Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Spagna, lo scrittore Palomas denuncia: «Un uomo di chiesa mi ha violentato quando avevo 9 anni»

    Spagna, lo scrittore Palomas denuncia: «Un uomo di chiesa mi ha violentato quando avevo 9 anni»

    «Sono stato molestato, abusato e violentato. Ho attraversato tutte e tre le fasi». La confessione del noto scrittore Alejandro Palomas alla radio Cadena Ser è arrivata come un fulmine a ciel sereno in Spagna. Una storia che fa discutere, perchè il personaggio è molto noto e perchè gli abusi sarebbe stato compiuto da un uomo di chiesa, suo maestro elementare. Inoltre, la denuncia dello scrittore è solo una delle tante arrivate recentemente a carico dei religiosi di varie scuole, tutte appartenenti all’ordine di La Salle (conosciuto in italia come congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane).

    Palomas, vincitore del premio letterario Nadal nel 2018 per il suo romanzo “Un amor” ha appena compiuto 54 anni e ha da poco perso la madre. Dopo una vita passata a nascondere il dolore ha deciso di rompere il silenzio e dare voce a tante altre vittime, che come lui, nello stesso periodo subirono violenza.

    I fatti denunciati dallo scrittore sarebbero avvenuti tra il 1975 e il 1976, nella scuola della congregazione Fratelli de La Salle a Premiá de Mar, vicino Barcellona. L’orco, secondo il racconto dello scrittore, era il suo maestro elementare, un uomo di chiesa: «Mi ammalavo spesso e a volte mi portava a casa», ha detto a La voz de Galicia «la prima volta è successo in macchina. Ricordo che ha iniziato a toccarsi dopo avermi toccato, mentre ero disteso nel sedile posteriore con la febbre». Lo scrittore non ha fatto il nome del presunto aggressore, limitandosi a definirlo ‘Fratello L.’. Secondo l’agenzia di stampa Efe, l’orco è ancora vivo: ha 91 anni e vive in un centro della stessa congregazione in Catalogna.

    La decisione di parlare pubblicamente dei fatti è arrivata a seguito della scoperta che anche altre persone della stessa scuola avevano denunciato: «Vorrei che il mio messaggio arrivasse a tutti gli uomini che in quegli anni soffrirono, perchè so che molti non saranno in grado di parlarne, a causa di questa idea della mascolinità. Gli abusi ti segnano in un modo particolare. Voglio dire a tutti questi uomini che non sono colpevoli, non siamo colpevoli». Palomas ha chiesto un incontro al primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, che ha accettato. «Grazie per il tuo coraggio», gli ha scritto via Twitter il premier. «Ci vediamo molto presto».

    Quello di Palomas non è un caso isolato. Decine di ex studenti hanno denunciato di aver subito abusi negli anni ’70 dai maestri di diverse scuole in tutta la Spagna, tutte appartenenti all’ordine di La Salle. Il quotidiano spagnolo El Pais ha redatto un report che raccoglie 251 accuse a 19 scuole della congregazione. L’ordine religioso però, a quanto riporta la tesata spagnola, attualmente si rifiuta di aprire indagini e processi canonici per punire i colpevoli, contravvenendo alle indicazioni del Vaticano e di Papa Francesco.

    https://www.ilmessaggero.it/mondo/spagna_scrittore_alejandro_palomas_denuncia_violenza_sessuale_chiesa-6466148.html

  • 497 vittime a Monaco di Baviera: il rapporto sugli abusi travolge Ratzinger, Wetter e Marx

    497 vittime a Monaco di Baviera: il rapporto sugli abusi travolge Ratzinger, Wetter e Marx

    40936 MONACO-ADISTA. In quasi 1.900 pagine, il rapporto sugli abusi di Monaco, elaborato dallo studio legale Westphal Spilker Wastl (WSW), pubblicato integralmente il 20 gennaio sul sito dello stesso, e presentato in una gremita conferenza stampa, in presenza e online, descrive un abisso di clericalismo, protezione istituzionale e fallimento della leadership. Commissionato alla fine di febbraio 2020, a copertura di casi che arrivano fino al 2019, identifica le omissioni dei singoli responsabili e chiarisce come i casi di abuso siano stati coperti. Una prima indagine, completata nel dicembre 2010 ma mai pubblicata, ha coperto il periodo dal 1945 al 2009; ora, numerose informazioni aggiuntive, disponibili grazie al maggiore coinvolgimento delle vittime, hanno consentito di avere un quadro più preciso, giacché l’insabbiamento è potuto avvenire grazie a dossier addomesticati e manipolati, quando non distrutti.

    Le cifre

    Il rapporto ha constatato un totale di 42 casi di cattiva condotta da parte di funzionari della Chiesa nell’affrontare casi di abusi nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga: gli arcivescovi e cardinali defunti Michael Faulhaber, Joseph Wendel e Julius Döpfner, ma anche Joseph Ratzinger (arcivescovo dal 1977 al 1982), il card. Friedrich Wetter (1983-2008) e il card. Reinhard Marx, dal 2008 alla guida della diocesi bavarese. Nel loro esame, gli esperti hanno identificato 235 presunti colpevoli dal 1945 al 2019, di cui 173 sacerdoti; 497 il numero delle vittime di cui 247 maschi e 182 femmine; di 68 non è stato possibile conoscere il sesso.

