Categoria: Sicilia
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ENNA – Post di Non Accetto Prediche Da Chi Copre Un Abuso
Sembra che un ente di promozione turistica voglia schierarsi apertamente dalla parte dell’imputato, facendosi beffa dei cittadini e tradendo il ruolo che dovrebbe avere: promuovere il territorio, non prendere posizione in vicende giudiziarie che toccano la sensibilità e la dignità della comunità.Come può un ente di promozione turistica pubblicare sulla propria pagina social una locandina che annuncia una celebrazione sacra? Che legame c’è tra la promozione di celebrazioni liturgiche e la missione di valorizzare un territorio, se non quello, oggi, di mostrare sostegno a un vescovo imputato?Il riferimento è a Mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina, rinviato a giudizio dalla Procura di Enna insieme a Mons. Vincenzo Murgano con l’accusa di falsa testimonianza in un procedimento collegato al caso del sacerdote don Giuseppe Rugolo, condannato in primo e secondo grado per abusi su minori.La giustizia farà il suo corso, e nessuno intende sostituirsi ai tribunali. Ma ciò che colpisce e ferisce è l’indifferenza: mentre un processo cerca di fare luce su fatti gravissimi, c’è chi continua a sorridere, festeggiare e partecipare a celebrazioni definite “sacre”, guidate da persone imputate per reati legati a quella stessa vicenda.Come può sentirsi una vittima di fronte a tutto questo?Ogni locandina pubblicata, ogni applauso, ogni fotografia condivisa diventa un segnale di disinteresse verso il dolore di chi ha subito abusi e di chi ancora attende giustizia. È come se la sacralità del rito venisse svuotata, ridotta a un atto di facciata, mentre il messaggio che passa è quello dell’impunità e della normalità a ogni costo.Non è solo una questione giudiziaria: è una questione morale e civile.Un territorio che vuole promuovere se stesso deve farlo con rispetto per la verità, per le persone e per la dignità di chi ha sofferto. L’indifferenza non è neutralità: è una forma di complicità.https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=122173675322784023&id=61573520706867&mibextid=wwXIfr&rdid=RORrvd0qMaxbutfH# -

Messina, chiesti 4 anni per il sacerdote rogazionista accusato di violenza sessuale
Quattro anni di reclusione. È la pena richiesta dal pubblico ministero Alice Parialò per don Claudio Marino, 49 anni, sacerdote rogazionista originario di Torino e per lungo tempo direttore dell’Istituto antoniano “Cristo Re” di Messina.
Secondo l’accusa, proprio tra le mura della struttura che per decenni ha accolto minori e famiglie in difficoltà, il religioso avrebbe abusato nell’estate del 2022 di una migrante tunisina, allora 37enne. La donna, sbarcata due anni prima a Lampedusa, era arrivata a Messina nell’ambito del suo percorso di accoglienza e integrazione. In un’audizione davanti alla sezione Immigrazione del Tribunale di Catania, lo scorso giugno, aveva raccontato nei dettagli la violenza subita.
Nell’udienza di ieri in Tribunale, accanto alla Procura, si è costituita parte civile la vittima, assistita dall’avvocata Antonia Coiro. La difesa del sacerdote, rappresentata dall’avvocato Salvatore Silvestro, prenderà la parola a dicembre per l’arringa finale.
La richiesta della pubblica accusa, che ha riconosciuto a Marino le attenuanti generiche, segna un passaggio cruciale in un processo che ha scosso la comunità cittadina e quella dei rogazionisti. La sentenza è attesa nei primi mesi del 2025.
https://www.messinaindiretta.it/messina-chiesti-4-anni-per-il-sacerdote-rogazionista-accusato-di-violenza-sessuale/ -

Messina. Prete arrestato per violenza, l’Accusa invoca la condanna
Invoca la condanna la Procura di Messina, alla fine del processo al prete accusato di violenza da una migrante tunisina ospite, all’epoca dei fatti, della casa d’accoglienza di Cristo Re. La sentenza è vicina e oggi in aula la parola è andata all’Accusa, rappresentata dalla PM Alice Parialò.
Accusa vuole condanna a 4 anni
La testimonianza della vittima ha presentato delle incongruenze ma il suo racconto è comunque credibile, non sono emersi motivi per i quali avrebbe dovuto accusare ingiustamente il rogazionista cinquantenne. Sono queste in sostanza le conclusioni della magistrata, che ha chiesto la condanna a 4 anni, con la concessione delle attenuanti generiche.Adesso la parola passerà ai difensori, gli avvocati Salvatore Silvestro e Delia Urbani, che interverranno nell’udienza fissata al prossimo 3 dicembre.
