Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: abusi sessuali

  • Abusi sessuali del clero, in Italia oltre mille preti coinvolti: in Veneto 88 casi e 572 vittime

    Abusi sessuali del clero, in Italia oltre mille preti coinvolti: in Veneto 88 casi e 572 vittime

    Sono 1.250 i casi complessivi di violenze sessuali nella Chiesa italiana, di cui 1.106 compiuti da sacerdoti. Sono i dati che emergono dal nuovo Rapporto nazionale 2025 di Rete L’Abuso – associazione promossa dai sopravvissuti ad abusi -, che segnala 4.625 vittime note, 4.395 delle quali abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout. L’associazione evidenzia che 2.414 vittime sono seguite direttamente, mentre 2.211 risultano irreperibili. L’incidenza dei preti coinvolti, pari al 3,57 per cento dei 31.000 sacerdoti italiani, viene definita “molto alta” in relazione alla natura non ufficiale del censimento.

    Sui circa 31mila preti, 1.106 sarebbero quelli segnalati, un numero in linea con quanto denunciato da fonti cattoliche che nello stesso periodo di tempo hanno riconosciuto 1.049 casi. La Rete L’Abuso rileva una grave carenza di strumenti di prevenzione e di tutela dei minori nel Paese ed evidenzia che la Chiesa Cattolica è da tempo al corrente del problema, “endemico e noto al Vaticano almeno dal 1962”, quando fu regolamentato segretamente con la direttiva ‘Crimen sollicitationis’. In ogni caso, prosegue l’associazione, “ciò non toglie nulla alla gravità della situazione”, e mostra quanto sia urgente “un intervento deciso del Garante nazionale e dei Garanti regionali” per coinvolgere cittadini e politica in un’azione di responsabilità collettiva.

    Sempre secondo il Rapporto, è la Lombardia la regione con il maggior numero di casi censiti dalla Rete L’Abuso: 174 sacerdoti e laici coinvolti e 562 vittime, in gran parte minori. Seguono Veneto (88 casi e 572 vittime), Toscana (81 e 292) e Sicilia (103 e 270). Il Molise e la Valle d’Aosta risultano invece le regioni meno colpite, rispettivamente con 16 e quattro casi.

    Più del 75 per cento dei sacerdoti coinvolti in abusi sessuali non è mai stato denunciato alla magistratura italiana. Secondo la Rete L’Abuso, il “sommerso” ammonta a 839 casi su 1.106 sacerdoti segnalati. Molti episodi, si legge nel rapporto presentato ieri, non sono mai arrivati in tribunale a causa della prescrizione o perché affidati a procedimenti interni della Chiesa.

    https://tgverona.telenuovo.it/home/2025/10/25/abusi-sessuali-del-clero-in-italia-oltre-mille-preti-coinvolti-in-veneto-88-casi-e-572-vittime

  • Abusi sessuali nella Chiesa. Oltre 4mila vittime, i dati delle province di Salerno e Potenza

    Abusi sessuali nella Chiesa. Oltre 4mila vittime, i dati delle province di Salerno e Potenza

    Nel nostro Paese oltre quattromila persone hanno dichiarato o denunciato abusi sessuali commessi da sacerdoti o religiosi. Eppure, in vent’anni, solo due hanno ottenuto giustizia canonica e una sola è stata risarcita. È quanto emerge dal report consegnato ai Garanti per l’infanzia e l’adolescenza dalla “Rete L’Abuso”, l’associazione fondata da Francesco Zanardi, lui stesso sopravvissuto agli abusi di un prete a Savona e oggi tra i principali attivisti italiani sul tema.

    Il documento denuncia la totale inadempienza dello Stato e della Chiesa sul fronte della prevenzione e della tutela delle vittime, nonostante la ratifica della Convenzione di Lanzarote, l’approvazione del Codice Rosso e le leggi italiane 172/2012 e 69/2019.

    La Chiesa stessa, attraverso una commissione vaticana istituita per affrontare la crisi degli abusi sessuali da parte del clero, ha denunciato di recente la troppa “lentezza interna” nella gestione dei singoli casi. “Su 2414 vittime censite – spiega Zanardi – solo due hanno avuto un processo canonico, una è stata risarcita, e con l’obbligo di non parlarne. È la prova che la giustizia, in Italia, si ferma davanti alle porte delle curie”.

    Secondo quanto emerso dal report sono 1.250 i casi complessivi di violenze sessuali nella Chiesa italiana, di cui 1.106 compiuti da sacerdoti. “Rete L’Abuso” segnala 4.625 vittime note, 4.395 delle quali abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout. L’associazione evidenzia che 2.414 vittime sono seguite direttamente, mentre 2.211 risultano irreperibili.

    L’incidenza dei preti coinvolti, pari al 3,57% dei 31mila sacerdoti italiani, viene definita “molto alta” in relazione alla natura non ufficiale del censimento. Sui circa 31mila preti, 1.106 sarebbero quelli segnalati, un numero in linea con quanto denunciato da fonti cattoliche che nello stesso periodo di tempo hanno riconosciuto 1.049 casi.

    Dando un’occhiata alle realtà a noi vicine, in particolare alle regioni Campania e Basilicata, con un riguardo alle province di Salerno e Potenza, i dati non sembrano essere incoraggianti anche a fronte di numeri che potrebbero sembrare “piccoli”.

