Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Ex vescovo cattolico condannato per aver abusato di uomini indigeni in Australia

    Ex vescovo cattolico condannato per aver abusato di uomini indigeni in Australia

    Un ex vescovo cattolico è stato condannato a sei anni e mezzo di carcere per aver abusato sessualmente di due giovani aborigeni nell’Australia occidentale.

    Christopher Saunders, di settantasei anni, è stato condannato dal Tribunale distrettuale dell’Australia Occidentale e non ha mostrato alcuna reazione durante l’udienza di condanna di mercoledì.

    Ad agosto, un tribunale ha dichiarato Saunders colpevole di un’accusa di penetrazione sessuale senza consenso e di 12 capi d’accusa di violenza sessuale.

    I reati sono stati commessi tra il 2010 e il 2019, periodo in cui era vescovo di Broome, una remota diocesi nel nord-ovest dell’Australia.

    L’arcivescovo Timothy Costelloe, presidente della Conferenza episcopale cattolica australiana, ha rilasciato una dichiarazione in cui si scusa per il dolore e la sofferenza inflitti da Saunders alle vittime, affermando che la loro fiducia è stata “profondamente tradita da un leader della Chiesa”.

    Saunders fu ordinato sacerdote nel 1976 e inizialmente lavorò presso stazioni missionarie nelle regioni più remote dell’entroterra a partire dagli anni ’70. Negli anni ’90, fu nominato vescovo di Broome da Papa Giovanni Paolo II.

    A seguito delle accuse di abusi, Saunders ha sospeso le sue funzioni nel 2020 e nell’agosto del 2021 Papa Francesco ha accettato le sue dimissioni. Il prelato ha sempre negato le accuse.

    In tribunale è emerso che il vescovo aveva adescato le sue vittime.

    Si dice che invitasse regolarmente giovani aborigeni e adolescenti in una casa sulla spiaggia o nella residenza di una chiesa cattolica, offrendo loro alcol e sigarette, oltre a denaro e telefoni cellulari.

    Secondo le prime ricostruzioni, le aggressioni ai danni dei due giovani sarebbero avvenute mentre questi erano in stato di grave intossazione alcolica.

    Commissione reale e storia di abusi

    Nel 2013, il governo australiano ha istituito una Commissione Reale , un’inchiesta di alto livello sugli abusi sessuali sui minori nelle istituzioni, in seguito a una serie di scandali che hanno coinvolto la Chiesa cattolica.

    Nel 2017, la commissione ha rivelato che la maggior parte degli abusi si è verificata nelle chiese, con il sette percento dei sacerdoti cattolici accusati di aver abusato di minori in Australia tra il 1950 e il 2010. Ha affermato che le accuse non sono quasi mai state oggetto di indagine.

    È emerso che 4.444 presunti casi di abusi sessuali su minori erano stati segnalati alle autorità ecclesiastiche. In alcune diocesi, oltre il 15% dei sacerdoti risultava essere responsabile di tali abusi.

    La commissione ha inoltre ascoltato la testimonianza dell’ex responsabile finanziario del Vaticano, il cardinale George Pell, riconosciuto colpevole nel 2018 di abusi sessuali su chierichetti a Melbourne, in Australia, negli anni ’90.

    Pell, che era stato il responsabile anticorruzione di Papa Francesco, fu rilasciato dal carcere nel 2020 dopo che un tribunale annullò la sua condanna. Morì a Roma il 10 gennaio 2023, all’età di 81 anni, a causa di complicazioni cardiache insorte dopo un intervento chirurgico all’anca.

    https://www.aljazeera.com/news/2026/10/7/former-catholic-bishop-sentenced-for-abusing-indigenous-men-in-australia

  • Massachusetts, 1.000 abusi nelle diocesi dopo il Sessantotto

    Massachusetts, 1.000 abusi nelle diocesi dopo il Sessantotto

    Nuovo report, nuove polemiche e stesse conferme.

    In questi giorni i grandi media internazionale stanno rilanciando il nuovo rapporto dell’Attorney General del Massachusetts sui circa 1.000 bambini abusati da 270 membri del clero appartenenti alle diocesi di Fall River, Springfield e Worcester.

    Questa affermazione poderosa necessita però di numerosi chiarimenti che, spesso, gli stessi organi di informazione non forniscono o, quando va bene, riducono a poche parole.

    Denunce, non condanne

    Leggendo le duecento pagine del documento emerge innanzitutto che si tratta di denunce e accuse (pur ritenute credibili), non di casi accertati.

    Si tratta, in particolare, di persone che decenni dopo i fatti hanno riferito un abuso.

    L’inchiesta dell’Attorney General si è conclusa infatti senza nuove incriminazioni e la stessa procuratrice Andrea Joy Campbell ha osservato che «alcuni comportamenti non costituivano reato secondo la legge del Massachusetts al momento in cui si sono verificati e non possono essere perseguiti retroattivamente».

    Le denunce vanno sempre prese in seria considerazione ma nessuno ha davvero verificato quanto riferiscono queste persone. E’ bene ricordare che in mezzo a tanti abusi, purtroppo realmente compiuti, esistono anche un’infinità di casi inventati, soprattutto a distanza di anni. La cronaca recente continua a dimostrarlo.

    Gli stessi investigatori, consapevoli di questo limite, nello studiare le oltre 300.000 pagine di documenti fornite dalle diocesi del Massachusetts si sono infatti concentrati più sul cosiddetto fallimento istituzionale che sulle accuse stesse.

    Il report è infatti focalizzato sui sacerdoti trasferiti nonostante l’essere segnati da accuse, sui ritorni al ministero dopo trattamenti inadeguati e su segnalazioni non sempre trasmesse con dovizia alle autorità.

    Abusi tra ’60 e ’70

    L’indagine avviata nel 2019 e conclusa nel 2026 sembra però viziata dalla solita incapacità di contestualizzare i fatti.

    Si applica infatti la sensibilità contemporanea al tema degli abusi ad epoche culturali distanti mezzo secolo fa, quando la società civile non possedeva le attuali conoscenze sulle tremende conseguenze fisiche e psichiche della pedofilia.

    All’epoca, infatti, non solo la si considerava un vizio di poco conto ma gli ambienti più progressisti (e laici) sponsorizzavano apertamente il rapporto sessuale con i minori come inno alla liberazione dai tabù della borghesia.

