ROMA-ADISTA. Ha sempre messo l’accento sulla dimensione sistemica degli abusi nella Chiesa p. Hans Zollner, gesuita, preside dell’Istituto di Antropologia e Studi interdisciplinari sulla dignità umana e sulla cura delle persone vulnerabili della Pontificia Università Gregoriana, già membro della prima ora della Commissione vaticana Tutela Minorum, dalla quale ha dato le dimissioni nel marzo 2023 criticandone la mancanza di trasparenza (v. Adista Notizie nn.).
E lo scorso giugno, per la prima volta, ha stretto un’alleanza con la rete globale di sopravvissuti ad abusi del clero ECA (Ending Clergy Abuse), finalizzata alla creazione di una proposta di radicali cambiamenti per nuove politiche e leggi, compresa la rimozione permanente dal ministero dei chierici abusatori e la creazione di un’agenzia indipendente con l’autorità di condurre indagini ed emettere raccomandazioni e rapporti pubblici, in un contesto di trasparenza obbligatoria durante tutto il processo; e severe sanzioni per qualsiasi vescovo o funzionario della Chiesa cattolica che non si attenga a questa politica. Tutto questo, in linea con le principali raccomandazioni rivolte alla Santa Sede dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia (CRC) del 2014, con indagini promosse dagli Stati sugli abusi sessuali del clero e da organizzazioni internazionali per i diritti umani.
Ma p. Zollner insiste spesso sul fatto che «non è che non esistano norme o leggi adeguate. Il nostro problema è che il management non è disposto o non è in grado di implementare i propri standard e garantirne la sostenibilità» (intervista a Feinschwarz.com, 16/5/24). È sempre molto realista: «si stanno ancora affrontando casi singoli e non si traggono conseguenze sistemiche», sottolineava nella stessa intervista. Insomma, «non è ancora chiaro a molti nella Chiesa – non solo ai ministri – che alcune correzioni marginali non sono sufficienti. Credo che l’aspettativa di molti all’interno e all’esterno della Chiesa che le radici degli abusi e degli insabbiamenti vengano analizzate, discusse e cambiate non sia stata soddisfatta. La mentalità, gli atteggiamenti e le strutture che promuovono o cementano il desiderio di prestigio, un’eccessiva identificazione con l’istituzione, un rapporto acritico con l’autorità e il potere e una sessualità immatura sono ancora individuabili ovunque». E dirimente poi, nell’affrontare gli abusi, è l’incontro concreto con le vittime di abusi, ancora vissuto nella Chiesa a diversi livelli come inquietante, spiazzante, e dunque spesso evitato.
Di seguito pubblichiamo una intervista che p. Zollner ha rilasciato per Adista a Monique Van Heynsbergen e Cecilia Sgaravatto di Oref (Organizzazione ex Focolari), in cui torna a sottolineare l’importanza di questi temi.
Le scrivo queste righe non perché credo che arriveranno a Lei, ma per me, per sfogare la delusione e sofferenza che ho provato con le Sue parole durante l’omelia in Belgio e nell’intervista del volo di rientro a Roma nell’ultimo mese di settembre.
Per far sì che lei capisca quello che scriverò devo presentarmi, altrimenti non capirà perché scrivo queste parole: sono un sopravvissuto di abuso sessuale, sono rifugiato a Roma, posto che ho scelto per la vicinanza al Papa, luogo che ho scelto per cercare di ricominciare una vita fatta a pezzi da altri, ma comunque pezzi nelle Mani di Dio.
Nel Vangelo di quella domenica Gesù ci diceva che chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, (Mc 9,42).
E in quella occasione, Lei ha detto di “condannare gli abusatori e aiutarli a guarire da questa malattia dell’abuso”, parole che mi sono sembrate un po’ fuori luogo, visto che gli abusatori sono stati chiamati malati e invece sono criminali: anche se malati, sono sempre criminali.
E lei, senza saperlo e senza rendersi conto, ha scandalizzato me, il piccolo me che è stato usato e abusato da criminali, a cui lei si riferisce come malati. Malato sono io, che a causa delle disgrazie subite, ho la fibromialgia, una malattia senza cura, e sento dolori dalla mattina alla sera. Diagnosi di disturbo post traumatico da stress, ansia, depressione e dissociazione, attestati da medici. Un pedofilo, anche se malato, è sempre un criminale e punto.
E poi, durante l’abituale intervista che lei concede ai giornalisti nel volo, ho letto parole così scandalose e che mi hanno fatto tanto male, portandomi addirittura ad avere un attacco di panico e stare male fisicamente per praticamente una settimana. Lei ha detto che preti pedofili, dopo il processo e la condanna, ricevono della Chiesa lavoro, lontani dai bambini, e hanno trattamento garantito.
Lei si rende conto cosa può significare per una vittima di abuso sessuale sapere che la Chiesa si occupa di trattare i pedofili, mentre le vittime, sono lasciate ai margini?
Lei, che per diverse volte ha ricevuto e ascoltato il dolore e la sofferenza di persone che hanno avuto la vita cambiata per sempre a causa dell’abuso sessuale, crede che sia giusto aiutare i pedofili e non le vittime, oppure aiutare entrambi? A me non sembra giusto aiutare nessun pedofilo mentre ci sia ancora una sola vittima di abuso sessuale che chiede e grida per aiuto, anzi, mi sembra surreale e scandaloso. Capisco che lei vuole annunciare la misericordia di Dio a tutti, ma la misericordia senza giustizia è la madre della dissoluzione, dice San Tommaso D’Aquino.
Io che vedo (o vedevo, ormai non so più) nel Papa, sia lei o i suoi predecessori o successori, una figura in cui appoggiarmi nella fede, ho sofferto troppo con le sue parole, a sapere che nella Chiesa ci sia posto per pedofili, posto e sostegno. Non dico che pedofili pentiti devono semplicemente essere esclusi della Chiesa, che è casa per tutti, però la giustizia dei loro atti deve essere fatta, lasciamo la misericordia a Dio, che conosce i cuori, e diamo misericordia alle vittime, non ai criminali.
