Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: abusatori

  • La versione di Pedro Salinas, peruviano, giornalista e sopravvissuto al Sodalicio.

    La versione di Pedro Salinas, peruviano, giornalista e sopravvissuto al Sodalicio.

    Perù, 27 aprile 2025 – Dalla metà del 2018, seguiamo da vicino gli abusi sessuali commessi da leader religiosi cattolici in Perù, in seguito al caso Sodalicio, denunciato dai giornalisti Pedro Salinas e Paola Ugaz attraverso la pubblicazione Metà monaci, metà soldati (Planeta, 2015).

    Da allora, abbiamo osservato che la reazione della ormai defunta Società di vita apostolica di diritto pontificio, soppressa da papa Francesco, è stata quella di stigmatizzare e screditare i suoi denuncianti. Questo comportamento continua ancora oggi da parte di alcuni dei suoi ex membri, che aspirano a essere reintegrati o rifondati sotto un nome diverso da un futuro papa.

    Queste campagne diffamatorie non sono più limitate ai giornalisti, alle vittime o alle istituzioni attiviste, ma sono ora dirette contro le autorità ecclesiastiche che hanno partecipato alle indagini o al processo decisionale precedente alla sua liquidazione.

    Ad esempio, negli ultimi anni alcune persone hanno subito attacchi informatici e sono state vittime di sistematiche campagne ostili da parte di persone vicine al Sodalitium, attraverso gli stessi organi di informazione che ora “accusano” il cardinale Robert Prevost. Ciò è ampiamente documentato nel libro Sin noticias de dios (2022) di Pedro Salinas, legato alla nostra associazione.

    A questo proposito, non possiamo trattenerci dal denunciare quello che consideriamo parte di un assedio deliberato basato su narrazioni inventate, volte a demonizzare i “nemici” del Sodalicio. Ci dispiace quindi che un’organizzazione che rispettiamo e ammiriamo, la SNAP, fondata da Barbara Blaine, sia inconsapevolmente caduta in un simile gioco.

    Il ruolo svolto dal cardinale Prevost nella storia della caduta del Sodalicio è stato cruciale ed è narrato dettagliatamente nell’ultimo libro di Salinas, La verdad nos hizo libres (Dibattito, 2025), dove svela quella che è stata una vendetta contro una delle persone che hanno contribuito attivamente allo scioglimento del Sodalicio, mettendo al centro le vittime.

    Nel caso di Padre James Ray, non fu Robert Prevost a consentirgli di risiedere nel convento agostiniano di St. John Stone, a Hyde Park, Chicago. Ad accoglierlo è stato il superiore locale, che tra l’altro aveva molta esperienza nel campo specifico delle persone con problemi psicologici, compresi i casi di abusatori sessuali.

    È vero che la comunità non era informata della presenza di Padre Ray, ma egli fu sottoposto a un regime rigido per tutto il tempo (non ebbe mai accesso o contatto con i bambini durante il suo soggiorno lì) e a quel tempo, nel 1999, la pratica stabilita dalla Carta di Dallas del 2002 non era ancora in vigore.

    Per quanto riguarda i casi accaduti in Perù, sono stati scoperti innumerevoli volte dai giornalisti che hanno seguito da vicino la vicenda. Si tratta di una vecchia denuncia, risalente alla fine del 2023, che accusava gravemente due sacerdoti predatori nell’arcidiocesi di Chiclayo. È stato dimostrato che la partecipazione di Prevost a questo caso è stata forzata per rovinare la sua immagine. Secondo informazioni comprovate, Prevost ha depositato le denunce nell’aprile 2022 e, in seguito a un’indagine della diocesi, Prevost stesso ha inviato il fascicolo al Dicastero per la Dottrina della Fede il 21 luglio dello stesso anno. Il caso è ancora lì e rimane aperto.

    Ciò è dimostrato anche nel libro The Truth Set Us Free, pubblicato di recente. Le “accuse” contro Prevost sono state motivate da terze parti vicine al Sodalitium, e in particolare dall’ex Sodalita espulso dal Papa, Alejandro Bermúdez, oltre, ad esempio, a The Pillar, Infovaticana e, tra gli altri, Damian Thompson. La versione opposta, che si è rivelata quella vera, può essere trovata su media più specializzati, come il portale spagnolo Religión Digital (18/09/24) o il nordamericano Crux (20/09/24), tra molti altri.

    Pedro Salinas, peruviano, giornalista e sopravvissuto al Sodalicio.

  • I sopravvissuti agli abusi denunciano l’omertà in Italia, il 3,2% sono chierici abusatori

    I sopravvissuti agli abusi denunciano l’omertà in Italia, il 3,2% sono chierici abusatori

    La rete italiana di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, Rete L’Abuso, ha dichiarato martedì che in Italia c’è ancora troppa “omertà” nei confronti dei preti predatori e che circa il 3,2% dei chierici sono abusatori.

    Le reti di sopravvissuti in Italia e all’estero hanno affermato che il defunto Papa Francesco ha fatto più dei suoi predecessori per affrontare la crisi degli abusi che ha sconvolto la Chiesa globale, ma ancora troppo poco.

    “Ci sono enormi lacune legislative in Italia, ad esempio non c’è l’obbligo di denuncia, mentre le gerarchie non hanno affatto rispettato gli appelli di Papa Francesco” contro la pedofilia, ha affermato il presidente di Rete L’Abuso, Francesco Zanardi, in una conferenza stampa promossa dai familiari delle vittime di preti pedofili alla vigilia del conclave per scegliere il successore di Francesco.

    https://www.ansa.it/english/newswire/english_service/2025/05/06/abuse-survivors-decry-omerta-in-italy-3.2-clerics-abusers-3_86056f39-59ed-4c27-bde4-af59999bbce5.html

  • INVITO – Conferenza stampa 6 maggio ore 11 presso Stampa estera in Italia

    INVITO – Conferenza stampa 6 maggio ore 11 presso Stampa estera in Italia

    Martedì 6 maggio ore 11 presso la Sala Stampa dell’Associazione della Stampa estera

    1. Analizzeremo i vuoti legislativi che hanno impedito l’applicazione in Italia delle direttive e delle norme promulgate da Papa Francesco.
    2. Presentazione del database iCODIS, i dati nazionali, regionali e provinciali sugli abusatori, gli abusati. L’annuario dal 2000 a oggi, numeri davvero elevati soprattutto in assenza di una commissione di inchiesta governativa. Oggi la cosiddetta punta dell’iceberg conta in Italia più di 1000 preti offender, 4500 sopravvissuti con una incidenza percentuale del 3,32% ma ciò che di più preoccupa sono i casi mai arrivati alla Giustizia italiana.
    3. Proiezione di un breve video (6 min.) con le dichiarazioni di alcuni familiari delle vittime del Coordinamento Famiglie della Rete L’ABUSO.
    4. L’eredità di Papa Francesco, cosa aspetta al nuovo pontefice?
    5. Livello dell’informazione in Italia

    Introduce

    • Francesco Zanardi – Presidente della Rete L’ABUSO

    Interverranno

    • L’avvocato Mario Caligiuri – Osservatorio Permanente Rete L’ABUSO
    • L’avvocato Eleanna Parasiliti – Difensore Antonio Messina (caso don Rugolo mons. Gisana)
    • Antonio Messina – Vittima don Giuseppe Rugolo
    • Pierelisa Rizzo – ANSA
    • Monica Sansoni – Garante per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza Regione Lazio
    • Federico Tulli – Giornalista

    L’evento è fissato per martedì 6 maggio ore 11 presso la Sala Stampa dell’Associazione della Stampa estera Palazzo Grazioli, Via del Plebiscito, 102, 00186 Roma RM

    Info e accrediti

    accrediti@retelabuso.org

    Cell. 3927030000

    In streaming su ASSOCIAZIONE DELLA STAMPA ESTERA

     

  • La Scomunica – Episodio 1: Parole e fatti

    La Scomunica – Episodio 1: Parole e fatti

    Perché Papa Francesco ha coperto i peggiori scandali sessuali della Chiesa mentre in pubblico prometteva la massima intransigenza?

    Cosa c’è dietro il suo supporto al gesuita Marko Ivan Rupnik, il più famoso artista sacro vivente che per trent’anni ha molestato donne senza conseguenze, celebrato e riverito da tutti?

    Nel maggio del 2020 padre Rupnik viene addirittura scomunicato dal dicastero per la Dottrina della fede: ha assolto in confessione il complice, cioè la donna vittima di abusi che la Chiesa considera, appunto, complice.

    Nel giro di pochi giorni la scomunica viene revocata. E c’è solo una persona che può prendere una decisione così importante: papa Francesco in persona, amico di Rupnik, gesuita come lui.

    Quel favore all’amico è l’ultima goccia in un vaso di scandali. In questa nuova inchiesta seguiamo il filo del caso Rupnik per raccontare le omertà e le complicità di una Chiesa ossessionata dal sesso nella quale il potere è cementato dall’omertà, e gli scandali per abusi servono solo a regolare i conti tra fazioni in lotta.

    In questo primo episodio iniziamo l’indagine al centro de La Scomunica: cosa è stato il caso Rupnik e perché la Chiesa in scandali grandi come questo, e in tanti altri più o meno noti, pensa a proteggere gli abusatori e non le vittime? Come funziona la teologia degli abusatori che tentano di dare basi teologiche alle proprie violenze?

    Dopo il successo de La Confessione, una nuovo lavoro di giornalismo investigativo sul tema degli abusi nella Chiesa firmato da Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn

    La produzione di questo podcast è sostenuta dalle abbonate e dagli abbonati alla newsletter Appunti dove potete leggere le inchieste di Federica Tourn e gli approfondimenti dei temi trattati nel podcast.

    Poiché nessun editore vuole parlare di questo tema, abbiamo lavorato da soli, sostenendo i costi di questo progetto. Se vuoi contribuire puoi farlo sostenendo Appunti o con una donazione per il podcast sulla piattaforma di crowdfunding Go Fund Me

    https://appunti.substack.com/p/la-scomunica-episodio-1-parole-e

  • Il caso Spotlight italiano: cosa emerge dall’inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa di Bolzano

    Il caso Spotlight italiano: cosa emerge dall’inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa di Bolzano

    Anna (nome di fantasia) aveva 7 anni quando fu abusata per la prima volta dal suo insegnante di religione. Il sacerdote lo faceva sia con lei che con altre compagne di classe: se le accomodava sul grembo, le toccava nelle parti intime, le costringeva a sfiorargli il membro. Anna raccontò tutto alla madre, che andò subito a denunciare il prete alla direzione della scuola. Poi però, stranamente, la signora accettò di firmare una dichiarazione scritta in cui affermava che l’episodio non era grave e che non era stato commesso con cattivi intenti.

    Questi fatti risalgono ai primi anni Settanta. Oggi, mezzo secolo dopo, si viene a sapere che su quella madre, descritta come «una donna buona e credente», erano state esercitate «pressioni della Curia vescovile volte a indurla a relativizzare le molestie e non approfondire ulteriormente la questione».