Il racconto della donna
Dovrà attendere ancora qualche mese, quindi, il sacerdote che ad ottobre 2024 è stato posto ai domiciliari con la pesante accusa di violenza sessuale, per scoprire cosa decideranno i giudici del Tribunale alla fine del dibattimento di primo grado. A dare il via all’inchiesta è stata la denuncia di una giovane tunisina che nel 2022 era stata ospite di un amico nella struttura gestita dai rogazionisti messinesi, dove il 50enne operava. Ai poliziotti catanesi la donna ha raccontato di aver ricevuto le attenzioni poco consone, nella notte, del prete poi indicato come l’allora responsabile della struttura. claudio marinoMessina. Prete arrestato per violenza, l’Accusa invoca la condanna
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Abusi sessuali e vacanze in hotel di lusso: frate francescano sotto accusa
PALERMO – “Sono stata vittima di una manipolazione per ottenere ciò che voleva”, ripete con fermezza una delle presunte vittime di abusi sessuali. “Rapporto consenziente”, replica la difesa. Sotto processo c’è frate Bernardino, 66 anni, della fraternità dei minori rinnovati, originario della Colombia, ma residente a Palermo. È imputato per violenza sessuale nei confronti di cinque vittime, di cui solo una maggiorenne. Aleksander Iwaszczonek
Il racconto della vittima
Ed è quest’ultima a salire sul banco dei testimoni. All’epoca dei fatti contestati la giovane aveva 24 anni. Racconta ogni passaggio con lucidità. Nel gabbiotto riservato agli imputati detenuti c’è fra’ Bernardino. Mentre ascolta si porta le mani alla testa, la muove in segno di dissenso per ciò che ascolta.
“Abusi sessuali in hotel”
La giovane racconta che all’inizio era “un confidente, un punto di riferimento”. Presto il rapporto fra i due sarebbe sfociato in qualcosa di intimo. Le prima avvisaglie si sarebbero registrate “a Ischia, durante un viaggio, una settimana in un hotel di lusso”. In vacanza andarono il frate e due ragazze di cui una minorenne. Era un viaggio “di piacere, per rilassarci” così disse alle ragazze e alle loro famiglie. Ai superiori del suo ordine, invece, frate Bernardino mai riferì della presenza femminile. Ufficialmente erano viaggi di “raccoglimento e preghiera”.
Ed invece le giornate trascorrevano fra bagni in piscina e gite in barca. “Ha pagato lui”, racconta la testimone rispondendo alle domande dei pubblici ministeri Maria Bambino e Mario Calabrese. In albergo, era il 2015, il frate avrebbe chiesto alle ragazze di “spogliarci e cambiarci davanti a lui. Ci disse che era un modo per esprimere la libertà del nostro corpo. Provavamo vergogna, ma l’abbiamo fatto velocemente per imbarazzo”.
Gli espisodi contestati
L’intimità sarebbe cresciuta nei mesi successivi. I viaggi si sono ripetuti con destinazione Roma, Venezia e Milano. La vittima, che frequentava il gruppo dei giovani della confraternita, racconta dei “baci in bocca in sacrestia prima della messa” e di quella volte in cui “provò a mettere le mani nelle mie parti intime” in albergo, mentre l’amica sedicenne dormiva.
Un’altra volta “mi ha fatto sedere sulle sue ginocchia, mi ha infilato la mano sotto i vestiti ed è sceso fino al pube”. Riferisce anche delle “foto delle parti intime” che ha inviato via WhatsApp al francescano che usava, di nascosto, un tablet: “Me le chiedeva lui oppure gliele inviavo io”. È la stessa ragazza a dire che era “consenziente, mi fidavo di lui”.
Ad un certo punto accennò alcune cose a un sacerdote di un’altra chiesa nel corso di una confessione ed iniziò un percorso religioso: “Mi ha chiesto perdono e ho elaborato il perdono. Volevo ricostruire il rapporto religioso” tanto da chiedergli di celebrare il suo matrimonio. Le cose cambiarono quando ricevette le confidenze dell’amica sedicenne. Allora capì che “mi faceva credere che ero l’unica con cui faceva queste cose”.