Ho 36 anni e non sono ancora riuscito a superare l’orrore che ho vissuto per 11 anni della mia vita, attualmente vivo in una constante incertezza della vita, particolarmente per quanto riguarda un lavoro, e l’unica certezza che avevo era che potevo fidarmi della Chiesa, ormai anche questa certezza è crollata, e mi sento veramente solo in questa terra, da questo mi è scatenato l’attacco di panico che ho avuto, grazie alle sue parole. Lavoro sette giorni a settimana, a punto di diventare pazzo e/o ammalarmi, e ascolto che il Papa, la Chiesa, dà lavoro e trattamento psicologico ai pedofili, mentre io faccio fatica per arrivare a fine mese, mi sembra davvero surreale e ingiusto, si chieda che misericordia è questa.
Magari il Signore vuole purificare ancora di più la mia fede in Lui, facendomi deludermi anche del Papa e della Chiesa, ma è davvero doloroso. Per fortuna conosco “un’altra faccia” della Chiesa, e persone buone che ne fanno parte, altrimenti sarei diventato ateo, agnostico o chissà che cosa, come è successo a tante persone, ma il suo predecessore Benedetto XVI mi ha insegnato cos’è la Chiesa e chi è Gesù, quindi rimango cattolico, nonostante il male che lei mi ha fatto, senza saperlo.
L’eredità degli abusi sessuali da parte del clero cattolico e la tattica di spostare gli abusatori in nuove diocesi senza affrontare il problema sono state ampiamente documentate per decenni. Ma l’ultima storia è vicina a casa: clero cattolico o missionari accusati di abusi sessuali, che sono stati trasferiti nelle isole del Pacifico.
Alcuni hanno continuato ad abusare di altre vittime.
Il neozelandese Pete McKenzie è un giornalista freelance che ha raccontato la storia al New York Times e, nell’episodio odierno di The Detail, spiega la tendenza a usare il Pacifico come “discarica” per gli autori di abusi accusati o addirittura condannati.
I suoi reportage coprono i casi di 34 uomini provenienti da Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti e Regno Unito. Di questi, 13 erano noti per aver abusato al momento del loro trasferimento, dimostrando ciò che McKenzie dice essere noto come la “cura geografica”, ovvero spostare l’imputato per evitare l’esame.
“Si tratta di una soluzione temporanea ai problemi che questi uomini devono affrontare in termini di applicazione della legge”, afferma.
“In Nuova Zelanda, ad esempio, sappiamo che molti sacerdoti sono stati spostati da una comunità all’altra, da una parrocchia all’altra, dopo che sono state sollevate accuse di abusi nei loro confronti.
“Alcuni di quei sacerdoti che furono dislocati in Nuova Zelanda, negli Stati Uniti, in Australia , furono poi trasferiti all’estero, nelle isole del Pacifico”.
“La natura profondamente religiosa delle isole del Pacifico; il fatto che siano così lontane dalle autorità che potrebbero perseguire questi uomini per essere perseguiti; il fatto che siano così lontane dagli alti preti cattolici che teoricamente avrebbero potuto applicare un certo livello di controllo; il fatto che siano stati spesso trasferiti senza che i funzionari locali fossero informati del loro background, senza che fossero informati delle accuse contro di loro, tutto ciò ha creato il tipo di condizioni perfette per la recidiva, con pochissime protezioni contro ciò che accade.
“In molti di questi casi non possiamo sapere perché i sacerdoti o i missionari vennero trasferiti, ma sappiamo che vennero trasferiti in un luogo che era il posto perfetto in cui nascondersi”.
In alcuni casi, ci sono prove evidenti che gli alti preti sapevano che il sacerdote che stavano trasferendo aveva precedenti di abusi.
“In alcuni casi sappiamo che sono stati spostati deliberatamente per non causare ulteriori problemi”, afferma McKenzie.
“Per risolvere il problema gli comprarono un biglietto aereo per la Papua Nuova Guinea e gli dissero di trasferirsi lì, e di conseguenza trascorse cinque anni in Papua Nuova Guinea.”
Il rapporto riporta i dettagli di una lettera su McAlinden, inviata da un monsignore a un vicario nel 1976. Il monsignore scrisse:
“Lentamente, molto lentamente, [McAlinden] ha ammesso alcune indiscrezioni, ma poi ha ammesso che si trattava di una condizione che lo accompagnava da molti anni. Non prova alcuna inclinazione verso le donne mature, ma solo verso le più piccole.”
McKenzie afferma che le reazioni della chiesa al suo reportage sono state varie: alcuni non hanno risposto, altri si sono rifiutati di commentare, alcuni hanno affermato di non essere responsabili e altri ancora hanno affermato di aver scoperto i presunti abusi solo dopo che gli uomini avevano lasciato il Pacifico.
Papa Francesco è arrivato ieri a Singapore, ultima tappa del suo tour di 12 giorni attraverso il Sud-Est asiatico e l’Oceania. Si dice che abbia brevemente affrontato il tema degli abusi in un discorso ai funzionari di Dili, Timor Est, dicendo:
“Non dimentichiamo i tanti bambini e adolescenti la cui dignità è stata violata. Il fenomeno si sta manifestando in tutto il mondo
“Siamo tutti chiamati a fare tutto il possibile per prevenire ogni tipo di abuso e garantire a tutti i giovani un’infanzia sana e serena”.
Francesco Peloso DOMANI – Il sistema di protezione dei minori dagli abusi sessuali in Italia è particolarmente fragile. Le leggi sulla carta in parte ci sono, ma certo la volontà di fare sul serio fino a ora non è emersa.
Secondo uno studio di Rete l’abuso che verrà presentato oggi, dal 2000 ad oggi si contano circa 1.200 preti che sono stati coinvolti in molestie sessuali sui minori, ma è un dato ottimistico. Il problema è che finora non è mai stata condotta un’indagine nazionale con criteri scientifici e statistici adeguati tale per disegnare un quadro generale su una tematica che, per sua stessa natura, tende a rimanere sommersa.
Si pensi solo a quanto è difficile per un minore, bambino o ragazzo, denunciare un abuso subito o semplicemente parlarne con qualcuno. Per questo la conoscenza della realtà è fondamentale, anche per capire la reale entità dei reati commessi.
È questo uno dei punti, fra gli altri, sui quali batte da tempo l’associazione Rete l’abuso, impegnata da anni nella denuncia dei reati di abuso commessi dai preti e nella messa a punto di una aggiornata banca dati degli abusatori e delle vittime dei pedofili in ambito ecclesiale. Ora, però, l’associazione guidata da Francesco Zanardi ha deciso di andare oltre e ha lavorato a un “report” che affronta il tema non limitandosi allo scandalo nella chiesa.