    Il sacerdote, da parte sua, continuò a fare l’insegnante per altri vent’anni. Dopo il suo pensionamento, un’altra ragazza si presentò alla Diocesi accusandolo di aver molestato lei e altre bambine ai tempi delle scuole elementari. Il prete nel frattempo era andato ad abitare in una casa dove vivevano anche famiglie con figli piccoli. L’unico provvedimento che fu preso dalla Chiesa fu trasferirlo in un’altra struttura residenziale.

    La vicenda è tra quelle ricostruite nel Rapporto di 613 pagine, pubblicato lo scorso 20 gennaio, sugli abusi sessuali commessi da sacerdoti della Diocesi di Bolzano e Bressanone negli ultimi sessant’anni. Si tratta dell’indagine indipendente più approfondita promossa finora all’interno della Chiesa cattolica italiana.

    Commissionata dalla stessa Diocesi, la ricerca è stata condotta dallo studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl di Monaco di Baviera – che dal 2010 si occupa di abusi sessuali interni alla Chiesa – con il contributo dello studio associato Kofler Baumgartner & Partner di Brunico.

    Gli avvocati hanno setacciato gli archivi della Curia, esaminando più di mille fascicoli e interrogando una ventina di testimoni. La Diocesi è stata informata delle risultanze solo al momento della pubblicazione finale. Ebbene, tra il 1964 (anno in cui la diocesi ha assunto il suo assetto attuale) e il 2023 (anno in cui il rapporto è stato commissionato) nel territorio clericale di Bolzano e Bressanone sono stati individuati 67 casi di presunti abusi sessuali commessi da 41 sacerdoti e sono state contate 75 possibili vittime. Ma, avvertono i relatori, questa è solo la punta dell’icerberg: nel sommerso potrebbe nascondersi «un numero ampiamente maggiore, forse addirittura esorbitante» di casi.

    Vite distrutte
    «Si sapeva, ma si taceva», ammette il vescovo Ivo Muser, in carica dal 2011, in un lungo comunicato di scuse, autocritica e propositi di cambiamento. «Per preservare la propria reputazione e quella della Chiesa – si batte il petto il monsignore – si è rinunciato a compiti e responsabilità. E può accadere di nuovo, se abbassiamo lo sguardo. Chiedo perdono ai soggetti coinvolti, alle comunità parrocchiali, ai sacerdoti accusati e ai fedeli della nostra diocesi per le mie mancanze come vescovo, assumendomene ogni responsabilità».

    Il rapporto è un viaggio indietro nel tempo dentro storie oscure. A metà degli anni Novanta, Marco (nome di fantasia) aveva 12 anni e faceva il chierichetto. Era il «coccolo» del parroco, ma presto le attenzioni del prelato nei suoi confronti si trasformarono in qualcosa di indicibile: prima palpeggiamenti nelle parti intime, poi anche rapporti sessuali con penetrazione. Marco si è tenuto tutto il dolore dentro per venti interminabili anni, poi ha trovato la forza di rivolgersi al Centro di ascolto della Diocesi e ha iniziato un percorso di terapia a spese della Curia che l’ha portato a stare meglio.

    Non è andata così per Carlo (nome di fantasia), abusato da quello stesso prete quando era già maggiorenne. Anche lui ha dovuto attendere anni prima di riuscire a confidare a qualcuno cosa aveva dovuto subire: a quel punto, la sua famiglia ha preso contatti con il sacerdote-orco per chiedergli un indennizzo, ma per Carlo è stato come rivivere il trauma. Il peso della sofferenza è diventato insopportabile, fino alla decisione estrema di togliersi la vita.

    Sono tre i suicidi tra le vittime di abusi documentati nel rapporto commissionato dalla Diocesi altoatesina.

    In controtendenza rispetto a quanto è stato scoperto in altre realtà indagate (ad esempio la Germania), nel territorio di Bolzano e Bressanone la maggioranza delle violenze dei preti (68%) si è concentrata su persone di genere femminile. O meglio, bambine: delle 51 femmine abusate, 50 erano minorenni al momento del primo abuso; cinque di loro avevano tra gli 0 e i 7 anni e 26 tra gli 8 e i 14.

    Anche tra i maschi il primo abuso è avvenuto generalmente negli anni dell’infanzia o dell’adolescenza: su 18 casi individuati dal team che ha svolto l’indagine, uno riguardava un bambino di età tra gli 0 e i 7 anni, cinque erano nella fascia tra gli 8 e i 14, due in quella tra i 15 e i 16 e nove erano ragazzini 17enni.

    Impuniti
    Nel rapporto realizzato su mandato della Diocesi di Bolzano e Bressanone non figurano mai le generalità dei sacerdoti accusati né quelle delle presunte vittime delle loro violenze. Si fanno solo i nomi dei vertici della Curia che nel corso degli anni hanno seguito le singole vicende. Quasi sempre con un approccio gravemente omertoso.

    Don Andrea (nome di fantasia) ha abusato di bambine tra i 7 e i 12 anni per mezzo secolo a partire dagli anni Sessanta. Ha svolto il suo sacerdozio presso dieci sedi diverse all’interno della diocesi e in sette di queste si sono levate accuse di molestie nei suoi confronti. Ma ogni volta i vertici della Chiesa locale si limitavano a intervenire trasferendolo in un’altra parrocchia. Negli anni Novanta l’allora vicario generale Josef Michaeler respinse gli addebiti rivolti al prete definendo il suo un «comportamento maldestro». Solo una decina d’anni fa il chierico è stato quantomeno costretto a ritirarsi a vita privata.

    L’impunità di cui spesso hanno goduto gli abusatori in abito talare è un altro tema centrale, in questa sconvolgente inchiesta. «Solo pochissimi casi di sospetto abuso – scrivono i relatori – sono stati effettivamente oggetto di interventi ai sensi del diritto canonico. Stando a quanto si evince dagli atti, nella stragrande maggioranza dei casi i dirigenti diocesani non hanno nemmeno fatto considerazioni teoriche su possibili sanzioni o sull’avvio di procedimenti canonici. In singoli casi, si sono meramente limitati ad annunciare conseguenze, nel senso di minacce a vuoto poi mai tradottesi in realtà».

    In particolare, sono documentate appena due pene canoniche, tre provvedimenti disciplinari e una formale indagine canonica, mentre in undici casi la Curia non è andata oltre superficiali colloqui col sacerdote accusato o con altre fonti. «Nella maggior parte dei casi – si legge nel report – il chierico in questione veniva semplicemente trasferito o mandato (provvisoriamente) in pensione, senza però escludere la possibilità di una successiva reintegrazione nella cura pastorale».

    L’ordinamento giuridico italiano non prevede nessun obbligo di denuncia a carico dei sacerdoti che vengano a conoscenza di abusi sessuali commessi da altri prelati (anche se in certe situazioni potrebbero configurarsi ipotesi di concorso in reato o di favoreggiamento). Le linee guida della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) stabiliscono un mero obbligo morale di segnalare questi casi alla competente Procura della Repubblica. Da circa un anno, tuttavia, in Alto Adige vigono regole più stringenti: la Diocesi di Bolzano e Bressanone, infatti, ha concordato con le autorità giudiziarie locali – inclusa la Procura dei minorenni – delle specifiche linee guida che impongono l’obbligo di denuncia.

    Italia vs Europa
    La Diocesi altoatesina, con il suo pur tardivo attivismo, è una mosca bianca nel panorama clericale italiano.

    Negli ultimi quindici anni la Chiesa cattolica di mezza Europa ha preso atto del problema degli abusi sessuali commessi da prelati. La Conferenza Episcopale Tedesca ha commissionato a un consorzio interdisciplinare di ricerca un rapporto che nel 2018 ha portato alla scoperta di almeno 1.670 sacerdoti abusatori per un totale di 3.677 vittime nell’arco di 68 anni.

    La Chiesa francese nel 2019 ha istituito una commissione indipendente che due anni dopo ha fatto emergere 216mila casi di violenze per mano di preti. A quel punto, si è attivata anche la Conferenza Episcopale Portoghese, che ha fatto svolgere un’indagine analoga da cui è uscita una stima di circa 4.300 vittime. Nel 2023 è stata la volta della Chiesa spagnola, che con uno studio indipendente è arrivata a un bilancio di 2.056 persone abusate da esponenti del clero.

    E la Cei? L’assemblea permanente dei vescovi italiani si sta muovendo più a rilento. Negli ultimi anni ha pubblicato due studi, condotti dall’Università Sacro Cuore sulla base dei dati della rete territoriale dei servizi diocesani, che sono relativi però ad archi temporali molto ristretti. Dalle indagini è emerso che tra il 2020 e il 2021 sono stati segnalati 68 sacerdoti che avrebbero abusato di 89 persone, mentre nel 2022 sono stati registrati 32 presunti abusatori e 54 presunte vittime.

    Tre anni fa, durante la conferenza stampa di presentazione del primo di questi due studi, la Cei aveva affermato che tra il 2000 e il 2022 erano giunte alla Chiesa 613 segnalazioni di violenze. La Conferenza Episcopale Italiana ha dato mandato all’Università di Bologna e all’Istituto degli Innocenti di Firenze di indagare sul periodo 2001-2021: i risultati dovrebbero essere pronti per l’inizio del prossimo anno.

    Vuoti legislativi
    Peraltro, un lavoro di tracciamento degli abusi commessi dai prelati italiani esiste già. Lo ha svolto la Rete l’Abuso, associazione che riunisce le vittime di preti pedofili. Basandosi su atti di procure e tribunali civili, l’associazione ha contato dal 2010 a oggi 332 sacerdoti presunti abusatori, di cui 164 condannati in via definitiva e 168 tra indagati e condannati in primo o secondo grado. Il totale delle vittime censite arriva invece a 1.576.

    Il fondatore della Rete l’Abuso è Francesco Zanardi, 55 anni, che si presenta come un «sopravvissuto» alle violenze sessuali di un prelato. Parlando con TPI, Zanardi definisce «apprezzabile» il lavoro svolto dalla Diocesi di Bolzano e Bressanone: «Ma è una goccia nel mare», osserva. E, comprensibilmente, è assai diffidente rispetto alle iniziativa di supporto prestate dalla Curia alle vittime di molestie: «Chiediamoci – riflette – come non sentiamo mai nessuna vittima ringraziare la Chiesa per il sostegno ricevuto».

    Ma il portavoce della Rete l’Abuso punta il dito anche contro lo Stato italiano, che, a suo dire, con le sue leggi non farebbe abbastanza per prevenire e contrastare gli abusi. «L’obbligo di denuncia – fa notare – nel nostro Paese è limitato solo ai pubblici ufficiali. Questo fa sì che il cittadino che denuncia un abuso di cui è a conoscenza, se non è in possesso di una prova certa o dimostrabile, assai difficile da produrre per il cittadino comune, rischia di andare incontro a una contro-querela per calunnia».