    Dal rapporto del procuratore generale del Massachusetts, come già accaduto nelle precedenti indagini (si vedano i report della Georgetown University e del Grand Jury della Pennsylvania), emerge infatti che la grande maggioranza degli abusi sessuali commessi da membri del clero sarebbe avvenuta proprio negli anni successivi al Sessantotto.

    Le accuse esaminate nelle tre diocesi riguardano infatti soprattutto abusi negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, con una particolare esposizione negli anni Settanta.

    Quasi tutti i casi considerati dall’indagine risalgono comunque ad un periodo ampiamente precedente al 2002, mentre le denunce sono spesso arrivate molti anni, e in alcuni casi decenni, dopo i fatti.

    Pedofilia e Sessantotto

    Non è certo una coincidenza che proprio in quegli anni l’Occidente fu invaso dall’ubriacatura morale della rivoluzione sessuale sessantottina.

    Anni che il quotidiano “Le Monde” ha definito «l’età dell’oro della glorificazione della pedofilia», ricordando che «in nome della liberazione sessuale, molti intellettuali e artisti difesero la pedofilia dopo il 1968».

    Nel 2018 “Liberation” ha espresso rammarico per aver «effettivamente minimizzato, o addirittura difeso, la pedofilia».

    Proprio negli Stati Uniti, all’epoca nacquero legalmente movimenti e circoli di pedofili che, in molti casi, inserirono le loro battaglie per la legalizzazione della pedofilia nel movimento omosessuale. La storia della North American Man/Boy Love Association (NAMBLA) è esemplare.

    Questa stessa ondata investì purtroppo anche i seminari, tra preti che abbandonarono il sacerdozio e altri che evidentemente si lasciarono corrompere dallo spirito dei tempi.

    Benedetto XVI ha infatti individuato nella rivoluzione sessuale del 1968 una delle chiavi culturali della crisi occidentale, osservando come in quegli anni venne progressivamente meno una concezione condivisa della morale sessuale.

    Il collasso morale dell’epoca, proseguì Ratzinger, dovuto dalla «fisionomia della rivoluzione del ’68» condusse al fatto che «la pedofilia fu diagnosticata come permessa e appropriata».

    La stessa teologia morale, spiegò il Papa emerito, si aprì al relativismo lasciando «la Chiesa indifesa contro i cambiamenti nella società» e la stessa mentalità infestò anche diversi membri del clero cattolico.

    La Chiesa: unica imputata

    Oggi sul banco degli imputati continua a salire soltanto la Chiesa cattolica, dimenticandosi che una consistente fetta della società laica non riteneva nemmeno che si trattasse di abusi.

    L’epidemia della pedofilia coinvolse infatti tutte le confessioni religiose, i grandi esponenti del laicismo di allora (a partire da Sartre, de Beauvoir e Foucault), le redazioni dei principali quotidiani dell’epoca e numerosi esponenti di partiti politici.

    Non è dunque benaltrismo.

    Contestualizzare non significa assolvere nessuno ma chiedere che una tragedia così grave venga raccontata nella sua interezza, tenendo conto anche del clima culturale che la rese possibile e che coinvolse tutti. Ben oltre e molto più degli esponenti del clero cattolico dell’epoca.

    https://www.uccronline.it/2026/10/06/massachusetts-1-000-abusi-nelle-diocesi-dopo-il-sessantotto/

  • Abusi, accuse alle diocesi del Massachusetts. I vescovi: «Abbiamo fallito». Ora l’impegno per proteggere i minori

    Abusi, accuse alle diocesi del Massachusetts. I vescovi: «Abbiamo fallito». Ora l’impegno per proteggere i minori