Numeri da rivedere
La vulgata vuole che la maggior parte degli abusi avvenga in famiglia, ma mancano i numeri per un raffronto reale con quanto avviene nelle scuole, nelle associazioni sportive e ricreative, nelle parrocchie. Certo, in Italia è stato istituito dal 2006 (anche se la legge cui fa riferimento è del 1998) un Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile.
Attualmente si trova sotto il ministero delle Politiche per la famiglia e, ciclicamente, viene ricostituito nella sua composizione. L’ultima a farlo è stata la ministra Eugenia Roccella nel giugno scorso. Ma, guardando da vicino la storia quasi ventennale di questo organismo, si ha l’impressione di una struttura che vive soprattutto sulla carta.
Fra i compiti dell’Osservatorio c’è anche quello di redigere una relazione annuale sul fenomeno pedofilia nel suo complesso e presentarla al parlamento. Nella relazione del 2021 i dati raccolti si basano essenzialmente sulle denunce arrivate alle forze di sicurezza, cioè la punta dell’iceberg del problema. Ma, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità risalenti a qualche anno fa, in Europa, il 9,6 per cento dei bambini subisce abusi sessuali. Cioè circa 18 milioni di minori.
L’Italia e la chiesa
C’è comunque, in questa storia, un punto di svolta. Nel 2019 il comitato delle Nazioni unite per i diritti dell’infanzia ha pubblicato le sue raccomandazioni all’Italia dopo aver svolto una serie di audizioni con istituzioni e realtà associative, fra le quali Rete l’abuso.
Fra le varie indicazioni ve n’era una assai significativa, con la quale si chiedeva al nostro paese di «modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della chiesa cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione».
L’Italia, pur avendo recepito la Convenzione per la protezione dei minori nel 2012, aveva poi “aggiustato” la legge nel 2014, escludendo il volontariato e la chiesa dall’obbligo di presentare il certificato antipedofilia per chi lavorava a stretto contatto con i minori. La norma restava in vigore solo per chi era dipendente in senso formale.
Ancora, il comitato dell’Onu indicava la necessità di «istituire una Commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della chiesa cattolica». Raccomandazione che conserva la sua validità e che potrebbe essere estesa al fenomeno nel suo complesso.
D’altro canto, il comitato rilevava come, a fronte di «numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della chiesa cattolica nel territorio dello stato membro», fosse particolarmente «basso il numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana».
Ancora, si chiedeva di rendere obbligatoria per tutti la denuncia «di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti», superando il limite imposto dalla legge attuale che prevede l’obbligo solo per un pubblico ufficiale. Ma, se certamente la chiesa, con le sue omissioni, resta il grande convitato di pietra istituzionale di questa vicenda, è evidente che il problema ha una consistenza assai più ampia e, semmai, quanto avviene in rapporto alla chiesa, è la spia di un modo di agire più generale che investe la società italiana nel suo complesso.
Ne è riprova la clamorosa protesta messa in scena dai fedeli di Enna, in Sicilia, presso due chiese: la parrocchia di San Giuseppe e il santuario di Valverde, dove, lo scorso 23 agosto, officiavano prelati coinvolti nella vicenda di don Giuseppe Rugolo, il sacerdote condannato a 4 anni e mezzo di carcere per violenza sessuale aggravata a danno di minori.
Una protesta silenziosa si è svolta anche davanti alla cattedrale di Piazza Armerina, la diocesi guidata da don Rosario Gisana che sarebbe stato a conoscenza degli abusi di don Rugolo e lo avrebbe coperto. Intanto ieri il papa ha allontanato, in Germania, il vescovo ausiliare della diocesi di Hildesheim, Heinz-Günter Bongartz, 69 anni. Era accusato da un parroco di aver coperto gli abusi su minori da parte di un sacerdote.
(DIRE) Roma, 12 set. – “I dati (1570 vittime censite da L’Abuso e 956 dichiarate dalla Chiesa) sono inseriti e conteggiati separatamente- spiega la Rete- in quanto molto fumosi, parziali e non circostanziati, né per quanto riguarda le diocesi di provenienza del dato, né per quanto riguarda le regioni italiane, il numero di vittime prodotte, il sesso e l’età, i provvedimenti presi, l’attuale incarico e collocazione. Tuttavia- spiega- sono dati ufficiali dichiarati e se pur estremamente vaghi e imprecisi non possono essere omessi. Parliamo tra le altre cose di dati che non compaiono nel censimento dettagliato per regioni fatto dalla Rete L’Abuso, quindi vanno sommati ai 1570”.
“Il censimento della Rete L’Abuso- spiega l’Associazione- è basato solo su casi documentali pubblici, ovvero non abbiamo inserito alcun dato di casi non denunciati e questi sono un totale di 360, che hanno prodotto 1570 sopravvissuti.
Quelli che invece si evincono dalle dichiarazioni della stessa chiesa sono nettamente superiori, 913 casi di abusatori, quasi il triplo di quelli censiti dalla Rete L’Abuso e, se pur incompleti, tuttavia dichiarano almeno altri 956 sopravvissuti, da sommare i nostri 1570″.
L’analisi della Rete L’Abuso, però, non si è fermata qui e ha prodotto anche delle proiezioni. “Facendo una proiezione su base proporzionale del dato Cei mancante riguardo al potenziale di sopravvissuti prodotti (dato X della Cei dove X è uguale ai sopravvissuti censiti dalla Rete L’Abuso moltiplicato per i 913 autori dichiarati da Cei, diviso 360 autori censiti dalla Rete) si ottengono altri 3990 sopravvissuti da sommare ai 1570 della Rete L’Abuso”.
Sommando il dato reale censito dall’Osservatorio e il dato di proiezione della Chiesa si arriva a un totale di 5559
vittime. Un numero enorme.
Alla luce di questi dati, nel corso della conferenza, la Rete L’Abuso ha sottolineato l’importanza dell’obbligo di denuncia per tutti i cittadini “che nel caso del clero anziché rimandare la scelta di denunciare al vescovo- spiega l’Associazione- obbligherebbe le singole persone che abbiano un fondato sospetto a denunciarlo”. Per L’Abuso, poi “un altro vuoto grave è quello del certificato anti pedofilia, che lascia scoperto tutto il volontariato, al quale appartiene anche il clero, ma non solo”, spiega l’Associazione.
