flagellata da quanto accaduto.
    La sorte ha però riservato un ulteriore spunto di riflessione: il messale della domenica, infatti, aveva previsto un passaggio del Vangelo di Marco (guarda caso il nome di don Mangiacasale) dalle parole pesanti, quelle del capitolo 9 (versetti 38-42) che recitano testualmente: «Chi infatti non è contro di noi è per noi. E chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua perché siete di Cristo, io vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa. Ma chiunque sarà occasione di scandalo a uno di questi piccoli che credono, meglio sarebbe per lui che gli appendessero al collo una macina da mulino e lo gettassero in mare».

    Mauro Peverelli

  • Molestò bimba di 7 anni Prete di Arese condannato

    Molestò bimba di 7 anni Prete di Arese condannato

    di Roberta Rampini

    Arese, 27 settembre 2012 – Condanna confermata. Beneficio della condizionale incluso. Anche i giudici della prima sezione della Corte d’Appello di Milano hanno ritenuto don Marco Redaelli, prete salesiano di Arese ormai ottantenne, responsabile di violenza sessuale ai danni di una bambina che all’epoca dei fatti aveva sette anni. Martedì pomeriggio nel processo d’appello è stata confermata la condanna a due anni e mezzo di carcere per il religioso. L’arriga di due ore dell’avvocato Mario Zanchetti, legale del sacerdote che negli ultimi anni si è occupato di una quindicina di casi di religiosi accusati di pedofilia, non ha convinto i giudici dell’innocenza del sacerdote.

    Contro la sentenza, che è in linea con le richieste del procuratore generale Daniela Meliota, non è escluso che il difensore del sacerdote faccia ricorso anche in Cassazione. I fatti risalgono al 24 settembre 2007, quando don Marco aveva attirato la piccola nel proprio ufficio nella parrocchia dei santi Pietro e Paolo, con la promessa di darle delle caramelle. Rimasto solo con lei, l’avrebbe molestata, costringendola a subire atti sessuali, «non particolarmente invasivi».

    La bimba aveva raccontato quanto successo alla nonna, che ne aveva a sua volta parlato al padre, facendo scattare la denuncia. «È stata fatta giustizia – commenta Giacomo C., padre della bambina che oggi ha 12 anni – anche se abbiamo dovuto assistere ancora una volta a una vergognosa arringa dell’avvocato difensore, che anziché smontare l’impianto accusatorio, basato soprattutto sulle testimonianze di mia figlia, ha cercato di screditare la mia figura, dicendo che mi ero inventato tutto per estorcere denaro».

    A convincere i giudici della colpevolezza del sacerdote sono state le dichiarazioni della bambina fatte in sede di incidente probatorio e ritenute credibili da periti e psicologi. La bambina aveva raccontato che «don Marco era sempre stato bravo con lei, ma quel giorno aveva fatto una cosa brutta». Lui, in primo grado, in lacrime aveva negato le accuse. Di fatto, don Marco non finirà in carcere, ma il collegio lo ha trasferito altrove, interdetto dagli uffici di tutela e curatela e gli ha posto il divieto di assumere incarichi nelle scuole e in altre strutture frequentate da minori.

    di Roberta Rampini

    http://www.ilgiorno.it/rho/cronaca/2012/09/27/778127-arese-rho-prete-pedofilo-condannato.shtml

  • Continua il mistero sulle accuse rivolte a don Luciano Pesavento. La rivista della diocesi di Milano da conto del suo nuovo incarico

    Continua il mistero sulle accuse rivolte a don Luciano Pesavento. La rivista della diocesi di Milano da conto del suo nuovo incarico

    Continua il mistero sulle accuse rivolte a don Luciano Pesavento. La rivista della diocesi di Milano da conto del suo nuovo incarico

    http://www.chiesadimilano.it/polopoly_fs/7…Nomine_2012.pdf

    PESAVENTO Don Luciano – Comunità Pastorale “S. Cristoforo” – C.so Italia, 3 – 21013 GALLARATE VA