    Quasi il 60% di questi crimini sono stati commessi quando le vittime avevano tra gli 8 e i 14 anni, e per lo più tra gli anni ’60 e ’70, ma un numero impressionante di accuse è emerso dal 2015 in poi. Questi numeri, ha detto l’avvocato Martin Pusch, che ha illustrato i risultati dell’indagine, sono solo la punta dell’iceberg. Secondo Pusch, 67 chierici meritavano una sanzione canonica per «l’alto livello di sospetto», ma in 43 casi ciò non è avvenuto: 40 di loro hanno continuato a essere impiegati nella cura pastorale, e tra essi 18 sacerdoti addirittura anche dopo una condanna penale da parte di un tribunale secolare. Fino al 2002, ha osservato l’avvocato, le vittime non hanno ricevuto alcun tipo di attenzione dalla gerarchia; se la ottenevano, era solo «perché erano visti come una minaccia per l’istituzione». D’altronde, occorre ricordare che, negli Stati Uniti, il documento del 2001 con cui Ratzinger, da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, avocava a sé la gestione dei casi di pedofilia, chiedendo assoluta riservatezza (l’epistola De Delictis gravioribus), provocò la citazione in giudizio di Ratzinger per “ostruzione alla giustizia” davanti al tribunale dalla Corte distrettuale della contea di Harris (Texas).

    Secondo l’accusa, infatti, il testo della CDF avrebbe favorito la copertura di prelati coinvolti nei casi di molestie sessuali ai danni di minori negli Stati Uniti. Nel febbraio 2005 fu così emanato dalla Corte un ordine di comparizione per il prefetto. Ma il 19 aprile 2005, Ratzinger fu eletto papa e i suoi legali negli Stati Uniti si rivolsero al Dipartimento di Stato Usa per chiedere l’immunità diplomatica per il loro assistito, ormai capo di Stato. L’Amministrazione Bush acconsentì (v. Adista Notizie n. 25/05).

    Una leadership compromessa

    Il rapporto sugli abusi inchioda Ratzinger, Wetter, Marx, e altri funzionari. Ratzinger viene giudicato responsabile di cattiva condotta in 4 casi durante il suo incarico di arcivescovo; Wetter in 21 casi e Marx in 2. Pusch ha anche sottolineato che Ratzinger ha respinto ogni addebito in una memoria di 82 pagine pubblicata con il suo consenso insieme al rapporto. Due casi riguardano sacerdoti che sono stati sanzionati penalmente da Ratzinger per abusi, ma ai quali è stato permesso di continuare a lavorare come pastori: nessuna azione è stata intrapresa contro di loro né per la cura delle loro vittime. Dal punto di vista degli avvocati, le dichiarazioni di Ratzinger offrono «una visione autentica » dell’atteggiamento personale di un importante rappresentante della Chiesa nei confronti degli abusi: le smentite del papa emerito, che ha addotto la sua totale estraneità ai casi, dei quali non sarebbe stato al corrente, sono «difficili da conciliare» con i dati in possesso degli avvocati, ha detto Pusch. L’esempio più chiaro viene dal caso del prete Peter H., predatore seriale spostato di parrocchia in parrocchia (v. Adista Notizie n. 2/22): Ratzinger nega di aver partecipato all’incontro dell’Ordinariato del 15 gennaio 1980 in cui se ne decise il trasferimento da Essen a Monaco, ma il verbale dell’incontro, a disposizione della cancelleria, contiene una relazione dell’allora cardinale sulla sepoltura del cardinale berlinese Bengsch e sui tentativi di mediazione relativi al caso del teologo “disobbediente” Hans Küng.

    Marx: mancanza di impegno

    Gli esperti accusano Marx di non prestare sufficiente attenzione alla gestione dei casi di abuso sessuale. La sua sorprendente assenza alla conferenza stampa ne sarebbe un segno: «Lo abbiamo specificamente invitato», ha detto l’avvocatessa Marion Westpfahl, mentre la telecamera mostrava la sedia riservata al cardinale, vuota. Marx avrebbe dovuto coinvolgersi maggiormente sulla questione degli abusi: una questione «di priorità assoluta», ha affermato Pusch.

    Nonostante il gran numero di segnalazioni di abusi operati da ecclesiastici pervenute dal 2010, per gli esperti Marx, da arcivescovo, si occupò di ben poche inchieste: si limitò ad attuare i provvedimenti proposti dall’amministrazione, delegando al vicario generale e all’ordinariato la gestione dei casi. Come arcivescovo – questa la giustificazione di Marx – «non si occupava principalmente di compiti amministrativi» ma «dell’annuncio della parola di Dio, della celebrazione dei sacramenti e della pastorale generale per il popolo di Dio». Un comportamento inadeguato, secondo Pusch. In due casi, però, Marx si comportò in modo palesemente errato: la questione era se fosse stato inviato un rapporto alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Un grido di dolore

    «Di quanti rapporti ancora ha bisogno il Paese per affrontare questa situazione?», ha chiesto l’avvocato Ulrich Wastl, facendo riferimento a un approccio ecclesiale caratterizzato da una costante clemenza nei confronti dei sacerdoti carnefici, allo scopo di proteggere l’istituzione e la sua reputazione rispetto alla verità e alla giustizia per le persone colpite. Un fallimento multisistemico: clericalismo, spirito di corpo ed eccessiva tutela istituzionale; deficit del diritto penale ecclesiastico e inadeguata cultura giuridica ecclesiastica interna; mancanza di competenza nell’amministrazione e nella giustizia ecclesiastica; mancanza di responsabilità e mancanza di conseguenze per azioni sbagliate, con un interesse per le vittime cresciuto solo lentamente, a partire dal 2010. Appare schiacciante, ha proseguito l’avvocato Wastl, la mancanza di una cultura della responsabilità personale. A quanto pare nessuno vuole davvero assumersela e, se si leggono in filigrana le dichiarazioni dei preti coinvolti, emerge chiaramente che i documenti decisivi sono passati di scrivania in scrivania, che gli arcivescovi hanno agito, se hanno agito, in modo evasivo, restando in ogni caso poco coinvolti.