    La Campania registra un totale di 75 casi di cui 7 nella provincia di Avellino, 9 in quella di Benevento, 32 in quella di Caserta, 26 in quella di Napoli e 10 per quella di Salerno. Le vittime sopravvissute prevalentemente minorenni sono un totale di 184 di cui 41 donne, 143 uomini. Di queste 16 sono adulti vulnerabili, 3 persone con disabilità, 56 sono minorenni. Le categorie di casi: 73 sono sacerdoti; 1 è suora, 1 scout. Per quanto riguarda la situazione penale, su 75 casi: 39 è il sommerso; 5 attualmente denunciati; 5 indagati dall’Autorità Giudiziaria italiana; 3 condannati in 1° grado; 2 condannati in 2° grado; 12 condannati in via definitiva; 2 prescritti; 0 reo confessi; 1 pregiudicato; 2 condannati in sede civile; 1 ha patteggiato; 0 condannati in entrambe le sedi (civile e penale); 2 sono stati archiviati. Per quanto riguarda il processo parallelo in sede canonica risultano 10 avviati, 2 mai avviati, dei restanti 63 non si hanno dati e 2 risultano condannati in sede canonica.

    La Basilicata registra un totale di 15 casi di cui 8 nella provincia di Matera e 7 in quella di Potenza. Le vittime sopravvissute prevalentemente minorenni sono un totale di 120 di cui 16 donne, 104 uomini. Di queste 6 sono adulti vulnerabili, 1 persona con disabilità, 112 sono minorenni. Le categorie di casi: 13 sono sacerdoti; 1 è laico, 1 scout. Per quanto riguarda la situazione penale su 15 casi: 13 è il sommerso; 0 attualmente denunciati; 0 indagati dall’Autorità Giudiziaria italiana; 0 condannati in 1° grado; 0 condannati in 2° grado; 1 condannato in via definitiva; 0 prescritti; 0 reo confessi; 0 pregiudicati; 0 condannati in sede civile; 0 hanno patteggiato; 0 condannati in entrambe le sedi (civile e penale); 0 sono stati archiviati. Per quanto riguarda il processo parallelo in sede canonica risultano 3 avviati, 0 mai avviati, dei restanti 12 non si hanno dati e 1 risulta condannato in sede canonica.

    “Dal 2022 la Conferenza Episcopale Italiana ha istituito sportelli diocesani per raccogliere le segnalazioni di abusi, presentandoli come strumenti di trasparenza e accoglienza – spiega Zanardi – ma sono invece una trappola perfetta, oltre che l’unica cosa realizzata che non funziona, almeno per quello che dovrebbe essere l’obiettivo ufficiale. Le vittime vengono convinte a recarsi negli sportelli pensando di parlare con professionisti, ma spesso si trovano davanti laici in pensione o volontari senza competenze giuridiche o psicologiche. Raccontano la propria storia, firmano un verbale che non possono conservare e, nel momento stesso in cui lo firmano, fanno partire la prescrizione. Quando anni dopo, il tempo necessario a riuscire a parlare di un abuso sessuale e a denunciarlo, provano a rivolgersi alla magistratura, la Chiesa mostra quella firma per dire che la vittima era già consapevole. Ovviamente parliamo dell’ambito civile. Così il reato è prescritto. È un sistema che usa le parole delle vittime contro di loro“.

    Abusi sessuali nella Chiesa. Oltre 4mila vittime, i dati delle province di Salerno e Potenza

  • Abusi in ambito religioso, crescono le richieste d’aiuto

    Abusi in ambito religioso, crescono le richieste d’aiuto

    Sale il numero delle vittime di abusi in ambito religioso che si sono rivolte al Gruppo di ascolto per vittime di abusi in ambito religioso (GAVA), il gruppo che è nato un anno fa in Ticino, per fornire prima di tutto ascolto e un supporto indipendente, dopo il (duro) rapporto pubblicato dall’Università di Zurigo sulla vicenda degli abusi sessuali in ambito ecclesiastico in Svizzera.

    Nei giorni scorsi il GAVA si è riunito in assemblea, ha ampliato il suo comitato e nominato due nuovi co-presidenti: Gianantonio Romano e Patrizia Cattaneo Beretta. SEIDISERA della RSI ha intervistato proprio Patrizia Cattaneo Beretta per capire le strategie dell’associazione.

    “Altre persone ci hanno contattato e questo è particolarmente importante, perché l’ascolto e l’accompagnamento delle vittime sono il cuore della mission di GAVA. Siamo giunti a una decina di vittime che il team d’ascolto ha sentito. Per alcune vittime c’è stata la necessità di essere ascoltate più volte. Altre persone hanno voluto parlare con la nostra testimone, anche lei persona vittima e membro di GAVA, Raffaella Raschetti”.

    Il “sopravvissuto”: Patrizia Cattaneo Beretta spiega che è questo il termine che si usa. “È una persona che sa di cosa parla, che ha avuto un’esperienza d’abuso, che condivide e ascolta con empatia ciò che un’altra persona ha da raccontargli”.

    “Un’altra persona che ci ha contattato ha chiesto di incontrare il vescovo Alain De Raemy – continua Patrizia Cattaneo Beretta – e anche questo è stato un momento molto, molto forte. Una vittima che si è palesata dopo luglio ha sollecitato la creazione di un gruppo di auto-aiuto. E sono state pure rivolte a noi richieste di appoggio da parte di vittime in Italia. Non si sono sentite né accolte né ascoltate e si sono rivolte a GAVA”.