  • Como – Don Marco Mangiacasale subirà processo per abusi su minorenni

    Como – Don Marco Mangiacasale subirà processo per abusi su minorenni

    La Procura di Como ha deciso di non fare sconti nemmeno davanti a un sacerdote e ha così deciso che Don Marco Mangiacasale subirà un prospetto per presunti abusi su minorenni. Non è la prima volta che emergono sospetti sulla condotta di un sacerdote, ma raramente si era arrivati a decidere di mettere in atto un processo come capiterà presto a Don Marco Mangiacasale, sacerdote di 48 anni arrestato lo scorso 7 marzo con l’accusa di violenza sessuale continuata nei confronti di alcune ragazzine minorenni che frequentavano la sua parrocchia. Secondo il testo che ha portato all’accusa nei confronti di Don Marco e formulato dal sostituto procuratore di Como Simona De Salvo i fatti sarebbero iniziati nel 2008 e continuati fino a poco prima del suo arresto a dimostrazione di un comportamento non isolato.
    Un ruolo importante nella vicenda l’avrà ora però anche l’ex economo della Diocesi di Como, che ha già avuto diversi contatti con le famiglie delle presunte vittime e che si occuperà non solo da aiutarle a superare quanto vissuto ma anche di stabilire quale possa essere il risarcimento migliore nei loro confronti. Sarà quindi ora compito del sacerdote cercare di difendersi da un accusa certamente infamante, ma che lascerà un segno indelebile nelle piccole vittime.
    Fonte MILANO

  • Continua da giorni la protesta di Alesandro, incatenato davanti al seminario di Bergamo.

    Continua da giorni la protesta di Alesandro, incatenato davanti al seminario di Bergamo.

    Nei giorni scorsi vi avevamo parlato del caso di Alessandro Vavassori che come decine di vittime cerca di affrontare il suo passato di abusi sessuali, nel suo caso avvenuti quando a 11 anni era seminarista a Bergamo. Non abbiamo mai smesso di seguire Alessandro, il quale in modo non violento si reca tutti i giorni presso il seminario di Bergamo dove passa il pomeriggio incatenato all’unico accesso del seminario .
    Alessandro con la sua civile protesta vuole solamente ottenere udienza con il rettore, vuole portare avanti le promesse precedentemente ricevute dall’ex Vescovo Amadei. Nelle diverse lettere tra Diocesi e Alessandro, risulta che la Diocesi ammise le proprie responsabilità, diede addirittura 20 mila € a Alessandro come anticipo, direi una piena ammissione, ma ora, morto Amadei il nuovo Vescovo non solo sembrerebbe non aver alcuna intenzione di onorare le promesse fatte dal suo predecessore, ma non vuole neppure ricevere la vittima.
    E’ paradossale ma preferiscono subire l’imbarazzo di avere un uomo incatenato al cancello del seminario, piuttosto che dargli 10 minuti di udienza. Non chiamano neppure le forze dell’ordine in quanto il rischio è che con il loro intervento l’intera storia finisca sulle prime pagine dei quotidiani locali.
    Qualche giorno fa telefonai al seminario, chiedendo il motivo di quella persona incatenata all’ingresso, prima mi risposero che non c’era nessuno, poi ammisero promettendo di andare a parlare con lui e di sapermi dire. In questi giorni comunque Alessandro ha raccolto una serie di testimonianze audio rilasciate dai sacerdoti, è triste dirlo ma siamo di fronte a un caso di “menzogna clericale” in quanto dagli audio si apprende che tutti conoscevano le tendenze pedofile del carnefice di Alessandro, esiste addirittura una denuncia di diversi anni fa, ma non è mai esista la volontà da parte del clero, di tutelare i minori, dalle testimonianze e dai documenti emerge la volontà dei vertici diocesani, di tutelare il prete pedofilo e non i minori .
    Francesco Zanardi
    Portavoce L’ABUSO
  • COMO. PARROCO PEDOFILO ARRESTATO. PRETE ACCUSA CRONISTI: CANNIBALI E COPROFAGI

