Valguarnera. Incassata la condanna a 9 anni e 4 mesi per gli abusi sessuali subiti dalle loro figlie da un catechista, le famiglie delle due vittime, hanno trasmesso gli atti alla curia vescovile di Piazza Armerina chiedendo che si adottino le misure necessarie a impedirgli ogni contatto con minori.
L’uomo, è stato condannato con pena superiore alla richiesta del pubblico ministero che era di 6 anni e 8 mesi, al termine del processo celebrato con rito abbreviato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Enna, Ornella Zelia Futura Maimone, per violenza sessuale aggravata e corruzione di minorenni avrebbe continuato a frequentare quei luoghi.
Parti civili le famiglie assistite dagli avvocati del foro di Agrigento Arnaldo Faro e Concetta Maria Rosa Bonanno.
Per l’ accusa l’uomo, un catechista, avrebbe adescato le bambine all’epoca minori di 14 anni in ambienti ecclesiastici. Una sarebbe stata costretta a subire atti sessuali in più occasioni, tra novembre e dicembre 2021, mentre sull’altra, gli abusi sarebbero avvenuti il 5 gennaio 2022, mentre la bambina era nella sua abitazione e gli era stata affidata.
Contestato anche il reato di corruzione di minore: dal gennaio 2022 fino all’aprile 2023, periodo in cui avrebbe compiuto ripetuti atti sessuali in presenza di una delle vittime, costringendola ad assistere attraverso videochiamate su whatsApp, per coinvolgerla e ottenerne apprezzamenti a sfondo sessuale.
Disposta in sentenza l’interdizione perpetua da qualsiasi incarico legato alla tutela e alla cura di minori, la perdita del diritto agli alimenti, l’interdizione temporanea dai pubblici uffici e la sospensione dall’esercizio di professioni o arti. Nel corso del procedimento la difesa aveva chiesto l’accesso ai programmi di giustizia riparativa, ma il giudice ha respinto la richiesta a tutela delle minori.
Francesco Zanardi presidente di Rete l’Abuso ha cosi commentato “è sconcertante che, dopo una condanna, le famiglie debbano ancora chiedere alla diocesi di impedire che si possa fare ancora altro male a minori in ambienti ecclesiastici e che quella persona ancora li frequente.
È devastante per le coscienze di tutti, non solo a fronte di quanto la Chiesa cattolica dice di volere a parole fare a contrasto della pedofilia ma anche pensando all’impatto che il caso Rugolo avrebbe dovuto generare.
Ancora una volta le famiglie devono chiedere tutela mentre dovrebbe essere un dovere delle diocesi a monte garantirlo”.
Seppure l’associazione ECA Global non fornisca in alcun modo servizi o supporto ai sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, veicolandosi nei paesi grazie al lavoro delle realtà locali, la Rete L’ABUSO, nel 2019 aveva da subito aderito entusiasta al progetto di ECA che aveva come obbiettivo quello di unire le realtà associative dei vari paesi, creando così una forza rappresentativa a livello globale.
All’epoca il manifesto di ECA Global recitava “Ending Clergy Abuse (ECA): Rete mondiale di attivisti e vittime che si batte per tutelare i minori e costringere la Chiesa a porre fine agli abusi clericali“.
Da oggi però l’Italia congela temporaneamente qualunque rappresentanza ECA, fino a che questa non renderà conto del grave episodio accaduto lo scorso 16 giugno che aveva costretto l’unica associazione che in Italia rappresenta i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, a prendere le doverose distanze da una iniziativa inopportuna e peraltro mai comunicata, che ha di fatto offeso i sopravvissuti italiani, già provati da una situazione impari rispetto all’Europa e al mondo che al momento, malgrado le nostre molteplici richieste, ECA Global, malgrado ammetta l’imperdonabile errore, non sembra tuttavia in grado di saper fornire alcuna giustificazione.