    Uno strumento utile per prevenire le violenze sessuali sui minori sarebbe il certificato anti-pedofilia previsto dalla Convenzione di Lanzarote del 2007, ratificata dall’Italia con la legge 172 del 2012, alla quale il Vaticano peraltro non ha aderito: questo documento attesta l’assenza di condanne definitive a proprio carico per reati legati allo sfruttamento sessuale dei minori ed è richiesto a chi lavora a contatto con bambini o adolescenti. Ma, rileva Zanardi, «il legislatore italiano ha sollevato dall’esibizione l’intera categoria del volontariato, oltre al clero», con la conseguenze che, ad esempio, chi presta servizio come istruttore volontario in una società sportiva giovanile può tenere nascosti eventuali precedenti giudiziari per reati come la violenza sessuale su minore.

    Come intervenire
    Come è evidente, non solo dal rapporto realizzato in Alto Adige ma anche dai fatti di cronaca venuti a galla in tutto il mondo negli ultimi vent’anni, non siamo davanti a casi isolati: quello delle violenze sessuali commesse da esponenti del clero è un fenomeno che riguarda un intero sistema nel suo complesso.

    Gli autori dell’indagine svolta nel territorio bolzanino hanno identificato una serie di «carenze sistemiche» che sarebbero alla radice di questi abusi. Viene citata, ad esempio, una diffusa immaturità sessuale tra i prelati, che deriverebbe a sua volta dalla formazione ricevuta in seminario, dove il processo di sviluppo della propria sessualità viene di fatto interrotto tra i 18 e i 20 anni, quando non si è ancora completato. Altri possibili fattori scatenanti sono individuati nell’isolamento dei sacerdoti, nelle strutture di alleanza maschile che si instaurano tra essi e nella carente cultura dell’errore negli ambienti della Chiesa.

    «Concordo pienamente con questa analisi», dice a TPI don Gottfried Ugolini, responsabile per la Diocesi di Bolzano e Bressanone del Servizio specialistico per la prevenzione e la tutela dei minori da abusi sessuali e da altre forme di violenza: «Noi sappiamo che solo il 15% delle persone che abusano sono pedofili secondo la classificazione delle patologie internazionali: ciò vuol dire che la stragrande parte di coloro che abusano sono persone immature a livello psico-affettivo sessuale, che non sanno gestire le proprie emozioni». E secondo don Ugolini incidono anche «l’immagine del sacerdote, che viene messo sul piedistallo rispetto ai laici»,«l’uso dell’autorità in modo inappropriato» e il «sistema chiuso della Chiesa, un sistema tra maschi che provoca talvolta atteggiamenti di omertà».

    Il Servizio di prevenzione guidato da don Ugolini è stato istituito dalla Diocesi bolzanina nel 2010, un anno spartiacque nella storia recente della Chiesa cattolica, specialmente in quella di lingua tedesca. Tra gennaio e marzo di quell’anno, infatti, esplose lo scandalo degli abusi perpetrati per decenni nel collegio religioso Canisius di Berlino: sull’onda di quelle rivelazioni, le denunce si moltiplicarono in tutta la Germania, in Austria, con un effetto domino poi in tutta Europa.

    La Curia di Bolzano e Bressanone decise di intervenire istituendo un centro di ascolto a cui le vittime di violenze sessuali possono rivolgersi via telefono o e-mail. Se queste lo desiderano, viene fissato anche un colloquio di persona. Le vittime vengono informate del loro diritto di segnalare alle autorità civili gli abusi e la Diocesi mette a loro disposizione cento ore di terapia psicologica.

    Dal 2010 a oggi oltre 100 persone si sono rivolte al centro. E la presentazione del recente Rapporto curato dagli avvocati di Monaco e Brunico ha spinto in sole due settimane un’altra decina di persone a farsi avanti.

    Alla luce dell’indagine che ha squarciato il velo su una parte degli orrori degli ultimi sessant’anni, il vescovo Muser ha disposto un’intensificazione delle misure di contrasto alle molestie. «Dobbiamo fare tutto il possibile per alleviare la sofferenza delle vittime, riconoscere le ingiustizie avvenute e prevenire nuove sofferenze», ha dichiarato il monsignore.

    Saranno istituiti due gruppi di esperti, interni ed esterni alla diocesi, incaricati l’uno di proporre al vescovo quali eventuali provvedimenti adottare nei confronti dei vescovi accusati ancora in vita e l’altro di elaborare nuove linee guida per le procedure interne da seguire in caso di segnalazioni di abusi. Verranno inoltre differenziati i rispettivi compiti del centro di ascolto, del servizio di intervento e del servizio di prevenzione. Infine, c’è il proposito di dare maggior spazio alle donne nelle posizioni dirigenziali della Curia (dove già oggi comunque quattro uffici su nove a guida femminile).

    «I bambini e i giovani vittime di abusi sono rimasti invisibili o sono stati resi tali», ammette il vescovo Muser: «I colpevoli sono stati trasferiti, come si dice, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Famiglie, parrocchie e comunità coinvolte nel dolore sono state semplicemente trascurate come vittime e lasciate a sé stesse. Anche nelle famiglie e nelle parrocchie ci si rifiutava di guardare». L’indagine sugli abusi, promette il monsignore, «non è un passo intermedio, né un obiettivo parziale che offre l’occasione per fare una pausa, ma un compito che ci impone di continuare a lavorare con tutte le nostre forze. Dobbiamo fare tutto il possibile per alleviare la sofferenza delle vittime, riconoscere le ingiustizie avvenute e prevenire nuove sofferenze».

    Dopo la pubblicazione del Rapporto sugli abusi sessuali nella Diocesi di Bolzano e Bressanone, TPI ha rivolto alcune domande alla Conferenza Episcopale Italiana. Risponde Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei. 

    La Cei come commenta i risultati del Rapporto altoatesino, che mette in luce gravi omissioni da parte della Chiesa?
    «Anche un solo caso di abuso nella Chiesa sarà sempre troppo, sia che riguardi casi attuali sia che riguardi casi avvenuti nel passato. Vi è dolore, vergogna e consapevolezza delle conseguenze devastanti che gli abusi commessi da sacerdoti hanno sulle vittime, sui loro familiari e su tutta la Chiesa stessa. Ogni azione di chiarificazione deve essere considerata con attenzione per un reale rinnovamento ecclesiale in materia di tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, dalla prevenzione al perseguimento deciso degli abusi in tutte le loro forme». 

    Ad avviso della Cei, i casi di abusi sessuali ad opera di chierici vanno trattati come singoli episodi isolati o rientrano in un fenomeno di carattere sistemico?
    «Alla luce dei dati provenienti dallo studio del fenomeno a livello mondiale non si può parlare di singoli episodi isolati. Attenzione, però, a non creare confusione con tale affermazione: ciò non significa che tutti i chierici sono abusatori. Il singolo caso si inserisce all’interno di un quadro completo da analizzare. La Chiesa sta agendo con solerzia e ponendosi in rete con tutte le altre istituzioni della società civile. Le statistiche aiutano a capire che il problema è sistemico nella società. In questo senso va compresa anche la rete di tutela attivata nella Chiesa italiana: persegue a livello ecclesiale l’attuazione di modelli preventivi situazionali scientificamente riconosciuti che mirano a generare ambienti ecclesiali sicuri, mediante sensibilizzazione culturale, formazione specifica iniziale e permanente, vigilanza, percorsi chiari per la segnalazione presso i centri di ascolto diocesani o interdiocesani. Nel triennio 2020-22, anche in pandemia con il blocco delle attività pastorali, si sono formate quasi 23mila persone, sacerdoti, religiosi/e e laici/laiche. Per quanto attiene i centri di ascolto, chiunque può segnalare ad essi abusi in ambienti ecclesiali, venire accolto e accompagnato nell’individuare i bisogni di cui necessitano ad esempio circa le procedure e le prassi per la denuncia degli abusi e la tutela dei minori e le indicazioni circa i professionisti competenti in maniera (psicologi, medici, operatori del diritto…). A tutti coloro che segnalano un presunto abuso viene sempre ricordato che la segnalazione all’autorità ecclesiastica non si sostituisce né contrappone alla segnalazione alla competente autorità civile, che, anzi viene sempre incoraggiata».

    Dopo i due rapporti pubblicati nel 2022 (relativo al biennio 2020-21) e nel 2023 (relativo al 2022), la Cei intende realizzare un più approfondito lavoro di indagine sugli abusi nella Chiesa, andando a “scavare” più indietro nel tempo?
    «Anzitutto vorrei precisare che le rilevazioni attuate sulla rete territoriale dei servizi diocesani e regionali e dei centri di ascolto non sono e non saranno mai lo studio storico sugli abusi nella Chiesa italiana. Le rilevazioni sono il monitoraggio della Safeguarding Policy di cui la Chiesa italiana si è dotata con le Linee Guida del 2019 e che trova concretizzazione nelle attività di servizi per la tutela regionali e diocesani e dei Centri di ascolto. Lo studio sul fenomeno degli abusi nella Chiesa italiana sta avvenendo attraverso un altro percorso metodologico e scientificamente rigoroso. È lo studio pilota sui casi di abuso sessuali commessi da chierici e trattati in sede istituzionale ecclesiale nel periodo 2001-2021. È stato affidato a due enti terzi e indipendenti, il Centro per la vittimologia e la sicurezza dell’Università di Bologna e l’Istituto degli Innocenti di Firenze. La scelta dell’anno non è casuale: dal 2001, infatti, la normativa canonica ha avuto importanti innovazioni che hanno reso più organico il trattamento dei casi. Si è appena conclusa la fase sperimentale in cui è stato testato lo strumento di ricerca, si sta aprendo la fase analitica estesa a tutte le diocesi italiane. Si concluderà con la fase sapienziale, di assunzione ecclesiale delle risultanze della fase analitica condotta dagli enti terzi e indipendenti, prevista per la fine del 2025, inizio 2026. È l’inizio di un percorso, studio pilota appunto, che partendo dai dati emersi in sede ecclesiale mira ad affinare criteri per ulteriori ricerche, estese nel tempo e nel metodo, fino ad arrivare ad intercettare il sommerso. Non sarà lasciato nulla di intentato per conoscere la fenomenologia, apprestare strumenti di verità e giustizia e affinare sempre meglio la prevenzione e la promozione di ambienti ecclesiali sicuri».

    https://www.tpi.it/cronaca/abusi-sessuali-chiesa-bolzano-bressanone-inchiesta-202502211166348/

  • Scandalo abusi in Francia, tema che interpella le chiese

    Scandalo abusi in Francia, tema che interpella le chiese

    Scandalo abusi in Francia. Mediapart riporta la notizia della sospensione temporanea e precauzionale di Élian Cuvillier, professore e direttore di master presso l’Istituto protestante di teologia (IPT) di Montpellier e Parigi, da parte della Chiesa protestante unita di Francia (EPUdF). La decisione è arrivata dopo le segnalazioni di ex studentesse, che lo accusano di aver sfruttato la sua posizione. Secondo Mediapart, l’EPUdF aveva ricevuto una prima segnalazione già nel 2021, ma solo dopo l’adesione alla Commissione riconoscimento e riparazione della Chiesa cattolica nel 2024 ha deciso di intervenire. Il professore, noto nel mondo protestante e già coinvolto in studi sulla prevenzione degli abusi nella Chiesa, non ha risposto alle richieste di commento della testata. Tre ex studenti, riporta ancora il quotidiano indipendente che ha raccolto queste testimonianze, hanno descritto un ambiente segnato da paura e pressioni psicologiche. Chi ha rifiutato le avances di Cuvillier racconta che lui sarebbe diventato freddo e minaccioso. Un’ex studentessa riferisce di aver subito avvertimenti su possibili conseguenze per il suo rifiuto. Un altro sostiene che la sua candidatura al pastorato sia stata bloccata.