    COMO. PARROCO PEDOFILO ARRESTATO. PRETE ACCUSA CRONISTI: CANNIBALI E COPROFAGI

    MARTEDÌ, GIUGNO 19, 2012 ROSSELLA RICCHIUTI NO COMMENTS

    Polemiche e proteste per un articolo di Don Angelo Riva, direttore del settimanale diocesano. La stampa locale reagisce: E’ nostro dovere raccontare i fatti, dire che un parroco è stato arrestato per pedofilia e quali deliitti ha confessato

    OSSIGENO – Como, 19 giugno 2012 – “Certe ferite della vita sono per il Medico celeste, non per il pubblico ludibrio, né per la gogna mediatica. E meno ancora per lo sciamare malsano del pettegolezzo, o per il gusto compiaciuto del torbido”. Così don Angelo Riva, direttore del Settimanale della Diocesi di Como, ha bollato gli articoli di cronaca – comparsi su varie testate locali – che hanno riferito le accuse a don Marco Mangiacasale, ex-parroco arrestato per violenza sessuale aggravata a danno di due minorenni. I cronisti hanno replicato: noi dobbiamo raccontare i fatti e lo facciamo rispettando le regole e le persone coinvolte.

    La vicenda. E’ il 7 marzo quando l’ex parroco di San Giuliano, don Marco Mangiacasale, economo della Diocesi di Como dal 2009, viene arrestato. Da quel momento i giornalisti della stampa locale si occupano della questione che pian piano assume proporzioni notevoli. Il prete incriminato ha ammesso subito di aver intrattenuto rapporti sentimentali e sessuali con le due ragazze per quattro anni, da quando avevano rispettivamente 12 e 13 anni, e anche di aver molestato sessualmente altre tre giovani minorenni.

    Tutto normale. Come non raccontare ciò che è successo? Nessuno mette in dubbio che i cronisti abbiano il preciso dovere di fare sapere ai cittadini turbati come sono andate le cose e cosa emerge da indagini e ammissioni. Nessuno ci trova da ridire fino al 2 giugno scorso quando, tre mesi dopo l’arresto del parroco, appare un articolo su Il settimanale della Diocesi di Como, che sulla questione ha mantenuto il più assoluto silenzio. E’ firmato dal direttore editoriale, don Angelo Riva. Il contenuto lascia interdetti i giornalisti che si sono occupati del caso. Ecco come termina l’editoriale: “Può darsi che il silenzio del Settimanale abbia deluso qualche lettore, ma dal cannibalismo (per non dire la coprofagìa) di certa informazione noi intendiamo smarcarci”.

    Le reazioni. “Sono rimasto spiacevolmente sorpreso, le parole di don Riva sono avulse da ogni contesto”, commenta Paolo Moretti, giornalista della Provincia di Como, che ha seguito la vicenda insieme al collega Stefano Ferrari. Paolo racconta di aver trattato il caso con estrema cautela nei confronti delle vittime al fine di non consentirne l’identificazione. “Per questo motivo all’inizio abbiamo anche evitato di riportare negli articoli l’età delle bambine ed i molti dettagli scabrosi contenuti nelle carte giudiziarie. Questo è avvenuto anche dopo che la segretezza degli atti è caduta, quando è stato notificato all’indagato l’avviso di conclusione indagini”, aggiunge Paolo, sottolineando l’estrema attenzione alla deontologia professionale durante la documentazione dei fatti.