    Una lunghissima lista di raccomandazioni

    Gli avvocati hanno sottolineato la necessità di cambiare approccio, in primis attraverso un maggiore ascolto delle vittime: la gerarchia della Chiesa deve esporsi alla sofferenza delle persone colpite. «Ci si può aspettare dagli alti funzionari che, in quanto pastori, siano in grado di farlo; altrimenti, devono essere acquisite le qualifiche necessarie», hanno detto con freddezza i legali. Inoltre, c’è bisogno di un difensore civico indipendente per le vittime che possa schierarsi a loro favore; esse devono avere sempre accesso ai casi che le riguardano; bisogna attuare il regolamento sui fascicoli personali dei chierici e dei funzionari ecclesiastici; è necessaria una azione di monitoraggio.

    Il rapporto formula anche raccomandazioni per la legislazione ecclesiastica e la cultura giuridica, che manca di una precisa definizione di reati e sanzioni. Anche con la riforma globale del diritto penale che papa Francesco ha promulgato lo scorso anno, la “violazione del sesto comandamento” rimane la categoria centrale per la registrazione dei reati sessuali nel diritto ecclesiastico: una categoria non leggibile immediatamente per tutti e quindi inadeguata, come dimostra una dichiarazione del papa emerito, il quale richiama la norma penale ecclesiastica pertinente al momento del delitto (can. 2359 § 2 CIC/1917) e sostiene che sono atti sessuali solo quelli “con” minori, ma non gli atti esibizionistici “davanti” a minori.

    Nel diritto processuale penale, secondo le raccomandazioni della relazione, è necessario rafforzare i diritti della parte lesa. Anche i tribunali ecclesiastici, che raramente si occupano di casi penali, hanno bisogno di una riforma. Richiesta anche la pubblicazione delle sentenze, che attualmente avviene solo in casi eccezionali, oltre un ruolo maggiore per le donne nella leadership della Chiesa.

    Il rapporto chiede cambiamenti anche nell’area amministrativo-organizzativa: una professionalizzazione dei meccanismi di controllo e una maggiore competenza dei dirigenti. In discussione, soprattutto, è la figura del vescovo: una guida spirituale troppo spirituale e poco guida che non corrisponde alla definizione del ministero episcopale di Lumen gentium.

    https://www.adista.it/articolo/67396

  • Pedofilia, sugli scandali della diocesi di Monaco indaga anche la procura: nel mirino 42 persone

    Pedofilia, sugli scandali della diocesi di Monaco indaga anche la procura: nel mirino 42 persone

    La Procura di Monaco ha fatto partire le verifiche dopo la pubblicazione del rapporto sugli abusi ai danni di minori nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga. L’agenzia stampa Deutsche Presse-Agentur (Dpa) ha dato la notizia che sono sotto l’attenzione degli investigatori 42 persone, accusate di essere responsabili a vario titolo della gestione dei casi analizzati. Sulla vicenda è arrivata anche la voce del governo di Berlino, attraverso le parole di Christiane Hoffamnn, portavoce del cancelliere Olaf Scholz: «La Chiesa faccia chiarezza in modo completo e trasparente». Dal ministero della Giustizia arriva invece un parere ancora più netto: «È chiaro che non si tratta di una questione interna della chiesa. Dove ci sono ancora oggi indizi di reati perseguibili, gli enti giudiziari devono naturalmente indagare e perseguire. Ed è noto che gli enti giudiziari abbiano già intrapreso altri accertamenti».

    Il rapporto da cui sono partite queste verifiche è una relazione indipendente scritta dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl commissionata dalla Chiesa tedesca per accertare i casi di pedofilia tra il 1945 e il 2019. Secondo questa ricerca i minori vittima di abusi nell’arcidiocesi di Monaco sarebbero stati 497. Una mole di vittime e reati enormi in cui sono coinvolte 235 persone, 173 preti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali e 48 addetti all’ambito scolastico. Secondo il rapporto in almeno 4 di tutti i casi citati il papa emerito Jospeh Ratzinger non avrebbe agito in modo corretto. Ratzinger è stato arcivescovo dell’arcidiocesi di Monaco dal 1977 al 1982 ed è accusato di aver ignorato gli episodi in cui erano coinvolti altri preti. In una memoria difensiva allegata al rapporto, Ratzinger ha respinto tutte e accuse.

    https://www.open.online/2022/01/21/germania-pedofilia-diocesi-monaco-indagini-procura/

  • Rapporto sulla pedofilia nell’arcidiocesi di Monaco: almeno 497 vittime. Coinvolti 173 preti e 9 diaconi negli abusi

    Rapporto sulla pedofilia nell’arcidiocesi di Monaco: almeno 497 vittime. Coinvolti 173 preti e 9 diaconi negli abusi

    Terremoto all’arcidiocesi di Monaco di Baviera. Sono almeno 497 le persone che hanno subito danni nell’ambito degli abusi pedofili nell’arcidiocesi di Monaco. Lo ha spiegato Martin Pusch leggendo il rapporto a Monaco. Per lo più si tratta di giovani vittime di sesso maschile, il 60% dei quali in età compresa fra 8-14 anni. Le persone coinvolte negli abusi sessuali come artefici sono almeno 235, fra cui 173 preti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali, 48 persone dell’ambito scolastico.

    I dati sono emersi oggi dal rapporto indipendente sugli abusi commessi dal clero. L’indagine è stata condotta dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl e riguarda oltre 70 anni, dal 1945 al 2019. È compreso il periodo in cui fu arcivescovo della diocesi Joseph Ratzinger. La piaga della pedofilia e degli abusi aveva portato l’attuale arcivescovo, il cardinale Reinhard Marx, a dimettersi lo scorso mese di giugno. Dimissioni che, nel giro di qualche giorno, furono respinte da Papa Francesco.

    L’arcidiocesi tedesca farà la sua valutazione non direttamente oggi, giovedì 20, ma in una conferenza stampa convocata per il 27 gennaio, una settimana dopo la presentazione del rapporto.