    L’improvvisazione non può trovare spazio in una situazione del genere. “I nostri amici, che hanno ascoltato nel primo anno, sono professionisti – sottolinea Patrizia Cattaneo Beretta – ma occorre allenarsi a una capacità di ascolto empatica, accogliente e non giudicante. Per questo GAVA ha proposto ai suoi membri un intero percorso formativo. GAVA nasce per colmare una lacuna che esisteva in Ticino. Siamo infatti una realtà che non ha legami né con la Chiesa né con gli apparati statali, ma al nostro interno abbiamo delle vittime (e non solo), che ascoltano altre vittime”.

    https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Abusi-in-ambito-religioso-crescono-le-richieste-d%E2%80%99aiuto–3247064.html

  • Abusi sessuali nel clero: 75 in Campania di cui 32 in provincia di Caserta

    Abusi sessuali nel clero: 75 in Campania di cui 32 in provincia di Caserta

    Associazione Rete L’Abuso ha pubblicato un dossier relativi agli abusi sessuali nel clero e anche nel suo indotto e i dati sono a dir poco allarmanti. I dati nazionali riportati nel report contano, tra sacerdoti e indotto laico, 1.250 casi di cui 1.106 risultano sacerdoti. Le vittime note risultano 4.625, di cui 4.395 per mano di sacerdoti, 9 per mano di suore, 91 per mano di catechisti, 76 dell’indotto laico, 54 di scout.

    Il sommerso della chiesa, ovvero i casi noti e mai denunciati all’Autorità giudiziaria italiana – spesso a causa dei termini prescrittivi maturati dalla vittima nell’attesa di un esito dai tribunali canonici – è di 839 casi su 1106 (dato sempre riferito ai soli sacerdoti).

    La Campania registra un totale di 75 casi di cui ben 32 in provincia di Caserta, quasi la metà. Registrati, inoltre, 7 in provincia di Avellino; 9 in quella di Benevento; 26 in quella di Napoli; 10 in quella di Salerno. Le vittime sopravvissute prevalentemente minorenni sono un totale di 184 di cui 41 donne, 143 uomini. Di queste 16 sono adulti vulnerabili, 3 persone con disabilità, 56 di queste sono minorenni.

    In particolare in 73 casi sono sacerdoti; 1 suora, 0 sono catechisti, 0 sono laici, 1 scout.

    Per quanto riguarda la situazione penale, su 75 casi: 39 è il sommerso; 5 attualmente denunciati; 5 indagati dall’Autorità Giudiziaria italiana; 3 condannati in 1° grado; 2 condannato in 2° grado; 12 condannati in via definitiva; 2 prescritti; 0 reo confesso; 1 pregiudicato; 2 condannato in sede civile; 1 hanno patteggiato; 0 condannato in entrambe le sedi (civile e penale); 2 sono stati archiviati.

    Per quanto riguarda il processo parallelo in sede canonica risultano; 10 avviati; 2 mai avviati; dei restanti 63 non si hanno dati; 2 risultano condannati in sede canonica.

    https://www.casertanews.it/attualita/abusi-sessuali-clero-sacerdoti-caserta.html

  • In Abruzzo 36 casi di abusi sessuali nel clero, 10 nel Pescarese

    In Abruzzo 36 casi di abusi sessuali nel clero, 10 nel Pescarese

    Sono complessivamente 1.250 i presunti casi di abusi sessuali registrati in Italia dal 2000 al 2025 legati alla Chiesa.
    A dirlo è il “Report sui casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero e il suo indotto” curato dall’Osservatorio permanente della Rete L’Abuso, come si legge su ReggioToday.

    Di questi sarebbero 36 quelli che si sono verificati in Abruzzo, di cui 10 nella provincia di Pescara.

    Il report, segnala 4.625 vittime note, 4.395 delle quali abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout.

    L’associazione sottolinea che 2.414 vittime sono seguite direttamente, mentre 2.211 risultano irreperibili. L’incidenza dei preti coinvolti, pari al 3,57% dei 31 mila sacerdoti italiani, viene definita molto alta in relazione alla natura non ufficiale del censimento. Sui circa 31 mila preti, 1.106 sarebbero quelli segnalati, un numero in linea con quanto denunciato da fonti cattoliche che nello stesso periodo di tempo hanno riconosciuto 1.049 casi.

    Il documento denuncia una situazione allarmante e, soprattutto, la totale assenza in Italia di un sistema di prevenzione efficace per la tutela dei minori. Secondo la Rete, “il nostro Paese continua a mancare di strumenti normativi adeguati”, e per questo l’associazione chiede una riforma legislativa che introduca l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini”.

    La Rete L’Abuso chiede una riforma legislativa che imponga l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini: l’assenza di tale obbligo rende inefficaci strumenti europei di prevenzione come il certificato anti-pedofilia e lascia i minori più esposti al rischio di abusi”.

    “Il fenomeno – si legge al termine del rapporto dell’associazione presieduta da Francesco Zanardi – non può più essere affrontato come un problema interno alla Chiesa, ma come una questione di salute pubblica e di giustizia collettiva”.

    In Abruzzo, oltre ai 10 casi in provincia di Pescara, si contano lo stesso numero nel Teramano, 12 in provincia di L’Aquila e 4 in quella di Chieti.

    I dettagli al seguente link: https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpdati-regionali-divisi-per-province/

  • Abusi sessuali legati al clero, la Calabria tra le regioni più colpite: 51 casi e 156 vittime

    Abusi sessuali legati al clero, la Calabria tra le regioni più colpite: 51 casi e 156 vittime

    La Calabria, pur non essendo tra le regioni italiane con il numero più alto di episodi, presenta dati allarmanti sul fronte degli abusi sessuali riconducibili a esponenti del clero.

    Secondo il secondo Rapporto nazionale diffuso dalla Rete L’Abuso, nel territorio regionale sono stati documentati 51 casi: 48 riguardano sacerdoti, due catechisti e un laico.

