Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Le vittime di abusi sessuali nella Chiesa chiedono al Presidente di abolire la prescrizione.

    Le vittime di abusi sessuali nella Chiesa chiedono al Presidente di abolire la prescrizione.

    L’associazione Coração Silenciado, che rappresenta le vittime di abusi sessuali nella Chiesa cattolica , ha presentato una petizione al Presidente della Repubblica, António José Seguro, affinché promuova un’indagine sul tortuoso processo di risarcimento in corso , chiedendogli di porre fine alla prescrizione per questi casi.

    «Presenteremo una proposta per rivedere e verificare il processo di risarcimento e sostegno finanziario alle vittime di abusi sessuali nel contesto della Chiesa cattolica in Portogallo, perché crediamo che, dopo che l’intero processo si è svolto a porte chiuse, avviato e concluso autonomamente, spetti allo Stato effettuare una verifica, un controllo sull’intero svolgimento della vicenda», ha dichiarato a Lusa il portavoce dell’associazione, António Grosso.

    Dopo aver annullato, a luglio, un incontro a Belém perché desiderava essere ricevuta dal Presidente , l’associazione incontrerà venerdì António José Seguro, al quale consegnerà un dossier sul complesso processo di risarcimento.

    «Chiederemo allo Stato di assumersi le proprie responsabilità, perché è responsabile della tutela dei bambini e dei giovani», ma, «soprattutto, (lo Stato deve) procedere con una legislazione, a cominciare dall’abolizione del concetto di prescrizione per gli abusi sessuali sui minori» – come già avviene in altri Paesi.

    Per António Grosso, “ non possono esistere termini di prescrizione per gli abusi sessuali sui minori, perché il trauma non si estingue nella mente e nel corpo delle vittime ”.

    “È assurdo che esistano termini di prescrizione di 15 o 25 anni quando è risaputo, a livello pubblico e sociologico, che le vittime, nella maggior parte dei casi, rivelano i segreti degli abusi sessuali solo più di 30 o 40 anni dopo l’accaduto e quando finalmente riescono a parlarne, il reato dell’abusante è già prescritto”, ha affermato.

    Finora, secondo António Grosso, solo 57 persone hanno ricevuto il risarcimento annunciato, dopo una prima verifica di 512 testimonianze da parte della Commissione Indipendente, successivamente sostituita dal Gruppo VITA, una struttura con psicologi che ha valutato ogni denuncia caso per caso.

    «Rispetto alle 4,815 vittime che, secondo le stime della Commissione indipendente, avrebbero subito abusi nella Chiesa cattolica negli ultimi decenni, (…) il risultato finale è davvero esiguo», sottolinea.

    “Tutto ciò era già motivo sufficiente” perché lo Stato intervenisse, “poiché spetta allo Stato, a livello istituzionale, costituzionale e per tradizione, proteggere i bambini e i giovani”, ha affermato, ricordando che molti degli abusi si sono verificati in strutture ecclesiastiche dove i minori venivano inviati dai servizi statali/pubblici.

    «Lo Stato non disponeva di strutture proprie e mandava i bambini più vulnerabili in conventi, seminari e orfanotrofi, ma poi non garantiva la protezione necessaria e non c’era alcuna supervisione», sottolinea Grosso.

    L’associazione chiede pertanto al Presidente della Repubblica, «nella sua veste e nel suo potere di influenza, di poter sollecitare altri organi statali e l’organo sovrano che è l’Assemblea della Repubblica, (…) a considerare la possibilità di effettuare effettivamente una revisione e una verifica dell’intero processo».

    Per António Grosso, il processo di assegnazione dei risarcimenti finanziari ha contribuito alla “rivittimizzazione” delle persone, “con lunghi interrogatori delle vittime da parte di commissioni investigative, dove non avevano i diritti più elementari e non potevano essere accompagnate da nessuno”, davanti a “due o tre inquisitori” che “avevano tutto il potere sul processo”, per “calcolare il prezzo della nostra sofferenza”.

    Inoltre, ha affermato, “alle vittime è vietato visionare la relazione redatta su di loro e sulla loro vita, sulla base della quale è stato disposto il risarcimento finanziario”, sottolineando che ci sono casi che non sono andati avanti perché i fascicoli erano archiviati in Vaticano e/o riguardavano membri del clero di altre nazionalità.

    ” Ci sono troppi errori e incongruenze in tutto questo processo “, ha sostenuto.

    Ad aprile, il presidente uscente della Conferenza episcopale portoghese, il vescovo José Ornelas, ha stimato che le indagini interne sugli abusi, il sostegno alle vittime e i risarcimenti abbiano comportato una spesa totale per la Chiesa di 3 milioni di euro, con importi individuali compresi tra 9,000 e 45,000 euro.

    Sono in corso procedimenti giudiziari e indagini da parte della Procura della Repubblica, e il vescovo Ornelas ha affermato di sperare che “le istituzioni del Paese funzionino in modo che questa indagine possa essere condotta in modo imparziale e che le persone coinvolte possano essere convocate” dalle autorità.