    L’indagine scandaglia l’operato di preti e religiosi dal dopoguerra fino ai nostri giorni e tocca anche il periodo, dal 1977 al 1982, in cui a guidare l’arcidiocesi fu Joseph Ratzinger. Nelle settimane scorse un’inchiesta di Die Zeit aveva chiamato in causa l’operato di Benedetto XVI, ai tempi in cui era arcivescovo di Monaco e Frisinga. Il giornale sostiene che ci sono prove del fatto che abbia coperto un prete pedofilo. Ma dal Monastero Mater Ecclesiale in Vaticano è arrivata secca la smentita del suo segretario, mons. Georg Gaenswein: «L’affermazione che egli fosse a conoscenza degli antefatti», ovvero accuse di abusi sessuali, «al momento dell’ammissione del padre H. è falsa. Di tali fatti precedenti non aveva alcuna conoscenza».

    La vicenda tornata sotto i riflettori era quella di Peter Hullermann, il prete che il Papa emerito, quand’era arcivescovo a Monaco di Baviera, aveva accettato nella diocesi nel 1980. Nonostante le accuse di pedofilia, il religioso fu anche impiegato in attività pastorali in un’altra parrocchia, dove commise altri abusi. Ma il Vaticano allora, e mons. Gaenswein in questi giorni, ribadiscono che Ratzinger non era a conoscenza delle accuse contro il sacerdote in questione. Un singolo caso che potrebbe essere una ‘goccia’ rispetto al report. Dati che potrebbero minare la stabilità della Chiesa tedesca già alle prese con una serie di punti che la allontanano da Roma, dalle unioni gay al ruolo delle donne nella gerarchia ecclesiastica. E che ha visto negli anni una progressiva emorragia di cattolici rispetto alla quale sembra difficile una inversione di tendenza.

    https://www.lastampa.it/cronaca/2022/01/20/news/rapporto_sulla_pedofilia_nell_arcidiocesi_di_monaco_almeno_497_vittime_di_abusi_-2836536/

  • Monaco di Baviera: in arrivo il rapporto sugli abusi. Ratzinger nella bufera

    Monaco di Baviera: in arrivo il rapporto sugli abusi. Ratzinger nella bufera

    Ludovica Eugenio 40929 MONACO-ADISTA. Joseph Ratzinger, quando era vescovo di Monaco, non sapeva nulla del caso del prete pedofilo Peter H., attivo nella sua diocesi, quindi non è responsabile: lo afferma il suo segretario personale, mons. Georg Gänswein. Ma secondo gli esiti di un’inchiesta del settimanale tedesco Die Zeit (2/2022) la verità è un’altra: Ratzinger sapeva eccome, ma non ha fatto nulla. E poco o nulla hanno fatto i suoi successori a Monaco, compreso il card. Reinhard Marx: la parola definitiva verrà dalla ormai prossima pubblicazione (prevista per il 20 gennaio) dei risultati di un’indagine indipendente dello studio legale di Monaco Westpfahl Spilker Wastl, svolta con lo scopo di chiarire se gli arcivescovi di Monaco e Freising e i loro dipendenti tra il 1945 e il 2019 abbiano insabbiato casi di abusi sessuali, permettendo che gli autori continuassero indisturbati o trattato le vittime in modo non adeguato. L’indagine, voluta dall’attuale arcivescovo di Monaco card. Reinhard Marx, riguarda ovviamente anche quest’ultimo, così come il suo predecessore, il card. Friedrich Wetter, e il predecessore di questi, Joseph Ratzinger, a capo della diocesi dal 1977 al 1982. D’altronde, Marx nel giugno scorso aveva dato le dimissioni da vescovo – poi rifiutate da papa Francesco (v. Adista online, 4/6/21) – perché sapeva di non essere stato impeccabile nella gestione dei casi di abuso: intendeva «assumersi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni». Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni, dichiarava, «mi dimostrano costantemente che ci sono stati sia dei fallimenti a livello personale sia errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e “sistematico” ». Tutto sembrerebbe dargli ragione, e non è affatto escluso, come egli stesso ha anticipato accettando di continuare il suo mandato, che in futuro, non potendo più «svolgere questo servizio», possa decidere «per il bene della Chiesa e di presentare nuovamente le mie dimissioni» (v. Adista online 25/7/21). A giudicare dalle anticipazioni nell’inchiesta di Die Zeit, si sta preparando il prossimo terremoto nella Chiesa tedesca.

    Il caso Peter H. e le responsabilità della gerarchia

    In questo contesto, il caso del prete Peter H. è di particolare rilevanza: costui, tra il 1973 e il 1996, come giovane cappellano e poi parroco nella zona della Ruhr, ha abusato di almeno 23 ragazzi dagli 8 ai 16 anni; godeva di particolare credito e fiducia, e la gerarchia non ha fatto nulla per fermarlo.

    Die Zeit racconta come la Chiesa abbia condotto un suo procedimento penale amministrativo nei suoi confronti del prete, conclusosi con un “decreto extragiudiziale” di 43 pagine del tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, emesso il 9 maggio 2016 e firmato dal capo del tribunale ecclesiastico di Monaco, Lorenz Wolf. Peter H. fu condannato a pagare una somma alla fondazione per bambini Tabaluga. Gli fu risparmiata la pena massima, il “licenziamento” dal clero.