    Le vittime accertate sono complessivamente 156, di cui 149 minorenni — in prevalenza di sesso maschile — oltre a cinque adulti vulnerabili, una suora e una persona disabile. Il rapporto, curato dalla Rete presieduta da Francesco Zanardi, evidenzia una realtà “ancora in gran parte sommersa” e punta il dito contro la mancanza, in Italia, di un sistema di prevenzione efficace per la tutela dei minori.

    Zanardi sottolinea la necessità di introdurre norme più stringenti, come l’obbligo di denuncia per ogni cittadino e l’adozione di strumenti europei come il certificato anti-pedofilia, oggi non applicabile nel nostro Paese. A livello nazionale, il documento registra 1.250 casi accertati — 1.106 dei quali commessi da sacerdoti — per un totale di 4.625 vittime, in gran parte minorenni. In questo quadro, la Calabria, pur con numeri inferiori rispetto a regioni come Lombardia (174 casi) e Piemonte (103), resta una delle aree più colpite in proporzione alla popolazione.

    Ancora più inquietante il dato sulle denunce: oltre il 75% dei casi non arriva mai all’autorità giudiziaria. Molte vittime scelgono di non parlare, scoraggiate dai tempi lunghi dei procedimenti canonici e dal rischio di prescrizione dei reati.

    Gli abusi, secondo il rapporto, avvengono soprattutto in ambienti parrocchiali, scolastici o educativi legati alla Chiesa, e le condanne, sia penali che canoniche, restano esigue rispetto alla gravità del fenomeno.

    «Non si tratta più di una questione interna alla Chiesa — avverte Zanardi — ma di un problema di salute pubblica e giustizia sociale». La Calabria, con i suoi 51 casi, rappresenta così un ulteriore segnale d’allarme sulla necessità di riforme strutturali e strumenti di prevenzione realmente efficaci.

    Abusi sessuali legati al clero, la Calabria tra le regioni più colpite: 51 casi e 156 vittime

  • Abusi sessuali, la diocesi: «Ferita la nostra comunità» Dal prof di religione all’assistente scout tredici i casi registrati nel territorio pontino

    Abusi sessuali, la diocesi: «Ferita la nostra comunità» Dal prof di religione all’assistente scout tredici i casi registrati nel territorio pontino

    I numeri forniti dalla Rete l’Abuso sono preoccupanti, non solo perché fotografano una realtà grave e pesante, ma perché le vittime sono spesso minori o persone fragili e molti casi restano sommersi. Il nuovo dossier “Tolleranza zero” diffuso nei giorni scorsi ha reso noti i dati relativi ad abusi e violenze sessuali commessi in Italia dal clero e dagli ambienti legati alla Chiesa: 1250 casi, 4.600 vittime note, oltre mille sacerdoti coinvolti, a cui si aggiungono catechisti, laici e scout.

    Il Lazio conta 80 casi in totale, 38 dei quali a Roma, 13 nella provincia di Latina, tra cui gli ultimi noti relativi al prof di religione di un liceo, Alessandro Frateschi, e all’assistente scout dell’Agesci di Terracina Simone Di Pinto. Ma le segnalazioni mappate da Rete l’Abuso vanno anche molto indietro nel tempo e di alcune non si è saputo più nulla.

    LA CURIA
    Ne abbiamo parlato con la Diocesi di Latina, che soprattutto nelle vicende appena citate non si è tirata indietro rispetto a provvedimenti immediati e prese di posizione. «Queste vicende hanno segnato ferite davvero profonde nella comunità ecclesiale diocesana spiega il portavoce della Diocesi – Il pensiero è sempre andato anche alle vittime e alle loro famiglie per la grave sofferenza che vivono a causa dei comportamenti di chierici o collaboratori pastorali o comunque di persone impegnate in ambito ecclesiale.

    Con forte convinzione la Diocesi si attiene alle procedure canoniche e ha sempre assicurato la massima collaborazione alle autorità giudiziaria italiana, per quanto riguarda i delitti di particolare gravità in cui rientrano anche gli abusi sessuali contro i minori e adulti vulnerabili. Su questi, tra l’altro, nelle giuste modalità abbiamo prontamente comunicato l’accadimento dei fatti, o comunque offerto un contributo al chiarimento pubblico. Senza mai nascondere nulla».

    La Diocesi spiega anche come si muove la Chiesa in questi casi: le norme canoniche prevedono che la Diocesi compia solo l’indagine e poi trasferisca il caso al Dicastero per la dottrina della fede, competente nel giudizio, come è stato fatto nei casi che vedevano coinvolti chierici o collaboratori laici delle parrocchie, immediatamente allontanati dall’incarico in via cautelare e già al momento delle segnalazioni sui loro comportamenti.

    «Il vescovo puntualizza ancora la Diocesi – ha sempre assicurato la piena disponibilità a ricevere le segnalazioni, ma soprattutto ad ascoltare le vittime e i loro familiari, ai quali viene sempre assicurato il supporto anche specialistico del consultorio diocesano. In un caso, i familiari di un minore hanno richiesto il colloquio con il vescovo per informarlo e a margine dell’incontro il vescovo assicurò il suo immediato intervento, ma invitò fortemente i genitori a presentare anche una formale denuncia all’autorità giudiziaria italiana».

