Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • VITTIME DI ABUSI DI TUTTA EUROPA LANCIANO UNA PETIZIONE UE

    VITTIME DI ABUSI DI TUTTA EUROPA LANCIANO UNA PETIZIONE UE

    Parigi, 22 febbraio 2023 – La distribuzione di materiale pedopornografico online (CSAM) sta crescendo in modo esponenziale: da 1 milione di segnalazioni nel 2010 a 32 milioni nel 2022, che comprendono 88 milioni di immagini e video. I rapporti indicano che alcune aziende attive e con server nell’UE sono diventate i maggiori host di CSAM a livello globale (passando dall’ospitare più della metà di tutto il CSAM rilevato nel 2016 all’85% nel 2020). Questo dimostra un’allarmante tendenza all’aumento: l’Europa sta diventando un centro di distribuzione di immagini di violenza sessuale su internet e l’unico modo per impedirlo è arginare il flusso alla fonte, presso i fornitori di servizi internet.  “Questa violenza sessualizzata su Internet deve essere fermata”, ha sottolineato oggi Guido Fluri, ideatore di Justice Initiative, “perché dietro ogni immagine c’è un abuso. E dietro ogni abuso c’è la sofferenza di un bambino”.

    Insieme ai gruppi di vittime e alle organizzazioni per la tutela dei minori di tutta Europa, Justice Initiative ha lanciato una petizione internazionale che mira a migliorare la legislazione dell’UE. Guido Fluri ha sottolineato: “Da un lato, i sopravvissuti alla violenza sessuale dovrebbero ricevere maggiore sostegno. Dall’altro lato, si tratta di evitare che i bambini continuino a subire abusi. Chiediamo che l’Unione Europea assuma una posizione di leadership globale e voti a favore dell’attuale proposta legislativa per prevenire e combattere gli abusi sessuali sui minori, in modo da poter proteggere tutti i bambini e gli adolescenti e rendere giustizia ai sopravvissuti.”

    La Commissione europea accoglie la petizione

    Antonio Labrador Jimenez, Team Leader per la lotta agli abusi sessuali sui minori presso la Commissione Europea, ha spiegato durante la conferenza stampa la natura cruciale della proposta di legge dell’UE per prevenire e combattere gli abusi sessuali sui minori negli anni a venire. Senza questa legislazione, non ci sarà un modo legale per garantire che i fornitori di servizi Internet proteggano i bambini nell’Unione Europea.

    La legislazione stabilirà le regole per le aziende di internet al fine di impedire la circolazione di immagini e video di bambini che vengono abusati sessualmente e di altre vittime e sopravvissuti, e per evitare che gli adulti si avvicinino ai bambini online per abusarne sessualmente. Se necessario, la legislazione richiederà alle aziende di individuare, segnalare e rimuovere tali immagini e video. La legislazione prevede inoltre la creazione di un Centro dell’UE per la prevenzione e la lotta contro gli abusi sessuali sui minori che garantirà la trasparenza e la responsabilità di questo processo e faciliterà gli sforzi per assistere i sopravvissuti in tutta l’UE. Antonio Labrador Jimenez accoglie con favore la petizione di Justice Initiative in quanto contribuirà a richiamare l’attenzione sui problemi che la legislazione intende risolvere.

    Gruppi di protezione dell’infanzia: L’attuale protezione contro gli abusi è insufficiente

    “Dobbiamo agire subito”, afferma Nina Vaaranen-Valkonen (Finlandia), direttrice esecutiva di Suojellaan Lapsia, Protect Children, una delle principali organizzazioni europee per la protezione dei bambini. Per i sopravvissuti, afferma Vaaranen-Valkonen, il solo fatto di sapere che un video o una foto di un abuso viene diffuso su Internet è devastante.  C’è urgente bisogno di una regolamentazione e di una nuova legislazione, afferma Vaaranen-Valkonen: “L’attuale legislazione basata su sforzi volontari non è più sufficiente. È giunto il momento di difendere i diritti dei minori e di chiedere collettivamente regole vincolanti per rendere Internet sicuro per i bambini. Noi di Justice Initiative siamo al fianco delle vittime e dei sopravvissuti”.

    Gruppi di vittime europei sostengono la petizione 

    Gruppi di vittime di tutta Europa si sono impegnati con Justice Initiative. Uno di questi è il Brave Movement, un movimento internazionale di sopravvissuti e alleati che chiede di porre fine alla violenza sessuale infantile in tutto il mondo. “Sosteniamo l’appello di Justice Initiative insieme a molte altre ONG”, ha dichiarato Mié Kohiyama alla conferenza stampa di Parigi, co-presidente del gruppo di lavoro Bravemovement Europe e co-fondatrice di BeBraveFrance. Anche diverse vittime di abusi su minori hanno testimoniato alla conferenza stampa. Tra queste c’era Saga, una sopravvissuta svedese: “Sono onorata”, ha detto Saga, “di far parte della campagna europea di Justice Initiative e di essere circondata da altri attivisti e associazioni per i diritti dei minori. Oggi lanciamo la prima petizione europea contro gli abusi sui minori, una campagna fondamentale per garantire a tutti i bambini il diritto all’infanzia, senza abusi sessuali. Dobbiamo agire ora. Esorto l’UE a portare avanti i suoi sforzi per sostenere i sopravvissuti e a fare tutto ciò che è in suo potere per combattere questi abusi. Dobbiamo essere tenaci e non dobbiamo arrenderci. Cominciamo tutti a firmare questa petizione”.

    Justice Initiative è attiva anche in Italia: anche qui la raccolta di firme è già iniziata e nel corso del mese di marzo prenderanno il via una serie di eventi volti a sensibilizzare l’opinione pubblica in merito.

    Sostegno politico al Parlamento europeo

    Tra i numerosi sostenitori politici c’è l’importante europarlamentare tedesca Marion Walsmann (relatrice ombra presso la Commissione per il mercato interno riguardo alla proposta di regolamento che stabilisce norme per prevenire e combattere gli abusi sessuali sui minori). A suo avviso, i fornitori di servizi devono essere maggiormente responsabilizzati in modo che il materiale pedopornografico non solo possa essere individuato e rimosso più rapidamente, evitando così la sua diffusione, ma che si possa anche aumentare la prevenzione. “Ovviamente la protezione dei dati e la privacy degli utenti di Internet sono importanti, ma la protezione dei dati non deve diventare la protezione degli abusatori. Ho firmato la petizione (Justice Initiative) per una migliore protezione dei bambini in Europa e dovresti farlo anche tu, e non lo dico come europarlamentare ma come madre di due bambini. Perché ogni bambino abusato è uno di troppo”, ha dichiarato l’eurodeputata Walsmann.

    Qui trovate la petizione:

    Per maggiori informazioni: www.justice-initiative.eu

    Richieste ai media: info@maggioridirittiminoriprotetti.org

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  • Le Filippine devono porre fine all’impunità per gli abusi sessuali del clero

    Le Filippine devono porre fine all’impunità per gli abusi sessuali del clero

    Sacerdoti e vescovi come tutti possono essere peccatori e devono essere ritenuti responsabili di crimini contro i bambini

    La protezione dei bambini dai danni, e in particolare dagli abusi sessuali, è la prima responsabilità di ogni genitore e di ogni adulto, in particolare di coloro che hanno responsabilità morali e legali nella Chiesa e nello Stato.

    Un presunto prete stupratore di bambini, Karole Reward Ubina Israel, 29 anni, di Solana, Cagayan, è stato arrestato lo scorso ottobre e, si spera, sarà accusato di abusi sessuali su minori in tribunale. La vittima bambina aveva 15 anni quando sarebbe stata abusata per la prima volta da lui. Il sacerdote è stato sospeso dalla sua diocesi subito dopo l’arresto.

    Il processo sta procedendo con il pubblico ministero che ha deciso di inviare le accuse di stupro al tribunale, ma l’avvocato di Israele ha chiesto un riesame, una normale azione legale.

    La prima serie di accuse si basava sul fatto che era stato arrestato per aver abusato di un bambino. L’accusa di seduzione di minorenne lo ha messo immediatamente in carcere. L’imputato ha chiesto al tribunale la libertà su cauzione e l’ha ottenuta.

    Siamo in attesa della decisione del pubblico ministero sulle accuse di stupro. Tali accuse non sono depositabili e dovrà tornare in prigione, a meno che non scappi all’estero.

    Secondo la testimonianza della vittima minorenne, questo prete di Cagayan ha filmato più volte gli abusi sessuali del bambino e ha minacciato di pubblicarli sui social media che avrebbero instillato paura, intimidazione e controllo sul bambino.

    “È in grado di proteggere i pedofili e permettere alle vittime di soffrire e intimidire i funzionari del governo”

    Israel ammette gli atti sessuali ma afferma che erano consensuali. La vittima nega. I video usati per ricattarla ne fanno una difesa inutile.

    Republic Act 11930 altrimenti noto come Anti-Online Sexual Abuse and Exploitation Act dice nella Sezione 5: “Effetto del consenso della vittima – Il consenso della vittima non è materiale o rilevante e non deve essere disponibile come difesa nel perseguimento di gli atti illeciti vietati dalla presente legge”.

    È uno dei pochissimi sacerdoti mai accusati in tribunale nelle Filippine di abusi su minori e nessuno è mai stato condannato o finito in prigione. I sacerdoti godono di totale impunità, a quanto pare. Questo è un invito per loro a continuare ad abusare dei bambini e altro a farlo.

    Tale è il potere della Chiesa come istituzione. È in grado di proteggere gli autori di abusi sui minori e consentire alle vittime di soffrire e intimidire i funzionari governativi nel consentire accordi extragiudiziali.

    Negli ultimi anni sono state presentate ai pubblici ministeri oltre una dozzina di denunce di abusi sessuali su minori contro sacerdoti filippini, ma tutte sono state risolte privatamente o archiviate dai pubblici ministeri.