    «Abbiamo fallito nel proteggervi quando eravate più vulnerabili». Le diocesi statunitensi di Fall River, Springfield e Worcester riconoscono le responsabilità del passato, chiedono perdono ai sopravvissuti e assicurano che l’impegno per la sicurezza dei minori resta una priorità. Le reazioni sono arrivate dopo la pubblicazione del rapporto della procura generale del Massachusetts, un documento di oltre duecento pagine che ricostruisce decenni di abusi sessuali e gravi inadempienze nella risposta delle istituzioni ecclesiali. Le tre diocesi non contestano il quadro storico delineato dall’indagine, ammettono gli errori e chiedono perdono per le sofferenze inflitte alle vittima: ammissione che va di pari passo con l’impegno a continuare a migliorare le norme e i provvedimento introdotti dopo il 2002.
    Le parole più nette sono quelle del vescovo di Fall River, Edgar M. da Cunha, che si è detto «pieno di dolore» davanti al resoconto di episodi e prassi espressione di «tragici fallimenti» nella protezione delle persone più vulnerabili. «A tutti i sopravvissuti agli abusi sessuali su minori, chiedo profondamente scusa. Noi come Chiesa vi abbiamo mancato quando eravate più vulnerabili», afferma il vescovo. La diocesi, aggiunge il presule, intende continuare ad accompagnare le vittime, assumersi le proprie responsabilità e fare quanto possibile perché nessun altro bambino debba subire violenze analoghe. Da Cunha assicura, inoltre, che l’ascolto e il percorso di guarigione dei sopravvissuti, assieme all’applicazione degli standard professionali e delle politiche di prevenzione, rimangono le principali priorità della Chiesa locale. La diocesi di Fall River, tra l’altro, cinque anni fa ha pubblicato un elenco di membri del clero destinatari di accuse ritenute credibili, comprendente casi risalenti a oltre settant’anni fa. Tra le prassi introdotte, nota ancora il presule, c’è quella di segnalare alle autorità civili ogni accusa di abuso su un minore, anche quando la persona che presenta la denuncia è ormai adulta. Ma le misure adottate non si fermano qui: ci sono anche gli accordi con le procure distrettuali per fornire la documentazione necessaria alle indagini anche senza un ordine del giudice, il rafforzamento dei protocolli per la gestione delle segnalazioni e il potenziamento dell’Ufficio per gli ambienti sicuri e l’assistenza alle vittime. Sono inoltre previsti controlli sui precedenti, codici di condotta e programmi di formazione obbligatoria per sacerdoti, dipendenti, ministri e volontari.
    Anche il vescovo di Springfield, William D. Byrne, definisce il documento della procura «un richiamo che induce all’umiltà» e alla necessità di mantenere una vigilanza costante nella gestione di ogni segnalazione. Byrne ringrazia i sopravvissuti che hanno trovato il coraggio di raccontare quanto subito e riconosce nel rapporto un documento storico importante, capace di dare voce alle vittime. La diocesi, assicura ancora il presule, esaminerà le raccomandazioni della procuratrice generale e resterà aperta a ulteriori miglioramenti, anche se già prima della pubblicazione del rapporto nella comunità locale è stato avviato un processo volto a correggere i fallimenti del passato, adottando procedure che tengono conto degli effetti del trauma sulle vittime. La stessa diocesi, poi, ha sottoscritto un protocollo con le tre procure competenti per il Massachusetts occidentale: in base all’accordo, le accuse vengono esaminate anzitutto dalle forze dell’ordine e soltanto in seguito dagli organismi ecclesiali. È stato inoltre ampliato l’elenco pubblico delle persone accusate in modo credibile, includendo sacerdoti già deceduti al momento della denuncia, membri di istituti religiosi, esponenti del clero provenienti da altre diocesi e dipendenti laici. Il vescovo Byrne, quindi, auspicato che le indicazioni formulate dalla procura non rimangano circoscritte alle diocesi cattoliche, ma possano diventare un riferimento anche per scuole, associazioni giovanili e altre organizzazioni impegnate con i minori. Il vescovo ha così richiamato una responsabilità condivisa nella costruzione di efficaci sistemi di prevenzione, ascolto e intervento, senza negare la specificità e la gravità delle responsabilità ecclesiali descritte nell’indagine.
    Più articolata, e maggiormente concentrata sui cambiamenti già compiuti, la reazione della diocesi di Worcester: la nota ufficiale riporta le scuse pronunciate dal vescovo Robert J. McManus nel rapporto diocesano del 2022: «Come vostro vescovo, sono profondamente dispiaciuto per gli abusi sui minori commessi da sacerdoti di questa diocesi dalla sua fondazione, nel marzo 1950». La diocesi, inoltre, afferma di accogliere il documento della procura generale, sottolineando la collaborazione assicurata durante l’indagine e ricordando che dal 2002 tutte le nuove segnalazioni sono state trasmesse immediatamente alla procura distrettuale competente. Il comunicato della diocesi, inoltre, sottolinea che la grande maggioranza degli episodi ricostruiti risale a un periodo compreso tra quaranta e sessant’anni fa, richiamando l’attenzione ai cambiamenti introdotti nel frattempo nella selezione dei candidati al sacerdozio, nella formazione sulla sicurezza degli ambienti ecclesiali e nell’esame delle denunce da parte di assistenti sociali e di un organismo consultivo composto in maggioranza da esperti indipendenti. A dimostrare l’efficacia delle misure adottate, sottolinea ancora la diocesi di Worcester, è il fatto di aver superato ogni anno le verifiche esterne previste dalla Carta per la protezione dei bambini e dei giovani, adottata nel 2002 dall’episcopato statunitense. Ma, continua il comunicato, l’impegno a fare meglio non verrà meno e il rapporto della procura verrà approfondito per individuare altre possibili misure a sostegno delle vittime e per rafforzare ulteriormente la tutela dei minori.
    I dati dell’indagine
    Avviata nel 2019 dall’allora procuratrice generale Maura Healey, oggi governatrice del Massachusetts, l’indagine ha comportato l’esame di oltre 300mila pagine di documenti e più di cento colloqui con sopravvissuti, avvocati, rappresentanti delle associazioni, sacerdoti, dirigenti e dipendenti delle diocesi. Il rapporto censisce complessivamente 275 esponenti del clero accusati e 944 vittime: 92 accusati e 469 persone coinvolte a Fall River, 93 e 259 a Springfield, 90 e 216 a Worcester. Gli investigatori precisano che questi dati, ricavati dagli archivi diocesani e da altre fonti, non sono stati filtrati attraverso una valutazione della credibilità di ogni singola accusa. Non equivalgono quindi a un accertamento giudiziario individuale per ciascuna delle persone menzionate.
    La maggior parte dei fatti risale a prima del 2002, l’anno in cui l’inchiesta del Boston Globe sull’arcidiocesi di Boston portò la questione degli abusi e delle coperture ecclesiali all’attenzione internazionale. Dopo quella cesura, le diocesi del Massachusetts hanno istituito uffici per la protezione dei minori e l’assistenza alle vittime e hanno adottato nuove regole per la segnalazione e la verifica delle accuse. Il rapporto riconosce che sono state realizzate riforme importanti, ma sostiene che le procedure introdotte non siano state sempre applicate in modo uniforme.
    Per il periodo precedente al 2002, la procura descrive una serie di comportamenti che, secondo gli investigatori, avrebbe consentito agli abusi di proseguire: la mancata risposta a denunce e segnali d’allarme; il trasferimento di sacerdoti accusati o responsabili da una parrocchia all’altra, senza rendere note le ragioni del provvedimento; il ritorno nel ministero dopo periodi di trattamento senza un’adeguata supervisione; l’insufficiente applicazione delle restrizioni imposte; l’occultamento delle ragioni alla base della rimozione di un sacerdote; la mancata segnalazione sistematica alle autorità civili.
    La procuratrice generale Andrea Joy Campbell ha accusato i responsabili delle diocesi di avere troppo spesso protetto la reputazione dell’istituzione anziché i bambini. Ha tuttavia precisato che l’indagine «non aveva lo scopo di demonizzare una fede o una Chiesa», ma di cercare giustizia e accertare le responsabilità. «Dietro ciascuno di quei numeri», ha detto, «c’è un bambino la cui sicurezza è stata violata, una famiglia cambiata per sempre e un sopravvissuto che ha portato il trauma per anni e, in molti casi, per decenni».
    Una contestazione specifica riguarda Worcester, indicata come l’unica diocesi cattolica del Massachusetts a non mantenere sul proprio sito un elenco organico e facilmente accessibile degli esponenti del clero destinatari di accuse giudicate credibili. Pur avendo comunicato nomi alle autorità e pubblicato nel tempo alcune informazioni, secondo la procura la diocesi non dispone ancora di uno strumento pubblico stabile e aggiornato. La procuratrice Campbell ha chiesto che venga predisposto, considerandolo un passaggio necessario sul piano della trasparenza e del riconoscimento dovuto ai sopravvissuti.
    Il rapporto non ha prodotto una nuova serie di incriminazioni, anche perché, secondo la procura, in molti casi i termini di prescrizione sono scaduti, i presunti responsabili sono morti oppure le condotte individuate non erano configurate come reato dalla legislazione in vigore quando furono commesse, mentre le norme successive non possono essere applicate retroattivamente. In tre casi, però, gli atti sono stati comunque trasmessi alle procure distrettuali competenti; uno di quelli inviati nella contea di Worcester ha portato alla formulazione di accuse penali. Accanto alle raccomandazioni indirizzate alle diocesi, la Campbell ha chiesto al Parlamento statale di eliminare i termini di prescrizione per le azioni civili relative agli abusi sessuali subiti durante l’infanzia e di rafforzare gli strumenti a disposizione dei sopravvissuti. Per la procuratrice, infatti, la pubblicazione del rapporto deve rappresentare non la conclusione del percorso, ma un passaggio verso una maggiore responsabilità delle istituzioni, una più ampia trasparenza e un sostegno effettivo a chi continua a portare le conseguenze delle violenze.
    https://www.avvenire.it/chiesa/abusi-accuse-alle-diocesi-del-massachusetts-i-vescovi-abbiamo-fallito-ora-limpegno-per-proteggere-i-minori_113734
  • L’Istituto del Verbo Incarnato ha rilasciato una dichiarazione in merito alle accuse di abusi contro il suo fondatore e ha risposto al Vaticano.