Grazie ai dati prodotti nell’ambito del clero, Rete L’Abuso ha elaborato anche una proporzione percentuale di quello che potrebbe essere il potenziale di molestatori nell’intera fascia del volontariato “che conta molte più persone dei 35.000 sacerdoti censiti nel report, ed è soggetta agli stessi identici vuoti legislativi del clero”, spiegano.
“Come abbiamo calcolato sulla base di 35.000 sacerdoti che 1.200 circa risulterebbero molestatori sessuali, per lo più di minori, sulla stessa base percentuale ottenuta (3,64%), calcoliamo la stessa percentuale al dato Istat che parla di un totale di 4,661 milioni di volontari nel 2021. Se poi moltiplichiamo l’improbabile dato (come premesso in assoluto difetto) per il prodotto minimo di cinque presunte vittime per ogni molestatore, otteniamo una triste ipotesi dell’enorme entità del fenomeno, incontrollato in Italia: 848.300”.
(Mab / Dire)
Molte vittime della pedofilia a Timor Est, prossima tappa del viaggio in Asia e Oceania del Papa, si aspettano che Francesco possa fare chiarezza su due vicende sconvolgenti e sulle quali la Chiesa ha fatto scendere una imbarazzante coltre di silenzio. In entrambi i casi i prelati pur avendo stuprato minori sono ancora ampiamente lodati per aver sostenuto il popolo timorese durante la violenta occupazione indonesiana. Si tratta del vescovo Premio Nobel per la Pace, Carlos Ximenes Belo che ora si trova in un monastero in Portogallo (e punito dal Vaticano in modo ridicolo) e dell’ex sacerdote Richard Daschbach attualmente in una prigione di Timor Est.
Abusi, il brutto caso del vescovo «insabbiatore» ora accusato anche dal predecessore apre il “processo” in Vaticano.
A fare da portavoce di tanti ex ragazzi molestati in passato e’ una associazione americana molto influente, BishopAccountability.org che ha chiesto al cardinale Sean O’Malley, già influente collaboratore del Papa, di riferire a Bergoglio della necessità di fare luce sulle vicende scandalose.
Tanto per cominciare, dicono, «facendo i nomi degli abusatori», citandoli apertamente nei discorsi in pubblico, in modo da esortare i timoresi «a smettere di sostenerli. Le vittime di Timor Est si sentono sicuramente spaventate e sole».
ABUSI
La continua popolarità dei due autori dei reati sessuali, infatti, è ancora altissima nonostante i crimini. E tra i sostenitori conta anche il presidente e il primo ministro del paese, il cui sostegno ha di fatto creato un clima generale in cui le vittime si sentono intimidite per farsi avanti. «Un numero ampio di vittime a Timor Est ha probabilmente paura di denunciare mentre osserva i potenti predatori crogiolarsi nell’affermazione pubblica» ha detto Barrett Doyle di BishopAccountability. «È una situazione cupa che Papa Francesco potrebbe cambiare».
ARCHIVI
Fondata nel 2003, BishopAccountability.org documenta la crisi degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica. Offre una vasta collezione online di documenti e resoconti. La sua missione è dare al pubblico accesso alle informazioni relative alla crisi degli abusi in tutto il mondo. Si tratta di un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro che chiede trasparenza e responsabilità.
Tra i sostenitori degli abusatori ci sono anche funzionari statali influenti a cominciare dal presidente di Timor Est, José Ramos-Horta, che ha elogiato pubblicamente il suo amico vescovo Belo, sostenendo che lo avrebbe accolto di nuovo nel paese in qualsiasi momento. Alla AP ha anche aggiunto di sperare che il Papa non menzioni affatto i crimini perché «sarebbe come accusare qualcuno due volte». Una posizione ampiamente condivisa anche nella Chiesa timorese. Naturalmente non si sa se il cardinale O’Malley ha già avuto la possibilità di informare il Papa. In ogni caso, nella prossima tappa asiatica, sarà di fronte a un bivio: denunciare e condannare il vescovo pedofilo come gli chiedono le vittime della pedofilia oppure tacere come si aspetta il Presidente di Timor Est.
Per salvaguardare i minori e gli adulti vulnerabili dagli abusi è necessario prendersi cura anche di coloro che li hanno commessi. È questo, in poche parole, l’assunto del libro di don Paolo Baroli, Mostri o nostri? La prevenzione degli abusi e il trattamento dei rei: una sfida per la chiesa, appena uscito per le Edizioni San Paolo con la prefazione del cardinale Matteo Zuppi.
Il saggio ricostruisce brevemente la posizione della chiesa sugli abusi sessuali, per arrivare al nocciolo del “che fare” con i pedofili dopo che questi hanno scontato il debito con la giustizia. Criticato il troppo facile ricorso alla dimissione clericale perché deresponsabilizzante per la chiesa, vengono passate in rassegna diverse alternative, dalla castrazione chimica all’approccio farmacologico e terapeutico.
«La chiesa non si risparmierà nel compiere tutto il necessario per consegnare alla giustizia chiunque abbia commesso tali delitti», scrive Baroli, come se la denuncia all’autorità giudiziaria fosse un assioma. Viene infatti dato per assodato che i pedofili scontino «una giusta pena» mentre è noto, grazie alla testimonianza delle vittime, che gli abusatori nella gran parte dei casi vengono protetti e soprattutto non sono mai denunciati alla giustizia dello stato.
Revisionismo storico
Anche la ricostruzione della lotta agli abusi negli ultimi vent’anni è a dir poco generosa. Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco sono dipinti come paladini della trasparenza e della tolleranza zero, quando sappiamo che ancora non abbiamo un’indagine indipendente che faccia davvero chiarezza sulla realtà del fenomeno nel nostro paese.
Come non bastasse, Baroli parla dell’insabbiamento dei casi di abuso come di una pratica del passato, ormai condannata e sanzionata dal Vaticano con la rimozione del responsabile. Non fornisce però esempi concreti che avvalorino le sue affermazioni, che sono facilmente smontate dai recenti casi di cronaca: uno per tutti quello che ha riguardato l’attuale vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, tuttora a capo della diocesi nonostante sia stato intercettato mentre dichiara di aver coperto don Giuseppe Rugolo, condannato a marzo in primo grado a quattro anni e sei mesi.