    Si parla molto di abusi nella chiesa cattolica, si è parlato dello scandalo nella chiesa anglicana, qualche notizia inizia ad arrivare anche in ambito protestante, dalla Germania, dalla Svizzera e ora dalla Francia.

    È presto per dire qualcosa su come evolverà la questione, ma c’è da dire che il tema resta di attualità, se consideriamo le cronache sugli abusi sessuali e la trasversalità del fenomeno, in tutti i ceti sociali, in tutti i Paesi e in tutte le religioni.

    In molti, troppi casi, gli abusatori restano al loro posto, o vengono reintegrati, silenzio e omertà accompagnano le loro carriere. A volte, la reputazione nelle chiese e nelle Università può essere immacolata, si riconosce la qualità del lavoro di ricerca, il loro valore intellettuale. Come bisognerebbe comportarsi dopo una denuncia, dopo una segnalazione, o dopo una assoluzione? In che modo vanno gestite le indagini interne e come si accertano i fatti? Come tutelare le persone? Carol Hanisch nel 1970 ci ha insegnato che “il personale è politico”. Siamo ancora qui. “Le violazioni dei diritti umani delle donne compiute in nome della famiglia, della religione e della cultura sono state occultate dalla santità della sfera cosiddetta ‘privata’ ed i perpetuatori di tali abusi godono di un’immunità che fa sì essi non debbano rispondere delle loro azioni”, scrivevano Charlotte Bunch e Samantha Frost nel saggio sui diritti umani delle donne. Era il 2001.

    Sul caso in Francia, abbiamo interpellato la pastora metodista Mirella Manocchio, presidente della Federazione delle donne evangeliche in Italia (FDEI) e la pastora e teologa valdese Letizia Tomassone, coordinatrice dei corsi di Studi femministi e di genere presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma.

    Mirella Manocchio: «Quanto emerso nell’IPT di Montepellier, come in altri casi eclatanti del mondo protestante e altrove, come pure il caso Pelicot in Francia alcuni mesi fa, ci dicono – se ce ne fosse ancora bisogno – che il fenomeno investe tutte le nazioni, ogni strato sociale ed ogni ambito della vita.

    Le nostre chiese, che per troppo tempo hanno ritenuto di avere i giusti anticorpi, devono prendere atto che la realtà è differente e che pertanto, proprio a partire dalle nostre chiese, è necessaria una reale presa di coscienza e un lavoro capillare che porti ad un profondo cambiamento mentale e culturale nella costruzione dei rapporti umani; rapporti che brutalmente – la cronaca e la politica – ci dicono strutturati sulla sperequazione, sul dominio, sull’aggressività.

    Se vogliamo davvero operare questo cambiamento che porti i nostri rapporti, le nostre relazioni nell’ordine del Vangelo, credo sia necessario partire dai più giovani: le Scuole Domenicali e i gruppi di Catechismo possono essere formidabili strumenti di evoluzione in tal senso!

    Ma che dire allora del fatto che nelle scuole italiane non si riesce a introdurre in modo strutturale corsi sull’eduzione sessuale e all’affettività? E che fine faranno quei fondi che sarebbero stati stanziati a tal fine? È sconcertante la risposta che viene da un imbarazzato Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento, il quale ha affermato che ‘i 500mila euro stanziati dalla legge di bilancio per promuovere corsi di educazione sessuale ed affettiva, saranno invece utilizzati per formare gli insegnanti delle scuole medie e superiori sui temi della prevenzione delle infertilità’.

    Anche questo approccio del governo e della politica a questo problema sociale va dolorosamente tenuto presente quando noi cerchiamo di impegnarci nel dar vita a dinamiche relazionali improntate alla equanimità, all’amore nella libertà e nel rispetto reciproco, quando ci spendiamo per contribuire alla formazione di individui credenti consapevoli e responsabili».


    Letizia Tomassone: «Negli ambiti religiosi si mescola autorevolezza spirituale e esercizio di potere. Tanto più allora bisogna essere attenti e attente alle implicazioni personali nel rivestire un ruolo di pastore, insegnante, anziano di chiesa.

    Una riflessione continua su di sé e una formazione continua è quanto chiedono le studentesse e gli studenti della Facoltà teologica di Strasburgo, a seguito delle denunce e delle sospensioni di insegnanti in diversi istituti protestanti francesi. L’ultimo, con la sospensione di un professore piuttosto noto dell’IPT di Montpellier che avrebbe scambiato assegnazioni di posti lavorativi in prova con favori sessuali.

    I protocolli sulle chiese come luoghi sicuri ormai da qualche anno ci sono, anche in Italia. Tuttavia, ancora manca una cultura del rispetto mentre le relazioni sembrano ripetere modelli di maschilità aggressiva a fronte di un femminile supino e accondiscendente. Manca una cultura dei diritti e dell’uguaglianza. Manca una cultura evangelica, in cui sì e no esprimono la verità, e non ci si nasconde dietro le apparenze o i ruoli.

    Assistiamo sgomente alla sfilata di personaggi che popolano questa galleria dove il servizio diventa potere, potere anche spirituale sui soggetti che ti sono affidati.

    Sembra che la riflessione portata avanti con coraggio dalle donne cattoliche non sia stata considerata nella chiesa protestante, con un senso di superiorità che denunciava all’origine degli abusi l’obbligo del celibato. ‘Noi non siamo così…’, si sosteneva. Invece purtroppo sì, perché il male è più profondo, si chiama maschilità tossica, relazioni disuguali tra i generi, sessualità intesa come appropriazione dell’altro, dell’altra.

    Ora siamo, forse, lo speriamo, costretti e costrette a guardare diritto nel male che devasta le relazioni tra uomini e donne».

    Da Nev – Notizie evangeliche

    Scandalo abusi in Francia, tema che interpella le chiese

  • Preti pedofili, a una diocesi americana sono costati 31 milioni di dollari

    Preti pedofili, a una diocesi americana sono costati 31 milioni di dollari

    L’accordo è stato annunciato appena due giorni dopo che Papa Francesco ha nominato un nuovo vescovo per la diocesi, monsignor Richard F. Reidy. Papa Francesco ha mostrato in numerose occasioni uno zelo maggiore contro la pedofilia nella Chiesa rispetto ad altri pontefici prima di lui.

    https://www.agi.it/estero/news/2025-02-14/stati-uniti-diocesi-cattolica-paga-31milioni-dollari-per-vittime-pedofilia-30024628

  • Il “coraggio di guardare” che manca alla Cei: il rapporto indipendente sugli abusi a Bolzano

    Il “coraggio di guardare” che manca alla Cei: il rapporto indipendente sugli abusi a Bolzano

    42115 BOLZANO-ADISTA. “Il coraggio di guardare” era già un titolo che faceva sperare: il progetto avviato, unico e assolutamente inedito in Italia, nel 2023 dalla diocesi di Bolzano-Bressanone per affrontare gli abusi sessuali perpetrati dal clero partiva proprio dalla necessità di conoscere la realtà per capirla e superarla, e di affidare questo compito a un organismo indipendente, super partes (v. Adista Notizie n. 41/23). L’approccio adottato, del resto, da mezzo mondo, l’unico in grado di garantire trasparenza e di sottrarre al campo scuro dell’omertà e delle protezioni una realtà i cui protagonisti, i sopravvissuti, o, come vengono qui chiamati, le “persone offese”, o “coinvolte”, sono stati sempre ignorati e non creduti.

    Un progetto interamente finanziato dalla diocesi che il 20 gennaio scorso ha visto concludersi la sua prima parte, la consegna di un corposo rapporto di indagine di oltre 600 pagine (scaricabile da tinyurl.com/5eznks89) al vescovo mons. Ivo Muser e al vicario generale mons. Eugen Runggaldier, dopo una conferenza stampa di presentazione. Autori del rapporto, elaborato in un anno di lavoro, gli avvocati dello studio legale Westphal, Spilker e Wastl di Monaco di Baviera, già impegnati in un lavoro analogo nella diocesi di Aachen (Acquisgrana, 2020) e nella stessa Monaco (2022), che hanno lavorato in collaborazione con lo studio di Brunico Kofler Baumgartner & Partner , che ha offerto assistenza sul piano delle specificità linguistiche, culturali e giuridiche locali. A Monaco, lo studio legale aveva coinvolto Joseph Ratzinger per questioni di gestione dei casi all’epoca in cui era arcivescovo della città (v. Adista Notizie n. 3 e 4/22 Adista online 23, 24 e 26 gennaio 2022) e aveva dato conto dell’abisso di clericalismo, protezione istituzionale e fallimento della leadership.

    Il progetto altoatesino triennale – portato avanti con con l’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana (IADC), presieduto da p. Hans Zollner, che ha dato vita all’idea del progetto in occasione di un incontro informativo nel marzo 2022 a Bolzano – si presentava già innovativo: «Il concetto va oltre gli approcci e le forme precedenti di rilevazione della realtà degli abusi in ambito ecclesiale», si leggeva sul sito della diocesi. Oltre ai criteri sociostorici, quelli del diritto canonico e del diritto civile «necessari per l’indagine e l’elaborazione e orientati verso le vittime e gli abusatori», il progetto percorre «una nuova via», con l’intenzione di avviare, «attraverso una visione per il futuro, un completo processo di trasformazione organizzativa». Dunque coinvolgimento in contemporanea di esperti interni (per promuovere «l’accettazione interna e includere le competenze interne») ed esterni (che «devono garantire un’attuazione trasparente e scientificamente responsabile del progetto»).

    I numeri e le cause sistemiche

    Non sono le cifre e i dati percentuali l’aspetto più interessante del rapporto, che pure occorre dare.

    Gli avvocati, il 20 gennaio, hanno sottolineato come il quadro che emerge sia soltanto una parte dell’emerso, e dunque la punta della punta dell’iceberg. Hanno scelto di non ricorrere a proiezioni, come avvenuto invece in Francia, «perché – si legge nel testo – si offrirebbe il fianco alle critiche di coloro che notoriamente tendono a smontare le indagini condotte nell’ambito degli abusi sessuali allo scopo di screditare, in generale, gli sforzi compiuti per fare luce e chiarezza in questo settore». Una frecciata alla CEI, che ha sempre screditato il lavoro francese, ma anche a papa Francesco, che non ha mai voluto incontrare la francese Commissione Ciase. E non è l’unica: il quadro che emerge, scrivono gli avvocati tedeschi, evidenzia «la chiara esistenza di lacune sistemiche nettamente riconosciute e ampiamente descritte. Non è quindi possibile affermare di trovarsi di fronte a casi isolati disgiunti dal sistema». Come è noto, la CEI e il suo presidente, il card. Matteo Zuppi, rifiutano che si parli di cause sistemiche e continuano a fare riferimento a “casi isolati”.