    Fonte: LUSA

    https://www.portugalresident.com/it/Le-vittime-di-abusi-sessuali-nella-Chiesa-chiedono-al-presidente-di-abolire-la-prescrizione./

  • Lourdes: resteranno permanentemente coperti i mosaici di Rupnik della basilica – #rupnik #lourdes

    Lourdes: resteranno permanentemente coperti i mosaici di Rupnik della basilica – #rupnik #lourdes

    Santuario di Lourdes: con la visita di Papa Leone XIV forse accelera la proposta del vescovo mons. Micas per rimuovere definitamente i mosaici di Rupnik (EWTN, 21\08\2026).

    La testata francese La Depeche du Midi conferma: in occasione della Visita del Papa dal 25 al 28 settembre, Parigi, Lourde e Metz, nonché la Sede dell’UNESCO, il vescovo della diocesi Lourdes-Tarbes, mons. Jean-Marc Micas i discussi mosaici dell’ex gesuita Ivan Marko Rupnik saranno tutti coperti “rimarranno tali anche dopo la sua visita“. Per ora sola una parte di questi mosaici sono coperti. Tempo addietro il vescovo prese questa decisione per garantire l’accoglienza rispettosa e solidale di tutte le vittime di abusi e violenze sessuali, anche nella Chiesa.
    La copertura delle opere dell’ex gesuita sloveno, oggi sotto processo canonico per abusi sessuali su decine di donne in un arco di tempo decennale, ha seguito un percorso preciso all’interno del Santuario mariano.

    Nel mese di 2025 sono stati posizionati pannelli in alluminio rimovibili per oscurare i mosaici delle prime due porte laterali della Basilica del Rosario. ll provvedimento è stato esteso anche alle restanti porte d’ingresso decorate dall’artista. Inoltre il Santuario ha scelto di spegnere l’illuminazione dei mosaici durante le tradizionali processioni serali. Monsignor Micas ha espresso personalmente una preferenza per la rimozione definitiva delle opere, sebbene la questione.

    Qui la notizia in esclusiva di la Dépêche

    La visita di Papa Leone XIV a Lourdes: tutti i controversi mosaici di Marko Rupnik saranno coperti e “rimarranno tali anche dopo la sua visita”, afferma il vescovo.
    Si tratta di una misura definitiva adottata dal vescovo Jean-Marc Micas di Tarbes e Lourdes per garantire l’accoglienza di tutte le vittime.

    Articolo scritto da Clément Beaume

    https://www.ladepeche.fr/2026/08/20/exclusif-visite-du-pape-leon-xiv-a-lourdes-lintegralite-des-mosaiques-controversees-de-marko-rupnik-seront-recouvertes-et-le-resteront-apres-sa-venue-13514493.php?utm_source=chatgpt.com

  • L’Arcidiocesi di Quebec pagherà 31,5 milioni di dollari per chiudere una causa collettiva per abusi

    L’Arcidiocesi di Quebec pagherà 31,5 milioni di dollari per chiudere una causa collettiva per abusi

    L’Arcidiocesi di Quebec, in Canada, pagherà 31,5 milioni di dollari canadesi nell’ambito di un accordo extragiudiziale per risolvere una causa collettiva per abusi sessuali commessi da sacerdoti o laici in posizioni di autorità dal 1940 ad oggi. L’accordo è stato ratificato il 12 agosto scorso dalla giudice Danye Daigle, del Tribunale Superiore del Quebec, e prevede inoltre delle scuse formali della Chiesa alle vittime.

    L’approvazione giudiziaria apre ora la fase di assegnazione dei risarcimenti dopo diversi anni di procedimento. Prima di iniziare la distribuzione dei compensi, lo studio legale Dufresne Wee lancerà un ultimo appello affinché possano unirsi al processo altre persone che soddisfino le condizioni stabilite.

    La Chiesa del Quebec chiede perdono

    In un comunicato pubblicato il 14 agosto, l’Arcidiocesi ha indicato che i suoi responsabili accolgono favorevolmente la ratifica dell’accordo e ha riconosciuto che la fase di riparazione che inizia può aiutare le persone colpite a continuare «il loro cammino verso la pace e la guarigione».

    Il vescovo ausiliare e vicario generale del Quebec, monsignor Jean Tailleur, aveva già formulato pubblicamente le scuse durante la presentazione dell’accordo davanti al Tribunale Superiore il 30 luglio scorso.

    «Davanti alla sofferenza che portano con sé, le mie parole possono fare poco per alleviare o guarire», ha affermato Tailleur. «Tuttavia, c’è qualcosa che deve essere detto. A nome della Chiesa cattolica del Quebec, vorrei offrire loro le nostre più sincere scuse».

    L’accordo prevede proprio la consegna di una lettera di scuse, oltre al fondo economico destinato alle persone incluse nella causa.

    Abusi denunciati dal 1940 ad oggi

    Il procedimento comprende abusi sessuali attribuiti a sacerdoti e laici che esercitavano posizioni di autorità nell’ambito della diocesi del Quebec durante un periodo che si estende dal 1940 ad oggi.

    La causa collettiva è stata autorizzata giudizialmente nel 2022 ed è stata incorporando durante il suo iter nuove accuse e denuncianti. Tra i nomi che hanno raggiunto maggiore risonanza pubblica si trovano due ex o attuali arcivescovi del Quebec: i cardinali Gérald Lacroix e Marc Ouellet.