    L’Istituto del Verbo Incarnato ha rilasciato una dichiarazione in merito alle accuse di abusi contro il suo fondatore e ha risposto al Vaticano.

    Noi, i Superiori Maggiori dell’Istituto del Verbo Incarnato , interpretando il sentimento comune dei membri dell’Istituto, professiamo e abbracciamo pienamente la dottrina morale della Chiesa e, di conseguenza, condanniamo e respingiamo inequivocabilmente ogni forma di abuso (sessuale, di coscienza o di qualsiasi altra natura ), manipolazione, violenza, molestia o condotta sessuale disordinata, specialmente quando perpetrata da chi detiene l’autorità nei confronti di persone affidate alle loro cure o che si trovano in una situazione di particolare vulnerabilità. Respingiamo inoltre ogni falsificazione, strumentalizzazione o interpretazione distorta dell’amicizia, dell’affetto e dei rapporti personali. La vera amicizia non può essere fondata sullo sfruttamento dell’altro o sulla ricerca disordinata dell’interesse personale, ma deve essere fondata sulla carità cristiana, che, come insegna san Paolo, è il «vincolo della perfezione» (Col 3,14). Ogni rapporto di amicizia, fiducia, accompagnamento o paternità spirituale deve sempre rispettare la dignità della persona, la castità, la prudenza e i limiti propri di ogni stato e relazione. Ripudiamo pertanto ogni disordine sessuale e ogni condotta che violi la dignità e l’integrità della persona, e siamo pienamente disposti a collaborare con la Chiesa nell’affrontare qualsiasi condotta che costituisca effettivamente abuso, sempre in conformità alla verità, alla giustizia, alla legge e alle procedure stabilite dalla Chiesa. Affermiamo lo stesso riguardo alla cura e al sostegno delle vittime di abuso.
    Non esprimiamo giudizi sulla colpevolezza o innocenza del Fondatore

    Non siamo pienamente a conoscenza delle accuse mosse contro il Fondatore, né ne conosciamo tutti i dettagli, e non siamo stati, né siamo, giudici degli atti a lui attribuiti. Pertanto, non affermiamo la colpevolezza di Padre Carlos Buela in relazione agli atti di cui è stato accusato, ma non intendiamo nemmeno dichiararne l’innocenza. Allo stesso modo, non spetta a noi stabilire se gli atti attribuiti costituiscano offese canoniche.

    Affermiamo che il procedimento giudiziario penale non ha potuto giungere a conclusione e che la presunzione di innocenza resta legalmente in vigore.

    Poiché il procedimento penale non si è concluso a causa del decesso dell’imputato, non spetta all’Istituto dichiarare il fondatore colpevole né considerare legalmente concluso un processo non giunto a conclusione. Pertanto, ci atteniamo alle conseguenze legali inerenti a un processo penale incompleto e respingiamo l’idea che il fondatore possa essere considerato legalmente condannato sulla base di un processo non concluso. Inoltre, riteniamo che la diffusione di accuse o conclusioni di colpevolezza riguardanti una persona deceduta debba essere soggetta ai requisiti di legge e, in particolare, al rispetto della sua buona reputazione.

    In effetti, il Dicastero per i Testi Legislativi, con lettera del 29 gennaio 2026 (Prot. n. 18838/2026), ha risposto a una richiesta di informazioni riguardante lo stesso caso, affermando che, vista la morte dell’imputato prima della conclusione del processo, la presunzione di innocenza permane, come evidenziato e spiegato dal nuovo canone 1321 del Codice di Diritto Canonico. Ha inoltre rilevato che non è lecito rendere pubblica una sentenza non ancora pronunciata , proprio perché, fino a quando la sentenza non è definitiva, permane la presunzione di innocenza. Si veda anche la risposta del Dicastero per i Testi Legislativi, n. 18316/2024 del 5 settembre 2024, in merito alla buona reputazione del defunto. Inoltre, il canone 1614 stabilisce che «la sentenza deve essere pubblicata il prima possibile, indicando le modalità con cui può essere impugnata; e non ha alcun effetto prima della sua pubblicazione, anche se la parte dispositiva è stata notificata alle parti, con il permesso del giudice». In questo caso, all’imputato non è stata nemmeno notificata la parte dispositiva. Risulta tuttavia dagli atti che il procedimento è stato archiviato dal giudice con decreto, senza che fosse stata notificata alcuna parte dispositiva e senza che la sentenza fosse mai stata redatta.