    Su mille fascicoli esaminati grazie all’accesso al Centro di ascolto diocesano (nato ben 15 anni fa, mentre nel resto d’Italia hanno visto la luce intorno al 2020-21, e nemmeno dappertutto), agli archivi diocesani, dei Seminari, di varie istituzioni legate alla Chiesa, nel periodo dal 1964 – data di creazione dell’attuale diocesi di Bolzano-Bressanone – al 2023, emergono 67 «quadri di possibili aggressioni sessuali» che hanno coinvolto 75 persone. Si parla in 59 casi di «abusi in prevalenza probabili o dimostrati» a cui si aggiungono, sempre per quanto riguarda le persone offese, 16 casi che «risultano ancora non chiariti». E qui, un’anomalia rispetto al resto del mondo: il 68% di queste persone sono di sesso femminile, e l’abuso di sarebbe svolto quando avevano dagli 8 ai 14 anni. È noto infatti come, a livello tendenziale generale, più bassa è l’età degli abusati, maggiore è la percentuale dei maschi. Qui è il contrario, per cause che gli esperti dovranno studiare. Anche sul fronte degli abusatori c’è qualche sorpresa: 41 i preti coinvolti («29 per i quali le accuse mosse sono dimostrabilmente vere o altamente probabili. Rispetto ad altri 12 chierici, le accuse formulate non hanno potuto essere invece giudicate con il necessario grado di certezza», si legge nel rapporto). La loro età, al momento degli abusi, è più bassa di quanto emerga in altri analoghi rapporti, concentrando nel gruppo più folto (29%) la fascia di età compresa tra i 28 e i 35 anni.

    Un dato interessante è che, se è vero che la gestione degli abusi è migliorata a partire dal 2010, data dell’esplosione in Germania dello scandalo che in questo territorio ebbe molte ripercussioni e data dell’istituzione del Centro di ascolto diocesano, la metà di questi 67 casi erano già noti alle istituzioni prima di quella data. Un segno della mancata volontà di fare chiarezza e di gravi ed evidenti carenze sistemiche.

    Ed è proprio lo studio di queste carenze la parte più interessante di questo studio, nel quale si è scelto di fare nome e cognome dei responsabili istituzionali (vescovi e vicari generali), illustrati nei loro comportamenti nella gestione dei casi, comportamenti del tutto mancanti o non scevri da errori.

    Correzioni cosmetiche

    Il rapporto esamina diffusamente le cause sistemiche: «Ignorare le cause sistemiche – si legge nel rapporto – porta a una revisione solo apparente dei fatti»; «senza un’analisi delle cause sistemiche risulta a priori impossibile formulare raccomandazioni valide e appropriate che consentano effettivamente di eliminare le precarietà e inadeguatezze segnalate e non limitarsi a mere correzioni cosmetiche e di superficie». Tra di esse vengono citate una sessualità immatura e mancanza di strategie di gestione della propria sessualità; la sopraffazione derivante dagli obblighi di servizio, tendenze all’isolamento e mancanza di un ambiente sociale stabile al di fuori della sfera clericale; la pedofilia in sé, che però non appare qui come causa maggioritaria.

    Tra le cause sistemiche della copertura e cattiva gestione da parte dei responsabili, la tabuizzazione e connotazione negativa della sessualità nell’etica della Chiesa e conseguente perplessità e inettitudine; il clericalismo e sistemi di alleanze maschili, che sfociano in sfociò in una sorta di “mentalità di barricamento” e in tendenze a serrare le file di fronte ai tentativi di riesame critico dell’operato e al necessario sanzionamento dei responsabili; il disinteresse per gli effetti sulle persone abusate e il timore di uno scandalo; il Diritto penale canonico, dal momento che è emerso come per la maggior parte non fosse sufficiente la consapevolezza della rilevanza e del carattere vincolante delle norme giuridiche e che lo stesso diritto (penale) canonico presenta «in misura considerevole carenze che ostacolano gli interventi volti a far chiarezza sulle vicende». La mancanza di apposito controllo può influenzare le decisioni con considerazioni estranee all’oggetto e alla materia, non di rado anche da simpatie o antipatie personali. Si parla anche di mancanza della cultura dell’errore, che «si manifesta in particolare nell’incapacità o nella non volontà dei responsabili diocesani a riconoscere come tali e correggere i propri errori o le decisioni errate prese dai propri predecessori. Questo atteggiamento ha gravi ripercussioni che minano fortemente non solo la fiducia nell’istituzione, ma anche la protezione delle parti lese». Come nel “caso 5” illustrato, esempio lampante di questa non-cultura dell’errore, si permise a molti dei sacerdoti accusati plausibilmente di abusi di continuare a rimanere indisturbati in servizio. Il “caso 5” venne trasferito di parrocchia in parrocchia per una decina di volte in 50 anni, perpetrando abusi con certezza in 7 delle destinazioni. Tra le cause sistemiche delle coperture, cui è dedicato ampio spazio, viene indicata anche la durata del mandato episcopale, sostanzialmente a tempo indeterminato. Stante un’eccessiva lunghezza del mandato, si consolidano «a livello amministrativo peculiarità operative e conseguenti critici sviluppi tali da lasciare sempre più inascoltate eventuali critiche». È poi citato il fondamentale fraintendimento della presunzione di innocenza che, da garanzia limitata ai procedimenti penali che esige che il soggetto sospettato non venga trattato come colpevole in assenza di prove, non esclude tuttavia la possibilità di procedere penalmente, in presenza di un dato sospetto, e nemmeno di adottare misure volte a scongiurare un pericolo. E invece viene erroneamente intesa dalla Chiesa e invocata per non prendere provvedimenti a carico del prete accusato: «È già di per sé curioso che la Chiesa, altrimenti restia ad integrare i principi del moderno Stato di diritto definiti dalla filosofia giuridica e solitamente pronta a rivendicare la propria autonomia e differenza dallo Stato, non mostri difficoltà di accettazione, quando a beneficiarne possano esserne i propri chierici», nota il rapporto.

    Il rapporto cita poi le cause sistemiche a livello locale: il clericalismo laicale (si registra spesso «tra i laici una tendenza alla glorificazione della persona del sacerdote, esaltata fino a livelli di soprannaturalità» con il rischio evidente che «realtà non compatibili con questa visione, come ad esempio il mero sospetto di abusi sessuali di minori, vengano semplicemente rimosse e allontanate»); la prospettiva localmente ristretta dei fedeli (la tendenza, cioè, delle singole comunità parrocchiali a scaricare il problema della presenza di un abusatore su terzi, senza la consapevolezza che un trasferimento non costituisse di fatto una soluzione bensì, nella migliore delle ipotesi, solo uno spostamento del problema».

    All’analisi di 24 casi segue, nel rapporto, l’elaborazione di raccomandazioni, che spaziano dall’attenzione alle persone offese, ad aspetti amministrativi, alla gestione degli abusatori. Si parla finalmente (di contro alla Cei, che rifiuta il tema) anche di risarcimenti, pecuniari e non. «Riportare la giustizia implica anche, quale elemento essenziale, avere una memoria collettiva degli atti di abuso e degli errori grossolani commessi dai responsabili ecclesiastici nel trattare questi casi. Essa è necessaria per mantenere una coscienza pubblica del fatto che, nell’ambito di competenza della Diocesi di Bolzano-Bressanone, ci sono state persone costrette a vivere enormi sofferenze e ingiustizie e che queste esperienze di dolore devono essere evitate, in futuro, con tutti i mezzi disponibili».

    La diocesi si mette al lavoro

    Quattro giorni dopo la presentazione del rapporto, il 24 gennaio, in conferenza stampa, il vescovo Muser si è assunto «personalmente le responsabilità per le omissioni durante il suo periodo di esiscopato, tra cui l’insufficiente controllo dei sacerdoti sospetti, la riluttanza nell’adottare chiare misure preventive nei confronti dei preti accusati e la documentazione carente nel delineare i passi nella gestione dei casi di abuso». Chiede «perdono alle persone coinvolte, alle comunità parrocchiali e ai fedeli, e sottolinea che la perizia commissionata non è un punto di arrivo, ma un mandato per continuare a lavorare con tutta la determinazione possibile». Tra le misure che dichiara di mettere in atto: linee guida con procedure chiare entro la fine di quest’anno, la creazione di un gruppo interdisciplinare per il perseguimento dei casi, l’istituzione di un team di intervento per preparare le decisioni in modo professionale, il rafforzamento della posizione delle donne nelle posizioni apicali della diocesi (aspetto molto sottolineato dal Rapporto; quattro dei nove uffici della Curia sono peraltro già guidati da donne), assunzione della cultura dell’errore come «parte integrante» del modus operandi della Chiesa. Il vescovo ha invitato le persone colpite a prendere parte attiva nel processo di cambiamento, fornendo una serie di contatti.

    Runggaldier ha preso atto che «i casi di abuso nella Chiesa non possono essere considerati come episodi isolati, ma si basano sui deficit sistemici rilevati dal rapporto. Per fare fronte a questo contesto, saranno poste in essere misure concrete: strutture chiare e ben separate (Centro di ascolto, centro di intervento, Centro di prevenzione, che saranno rafforzati e riorganizzati), procedure chiare di norme diocesane, da verificare e ottimizzare periodicamente; una gestione dei fascicoli trasparente e tracciabile; un catalogo vincolante di misure, con un sistema di monitoraggio per il rispetto delle sanzioni e l’efficacia delle misure preventive; formazione e accompagnamento del personale, il tutto con un processo di continuo riesame e adeguamento alle necessità».

    Il ruolo delle vittime

    Alla conferenza stampa è intervenuto anche don Gottfried Ugolini, responsabile del servizio tutela minori della diocesi. Si apre la fase due, ha detto, quella di elaborazione; ha annunciato che è in fase di istituzione un Consiglio delle persone colpite, che avranno un ruolo attivo in ogni fase e a ogni livello del lavoro; un team di supporto è a disposizione delle parrocchie. Inoltre, i gruppi di progetto nelle aree della pastorale, dell’amministrazione, Caritas e formazione implementeranno i concetti di formazione, sviluppando programmi di formazione e definendo linee guida. In generale, l’obiettivo è quello di un cambio netto di mentalità, «guardando, ascoltando e agendo». Sensibilizzazione, regole chiare nel rapporto con i minori e offerta di materiale informativo saranno prossimi passi di questo percorso.