    Il documento del tribunale afferma che vescovi e vicari generali a Monaco ed Essen – diocesi originaria del prete – non sono stati all’altezza della loro «responsabilità verso i bambini e i giovani affidati alla loro cura pastorale». Il nome di Ratzinger viene fuori più volte, poiché durante il suo mandato come arcivescovo, Peter H. si trasferì da Essen nell’arcidiocesi di Monaco, dove abusò di nuovo di ragazzi. Dal decreto si evince che pur essendo l’allora arcivescovo e cardinale Joseph Ratzinger e il suo Consiglio episcopale a conoscenza della situazione relativa all’ammissione a Monaco di Peter H, non fu avviata da Ratzinger né dal suo successore un’indagine preliminare, e nemmeno un procedimento penale ecclesiastico. Ma Gänswein, alla domanda di Die Zeit se Ratzinger fosse a conoscenza del caso, risponde: «L’affermazione che fosse a conoscenza dei precedenti (accuse di violenza sessuale) al momento in cui è stata presa la decisione di ammettere il sacerdote H. è falsa. Non era a conoscenza del suo background». Il che, se fosse vero, sarebbe comunque grave. Ma alla domanda se Ratzinger non abbia fatto nulla dopo l’ingresso in diocesi di Peter H., nel 1980, Gänswein non risponde. Eppure, quando nel 1982 divenne prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Ratzinger, che doveva ormai essere a conoscenza del caso, non fece nulla e non chiese nulla al suo successore. Insomma: se Ratzinger non aveva denunciato il caso a Roma da Monaco, avrebbe dovuto almeno richiederlo da Roma a Monaco.

    Peter H. fu inviato da Essen a Monaco nel 1980 con una diagnosi di “Disturbo narcisistico di base con pedofilia ed esibizionismo”. Venne assegnato a una scuola femminile, su consiglio dei superiori, dal Consiglio episcopale. Nel 1982 venne spostato a Grafing e salutato con grandi elogi per aver «triplicato il numero dei chierichetti in due anni». Anche nella nuova destinazione compì abusi, ma venne sostenuto dal successore di Ratzinger, Wetter, e dal suo vicario generale Gruber, che con un’espressione contorta affermo che «senza pubblicità particolare, il suo riutilizzo altrove non è assolutamente impossibile». Ciononostante, nel 1986 H. fu dichiarato colpevole di aver abusato di undici ragazzi di età compresa tra 13 e 16 anni. Il tribunale distrettuale di Ebersberg lo condannò a 18 mesi di libertà vigilata e a una multa di 4.000 marchi tedeschi. Una settimana dopo, il cardinale Wetter e il vicario generale Gruber decisero di reintegrarlo: nel 1987 è viceparroco nel paesino di Garching an der Alz, dovrà continuerà a vivere per i successivi 21 anni. Nuove accuse di abusi arrivano nel 2006 da un ex chierichetto abusato 30 anni prima, Wilfried Fesselmann, ma solo nel 2010 emerge che gli atti per cui è accusato, prescritti dal diritto penale, sono ancora perseguibili dal diritto canonico. Peter H. rilascia una confessione parziale; nel frattempo, Monaco ha dal 2008 un nuovo arcivescovo: Reinhard Marx.

    Il sacerdote venne nuovamente esaminato da uno psichiatra dalla fama piuttosto controversa, Friedemann Pfäfflin, secondo il quale H. non era un pedofilo, ma un efebofilo che dopo il 1986 non aveva più avuto ricadute: un errore, come poi si scopre. Il decreto di Wolf afferma: «In conclusione, l’esperto non vede restrizioni necessarie per quanto riguarda l’ulteriore utilizzo del pastore H. nel servizio ecclesiastico».

    Salvate papa Ratzinger

    Nel 2008 l’arcidiocesi era dunque pienamente a conoscenza della confessione parziale di H., ma invece di applicare il diritto canonico e avviare un’indagine, Marx trasferisce il prete nella cittadina bavarese di Bad Tölz: è il terzo cardinale a non fermarlo. Nel 2010, quando lo scandalo degli abusi sessuali perpetrati dal clero esplode in Germania in tutta la portata, la Congregazione per la Dottrina della Fede – guidata dal prefetto card. Gerhard Ludwig Müller – incarica Marx di «indagare scrupolosamente» le accuse contro H. Prende dunque l’avvio un’indagine preliminare canonica, ma l’investigatore, scrupolosamente, evita di andare a fondo: Wolf in seguito espresse il sospetto, nel decreto del 2016, che ci fosse stata «una notevole pressione politico-ecclesiale» sulle indagini. Nel 2010, l’arcidiocesi incaricò per la prima volta lo studio legale Westpfahl Spilker Wastl di condurre un’inchiesta, i cui dati furono sintetizzati sulla stampa in forma anonima. Responsabile, in quel momento, era già un nuovo vicario generale, Peter Beer, ora professore a Roma presso il Centro per la protezione dell’infanzia della Pontificia Università Gregoriana. E mentre Marx chiedeva alla Chiesa pentimento, purificazione e rinnovamento, a Essen, formalmente ancora la diocesi natale di Peter H., sin dal suo insediamento nel 2009 il vescovo Franz-Josef Overbeck ha cercato di affrontare i casi di abusi in modo responsabile. È lui che finalmente ordina l’allontanamento temporaneo di H., l’11 marzo 2010; nel 2012, insieme a Marx, raccomandò alla Congregazione per la Dottrina della Fede di rimuovere Peter H. dal sacerdozio. Ma anche qui, senza totale trasparenza: con un semplice atto amministrativo, senza alcun procedimento di diritto canonico. Perché? Perché il caso H. era una bomba a orologeria per Ratzinger, allora papa: lo scriveva candidamente Marx l’8 novembre 2012 in una nota di cui Die Zeit è entrata in possesso. Il caso, affermava Marx, «ha suscitato scalpore mondiale nei media perché si sospettava che l’allora arcivescovo di Monaco e Frisinga, oggi papa Benedetto XVI, avesse almeno condiviso la responsabilità della sua gestione». E «sebbene queste accuse siano state invalidate, c’è da aspettarsi che vengano riprese in caso di procedimento penale da parte della Chiesa». In sostanza: facciamola breve, in modo tale che sulla responsabilità di Ratzinger cali il silenzio.