    La Provincia di Como si è occupata del caso con estrema attenzione e costanza, così come ha fatto il Corriere di Como attraverso le penne di Mauro Peverelli e di Anna Campaniello. I due quotidiani hanno raccontato con precisione e meticolosità gli spiacevoli fatti: dall’arresto del parroco grazie alla denuncia della ragazzina che, alla fine di febbraio, ha deciso di dire basta confidandosi prima con l’attuale parroco di San Giuliano e poi con gli inquirenti, fino alle migliaia di sms ed mms inviati dal prete alle sue vittime.

    “L’Unione Cronisti Lombardi ha subito pubblicato una nota in cui è stato stigmatizzato l’accaduto. L’attacco di don Riva risulta inspiegabile, dal momento che la vicenda ha interessato un prete pedofilo reo confesso”, sottolinea Moretti. L’autore dell’articolo si definisce anche giornalista, quindi formalmente collega di Paolo e degli altri cronisti che ha accusato di cannibalismo e coprofagia. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che dovrebbe far riflettere, poiché se monsignor Riva si reputa un giornalista dovrebbe conoscere alla perfezione il diritto di cronaca, che ha palesemente offeso.

    www.ossigenoinformazione.it/?p=9524

  • Diocesi-shock: «Su don Marco media cannibali e coprofagi»

    Diocesi-shock: «Su don Marco media cannibali e coprofagi»

    Mercoledì 06 Giugno 2012
    La Chiesa nella bufera – L’ex parroco di San Giuliano arrestato per cinque violenze sessuali. Per monsignor Angelo Riva a farla da padrona è stata «la civiltà del gossip»
    Parole durissime da parte del “Settimanale” su come giornali e televisioni hanno seguito la vicenda
    «Può darsi che il silenzio del “Settimanale” abbia deluso qualche lettore, ma dal cannibalismo (per non dire coprofagia) di certa informazione noi intendiamo smarcarci». Dunque, giornali e televisioni della città definiti mangiatori di uomini e di escrementi in nome dell’audience o delle copie vendute. Sono queste le ultime, pesantissime parole usate dal direttore editoriale della voce della Chiesa comasca, monsignor Angelo Riva, per rispondere a un lettore che gli chiedeva conto delle pagine rimaste mute per mesi nonostante la vicenda di don Marco Mangiacasale stesse scuotendo la Diocesi.
    Un prete, nonché ex economo proprio della Diocesi, in carcere e oggi ai “domiciliari” in una struttura protetta in Piemonte dopo essere stato accusato dalla Procura di violenza sessuale su ragazze della parrocchia di San Giuliano, non solo minorenni ma addirittura sotto i 14 anni.
    Più episodi, protratti nel tempo e con cinque denunce piovute sul palazzo di giustizia, che in nome del «silenzio istruttorio» – scrive don Angelo – avrebbero meritato un suo editoriale nell’imminenza dell’arresto – datato 7 marzo – e poi più nulla.
    Tutto il contrario di quanto fatto dalla «civiltà del gossip», come la definisce lo stesso monsignore, che ad una simile spinosa questione ha dedicato pagine di quotidiani nonostante della stessa vicenda si sia scritto (ed è giusto sottolinearlo perché nessuno abbia modo di travisare) solo una minima parte. Per il “Settimanale”, invece, la risposta giusta a cinque violenze sessuali di un ex parroco è stato il silenzio, anzi, un editoriale e null’altro. E questo «per non contribuire alla gazzarra mediatica che si è scatenata attorno a questo caso, con il diritto di cronaca a varcare spesso e volentieri il confine della diffamazione personale».
    Tacere, dunque, ma «non certo per omertà o per volontà di insabbiamento ma per umana saggezza e discrezione, perché certi drammi personali vanno fasciati di pudico silenzio. Senza omettere – beninteso – tutto ciò che è necessario e opportuno dire perché la giustizia umana faccia il suo corso, e perché il diritto di cronaca venga onorato».
    Poi una domanda legittima: «Abbiamo percezione del danno arrecato alle giovani vittime della vicenda dallo stillicidio di esposizione mediatica assai blandamente protetto dal velo di un fragile anonimato?». Meno legittimo, a nostro avviso, è il secondo quesito posto, perché il «perimetro della correttezza» non crediamo sia mai stato varcato, e soprattutto non si è mai parlato o scritto di «fatti talvolta penalmente irrilevanti» bensì solo di ciò che è poi finito nell’avviso di conclusione delle indagini della Procura di Como: cinque violenze sessuali su ragazzine della parrocchia che non avevano ancora compiuto i 14 anni e su cui, per il “Settimanale”, era giusti rimanere in silenzio in quanto «spetta alla giustizia ripulire le ferite, ma è proprio della misericordia rimarginarle».