Nel tardo pomeriggio di martedì 16 giugno, alcune testate giornalistiche che avevano invano cercato di contattare ECA, si sono rivolte direttamente alla Rete L’ABUSO chiedendo informazioni su un incontro che sarebbe avvenuto a Roma nei giorni di lunedì 15 e martedì 16 c.m. di cui la Rete L’ABUSO non è mai stata informata trovandosi indebitamente coinvolta.
Scopriamo così, attraverso un comunicato stampa ufficiale e congiunto che porta i loghi di ECA Global e della Pontificia Commissione tutela minori (Tutela Minorum ECA Statement on Rome Dialogues) che l’associazione americana lodando l’incontro con la Pontificia Commissione tutela minori dal quale ha escluso i rappresentanti italiani, lodava un dialogo e il rafforzamento che la chiesa a detta di ECA avrebbe apportato in materia di abusi sessuali a danno di minori.
Notizia totalmente falsa e inopportuna per quanto riguarda l’Italia, che ad oggi, vede la stessa Commissione Pontificia rifiutare addirittura di riconoscere i sopravvissuti nel Paese.
L’Italia infatti, non solo è l’unico Paese in Europa che attualmente, malgrado gli impegni assunti, lamenta la totale assenza del Governo italiano, al quale, già nel 2019 il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, lamentava la mancata applicazione della Convenzione per i diritti dell’infanzia e che nel marzo di quest’anno torna per la seconda volta, a chiedere conto al Governo italiano, il quale dovrà rispondere della disapplicazione della Convenzione entro il 2027.
Italia che vede la stessa chiesa attualmente totalmente disimpegnata sul territorio nell’applicazione delle sue stesse direttive a contrasto della pedofilia nel clero.
I molteplici casi noti a tutti nella penisola partono da quello vescovo di Enna Rosario Gisana e del suo vicario giudiziale Vincenzo Murgaro, oggi entrambi sotto processo da parte della giustizia per avere mentito ai giudici italiani nel tentativo di coprire don Giuseppe Rugolo, condannato in via definitiva per abusi sessuali a danno di tre minori. Caso che malgrado la conclamata situazione vede la chiesa italiana disapplicare totalmente le proprie norme in tutela dei minori e di coloro che insabbiano, di fatto lasciando i due prelati tutt’ora al loro posto.
Tra i molteplici casi arrivati agli onori della cronaca italiana citiamo quello di pochi giorni fa che riguarda Padre Efisio Schirru, accusato di violenza sessuale ai danni di un seminarista, paradossalmente ed in barba allo stesso Motu proprio, è stato rieletto provinciale.
Sul versante delle vittime e dei mancati soccorsi promessi dalla chiesa, il dato che si rileva sul territorio italiano, a distanza di quattro anni dall’apertura degli sportelli diocesani per le vittime, è catastrofico.
I casi denunciati all’associazione italiana vedono nel 2025 (dato che l’Osservatorio della Rete L’ABUSO prevede riconfermato nel 2026) raddoppiate le denunce e le vittime che ingenuamente si sono rivolte agli sportelli, ridotte ad un ulteriore trauma, questa volta dovuto alla rivittimizzazione causata dalla riesumazione del trauma prodotta dall’essersi sottoposti agli interrogatori previsti dagli sportelli diocesani e all’inconcludenza della chiesa italiana che, praticamente in quasi tutti i casi, ha lasciato i responsabili degli abusi al loro posto, provocando così ulteriore frustrazione e ulteriore trauma nelle vittime.
Situazione che ECA global ben conosce e che abbiamo ricordato chiedendo spiegazioni di quanto tristemente accaduto pochi giorni fa, a nostra totale insaputa. Per questi motivi si chiede doverosamente conto a ECA Global dello sciagurato ed inspiegabile gesto, non che delle ridicole dichiarazioni che ECA ha rilasciato congiuntamente alla Pontificia Commissione alla quale invece, avrebbe dovuto chiedere conto di questa grave situazione.