La difesa dell’imputato
“Ero consenziente, non mi ha obbligato ma faceva parte di una manipolazione”, aggiunge rispondendo alle domande degli avvocati della difesa Pasquale Contorno e Claudia Corrao, i quali puntano a dimostrare che non ci alcuna costruzione, ma una relazione voluta da entrambe le parti. La vicende del processo però, a giudicare dalla testimonianza, nulla c’entrano con la fine del rapporto con l’imputato. La causa fu la mancata condivisione della scelta di frate Bernardo che avrebbe voluto spostare la ragazza in un altro gruppo di preghiera.
All’imputato vengono contestati anche dei comportamenti illeciti nei confronti di alcuni minorenni. Si parla di abbracci sconfinati in toccamenti. La ragazza aggiunge in aula una nuova accusa. Racconta, senza riuscire a collocarlo temporalmente, che l’imputato una volta sollevò il vestitino di una bambina di appena un anno. L’avrebbe toccata pronunciando la frase: “Tanto quando sarà grande non se lo ricorderà”.
Le parti offese, i genitori e le associazioni “Cotulevi” e “Insieme a Marianna” si sono costituire parte civile con l’assistenza degli avvocati Federica Prestidonato, Marcello Drago e Girolama Manzella. Parte civile anche la diocesi di Monreale e i frati minori rinnovati assistiti dall’avvocata Giulia Galati.
In aula ha testimoniato un superiore della confraternita che ha ripercorso le frasi dell’istruttoria canonica avviata nei confronti del frate colombiano quando nel 2014 la vicenda venne a galla. L’accusa si abusi sessuali è gravissima, ma lo sono anche gli altri comportamenti tenuti dall’imputato. L’utilizzo dei cellulari è vietato, tranne in alcuni casi e dietro autorizzazione. Di sicuro il credo della povertà francescana vieta di possedere soldi e di spenderli in un albergo di lusso.
Abusi sessuali e vacanze in hotel di lusso: frate francescano sotto accusa
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Monsignor Renna e l’invito nella diocesi degli abusi. L’appello della vittima: «La Chiesa scelga da che parte stare»
Parole «forti, determinate e senza ambiguità». Sono quelle che Antonio Messina, vittima riconosciuta di abusi da parte del sacerdote Giuseppe Rugolo, chiede di pronunciare a monsignor Luigi Renna, arcivescovo di Catania. Chiamato a presiedere il Pontificale nella Basilica Cattedrale il prossimo 15 agosto, a Piazza Armerina, in occasione della festa di Maria Santissima delle Vittorie. Insieme a lui ci sarà Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina, e imputato per falsa testimonianza, con l’accusa di aver protetto Rugolo – oggi dimesso dallo stato clericale dopo la condanna – e di aver costruito un sistema di insabbiamento. Un’ombra pesante che incombe sull’appuntamento liturgico, che Messina – vittima riconosciuta del sacerdote condannato in primo e secondo grado per violenza sessuale su minori – chiede di diradare con una lettera aperta, lunga e dettagliata, diretta a monsignor Renna. Il cuore della richiesta è semplice, ma politicamente e pastoralmente delicato: che l’arcivescovo usi la sua presenza pubblica non come un atto di cortesia istituzionale, ma come un’occasione per dire parole chiare e inequivocabili di condanna verso ogni forma di abuso e di copertura.
La lettera non risparmia nomi e accuse. Le accuse di insabbiamento rivolte al vescovo di Piazza Armerina Gisana, scrive Messina, trovano riscontro nelle intercettazioni telefoniche e nelle registrazioni agli atti del processo. Non solo: il vescovo, sempre secondo la vittima, avrebbe ridicolizzato e minimizzato le sue denunce, definendo la vicenda «una storia tra omosessuali» e liquidando il dolore con stereotipi e frasi offensive. Un passaggio su cui Messina, oggi, richiama a Renna le sue stesse parole, affidate in passato al quotidiano La Repubblica: «Non ci devono essere dubbi. I vescovi non proteggono nessuno, bisogna denunciare e stare dalla parte delle vittime, la cui sofferenza va presa molto sul serio». Parole che, sottolinea la vittima, dovrebbero ora tradursi in coerenza e azione concreta. Non un gesto simbolico, ma un atto pubblico e inequivocabile che allinei la prassi alla dottrina, l’azione alla predicazione.