    Mauro Peverelli

  • Dal Papa c’erano anche le vittime di preti pedofili, alle quali non è stato possibile entrare.

    Dal Papa c’erano anche le vittime di preti pedofili, alle quali non è stato possibile entrare.

     Sabato 2 giugno 2012 Bresso MI Family Day;
    c’era anche il portavoce delle vittime di preti pedofili Francesco Zanardi. Con lui i suoi collaboratori e una troupe de Le IENE, il noto programma di Italia 1.
    L’obbiettivo ?
    Una rappresentanza civile, non provocatoria e non violenta del portavoce delle vittime di pedofilia, il quale indossava una maglia che citava la posizione ufficiale della chiesa cattolica, nei confronti delle vittime di preti pedofili. Non era nostra intenzione eludere alcun controllo e di fatto non è avvenuto, non avevamo nulla da nascondere, ma le sorprese sono state più di una. Francesco Zanardi “Ho tolto la giacca scoprendo la scritta sulla maglia, appena dopo il primo varco e ho proseguito verso il viale che conduceva al palco, arrivando a nemmeno 300 metri, poi la polizia mi blocca. Non mi contesta nulla, non mi chiedono neppure i documenti.” Ad attirare la loro attenzione la scritta BASTA PEDOFILIA seguita dalla decisione della CEI di continuare, in sostanza ad applicare come linee guida  la direttiva del 1962 riconfermata ai vescovi di tutto il mondo nel 2001 dall’allora Cardinale Ratzinger (oggi Papa) e cal Cardinal Bertone (oggi Ministro degli Esteri della Santa Sede) nota come Crimens Sollicitazionis. Quella direttiva però non venne presa molto bene dai tribunali di tutto il mondo che la definirono criminale. La stessa direttiva infatti portò nel 2004 il Cardinale Ratzinger in un tribunale del Texas a dover rispondere di fronte alla legge di quella sua riconferma del 2001. Di li a poco il Cardinale Ratzinger però viene eletto Papa e prima di presentarsi in tribunale, chiede all’allora Presidente Bush l’immunità, che gli venne concessa prontamente. ” Per questo motivo troviamo in’accettabile che la CEI continui a volerla applicare. Ma la nostra civile testimonianza, non è sufficiente, gli agenti non avendo motivo di allontanarci trovano una scusa, quella del PASS che ci invitano ad andare a fare, ma qui altre due sorprese, la prima la conferma che il pass poco avrebbe risolto, l’altra invece che in una parrocchia poco lontano da li vendevano i pass. La voglia di presentarci con il pass e vedere se sarebbe uscito qualche altro problema, ci porta a fare una scoperta, i pass che la parrocchia vendeva a 10 €, in realtà erano gratuiti, in quella parrocchia stavano truffando i fedeli cattolici che andavano a vedere il Papa. Verifichiamo la notizia e bingo, troviamo anche le vittime.
    Certo quanto sopra è poco edificante per coloro che si dichiarano Ministri di Dio, ma da quello che vedrete dal filmato, vi renderete conto anche di quanta poca gente sia andata a vedere il Papa. Repubblica di oggi parla di solo 350.000 persone, confermiamo anche noi con il dubbio che il dato di Repubblica sia in eccesso.
  • Prete lodigiano abusò di 14enne Confermati 10 anni di reclusione. La sentenza d’appello