Il gruppo americano, a sei giorni dall’accaduto, sembra incapace di dare spiegazioni ai sopravvissuti e alla stessa Rete L’ABUSO e comunica che nelle prossime settimane è disposto a riunirsi in un incontro con la Rete, tuttavia al momento non ha ancora fissato una data.
Per questi motivi Rete L’ABUSO è attualmente costretta non solo a prendere le distanze ma a disconoscere qualunque azione da parte di ECA Global in rappresentanza dell’Italia.
La Corte Suprema di Cassazione ha depositato le motivazioni con cui ha chiuso definitivamente il caso Rugolo, il sacerdote ennese condannato a tre anni per abusi sessuali su minori. Sia il ricorso dell’imputato che quello del Procuratore Generale di Caltanissetta sono stati dichiarati inammissibili. Nelle motivazioni emergono le ragioni per cui nessuno dei due ha avuto successo.
Il racconto di Messina ha retto a tutto
Il punto centrale riguarda l’attendibilità di Antonio Messina, difeso dall’avvocato Eleanna Parasiliti Molica, che ha raccontato pubblicamente la propria vicenda in più occasioni. La Cassazione ha confermato che il suo racconto è rimasto coerente per tutta la durata del processo e ha trovato riscontro in elementi esterni, tra cui messaggi scambiati tra Rugolo e un altro sacerdote, giudicati dai giudici di merito particolarmente rivelatori dell’interesse dell’imputato verso la vittima. L’argomento della difesa, secondo cui Messina sarebbe stato mosso da interessi economici nel denunciare, stato esplicitamente smontato dai giudici di merito e la Cassazione ha confermato quella valutazione. Va ricordato che gli abusi su Messina si sono protratti per anni, quando la vittima era minorenne, e che la condanna definitiva riguarda anche altre persone offese.
Le eccezioni procedurali respinte una a una
La difesa aveva costruito il ricorso su sette motivi, puntando soprattutto su questioni tecniche. Tutti respinti. Le registrazioni audio effettuate dal padre di Messina, che agiva come privato cittadino, non nell’esercizio di alcuna funzione ufficiale, sono state giudicate prove documentali pienamente legittime. E comunque, ha precisato la Corte, non erano state determinanti ai fini della condanna. Anche la contestazione sulla notifica degli atti processuali è caduta: Rugolo era presente in aula durante tutto il dibattimento e non poteva sostenere di non essere stato informato.
Il ricorso della Procura
Il Procuratore Generale puntava a ottenere una pena più severa, contestando il riconoscimento dell’attenuante della minore gravità, che aveva ridotto la condanna da quattro anni e sei mesi a tre anni. Tale riduzione era stata applicata dalla Corte d’Appello specificamente per due capi di imputazione, sulla base di una valutazione complessiva delle singole condotte.
La Cassazione ha però stabilito che quella valutazione era logicamente motivata. Per quanto riguarda Messina, i giudici di appello avevano considerato separatamente l’ultimo episodio contestato , avvenuto quando la vittima era già maggiorenne, a distanza di tempo dagli abusi precedenti subiti da minorenne, e avevano rilevato che in quell’occasione non ci fu alcun contatto fisico e che la vittima bloccò tutto con una semplice opposizione verbale. È su questo specifico episodio, e non sull’intera vicenda, che l’attenuante è stata applicata. Una valutazione di merito, ha chiarito la Suprema Corte, che non può essere ribaltata in sede di legittimità se non presenta contraddizioni evidenti. E qui non ne sono state trovate.
La condanna a tre anni è dunque irrevocabile. Rugolo è stato inoltre condannato a pagare tremila euro alla Cassa delle Ammende e a rifondere le spese legali delle parti civili, tra cui l’Associazione Rete l’Abuso, che riceverà 2.875 euro.