    L’impegno a proteggere i giovani insomma non è mai venuto meno e resta costante attraverso il Centro di ascolto.
    Laura Pesino

  • Abusi nella Chiesa: dati allarmanti. Il II report di Rete L’Abuso

    Abusi nella Chiesa: dati allarmanti. Il II report di Rete L’Abuso

    SAVONA-ADISTA. Al 1 ottobre 2025, «la situazione degli abusi in Italia è la seguente: si contano tra sacerdoti e indotto laico 1.250 casi di cui 1.106 risultano sacerdoti (e di cui soltanto 155 sono arrivati a una condanna in via definitiva dell’autore della violenza). Le vittime prodotte note risultano 4.625, di cui 4.395 per mano di sacerdoti, 9 per mano di suore, 91 per mano di catechisti, 76 dell’indotto laico, 54 di scout. Delle 4.625 vittime sopravvissute, 2.414 sono nella disponibilità dell’associazione, delle restanti 2.211 non è stato possibile acquisire nessun dato, tranne quello che le cataloga come sopravvissuti. L’incidenza percentuale dei soli sacerdoti è pari al 3,57%, 1.106 su un totale di 31.000 sacerdoti attualmente attivi in Italia». Sono i dati emergenti dal 2° Report, presentato in conferenza stampa venerdì 24 ottobre, della Rete l’Abuso, fondata e animata da Francesco Zanardi. Il primo Report era stato presentato il 12 settembre 2024, primo traguardo di un’associazione impegnata da sempre nella denuncia della pedofilia nella Chiesa e punto di riferimento per le vittime, ma anche uno dei pochissimi strumenti sui quali possono contare media e operatori istituzionali che lavorano sul fenomeno degli abusi nella Chiesa (v. Adista Notizie n. 32/24).

    Il dato percentuale che si rileva quest’anno «è molto alto per essere quello che si ravvisa “spontaneamente”», avverte Zanardi: percentuali di questo tenore in genere sono esito di inchieste governative, e non di una raccolta di casi già emersi. «Il sommerso della Chiesa, ovvero i casi noti e mai denunciati all’Autorità giudiziaria italiana – spesso a causa dei termini prescrittivi maturati dalla vittima nell’attesa di un esito dai tribunali canonici – è di 839 casi su 1106 (dato sempre riferito ai soli sacerdoti)».

    I dati sono elaborati a partire dal database di Rete L’Abuso – l’unico esistente in Italia – dal servizio iCODIS (Central Operating Data Information Service), e producono alcune “immagini” di portata macroscopica: «La Lombardia è la regione italiana con il più alto numero di casi censiti, ben 173 il cui sommerso è più della metà, 101 casi mai denunciati all’Autorità giudiziaria italiana».

    Femminicidi e pedofilia: stessa matrice, stessa indifferenza

    Ha ampliato lo sguardo su un piano politico Mario Caligiuri, avvocato di Rete L’Abuso, che durante la conferenza stampa ha sottolineato la stretta connessione tra pedofilia nella Chiesa e, più in generale violenza contro i minori e violenza di genere, e ha ribadito come la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia già condannato il nostro Paese per violazione dell’art. 2 e 3 della Convenzione di Lanzarote. «L’Italia – ha detto – dispone di un articolato sistema normativo e potrebbe essere chiamata a rispondere non soltanto moralmente ma anche giuridicamente se non garantirà meccanismi di cooperazione tra giurisdizione civile e autorità ecclesiastiche»; una cooperazione fatta di contatti, confronti, coordinamento di azioni, che tra due Stati dovrebbero esserci. Deve esserci, ha detto «un cointeresse a unirsi e a uscire fuori dalla endemica supponenza di poter risolvere da soli problemi di questa portata». Il nodo è intricato, ma ciò che appare con chiarezza è «la sistematica carenza di tutela delle vittime di violenza in Italia, di donne e minori. La rete più volte ha sollevato questo legame intrinseco. Gli obblighi della Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica del 2011, ndr) sono ancora ampiamente disattesi».

    Pedofilia clericale e violenza di genere, ha sottolineato, hanno la stessa radice. «Le norme internazionali ci chiedono di prevenire, coordinare, denunciare e accompagnare le vittime in un percorso di giustizia e di guarigione. Questo va ripensato, tanto nella Chiesa quanto nello Stato. La cultura della prevenzione e della corresponsabilità lo impone. Serve la traduzione sostanziale in protocolli e prassi operative e trasparenza».

    I garanti delle vittime di reato

    In Italia è presente per ora soltanto in quattro regioni la figura del garante delle vittime di reato, una figura di garanzia e assistenza istituita in conformità alla Direttiva europea 2012/29, che ha lo scopo di tutelare i diritti delle vittime di reato, offrendo assistenza gratuita e vigilando sull’attuazione delle norme. Per ora, in assenza di una figura a livello nazionale, i garanti sono presenti in Liguria, Lombardia, Calabria, Basilicata. E un tributo al lavoro fatto da Rete L’Abuso, faro sulle problematiche poste dalla questione degli abusi nella Chiesa, è venuto da Tiziana Silletti, garante per le vittime di reato della Regione Basilicata. Laureata in un’università cattolica, un precedente percorso accademico in Scienze religiose, Silletti ha ricordato che ci sono metri diversi di giustizia, tra tribunali canonici e civili. Lavorando anche nelle carceri come garante anche dei detenuti, sa bene che ci sono sezioni per i reati di pedofilia abusi sessuali e trattamenti specifici. «Che differenza c’è un uomo comune che commette questi reati e un’autorità spirituale? Qual è la differenza?», ha chiesto, facendo riferimento all’impunità e alla protezione degli abusatori clericali.