    In entrambi i casi è necessario distinguere le accuse incorporate nella causa collettiva dal risultato dei procedimenti o delle indagini condotte specificamente su di loro.

    Il caso del cardinale Gérald Lacroix

    Il nome del cardinale Gérald Lacroix, arcivescovo del Quebec, è apparso in un ampliamento della causa collettiva reso pubblico nel gennaio 2024. Una donna lo ha accusato di fatti presumibilmente avvenuti tra il 1987 e il 1988, quando lei aveva 17 anni.

    Il porporato ha negato categoricamente l’accusa e ha deciso di allontanarsi temporaneamente dalle sue attività pubbliche mentre si chiarivano i fatti.

    Leggi anche: Accusano di aggressione sessuale un cardinale canadese

    Francesco ha incaricato allora il giudice in pensione André Denis, ex membro del Tribunale Superiore del Quebec, di un’indagine canonica preliminare. Il rapporto è stato concluso il 6 maggio 2024 e successivamente consegnato al Pontefice.

    La Santa Sede ha comunicato che, alla luce dei fatti esaminati, l’indagine non aveva permesso di identificare alcuna condotta che potesse essere qualificata come cattiva condotta o abuso da parte di Lacroix e che, di conseguenza, non si prevedeva di aprire un procedimento canonico più approfondito.

    Leggi anche: Il Papa chiude l’indagine contro il cardinale Lacroix

    Pertanto, l’inclusione di Lacroix nella causa collettiva non deve essere confusa con una dichiarazione di responsabilità individuale. L’indagine specificamente incaricata da Roma sull’accusa formulata contro di lui si è conclusa senza che venisse aperto un processo canonico.

    Marc Ouellet è apparso anche nella causa

    Un altro dei nomi inclusi nel procedimento è stato quello del cardinale Marc Ouellet, arcivescovo del Quebec tra il 2002 e il 2010 e successivamente prefetto del Dicastero per i Vescovi.

    Nel 2022, una donna ha accusato Ouellet di comportamenti di natura sessuale presumibilmente avvenuti tra il 2008 e il 2010, quando lei svolgeva attività pastorali nella diocesi.

    La Santa Sede ha esaminato la denuncia e ha annunciato allora che non esistevano elementi sufficienti per aprire un’indagine canonica contro il cardinale. Ouellet ha respinto le accuse e successivamente ha intrapreso azioni legali per diffamazione contro la sua denunciante.

    La vertente civile di questo scontro è arrivata a giudizio nel Quebec nel marzo 2026. Durante il processo sono emerse inoltre testimonianze relative ad altri comportamenti del porporato. Tra questi, Ouellet ha riconosciuto di aver introdotto nel 2014 un biglietto da 50 dollari nello scollo del maglione di una donna durante un incontro, un gesto che ha definito «errore goffo» e al quale ha negato qualsiasi intenzione sessuale.

    Leggi anche: La battuta d’arresto nel processo del cardinale Ouellet: ammette come «errore goffo» l’introduzione di un biglietto da 50 dollari nello scollo di una donna

    Inizia ora il processo di risarcimento

    La ratifica dell’accordo non implica di per sé una dichiarazione di colpevolezza individuale rispetto a tutte le persone che sono state indicate nel corso del procedimento. Stabilisce, invece, il meccanismo attraverso il quale l’Arcidiocesi affronterà collettivamente le richieste comprese nell’accordo.

    Con la decisione della giudice Daigle può iniziare ora il processo di assegnazione dei compensi. Prima si aprirà un’ultima opportunità affinché altre persone che ritengono di aver subito abusi nell’ambito temporale e istituzionale stabilito possano richiedere la loro incorporazione.

    Una volta completata questa fase, inizierà la distribuzione dei 31,5 milioni di dollari canadesi tra i beneficiari secondo i criteri previsti nell’accordo.

    L’Arcidiocesi del Quebec affronta così la fase di riparazione di un procedimento che abbraccia più di otto decenni di denunce per abusi sessuali e che ha coinvolto sacerdoti, laici in posizioni di autorità e membri della gerarchia. L’approvazione giudiziaria indirizza il contenzioso verso la sua conclusione, sebbene debbano ancora essere completate l’incorporazione definitiva dei membri e l’assegnazione dei risarcimenti.

    https://infovaticana.com/it/2026/08/21/larcidiocesi-di-quebec-paghera-315-milioni-di-dollari-per-chiudere-una-causa-collettiva-per-abusi/

  • Abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica portoghese: la commissione d’inchiesta presenta i risultati dei primi tre mesi.

    Abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica portoghese: la commissione d’inchiesta presenta i risultati dei primi tre mesi.