Sei anni di gogna mediatica e fango riversato sulla Diocesi di Treviso cancellati da un dispositivo di venti righe. La sezione civile del Tribunale di Padova, lo scorso 27 aprile, ha messo la parola fine al teorema di Gianbruno Cecchin, il docente di filosofia di 55 anni ed ex assessore di Cittadella che aveva accusato di abusi sessuali i suoi vecchi educatori del Seminario di Treviso. Il giudice ha stabilito che quelle accuse erano completamente false, dichiarando Cecchin «non attendibile» e condannandolo a risarcire con 50.000 euro ciascuno don Livio Buso e don Paolo Carnio, i due sacerdoti che erano rappresentati dall’avvocato Stefano Zoccarato.
La bomba era esplosa il 15 febbraio 2020. Cecchin, cavalcando l’eco dei summit vaticani sulla pedofilia, aveva inviato una mail al vetriolo a tutte le redazioni giornalistiche e indirizzata per conoscenza anche a Papa Francesco. Nella missiva l’ex seminarista rievocava fatti vecchi di trent’anni, risalenti all’anno accademico 1990-1991, quando, allora diciannovenne, frequentava la Comunità Vocazionale a Treviso. Il racconto era un catalogo degli orrori: abusi nelle camere dei preti, vessazioni, una fuga disperata nella notte e persino presunte minacce di morte («Se parli sei morto») arrivate in stile mafioso per intimargli il silenzio. I due preti, nel frattempo diventati stimati parroci, erano finiti dritti nel tritacarne.
Sul fronte penale la Procura non aveva potuto muovere un passo: i reati ampiamente erano prescritti. Cecchin denunciò per minaccia ma anche quella querela finì nel nulla e venne archiviata. Ma don Livio e don Paolo non ci stavano a passare per mostri e due anni fa hanno incardinato la causa civile per diffamazione. L’istruttoria ha demolito punto per punto il memoriale del professore: nessun riscontro, nessuna prova, solo un castello di falsità che ha pesato come un macigno sulla reputazione dei due prelati e anche della chiesa della Marca. Oggi la sentenza, passata in giudicato, ristabilisce la realtà dei fatti, con il vicario generale monsignor Mauro Motterlini che parla di «parola definitiva di verità». Per Cecchin, oltre al discredito, resta un conto da 100mila euro di danni, più le spese legali.
Prevost è finito contro un muro in Spagna come Bergoglio un anno e mezzo fa in Belgio. Allora un altro Filippo, il re del Belgio, fu molto duro con il Papa. Con Leone XIV non è cambiato niente: migliaia di preti pedofili che hanno distrutto migliaia di vite e intorno a loro, fraternamente protettivi, 400 mila sacerdoti cattolici nel mondo che li difendono con il loro compunto e compatto coro muto del negare o parlar d’altro.
Giorgio Meletti con Federica Tourn
Come un altro grande americano, Buster Keaton, Papa Leone XIV sembra nascondere dietro un volto perennemente inespressivo il suo genio comico. Non c’è altra possibile spiegazione per l’incredibile frase che ha pronunciato sabato 6 giugno 2026 sul volo papale per Madrid che ha segnato l’inizio del viaggio apostolico in Spagna.
Incalzato (come nessun giornalista italiano ha mai osato fare) sul tema degli abusi sessuali dei preti cattolici dal vaticanista del País Inigo Domìnguez, che gli ha ricordato quante vittime spagnole di violenza sessuale avrebbero voluto incontrarlo, Robert Prevost se n’è uscito con questa risposta: “Come è stato annunciato incontrerò alcune vittime, purtroppo mi è impossibile ricevere tutte quelle che lo chiedono”.
Anni di duro lavoro di papi, cardinali e vescovi – tesi a nascondere o minimizzare il fatto che l’abuso sessuale sui ragazzini e sulle ragazzine a loro affidati è una delle attività principali di alcuni sacerdoti – sono stati vanificati da tre secondi di folgorante verità pontificia.