    «Nel tribunale ecclesiastico c’è misericordia per l’autore di reati. E alla vittima? Chi restituisce la dignità?». Concordando sull’accostamento del problema della pedofilia clericale all’interno del discorso più ampio sulla violenza sui minori e sulla violenza di genere, Silletti ha detto che «quando un bambino viene toccato, viene toccata la famiglia e tutta la comunità e la società. Una persona abusata potrebbe diventare una persona violenta e deviata, la ferita sommersa prima o poi verrà alla luce se non si fa un percorso di guarigione. Si parla tanto di giustizia riparativa, ma la Chiesa non sembra averla avviata».

    Il II Report della Rete L’Abuso è consultabile online: https://shorturl.at/g2Ko8.

  • Il “caso Iwaszczonek”, il prete teatino sotto processo a Napoli tra accuse di abusi e sospensione

    Il “caso Iwaszczonek”, il prete teatino sotto processo a Napoli tra accuse di abusi e sospensione

    La storia di padre Aleksander Iwaszczonek, sacerdote teatino di origine polacca, ha attraversato in poche settimane i confini della cronaca giudiziaria per diventare un caso simbolo di un sistema ecclesiastico ancora incerto di fronte alle accuse di abuso. Ordinato presbitero dal segretario personale di Benedetto XVI, monsignor Georg Gänswein – che gli ha fatto anche pervenire come dono “personale” lo zucchetto del defunto pontefice -, Iwaszczonek ha svolto il suo ministero prima nel Mezzogiorno, a Napoli, e successivamente al Nord, a Vicenza, dove risiede attualmente. È a Napoli, tuttavia, che si sta celebrando in queste settimane il processo penale a suo carico, con l’accusa di violenza sessuale e maltrattamenti nei confronti di un giovane che, all’epoca dei fatti, si preparava alla vita religiosa.

    La storia di Mirco

    Tutto comincia nel 2022, durante i mesi ancora segnati dall’isolamento post-pandemico. “Mirco” – questo il nome di fantasia della presunta vittima, oggi ventitreenne – è un ragazzo fragile, alla ricerca di un equilibrio tra fede e identità personale. Cresciuto in un ambiente familiare complesso, si avvicina alla Chiesa in cerca di sostegno spirituale e trova accoglienza tra i Teatini, un antico e prestigioso ordine clericale fondato nel 1524 e da sempre dedito alla vita comunitaria e alla preghiera.

    Nella basilica napoletana, San paolo Maggiore, dove si celebra la messa in rito antico, Mirco conosce padre Aleksander, allora trentottenne, stimato per la sua cultura liturgica e la sua devozione. Tra novembre 2022 e Natale dello stesso anno, il giovane frequenta la comunità con sempre maggiore assiduità, fino a essere invitato a vivere nel convento teatino di Napoli, “a tempo indeterminato”. È lì, secondo l’accusa, che sarebbero avvenuti gli abusi fisici e psicologici.

    Mirco racconta di un rapporto di dipendenza e manipolazione, in cui il sacerdote alternava momenti di rassicurazione a episodi di umiliazione e controllo. Il consenso, sostiene il ragazzo, era spesso estorto, sfruttando la sua condizione di sottomissione e la venerazione nei confronti del prete. Dopo mesi di disagio e confusione, il giovane lascia la comunità, inizia un percorso di psicoterapia e, sostenuto dal suo legale, presenta denuncia.

    Il processo a Napoli

    L’indagine della Procura di Napoli si conclude nel 2024 con il rinvio a giudizio di padre Aleksander Iwaszczonek per violenza sessuale aggravata dall’abuso di condizioni di inferiorità psichica e maltrattamenti. Il processo è entrato nella fase dibattimentale lo scorso autunno. Il 17 settembre 2025 si è tenuta una nuova udienza davanti al collegio penale partenopeo.

    L’avvocato Massimo Calò, difensore di Mirco e legale di parte civile, ha ribadito la gravità delle accuse, parlando di “una relazione di dominio spirituale e psicologico sfociata in abusi sessuali reiterati”. La difesa del sacerdote, invece, continua a sostenere che tra i due vi fosse un rapporto consensuale e che le accuse sarebbero il frutto di una rilettura distorta dei fatti.

    Padre Aleksander, trasferito nel frattempo a Vicenza dopo l’apertura dell’indagine, non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche. Anche l’Ordine dei Teatini, fino a non poche settimane fa, aveva mantenuto il riserbo, difendendo la presunzione di innocenza del proprio confratello.

    Lo spostamento e la “promozione”

    Nel frattempo, la vicenda si è intrecciata con un altro elemento destinato a suscitare clamore. Nonostante il rinvio a giudizio, nel luglio 2025 padre Iwaszczonek era stato eletto ai vertici dell’Ordine dei Teatini d’Italia, come membro del governo provinciale per il triennio 2025-2028. Una nomina avvenuta mentre il procedimento penale era già in corso.

    Secondo fonti interne, la decisione era stata presa in base al principio di innocenza e alla reputazione di Iwaszczonek, considerato “uomo di grande integrità e zelo apostolico”. La notizia, tuttavia, ha suscitato indignazione non solo tra le associazioni delle vittime di abusi del clero, ma anche all’interno dello stesso mondo cattolico, dove si è parlato di “mancanza di prudenza pastorale”.

    La Provincia Teatina d’Italia “Bambin Gesù”, con sede a Palermo, è poi intervenuta ufficialmente con un comunicato datato 18 settembre 2025, firmato dal preposito provinciale padre Adam Marek Kowalczykowski, rettore della chiesa di San Giuseppe dei Teatini nel capoluogo siciliano. Nel testo, l’Ordine annuncia la sospensione immediata da ogni incarico di padre Iwaszczonek “nel rispetto della dignità di tutte le parti coinvolte” e “per tutelare la sua stessa incolumità personale”.