    Il progetto va avanti. E la CEI, impantanata nel suo “progetto pilota” privo di una commissione indipendente d’inchiesta cosa fa? Fa finta di niente: nel comunicato finale del Consiglio permanente del 22 gennaio, nemmeno una parola sul Rapporto di Bolzano. Uno scomodo precedente.

    https://www.adista.it/articolo/73221

  • Il “coraggio di guardare” che manca alla Cei: il rapporto indipendente sugli abusi a Bolzano

    Il “coraggio di guardare” che manca alla Cei: il rapporto indipendente sugli abusi a Bolzano

    42115 BOLZANO-ADISTA. “Il coraggio di guardare” era già un titolo che faceva sperare: il progetto avviato, unico e assolutamente inedito in Italia, nel 2023 dalla diocesi di Bolzano-Bressanone per affrontare gli abusi sessuali perpetrati dal clero partiva proprio dalla necessità di conoscere la realtà per capirla e superarla, e di affidare questo compito a un organismo indipendente, super partes (v. Adista Notizie n. 41/23). L’approccio adottato, del resto, da mezzo mondo, l’unico in grado di garantire trasparenza e di sottrarre al campo scuro dell’omertà e delle protezioni una realtà i cui protagonisti, i sopravvissuti, o, come vengono qui chiamati, le “persone offese”, o “coinvolte”, sono stati sempre ignorati e non creduti.

    Un progetto interamente finanziato dalla diocesi che il 20 gennaio scorso ha visto concludersi la sua prima parte, la consegna di un corposo rapporto di indagine di oltre 600 pagine (scaricabile da tinyurl.com/5eznks89) al vescovo mons. Ivo Muser e al vicario generale mons. Eugen Runggaldier, dopo una conferenza stampa di presentazione. Autori del rapporto, elaborato in un anno di lavoro, gli avvocati dello studio legale Westphal, Spilker e Wastl di Monaco di Baviera, già impegnati in un lavoro analogo nella diocesi di Aachen (Acquisgrana, 2020) e nella stessa Monaco (2022), che hanno lavorato in collaborazione con lo studio di Brunico Kofler Baumgartner & Partner , che ha offerto assistenza sul piano delle specificità linguistiche, culturali e giuridiche locali. A Monaco, lo studio legale aveva coinvolto Joseph Ratzinger per questioni di gestione dei casi all’epoca in cui era arcivescovo della città (v. Adista Notizie n. 3 e 4/22 Adista online 23, 24 e 26 gennaio 2022) e aveva dato conto dell’abisso di clericalismo, protezione istituzionale e fallimento della leadership.

    Il progetto altoatesino triennale – portato avanti con con l’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana (IADC), presieduto da p. Hans Zollner, che ha dato vita all’idea del progetto in occasione di un incontro informativo nel marzo 2022 a Bolzano – si presentava già innovativo: «Il concetto va oltre gli approcci e le forme precedenti di rilevazione della realtà degli abusi in ambito ecclesiale», si leggeva sul sito della diocesi. Oltre ai criteri sociostorici, quelli del diritto canonico e del diritto civile «necessari per l’indagine e l’elaborazione e orientati verso le vittime e gli abusatori», il progetto percorre «una nuova via», con l’intenzione di avviare, «attraverso una visione per il futuro, un completo processo di trasformazione organizzativa». Dunque coinvolgimento in contemporanea di esperti interni (per promuovere «l’accettazione interna e includere le competenze interne») ed esterni (che «devono garantire un’attuazione trasparente e scientificamente responsabile del progetto»).

    I numeri e le cause sistemiche

    Non sono le cifre e i dati percentuali l’aspetto più interessante del rapporto, che pure occorre dare.

    Gli avvocati, il 20 gennaio, hanno sottolineato come il quadro che emerge sia soltanto una parte dell’emerso, e dunque la punta della punta dell’iceberg. Hanno scelto di non ricorrere a proiezioni, come avvenuto invece in Francia, «perché – si legge nel testo – si offrirebbe il fianco alle critiche di coloro che notoriamente tendono a smontare le indagini condotte nell’ambito degli abusi sessuali allo scopo di screditare, in generale, gli sforzi compiuti per fare luce e chiarezza in questo settore». Una frecciata alla CEI, che ha sempre screditato il lavoro francese, ma anche a papa Francesco, che non ha mai voluto incontrare la francese Commissione Ciase. E non è l’unica: il quadro che emerge, scrivono gli avvocati tedeschi, evidenzia «la chiara esistenza di lacune sistemiche nettamente riconosciute e ampiamente descritte. Non è quindi possibile affermare di trovarsi di fronte a casi isolati disgiunti dal sistema». Come è noto, la CEI e il suo presidente, il card. Matteo Zuppi, rifiutano che si parli di cause sistemiche e continuano a fare riferimento a “casi isolati”.

    Su mille fascicoli esaminati grazie all’accesso al Centro di ascolto diocesano (nato ben 15 anni fa, mentre nel resto d’Italia hanno visto la luce intorno al 2020-21, e nemmeno dappertutto), agli archivi diocesani, dei Seminari, di varie istituzioni legate alla Chiesa, nel periodo dal 1964 – data di creazione dell’attuale diocesi di Bolzano-Bressanone – al 2023, emergono 67 «quadri di possibili aggressioni sessuali» che hanno coinvolto 75 persone. Si parla in 59 casi di «abusi in prevalenza probabili o dimostrati» a cui si aggiungono, sempre per quanto riguarda le persone offese, 16 casi che «risultano ancora non chiariti». E qui, un’anomalia rispetto al resto del mondo: il 68% di queste persone sono di sesso femminile, e l’abuso di sarebbe svolto quando avevano dagli 8 ai 14 anni. È noto infatti come, a livello tendenziale generale, più bassa è l’età degli abusati, maggiore è la percentuale dei maschi. Qui è il contrario, per cause che gli esperti dovranno studiare. Anche sul fronte degli abusatori c’è qualche sorpresa: 41 i preti coinvolti («29 per i quali le accuse mosse sono dimostrabilmente vere o altamente probabili. Rispetto ad altri 12 chierici, le accuse formulate non hanno potuto essere invece giudicate con il necessario grado di certezza», si legge nel rapporto). La loro età, al momento degli abusi, è più bassa di quanto emerga in altri analoghi rapporti, concentrando nel gruppo più folto (29%) la fascia di età compresa tra i 28 e i 35 anni.

    Un dato interessante è che, se è vero che la gestione degli abusi è migliorata a partire dal 2010, data dell’esplosione in Germania dello scandalo che in questo territorio ebbe molte ripercussioni e data dell’istituzione del Centro di ascolto diocesano, la metà di questi 67 casi erano già noti alle istituzioni prima di quella data. Un segno della mancata volontà di fare chiarezza e di gravi ed evidenti carenze sistemiche.

    Ed è proprio lo studio di queste carenze la parte più interessante di questo studio, nel quale si è scelto di fare nome e cognome dei responsabili istituzionali (vescovi e vicari generali), illustrati nei loro comportamenti nella gestione dei casi, comportamenti del tutto mancanti o non scevri da errori.

    Correzioni cosmetiche

    Il rapporto esamina diffusamente le cause sistemiche: «Ignorare le cause sistemiche – si legge nel rapporto – porta a una revisione solo apparente dei fatti»; «senza un’analisi delle cause sistemiche risulta a priori impossibile formulare raccomandazioni valide e appropriate che consentano effettivamente di eliminare le precarietà e inadeguatezze segnalate e non limitarsi a mere correzioni cosmetiche e di superficie». Tra di esse vengono citate una sessualità immatura e mancanza di strategie di gestione della propria sessualità; la sopraffazione derivante dagli obblighi di servizio, tendenze all’isolamento e mancanza di un ambiente sociale stabile al di fuori della sfera clericale; la pedofilia in sé, che però non appare qui come causa maggioritaria.

    Tra le cause sistemiche della copertura e cattiva gestione da parte dei responsabili, la tabuizzazione e connotazione negativa della sessualità nell’etica della Chiesa e conseguente perplessità e inettitudine; il clericalismo e sistemi di alleanze maschili, che sfociano in sfociò in una sorta di “mentalità di barricamento” e in tendenze a serrare le file di fronte ai tentativi di riesame critico dell’operato e al necessario sanzionamento dei responsabili; il disinteresse per gli effetti sulle persone abusate e il timore di uno scandalo; il Diritto penale canonico, dal momento che è emerso come per la maggior parte non fosse sufficiente la consapevolezza della rilevanza e del carattere vincolante delle norme giuridiche e che lo stesso diritto (penale) canonico presenta «in misura considerevole carenze che ostacolano gli interventi volti a far chiarezza sulle vicende». La mancanza di apposito controllo può influenzare le decisioni con considerazioni estranee all’oggetto e alla materia, non di rado anche da simpatie o antipatie personali. Si parla anche di mancanza della cultura dell’errore, che «si manifesta in particolare nell’incapacità o nella non volontà dei responsabili diocesani a riconoscere come tali e correggere i propri errori o le decisioni errate prese dai propri predecessori. Questo atteggiamento ha gravi ripercussioni che minano fortemente non solo la fiducia nell’istituzione, ma anche la protezione delle parti lese». Come nel “caso 5” illustrato, esempio lampante di questa non-cultura dell’errore, si permise a molti dei sacerdoti accusati plausibilmente di abusi di continuare a rimanere indisturbati in servizio. Il “caso 5” venne trasferito di parrocchia in parrocchia per una decina di volte in 50 anni, perpetrando abusi con certezza in 7 delle destinazioni. Tra le cause sistemiche delle coperture, cui è dedicato ampio spazio, viene indicata anche la durata del mandato episcopale, sostanzialmente a tempo indeterminato. Stante un’eccessiva lunghezza del mandato, si consolidano «a livello amministrativo peculiarità operative e conseguenti critici sviluppi tali da lasciare sempre più inascoltate eventuali critiche». È poi citato il fondamentale fraintendimento della presunzione di innocenza che, da garanzia limitata ai procedimenti penali che esige che il soggetto sospettato non venga trattato come colpevole in assenza di prove, non esclude tuttavia la possibilità di procedere penalmente, in presenza di un dato sospetto, e nemmeno di adottare misure volte a scongiurare un pericolo. E invece viene erroneamente intesa dalla Chiesa e invocata per non prendere provvedimenti a carico del prete accusato: «È già di per sé curioso che la Chiesa, altrimenti restia ad integrare i principi del moderno Stato di diritto definiti dalla filosofia giuridica e solitamente pronta a rivendicare la propria autonomia e differenza dallo Stato, non mostri difficoltà di accettazione, quando a beneficiarne possano esserne i propri chierici», nota il rapporto.

    Il rapporto cita poi le cause sistemiche a livello locale: il clericalismo laicale (si registra spesso «tra i laici una tendenza alla glorificazione della persona del sacerdote, esaltata fino a livelli di soprannaturalità» con il rischio evidente che «realtà non compatibili con questa visione, come ad esempio il mero sospetto di abusi sessuali di minori, vengano semplicemente rimosse e allontanate»); la prospettiva localmente ristretta dei fedeli (la tendenza, cioè, delle singole comunità parrocchiali a scaricare il problema della presenza di un abusatore su terzi, senza la consapevolezza che un trasferimento non costituisse di fatto una soluzione bensì, nella migliore delle ipotesi, solo uno spostamento del problema».