    La commissione indipendente istituita a gennaio per indagare sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica portoghese ha già ricevuto 290 testimonianze valide da parte delle vittime e 16 casi sono già stati deferiti alla procura. In una conferenza stampa tenutasi oggi a Lisbona, è stato ribadito che il piano prevede di continuare a raccogliere testimonianze e denunce da parte di persone che hanno subito abusi durante l’infanzia e l’adolescenza fino alla fine dell’anno, momento in cui verrà redatta una relazione che sarà presentata alla Conferenza Episcopale Portoghese (CEP), la quale deciderà quali provvedimenti adottare.

    https://www.portugalresident.com/it/Rapporto-della-commissione-sugli-abusi-sessuali-all%27interno-della-Chiesa-cattolica-portoghese-sui-primi-tre-mesi/

  • Australia, l’ex vescovo di Broome Christopher Saunders condannato per abusi sessuali

    Australia, l’ex vescovo di Broome Christopher Saunders condannato per abusi sessuali

    Una delle vicende più gravi che hanno coinvolto negli ultimi anni la Chiesa cattolica australiana è arrivata a un punto decisivo.

    L’ex vescovo di Broome  Christopher Alan Saunders , 76 anni, è stato riconosciuto colpevole di  13 reati sessuali  al termine di un processo davanti al District Court del Western Australia. La giuria lo ha condannato per abusi commessi ai danni di due giovani uomini aborigeni tra il 2008 e il 2019.

    Tra i reati per i quali è stato dichiarato colpevole figura  un episodio di penetrazione sessuale senza consenso , oltre a dodici capi di imputazione relativi ad aggressioni indecenti e illegali.

    Saunders è stato invece assolto da altri sei capi d’accusa.

    Le feste nelle proprietà della Chiesa

    Durante il processo, l’accusa ha sostenuto che Saunders organizzasse feste caratterizzate da un forte consumo di alcol in proprietà appartenenti alla Chiesa cattolica a Broome.

    Secondo il procuratore Adam Ebell, quelle occasioni avrebbero consentito all’allora vescovo di avere accesso a giovani uomini aborigeni e di sfruttare il forte squilibrio di potere derivante dal proprio ruolo religioso.

    Ai partecipanti sarebbero stati offerti alcolici e sigarette acquistate con fondi della Chiesa e, secondo quanto emerso nel processo, durante alcune di quelle feste gli uomini presenti erano invitati a togliersi la maglietta.

    L’accusa ha sostenuto che Saunders avesse sviluppato un interesse sessuale verso giovani uomini aborigeni e che approfittasse delle occasioni disponibili per agire.

    Una delle vittime aveva 16 anni quando lo conobbe

    Uno dei principali denuncianti, la cui identità è protetta dalla legge, ha raccontato di aver conosciuto Saunders quando aveva circa  16 anni .

    Secondo la sua testimonianza, il rapporto avrebbe inizialmente assunto le caratteristiche di un processo di avvicinamento e manipolazione, con frequenti visite nella casa del vescovo e disponibilità di alcol.

    Gli abusi, secondo quanto riferito in aula, sarebbero poi proseguiti negli anni successivi e avrebbero compreso contatti sessuali non consensuali.

    Saunders ha sempre negato gli abusi

    Durante il processo, Saunders ha negato che le aggressioni sessuali siano mai avvenute.

    Il suo avvocato,  Tony Hager , aveva contestato l’attendibilità delle testimonianze, sottolineando i problemi di droga e alcol avuti nel corso della vita da alcuni denuncianti e sostenendo che tali circostanze potrebbero averne compromesso la memoria.

    La difesa non aveva negato l’esistenza di feste con consumo di alcol, ma aveva sostenuto che il comportamento dell’ex vescovo, per quanto potesse apparire insolito o inappropriato, non fosse di natura sessuale.

    La giuria ha però accolto una parte sostanziale della ricostruzione dell’accusa.

    Assolto da sei capi d’accusa

    Saunders era arrivato al termine del processo con 19 imputazioni sottoposte alla giuria.

    È stato dichiarato colpevole di 13 e assolto dalle restanti sei, comprese alcune accuse relative a un terzo denunciante.

    All’inizio del processo erano inoltre stati ritirati quattro capi d’accusa relativi a presunti reati contro un bambino di età inferiore ai 13 anni.

    Vescovo di Broome per quasi 25 anni

    Saunders è stato una delle figure più importanti della Chiesa cattolica nel nord-ovest dell’Australia.

    Ordinato sacerdote nella regione del Kimberley nel 1976, divenne vescovo di Broome nel 1996 e rimase alla guida della diocesi fino a quando si fece da parte nel 2020, dopo che le prime accuse di abusi erano diventate pubbliche.

    Papa Francesco accettò formalmente le sue dimissioni nel 2021.

    La diocesi di Broome copre un territorio enorme del Western Australia, caratterizzato da numerose comunità aborigene e da località estremamente isolate.

    L’inchiesta del Vaticano e la riapertura del caso

    Il caso Saunders ha avuto una storia investigativa particolarmente complessa.

    Le prime indagini della polizia del Western Australia erano state chiuse senza incriminazioni per insufficienza di prova.

    Successivamente il Vaticano avviò una propria indagine interna.

    Un rapporto di circa  200 pagine  venne poi consegnato alla WA Police, contribuendo alla riapertura dell’inchiesta penale che portò all’arresto e all’incriminazione di Saunders nel 2024.

    Uno dei più alti prelati australiani condannati

    La condanna di Saunders assume una particolare rilevanza per la Chiesa cattolica australiana.

    Se il verdetto non verrà annullato in appello, Saunders sarà uno dei più alti esponenti cattolici australiani condannati per abusi sessuali commessi mentre faceva parte del clero.