    In quest’ottica, il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica (Prot. n. 57824/25 CA, Decreto del 29 maggio 2026) ha sospeso, ritenendola illegittima, l’esecuzione del mandato conferito dal Pontificio Delegato per l’Istituto “Servi del Signore e della Vergine di Matará”, il quale ha disposto la pubblicazione sul sito web dell’Istituto di una nota datata 12 gennaio 2025, nella quale si afferma: “Al Pontificio Delegato è affidato in modo particolare il rinnovamento dei programmi di formazione, la riforma della legge propria dell’Istituto, nonché una comunicazione trasparente a tutti i membri circa i crimini commessi dal Fondatore di entrambi gli Istituti, Padre Carlos Buela”. Pertanto, riteniamo illegittimo comunicare ai membri di entrambi gli Istituti la colpevolezza del Fondatore come fatto giuridicamente accertato, e riteniamo altresì illegittimo presentare come concluso o definitivo l’esito di un processo penale che non è giunto a conclusione.

    Papa Francesco stesso scrisse una lettera autografa il 16 agosto 2023 a un membro dell’Istituto, affermando: “Erano molto preoccupati di conoscere la ‘sentenza’ definitiva… ma non c’era nessuna sentenza. (Questo è il clericalismo)”. Il Papa espresse esplicitamente il suo desiderio che, con la morte del Fondatore, il caso venisse chiuso e archiviato, e che la questione non venisse più discussa.

    Riconosciamo e accettiamo le decisioni della Santa Sede

    Accettiamo e rispettiamo, in spirito di fede, fedeltà e obbedienza religiosa, le disposizioni che la Santa Sede legittimamente adotta riguardo al Fondatore , alla sua memoria e alle conseguenze che queste possono avere per la vita dell’Istituto, nonché gli obblighi specifici che possono esserci legittimamente imposti, anche se personalmente non condividiamo alcuni giudizi o valutazioni che li accompagnano. Siamo pronti ad adempierli nella misura in cui ciò sia compatibile con gli obblighi e i limiti inerenti alla virtù e al voto di obbedienza.

    Non riconosciamo il Fondatore come santo, né l’Istituto ha mai avanzato una simile pretesa.

    Per noi, i “santi ”, che veneriamo con dulia, sono soltanto coloro che sono stati dichiarati tali dalla legittima autorità della Chiesa. Il fatto che i membri dell’Istituto abbiano ed esprimano sentimenti personali riguardo al Fondatore, siano essi favorevoli o sfavorevoli, rientra nella sfera della coscienza e della libertà personale di ciascun religioso, e l’Istituto non intende né può ergersi a giudice della coscienza dei suoi membri (cfr. Can. 630, §5).

    Vogliamo difendere, promuovere e vivere il carisma ricevuto tramite il Fondatore

    Per quanto riguarda l’opera del Fondatore, il bene da lui compiuto, e soprattutto il patrimonio spirituale, dottrinale, apostolico e formativo che è stato ricevuto e riconosciuto dalla Chiesa —ovvero tutto ciò che riguarda la mente e i propositi del Fondatore (can. 578) in quanto tale — noi dobbiamo e desideriamo difenderlo, promuoverlo e viverlo. Non riteniamo che si possa stabilire una relazione tra la possibile colpevolezza personale del Fondatore in certi eventi e l’autenticità del carisma dell’Istituto. È necessario distinguere tra la persona del Fondatore, le sue possibili mancanze personali, e il carisma fondatore stesso , che la Chiesa ha già discernuto, approvato e ricevuto come dono per tutta la Chiesa.

    Pertanto, riteniamo che qualsiasi giudizio sulla realtà attuale dell’Istituto o sulla fedeltà con cui vive il suo carisma debba essere formulato separatamente, secondo criteri propri e attraverso un esame obiettivo dei suoi frutti, della sua vita e della sua missione nella Chiesa.

    El Instituto del Verbo Encarnado se pronunció sobre la acusación de abuso de su fundador y le contestó al Vaticano

  • I vescovi svizzeri incontrano le associazioni di vittime di abusi sessuali

    I vescovi svizzeri incontrano le associazioni di vittime di abusi sessuali

    Il 21 settembre 2026, la Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) ha incontrato rappresentanti delle tre organizzazioni di persone interessate da abusi delle tre regioni linguistiche. La CVS ha deciso un nuovo stanziamento di 300.000 franchi a favore del fondo di indennizzo.

    I vescovi e gli abati territoriali della Svizzera hanno incontrato rappresentanti di IGM!kU, del gruppo SAPEC e di GAVA, in occasione della 353ª Assemblea ordinaria della CVS, presso il monastero di Fischingen, nel Canton Turgovia. Si tratta delle tre organizzazioni di persone interessate da abusi provenienti dalle tre regioni linguistiche.

    I colloqui hanno riguardato le misure attuate dopo la pubblicazione, nel 2023, dello studio pilota dell’Università di Zurigo, riferisce la CVS in un comunicato del 24 settembre. I presenti hanno esaminato le aspettative delle organizzazioni in materia di prevenzione, gestione dei casi e accompagnamento. È stata inoltre auspicata una collaborazione più stretta e duratura tra queste organizzazioni e la Conferenza episcopale.

    Per garantire la liquidità del fondo di indennizzo delle vittime nel 2026, l’istituzione ha deciso di effettuare un undicesimo stanziamento, per un importo di 300.000 franchi.

    Quale valore aggiunto per il Consiglio delle donne?

    Si è inoltre svolto un incontro tra i membri della CVS e quelli del Consiglio delle donne. Il punto di partenza era la domanda guida elaborata dal Consiglio della CVS nell’ambito di un processo sinodale: «Qual è il valore aggiunto del Consiglio delle donne per la CVS?»

    Le partecipanti hanno preso parte a una conversazione nello spirito del percorso sinodale. L’ascolto comune della Parola di Dio, l’ascolto reciproco e il discernimento spirituale condiviso hanno costituito il cuore di questo percorso.

    Gli scambi hanno portato a constatazioni e prese di posizione condivise in sessione plenaria. I presenti hanno sottolineato la volontà comune di approfondire le proprie relazioni, rafforzare la fiducia reciproca e dedicare maggior tempo gli uni agli altri.

    «Lo sguardo autonomo del Consiglio delle donne è stato presentato come un particolare valore aggiunto, nella misura in cui apre nuove prospettive e può contribuire a osare insieme, nello spirito del Vangelo, passi coraggiosi verso il futuro», afferma la CVS.

    L’importanza delle nuove comunità linguistiche

    I membri della CVS hanno inoltre incontrato Isabel Vasquez, direttrice nazionale di migratio, per discutere degli sviluppi attuali e delle sfide future della pastorale migratoria in Svizzera.