    Ci sono sette sacerdoti che servono oggi in varie diocesi che sono fuggiti da accuse o condanne per abusi su minori negli Stati Uniti e hanno cercato rifugio qui. Come ha affermato il cardinale Antonio Tagle in due interviste televisive, tra cui HardTalk alla BBC, la Chiesa considera gli abusi sui minori una questione interna e se ne occupa in privato. Papa Francesco non è d’accordo. I sospetti dovrebbero essere consegnati alle autorità civili in quanto potrebbero essere stati commessi crimini.

    I difensori dei bambini plaudono alla rivelazione della verità su questo caso, doloroso per la vittima e per la comunità. È solo la verità che avviserà e avviserà le persone che i pedofili possono essere chiunque e abusare sempre e ovunque. Tutti devono proteggere i bambini.

    Sacerdoti e vescovi, come tutti, possono essere peccatori e devono essere ritenuti responsabili, come tutti, di crimini contro i bambini. Non devono esserci impunità, deferenza o protezione speciale per loro. La legge si applica ugualmente a tutti e quando le prove sono convincenti e convincenti, la punizione deve seguire la legge.

    Pubblicare immagini di abusi sui minori per ricattare o intimidire le vittime è uno dei peggiori usi negativi dei social media come padre Karole Israel avrebbe fatto alle sue vittime. Piattaforme basate su Internet come Facebook, Google, Twitter e TikTok vengono utilizzate per pubblicare immagini vili, degradanti e offensive di bambini vittime di abusi sessuali.

    I fornitori di servizi Internet (ISP) sono i percorsi attraverso i quali le immagini e i video vengono pubblicati online e i canali attraverso i quali le immagini di abusi sessuali su minori e i video trasmessi in live streaming di spettacoli di abusi sui minori vengono condivisi con criminali pedofili depravati in tutto il mondo che li ordinano e li pagano . Questo è un terribile crimine vietato dalla RA 11930 approvata nel luglio 2022.

    “Tutti – genitori, cittadini, Chiesa e Stato – sono chiamati a comportarsi in modo moralmente corretto”

    La sfida per gli ISP e i loro proprietari di società di telecomunicazioni è fornire il più potente software basato sull’intelligenza artificiale (AI) per rilevare, catturare e bloccare la trasmissione di tali immagini e video malvagi. Ciò è imposto dalla legge RA11930.

    Potrebbe essere impossibile, dato che ce ne sono così tanti, impedire che vengano realizzati e pubblicati, ma non impossibile intercettarli, catturarli e impedire che raggiungano il pubblico o i presunti abusatori e quindi segnalarli alle autorità in modo che gli autori possano essere identificati e assicurato alla giustizia.

    Le piattaforme di social media ai sensi della legge filippina sono chiamate “fornitori di piattaforme di rete partecipativa” o “intermediari di social media” e sono state utilizzate per fissare le elezioni, fare il lavaggio del cervello al pubblico e trasmettere contenuti malvagi, come video e immagini di stupro di minori e streaming live di abusi sui minori. Sono incaricati dalla legge filippina (RA11930) di identificare, bloccare e rimuovere tali contenuti dal raggiungere il pubblico. Lo fanno in Germania, Australia, Francia e Turchia, negli Stati Uniti e in altri paesi dell’UE per non essere ritenuti penalmente responsabili per contenuti illegali sulle loro piattaforme.

    Hanno esternalizzato questo lavoro ad appaltatori che assumono lavoratori di call center per formarsi come “moderatori di contenuti” nelle Filippine e altrove. Questi filippini devono visualizzare una quota di immagini pedopornografiche e altri post barbari e odiosi sulle piattaforme e decidere se conservarli o eliminarli. Apparentemente non li denunciano alle autorità come la legge dice che dovrebbero. Ciò che serve è installare un software di rilevamento guidato dall’intelligenza artificiale.

    Un moderatore di contenuti su migliaia può vedere 1.000 immagini offensive in un giorno e decidere di eliminarle, ma prima deve segnalarle al Philippine Internet Crimes against Children Center istituito nel 2019 per indagare sulla fonte del materiale offensivo e ritenere le persone responsabili della pubblicazione il materiale abusivo responsabile. È già totalmente sopraffatto dal compito, quanto di più se ricevessero i contenuti trovati dai call center di moderazione dei contenuti?

    Tutti – genitori, cittadini, Chiesa e Stato – sono chiamati a comportarsi in modo moralmente corretto e rispettare e seguire il mandato evangelico.

    Gesù di Nazareth dice che i bambini sono i più importanti al mondo sopra tutti gli altri, anche i vescovi. Dice anche che una macina da mulino sia legata al collo dei maltrattatori ed essi saranno portati davanti alla giustizia (Matteo 18:1-7). Questo è ciò che dobbiamo tutti sforzarci di fare, ma soprattutto aiutare le vittime a guarire, riprendersi e acquisire potere.

    https://www.ucanews.com/news/philippines-must-end-impunity-for-clergy-sexual-abuse/100098

  • Le vecchie abitudini di abuso clericale sono dure a morire nelle Filippine

    Le vecchie abitudini di abuso clericale sono dure a morire nelle Filippine

    Un caso grave mostra come alcune autorità ecclesiastiche cerchino ancora di coprire le aggressioni sessuali ai minori

    I numerosi episodi di abusi sessuali su minori da parte di preti predatori hanno svergognato migliaia di buoni vescovi e chierici benevoli che sono stati giustamente irritati dagli atti salaci dilaganti dei loro compagni preti pedofili e in alcuni casi da vescovi di alto profilo e cardinali di alto rango.

    Si sentono impotenti quando il loro vescovo protegge il prete abusatore e lo chiama “suo figlio”.

    Desiderano giustizia per le vittime e desiderano esonerare la propria vocazione e il sacerdozio macchiato dalla tirannia dei preti abusatori.

    La Chiesa ha succintamente affermato che ogni atto di abuso sessuale contro un bambino non è solo un crimine atroce nel diritto civile, ma una violazione della legge della Chiesa. 

    Papa Francesco afferma che l’abuso sui minori da parte di un religioso è “una ferita profonda che chiede guarigione”.

    Ci sono molte occasioni in cui i vescovi sono stati rimproverati da Papa Francesco per aver coperto le denunce di abusi sui preti invece di cercare di aiutare le vittime e trovare loro terapia, guarigione e giustizia. 

    Spesso cercano di riscattare il bambino vittima e la famiglia con denaro e promesse di una vita piena di risorse. 

    Questo è esattamente quello che è successo nella provincia di Cagayan, nel nord delle Filippine, l’anno scorso. 

    L’ultima ferita subita da una bambina (Angelica, non è il suo vero nome) è avvenuta quando aveva 15 anni. 

    Ha denunciato di essere stata violentata e aggredita sessualmente molte volte da un prete, Karole Reward Ubina Israel, 29 anni, assistente parroco della chiesa di St. Vincent Ferrer a Solana, Cagayan.

    Secondo gli atti del tribunale, il sacerdote della diocesi di Tuguegarao , la città più popolosa di Cagayan, è stato arrestato in flagranza di reato di seduzione e abuso di minori il 18 ottobre 2022, in un’operazione di salvataggio e arresto pianificata e approvata di Hector Eduard Geologo, direttore regionale del National Bureau of Investigation (NBI), provincia di Cagayan. 

    L’arresto è stato condotto dall’investigatore dell’NBI Jonimar Tongdo e dalla sua squadra con la collaborazione attiva dei genitori della vittima.

    Angelica, che ora ha 16 anni, faceva parte del gruppo giovanile parrocchiale. Padre Israel ne era il direttore con ascendente morale e autorità su di esso. Angelica, allora quindicenne, è stata invitata da padre Israel l’8 febbraio 2022 a cena fuori. 

    Secondo lei, l’ha bendata e si è recato ad Aparri a Cagayan. Alle 2 del mattino successivo, quando sono tornati a Solana, il prete predatore ha iniziato a molestarla toccandole le parti intime e baciandola. 

    Rimase scioccata, scese dall’auto e corse fino a casa. Aveva paura di dirlo ai suoi genitori per paura che non le credessero e la incolpassero per aver fatto serie accuse contro un prete influente.

    Non è finita qui. Il sacerdote ha poi chiesto ad Angelica di incontrarlo di nuovo per scusarsi dell’accaduto. Quindi, è andata in chiesa, ma il prete l’ha spinta nella sua macchina ed è andata in un hotel nella città di Tuguegarao e l’ha violentata. 

    Ha preso video segreti del loro atto sessuale sul suo cellulare e glieli ha inviati e ha minacciato di mostrarli sui social media se avesse osato condividere i dettagli e si fosse rifiutata di fare sesso con lui ancora e ancora. 

    Così, il sacerdote è riuscito a rendere il bambino il suo schiavo sessuale e vittima di adescamento sessuale.

    L’ha violentata molte volte e ha persino trovato il tempo di fare sesso con lei il Giovedì Santo, il culmine della Settimana Santa!

    Questi atti sessuali hanno avuto luogo in luoghi diversi: nello stesso hotel, nella sua macchina, a scuola e in un parco commemorativo.

    Angelica era traumatizzata dalla paura della disgrazia. Era depressa e ha tentato di uccidersi tre volte. 

    Gli insegnanti di Angelica, John Michael Bassig e Maria Christina de Asis, hanno ricevuto un messaggio da un’amica di Angelica, che diceva che era depressa e con tendenze suicide. Hanno parlato con lei e Angelica ha trovato il coraggio di superare finalmente la sua paura e ha raccontato loro come il prete l’ha molestata, violentata e ricattata. In seguito hanno raccontato ai genitori del prete predatore.

    Hanno cercato l’aiuto dell’NBI, che ha organizzato una trappola. Hanno programmato un incontro tra Angelica e il chierico e lo hanno arrestato quando ha tentato di nuovo di abusare di lei nella sua macchina. 

    Il suo cellulare consegnato aveva tutto: c’erano sei clip di video di sesso, chiamate audio registrate, schermate di conversazioni in cui l’accusato chiedeva al bambino di fare sesso con lui e prove di ricatti, abusi sessuali e minacce. 