Il rischio, scrive Messina, è che il 15 agosto si trasformi, anche involontariamente, in un segnale di sostegno verso chi è accusato di proteggere i colpevoli. Per questo chiede all’arcivescovo di pronunciare parole chiare di condanna oppure di declinare l’invito, per non compromettere la propria posizione in una vicenda che «macchia la diocesi e offende la dignità dei fedeli». In filigrana, dietro le righe della lettera, emerge una generale e più ampia accusa: quella al silenzio e all’indifferenza come forme di complicità. «Il cambiamento – scrive Messina – è affidato anche a chi nella Chiesa ha un ruolo di guida e non occupa semplicemente un posto di preminenza». Un appello che non è solo una richiesta personale, ma un atto di denuncia pubblica, un banco di prova per la credibilità di un’istituzione che, di fronte agli scandali, è chiamata a scegliere da che parte stare: «Mi aiuti a fare sì che non si perpetri ancora l’abuso – si congeda Messina nella lettera – che si attua anche con il silenzio, l’indifferenza e la commissione. Preghi per me, per la mia famiglia e per quelle vittime che non hanno voce».
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Giudizio canonico su Rugolo, Cantaro, “Messina non è parte processuale, non può avere un ruolo”
L’avvocato Gabriele Cantaro contesta l’analisi del suo collega, Alessandro Camedda in merito alla posizione di Antonio Messina sul procedimento canonico a carico di Giuseppe Rugolo condannato, in primo grado, dal Tribunale ecclesiastico alla riduzione allo stato laicale. Sul conto del sacerdote, pende anche una condanna penale a 3 anni di reclusione emessa dalla Corte di Appello di Caltanissetta per violenza sessuale su minore.
La posizione dell’avvocato Cantaro
Se per l’avvocato Camedda, consulente dell’archeologo ennese, dalla cui denuncia partì l’inchiesta della Procura di Enna, Messina ha avuto un ruolo nel procedimento canonico, l’avvocato Cantaro è di tutt’altro avviso. Cantaro, nella sua controreplica, precisa di esprimersi a titolo personale e non come legale della Curia di Piazza Armerina.
“Nulla di quanto dice l’avvocato rotale consulente del sig. Antonio Messina può smentire quanto ho affermato, né le precisazioni relative alla competenza dei Dicasteri, mai messa in dubbio, né l’attribuibilità al sig. Messina Antonio delle iniziative giudiziarie in sede penale avanti all’Autorità Giudiziaria Statale” precisa l’avvocato Cantaro in merito al ruolo assunto da Messina sul procedimento della giustizia ordinaria.
Il ruolo di Messina
L’avvocato, nella sua analisi, mette al centro il vescovo di Piazza Armerina nel processo canonico, contrariamente a quanto affermato da Camedda e da Messina, per cui Gisana e la Diocesi sono stati estromessi.
“Il mio intervento – argomenta l’avvocato Gabriele Cantaro – contesta la comunicazione dell’asserita esclusione della Diocesi e del suo Vescovo dal processo canonico – affermazione infondata e perciò gravissima e diffamatoria – artatamente proposta come conseguente alla rispettiva posizione nei procedimenti pendenti avanti alla Giustizia Ordinaria”.
” Rilevo inoltre che “avere un ruolo” in un processo – quello canonico nella questione che ci occupa – significa essere parte processuale, cosa che né il sig. Messina Antonio né il suo consulente rotale possono affermare di essere o di essere stati in tale procedimento”.
L’altra contestazione
Lo stesso legale muove un’altra contestazione all’avvocato Camedda. “L’uso del termine commissari venuti dal nord in luogo di quelli corretti di “Delegato ed Assessori” reiterato dall’avv. Camedda mantiene una intollerabile ambiguità che non può più essere considerata “casuale” ma che appare, ancora una volta, tesa a rendere verosimile qualcosa che è, invece, assolutamente infondato. Ogni altro argomento, introdotto dalle “controrepliche” esula dall’oggetto del mio intervento”.
I commenti sui social
“Non meritano repliche, invece, le scomposte dichiarazioni che qualcuno ha voluto diffondere sui social; l’uso della mistificazione e dell’insulto danno la cifra e lo spessore morale di chi li usa, non di chi li riceve” conclude l’avvocato Cantaro.