    “Alla notizia dell’indagine penale e del rinvio a giudizio – si legge nel comunicato – la nostra Provincia ha scelto di confidare nella giustizia civile, non avendo strumenti per una indagine interna. Finché non ci sarà sentenza definitiva, il confratello deve essere considerato presunto innocente. Tuttavia, di fronte alla diffusione della notizia e al rischio di aggressioni o linciaggi mediatici, si ritiene necessario sospendere padre Aleksander da qualsiasi incarico, in attesa che il tribunale di Napoli si pronunci.”

    Un caso non isolato

    Il caso Iwaszczonek si inserisce in un quadro più ampio di scandali che, negli ultimi anni, hanno scosso la Chiesa italiana. Secondo l’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, sono oltre 1.200 i preti accusati di violenze o comportamenti inappropriati dal 2000 a oggi, mentre circa 840 vicende sarebbero state insabbiate o risolte con semplici trasferimenti.

    L’Italia, diversamente da altri Paesi europei, non dispone di una commissione indipendente d’inchiesta. “Il sommerso è enorme,” spiega Francesco Zanardi, presidente dell’associazione, “perché molte vittime impiegano anni a trovare il coraggio di denunciare, e spesso quando lo fanno i termini di prescrizione sono già scaduti.”

    Numerosi casi, come quello dei fratelli Lucchina in Lombardia o del sacerdote polacco che molestò un minore chiedendogli di dormire “nella cuccia del suo cane”, mostrano un pattern ricorrente: spostamenti di sede, silenzi prolungati, promozioni inopportune.

    Il silenzio delle istituzioni ecclesiastiche

    Il governo generale dei Teatini, interpellato dopo la pubblicazione dell’articolo di Today.it (che ha fatto scoppiare lo scandalo), ha ribadito che “i processi si fanno nelle aule di giustizia e non sulla pubblica piazza”. Tuttavia, anche dentro l’ordine serpeggiano malumori. Alcuni religiosi, rimasti anonimi, hanno espresso disagio per la gestione iniziale del caso, definendola “troppo attendista” e poco rispettosa delle esigenze delle vittime.

    Padre Kowalczykowski, oggi a Palermo, ha cercato di riportare equilibrio: “Non posso giudicare ciò che è accaduto prima del mio mandato, ma non accetterò che l’Ordine sia associato all’omertà o alla complicità. Attendiamo la verità dal tribunale di Napoli.”

    Tra diritto e fede

    Il caso Iwaszczonek interroga profondamente la Chiesa sul rapporto tra misericordia e giustizia. È giusto sospendere un sacerdote prima della condanna definitiva? È lecito, invece, mantenerlo in ruoli di responsabilità mentre pende un’accusa così grave? Il confine tra garantismo e tutela delle vittime rimane sottile, ma è proprio su quel margine che si misura la credibilità ecclesiale.

    Il processo di Napoli proseguirà nei prossimi mesi con l’audizione dei testimoni e delle parti civili. Solo allora si saprà se le accuse troveranno conferma o se il sacerdote verrà assolto. Intanto, padre Aleksander Iwaszczonek vive a Vicenza, dove si è ritirato in una comunità teatina, lontano dai riflettori, in attesa del verdetto.

    Oltre il caso singolo

    Qualunque sia l’esito giudiziario, la vicenda di Napoli rimane un banco di prova per la Chiesa italiana, chiamata a scegliere tra l’autotutela istituzionale e la trasparenza. Il comunicato del 18 settembre segna, almeno formalmente, una svolta di responsabilità: per la prima volta, la sospensione di un sacerdote accusato avviene non come conseguenza della condanna, ma come misura di cautela e di tutela di tutti.

    Resta tuttavia la domanda più scomoda: perché la sospensione arriva solo dopo la pubblicazione della notizia sui giornali? È il potere mediatico, ancora una volta, a supplire alle lentezze del discernimento ecclesiale?

    Padre Aleksander, da parte sua, continua a proclamarsi innocente. La giustizia farà il suo corso. Ma per Mirco e per molti altri come lui, il processo più lungo sarà quello interiore: quello che serve per ricostruire la fiducia, in sé stessi e in una Chiesa che non può più permettersi di guardare altrove.

    Fonti: https://www.today.it/dossier/societa/abusi-sessuali-prete-promosso.html

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webp2025/09/19/il-prete-accusato-di-abusi-sessuali-riceve-una-promozione-e-viene-eletto-ai-vertici-del-suo-ordine/

    COMUNICATO: Provincia Teatina d’Italia detta del “Bambin Gesù”

  • Pedofilia nella Chiesa. La CEI ha mille strumenti ma i casi non si placano

    Pedofilia nella Chiesa. La CEI ha mille strumenti ma i casi non si placano

    Nella giornata di ieri abbiamo parlato dello scabroso caso di don Carlo Occelli, sacerdote della Diocesi di Cuneo-Fossano che ha patteggiato una “pena di un anno e otto mesi per atti sessuali con minorenne consenziente”.

    A seguire è necessario analizzare come la Conferenza Episcopale della Regione Ecclesiastica Piemonte e Valle d’Aosta sta affrontando il tema della “tutela dei minori”.

    Intanto va detto che il Vescovo delegato regionale per la tutela dei minori risulta essere il Vescovo di Alba, monsignor Marco Brunetti, il quale deve attuare in tutto il Piemonte e nella Valle d’Aosta quelle che sono le direttive che provengono dal “Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori della Conferenza Episcopale Italiana”.