    Le discussioni si sono concentrate sull’attuazione del concetto globale «Verso una pastorale interculturale». È stata sottolineata la crescente importanza delle nuove comunità linguistiche e culturali, così come la possibilità di valorizzare maggiormente la diversità della Chiesa come risorsa per il suo sviluppo pastorale e sinodale.

    La discussione ha riguardato la collaborazione tra le diocesi, le missioni linguistiche, le Chiese cattoliche orientali e migratio, nonché le questioni relative alla missio canonica e alla responsabilità pastorale.

    All’ordine del giorno vi erano anche i temi della prevenzione, dello sviluppo della qualità e dell’accompagnamento delle operatrici e degli operatori pastorali. Sono stati inoltre affrontati la sostenibilità e il finanziamento a lungo termine della pastorale migratoria, così come una maggiore visibilità delle tematiche ad essa collegate nella comunicazione ecclesiale.

    La CVS ha ribadito l’importanza di una pastorale migratoria coordinata, capace di riunire persone di lingue, culture e tradizioni diverse attorno a una missione ecclesiale comune.

    È stato sottolineato che la diversità culturale della Chiesa non costituisce soltanto una sfida pastorale, ma rappresenta anche un’opportunità per il futuro della Chiesa in Svizzera.

    Nuovo regolamento per il Centro di pastorale liturgica pastorale romando

    Alla fine del 2026, l’associazione responsabile del Centro romando di pastorale liturgica (CRPL) sarà sciolta. Le sue competenze e attività saranno assunte dal CRPL in quanto servizio della CVS. Il nuovo regolamento definisce il quadro giuridico, le competenze, nonché l’organizzazione e il funzionamento di questo Servizio.

    Con l’integrazione del CRPL nelle strutture della CVS, a partire dal 1° gennaio 2027, l’inquadramento istituzionale del Centro liturgico francofono sarà armonizzato con quello dell’Istituto liturgico della Svizzera tedesca. Quest’ultimo opera già da molti anni come Servizio della CVS, sotto la responsabilità regionale linguistica della Deutschschweizerische Ordinarienkonferenz (DOK).

    Riunire le diversità linguistiche e culturali

    I membri della CVS e della presidenza della Conferenza centrale cattolica romana della Svizzera (RKZ) si sono riuniti con la Commissione per la sinodalità in occasione della terza Giornata della sinodalità.

    Le discussioni hanno riguardato principalmente le esperienze maturate in materia di sinodalità nelle diocesi. È stato inoltre presentato il progetto nazionale «Cattolico multilingue», che mira a riunire le diversità linguistiche e culturali della Chiesa cattolica in Svizzera come risorsa comune, nonché a sviluppare prospettive concrete per promuovere la comunione, la partecipazione e la missione.

    I partecipanti hanno approvato l’attuazione del progetto, la cui prima fase inizierà nell’ottobre 2026 con scambi sinodali decentrati.

    Un rapporto specifico dedicato alla Giornata della sinodalità sarà pubblicato il 25 settembre 2026.

    (cath.ch/com/rz/traduzione e adattamento redazionecatt)

    Nomine

    I membri della CVS hanno proceduto alle seguenti nomine:

    • Marianne Pohl-Henzen, della diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo, è stata nominata delegata della CVS nel Consiglio di fondazione di Azione Quaresimale per un secondo mandato, dal 1° marzo 2026 (con effetto retroattivo) al 14 giugno 2030.
    • Patrizia Cattaneo Beretta, della diocesi di Lugano, è stata nominata difensora del vincolo matrimoniale presso il Tribunale ecclesiastico interdiocesano svizzero (ISKG

    https://catt.ch/newsi/i-vescovi-svizzeri-incontrano-le-associazioni-di-vittime-di-abusi-sessuali-2026-09-24

  • Caso Provolo II: 20 anni di carcere per la suora Kumiko Kosaka, ma rimarrà libera

    Caso Provolo II: 20 anni di carcere per la suora Kumiko Kosaka, ma rimarrà libera

    A seguito della ripresa del processo Próvolo II presso la Seconda Corte Penale Collegiale, i giudici Gabriel Bragagnolo, Federico Martínez e Juan Manuel Pina hanno condannato suor Kumiko Kosaka a 20 anni di reclusione . Non è stata trattenuta in custodia cautelare in attesa della sentenza definitiva (la difesa presenterà ricorso), ma le è stato vietato di lasciare la provincia e il suo passaporto è stato confiscato. Le è stato inoltre interdetto l’esercizio della professione a contatto con minori per 10 anni.

    Lei è una delle protagoniste degli abusi sessuali subiti da minori non udenti all’interno della struttura situata nel dipartimento di Luján de Cuyo.

    La decisione dei giudici è giunta dopo una pausa successiva all’udienza di mercoledì. Durante tale sessione, la Procura, rappresentata da Alejandro Iturbide , e i querelanti, guidati dagli avvocati Sergio Salinas e Lucas Lecour, hanno raggiunto un accordo unanime per richiedere una condanna a 22 anni di reclusione e l’ immediata reclusione della suora giapponese.

    Da parte sua, il team di difesa legale di Kosaka , composto dagli avvocati Carlos Varela Álvarez ed Enoc Ortiz , si era formalmente opposto all’entità della pena richiesta dall’accusa, chiedendo il rigetto della richiesta.

    Tuttavia, dopo aver analizzato le argomentazioni presentate durante l’udienza, svoltasi a porte chiuse poiché riguardava reati contro l’integrità sessuale e un’azione penale privata, il giudice ha infine accolto la richiesta di condanna, ma infliggendo una pena di 20 anni anziché 22.

    Un mese fa, la Corte Suprema di Giustizia di Mendoza aveva condannato Kumiko Kosaka per reati sessuali contro studenti sordi dell’Istituto Próvolo di Luján de Cuyo, in una sentenza che ribaltava l’assoluzione di cui era stata vincitrice nell’ottobre del 2023.

    La suora giapponese è stata condannata come complice in due casi di abusi commessi da padre Horacio Corbacho, condannato nel 2019 a 45 anni di carcere, e come autrice di tre capi d’accusa per abusi sessuali semplici, consistenti in palpeggiamenti inappropriati ai danni di ex studentesse dell’istituto. È stata assolta da un’accusa di abuso sessuale semplice e da un’accusa di intralcio alla giustizia.