    Il precedente più noto resta quello del cardinale  George Pell , condannato nel 2018 ma successivamente assolto all’unanimità dalla High Court australiana nel 2020.

    La vicenda Saunders presenta quindi una situazione giuridica diversa: al momento la condanna è valida e l’ex vescovo attende la determinazione della pena.

    La Chiesa chiede perdono

    Dopo il verdetto, l’attuale vescovo di Broome,  Tim Norton , ha rivolto le proprie scuse alle vittime e alla comunità.

    Ha riconosciuto che le conseguenze della vicenda non riguardano soltanto coloro che hanno denunciato gli abusi polizia alla e testimoniato davanti al tribunale, ma anche le persone che avevano riposto fiducia nella leadership della diocesi e nella Chiesa.

    Sentenza il 21 settembre

    Dopo la lettura del verdetto, Saunders non ha chiesto di rimanere libero su cauzione.

    La pena verrà determinata dal tribunale il  21 settembre 2026 .

    Il processo si chiude così con una condanna pesantissima per un uomo che per quasi un quarto di secolo aveva rappresentato una delle massime autorità della Chiesa cattolica nel Kimberley.

    Ma per le vittime e per le comunità coinvolte, il verdetto rappresenta soprattutto la conclusione di un percorso iniziato molti anni prima, quando le prime accuse avevano cominciato ad emergere.

    Australia, l’ex vescovo di Broome Christopher Saunders condannato per abusi sessuali

  • Il Difensore Civico porta a 450 i fascicoli del sistema di riparazione per abusi nella Chiesa

    Il Difensore Civico porta a 450 i fascicoli del sistema di riparazione per abusi nella Chiesa

    L’Ufficio del Difensore Civico ha comunicato lunedì che l’Unità delle Vittime, creata nell’ambito del sistema di riconoscimento e riparazione per le vittime di abusi sessuali nell’ambito della Chiesa cattolica, sta attualmente analizzando 450 fascicoli. Di questi, 149 si trovano già nella fase di istruttoria, la fase finale della procedura in cui si determina il riconoscimento della condizione di vittima e, se del caso, la corrispondente riparazione.

    Secondo i dati forniti dall’istituzione, fino al 31 luglio l’Unità ha mantenuto colloqui personalizzati con 105 persone e ha respinto quattro richieste ritenendo che non rientrassero nell’oggetto di lavoro stabilito nel Protocollo firmato il 30 marzo 2026 tra la Conferenza Episcopale Spagnola (CEE), la Conferenza Spagnola dei Religiosi (CONFER), il Governo e il Difensore Civico.

    La cifra rappresenta un incremento rispetto all’ultimo bilancio diffuso dall’istituzione alla fine di maggio, quando l’Unità ha comunicato di stare analizzando 317 fascicoli.

    Avanza l’istruttoria dei primi fascicoli

    Il sistema di riconoscimento e riparazione ha iniziato a funzionare il 15 aprile scorso, una volta costituita l’Unità delle Vittime, integrata da professionisti indipendenti specializzati in vittimologia, psicologia, criminologia e altre discipline giuridiche. Da allora, riceve le richieste inviate dall’Unità di Istruttoria del Ministero della Presidenza, Giustizia e Rapporti con le Corti.

    Il Protocollo stabilisce che, dopo aver studiato ogni caso e ascoltato le parti coinvolte, l’Unità deve elaborare una proposta di riconoscimento o di diniego della condizione di vittima entro un termine massimo di tre mesi. Tale termine può essere prorogato di un mese aggiuntivo quando si verifichi un volume straordinario di richieste o i fascicoli presentino una particolare complessità.

    I 149 fascicoli che sono già passati alla fase di istruttoria si trovano nel tratto finale della procedura, in cui si stabilisce sia il riconoscimento della condizione di vittima sia la riparazione che, se del caso, spetta.

    Riparazioni simboliche, riparative ed economiche

    Il Protocollo contempla diverse modalità di riparazione. Queste possono essere di carattere simbolico o riparativo, mediante il riconoscimento istituzionale, l’accompagnamento alle vittime o la richiesta di scuse. Prevede inoltre riparazioni economiche destinate a compensare il danno causato e le spese derivanti dal trattamento di possibili conseguenze fisiche e psicologiche.

    Nel presentare il funzionamento di questo sistema, il Difensore Civico, Ángel Gabilondo, ha sottolineato che l’obiettivo della procedura è «recuperare la persona e riparare i danni» e ha affermato che «non è un mero iter burocratico oggettivante ma una procedura flessibile, personalizzata, professionale e umana».

    https://infovaticana.com/it/2026/08/04/il-difensore-civico-porta-a-450-i-fascicoli-del-sistema-di-riparazione-per-abusi-nella-chiesa/

  • Muore senza essere stato indagato Ricardo Yesquén, uno dei sacerdoti di Chiclayo denunciato per abusi davanti a Prevost

    Muore senza essere stato indagato Ricardo Yesquén, uno dei sacerdoti di Chiclayo denunciato per abusi davanti a Prevost

    La notizia del suo decesso è stata diffusa martedì dai media locali di Ferreñafe, località nella cui parrocchia di Santa Lucía figurava come vicario parrocchiale secondo i registri diocesani. La Diocesi di Chiclayo non ha emesso per il momento alcun comunicato ufficiale.