    Il card. Müller rifiutò la scorciatoia proposta dai due vescovi tedeschi, scegliendo un’altra strada che tuttavia aveva la stessa finalità: l’arcidiocesi di Monaco, disse, deve condurre «procedimenti extragiudiziali con mezzi amministrativi». Ossia, senza sentire testimoni.

    La procedura arrivò sulla scrivania di Lorenz Wolf, che nel febbraio 2015 iniziò a lavorarci. Il 9 maggio 2016 il decreto è pronto. Soddisfatta anche la Congregazione per la Dottrina della Fede: «Il caso è chiuso e sarà archiviato», scrisse Müller il 10 aprile 2017 in una lettera a Marx contrassegnata come “strettamente confidenziale”. Il decreto non sarà pubblicato.

    La dimostrazione del fallimento

    Die Zeit ha sottoposto il decreto a due professori di diritto canonico, Norbert Lüdecke di Bonn e Bernhard Anuth di Tubinga. La loro valutazione è che esso sia stato elaborato «con cura in termini di diritto canonico. Ma in questa veste formale rappresenta anche di più, ovvero la documentazione del palese fallimento di diversi vescovi nel trattare gli atti di abuso». E Benedetto? Le sue azioni non mostrano un senso di responsabilità commisurato alla dignità dell’episcopato: «Nessun buon pastore si comporta così», dice Anuth.

    Nell’attesa della pubblicazione del rapporto Westpfahl Spilker Wastl, resta la domanda se Wolf sia stato indulgente con Peter H., recidivo e dunque meritevole della pena più grave, la dimissione dallo stato clericale. Sta di fatto che nel frattempo, l’anno scorso, il prete pedofilo ha dovuto lasciare Monaco ed è tornato nella zona della Ruhr. 74enne, ora viene regolarmente visitato da un sessuologo, uno psicoterapeuta, un assistente sociale e uno psicologo pastorale; «Si dice che raramente osi uscire per strada», scrive Die Zeit. Ma a pochi chilometri dalla casa di Peter H., l’ex chierichetto Wilfried Fesselmann ha un solo desiderio: «Suonare il campanello di H. e affrontarlo».

    https://www.adista.it/articolo/67361

  • Prete pedofilo, la diocesi chiede perizia choc in Tribunale: «Il chierichetto vittima è gay e ha provato piacere?»

    Prete pedofilo, la diocesi chiede perizia choc in Tribunale: «Il chierichetto vittima è gay e ha provato piacere?»

  • MENDOZA – Próvolo: sentenza costringe la Chiesa cattolica a pagare 14 milioni di dollari a un sopravvissuto dell’istituto

    MENDOZA – Próvolo: sentenza costringe la Chiesa cattolica a pagare 14 milioni di dollari a un sopravvissuto dell’istituto

    Una delle richieste dei parenti e dei sopravvissuti dell’istituto Próvolo è la restituzione del diritto all’istruzione, al lavoro, a un alloggio dignitoso e alla salute per le famiglie dei sopravvissuti e l’uso di una prospettiva di disabilità e di genere nel secondo mega-processo del Próvolo istituto. Questo lunedì, il portale MDZ ha annunciato attraverso un’indagine di Laura Fiocheta, che è stata raggiunta la prima sentenza civile che ha a che fare con queste denunce, la Chiesa cattolica attraverso l’opera di San José (associazione responsabile dell’istituto) deve compensare finanziariamente per un sopravvissuto dell’istituto con $ 14,4 milioni di pesos.

    Nelle dichiarazioni al quotidiano “E’ la prima sentenza di questo genere che segna una pietra miliare nella storia del sistema giudiziario di Mendoza. Sono stati applicati standard di diritti umani e disabilità”, assicurano gli avvocati di un gruppo di sopravvissuti. A novembre hanno manifestato davanti ai tribunali provinciali denunciando la violazione dei diritti e perché la condanna delle monache Kosaka e Martinez non sia più ritardata.

    La sentenza è stata emessa a novembre dal giudice María Lilen Sánchez, subito dopo gli avvocati della Chiesa cattolica hanno deciso di impugnare la sentenza come stanno facendo con l’avanzamento del processo che va avanti da più di 6 mesi e è prevista una condanna In questo 2022. Anche così, è importante perché costituisce un precedente nella restituzione dei diritti del resto dei sopravvissuti che, dall’inizio del processo, hanno chiesto riparazioni e la cessazione delle rivittimizzazioni e delle irregolarità nel processo giudiziario.

    https://www.laizquierdadiario.com/Provolo-Fallo-obliga-a-la-iglesia-catolica-a-pagar-14-millones-a-un-sobreviviente-del-instituto

  • Il vescovo di Bilbao riconosce il lavoro di EL PAÍS per indagare sulla pedofilia e gli sforzi delle vittime per denunciare

    Il vescovo di Bilbao riconosce il lavoro di EL PAÍS per indagare sulla pedofilia e gli sforzi delle vittime per denunciare

    Il vescovado di Bilbao ha preso le distanze dalla linea della Conferenza Episcopale Spagnola (CEE), che ha criticato il rapporto EL PAÍS con 251 casi di pedofilia per una presunta mancanza di rigore che “rende difficile trarre conclusioni che possano essere utilizzate per una possibile indagine ”, E in tono molto diverso questo martedì ha valorizzato il lavoro svolto da questo giornale. “Riconosciamo il lavoro svolto dal quotidiano EL PAÍS nel suo Rapporto sui casi di abuso sui minori nella Chiesa spagnola ” , ha dichiarato in una nota . “Evidenziamo in particolare lo sforzo compiuto dalle vittime che si lamentano. Condividiamo la ricerca del chiarimento di ogni caso di abuso che possa essersi verificato e che, senza dubbio, avrà come frutto la conoscenza di la verità, con un’attenzione particolare ai bisogni delle vittime e alla non ripetizione di eventi come quelli denunciati”.