    La Conferenza Episcopale Italiana – CEI, il 18 ottobre 2025, pochi giorni fa, pubblicava un testo dal titolo “Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili: l’impegno delle Chiese in Italia”. Bellissimo che si facciano parole, si producano sussidi, si scrivano chilometri di documenti, ma bisogna che la CEI faccia concretamente qualcosa per arginare la piaga delle molestie e degli abusi all’interno della Chiesa Cattolica Italiana.

    Dall’Assemblea dei Vescovi tengono a precisare: “come emerge anche dalla III Rilevazione sulle attività dei Servizi territoriali per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, che prende in esame il biennio 2023-2024, ed è basata sul metodo della participatory action research, con il coinvolgimento di 184 Diocesi (il 94,2% del totale), 16 servizi regionali e 103 Centri di ascolto attivi, tutte le regioni e tutte le Diocesi italiane si sono dotate di un Servizio diocesano o interdiocesano per la tutela, così da svolgere un servizio di presidio e di formazione capillarmente distribuito”.

    Come mai, se c’è così tanta attenzione, una così capillare presenza, un presidio di formazione che la Chiesa sponsorizza a più canali, ci sono innumerevoli casi di appartenenti al Clero che abusano e mettono in atto condotte penalmente rilevanti sul fronte sessuale?

    Eppure – a detta della CEI, che sicuramente asserisce il vero – “i Centri diocesani godono della presenza di professionalità formate e competenti quando si tratta di ascolto e accoglienza delle vittime o di familiari: sorti sul territorio, sono in un numero circoscritto proprio per poter contare su personale qualificato e costantemente aggiornato”.

    Sarà sicuramente così ma intanto i casi di abusi ci sono e sono sempre più presenti. Jorge Mario Bergoglio aveva promesso di fare una “pulizia” nella Chiesa che si sarebbe vista. Robert Francis Prevost non ha ancora avuto tempo di iniziare le azioni di nettezza interna ai Sacri Palazzi.

    Evidentemente dalle parti di Via Aurelia, sede della CEI nella Capitale, hanno chiaro che esiste un problema ed infatti specificano che “nelle prossime settimane saranno presentati due strumenti operativi destinati agli operatori ed elaborati per uniformare le procedure a livello nazionale”.

    Si doveva aspettare la fine del 2025, o più verosimilmente l’inizio del 2026, per “uniformale le procedure a livello nazionale” ed essere più solerti ed incisivi nel consegnare alla Magistratura quei soggetti che violano l’innocenza dei minori e degli adulti vulnerabili?

    Sul tema è intervenuto il Segretario Generale della CEI, Arcivescovo di Cagliari, monsignor Giuseppe Baturi, che ha spiegato come “tra le collaborazioni avviate a livello nazionale, si evidenzia la partecipazione all’Osservatorio contro la pedofilia e pedopornografia, contribuendo alla stesura delle schede di azione del Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso dello sfruttamento sessuale dei minori”. Bene, ma non benissimo.

    Bisogna fare di più.

    Non basta fare riunioni, associarsi a realtà terze, creare osservatori e luoghi di confronto.

    Bisogna intervenire, ridurre allo stato laicale quei preti che compiono abusi, arrivare in tempo quando iniziano ad esserci segnalazioni, seppur anonime, per fare le opportune “indagini previe” e poi consegnare tutto alla Procura della Repubblica territorialmente competente.

    Il resto sono parole che nulla hanno di rassicurante ma, soprattutto, che offendono le vittime dei carnefici e le famiglie delle stesse.

    Non è raro assistere a trasmissioni televisive in cui le vittime raccontano, registrazioni alla mano, di Vescovi e Diocesi che cercano di giustificare il sacerdote e che riducono tutto ad una mera questione risarcitoria.

    Da Roma fanno trapelare che “la Conferenza Episcopale Italiana, il 28 ottobre 2022, ha siglato un accordo con la Pontificia Commissione per la tutela dei minori per un progetto “Memorare” volto a promuovere da quel momento in poi, quindi anche nel 2023, un impegno comune sempre più incisivo nel combattere gli abusi sessuali all’interno della Chiesa. Alla base c’è la condivisione di un approccio integrale e delle buone prassi adottate dalla Chiesa in Italia per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”.

    Tutto bello, pregevole, aulico, … ma nel concreto?

    Concretamente non c’è nulla se non un cumulo imbarazzante di “buone intenzioni” che il Presidente della CEI, Arcivescovo di Bologna, cardinale Matteo Maria Zuppi, descrive così: “In tutte le Chiese locali c’è la ferma consapevolezza che questo sia un cammino inarrestabile”.

    Intanto, a Cuneo, un sacerdote ha patteggiato una condanna di un anno e otto mesi per “atti sessuali con minorenne consenziente” e non si sa se il Vaticano lo ridurrà allo stato laicale e lo allontanerà da ambienti frequentati da minori e persone vulnerabili.

    La Diocesi di Cuneo-Fossano, in uno scarno “Comunicato”, si è limitata a dire che sarebbe in atto “un processo canonico, ancora in corso, di cui ora si attende l’esito”. In molti dicono: “speriamo non finisca come con padre Rupnik che, impunito, continua a celebrare i divini misteri, come nulla avesse fatto”.

    Intanto alcuni cuneesi hanno preso la ferma decisione di non più mandare i loro figli all’oratorio perché la CEI è tanto brava a creare commissioni per la tutela dei minori ma, vista la cronaca, meglio non rischiare.

    Pedofilia nella Chiesa. La CEI ha mille strumenti ma i casi non si placano