    All’analisi di 24 casi segue, nel rapporto, l’elaborazione di raccomandazioni, che spaziano dall’attenzione alle persone offese, ad aspetti amministrativi, alla gestione degli abusatori. Si parla finalmente (di contro alla Cei, che rifiuta il tema) anche di risarcimenti, pecuniari e non. «Riportare la giustizia implica anche, quale elemento essenziale, avere una memoria collettiva degli atti di abuso e degli errori grossolani commessi dai responsabili ecclesiastici nel trattare questi casi. Essa è necessaria per mantenere una coscienza pubblica del fatto che, nell’ambito di competenza della Diocesi di Bolzano-Bressanone, ci sono state persone costrette a vivere enormi sofferenze e ingiustizie e che queste esperienze di dolore devono essere evitate, in futuro, con tutti i mezzi disponibili».

    La diocesi si mette al lavoro

    Quattro giorni dopo la presentazione del rapporto, il 24 gennaio, in conferenza stampa, il vescovo Muser si è assunto «personalmente le responsabilità per le omissioni durante il suo periodo di esiscopato, tra cui l’insufficiente controllo dei sacerdoti sospetti, la riluttanza nell’adottare chiare misure preventive nei confronti dei preti accusati e la documentazione carente nel delineare i passi nella gestione dei casi di abuso». Chiede «perdono alle persone coinvolte, alle comunità parrocchiali e ai fedeli, e sottolinea che la perizia commissionata non è un punto di arrivo, ma un mandato per continuare a lavorare con tutta la determinazione possibile». Tra le misure che dichiara di mettere in atto: linee guida con procedure chiare entro la fine di quest’anno, la creazione di un gruppo interdisciplinare per il perseguimento dei casi, l’istituzione di un team di intervento per preparare le decisioni in modo professionale, il rafforzamento della posizione delle donne nelle posizioni apicali della diocesi (aspetto molto sottolineato dal Rapporto; quattro dei nove uffici della Curia sono peraltro già guidati da donne), assunzione della cultura dell’errore come «parte integrante» del modus operandi della Chiesa. Il vescovo ha invitato le persone colpite a prendere parte attiva nel processo di cambiamento, fornendo una serie di contatti.

    Runggaldier ha preso atto che «i casi di abuso nella Chiesa non possono essere considerati come episodi isolati, ma si basano sui deficit sistemici rilevati dal rapporto. Per fare fronte a questo contesto, saranno poste in essere misure concrete: strutture chiare e ben separate (Centro di ascolto, centro di intervento, Centro di prevenzione, che saranno rafforzati e riorganizzati), procedure chiare di norme diocesane, da verificare e ottimizzare periodicamente; una gestione dei fascicoli trasparente e tracciabile; un catalogo vincolante di misure, con un sistema di monitoraggio per il rispetto delle sanzioni e l’efficacia delle misure preventive; formazione e accompagnamento del personale, il tutto con un processo di continuo riesame e adeguamento alle necessità».

    Il ruolo delle vittime

    Alla conferenza stampa è intervenuto anche don Gottfried Ugolini, responsabile del servizio tutela minori della diocesi. Si apre la fase due, ha detto, quella di elaborazione; ha annunciato che è in fase di istituzione un Consiglio delle persone colpite, che avranno un ruolo attivo in ogni fase e a ogni livello del lavoro; un team di supporto è a disposizione delle parrocchie. Inoltre, i gruppi di progetto nelle aree della pastorale, dell’amministrazione, Caritas e formazione implementeranno i concetti di formazione, sviluppando programmi di formazione e definendo linee guida. In generale, l’obiettivo è quello di un cambio netto di mentalità, «guardando, ascoltando e agendo». Sensibilizzazione, regole chiare nel rapporto con i minori e offerta di materiale informativo saranno prossimi passi di questo percorso.

    Il progetto va avanti. E la CEI, impantanata nel suo “progetto pilota” privo di una commissione indipendente d’inchiesta cosa fa? Fa finta di niente: nel comunicato finale del Consiglio permanente del 22 gennaio, nemmeno una parola sul Rapporto di Bolzano. Uno scomodo precedente.

    https://www.adista.it/articolo/73221

  • Francia, Germania, Inghilterra, il tema degli abusi scuote e interroga le chiese

    Francia, Germania, Inghilterra, il tema degli abusi scuote e interroga le chiese

    Nel cuore dell’estate, una lettera ha toccato particolarmente la redazione di Réforme, il giornale protestante francese. Così racconta in un articolo la giornalista Alice Papin. A 81 anni, Catherine (il suo nome è stato cambiato) confida di sentirsi stupita quando di leggere articoli «che mettono in luce i problemi degli ecclesiastici cattolici, problemi che vengono spiegati con il celibato imposto loro dai voti» perché lei stessa, da bambina, è stata vittima di abusi sessuali da parte di un pastore riformato in pensione, di circa sessant’anni, sposato, padre di quattro figli figlie e persino nonno. Ha raccontato di aver completamente seppellito questi fatti, riemersi vent’anni fa, al momento del suicidio di suo figlio, durante uno scambio con uno psicologo. «Ho continuato ad andare avanti nella vita senza pormi domande, senza sapere da dove venisse il mio disagio. Ho messo tutte le mie forze per adattarmi».

    La storia di Catherine non è isolata all’interno del protestantesimo. Nel desiderio di riparare gli abusi sessuali commessi contro minori o persone vulnerabili, la Chiesa protestante unita di Francia (EPUdF) ha deciso di unirsi alla Commissione di riconoscimento e riparazione (Crr) alla fine di ottobre; una decisione annunciata in un comunicato stampa diffuso il 7 novembre. Questa scelta si inserisce nel quadro delle azioni intraprese a sostegno delle vittime di violenza, secondo Emmanuelle Seyboldt, presidente del consiglio nazionale dell’EPUdF: «Due anni fa, abbiamo creato una cellula di servizio di ascolto professionale e indipendente per combattere molestie, discriminazioni, abusi di potere e violenza all’interno della Chiesa. Alcuni mesi fa, i membri della cellula ci hanno raccontato della loro incapacità di sostenere le vittime di abusi di venti o trent’anni fa, che si aspettano qualcosa di diverso dal semplice ascolto da parte della Chiesa. Ci è sembrato allora fondamentale trovare persone competenti che li aiutassero a superare questi vecchi traumi».

    Percorso di supporto

    Diversi motivi hanno portato l’EPUdF a scegliere il Crr come organismo terzo, spiega Emmanuelle Seyboldt: l’esperienza di questa organizzazione, che ha sostenuto un migliaio di persone dalla sua creazione; l’importanza attribuita alla giustizia riparativa nel percorso di conciliazione, in coerenza con le convinzioni dell’EPUdF ; il fatto che il Crr è un ente del tutto indipendente dalla Chiesa, composto da membri di diverse fedi, anche protestanti, tutti reclutati per le loro competenze; e, infine, la straordinaria personalità di suor Véronique Margron, alla guida della Conferenza dei Religiosi e delle Religiose di Francia e iniziatrice della Crr. «La giustizia riparativa, che pone il dialogo al centro del suo approccio, sembra essere lo strumento più adatto per sostenere le vittime e consentire la chiusura di storie che, decenni dopo, continuano a perseguitarle», afferma Emmanuelle Seyboldt.

    All’interno del Crr, le vittime delle persone che ricoprono responsabilità nell’EPUdF beneficeranno dello stesso sostegno di coloro che hanno subito abusi nella Chiesa cattolica. «Abbiamo ideato un programma di sostegno che cerchiamo costantemente di migliorare», spiega Antoine Garapon, presidente del Crr. Questo percorso si svolge in diverse tappe fondamentali: prima l’udienza, poi una valutazione effettuata da due referenti attraverso uno strumento di analisi che permette di misurare l’impatto della violenza sessuale sulla vita delle vittime, e infine la riparazione, decisa in assemblea plenaria da parte di una commissione. La riparazione avrà un tetto massimo di 60.000 euro. È importante non confondere risarcimento e riparazione. Il risarcimento, che mira a risarcire materialmente una perdita, non può applicarsi qui, perché non può riparare una vita spezzata da uno o più atti violenti. Ciò che offriamo è una forma di riparazione simbolica, un riconoscimento ufficiale dei fatti e della sofferenza che ne deriva. La cifra stanziata serve semplicemente a dare più peso a questa parola di riconoscimento.»

    Nessuna “deriva sistemica”

    Dal punto di vista finanziario, sarà la Chiesa protestante unita, a livello nazionale, a sostenere i costi della riparazione, e non le Chiese locali. Per quanto riguarda il processo di giustizia riparativa, le sue modalità saranno definite caso per caso, in un dialogo tra la vittima e l’organismo interessato (consiglio presbiterale, regionale o nazionale). Ci si può tuttavia chiedere perché l’EPUdF, prima di aderire al Crr, non abbia avviato un’indagine indipendente su larga scala, come avvenuto nella Chiesa cattolica attraverso la Commissione Ciase, per valutare l’entità degli abusi nel protestantesimo.

    «Ogni vittima è una di troppo; per questo riconosciamo la responsabilità della Chiesa in questa violenza e stiamo adottando misure concrete, spiega Emmanuelle Seyboldt, sempre dalle colonne del giornale Réforme. Tuttavia, il funzionamento dell’EPUdF, caratterizzato in particolare dalla collegialità dei suoi organi e dalla limitazione dei mandati, sembra proteggerci da una deriva sistemica all’interno della nostra organizzazione. Ma la Chiesa protestante unita non è immune alla violenza, come la società francese.» Secondo Emmanuelle Seyboldt, dalla sua creazione, il numero di chiamate ricevute dall’unità d’ascolto riguardanti violenze passate contro minori o persone vulnerabili rimane molto limitato e «si conta sulle dita di una mano».

    Fattori aggravanti

    Ma le vittime scelgono sempre di farsi avanti? Per quanto riguarda la violenza attuale, gli abusi si potrebbero contare sulle dita di due mani o forse di più. «Quando affermiamo, come nel rapporto della commissione etica e società della Federazione protestante di Francia sulla violenza sessuale e spirituale, pubblicato nel febbraio 2023​​​​​​​, che non esiste alcun abuso caratteriale sistemico all’interno del protestantesimo, questo non significa in alcun modo che questa violenza non esista tra noi», precisa Valérie Duval-Poujol, vicepresidente della Federazione protestante di Francia, impegnata nella sensibilizzazione sugli abusi spirituali e sessuali. Secondo la teologa battista gli abusi sono numerosi e, forse a causa della minore visibilità mediatica dei casi protestanti, la parola non è ancora stata del tutto diffusa. Osserva che, sul campo, pastori specializzati nel sostegno o psicologi incontrano ogni settimana le vittime. Se alcuni aspetti del protestantesimo possono limitare la violenza, ci sono anche, secondo Valérie Duval-Poujol, fattori aggravanti: rapporti di potere, una sopravvalutazione della figura pastorale posta a modello, tabù sulla sessualità o addirittura disuguaglianze tra uomini e donne.

    La Commissione per il riconoscimento e la riparazione

    La Commissione Riconoscimento e Riparazione (Crr) è stata creata nel novembre 2021, dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali nella Chiesa (Ciase), che stimava in 320.000 il numero delle vittime di abusi sessuali da parte di religiosi e laici persone nella Chiesa cattolica tra il 1950 e il 2020. Questo rapporto ha suscitato uno shock ben oltre i confini della Chiesa di Francia. Allo stesso tempo è stata istituita l’Autorità nazionale indipendente per il riconoscimento e la riparazione (Inirr). Queste due organizzazioni indipendenti condividono lo stesso obiettivo: riconoscere e riparare questi massicci abusi. Tuttavia, la Crr prende in considerazione la violenza commessa all’interno delle congregazioni religiose, mentre l’Inirr si concentra su quella perpetrata dai membri delle diocesi della Conferenza episcopale di Francia.