    Sebbene il pubblico ministero, Kathleen Joy Ruiz Zuniega, li abbia mandati in tribunale, padre Israel è uscito libero dopo aver pagato 183.000 pesos (3.355 dollari) per ottenere la cauzione, anche se le accuse di stupro non sono rimborsabili nelle Filippine . La seconda serie di accuse, stupro multiplo, violenza sessuale e video voyeurismo – 18 in tutto – sono state presentate con regolare archiviazione.

    Queste accuse di stupro qualificato, conteggi multipli di stupro e violenza sessuale erano il contenuto della risoluzione estremamente dettagliata dell’assistente procuratore della città Kristine R. Marallag-Ave e approvata dal procuratore della città Jessie B. Usita il 27 dicembre 2022. 

    Nella sua controdeposizione, il sacerdote accusato ha negato tutte le accuse e ha insistito sul fatto che lui e il bambino erano amanti e che si trattava di un atto sessuale con consenso. Ha anche chiesto al pubblico ministero di non consentire le prove video. Ma la richiesta è stata respinta. 

    Il pubblico ministero ha sottolineato che gli atti sessuali contro la volontà di un bambino vulnerabile, anche se si trattava dei cosiddetti “amanti”, cosa che non era, sono ancora crimini atroci di stupro su minori. Il messaggio vocale registrato del sacerdote alla vittima, in cui la insultava ripetutamente con un linguaggio al vetriolo, mostra che aveva il controllo totale della situazione. 

    Sacerdoti e devoti fedeli attendono l’apertura del processo dove la vittima testimonierà. 

    Padre Rino Guaring, molto probabilmente per conto della diocesi di Tuguegarao, e parenti di padre Israel, si sono recati a casa di Angelica per risolvere il caso in via stragiudiziale. Ha promesso denaro e un’istruzione universitaria standard se avesse ritirato le denunce. 

    La vittima e la sua famiglia hanno rifiutato. 

    I genitori hanno contattato per iscritto la Fondazione Preda, che lavora per alleviare “gli abusi e le sofferenze fisiche, emotive, psicologiche e sessuali dei bambini”, chiedendo aiuto.

    La giustizia per i bambini maltrattati è una potente chiamata fatta da Gesù di Nazareth e la giustizia per il maltrattatore è ugualmente importante. L’istituzione ecclesiastica ha ingiustamente protetto per troppo tempo il prete pedofilo. Che è condannato da Papa Francesco ed è un crimine nella Chiesa e nel diritto civile.
    I vescovi sono chiamati a proteggere i bambini vulnerabili e ad assicurare alla giustizia gli stupratori di bambini in modo che possano pentirsi, confessarsi e fare penitenza, dietro le sbarre se necessario.
    https://www.ucanews.com/news/old-clerical-abuse-habits-die-hard-in-the-philippines/100045
  • Pedofilia nella Chiesa, il caso Spotlight continua a Roma vent’anni dopo

    Pedofilia nella Chiesa, il caso Spotlight continua a Roma vent’anni dopo

    Federica Tourn, Editoriale DOMANI – È una limpida mattina romana di metà febbraio quando monsignor John Anthony Abruzzese, originario di Boston e canonico della Basilica papale di Santa Maria Maggiore all’Esquilino, viene convocato nell’ufficio del Commissario straordinario della Basilica, monsignor Rolandas Makrickas. Ad attenderlo trova l’arciprete della Basilica, il cardinale Stanisław Ryłko, e il suo vicario, l’arcivescovo Piero Marini, che gli consegnano una lettera da parte del Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato della Santa Sede Edgar Peña Parra. Le notizie non sono buone: Abruzzese è appena stato licenziato sui due piedi e deve tornarsene a casa, in Massachusetts. Il motivo non viene esplicitato, ma la lettera lascia intendere che la causa sia da ricercare nel fatto che Abruzzese, all’interno della basilica vaticana, divide l’alloggio con un ragazzo appena maggiorenne. Questo ragazzo, chiamiamolo Roberto, non è però un ventenne qualunque ma ha alle spalle una storia agghiacciante di pedofilia: è stato infatti abusato per nove anni da un prete e soltanto da poco si è deciso a denunciare.

    Comincia così una vicenda che, come una matrioska, ne contiene un’altra e dal Vaticano arriva fino a Francofonte, in provincia di Siracusa. Un’ordinaria storia di brutalità ecclesiastica, in cui eminenti personalità ecclesiastiche si premurano di allontare un sacerdote perché ospita un ragazzo, soltanto quando questi si decide a rivelare al suo vescovo la violenza subìta. Senza preoccuparsi quindi della vittima né di fermare i suoi potenziali abusatori, ma facendo attenzione a non venire coinvolte in scandali di pedofilia: in Vaticano, poi, dove dopo quarant’anni ancora brucia il mistero di Emanuela Orlandi.

    Ma andiamo con ordine. La lettera di licenziamento che monsignor Abruzzese riceve nell’ufficio del Commissario risale al 7 febbraio scorso ed è firmata personalmente da monsignor Peña Parra, il vescovo venezuelano che nel 2018 ha rimpiazzato il cardinale Giovanni Angelo Becciu nella carica di Sostituto alla Segreteria di Stato. Il provvedimento è preso in forza dell’articolo 11 dello Statuto di Santa Maria Maggiore, che prescrive dopo tre ammonizioni scritte l’allontanamento dalla Basilica del canonico «che conduca uno stile di vita che non corrisponde alla dignità e alla disciplina del capitolo». Dopo i ripetuti e disattesi richiami dell’arciprete della Basilica «anche in presenza di testimoni», si legge nella lettera, il sostituto si vede costretto a destituire Abruzzese e contestualmente gli ricorda che «non potrà più godere del titolo e dei benefici annessi al canonicato». Abruzzese è quindi invitato a fare prontamente ritorno alla sua diocesi di appartenenza, cioè a Boston. Per assicurarsi che sia ben chiaro, Peña Parra aggiunge che l’arcivescovo di Boston, il cardinale Sean Patrick ‘O Malley, è già stato avvertito.

    Abruzzese non ci sta e il 21 febbraio si appella al papa contro questa decisione, da cui si definisce «gravemente offeso e ingiustamente giudicato e permanentemente penalizzato». In questo ricorso inviato al pontefice ricostruisce le tappe della vicenda e contesta il fatto che gli siano stati rivolti i menzionati «ripetuti e disattesi richiami». «Questo è di fatto falso e manca di documentazione», scrive Abruzzese al papa, e aggiunge che nella lettera di monsignor Peña Parra non viene specificato il motivo della «terribile decisione». L’unico richiamo che Abruzzese dichiara («sotto giuramento») di aver ricevuto risale ad alcuni mesi prima quando, in presenza dell’arciprete della Basilica e dell’arcivescovo Marini, gli è stato chiesto di congedare Roberto, «ma senza ammonimento canonico». Richiesta a cui Abruzzese sostiene di aver ottemperato già dall’11 gennaio. Quindi, protesta il sacerdote americano, sulla questione del ragazzo si sarebbe tenuto soltanto un incontro nell’ufficio del cardinale Ryłko e non gli sarebbero invece mai pervenute le tre ammonizioni canoniche prescritte dallo Statuto; allo stesso modo, non avrebbe ricevuto nessuna documentazione sulle accuse che hanno portato al suo licenziamento. Inoltre, la lettera di Peña Parra del 7 febbraio non solo non precisa quando e come gli sono stati dati questi avvertimenti, ma non indica nemmeno in che modo lui, Abruzzese, possa esercitare il diritto all’autodifesa. «Questo atto penale vìola anche il mio diritto al buon nome», protesta il sacerdote, chiedendo al papa che cancelli la pena che gli è stata inflitta.

    Nemmeno Abruzzese, che oggi ha 74 anni, è un sacerdote qualunque: da bambino infatti è stato chierichetto di “Johnny l’Allegro”, come veniva chiamato padre John Gheogan, il prete pedofilo condannato nel 2002 per violenza su minori e ucciso l’anno seguente in carcere. Gheogan, abusatore seriale a cui sono state attribuite 130 vittime in trent’anni di sacerdozio, ha fatto da detonatore al primo grande scandalo sulla pedofilia nella Chiesa cattolica, portato all’attenzione internazionale dall’inchiesta del Boston Globe, da cui è stato tratto il film Spotlight. Il cardinale  Bernard Francis Law, all’epoca arcivescovo di Boston, aveva sempre taciuto, limitandosi a spostare di parrocchia in parrocchia lo scomodo padre John e altri preti pedofili. Ed ecco un altro pezzo della matrioska: per una curiosa coincidenza, lo stesso cardinale Law, ben lungi dall’essere ripudiato dalla Chiesa, nel 2004 è nominato arciprete di Santa Maria Maggiore (che, in quanto territorio vaticano, gode di extraterritorialità e lo protegge anche da scomodi procedimenti giudiziari), dove viene poi sepolto alla sua morte nel 2017. La stessa Basilica dove, qualche anno dopo, convivono l’ex chierichetto di Boston Abruzzese e Roberto – guarda caso, un’altra vittima di pedofilia.

    Che sia questa convivenza il motivo dell’allontanamento dalla Basilica, Abruzzese lo dà per scontato e, nel suo accorato appello al papa, precisa che Roberto gli è stato raccomandato come possibile assistente, «24 ore su 24, 7 giorni su 7», da monsignor Vittorio Formenti, canonico adiutore della Basilica. Formenti, per anni a capo dell’ufficio statistica della Santa Sede e officiale emerito della Segreteria di Stato nella Città del Vaticano, è già noto alle cronache: il suo nome è emerso nell’ambito delle indagini della magistratura su Alessandro Raineri, un faccendiere bresciano, arrestato nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione degli appalti lombardi per Expo 2015, in cui erano coinvolte anche le ‘ndrine calabresi. Raineri vantava fra l’altro anche conoscenze all’interno dello Stato Pontificio dove, secondo le carte, poteva contare sull’amicizia proprio dell’influente direttore dell’ufficio centrale di Statistica d’oltretevere.