    In questo senso il Vescovo di Bilbao, Joseba Segura, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta e invita chiunque a denunciare nella sua mail possibili abusi in passato sui minori: “Ricordiamo la determinazione della diocesi, in linea con quanto contenuto nel Vangelo e costantemente citato dal Santo Padre Francesco, per conoscere, seguendo le norme vigenti, la verità dei casi che potrebbero essersi verificati, assistere le vittime e sradicare ogni tipo di abuso nella Chiesa”. Sono casi come quello di Leonor García, che ha denunciato in EL PAÍS abusi nel sanatorio di Santa Marina de Bilbao negli anni ’70. È una delle lamentele contenute nel rapporto.

    In un clima di scontro tra le diverse sensibilità della Chiesa spagnola, la diocesi di Bilbao è una delle poche che finora ha reagito pubblicamente all’inchiesta aperta dopo la consegna del dossier . Questo giornale ha inviato il suo studio al Papa il 2 dicembre e al presidente della Cee, il cardinale Juan José Omella, arcivescovo di Barcellona, ​​il 10 dicembre. EL PAÍS si è messo a disposizione delle autorità ecclesiastiche per facilitare il contatto con i denuncianti degli abusi e affinché in questo modo possano essere ascoltati e curati, ma la risposta finora è caotica e disomogenea. Ogni ordine e diocesi va per conto proprio, con modalità diverse e gradi diversi di volontà e trasparenza.

    Da parte della Chiesa non c’è nessuna iniziativa per coordinare questo compito e la Cee non ha risposto alle domande al riguardo, per chiarirlo, per una settimana. È infine questo giornale a mediare per gestire il complesso compito di mettere in contatto più di 250 denuncianti con 70 entità diverse, poiché i casi riguardano 31 diocesi e 31 ordini, a loro volta suddivisi in province autonome. La maggior parte degli ordini ha già chiesto a EL PAÍS di comunicare con le vittime, ma solo quattro diocesi hanno scritto a questo giornale per richiederlo: Zamora, Barcellona, ​​Bilbao e Orihuela-Alicante. Un quinto, Mondoñedo-Ferrol, lo ha fatto per segnalare un errore, poiché un caso attaccato alla sua diocesi apparteneva in realtà a quella di Santiago de Compostela.

    In altri paesi la Chiesa o lo Stato hanno creato una commissione d’inchiesta indipendente che accentra il lavoro, ma in Spagna la CEE si rifiuta (a differenza di Francia o Germania) e anche le istituzioni si ignorano (contro Belgio, Irlanda o Australia, che ha istituito commissioni ufficiali). D’altra parte, la maggior parte delle vittime diffida della volontà della Chiesa di indagare sugli abusi e rimprovera la mancanza di trasparenza del processo. La stessa Cee ha ammesso in questi anni di aver ricevuto a malapena denunce, ma nel frattempo più di 600 persone hanno scritto alla mail di EL PAÍS. Dopo tre anni di lavoro, questo giornale ha pubblicato un centinaio di casi e ne ha raccolti altri 251 nel rapporto consegnato al Vaticano, davanti alle resistenze della Chiesa spagnola a indagare su di lui e perché in molti casi ha disobbedito allo stesso Papa. Pureha avviato l’unico caso contabile in Spagna , in assenza di dati ufficiali o ecclesiastici. In questo momento, sommando le denunce contenute nel dossier consegnato al Vaticano, si registrano almeno 602 casi – ognuno riferito a un imputato – e 1.237 vittime dagli anni Trenta.

    Anche la Cee si è inizialmente disinteressata all’inchiesta e alle sue procedure , e ha spiegato il 20 dicembre che sarebbe stato il Vaticano a dirigere il processo, posizione che ha creato sorpresa nella Santa Sede. I vescovi spagnoli hanno persino chiesto al giornale stesso di inviare le informazioni sui loro casi alle diocesi e agli ordini coinvolti, anche se la Cee ha finalmente iniziato a farlo quella stessa settimana. La Conferenza spagnola dei religiosi (Confer), che raggruppa la maggior parte delle congregazioni spagnole, ha ricevuto i casi degli ordini e li ha inviati a tutti i superiori di ogni congregazione il 27 dicembre, come confermato dal suo segretario generale, José Miguel Zamora.

    “Si tratta di una sfocatura nella vita delle congregazioni”

    Gli ordini religiosi, che si sono occupati del 77% dei casi del rapporto, hanno subito aperto un’inchiesta nella maggior parte dei casi e hanno mostrato una disposizione iniziale diversa dalla Cee . “Non c’è dubbio che tutto questo è una macchia confusa nella vita delle congregazioni”, riconosce Zamora. “Credo che nelle manifestazioni che hanno fatto i superiori di ciascuna delle suddette congregazioni, la prima cosa, ovviamente, è chiedere perdono perché qualcosa che non hanno generato o iniziato è in qualche modo caduto su di loro. Le vittime vengono prima di tutto e devi cercare di metterti in contatto con loro. Non vogliamo mettere a tacere qualcosa che è un problema e per quanto possibile abbiamo cercato di dargli il tribunale il prima possibile”.