Giudizio canonico su Rugolo, Cantaro, “Messina non è parte processuale, non può avere un ruolo”
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Ex sacerdote condannato in via definitiva per violenza sessuale arrestato a Lentini
Agenti del commissariato di polizia di Lentini hanno arrestato un ex sacerdote condannato definitivamente a sette anni e sei mesi e alla sospensione dall’esercizio della professione di ministro del culto per violenza sessuale aggravata dall’uso di armi. Nei suoi confronti è stato eseguito un provvedimento emesso dalla Procura di Siracusa. L’uomo è stato rintracciato nella sua dimora estiva e successivamente condotto in carcere.
Si tratta dell’ex sacerdote lentinese Antonio Maria Rosario Sapienza, 55 anni, ritenuto responsabile di violenza sessuale su un minorenne. I fatti risalgono ad alcuni anni fa. Secondo l’accusa, il religioso, già parroco di una chiesa della diocesi di Catania, avrebbe violentato un ragazzino suo parrocchiano, che all’epoca dei fatti aveva quindici anni, costringendolo a subire atti sessuali sotto la minaccia di un coltello.
Svolte dai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria della procura di Siracusa, con il coordinamento del procuratore aggiunto Fabio Scavone e dell’allora sostituto Vincenzo Nitti, le indagini ebbero origine da una dettagliata denuncia presentata all’epoca dalla madre del ragazzo vittima delle violenze, poi ascoltato dagli inquirenti con il supporto di una psicologa.
I militari dell’Arma accertarono che il sacerdote aveva attirato il minore nella propria abitazione con una scusa grazie alla complicità di un comune amico venticinquenne. Per costringere poi il quindicenne ad avere rapporti sessuali, il religioso – sempre secondo l’accusa – gli aveva puntato nella schiena un coltello da cucina, poi sequestrato dai carabinieri.
Le indagini, inoltre, consentirono di accertare che il sacerdote lentinese, abituale frequentatore di chat e social network come confermato dalle verifiche informatiche eseguite dagli specialisti del nucleo investigativo telematico della procura, grazie all’aiuto di un amico parroco continuava a celebrare la Messa e a frequentare una vasta platea di parrocchiani nonostante la sospensione dalle attività pastorali disposta dalla curia catanese. Anche per questa ragione, ovvero per scongiurare il rischio della reiterazione del reato, all’inizio di agosto del 2016 la procura di Siracusa notificò al religioso un provvedimento cautelare di obbligo di dimora nella sua casa di Lentini.
https://www.lasicilia.it/cronaca/ex-sacerdote-condannato-in-via-definitiva-per-violenza-sessuale-arrestato-a-lentini-2568545/
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Prete pedofilo tradotto in galera per espiare la pena
Siracusa – Nel corso della mattinata odierna, personale della squadra investigativa del Commissariato di PS di Lentini ha dato esecuzione al provvedimento restrittivo emesso dalla Procura della Repubblica presso il tribunale di Siracusa nei confronti di un ex sacerdote, condannato alla pena di 7 anni e 6 mesi di reclusione, unitamente a diverse pene accessorie, tra cui la sospensione dall’esercizio della professione di ministro del culto, per il reato di violenza sessuale aggravata dall’uso di armi.
Dopo dieci anni dai fatti contestati e tre gradi di giudizio, è stata data esecuzione alla condanna definitiva emessa a carico del soggetto che, dopo approfondite ricerche ed appostamenti condotti dal personale di polizia operante, è stato rintracciato nelle prime ore del mattino presso la sua dimora estiva per essere successivamente tradotto nell’istituto penitenziario individuato per l’espiazione della pena detentiva.
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Oltre gli altari di gomma: dopo Antonio Messina, la nuova sfida della giustizia al silenzio della Chiesa sugli abusi
Non è solo la fine di una carriera clericale. È il crollo di un muro di omertà. Giuseppe Rugolo, ex sacerdote della diocesi di Piazza Armerina, è stato ufficialmente ridotto allo stato laicale. La Chiesa ha spezzato ogni legame con lui dopo averlo riconosciuto colpevole di abusi su minori. Un atto raro e probabilmente tardivo, ma che arriva grazie alla denuncia coraggiosa di Antonio Messina, il giovane archeologo che ha avuto la forza di parlare per primo. È la sua voce, solitaria e determinata, ad aver aperto la breccia con una denuncia che ha aperto alla crisi. Perché Rugolo non è solo un carnefice da isolare: è il volto scoperto di una sistema che per anni ha scelto di proteggere se stesso. E che, stavolta, non ha comminato all’ex sacerdote solo una sanzione canonica, ma dato un segnale forte. Una crepa nel muro di gomma.