    È proprio Formenti a fare da tramite fra il ragazzo siciliano e i canonici di Santa Maria Maggiore: in un primo momento gli propone di fare il badante di monsignor Emilio Silvestrini, 87 anni, ex segretario della Pontificia Accademia per la vita e anche lui canonico della  Basilica, ma l’anziano sacerdote è malato di Alzheimer e il ragazzo dopo sei giorni rinuncia all’incarico. A quel punto, monsignor Formenti chiede ad Abruzzese di dare ospitalità al ragazzo. Abruzzese accetta di accoglierlo, con «un atto di concreta carità», sottolinea, pensando che può essergli d’aiuto con le pulizie dell’appartamento. E aggiunge, con una frecciata: «poiché altri laici furono ospitati nella Basilica con canonici, non ci pensai». Non ha pensato, cioè, che ci potesse esserci qualcosa di male nell’ospitare un ragazzo, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

    Due giorni dopo l’invio del ricorso al papa, parte un’altra lettera, questa volta indirizzata oltreoceano  al cardinale ‘O Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Il mittente è monsignor Valentino Miserachs Grau, decano di Santa Maria Maggiore, che si premura di scrivere a nome suo e di altri canonici una nota in cui manifesta «sentimenti di sincera stima e affetto» nei confronti del confratello. «Monsignor John, sacerdote buono e generoso – si legge nella lettera – sta vivendo momenti particolarmente difficoltosi a causa di scelte volte ad aiutare spiritualmente ed economicamente persone in difficoltà, scelte che possono provocare qualche fraintendimento in chi non lo conosce».

    Nessun dubbio sui fraintendimenti a cui fa riferimento il decano, considerata la situazione di convivenza non supportata da particolari esigenze di assistenza al sacerdote americano, e aggravata dalla storia di abusi del ragazzo.

    Il 30 marzo Peña Parra manda un’altra riservata personale ad Abruzzese, in cui lo informa che il papa il 14 marzo ha rigettato il suo ricorso e ha confermato la decisione di rispedire il sacerdote alla diocesi di appartenenza. Il Sostituto lo sollecita quindi a conformarsi alla decisione del pontefice senza ulteriori indugi. Cosa che evidentemente il reverendo non fa, se il 26 aprile il vice commissario della Gendarmeria dei servizi di sicurezza del Governatorato della Città del Vaticano gli notifica un provvedimento di «divieto di accesso su tutto il territorio dello Stato della Città del Vaticano, disposto nei suoi confronti dalle Superiori autorità della Santa Sede» con lettera del giorno precedente. La polizia vaticana, quindi, va a prelevare fin dentro la Basilica il monsignore per espellerlo, non solo dalla chiesa, ma addirittura dallo Stato vaticano.

    Qui si perdono le tracce del monsignore: forse è effettivamente tornato negli Stati Uniti, come intimatogli dal papa. Il ragazzo invece, pietra dello scandalo, è stato abbandonato con noncuranza dalla Chiesa al suo destino di vittima.

    Una storia particolarmente tragica la sua, perché segnata da abusi ripetuti, iniziati quando era ancora molto piccolo. Roberto è infatti un bambino di appena nove anni quando suo padre muore per una grave malattia; la madre se ne è andata di casa un anno prima e ha lasciato Francofonte, dove abitano, per il nord. Alla morte del padre, Roberto e il fratello minore restano da soli con la nonna, seguiti dai servizi sociali. Don Giuseppe (nome di fantasia) è cappellano militare e, anche se non fa parte della diocesi perché è un prete dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, una sede della Chiesa bizantina cattolica in Italia soggetta alla Santa Sede, di fatto vive anche lui a Francofonte, suo paese natale. Roberto fa il chierichetto nella Chiesa madre del paese, dove ogni tanto tiene messa il cappellano. Don Giuseppe, adocchiato il ragazzino vulnerabile, ne conquista presto la fiducia e lo invita a casa sua. Qui, dopo avergli promesso che si occuperà di lui e gli darà i soldi di cui ha bisogno, prima costringe Roberto ad avere un rapporto orale e poi lo congeda con 25 euro. Pochi giorni dopo il prete porta il bambino nella sua casa di campagna, dove ha una grande piscina, ed è proprio lì che lo stupra per la prima volta.

    Le violenze vanno avanti per nove anni, fino alla maggiore età di Roberto. Abusi, manipolazione, stalking: il ragazzo dichiara di aver vissuto sotto il controllo totale di questo prete, in uno stato di soggezione fisico e mentale che lo ha più volte portato in ospedale in preda a crisi di ansia o in seguito a tentativi di suicidio. Il 22 marzo 2021 Roberto finalmente si rivolge alla giustizia ecclesiastica, e il giorno successivo a quella civile, ma ad oggi non si sa nulla nè dell’indagine previa, avviata da monsignor Lomanto, nè dell’inchiesta della squadra mobile della questura di Siracusa. Roberto, esasperato, dopo la denuncia chiede più volte al vescovo di intervenire nei confronti di questo sacerdote, che continua a dire messa e a frequentare le attività parrocchiali anche con i bambini, ma senza risultato. Soltanto lo scorso 16 novembre, quando Roberto decide di parlare con la stampa, monsignor Lomanto comunica in una nota ufficiale che don Giuseppe, «residente nella diocesi di Siracusa senza alcun incarico», il 31 ottobre è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero dal vescovo di Piana degli Albanesi, Giorgio Demetrio Gallaro. Intanto, con un notevole tempismo, nella diocesi di Siracusa il 22 novembre viene inaugurato il Servizio per la tutela dei minori. Interpellati da Domani sul caso di Roberto, monsignor Gallaro non ha risposto e il vescovo di Siracusa ha preferito non aggiungere altro.

    La vicenda di Roberto, così come la si apprende dalle sue parole, ha dell’incredibile. Quella prima estate del 2010, il bambino ritorna quasi tutti i giorni nella villa di don Giuseppe, incantato dal lusso e dalle promesse del sacerdote. Si ferma anche a dormire tre o quattro volte a settimana: «mi copriva di regali e trascorrevo le notti in sua compagnia dormendo nello stesso letto con lui», scrive Roberto nella memoria che consegna al vescovo al momento della denuncia. Quando Roberto manifesta il desiderio di farsi prete, don Giuseppe prova senza successo a farlo ammettere nel Preseminario minore di Roma, per poi trovargli nel 2012 un posto dai padri Rogazionisti di Messina, dove il ragazzo comincia a soffrire di crisi d’ansia e attacchi di panico, che lo portano per la prima volta a essere ricoverato in ospedale. Nel 2015 fa con il prete «un lungo tour turistico per le coste siciliane, vivendo praticamente con lui giorno e notte». Il sacerdote gli fa anche scaricare Grinder, una app per incontri gay, e lo usa come esca per contattare altri uomini.

    Nel 2016 il cappellano comincia a frequentare anche un altro ragazzo e di lì a poco Roberto si trasferisce a Milano. Don Giuseppe però lo raggiunge anche qui e gli chiede di fargli conoscere i suoi amici, ovviamente a scopo sessuale. Roberto si sente male e viene ricoverato in psichiatria al San Raffaele di Milano; una volta dimesso torna a Francofonte, dove rientra nell’orbita del prete. Don Giuseppe da un lato lo umilia dicendogli che è «un incostante cronico, un irrisolto, un inconcludente», dall’altro gli propone di incontrare un sacerdote di Chieti, suo amico e preside di una scuola privata, che lo potrebbe aiutare a prendere il diploma. Non gratis, ovviamente: «il prezzo da pagare da parte mia sarebbe stata la mia disponibilità a ogni prestazione», esplicita Roberto.

    Nel 2019 Roberto – sempre grazie a una segnalazione di don Giuseppe – entra nella comunità dei padri domenicani di Messina, dove però viene allontanato quasi subito: il Superiore della congregazione, infatti, viene informato da una telefonata che il ragazzo ha una relazione con un prete della città e quindi è indegno di portare l’abito domenicano. Una menzogna, dice Roberto, anche questa da attribuire a don Giuseppe, che lo «dipinge al peggio con cose che solo lui poteva sapere», come scrive nella memoria al vescovo. Lasciata Messina, Roberto viene ospitato per una settimana dai domenicani di Catania, che si rivolgono proprio a don Giuseppe per vedere se è disposto ad aiutare il ragazzo. Il prete si rifiuta, salvo poi farsi vivo durante il lockdown e chiedere al ragazzo prestazioni sessuali via cellulare in cambio di denaro; un tira e molla che si interrompe soltanto quando Roberto, a marzo 2021, prende la decisione di denunciare nove anni di abuso.

    Ed è qui, nel 2021 che ritroviamo Roberto, raccomandato da Formenti, insieme a monsignor Abruzzese nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Molte domande restano in sospeso: come faceva monsignor Formenti a conoscere Roberto? Se lo conosceva al punto da presentarlo addirittura a due monsignori, è plausibile che non sapesse nulla del suo passato di abusi?

    Nella seconda metà degli anni ’80, Formenti era membro del Consiglio Pastorale Militare Nazionale dell’Ordinariato militare, da cui dipendono i cappellani militari, quindi anche il sacerdote sotto inchiesta. È possibile quindi che sia stato proprio il prete siciliano a raccomandare a Formenti il suo “protetto” per sistemarlo, come aveva fatto in precedenza in occasioni analoghe. È un fatto che il ragazzo diventa presto motivo di imbarazzo, tanto che Abruzzese viene invitato dai suoi superiori a congedarlo. Che cosa è successo? A marzo 2021 Roberto denuncia il suo abusatore e il vescovo, come è suo dovere, ha senz’altro avvertito l’ente vaticano competente in materia di abusi su minori, il Dicastero per la dottrina della fede. A quel punto, l’evidente normalità di una convivenza oltre le mura di San Pietro (sottolineata dallo stesso Abruzzese, che infatti al papa scrive che «non ci ha pensato» perché altri intorno a lui fanno lo stesso) diventa un peccato intollerabile da rimuovere al più presto, prima che scoppi lo scandalo. Il fatto che di mezzo ci sia un ragazzo abusato sin da bambino, che avrebbe  bisogno di supporto, oltre che di verità e giustizia, sembra non preoccupare nessuno.