    La maggior parte delle ordinanze ha chiesto a questo giornale di contattare le vittime, tuttavia, non hanno previsto di coordinare e centralizzare l’assistenza e l’aiuto ai denuncianti, come ammette Zamora: “In linea di principio, non abbiamo preso alcuna risoluzione per fare qualcosa che sia impostato. Dal momento che sappiamo che molte delle congregazioni hanno già iniziato a fare le proprie indagini e lavorare. Quando abbiamo parlato con la Conferenza Episcopale, ci hanno detto solo che ci stavano inviando le informazioni che avevano. Siamo in grado di camminare contemporaneamente con la Conferenza Episcopale senza alcun problema”.

    https://elpais.com/sociedad/2022-01-04/el-obispo-de-bilbao-reconoce-el-trabajo-de-el-pais-para-investigar-la-pederastia-y-el-esfuerzo-de-las-victimas-para-denunciar.html

  • Die Zeit, Ratzinger sapeva di abusi sua diocesi

    Die Zeit, Ratzinger sapeva di abusi sua diocesi

    (Keystone-ATS) – Il Papa emerito Benedetto XVI sarebbe accusato di non aver messo fine agli abusi di un sacerdote della sua diocesi. È quanto riferisce la testata tedesca Die Zeit.

    Secondo queste ricerche esiste un “decreto extragiudiziale” del tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga del 2016 che critica il comportamento degli alti prelati che non avrebbero fermato l’operato di un ecclesiastico, Peter H., accusato di 23 casi di abusi sessuali di minori tra gli 8 e i 16 anni tra il 1973 e il 1996. Tra questi alti prelati c’è anche Joseph Ratzinger, arcivescovo di Monaco e Frisinga dal 1977 al 1982.

    Il Papa emerito Benedetto XVI, insieme ai vicari generali, non sono stati “all’altezza delle loro responsabilità verso i giovani e i bambini affidati alle loro cure pastorali”, riporta il documento. Nel testo si scrive inoltre che il sacerdote Peter H. si era macchiato di abusi nella diocesi di Essen, proseguendo poi in quella di Monaco e Ratzinger ne era al corrente.

    “Il cardinale Josef Ratzinger aveva accettato Peter H. con piena conoscenza dei fatti”, si scrive nel testo. Nel 2016, i giudici ecclesiastici hanno deciso di punire l’ecclesiastico con un pagamento di tre mesi di stipendio alla Fondazione per bambini Tabaluga. Inoltre, in pensione, non gli è stato più permesso di esercitare il sacerdozio. Gli è stata risparmiata invece la massima pena, cioè la destituzione dal clero.

    https://www.swissinfo.ch/ita/tutte-le-notizie-in-breve/die-zeit–ratzinger-sapeva-di-abusi-sua-diocesi/47238146

  • “Ratzinger da vescovo coprì un prete pedofilo”. Ma il Vaticano smentisce

    “Ratzinger da vescovo coprì un prete pedofilo”. Ma il Vaticano smentisce

    CITTA’ DEL VATICANO — L’ombra delle coperture dei preti pedofili tocca anche Joseph Ratzinger. Il Papa emerito è infatti accusato di non aver messo fine agli abusi perpetrati da un sacerdote tedesco quando era arcivescovo di Monaco e Frisinga. È quanto riferisce la testata Die Zeit, anche se l’attuale segretario particolare di Ratzinger, Georg Gänswein, smentisce categoricamente: Benedetto XVI non era a conoscenza degli abusi commessi dal religioso.

    A sostenere la tesi del settimanale tedesco c’è un decreto extragiudiziale del tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monaco datato 2016. Qui si critica il comportamento delle gerarchie ecclesiastiche che non avrebbero fermato l’operato di padre Peter H., accusato di ventitré casi di abusi sessuali su minori tra gli 8 e i 16 anni commessi tra il 1973 e il 1996. Tra questi alti prelati c’è appunto anche Ratzinger, arcivescovo di Monaco e Frisinga dal 1977 al 1982. Nel 1980, Peter H. venne trasferito dalla diocesi di Essen a Monaco e, come avveniva spesso in quel periodo in diverse diocesi del mondo, nessuno avrebbe adempiuto al dovere di proteggere bambini e giovani perseguendo il religioso. In sostanza, pur di non sollevare scandali, le gerarchie di entrambe le diocesi avrebbero preferito non parlare e semplicemente spostare il religioso da una sede all’altra.

    Il decreto della diocesi menziona direttamente il Papa emerito spiegando che, sebbene conoscesse la storia del sacerdote che aveva commesso le violenze, «lo accettò e lo insediò nella propria arcidiocesi». Per Gänswein , tuttavia, la ricostruzione del Die Zeit è «errata»: Ratzinger non sapeva dei crimini commessi dal sacerdote. Il 17 gennaio prossimo verrà pubblicato un rapporto sugli abusi del clero commessi nell’arcivescovado di Monaco e Frisinga e redatto dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl su commissione del cardinale Reinhard Marx, titolare dell’arcidiocesi dal 2007. Sarà probabilmente in quest’occasione che molto verrà chiarito. Il rapporto, infatti, prende in esame gli anni che vanno dal 1945 al 2019.

    Lo scorso giugno, per le inadempienze della Chiesa nel trattare gli abusi, Marx si era dimesso dal suo incarico di arcivescovo. Evidentemente si era accorto di mancanze che non hanno scuse. Ma Francesco respinse le sue dimissioni. Per Papa Bergoglio il modo con cui la Chiesa ha affrontato gli abusi in passato è stata una catastrofe. Ma «dobbiamo assumerci la proprietà della storia, sia personalmente che come comunità. Non puoi rimanere indifferente di fronte a questo crimine. Assumerlo significa mettersi in crisi». Il Papa ha sempre messo al primo posto le vittime. Anche Benedetto XVI ha agito in questo modo da Pontefice. Ma quanto avvenuto in passato dovrà essere presto chiarito. La Chiesa, oggi, vuole fare luce e nelle sue più alte autorità non ammette insabbiamenti.

    https://www.repubblica.it/esteri/2022/01/04/news/ratzinger_da_vescovo_copri_un_prete_pedofilo_ma_il_vaticano_smentisce-332674112/