“Rieducare” gli abusatori
Secondo l’autore, poi, per affrontare in modo efficace la violenza sui minori è fondamentale occuparsi anche della “rieducazione” degli abusatori, in modo che possano reinserirsi nella società e nella chiesa. Sono necessarie, sottolinea don Baroli, non solo «tecniche psicoterapeutiche, ma anche modalità di custodia e accompagnamento della persona e dei cammini di rinnovamento umano e spirituale che consentano ai
rei di riscoprire e recuperare un orizzonte di senso».
In questa prospettiva, l’autore non esclude che, concluso il percorso di accompagnamento, i pedofili possano continuare a «svolgere al meglio la loro vocazione di cristiani ed eventualmente di sacerdoti». Mettere al bando gli abusatori, invece, li porterebbe a ricostruirsi una vita altrove, dove potrebbero facilmente compiere nuovi reati; meglio allora tenerli «sotto il controllo della chiesa».
Anche qui l’autore omette di dire che la comunità dei fedeli non viene mai informata delle denunce a carico dei sacerdoti, che infatti ritroviamo spesso in altre diocesi, di nuovo vicino ai ragazzini. È quel che è successo per esempio a don Silverio Mura, che da Napoli è stato trasferito in una parrocchia di Tortona addirittura con un altro nome; ma gli esempi sarebbero molti.
Operazioni di facciata
Rimane la domanda sul senso di un libro come questo che, oltre a insistere sul garantismo per i pedofili, non aggiunge nulla alla comprensione del fenomeno ma suona più che altro come un esempio di marketing ecclesiastico sul fronte dello spinoso problema degli abusi clericali.
La stessa operazione di facciata riproposta dal convegno “Abusi sui minori. Una lettura del contesto italiano 2001-2021”, organizzato il 29 maggio dalla Conferenza episcopale all’Ambasciata italiana presso la Santa sede. Un incontro uguale ai tanti che lo hanno preceduto, il cui risultato è stato annacquare le responsabilità della chiesa in un generico discorso sui pericoli del web e sugli abusi sui bambini all’interno della società.
L’unica novità è stata l’annuncio, da parte della neo presidente del Servizio tutela minori della Cei, Chiara Griffini, di uno «studio pilota» sui casi di abuso clericale nel periodo 2001-2021, che sarà condotto dall’Istituto degli innocenti di Firenze e dal Centro interdisciplinare sulla vittimologia e sulla sicurezza dell’Università di Bologna.
Un’analisi che si baserà sulle denunce dei vescovi e partirà con un’indagine a campione su un numero determinato di diocesi, a cui seguirà un momento «sapienziale» di riflessione. Non è chiaro a che cosa servirà un nuovo studio fondato su dati parziali, ma si dovrà comunque attendere la fine del 2025 per saperlo.
Ancora una volta la chiesa si è limitata a dichiararsi strenuamente impegnata contro gli abusi sui minori, ma senza l’onere della prova.
ROMA-ADISTA. Il tema degli abusi sui minori nella Chiesa diluito nel mare degli abusi sui minori nella società, su internet, nello sport; un elogio delle iniziative della Chiesa italiana e del Vaticano per contrastarli, iniziative parziali, lente, astratte, farraginose, che nascono già vecchie. E l’ennesimo no a una commissione indipendente d’inchiesta. Può essere sintetizzato così il senso del convegno organizzato dalla CEI e dall’Ambasciata italiana presso la Santa Sede il 29 maggio dal titolo “Abusi sui minori. Una lettura del contesto italiano 2001-2021”.
Diversi gli esperti invitati a parlare, ma le informazioni più rilevanti sono quelle fornite da alcuni degli intervenuti ai giornalisti in margine al convegno. A proposito del processo contro l’ex gesuita Rupnik, mons. Kennedy, segretario della sezione disciplinare del DDF ha detto che «È iniziato veramente bene e passo dopo passo, stiamo tenendo conto di tutti gli aspetti, quello delle accuse contro di lui, l’aspetto delle vittime, quello dell’impatto sulla Chiesa. È delicato, in questo momento non posso dire di più», Peraltro, il prelato irlandese ha sottolineato che la strumentalizzazione di immagini spirituali a fini sessuali, utilizzata anche da altri abusatori, e normalmente definita “falso misticismo”, un crimine contro la fede, non costituisce ancora una fattispecie giuridica nel diritto canonico e dunque allo stato attuale non prevede una pena.
Quanto alla collaborazione tra Cei e Dicastero che, nelle parole pronunciate dal presidente CEI card. Matteo Zuppi nel 2022, doveva consistere nella trasmissione dei 613 dossier di abusi sessuali esaminati dal Dicastero tra il 2001 e il 2021, essa non esiste nella forma in cui era stata illustrata: ha affermato infatti Kennedy: «di per sé il nostro lavoro non è con le Conferenze episcopali, è con il vescovo singolo e con il superiore generale di ogni ordine religioso: sono loro i nostri interlocutori. Se una conferenza episcopale vuole avere delle statistiche, può chiedere alle diocesi di fornirle. Non è un lavoro che facciamo noi».
Venuto a mancare il contributo del Dicastero vaticano nella trasmissione diretta alla Cei dei 613 dossier riguardanti casi di abusi sessuali, la Chiesa italiana ha dovuto “ricalcolare il percorso”, come fanno i navigatori. Di qui lo «studio pilota» illustrato dalla neopresidente del Servizio Tutela minori della Cei Chiara Griffini, uno studio che, ha detto, consentirà di svolgere delle ricerche che consentiranno di avere una fotografia del periodo 2001-2021»; un’analisi«qualitativa e quantitativa» nella quale saranno – appunto – i singoli ordinari del luogo a fornire i dati. Due le fasi del progetto: la prima «una ricerca multidisciplinare» dapprima su un campione e poi estesa alle altre diocesi; la seconda una fase di analisi e riflessione. Il tutto sarà condotto da due enti «indipendenti»: l’Istituto degli Innocenti (Azienda pubblica di Firenze) e il Centro interdisciplinare sulla vittimologia e sulla sicurezza dell’Università di Bologna.