    Al momento di monsignor Abruzzese non si sa più nulla, il suo nome prontamente cancellato dal capitolo dei canonici della Basilica di Santa Maria Maggiore; né si conosce l’esito del procedimento ecclesiastico sul cappellano militare, oggi in pensione. In Vaticano tutto è tornato alla normalità, come se nulla fosse successo.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/pedofilia-nella-chiesa-il-caso-spotlight-continua-a-roma-ventanni-dopo-syshqsjm

  • Figli di un Dio minore in uno Stato democratico a “sovranità limitata”

    Figli di un Dio minore in uno Stato democratico a “sovranità limitata”

    Cosa mi ha davvero scioccato del primo Report della Cei sugli abusi nella Chiesa? Il fatto che lo Stato sia rimasto a guardare, in sfregio alla Costituzione e agli stessi cittadini, tutti, non solo le vittime.

    L’operazione appare come la palese prova dell’esistenza di uno Stato dentro lo Stato: non quello di chi ha stuprato nei fatti, ma dei vescovi italiani che hanno sempre coperto. Palese perché esisteva una direttiva riservata del 1962, Crimen sollicitationis, redatta dal cardinale Ottaviani (che stabiliva la procedura canonica nelle cause di sollicitatio ad turpia, ovvero l’utilizzo da parte del prete del sacramento della confessione per fare avances sessuali ai/alle penitenti, ndr) riveduta nel 2001 (De delictis gravioribus, ndr) che di fatto ha avuto una funzione di insabbiamento. Qualunque vescovo l’avesse violata avrebbe commesso un reato solo per il Codice di Diritto canonico, quindi è puerile evitare oggi un’inchiesta a fronte di una realtà sotto gli occhi di tutti, denota solo una mancanza di onestà e forse una paura.

    La domanda che dobbiamo porci, ma che si dà risposta da sé, è: perché già nel 1962 Ottaviani scrisse per il Vaticano quella procedura criminale?

    Il mondo la scoprirà solo nel 2001, e nel 2004 un avvocato di Houston, Daniel Shea, trascinò il cardinale Ratzinger – all’epoca a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, ovvero l’organo vaticano che si occupa della dottrina e della disciplina, quindi anche della pedofilia dei preti – in tribunale: l’accusa è di intralcio alla giustizia, in quanto avrebbe omesso di denunciare i casi alle autorità civili, ribadendo nella sua funzione ai vescovi di tutto il mondo, con De delictis gravioribus, che la direttiva del 1962 era tutt’ora in vigore.

    Di certo rocambolesco fu il salvataggio di Ratzinger (oggi stranamente segregato in Vaticano, ma non certo per punizione: d’altra parte era il monarca assoluto dello Stato dentro le mura leonine) se si pensa ai vari scandali, non solo del Banco Ambrosiano e dello IOR; persino qualche buon cattolico come Giulio Andreotti, al di là del peccato consapevole, avrebbe potuto pensar male.

    Ebbene, il cardinale Raztinger, chiamato a rendere conto in tribunale di quell’accusa, divenne papa, eletto da un intero Conclave, dopo il provvidenziale decesso del predecessore. Usufruì in quanto capo di Stato dell’immunità diplomatica, e non rispose mai agli inquirenti che lo accusavano.

    Tuttavia di Ratzinger la Chiesa parla bene in Italia. Gli opinionisti dicono persino che ha fatto tanto per la pedofilia (non è chiaro se per mantenerla o eliminarla). Mentre i magistrati e le vittime in Germania gli chiedono conto.

    Anche papa Francesco ha fatto molto, dicono. Tuttavia in Italia vediamo la Cei non seguire le innovazioni che secondo molti sarebbero state introdotte, in sostanza non rispettando ciò che il papa ha deciso fosse legge. Ma non vedo dal Vaticano alcuna irritazione per questa violazione, solo silenzio.

    L’altro giorno la Cei se ne è uscita con un Report non indipendente, e parziale in quanto carente dei dati dei tribunali e delle associazioni di vittime. E malgrado questa carenza di fonti, quel Report della Cei dice che in Italia, nei due anni presi in esame (2020-2021, in cui tra l’altro uffici pubblici e diocesani sono stati per lungo tempo chiusi a causa della pandemia di COVID), sono state ricevute 89 segnalazioni, per un numero di 68 presunti abusatori.

    Ebbene, in Francia, dove l’indagine è stata imparziale e approfondita, censendo in 70 anni circa 3.000 sacerdoti colpevoli, se si divide il numero di questi ultimi per gli anni, il risultato è, in media, di 44 casi l’anno. Cifra non lontana dalla media dei dati Cei per i due anni.

    Naturalmente non si è dato peso a questo elemento, ma neanche alla domanda più banale: come può la Chiesa italiana (e solo quella italiana), gestire in proprio i crimini che ha essa stessa coperto per legge interna?

    Come può lo Stato italiano, controcorrente rispetto a tutti gli altri, fare finta che non ci sia nulla di grave?

    Come possono, gli stessi cattolici che affidano al clero i propri figli, continuare a farsi andare bene tutto così?

    La via italiana è ancora davvero lunga. Non esiste ancora, nel Paese, una coscienza collettiva, civile, e questo lascia spazio, nei fatti, a qualcosa che continuerà ancora per anni.

    Lo stesso Ghizzoni (presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa, ndr), in conferenza stampa, dopo il ventennale fallimento della Chiesa italiana, ha detto comunque che questa è la via giusta, che proveranno ed eventualmente correggeranno. Non ha fissato una scadenza.

  • I vescovi italiani scelgono la reticenza davanti allo scandalo degli abusi

    I vescovi italiani scelgono la reticenza davanti allo scandalo degli abusi

    Vent’anni fa lo scandalo degli abusi sessuali sui minori commessi dai preti scoppiava con clamore negli Stati Uniti, inducendo l’episcopato del paese a stilare la prima Carta per la protezione dei bambini e dei giovani nella chiesa; nei vari punti che componevano il documento si parlava tra l’altro di rimozione dal ministero dei sacerdoti o dei diaconi la cui responsabilità fosse accertata e si chiedeva alle diocesi di collaborare con le autorità civili, in nome della trasparenza, nei casi di violenza sui minori.

    Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti: lo scandalo è dilagato prima negli Stati Uniti per poi fare il giro del mondo ed è lungi dal poter essere archiviato. Nel frattempo, le cose sono cambiate anche in Vaticano: dalla stagione del negazionismo e dell’insabbiamento sistematico, si è approdati, negli anni, a promuovere politiche di tutela delle vittime, di collaborazione con le autorità giudiziarie dei vari paesi, di riflessione sulle cause profonde che sono all’origine dello scandalo: dal clericalismo imperante, inteso come difesa a ogni costo dell’istituzione, all’abuso di potere e di coscienza.

    Tutto questo almeno a parole, perché poi ogni legge e regolamento deciso a Roma deve essere calato nella realtà di migliaia di diocesi sparse in tutti i continenti e va da sé che spesso prevale la “prudenza” interna più che la ricerca della verità.

    Il silenzio della Cei

    In questo senso, la chiesa italiana sembra aver fatto un particolare “voto del silenzio”; si è distinta infatti negli ultimi decenni per una vocazione a lasciare le cose come stanno confidando nel fatto che, prima o poi, la questione sarebbe diventata una delle tante pratiche inevase dell’attualità. Ma questo non è successo, soprattutto perché lo scandalo ha travolto la chiesa in una pluralità di paesi, fino ad arrivare alla vicina Francia.

    Non solo, la vicenda ha prodotto in diverse occasioni due tipi di reazioni: in primo luogo l’affidamento da parte delle stesse conferenze episcopali di un’indagine conoscitiva del fenomeno a commissioni esterne, proprio per evitare il rischio di giudizi poco attendibili sotto il profilo storico e statistico; in seconda battuta, in varie realtà, la gravità dei fatti emersi ha suscitato un sommovimento interno alla chiesa con richieste di cambiamenti strutturali o dottrinali importanti.

    È il caso della stessa Francia e soprattutto della Germania (ma qualcosa di analogo è avvenuto anche in Australia, in Austria, in Belgio e altrove). Così, alla fine anche la Conferenza episcopale italiana (Cei) ha dovuto mettere mano, sia pure controvoglia, al problema; la paura dei vescovi italiani è tanta e si capisce bene il perché: ovunque lo scandalo ha portato alla luce casi di insabbiamento gravi di abusi sui minori da parte delle diocesi, di conseguenza diversi vescovi sono stati costretti a dimettersi e, dove questo non è accaduto, la credibilità personale di alcuni di loro è andata in pezzi.

    Di recente tuttavia la Cei ha pubblicato un primo, lacunoso report sugli abusi avvenuti in Italia: si tratta dei casi pervenuti ai centri di ascolto diocesani, istituiti in tempi recenti per dimostrare la volontà di affrontare il problema, nel biennio 2020-2021. Un lasso di tempo risibile, per altro in piena pandemia da covid, durante il quale sono giunte comunque 89 segnalazioni di abusi a 30 centri diocesani (si tenga presente che le diocesi in Italia sono 226). Non sono state prese in considerazione dal report neanche le denunce pervenute alla magistratura o alle associazioni.

    Tuttavia, la stessa Cei, presentando i dati dell’indagine e rendendosi forse conto della scarsa utilità della ricerca per comprendere la reale portata de fenomeno in Italia, annunciava una seconda indagine in base alla quale è venuto fuori che ci sarebbero circa seicento fascicoli aperti presso la Congregazione per la dottrina della fede relativi a casi di abuso sessuale nella chiesa italiana negli ultimi vent’anni. Si tratta di numeri ovviamente lontani dalla realtà dei fatti che, come hanno dimostrato tutte le indagini condotte in questi anni in chiese di diversa tradizione culturale, sono purtroppo assai più drammatici.