    Una denuncia che non è mai stata indagata

    Secondo la documentazione del caso a cui ha avuto accesso InfoVaticana, i fatti attribuiti a Yesquén risalgono al 2006, quando il sacerdote, allora di 39 anni, avrebbe imposto baci di carattere libidinoso a una minore di 10 anni nella casa parrocchiale di La Victoria (Chiclayo), in episodi che si sarebbero ripetuti per almeno un anno. La denunciante è Ana María Quispe, che anni dopo ha reso pubblica la sua storia dopo aver constatato che le sue denunce alla Chiesa non producevano alcun effetto.

    Nella stessa casa parrocchiale conviveva con Yesquén il sacerdote Eleuterio Vásquez Gonzales, il noto «padre Lute», denunciato dalle stesse vittime per fatti di estrema gravità: le testimonianze descrivono trasferimenti di bambine di 9 e 11 anni, con il pretesto di presunte attività missionarie, in un alloggio isolato nella sierra di Ferreñafe, a sei ore dalle loro case, dove il sacerdote pernottava da solo con loro in un unico letto e compiva sfregamenti di carattere sessuale. Come ha riconosciuto pubblicamente l’allora amministratore apostolico Guillermo Cornejo, Vásquez arrivò ad ammettere i fatti.

    La prima notitia criminis su Yesquén arrivò all’allora vescovo di Chiclayo, Robert Prevost, nel marzo 2020, tramite una telefonata della vittima. Il canone 1717 del Codice di Diritto Canonico obbliga l’Ordinario ad aprire d’ufficio un’indagine preliminare davanti a qualsiasi notizia verosimile di reato. La risposta che la denunciante riferisce di aver ricevuto fu l’invito a rivolgersi alla via civile, che in Perù si era prescritta da anni. In sede canonica, invece, il reato non era prescritto: il termine è di vent’anni contati dalla maggiore età della vittima, e il Dicastero per la Dottrina della Fede può inoltre dispensarlo. Nessuna indagine fu aperta.

    Nell’aprile 2022, le tre denuncianti furono ricevute da Prevost nel vescovado. Su Yesquén, secondo la loro testimonianza, il vescovo comunicò loro che il sacerdote si trovava «in depressione» e allontanato dalle sue funzioni, per cui non si procedeva ad alcuna azione. I registri pubblici offrono un’altra immagine: nel giugno 2020, cinque mesi dopo la prima denuncia, Yesquén portava il ciborio con il Santissimo in processione pubblica per Chiclayo; le pubblicazioni ufficiali della diocesi lo mantengono come vicario parrocchiale di Santa Lucía de Ferreñafe almeno fino a gennaio 2023; e risulta la sua presenza alla Messa Crismale del 2023, come riconosciuto da un sacerdote diocesano in una conversazione registrata.

    Contro Yesquén non fu mai emanata alcuna misura cautelare. Contro Vásquez, il decreto di Prevost dell’aprile 2022 impose sì misure, ma il suo contenuto, letto integralmente dall’istruttore del caso davanti alle vittime e rivelato da questo mezzo, si limitò a due restrizioni: la cessazione dal suo ufficio di parroco di Ciudad Eten e il divieto di confessare. Non fu sospeso dal ministero pubblico, e di fatto risulta graficamente che continuò a celebrare messa, persino concelebrando insieme al vescovo nella cattedrale.IMG 20260723 WA0001 753x600

    Esistono inoltre fotografie diffuse sui social network, datate 12 gennaio 2023, in cui l’allora vescovo Prevost appare in una celebrazione di compleanno insieme a Yesquén, vestito da chierico, e altri sacerdoti della diocesi: quasi tre anni dopo la prima denuncia e nove mesi dopo la seconda.

    Un’incapacità dichiarata e mai accertata

    IMG 20260723 WA0000 616x600Quando il caso trapelò sui media peruviani alla fine del 2023, la diocesi spiegò che Yesquén si trovava «in precarie condizioni di salute», in una casa di riposo, e che non sarebbero stati formulati capi d’accusa contro di lui. Nel settembre 2024, un comunicato ufficiale precisò che il sacerdote soffriva di una «grave malattia degenerativa» che gli impediva di difendersi, «per cui non si può aprire un procedimento contro di lui», e aggiunse che «da anni non esercita il ministero sacerdotale», affermazione che contrasta con i registri diocesani del 2023 precedentemente citati.

    Tale incapacità non fu mai accertata davanti alle vittime mediante perizia medica indipendente, come prevedono i canoni 1574 e 1577. Nell’ottobre 2025, le denuncianti chiesero formalmente al Dicastero per la Dottrina della Fede l’inserimento nel fascicolo della documentazione clinica di Yesquén: un referto medico del 2020 che attestasse l’incapacità dichiarata e un altro aggiornato che determinasse la sua situazione. La richiesta non ha ottenuto risposta.