    La Corte ha rinviato il caso a un tribunale di primo grado per la determinazione della pena , che è avvenuta durante le udienze tenutesi mercoledì e giovedì di questa settimana.

    Nella sua sentenza di quasi 300 pagine, la Corte ha sostenuto che il tribunale di primo grado che aveva assolto Kosaka nel 2023 aveva valutato le prove in modo frammentario anziché esaustivo, giungendo così a un verdetto inappropriato. Diversi episodi per i quali è stata condannata sono direttamente collegati ad abusi per i quali Corbacho ha ricevuto condanne definitive, confermate sia dal Tribunale provinciale di Mendoza che dalla Corte suprema argentina.

    La stessa sentenza ha confermato l’assoluzione delle altre otto donne processate insieme a Kosaka , tra cui suor Asunción Martínez, l’ex rappresentante legale dell’Istituto Próvolo Graciela Pascual, un’ex direttrice e l’ex cuoca dell’istituto. La Corte ha stabilito che non era stato provato che non avessero denunciato gli episodi.

    Il caso Próvolo è venuto alla luce nel novembre 2016 e ha portato a uno dei più gravi casi di abusi sessuali nella storia della Chiesa in Argentina. Nel primo mega-processo , nel 2019, sono stati condannati i sacerdoti Corbacho (45 anni) e Nicola Corradi (42 anni), l’ex giardiniere Armando Gómez (18 anni) e l’ex chierichetto Jorge Bordón (10 anni, nel 2018). Corradi è morto nel 2021.

    https://www.elsol.com.ar/policiales/caso-provolo-ii-20-anos-de-prision-para-la-monja-kumiko-kosaka-que-quedara-libre/

  • Stuprata a nove anni: le testimonianze delle vittime che chiedono al Papa di cambiare la Chiesa

    Stuprata a nove anni: le testimonianze delle vittime che chiedono al Papa di cambiare la Chiesa

    Ghislaine Magoarou, Raymonde Vilar-Daoulas, Marie-Pierre Vigouroux e Michèle Le Reun-Gaigne tornano nella scuola cattolica di Loctudy, in Bretagna, dove da bambine subirono abusi sessuali da frère Gabriel Girard.

    Il religioso convocava le alunne una alla volta e ordinava (altro…)

  • Panama, 37 denunce di abusi sessuali contro il clero dal 2001 al 2025

    Panama, 37 denunce di abusi sessuali contro il clero dal 2001 al 2025

    Sono 37 le denunce per abusi sessuali contro minori e persone vulnerabili presentate contro membri del clero cattolico a Panama tra il 2001 e il 2025.

    È quanto emerge da un rapporto realizzato da due università cattoliche su richiesta della Chiesa e presentato oggi.

    L’arcivescovo di Panama, José Domingo Ulloa, ha rinnovato le scuse alle vittime, già espresse nel 2023, precisando che cinque sacerdoti sono stati ridotti allo stato laicale dopo essere stati condannati per abusi sessuali.

    Lo studio, condotto dalla spagnola Villanueva University e dall’americana University of Notre Dame, non ha trovato prove di una politica deliberata della Chiesa per occultare gli abusi nel Paese, ma ha evidenziato problemi nella gestione delle denunce.

    Maria José Valero, una delle autrici, ha sottolineato che il numero dei casi segnalati non riflette necessariamente l’entità reale degli abusi, poiché molte vittime esitano a denunciare.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/americalatina/2026/09/23/panama-37-denunce-di-abusi-sessuali-contro-il-clero-dal-2001-al-2025_725f611f-c5d3-4898-85c8-d09d9333e31e.html

  • POLONIA: Sempre più numerose le accuse di abusi sessuali da parte del clero

    POLONIA: Sempre più numerose le accuse di abusi sessuali da parte del clero

    Un tribunale polacco ha ordinato alla diocesi cattolica di Kielce di versare 550.000 zloty (circa 128.250 euro) a una donna che da bambina aveva subito abusi sessuali da parte di un sacerdote. Il tribunale ha inoltre stabilito che il sacerdote dovrà riconoscere pubblicamente la propria responsabilità e chiedere scusa alla vittima. Si tratta di una decisione destinata a lasciare un segno, mentre emergono sempre più accuse di abusi sessuali e pedofilia da parte del clero cattolico.

    Il caso

    Iwona Dudzik-Osińska ha reso pubblico il proprio nome e la propria storia, affrontando la secolare omertà che circonda la Chiesa cattolica polacca, istituzione che gode ancora di enorme prestigio e rispetto nel Paese, ma sui cui crimini ci sono sempre meno tolleranza e reticenza. Secondo quanto raccontato, il primo abuso subito dalla donna avvenne nel 1981, quando aveva 12 anni, a Kielce. Il sacerdote, oggi settantaseienne, ha continuato ad abusare di lei per tre anni. Nel 2007 la donna denunciò i fatti alla procura, ma le venne comunicato che i reati erano ormai prescritti. Nel 2019, dopo la diffusione di un importante documentario sugli abusi nella Chiesa cattolica polacca, raccontò quanto accaduto anche al vescovo di Kielce, Jan Piotrowski. Il vescovo, secondo la donna, si mostrò comprensivo ma disse di non poter utilizzare fondi della diocesi per finanziare la terapia psicologica a cui si sottoponeva a causa del trauma subito. Nel frattempo il sacerdote in questione, noto semplicemente come padre Jan, era stato sospeso dalla diocesi di Sosnowiec, dove lavorava dagli anni Novanta, vietandogli qualsiasi contatto con minori. Nel 2023 il tribunale ecclesiastico lo ha infine rimosso dall’esercizio pubblico del ministero sacerdotale. Non è stato però dimesso dallo stato clericale: rimane quindi sacerdote.

    Una giustizia a metà, quella del tribunale ecclesiastico, che ha spinto la donna ad avviare una causa civile contro la Chiesa cattolica polacca. Nel luglio 2026 il tribunale distrettuale di Kielce le ha dato ragione, condannando la Chiesa a un risarcimento di 550mila zloty, ordinando al sacerdote di riconoscere pubblicamente a mezzo stampa, presso un quotidiano locale, la propria responsabilità negli abusi.