    Mele marce

    In proposito, Isabelle Cassarà, funzionaria del dicastero vaticano per i laici la famiglia e la vita, osservava nel 2020 in una relazione dal titolo: “La dinamica dell’abuso nelle realtà ecclesiali. Il ruolo del potere”, come “l’impressionante quantità di casi emersi e l’estensione del fenomeno, dimostra chiaramente che il problema degli abusi nella chiesa non può essere ricondotto semplicemente alla presenza di alcune ‘mele marce’, ma è piuttosto il segnale di un sistema malato, di un terreno da bonificare”. Quindi aggiungeva: “Di fatto, nel considerare i casi di abuso di competenza dei suddetti dicasteri della curia romana risultò palese che la causa della grave crisi che stavano vivendo le realtà ecclesiali coinvolte, non era rintracciabile nella sola trasgressione di un singolo, ma era qualcosa di più profondo e di strutturale: ci si rese conto dell’esistenza di una dinamica specifica dell’abuso, un vero e proprio sistema di vita con regole precise, che rivelò in modo inequivocabile che l’abuso sessuale era stato favorito e coperto da una lunga successione di altri abusi di potere e di coscienza”.

    Predatori seriali

    Il problema, insomma, non è solo statistico, anzi le reticenze nascondono un’impostazione generale. Il presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della Cei, monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna, presentando l’impegno della chiesa italiana sul fronte abusi in un convegno che si è svolto lo scorso 19 novembre, affermava: “Non faremo una commissione unica nazionale fatta di soggetti che non sanno nulla della vita della chiesa, che sono qualificati come oggettivi solo perché non sono vescovi, né preti, né credenti, che è una cosa che ha prodotto i suoi danni altrove e non è da imitare; noi esamineremo dati reali e cercheremo di trovare vie per la prevenzione. Quello che ci interessa non è mettere alla berlina dei preti, è prevenire abusi e per far questo occorrerà agire in modo deciso, ci siamo impegnati come vescovi a collaborare con le forze dell’ordine e di giustizia”. In sostanza gli unici autorizzati o con le competenze necessarie a compiere indagini sulla chiesa sono gli stessi chierici. In questa prospettiva inoltre, la parola prevenzione, in sé giusta, serve soprattutto come alibi per non fare luce sul passato. Ma c’è un altro passaggio delle cose dette da monsignor Ghizzoni degno di nota, quando spiega il senso della seconda indagine in corso, quella sui fascicoli dei preti abusatori presenti in Vaticano. “Chi commette da 10 a 50 casi nella sua vita – osservava l’arcivescovo – è un abusatore seriale ed è un personaggio pericolosissimo, ma chi commette un solo abuso nella vita, un giorno che ha bevuto, un giorno che era sotto stress, un giorno che si è lasciato provocare, possiamo considerarlo un malato psicologico seriale? Bisognerà pensare a delle soluzioni anche per questi”. Chissà che ne pensa la vittima del prete che quel giorno aveva bevuto. Ma, polemiche a parte, le affermazioni del responsabile nazionale per la tutela dei minori della Cei sembrano un riassunto trasparente, quanto evidentemente inconsapevole, delle motivazioni che hanno indotto la chiesa a difendere se stessa prima che a fare un’opera di giustizia e verità.

    Atti impuri

    In definitiva, il tema abusi sessuali per le varianti e le implicazioni che comporta, è diventato uno dei nodi sui quali si misurerà la capacità della chiesa di restare dentro il proprio tempo: sessualità, relazioni affettive, celibato obbligatorio, ruolo di laici e donne con compiti di leadership rivestendo anche funzione sacramentale, centralità del clericalismo nel governo della chiesa, fine della cultura della segretezza istituzionale come metodo di governo, sono solo alcuni dei temi inevitabili scaturiti dal dibattito nato da una vicenda in sé più da cronaca giudiziaria che da discussione teologica.

    Interessanti risultano su un piano generale del problema, le osservazioni compiute da Christine Pedotti, femminista cattolica e direttrice del periodico francese Temoignage Chrétien che individuava nei due scogli della sessualità e della democrazia le cause della vastità dello scandalo. “Naturalmente – spiegava Pedotti – non esiste un legame diretto tra l’astinenza sessuale richiesta ai chierici cattolici e gli abusi, gli stupri e le aggressioni. Ma esiste un legame indiretto molto potente. In primo luogo, quando qualsiasi forma di attività sessuale, compresa la semplice masturbazione, viene considerata sbagliata, disordinata e peccaminosa, non c’è più una gerarchia di trasgressione: il pensiero ‘impuro’, la masturbazione, lo stupro, sono tutti confusi sotto il termine generico di peccato, al punto che la differenza tra peccato e crimine si confonde”. “Questa confusione – proseguiva – si esprime nelle parole stesse dei responsabili, che non smettono di parlare di peccato, penitenza e perdono, quando dovrebbero parlare di crimine, colpa, vittima, indagine, giudizio e verdetto”.

    Il problema, secondo la studiosa, è che “dal punto di vista della chiesa, la sessualità viene giudicata nel suo rapporto con il sesto comandamento (non commettere adulterio, ndr) cioè con una norma, e non nella sua qualità relazionale e nel suo rapporto con il consenso. In un rapporto non consensuale viene violata una persona, non un comandamento. Ecco perché le vittime vengono regolarmente ignorate”. Dal punto di vista della gestione dei casi da parte dell’istituzione, poi, la direttrice di Temoignage Chrétien affermava: “La democrazia e le regole e i costumi che ne accompagnano l’esercizio sono anche una garanzia contro gli abusi. In un contesto democratico, i poteri sono separati e controllati. L’indipendenza della magistratura è garantita, i diritti della difesa e dell’imputato sono tutelati. Salvo casi particolari, i procedimenti sono pubblici e, soprattutto, le sentenze sono pubbliche”.

    https://www.essenziale.it/notizie/francesco-peloso/2022/12/02/chiesa-italiana-abusi

  • Preti e pedofilia, noi cattolici cinici

    Preti e pedofilia, noi cattolici cinici

    Lucetta Scaraffia LA STAMPA – La colpa è nostra. La colpa è di noi, cattolici italiani, che – nonostante i tanti scandali, le tante prove (basta dare un’occhiata al sito della rete l’abuso)- non siamo stati capaci di chiedere alla conferenza episcopale una indagine vera, autonoma, sugli abusi commessi dal clero nel nostro paese, come è stato fatto dai cattolici francesi e dai cattolici portoghesi, che hanno obbligato a questa scelta le loro gerarchie ecclesiastiche. E neppure i laici se ne sono interessati, mettendo ad esempio in campo una inchiesta come ha fatto in Spagna il quotidiano laico Pais.

    Noi cattolici italiani siamo evidentemente cattolici  cinici. Per noi evidentemente la chiesa non è un luogo dello spirito ma una semplice istituzione di potere a cui è più prudente non contrapporsi. Mai. Solo questo può spiegare il fatto che i vescovi italiani e il loro presidente ci presentino una inchiesta che non è possibile definire altro che vergognosa, spacciandola per un lodevole passo  avanti nella lotta contro gli abusi. Una inchiesta che si basa solo sugli ultimi due anni, cioè gli unici in cui sono stati aperti – e neppure in tutte le diocesi – appositi centri di ascolto per le vittime.

    Una inchiesta infine che non tiene conto delle denunce presso alla giustizia penale italiana, quasi che  tutti dovessero e potessero fidarsi dell’autorità diocesana e delle sue pseudo indagini. Una inchiesta quella della CEI, che già nel titolo Proteggere, prevenire, formare rivela che i vescovi preferiscono non parlare di giustizia. L’attività prevalente di tutti i centri, di tutte le commissioni (sempre numerose e così inutili che spesso non sono neppure mai convocate ) che la chiesa mette in campo è la “formazione”.

    Un termine passepartout continuamente usato nel mondo ecclesiastico per coprire imbarazzi, per soffocare scandali o conflitti interni. Ma il clero italiano ha veramente bisogno di una formazione apposita per sapere che non bisogna abusare di minori e di donne? C’è bisogno veramente di una formazione perché i fedeli si accorgano se cominciano a intercorrere rapporti inappropriati fra un prete e dei giovani? Quello che è necessario piuttosto è coraggio, è soprattutto farla finita con l’antica abitudine clericale di soffocamento degli scandali, alla prassi di far finta sempre di non vedere. E sia chiaro: un eventuale cambiamento del genere sarà vero e credibile solo se i colpevoli verranno riconosciuti e puniti, se no tutto il resto è finzione e aria fritta.

    Come è finzione riempire di psicologi e educatori i centri di ascolto dedicati alle vittime: quasi che il problema fosse ridurre l’abuso a un problema psicologico personale delle vittime stesse e non innanzi tutto un reato da denunciare. Del resto, non a caso anche per i colpevoli il documento della CEI  parla sempre di rieducazione, assistenza…mai di denuncia.

    Si, ci sono soprattutto laici, in questi centri di ascolto, anche un buon numero di donne. Ma chi sono?  Uno almeno so chi è, è l’avvocato che abitualmente difende i preti abusatori. Che è come dire mettere le vittime nella bocca del lupo. Il metodo dei centri è il preludio per passare  al patteggiamento. Quel patteggiamento per  in cui una famiglia indigente – i minori abusati sono sempre poveri – riceve una somma risibile in cambio del silenzio.

    I centri di ascolto sono minuziosamente monitorati dalle gerarchie diocesane, sono ben attenti a non informare l’opinione pubblica, vivono in una atmosfera di soffocamento  forte; solo in Calabria, pare, hanno stabilito un rapporto con il Tribunale dei minori. Vantano pure una fitta attività di messe per le vittime, in cui, però, non si chiede mai perdono. Quale differenza con la chiesa francese! La quale ha avuto il coraggio di dar vita a una inchiesta indipendente e di avviare un percorso liturgico di perdono da parte della Chiesa, oltre che preoccuparsi di risarcire dei danni le vittime.