    Le vittime non accettano la chiusura fasulla del caso

    La morte di Yesquén estingue la possibilità di un processo contro la sua persona, ma non risolve il caso. Le vittime sostengono che né questo esito né la soluzione data al fascicolo di Vásquez —chiuso nel 2025 senza giudizio né sentenza sul merito mediante la dispensa dallo stato clericale richiesta dallo stesso sacerdote e firmata da Leone XIV, nonostante l’esplicita richiesta delle denuncianti che la causa giungesse alla sua conclusione— costituiscono chiusure conformi al diritto, e che sussiste integra la responsabilità per il modo in cui entrambi i fascicoli furono gestiti: l’omissione del dovere di indagare che il canone 1717 impone all’Ordinario, l’insufficienza delle misure cautelari, il rinvio reiterato a una via civile prescritta e il diniego di accesso alla documentazione che si mantiene dal 2022. La normativa pontificia vigente —da Vos estis lux mundi a Come una madre amorevole— contempla la negligenza delle autorità ecclesiastiche davanti a denunce di abusi come condotta di per sé sanzionabile.

    Non si tratta solo della valutazione delle denuncianti. Lo stesso delegato istruttore del caso, Giampiero Gambaro, qualificò davanti alle vittime l’indagine preliminare istruita sotto Prevost come «una presa in giro», «molto mal fatta», con «molti errori» e «molta superficialità».

    A oggi, le vittime mantengono costanti azioni legali, in sede canonica e civile, per far sì che il caso prosegua e si faccia giustizia: richieste di accesso al fascicolo, istanze di esecuzione di atti istruttori mai compiuti e scritti elevati a diverse istanze della Santa Sede. La risposta, da mesi, è un silenzio tombale da parte delle diverse istituzioni interpellate.

    La tesi della «cospirazione» che non regge

    Da quando il caso ha raggiunto rilevanza internazionale con l’elezione di Leone XIV, si è tentato di presentarlo come il frutto di un’operazione del Sodalicio de Vida Cristiana o di settori «ultraconservatori» contro il Papa. È la tesi raccolta nella biografia autorizzata del Pontefice firmata da Elise Ann Allen e replicata da media come El País o Religión Digital, che hanno preferito concentrare l’attenzione sui presunti interessi di chi informa del caso piuttosto che sui fatti documentati del fascicolo.

    Questa versione non resiste al confronto con quanto accertato: le denunce del 2020 e del 2022 sono molto anteriori a qualsiasi contesto di conclave; i fatti e le omissioni sono documentati in registri ufficiali, comunicati diocesani e registrazioni degli stessi responsabili ecclesiastici del fascicolo; e la negligenza dell’istruttoria è stata riconosciuta dall’istruttore designato dall’attuale diocesi. Le vittime, che hanno già esposto la loro situazione con una lettera a Papa Francesco nell’ottobre 2024, non fanno parte di alcuna cospirazione: reclamano, attraverso i canali legali della stessa Chiesa, ciò che chiedono dal primo giorno —verità, un’indagine reale e accesso al proprio fascicolo—, e il caso dovrebbe procedere per questa via.

    Lo scorso marzo, Vásquez è riapparso pubblicamente in una celebrazione parrocchiale a Chiclayo accompagnato dal sacerdote Edward Tocto, canonista che ha esercitato come suo avvocato difensore nel processo, attuale vicario giudiziario aggiunto della diocesi e persona di nota vicinanza personale con Robert Prevost fin dai suoi anni a Chiclayo.

    Con la morte di Yesquén, nessuno dei due sacerdoti denunciati sarà mai comparso davanti a un tribunale, canonico o civile. Le questioni che le vittime mantengono aperte davanti alla Santa Sede restano, tutte, in attesa di risposta.

    https://infovaticana.com/it/2026/07/23/muore-senza-essere-stato-indagato-ricardo-yesquen-uno-dei-sacerdoti-di-chiclayo-denunciato-per-abusi-davanti-a-prevost/

     

  • Drogava le vittime e le violentava in parrocchia: sacerdote condannato a 52 anni

    Drogava le vittime e le violentava in parrocchia: sacerdote condannato a 52 anni

    AGI – Il sacerdote di Malaga accusato di aver drogato e abusato sessualmente di quattro donne tra il 2014 e il 2018, atti che avrebbe filmato e che sono stati scoperti dalla sua compagna su un computer nella casa che condividevano a Melilla, è stato condannato a 52 anni di carcere dal Tribunale provinciale di Malaga. L’imputato, 35 anni, noto come Padre Fran, è stato riconosciuto colpevole di quattro capi d’accusa di violenza sessuale, tre dei quali con penetrazione, e quattro capi d’accusa di divulgazione di informazioni private, entrambi di natura continuativa, secondo la sentenza, ottenuta dall’agenzia EFE.

    La dinamica delle aggressioni e il valore delle prove video

    Il giudizio della Corte sull’assoluto disprezzo della dignità umana

    https://www.agi.it/estero/news/2026-07-09/spagna-sacerdote-condannato-abusi-37940396/

  • Denunciato da 5 donne, il cardinale di Rabat si autosospende

    Denunciato da 5 donne, il cardinale di Rabat si autosospende

    Cinque donne lo accusano di condotta sessuale inappropriata, il Vaticano ha aperto un’indagine e il cardinale Cristobal Lopez Romero, originario della Spagna ma arcivescovo di Rabat in Marocco, ha deciso di dimettersi temporaneamente, almeno fino a quando si farà chiarezza sulla vicenda.