    Il Sinodo della Chiesa tedesca affronta a sua volta il tema degli abusi

    Il tema degli abusi all’interno delle istituzioni ecclesiastiche sta avendo un grosso peso anche nel Sinodo della Ekd, la Chiesa evangelica in Germania, in corso fino a domani 13 novembre a Würzburg. La chiesa evangelica tedesca proprio un anno fa è stata scossa dalle dimissioni della sua presidente, la pastora Annette Kurchus, accusata di aver celato un caso di violenza sessuale all’interno della sua comunità.

    L’Ekd, che federa chiese evangeliche e luterane tedesche per un totale di circa 25 milioni di persone, ha istituito negli scorsi anni un Forum sulla partecipazione alla violenza sessuale che durante il Sinodo in corso ha presentato un piano d’azione in materia.

    Una delle misure raccomandate riguarda la revisione della politica di protezione dalla violenza dell’Ekd, che dovrebbe garantire standard uniformi di prevenzione, intervento e sostegno. La creazione di un ufficio di mediazione dovrebbe consentire un sostegno migliore e indipendente alle persone colpite. Un altro punto centrale è una profonda sensibilizzazione della Chiesa e della diaconia.

    «Lo studio di revisione del forum ci ha dimostrato all’inizio dell’anno che non abbiamo ancora raggiunto il punto sperato in termini di trattamento e prevenzione», ha affermato la presidente del Sinodo Anne-Nicole Heinrich. «Sono  grata che siamo riusciti a tradurre le raccomandazioni in misure concrete. Nella Chiesa protestante e nella Diakonia tutti sono ora chiamati a partecipare coerentemente all’attuazione, con tutte le nostre energie e senza se e senza ma».

    Uno studio scioccante

    Il riferimento è all’analisi fortemente voluta dalla stessa Ekd che lo ha finanziato tre anni fa con ben 3,6 milioni di euro di investimento, all’indomani  dell’emergere di varie testimonianze di abusi raccolte nel tempo. Lo studio fa parte di un pacchetto completo di misure per la protezione dagli abusi e molestie sessuali, che il Sinodo Ekd ha deciso di adottare a novembre 2018 (avevamo parlato qui dei numeri inquietanti degli abusi anche in seno alla Chiesa evangelica in Germania). Da allora, la Chiesa evangelica ha istituito un consiglio consultivo per la protezione contro la violenza. Ci sono commissioni indipendenti nelle chiese regionali che riconoscono l’ingiustizia che si è verificata. La protezione contro la violenza è stata anche incorporata nei regolamenti legali tramite una direttiva transnazionale sulla protezione della violenza.

     I dati sono effettivamente sconvolgenti: il team di ricerca indipendente ha identificato almeno 2200 vittime accertate, che sommate ai casi in fase di accertamento, potrebbero portare a oltre 9 mila i minori vittima di abusi nella Chiesa evangelica dal 1946 a oggi, con un numero di presunti abusatori che supererebbe le 3 mila unità. Un terzo fra loro sarebbero pastori e vescovi, gli altri operatori che lavoravano per organizzazioni legate alla chiesa, Diaconia in particolare.

    «Il riconoscimento non è solo una questione di soldi», sottolinea Detlev Zander, portavoce delle vittime nel Forum. «Rappresenta un atteggiamento che la Chiesa dovrebbe e deve mostrare verso il mondo esterno. Il riconoscimento si riflette anche nel fatto che la Chiesa abbia il coraggio di intraprendere nuove strade».

    Nella riunione di Würzburg il Sinodo vuole decidere anche altre misure che consentano di trarre conclusioni dallo studio presentato a gennaio sulla portata della violenza sessuale nella Chiesa protestante e nella diaconia. 

    In Inghilterra l’arcivescovo Justin Welby sulla graticola

    Quanto il tema sia centrale per il futuro delle chiese, soprattutto per quanto riguarda la loro credibilità, lo dimostra anche il caso, scoppiato in queste ore, che riguarda l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, primus inter pares della Comunione anglicana. Caso che in realtà sarebbe già stato noto da tempo alle autorità ecclesiastiche; da qui le feroci critiche in corso.

    L’arcivescovo  Welby sta affrontando una crescente pressione per dimettersi dopo che una commissione indipendente chiamata a valutare l’operato in tema di abusi sessuali della Chiesa d’Inghilterra ha concluso in parte che Welby «poteva e avrebbe dovuto» denunciare le accuse alle autorità un decennio fa, quando venne a conoscenza per la prima volta di una losca vincerà di violenze.

    La controversia si concentra su un’indagine sulle accuse di abusi contro John Smyth, accusato di attacchi «continui, brutali e orribili» su oltre 100 ragazzi e giovani uomini mentre frequentavano campi cristiani alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80. L’indagine indipendente è stata commissionata nel 2019 dal National Safeguarding Team della chiesa. I suoi risultati sono stati pubblicati e divulgati la scorsa settimana, il 7 novembre.

    «Nonostante i notevoli sforzi compiuti da singoli individui per portare all’attenzione delle autorità competenti la portata e l’orrore della condotta di Smyth, anche da parte delle vittime e di alcuni membri del clero, le misure adottate dalla Chiesa d’Inghilterra e da altre organizzazioni e individui sono state inefficaci e non hanno né completamente esposto né impedito ulteriori abusi da parte sua», afferma il rapporto investigativo.

    «Netta mancanza di empatia e tendenza a minimizzare la questione»

    Il giorno della pubblicazione del rapporto, Welby ha rilasciato delle scuse pubbliche per non essersi assicurato che «la terribile tragedia fosse indagata energicamente» e per non aver incontrato rapidamente le vittime di Smyth. 

    Welby e altri alti funzionari della Chiesa d’Inghilterra sono venuti a conoscenza per la prima volta delle accuse di abusi contro Smyth nell’agosto 2013 (11 anni fa!), afferma il rapporto, ma «c’è stata una netta mancanza di empatia mostrata da queste figure di alto livello e una tendenza a minimizzare la questione, dimostrata dall’assenza di ulteriori interrogatori e follow-up».

    La polizia inoltre ha aperto un’indagine penale su Smyth nel 2017 in risposta alle informazioni rese pubbliche quell’anno in un documentario televisivo. Smyth è morto nel 2018 all’età di 75 anni. All’epoca, si diceva che si trovasse in Zimbabwe e che fosse in procinto di essere estradato per affrontare le accuse in Inghilterra.

    Ieri 11 novembre, Helen-Ann Hartley, vescova di Newcastle, ha chiesto le dimissioni di Welby.

    «Penso che sia molto difficile per la chiesa, in quanto chiesa nazionale e consolidata, continuare ad avere una voce morale in qualsiasi modo, forma o aspetto nella nostra nazione, quando non possiamo mettere ordine in casa nostra per quanto riguarda qualcosa di così criticamente importante come gli abusi» ha detto Hartley alla BBC.

    Separatamente, un membro del Sinodo generale della Chiesa d’Inghilterra, il reverendo Robert Thompson, ha lanciato una petizione su Change.org chiedendo a Welby di dimettersi. A ieri sera, aveva ricevuto più di 7.000 firme virtuali.

    L’Episcopal News Service ha contattato l’ufficio stampa di Welby a Lambeth Palace per chiedere un commento e un portavoce ha rimarcato che «L’arcivescovo ribadisce il suo orrore per la portata dell’abuso di John Smyth. Welby si è scusato profondamente sia per i suoi fallimenti e omissioni, sia per la malvagità, l’occultamento e l’abuso da parte della chiesa in senso più ampio».

    Welby, secondo la dichiarazione, «non era a conoscenza o sospettava delle accuse prima che gli venissero comunicate nel 2013» e non ha intenzione di dimettersi. Spera, tuttavia, che il rapporto investigativo supporti «il lavoro in corso per costruire una chiesa più sicura qui e in tutto il mondo».

    Un storia nota da decenni

    Un’indagine del 1982 condotta segretamente dall’Iwerne Trust, che finanziava i campi estivi, fu insabbiata. Il Winchester College, la scuola pubblica frequentata da molte delle vittime, proibì a Smyth di entrare nei suoi locali ma non denunciò i suoi crimini alla polizia.

    Smyth si trasferì nello Zimbabwe, dove continuò ad abusare di ragazzi e dovette affrontare le accuse di aver ucciso un ragazzo di 16 anni in un campo estivo nel 1992. Il caso fu archiviato. Smyth si sposto quindi in Sudafrica, dove nel 2017 fu rimosso dall’incarico di leader della sua chiesa locale a Città del Capo dopo accuse di comportamento inappropriato.

    Welby aveva incontrato Smyth quando faceva volontariato nei campi estivi dell’Iwerne Trust nel Dorset. Nel 2017 disse: «Per come lo ricordo, era un oratore affascinante, delizioso, molto intelligente e brillante. Non ero un suo caro amico, non ero nella sua cerchia ristretta o nella cerchia ristretta della dirigenza del campo, tutt’altro».

    Il rapporto della scorsa settimana ha affermato che Welby «potrebbe non essere stato a conoscenza dell’estrema gravità dell’abuso, ma è molto probabile che avesse almeno un livello di conoscenza del fatto che John Smyth fosse motivo di preoccupazione».

    Nel 2013, pochi mesi dopo che Welby aveva assunto il suo ruolo di arcivescovo, lui e altre figure di alto livello sono stati informati delle accuse. La scorsa settimana Welby ha riconosciuto di non aver «garantito che ciò fosse perseguito con la stessa energia e spietatezza di quanto avrebbe dovuto essere». È stato, ha detto, un «fallimento davvero vergognoso».

    Da quando Welby è diventato arcivescovo, la Chiesa d’Inghilterra ha pubblicato una serie di rapporti sulla sua gestione dei casi di abusi. Quasi tutti hanno trovato prove di occultamento, insabbiamento e sforzi per contenere i danni alla reputazione.

    La Chiesa d’Inghilterra ha investito denaro e risorse nei suoi sforzi per migliorare la tutela e correggere gli errori del passato. Ci sono stati alcuni miglioramenti, ma la maggior parte dei sopravvissuti afferma che nel complesso la risposta della chiesa è stata incoerente e spesso dannosa.

    Ciò che contraddistingue questo caso è che Welby vi è personalmente coinvolto. Era nei campi estivi quando Smyth, un uomo che ammirava molto, metteva in atto i suoi abusi. Era in una posizione di potere quando i sopravvissuti si sono fatti avanti e non è intervenuto. La Chiesa d’Inghilterra ha tergiversato sulla revisione commissionata sui crimini di Smyth. Non c’è da stupirsi che le richieste di dimissioni di Welby stiano aumentando.

    Francia, Germania, Inghilterra, il tema degli abusi scuote e interroga le chiese