    Nella chiesa italiana invece nulla di tutto questo. La chiesa italiana preferisce tenere gli occhi chiusi fingendo di aprirli. Ma davvero ci meritiamo una chiesa siffatta?

    Lucetta Scaraffia – LA STAMPA del 19 novembre 2022 pag. 27

  • La chiesa italiana denuncia gli abusi sessuali come uno ‘scherzo’ dicono i gruppi delle vittime

    La chiesa italiana denuncia gli abusi sessuali come uno ‘scherzo’ dicono i gruppi delle vittime

    La chiesa cattolica italiana ha identificato 68 presunti autori di abusi in un’indagine sull’abuso sessuale di bambini e individui vulnerabili che copre un periodo di soli due anni – un lasso di tempo criticato dai difensori delle vittime come uno “scherzo”.

    La cifra è sorprendentemente alta dato che l’indagine ha riguardato solo il periodo 2020-2021 e si riferiva solo ai dati forniti dai “centri di ascolto” istituiti dalle diocesi di tutta Italia nel 2019 appositamente per ricevere denunce di abusi.

    Il rapporto, parte della prima inchiesta della chiesa sugli abusi nei suoi ranghi, è stato pubblicato giovedì dalla conferenza episcopale italiana. Ha rilevato che 89 persone avevano presentato accuse contro 68 sospetti abusatori, tra cui sacerdoti e laici, inclusi operatori della chiesa e insegnanti di religione.

    Delle 89 denunce, 12 riguardavano bambini di età inferiore ai 10 anni e 61 provenivano da bambini di età compresa tra 10 e 18 anni. Sedici delle presunte vittime avevano più di 18 anni, un gruppo definito dalla chiesa come “individui vulnerabili”.

    È in corso un’indagine separata incentrata su accuse risalenti al 2000, anche se non è chiaro quando verranno pubblicati i risultati.

    Una rete di gruppi di vittime, associazioni religiose e laiche aveva spinto affinché lo Stato italiano commissionasse un’inchiesta indipendente, simile a quelle commissionate negli Stati Uniti, in Irlanda, Cile, Francia e Germania, che rivelassero la schiacciante portata di abusi e tentativi sessuali dalla chiesa cattolica in quei paesi per coprirlo.

    Sulla base delle cifre annunciate nel rapporto di giovedì, Francesco Zanardi, che ha fondato Rete L’Abuso, la principale associazione di vittime in Italia, ha stimato che il numero delle vittime di abusi sessuali negli ultimi 22 anni potrebbe essere di quasi 2.000.

    “Era già deludente che il rapporto scartasse le accuse fatte prima del 2000”, ha detto Zanardi. «Sessantotto maltrattanti in soli due anni indicano che c’è un problema, ma i tempi della denuncia sono una beffa ed escludono un mucchio di cifre, non ci sono dati dei magistrati o di Rete L’Abuso. Hanno fatto riferimento solo ai “centri di ascolto”. Questo rapporto è vergognosamente inadeguato”.

    Il Vaticano detiene fascicoli su 613 casi di abusi segnalati dall’Italia risalenti al 2000.

    L’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni ha detto in conferenza stampa che il rapporto era “solo l’inizio”, aggiungendo che la consapevolezza della gravità degli abusi sessuali sui bambini all’interno della chiesa cattolica era cresciuta e che il vero cambiamento è iniziato “quando abbiamo iniziato a metterci nei panni di le vittime”.

    “Abbiamo condiviso il loro dolore e le loro ferite, e iniziare a tenere conto di questo fattore ha significato che abbiamo iniziato a cambiare seriamente il nostro stile”, ha detto Ghizzoni.

    Tuttavia, ha ribadito che “il 93% dei casi di abuso avviene in famiglia o all’interno del ‘cerchio di fiducia’ creato in ambienti frequentati da minori”. “È ora che i panni sporchi non vengano più lavati in famiglia”, ha detto. “Dobbiamo farlo come Chiesa, ma questa consapevolezza deve crescere in tutti gli ambiti della società civile”.

    Ghizzoni ha affermato che è un “obbligo morale” denunciare le accuse di abuso, anche se non è chiaro a quali rapporti di autorità si debba fare riferimento.

    I difensori delle vittime hanno ripetutamente chiesto allo Stato italiano di consegnare alla giustizia i preti pedofili e di elaborare un piano per proteggere i bambini dagli abusi sessuali da parte del clero.

    Un trattato tra il governo italiano e il Vaticano significa che la maggior parte delle indagini sugli abusi sui minori in Italia vengono svolte dietro un muro di segretezza all’interno della giurisdizione della Santa Sede. Se giudicati colpevoli da un tribunale vaticano, la maggior parte dei sacerdoti finisce per essere trasferita in una nuova diocesi piuttosto che essere destituita o incarcerata. Di quelli giudicati colpevoli da un tribunale italiano, pochi sono incarcerati.

    I risultati di un’inchiesta in Francia resi noti lo scorso anno hanno rilevato che 216.000 bambini sono stati abusati dal clero in sette decenni. Un rapporto in Germania ha criticato l’ex papa Benedetto XVI per la presunta mancata azione contro quattro sacerdoti accusati di abusi sessuali su minori quando era arcivescovo di Monaco tra il 1977 e il 1982.

    “È vergognoso che lo Stato italiano non faccia nulla al riguardo”, ha detto Zanardi. “Nei Paesi normali c’è stata un’inchiesta indipendente, ma non in Italia. Qualcosa non torna”.

    Cristina Balestrini, che guida un gruppo per le vittime di abusi e le loro famiglie, ha dichiarato: “È scandaloso. Questo rapporto non parla di aiutare le vittime o di ottenere giustizia per loro. Qual’è il punto?”

    https://www.theguardian.com/world/2022/nov/17/italy-church-report-into-sexual-abuses-a-joke-say-victims-groups

  • Pedofilia nella Chiesa, 89 vittime in due anni. Pure con il lockdown!

    Pedofilia nella Chiesa, 89 vittime in due anni. Pure con il lockdown!

    Novanta casi di abuso sessuale compiuto in una parrocchia, in un’aula di catechismo o in un seminario denunciati in due anni. È il dato che emerge dal primo rapporto sulla pedofilia nella Chiesa commissionato dalla Conferenza episcopale italiana, realizzato dall’Università cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza) e presentato ieri dal segretario generale dei vescovi, monsignor Giuseppe Baturi, e da monsignor Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della Cei.

    SONO 89 GLI ABUSI segnalati ai centri di ascolto delle diocesi italiani nel biennio 2020-2021, perlopiù ai danni di minorenni: in 12 casi si tratta di bambine e bambini con meno di dieci anni, 28 hanno fra i dieci e i quattordici anni, 33 fra i quindici e i 18 anni, solo in 16 sono maggiorenni.

    È un dato elevato, ma decisamente sottostimato: i centri di ascolto sono novanta, mentre le diocesi in Italia sono 226; e nel periodo preso in esame si era in piena emergenza Covid, quindi per diversi mesi i centri sono rimasti chiusi o sono stati impossibili da raggiungere a causa del lockdown.

    Per quando riguarda la tipologia di abusi, il rapporto indica che vi sono stati «comportamenti e linguaggi inappropriati» in 24 casi, «toccamenti» (21), «molestie sessuali» (13), «rapporti sessuali» (9), «esibizione di pornografia» (4), «adescamento online» (3) e «atti di esibizionismo» (2).
    Gli abusatori sono in tutto 68, di cui 30 preti, 15 religiosi e 23 laici – che quindi sono un terzo del totale –, come insegnanti di religione cattolica, sagrestani, animatori dell’oratorio, catechisti e responsabili di associazioni ecclesiali, prevalentemente (il 60%) di un’età compresa fra i quaranta e i sessant’anni. I luoghi nei quali gli abusi e le violenze si sono consumate sono soprattutto parrocchie (33,3%), sedi di movimento e associazioni (21,4%), seminari, noviziati e case di formazione (11,9%), scuole cattoliche (6%).

    Cosa hanno fatto i vescovi dopo che i centri di ascolto hanno segnalato loro gli abusi? Hanno preso un provvedimento disciplinare canonico nei confronti dei preti abusatori e talvolta hanno trasmesso il caso al Dicastero vaticano per la dottrina della fede. E hanno proposto ai preti pedofili dei «percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione», compresi l’inserimento in «comunità di accoglienza specializzata» e «accompagnamento psicoterapeutico».

    COME SI NOTA, la denuncia alla autorità civile da parte delle gerarchie ecclesiastiche non è contemplata. Quello dell’assenza dell’obbligo della denuncia penale resta una delle gravi lacune delle linee guida antipedofilia della Chiesa italiana, come più volte sottolineato dalle associazioni delle vittime, dal coordinamento anti-abusi «Italy Church too» e dai gruppi di base, come «Noi siamo Chiesa». L’onere della denuncia penale spetta solo alle vittime.

    COSA VIENE OFFERTO dai centri di ascolto alle vittime che denunciano l’abuso? Poco o nulla: soprattutto informazioni e aggiornamenti sull’iter della pratica (43,9% dei casi), incontri con il vescovo diocesano (24,6%), un percorso di sostegno psicoterapeutico (14%), un cammino di accompagnamento spirituale (12,3%). La voce indennizzi non è nemmeno contemplata. Eppure lo stesso rapporto spiega che in circa metà dei casi il trauma dell’abuso subito provoca nelle vittime delle conseguenze che perdurano a lungo nel tempo.

    Al di là dei numeri, il rapporto presenta numerose lacune. È vero che si tratta della prima indagine presentata dalla Chiesa italiana, ma nello stesso tempo assomiglia alla proverbiale montagna che partorisce un topolino. A differenza di altre Conferenze episcopali, a cominciare da quella francese per non allontanarsi troppo, che hanno condotto delle inchieste realmente indipendenti, su una grande e diversificata mole di dati e lungo un arco temporale di diversi decenni.