    Tutto è partito da una inchiesta dell’Afp ha rivelato che almeno cinque donne lo hanno accusato di condotta sessuale inappropriata.

    Il cardinale respinge ogni addebito. L’Afp ha raccolto la testimonianza di una donna e ha inoltre esaminato una dichiarazione scritta di un’altra donna, presentata alla Nunziatura Apostolica, la rappresentanza diplomatica vaticana nella capitale marocchina. Si accusa il cardinale spagnolo, salesiano, settantaquattrenne, di comportamenti “inappropriati”; un approccio da cui la donna afferma di essere riuscita a sottrarsi, seppure con difficoltà. Una fonte interna alla diocesi ha inoltre riferito di essere stata informata che almeno altre tre donne avevano denunciato di essere state vittime di “episodi analoghi”.

    Il cardinale ha deciso di informare direttamente sulla situazione attraverso un comunicato che è stato rilanciato dai media vaticani: “Al termine di un anno pastorale fruttuoso, la nostra Chiesa di Rabat si trova ad affrontare un evento difficile. Sono accusato di comportamento inappropriato nei confronti di donne adulte. Questa situazione ha indotto la Chiesa ad avviare un’indagine preliminare”. L’indagine è “nelle mani della Chiesa Cattolica Romana”, spiega il porporato spagnolo, originario di Almeria, assicurando la sua collaborazione. E proprio per non ostacolare tale inchiesta, il cardinale spiega: “Mi asterrò dal presiedere celebrazioni pubbliche e dal partecipare ad attività pastorali”.

    López Romero si rivolge ai fedeli: “Confido nella vostra comprensione”. E aggiunge: “Questo evento è fonte di turbamento per tutti noi”. Come arcivescovo, si dice “pienamente consapevole delle difficoltà che sta causando e dei legittimi interrogativi che può sollevare in tutti”. Da qui la decisione che “i membri della comunità diocesana ne siano informati immediatamente”.

    L’arcivescovo di Rabat aveva accolto Papa Francesco nel suo viaggio apostolico in Marocco nel marzo del 2019. Nell’ottobre dello stesso anno Bergoglio aveva deciso di crearlo cardinale. A maggio 2025 era nel toto-nomi del futuro Papa, dopo la morte di Bergoglio, nel conclave in cui è stato eletto Leone XIV.

    Originario dell’Europa, con una lunga esperienza in America Latina, univa, con il suo ministero in Marocco, la Chiesa di diversi continenti. Lopez Romero in quei giorni pre-conclave scherzava con i giornalisti ricordando il proverbio “chi entra Papa esce cardinale”.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2026/07/07/denunciato-da-5-donne-il-cardinal-lopez-romero-si-fa-da-parte_cc0ec8b5-e900-41f9-ae12-1aacb06948bc.html

  • Rhode Island, valanga di cause contro la diocesi: riemergono decenni di abusi e insabbiamenti

    Rhode Island, valanga di cause contro la diocesi: riemergono decenni di abusi e insabbiamenti

    La diocesi cattolica romana di Providence si trova nel pieno di una tempesta giudiziaria senza precedenti: solo nel primo giorno utile, mercoledì, sono state depositate 33 cause a livello statale e almeno una denuncia federale che accusano sacerdoti, diaconi e funzionari ecclesiastici di abusi sessuali risalenti fino al 1958. È l’effetto immediato della nuova legge approvata a giugno dall’Assemblea Generale, che ha aperto una finestra di prescrizione fino al 30 giugno 2028, consentendo alle vittime di riaprire casi da tempo bloccati. La norma modifica radicalmente il precedente limite: prima, le vittime potevano denunciare fino ai 53 anni.

    Ora, chiunque abbia subito abusi può intentare causa contro istituzioni come la diocesi, indipendentemente dall’età. Il nuovo contesto legislativo arriva dopo la pubblicazione, a marzo, del rapporto di 282 pagine del procuratore generale Peter Neronha, che documenta decenni di violenze e insabbiamenti. Secondo il rapporto, 72 sacerdoti e diaconi sono stati accusati in modo credibile; solo 14 erano ancora in vita. Tra le cause presentate mercoledì, spiccano storie che attendono giustizia da oltre mezzo secolo. Un uomo di circa 70 anni, oggi residente a Westerly, sostiene di essere stato abusato ripetutamente da Monsignor Bernard J. Lennon negli anni ’50.

    Un’altra denuncia riguarda Monsignor John Ferry, accusato di aver abusato di un quattordicenne nel 1964. La denuncia federale, presentata dallo studio Grant & Eisenhofer, riguarda invece Monsignor Roland Lepire, accusato di aver abusato di almeno sei ragazzi tra il 1975 e il 1980. Gli avvocati sottolineano che molte vittime sono cresciute come cattolici devoti e chiedono solo “piena trasparenza e responsabilità”. Secondo Mike Quinn, il suo studio ha già preparato almeno 130 denunce contro la diocesi. Durante il dibattito legislativo, alcuni parlamentari hanno sollevato dubbi sulla costituzionalità della riapertura dei termini, ma la legge è stata approvata con modifiche.

    https://ladiscussione.com/449950/esteri/diocesi-providence-abusi/