La svolta (fuori dalla Sicilia)
Il processo canonico – celebrato fuori dai confini siciliani – ha dichiarato Rugolo colpevole di abusi su minori. Il verdetto ha tagliato ogni legame tra l’ex prete e la Chiesa, sancendo la sua dimissione dallo stato clericale, ora in attesa solo della ratifica formale dal dicastero per la Dottrina della fede. Ma quel che colpisce è la modalità: il procedimento è stato affidato a una commissione composta da membri non siciliani, riuniti in un albergo per garantire indipendenza e protezione da qualunque condizionamento locale. Una scelta non casuale, secondo Alessandro Camedda, avvocato rotale e consulente della parte offesa: «Se il Vaticano avesse voluto coinvolgere la diocesi, avrebbe utilizzato il tribunale ecclesiastico locale. Invece ha escluso Piazza Armerina. È stata una decisione netta, significativa».
Il coraggio che ha fatto crollare il muro
Ma questo atto di giustizia ecclesiastica nasce da un fatto molto più umano e scomodo: la denuncia pubblica e personale di Antonio Messina, che ha avuto la forza di portare alla luce non solo la propria storia, ma anche quella di altri ragazzi coinvolti, ancora minorenni all’epoca dei fatti. Nel processo penale, Rugolo è stato condannato in primo grado a quattro anni e mezzo, pena poi ridotta in appello a tre anni per la «tenuità del fatto» in relazione agli altri due giovani. Una definizione che ancora oggi lascia sgomento chi conosce i dettagli della vicenda. Ma non intacca la forza di Messina nel rompere il silenzio, affrontando lo stigma, l’isolamento e il peso della denuncia.
Il sistema che resta (e che va smontato)
La riduzione allo stato laicale di Rugolo non è la fine. È un inizio di resa dei conti, non solo contro il singolo sacerdote, ma contro un sistema che ha per anni protetto, coperto, silenziato. Lo dimostra il fatto che, mentre Rugolo viene formalmente allontanato, la diocesi di Piazza Armerina è chiamata in causa in un altro processo. Il vescovo Rosario Gisana e il parroco del Duomo di Enna don Vincenzo Murgano sono imputati per falsa testimonianza: secondo gli inquirenti, avrebbero mentito durante il primo procedimento contro Rugolo. La prima udienza è fissata per l’autunno e mira a ricostruire anche la rete di verità collaterali, tra possibili omissioni, reticenze e apparenti dimenticanze. Per evitare che la giustizia si esaurisca con un singolo mostro da isolare. Senza scardinare le impalcature e le responsabilità – anche morali e istituzionali – che hanno reso possibile questa e altre vicende. Una sfida anche per la Chiesa, a cui adesso tocca guardarsi dentro e scegliere.
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Sacerdote Rugolo dimesso dallo stato clericale
Giuseppe Rugolo, il sacerdote condannato a 3 anni di carcere in appello per violenza sessuale a danno di minori, è stato dimesso dallo stato clericale.
Della commissione speciale non faceva parte nessun siciliano per evitare contaminazioni con la diocesi: il vescovo Rosario Gisana, insieme al vicario giudiziale, attuale parroco del duomo di Enna, Vincenzo Murgano sono imputati per falsa testimonianza dopo il processo a Rugolo.
La commissione avrebbe concluso per la colpevolezza di Rugolo in relazione agli episodi che riguardano altre due vittime del sacerdote, minori all’epoca dei fatti. La decisione, ora deve essere ratificata, così come vuole il diritto canonico dal dicastero per la dottrina della Fede.
” La diocesi di Piazza Armerina – dice l’avvocato rotale Alessandro Camedda, consulente di Antonio Messina, vittima del sacerdote – credo sia stata volutamente estromessa da questo processo stragiudiziale data la sua posizione e quella del suo vescovo. Se il dicastero avesse voluto coinvolgerla avrebbe nominato i membri del tribunale diocesano di Piazza Armerina.
Invece il processo si è celebrato con tutti membri non siciliani e in un albergo”.
https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2025/07/14/sacerdote-rugolo-dimesso-dallo-stato-clericale_f2c43d82-3d5e-4631-bfc8-6d351b4f4083.html