    Prete lodigiano abusò di 14enne Confermati 10 anni di reclusione. La sentenza d’appello

    Pedofilia: scarcerato don Pezzini, domiciliari dai monaci

    A Don Pezzini da mesi sono stati concessi i domiciliari in un convento. In Appello la pena è stata ribadita. I giudici della corte d’assise non hanno dunque cambiato il verdetto pronunciato a dicembre 2010 con rito abbreviato dal gup Maria Vicidomini

    L’avvocato di Don Pezzini: “Si aspettava assoluzione” I preti lodigiani: “La condanna di don Pezzini? Un macigno” Pedofilia, don Pezzini condannato a 10 anni Il retroscena: Don Pezzini «Incastrato dalle intercettazioni» Lodi, nuova denuncia per abusi a carico di don Pezzini

    Borghetto Lodigiano, 27 maggio 2012 – Confermata in Appello la pena a dieci anni di carcere per don Domenico Pezzini, il prete lodigiano accusato di violenza sessuale nei confronti di un ragazzino del Bangladesh. I giudici della corte d’assise d’appello non hanno dunque cambiato il verdetto pronunciato a dicembre 2010 con rito abbreviato dal giudice per l’udienza preliminare Maria Vicidomini, che era andata oltre le richieste del pubblico ministero. Da un anno il sacerdote 74enne, figlio di un fabbro e di una contadina di Borghetto Lodigiano, è agli arresti domiciliari in una comunità monastica.

    Avrebbe abusato del giovane tra il 2006 e il 2009, anche quando il ragazzo aveva meno di 14 anni. In primo grado il pm Cristiana Roveda aveva chiesto per lui otto anni e mezzo di reclusione, mentre l’avvocato Mario Zanchetti, che lo difende, ne aveva sollecitato l’assoluzione. Al ragazzino, costituitosi parte civile con l’avvocato Laura De Rui, il giudice concesse una provvisionale di 50mila euro come risarcimento danni. Il pg Elena Visconti, pubblico ministero in appello, aveva chiesto proprio la conferma del primo verdetto. Don Pezzini è un prete molto conosciuto nella comunità omosessuale, dagli anni ’80 animatore di un gruppo di gay credenti che approfondiscono le tematiche relative all’omosessualità e ai suoi rapporti con il Cristianesimo. È stato anche docente di linguistica inglese all’Università di Verona. Le violenze sarebbero avvenute nella sua abitazione di Milano. In particolare, secondo l’accusa, il religioso avrebbe avvicinato in un parco il ragazzo, che viveva in una situazione di indigenza e degrado, offrendogli una possibilità di aiuto.

    In realtà, poi, avrebbe abusato più volte di lui per circa tre anni. Nel corso delle indagini era arrivata in Procura anche un’altra denuncia per abusi sessuali a carico del prete, presentata da un uomo straniero che raccontò di aver subito violenze una quindicina di anni prima, quando era minorenne. Fatti prescritti, ma che l’accusa usò come ulteriore elemento per confermare il quadro probatorio nel processo. I giudici del tribunale della libertà, che nel corso delle indagini avevano confermato per don Pezzini il carcere, scrissero che il prete avrebbe avuto «l’astuzia» di accreditarsi «agli occhi dei genitori del ragazzo e degli operatori sociali» come «un sacerdote animato da propositi di aiuto verso il minore». I magistrati descrissero le modalità di approccio con il ragazzo, sostenendo che «non appaiono affatto occasionali» e segnalando anche che l’uomo «ha molteplici contatti con giovani uomini extracomunitari, attestati anche dalle intercettazioni telefoniche e dalle dichiarazioni dei vicini di casa».

    http://www.ilgiorno.it/lodi/cronaca/2012/05/27/719186-lodi-pedofilia-prete-pezzini-abuso-14-anni-confermata-condanna.shtml