Tutto appare dominato dall’incertezza e dalla speranza: si auspica, ma non è certo, che il lavoro sia completato entro la fine del 2025; si spera «che da questo studio si possano definire i criteri per poter affinare qualcosa che intercetti la realtà ancora sommersa». L’obiettivo: non avere dati nuovi ma, spiega Griffini, «offrire una lettura qualitativa e quantitativa» dei dati già esistenti. Un compito che appare piuttosto limitato e parziale in confronto a quanto avvenuto in altri Paesi, che taglia fuori ad esempio i dossier approdati alla giustizia civile e si ferma a quella piccola parte dell’emerso denunciata dai vescovi al Dicastero, fermandosi a tre anni fa. (ludovica eugenio)
Francesco Zanardi – Fondo svizzero risarcimenti quasi a secco
Il fondo di risarcimento creato nel 2017 per chi ha subito abusi nella Chiesa cattolica svizzera sarà presto esaurito. Questo perché le richieste di indennizzo sono significativamente aumentate dallo scorso settembre, quando è stato pubblicato l’ormai noto studio dell’Università di Zurigo, che ha portato alla luce più di mille episodi a partire dagli anni Cinquanta.
Il risarcimento accordato è modesto, un massimo di 20’000 franchi a testa. Fino a settembre erano ogni anno in media una trentina le persone che trovavano il coraggio di fare richiesta: per la precisione 44 nel 2017, 52 nel 2018, 25 nel 2019, 21 nel 2020, solo 9 nel 2021, 17 nel 2022 e 34 nel 2023. Ora però, come detto, la situazione è drasticamente cambiata.
I 500’000 franchi all’anno di cui dispone il fondo, quindi, non basteranno. La commissione che lo gestisce ha già chiesto altri soldi. Quelli ancora in cassa, saranno meno di 80’000 franchi questa estate una volta versato il dovuto per alcuni casi in sospeso, “saranno sufficienti per quattro o cinque persone”, ha confermato la presidente Liliane Gross al portale cath.ch.
I principali contributori sono la Conferenza dei vescovi svizzeri – con 300’000 franchi – e la RKZ ovvero l’associazione delle organizzazioni ecclesiastiche cantonali, che versa 150’000 franchi. Secondo cath.ch, l’aumento di questa voce di spesa avrà conseguenze: la Chiesa cattolica, per esempio, non avrà i mezzi per partecipare finanziariamente allo studio sugli abusi previsti in un prossimo futuro anche dalla Chiesa evangelica riformata.
https://www.rsi.ch
Alessio Di Florio – La CEI considera lo stupro un “atto impuro” con stress, aver bevuto o provocazioni “attenuanti”
“La Chiesa cattolica italiana continua a non affrontare il proprio scandalo degli abusi sessuali” è il titolo di un dossier pubblicato da worldcrunch.com già citato in due precedenti edizioni del nostro tg.
Nel dossier sono citate alcune dichiarazioni di Mons. Ghizzoni in occasione della presentazione del primo “rapporto” della CEI nel 2022. Questo uno dei passaggi del dossier in cui si cita Ghizzoni
«Ma c’è un altro passaggio degno di nota, quando Ghizzoni spiega il senso della seconda inchiesta in corso sui preti abusatori in Vaticano: “Chi commette dai 10 ai 50 casi nella sua vita è un abusatore seriale ed è un personaggio molto pericoloso, ma chi ha commesso un solo abuso nella sua vita, un giorno in cui ha bevuto, era sotto stress o se è lasciato provocatorio, possiamo considerarlo uno psicopatico seriale? Anche per questi dovremo pensare a soluzioni”. Chissà cosa pensa la vittima del prete che quel giorno aveva bevuto. Le dichiarazioni del Responsabile della tutela dei minori sembrano una sintesi trasparente, anche se evidentemente inconsapevole, delle motivazioni della Chiesa italiana a difendersi prima di cercare giustizia e verità. In definitiva, la questione degli abusi sessuali è diventata una delle questioni chiave su cui verrà misurata la capacità della Chiesa di avere importanza nel mondo di oggi».
«Secondo Christine Pedotti, femminista cattolica e direttrice della rivista francese Temoignage Chrétien, le cause dello scandalo vanno ricercate proprio nel rapporto della Chiesa con la sessualità e la democrazia – riporta worldcrunch.com – Il pensiero ‘impuro’, la masturbazione, lo stupro, vengono tutti confusi sotto il termine generico di peccato».
«Non esiste un legame diretto tra l’astinenza sessuale richiesta ai chierici cattolici e gli abusi, ma esiste un legame indiretto molto potente – prosegue l’analisi di Pedotti – In primo luogo, quando qualsiasi forma di attività sessuale, inclusa la semplice masturbazione, è considerata sbagliata, disordinata e peccaminosa, non esiste più una gerarchia di trasgressione: il pensiero ‘impuro’, la masturbazione, lo stupro, vengono tutti confusi sotto il termine generico di peccato, al punto che la differenza tra peccato e crimine diventa sfumata. Questa confusione è espressa nelle stesse parole dei responsabilità, che non smettono mai di parlare di peccato, penitenza e perdono, quando dovrebbero parlare di crimine, colpa, vittima, indagine, giudizio e verdetto».
«Il problema, dice Pedotti, è che la Chiesa giudica la sessualità in relazione al sesto comandamento – non commettere adulterio – piuttosto che in termini di consenso – sottolinea worldcrunch.com – In un rapporto non consensuale è una persona che viene violata, non un comandamento. Ecco perché le vittime vengono regolarmente ignorate».
Federica Tourn – Rupnik Aparecida
Al Santuario nazionale di Nostra Signora di Aparecida, nello stato di San Paolo in Brasile, la più grande basilica mariana del mondo, è stata inaugurata l’11 maggi la facciata sud. Come la facciata nord, anche il grande ingresso meridionale è ora ricoperto dei mosaici dell’ex gesuita Marko Rupnik, il famoso teologo artista accusato di abusi da oltre venti donne. Un lavoro imponente, che ha coinvolto 41 artisti professionisti e 500 operai nel montaggio di oltre tremila metri quadri di mosaico sulla facciata e 650 metri quadri sulla colonnata con scene della Pasqua di Gesù. Si tratta della tappa più impegnativa della “Jornada biblica”, il progetto artistico e pastorale della Congregazione del Santissimo Redentore che amministra il santuario e che intende trasformarlo «nella più grande Bibbia a cielo aperto del mondo».