    LA CEI INVECE ha affidato l’analisi dei numeri all’Università Cattolica, sulla cui piena autonomia e indipendenza è più che lecito avanzare dubbi. Ha utilizzato unicamente i dati dei centri di ascolto attivati dalle diocesi, e nemmeno tutte, dove molte vittime non si recano volutamente a denunciare gli abusi subiti dai preti. Ha ristretto l’indagine al biennio 2020-2021. Mancano tutti i dati del Dicastero per la dottrina della fede, dove – è stato rivelato in conferenza stampa – sono aperti 613 fascicoli contro preti pedofili italiani, della magistratura e delle associazioni delle vittime.
    «Siamo appena all’inizio», ha detto monsignor Ghizzoni in conferenza stampa. Ma non pare decisamente un buon inizio.

    https://ilmanifesto.it/pedofilia-nella-chiesa-89-vittime-in-due-anni-pure-con-il-lockdown

  • Cei, pubblicato primo Report abusi: 613 fascicoli dall’Italia alla Dottrina della Fede

    Cei, pubblicato primo Report abusi: 613 fascicoli dall’Italia alla Dottrina della Fede

    Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

    Seicentotredici è il numero dei fascicoli contenenti denunce di abusi sessuali nella Chiesa inviati negli ultimi vent’anni dalle diocesi italiane alla Congregazione per la Dottrina della Fede (ora Dicastero per la Dottrina della Fede). Ottantanove vittime (61 minorenni), nel biennio 2020-21, che segnalano casi di abusi – metà recenti, metà del passato – compiuti da 68 presunti abusatori. Non solo sacerdoti (30) e religiosi (15), ma anche laici (23) quali insegnanti di religione, sagrestani, animatori dell’oratorio o del grest, responsabili di associazione, direttori di Uffici di Curia, catechisti e presidenti di Onlus. A molti di questi sono stati offerti percorsi di riparazione in comunità di accoglienza e accompagnamento psicoterapeutico.

    Gli abusi

    Sono i dati che maggiormente spiccano nel primo Report pubblicato dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) sul lavoro svolto dalla rete territoriale di Servizi diocesani e interdiocesani per la Tutela dei minori e delle persone vulnerabili negli ultimi anni. Quelli cioè colpiti dalla pandemia di Covid che ha aggravato il fenomeno. Fenomeno che non riguarda solo il crimine di violenze sessuali, ma anche – si legge – “molestie”, “esibizione di pornografia”, “adescamento online”, “atti di esibizionismo”, “manipolazioni”, “proposte indecenti”, “violenza domestica” o, in un caso, “adesione a setta satanica”.

    Il documento, dal titolo “Proteggere, prevenire, formare”, è stato presentato questa mattina in una affollatissima Sala Marconi di Palazzo Pio. Assente il cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi, presenti il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi, e il responsabile del Servizio nazionale per la Tutela dei minori, monsignor Lorenzo Ghizzoni, insieme ad alcuni “testimoni” dei servizi e centri dispiegati sul territorio.

    “Nuovi” dati

    Monsignor Baturi, in particolare, ha parlato di questo “nuovo” dato emerso relativo ai 613 fascicoli contenenti denunce di abusi arrivati alla ex Congregazione per la Dottrina della Fede dalle diocesi italiane, spiegando che verrà svolta “una indagine in collaborazione con il Dicastero per un esame qualitativo e quantitativo del fenomeno emerso in sede istituzionale in Italia negli ultimi venti anni”.

    Un numero ben più ampio rispetto a quelli comunicati in passato dalla Cei sull’ultimo decennio. Baturi ha chiarito che “dalle notizie che abbiamo raccolto sono più di 600 i fascicoli ma serve un esame per comprendere quante e quali siano le vittime, in che contesto vivono, chi sono i responsabili, i loro profili, la nostra capacita di reagire alle denunce. Tutto sarò oggetto di ricerca su casi reali e ci vorrà tempo ma la Cei sarà supportata da centri indipendenti”.

    Nessuna volontà di nascondere

    Naturalmente non c’è nessuna volontà di nascondere. Anzi, come affermato da monsignor Ghizzoni, “è ora che i panni sporchi non si lavino più in famiglia”. “Questo – ha detto il segretario della Cei – è un segno di volontà di mettere a sistema metodi nuovi e sinergici, con una predisposizione di azioni, anche nuove, per favorire una lettura globale” della pedofilia nella Chiesa, quella che Papa Francesco ha stigmatizzato in più di un’occasione come “un cancro nella Chiesa”. E proprio grazie alle sollecitazioni del Papa, ha annotato il numero due dei vescovi italiani, si è potuta diffondere una nuova e diversa cultura nella Chiesa italiana circa il contrasto degli abusi, concretizzata in decisioni prese dall’assemblea dei Vescovi e in “una attenzione importante di cui bisogna dare atto”. “La Cei – ha affermato – non ha competenze giudiziarie, ma questo è un segno di volontà di mettere a sistema metodi nuovi e sinergici”.

    Quanto alla questione risarcimenti, Baturi, in risposta alle domande dei giornalisti, ha detto: “In sede ecclesiale è un tema che noi abbiamo esaminato a livello normativo e generale, il Motu proprio Vos estis lux mundi prevede sostegni. Ma non abbiamo articolato forme piu precise di aiuto, il tema dei risarcimento è connesso a procedimenti civili”.

    Maggiore coinvolgimento e sinergia

    Da parte sua, il responsabile del Servizio di tutela ha sottolineato un cambiamento in positivo della percezione della gravità degli abusi. Lo dimostra la risposta ottenuta dalle diverse diocesi: “Dall’inizio del 2019, grazie al Consiglio permanente è stata fatta nascere una rete. Non ci aspettavamo che in un anno e mezzo diocesi ci rispondessero. Ognuna ha segnalato un referente diocesano per il Servizio di tutela dei minori”. Il numero è di 158 su 166. “Diversa” anche la coscienza riguardo alle vittime: “Il vero cambiamento, come Chiesa, è avvenuto proprio quando noi abbiamo cominciato a metterci nei panni delle vittime. Abbiamo condiviso il loro dolore e le loro ferite, e il cominciare a tener conto di questo fattore, più che degli altri, ha fatto sì che cominciassimo seriamente a cambiare stile”, ha detto l’arcivescovo di Ravenna. “Questo – ha aggiunto – è avvenuto anche a livello sociale e culturale… C’è una presa di coscienza specifica del problema degli abusi, ma non è ancora abbastanza. La dignità di una persona vale di più di un mondo intero”. E “la Chiesa italiana, con questo Report, si impegna a valutare i casi, per una reazione adeguata che coinvolga tutti i soggetti della società italiana per un problema che è di tutti e deve vedere maggiore coinvolgimento e sinergia”.

    Una prima fotografia

    Al momento il Report è “una prima fotografia di quello che la Chiesa italiana sta mettendo in atto per contrastare il fenomeno degli abusi e impegnarsi nella prevenzione. Siamo ancora agli inizi”, ha affermato ancora l’esperto Cei. Ciò che “preme” è “certamente fare verità su passato e presente e fare giustizia, si tratta di un reato e un peccato gravissimo. Preme che questo evento non accada, vogliamo arrivarci prima per dare possibilità a ragazzi, genitori, famiglie di poter accedere a tutti i nostri ambienti con tranquillità e sicurezza vere”.

    Far crescere la prevenzione

    L’idea ora è di fare un Report ogni anno, con indicazioni precise, approfittando delle conoscenze sviluppate per far “crescere attività di prevenzione”. “Il nostro scopo non è solo fare un centro ascolto per raccogliere segnalazioni e denunce ma di anticipare eventi negativi e di formare le persone. Quali? Preti, religiosi, laici più stretti collaboratori, allargandosi a chi gravita in ambiente ecclesiale come allenatori sportivi, animatori oratorio, centro giovanile, scuole cattoliche… Tanti ambiti perché le persone siano attente, vigilanti, pronte ad agire e reagire”.

    Non sostituirsi alle autorità

    Un altro importante chiarimento offerto dal responsabile Cei per la Tutela dei Minori è che “come Chiesa, non dobbiamo e non vogliamo sostituirci né all’autorità, né alle forze dell’ordine, né tantomeno alla magistratura: quei reati che comunque devono essere denunciati, chiunque sia l’abusatore, noi li ascoltiamo, accogliamo, se riguardano persone in vita ecclesiale per prendere provvedimenti ecclesiali per un giusto processo canonico che porti a delle conseguenze, con una procedura nota: la verifica della verosimiglianza, l’investigatio previa, la segnalazione alla Dottrina della Fede, il processo, la sentenza… Fino a quel punto le persone hanno diritto ad essere considerati innocenti e alla tutela della buona fama”.

    In preghiera per le vittime

    Ghizzoni ha inoltre ricordato la Giornata indetta per domani dall’Onu per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali. Nell’occasione la Conferenza episcopale ha esortato a vivere in tutte le parrocchie, diocesi, movimenti una giornata di preghiera per le vittime e i sopravvissuti. Sono stati formulati e inviati anche degli appositi testi. Il tutto per favorire la sensibilizzazione sul tema che, ha assicurato il prelato, “porterà sempre più la gente a parlare”: “Per una vittima aprire questo discorso sulla sua vita e sul suo passato è scoprire una ferita, un misto di sensi di colpa e umiliazione, non da sottovalutare. Se l’ambiente diventa sempre più attento, sensibile e favorevole, le vittime possono aprirsi di più e denunciare”.

    Alcune associazioni di vittime – a cominciare da Rete L’Abuso con il cui responsabile il cardinale Zuppi aveva avuto un dialogo diretto la scorsa estate – ha criticato il Report presentato oggi e ha affermato che i dati Cei “battono” quelli emersi dallo studio di una commissione indipendente in Francia.

    https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-11/cei-report-servizi-centri-tutela-minori-abusi-italia.html