    Rossa d’amore per Dio

    Sosnowiec è una citta di provincia situata nella Slesia, sorta attorno alle attività minerarie, storicamente connotata da una forte comunità ebraica e cresciuta attorno alle acciaierie e agli impianti metallurgici, conta oggi poco più di 180mila abitanti. Si tratta di un’area a forte spopolamento, con saldo migratorio negativo, gelosa della propria identità: “rossa d’amore per Dio e per la patria”, come ebbe a dire il vescovo della città, Adam Śmigielski, il 14 giugno 1999, accogliendo papa Giovanni Paolo II a Sosnowiec. Un monumento a Karol Wojtila campeggia in piazza Gwiezdna ricordando che qui la Chiesa cattolica polacca ha uno dei suoi capisaldi. 

    Nell’ottobre 2024 la diocesi locale è stata investita dagli scandali: nello stesso mese, due sacerdoti sono stati accusati di reati sessuali ai danni di minori. L’anno precedente, il vescovo di Sosnowiec, Grzegorz Kaszak, si era dimesso in seguito allo scandalo riguardante una festa a sfondo sessuale, durante la quale erano state assunte droghe, organizzata da un sacerdote del posto con due uomini nel suo appartamento all’interno di una struttura della Chiesa. Le autorità ecclesiastiche hanno così deciso di istituire una commissione per “individuare le cause, l’analisi delle ragioni, della portata e delle conseguenze degli scandali verificatisi nella diocesi di Sosnowiec”.

    Dopo due anni di lavoro, nel febbraio 2026 la commissione ha presentato i risultati della sua indagine. Il presidente della commissione, Tomasz Krzyżak, ha dichiarato che sono state identificate 29 persone (di cui 23 sono membri del clero mentre gli altri sono un catechista, un seminarista, un organista e un responsabile della comunità giovanile) accusate o sospettate di abusi sessuali su minori. Tra le cinquanta vittime identificate, circa due terzi erano ragazze e il 96% aveva meno di 15 anni. La commissione ha anche sottolineato come i vescovi, succedutisi alla guida della diocesi dal 1992 ad oggi, fossero al corrente degli abusi. Ma non abbiano fatto niente.

    Aumentano le denunce

    Negli ultimi anni sono aumentate le denunce contro sacerdoti. Il Vaticano ha preso provvedimenti nei confronti di diversi vescovi polacchi: nel 2024, per esempio, ha annunciato le dimissioni del vescovo di Łowicz, Andrzej Dziuba, citando la sua negligenza nella gestione di casi di abuso di minori. Nel 2018 un tribunale di Poznań aveva ordinato a una congregazione cattolica di pagare 1 milione di zloty più un assegno mensile a vita a una donna abusata da bambina; nel 2022 la diocesi di Toruń era stata condannata a pagare 600.000 zloty a un uomo abusato quando era chierichetto; nel 2025 la diocesi di Bielsko-Żywiec era stata condannata a pagare 400.000 zloty a un’altra vittima.

    Cala la fiducia nella Chiesa

    La fiducia dei polacchi nella Chiesa è calata dal 47% al 35% nell’ultimo anno proprio a causa della perdita di moralità, dell’opacità e delle omertà relative ai casi di pedofilia, e delle visioni politiche reazionarie che ne hanno caratterizzato l’operato negli ultimi anni. La Chiesa cattolica, accusata di aver tradito la democrazia polacca, si trova ad affrontare una profonda crisi, soprattutto nel rapporto con i più giovani: il rifiuto di frequentare l’ora di religione a scuola è in aumento, come anche le apostasie, segno di un dissenso profondo e generalizzato da parte delle generazioni più giovani che trova, a Sosnowiec, una delle sue ragion d’essere.

    POLONIA: Sempre più numerose le accuse di abusi sessuali da parte del clero

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  • Papa Leone XIV in Francia, Parigi si prepara all’arrivo del pontefice ma gli occhi son puntati su Lourdes

    Papa Leone XIV in Francia, Parigi si prepara all’arrivo del pontefice ma gli occhi son puntati su Lourdes

    Nella capitale francese la febbre sale. Secondo la prefettura di polizia, lungo il percorso del passaggio di Leone XIV per le vie di Parigi sono attese fino a 250 mila persone: in 80 mila hanno già acquistato il biglietto per assistere alla messa dei giovani celebrata allo Stade de France, a Saint-Denis.

    Va ricordato che la capitale non vede un papa dal 2008, quando arrivò Benedetto XVI.

    “Papa Francesco è venuto a Strasburgo, a Marsiglia, in Corsica, che sono periferie della Francia,” ricorda Charles Mercier, direttore degli studi di storia e sociologia del cattolicesimo all’École pratique des hautes études (EPHE) di Parigi.

    _”_Ma venire nella capitale è un evento, perché non accade da molto tempo. Questo alimenta il desiderio, e credo che sia una delle ragioni del successo di questa visita.”

    Un’altra ragione di tanto entusiasmo è la popolarità del pontefice, che conquista ben oltre i soli cattolici francesi. Eletto al soglio pontificio nel maggio 2025, Leone XIV si presenta come un papa connesso e attento all’ascolto di tutti.

    Qual è l’agenda del papa in Francia

    Leone XIV sarà a Parigi e in Île-de-France per due giorni, senza trovare il tempo per ricevere dalle mani di Emmanuel Macron i piani di restauro di Notre-Dame all’interno della cattedrale, secondo le informazioni di La Croix.

    Eppure il presidente francese ne aveva fatto richiesta. Dovrà accontentarsi di un colloquio con il pontefice al suo passaggio all’Eliseo, venerdì mattina. Leone XIV vi incontrerà “le autorità, la società civile e il corpo diplomatico” prima di recarsi all’Unesco.

    Il programma del papa è infatti fitto. Domenica è atteso a Lourdes, dove incontrerà a porte chiuse sette vittime di violenze sessuali nella Chiesa.

    Tra loro, un ex alunno dell’istituto, situato a poca distanza, di Notre-Dame de Bétharram.

    Nel 2024 più di 230 vittime hanno sporto denuncia per punizioni corporali e abusi sessuali in questa istituzione cattolica del Sud-Ovest della Francia.

    https://it.euronews.com/2026/09/22/papa-leone-xiv-in-francia-parigi-si-prepara-allarrivo-del-pontefice-ma-gli-occhi-son-punta