«Il prezzo dei mosaici è di circa mille euro al metro quadrato, senza contare i materiali, la manodopera ei lavori di produzione, dai ponteggi all’uso dei macchinari necessari a preparare l’installazione», ha dichiarato Erasmo Freitas de Abreu a Isabel Gnaccarini , collaboratrice della Folha do São Paulo. Freitas è il direttore dell’atelier di architettura e arte sacra Amacom, che lavora con artisti brasiliani, laici e religiosi, e ha partecipato alla posa dei mosaici ad Aparecida sin dall’inizio. Se si calcola che la superficie della facciata nord è di circa 2.300 metri quadri, mentre la sud supera i tremila, a cui si aggiungono i 650 metri quadri di mosaico sulla colonnata, il conto è presto fatto: i padri redentoristi potrebbero aver pagato una cifra ai sei milioni di euro per i mosaici realizzati finora, a cui vanno aggiunti tutti gli altri costi, compresi quelli vicini dell’inaugurazione di ogni facciata.
L’inaugurazione dell’11 maggio è stata appaltata in esclusiva al network interno Tv Aparecida. In Brasile finora la stampa è rimasta in silenzio: probabilmente i padri redentoristi non possono permettersi che circolino notizie sullo scandalo sessuale che ha coinvolto Rupnik, con il rischio che i devoti finanziatori aprono gli occhi e smettano di vuotare le tasche nelle casse del santuario.
I mosaici di Rupnik nella Basilica di Nostra Signora di Aparecida sono un’opera realizzata da un abusatore e pagata dai fedeli . «I pannelli dei mosaici dovrebbero essere rimossi e rispediti al Centro Aletti», ha detto Marina Massimi dell’Università di San Paolo a Crux, e ha aggiunto: «quando (Rupnik) è stato assunto, le gerarchie ecclesiastiche erano già a conoscenza delle accuse nei suoi confronti. Anche questo è un abuso, stavolta nei confronti dei fedeli che hanno donato i soldi per il progetto. Per ragioni etiche, il denaro dovrebbe essere restituito al fondo dei pellegrini».
Ludovica Eugenio – P. Hans zollner: nella questione degli abusi la risposta della chiesa è insufficiente
«Il nostro problema non è che non esistano norme o leggi adeguate. Il nostro problema è che il management non è disposto o non è in grado di implementare i propri standard e garantirne la sostenibilità». Lo ha affermato il gesuita p. Hans Zollner in una lunga intervista sugli abusi nella Chiesa rilasciata alla rivista teologica online di lingua tedesca Feinschwarz. Docente di psicologia, psicoterapeuta e direttore dell’Istituto di antropologia dell’Università Gregoriana, è stato membro della Pontificia Commissione Tutela Minorum fino al 2023 quando si è dimesso a causa della mancanza di trasparenza e dell’inefficienza dell’organismo.
«Nella stragrande maggioranza dei Paesi del mondo, soprattutto quelli con la popolazione più numerosa e più giovane, la violenza sessuale non è ancora un argomento che tocca realmente il pubblico, anzi, spesso è un tabù. E sugli abusi nemmeno la Chiesa cattolica è «un blocco monolitico», afferma Zollner: «Anche nei vertici della Chiesa cattolica non esiste una linea comune». Anche se sono stati fatti passi avanti nella prevenzione, l’incontro concreto con le vittime di abusi continua ad essere «così inquietante e spiacevole» che molti nella Chiesa, tra responsabili e semplici fedeli, lo evitano.
La sensazione che la risposta della Chiesa sia inadeguata è forte anche quando la gerarchia chiede scusa: spesso – spiega il gesuita – queste parole di rammarico non provengono da una profonda convinzione personale e non hanno conseguenze adeguate. Molte suonano vuote se le preoccupazioni delle persone colpite continuano a non trovare risposta e se coloro che non hanno tenuto fede alle proprie responsabilità morali e legali si tirano indietro. Ciò accade perché, afferma, «si stanno ancora affrontando casi singoli e non si traggono conseguenze sistemiche». Insomma, «Non è ancora chiaro a molti nella Chiesa – non solo ai ministri – che alcune correzioni marginali non sono sufficienti. Credo che l’aspettativa che le radici degli abusi e degli insabbiamenti vengano analizzate, discusse e cambiate non sia stata soddisfatta. La mentalità, gli atteggiamenti e le strutture che promuovono o cementano il desiderio di prestigio, un’eccessiva identificazione con l’istituzione, un rapporto acritico con l’autorità e il potere e una sessualità immatura sono ancora individuabili ovunque». Naturalmente ci sono anche esperienze che vanno in un’altra direzione, concede Zollner, «ma nel complesso resta la percezione che “la” Chiesa si preoccupa principalmente di se stessa».
Ne va della fede stessa, sottolinea ancora: «Puoi credere solo se ti fidi. La fiducia nasce dal vedere qualcuno fare ciò che dice. Laddove accade il contrario non solo una volta, ma costantemente e ovunque – dove “la” Chiesa ignora le persone colpite e protegge i colpevoli – viene distrutto il fondamento della credibilità».
Se poi i vescovi trattano le vittime come fastidiose piantagrane, non prestano loro alcuna attenzione pastorale o umana e non seguono nemmeno le norme della Chiesa sugli abusi, queste persone diventano vittime per la seconda volta. A preoccuparlo soprattutto, nella Chiesa, conclude, «è la mancanza di coraggio e di forza nella leadership ecclesiastica quando si tratta di affrontare gli abusi, ammettere le colpe e trarre le conseguenze, sia a livello personale che strutturale.
Francesco Zanardi – Pedofilia, al via a Tivoli il processo bis all’ex dirigente di Azione Cattolica
Altri guai giudiziari per Mirko Campoli, l’ex dirigente dell’Azione cattolica condannato lo scorso marzo a nove anni in primo grado.
Mercoledì presso il Tribunale di Tivoli il secondo rinvio a giudizio per Campoli difeso dagli avv.ti Antonio Todero e Attilio Piacente.
Durante la discussione in udienza preliminare, forse valutata la precedente condanna, ha scelto la via del giudizio abbreviato, beneficiando così della riduzione di un terzo della pena prevista, sulla base delle gravi imputazioni formulate a suo carico per il reato di violenza sessuale – in base agli atti – inflitto ai danni di due ragazzini.
La Giudice dott.sa Sabrina Lencioni ha anche ammesso come parti civili la Regione Lazio, rappresentata dalla Garante per i diritti dell’infanzia dott.sa Monica Sanzoni, rappresentata dall’avvocato Pasquale Lattari, la Rete L’ABUSO – Associazione sopravvissuti agli abusi del clero, rappresentata dall’avvocato Mario Caligiuri e l’Associazione No child abuse APS rappresentata dall’avvocato Michele De Stefano.
La Giudice ha rinviato per l’esame dell’imputato e la discussione al prossimo 11 settembre.
Federica Tourn – Irruzione in centro Italia in casa di un abate svizzero
Il vescovado di Losanna, Ginevra e Friburgo (LGF) ha informato, il 29 settembre 2023, che un sacerdote attivo nel cantone di Neuchâtel era stato sospeso per sospetto di abuso sessuale e che contro di lui era stato avviato un procedimento canonico. Il caso si è sviluppato il 13 aprile 2024, quando è avvenuta una grande irruzione della polizia nella casa di proprietà del sacerdote di origine italiana nel piccolo comune di Sant’Angelo in Vado (Marche).
Ricerca importante
Secondo ArcInfo , quasi dieci agenti della polizia scientifica sono scesi da tre auto e sono entrati in casa con le loro tute bianche e le loro valigette. Hanno perquisito tutti e tre i piani e hanno posto i sigilli. A interessare gli investigatori erano soprattutto il garage e i locali interrati. Secondo i media neuchâteliani, la polizia italiana sospetta il sacerdote di abusi sulla figlia minorenne dell’assistente medico che si prendeva cura di sua madre.
Il caso è stato denunciato alle istituzioni della Chiesa oltre che alla giustizia italiana. Questa denuncia, fatta nel settembre 2023, è stata trasmessa anche a mons. Charles Morerod, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo (LGF), perché il sacerdote risiede attualmente nel cantone di Neuchâtel. Il vescovado ha comunicato il 29 settembre la sospensione del sacerdote e l’avvio di una procedura canonica. La diocesi ha precisato di aver informato la procura di Neuchâtel.
Nessuna procedura di Neuchâtel
Il pubblico ministero del Cantone di Neuchâtel, Pierre Aubert, ha dichiarato ad ArcInfo di non poter pronunciarsi sull’opportunità di aprire un’indagine penale su questi fatti. Spiega di aver chiesto ulteriori informazioni alle autorità ecclesiastiche italiane. Hanno confermato l’apertura di un procedimento interno, precisando che la presunta vittima e la sua famiglia non avevano ancora presentato denuncia alle autorità civili. Nel cantone di Neuchâtel non è stata quindi aperta alcuna procedura.
La diocesi della LGF ha affermato di collaborare con il sistema giudiziario e di essere consapevole che chiunque sia indagato non dovrebbe andare via.
Da notare che il sacerdote in questione è già stato condannato per appropriazione indebita nelle parrocchie vodesi.
Francesco Zanardi – Prete di 89 anni rinviato a giudizio, accusato di abusi su un 14enne
Sarebbe un prete accusato di abusi su un 14enne, don Giuseppe Bacchion, 89 anni nativo di Mirano e residente a Noale nella Diocesi di Treviso. Il prelato, difeso dall’avvocato Niccolò Zampaolo del foro di Padova, l’altro giorno è finito davanti al Gup Laura Alcaro, e il giudice ha deciso di rinviarlo a giudizio. Le prove a suo carico sarebbero schiaccianti.
L’episodio risale al 30 gennaio del 2023 quando due ragazzini si sono dati appuntamento sul sagrato della chiesa per giocare con gli skate. E mentre si divertivano accanto a loro si è fermata un’automobile, da dove è sceso l’anziano prete. I due adolescenti, senza minimamente sospettare quello che sarebbe accaduto di lì a poco, si sono fermati pensando che il conducente avesse bisogno di un’informazione. Invece nel giro di pochi minuti si è consumata la violenza sessuale. Il sacerdote avrebbe rivolto al ragazzino più piccolo, quello di soli 14 anni, alcuni apprezzamenti inequivocabili, allungando una mano e toccandolo nelle parti intime.
Lo studente ha immediatamente reagito scacciando la mano del religioso e, insieme all’amico, lo ha preso a male parole intimandogli di andarsene immediatamente e di lasciarli in pace. Cosa che il don avrebbe fatto, risalendo in auto e allontanandosi.
Alessio Di Florio – Violento attacco informatico contro Rete L’Abuso
In Italia esiste, ormai da molti anni, l’unica associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, Rete L’Abuso. Dovrebbe essere una battaglia comune a tanti quelle di vittime e sopravvissuti, dovrebbe scandalizzare ogni abuso contro l’infanzia. Francesco Zanardi può, invece, raccontare quante censure, quante verità di comodo, quanta omertà e quanti intrighi e trame per nascondere, occultare, difendere gli abusatori proliferano in Italia. Rete L’Abuso è online, ha un sito strutturato che è una potente fonte di informazione e conoscenza. La mattina del 23 aprile il sito di Rete L’Abuso è andato offline diverse ore per un violentissimo attacco informatico. Che giunge a distanza di poche settimane da segnalazioni e censure sui social a post e pubblicazioni di denunce di abusi e di sistemi di omertà, connivenza, difesa dell’abusatore. Questo non è il primo attacco subito da www.retelabuso.org negli anni. Ma è il più violento e devastante.
«È una realtà che conosciamo fin troppo bene, avendo subito un attacco che fece crollare il nostro sito tre anni fa. E ricordiamo i silenzi, le omertà, i volti girati dall’altra parte – si sottolinea su WordNews.it nell’articolo in cui è stata pubblicata la notizia – Per questo esprimiamo oggi tutta la nostra solidarietà a Francesco Zanardi e a Rete L’Abuso. Contro ogni censura, ogni squadrismo, ogni violenza siamo al loro fianco e continueremo a sostenere ancor di più ogni denuncia, lotta, battaglia, preziosa informazione di Rete L’Abuso. Le nostre pagine, il nostro sito erano, sono e resteranno a totale disposizione della Rete».