Il disastro spagnolo
El País è il più importante quotidiano spagnolo. Da otto anni conduce una serrata inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa e ha accumulato uno spaventoso archivio con fatti, date, nomi di vittime e carnefici e soprattutto una accurata documentazione del certosino lavoro con cui da anni i vescovi spagnoli cercano di occultare i crimini dei loro sacerdoti.
E in questi giorni ha documentato come per Leone XIV il viaggio in Spagna sia stato un disastro, proprio per colpa degli abusi sessuali.
Papa Francesco è stato un affidabile complice dei confratelli spagnoli: in dodici anni di pontificato non ha mai speso una parola sul problema.
Il Papa argentino aveva una sua particolare abilità nella comunicazione: alternava le sparate alzo zero contro i preti pedofili in generale ai silenzi (talvolta anche spudorate menzogne) su casi specifici, soprattutto se riguardanti suoi amici, come per esempio l’abusatore seriale Marko Rupnik o il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, che resta tuttora al suo posto, intoccabile, benché imputato in un processo per falsa testimonianza commessa, secondo l’accusa, per proteggere il suo parroco Giuseppe Rugolo, condannato in Cassazione per violenza sessuale su ragazzi a lui affidati eppure ancora presente nelle liste dei sacerdoti a cui la Cei paga regolarmente lo stipendio.
Fatto sta che Jorge Bergoglio, grazie alla formula vacua della “tolleranza zero”, ha lasciato dietro di sé la convinzione diffusa di essere stato un inflessibile giustiziere.
Robert Prevost è invece un pessimo comunicatore e i vaticanisti italiani sono costretti ad acrobazie logiche a volte addirittura umilianti per sostenere il contrario.
La Spagna lo aspettava al varco per parlare di abusi sessuali e lui ha arringato il parlamento su eutanasia e aborto. Credendo che un Papa che tuona contro l’aborto faccia ancora paura a qualcuno, Il Foglio ha scritto che El País, dedicando il suo titolo d’apertura al tema della pedofilia, “ha parlato d’altro”, come se davvero la questione critica fosse l’aborto.
Ma qual era il tema di questa visita chiunque può capirlo, basta che non legga i giornali italiani. I quali credono di avere ancora il potere di tenere nascoste le cose, mentre i loro lettori a decine di migliaia al mese li abbandonano perché sanno le lingue e vanno su internet, dove apprendono che cosa accade nel mondo.
Solo così hanno potuto sapere che nell’ultimo viaggio apostolico di Francesco, nel cattolicissimo Belgio a settembre del 2024, la rituale intemerata contro l’aborto finì con il nunzio apostolico convocato dal governo belga per trasmettere al Papa l’intimazione di non permettersi mai più di parlare male delle leggi belghe sull’aborto e di chiamare sicari i medici belgi che praticavano gli aborti e le loro pazienti.
Ma la cosa più imbarazzante fu la vera e propria umiliazione subita da Bergoglio stesso.
Il Papa raccontò di aver incontrato delle vittime di abusi come se si fosse trattato di un abbraccio fraterno e solidale, ma la sera stessa il telegiornale belga principale intervistò le stesse persone, ed erano inferocite, dissero che Bergoglio li aveva presi in giro rifiutando ogni assunzione di responsabilità della Chiesa per le imprese erotiche dei suoi sacerdoti sui bambini belgi.
Uno di loro, Jean-Marc Turine, addirittura ha fatto il verso a Bergoglio, ritraendolo (in prima serata) come un imbroglione nemmeno tanto lucido. Intanto il premier belga Alexander De Croo diceva al Papa, a brutto muso, “le parole non bastano più, vogliamo fatti concreti, le vittime hanno bisogno di essere ascoltate e hanno diritto alla verità, non possiamo più accettare gli insabbiamenti e le coperture [dei preti pedofili]”.
Immaginate un capo di governo italiano o il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che solo immagina di parlare così al Papa. Eppure il dramma dei preti pedofili in Italia non è meno grave che in Belgio o in Spagna.
Bene, in Spagna non il premier Pedro Sánchez, che sarà un mangiapreti o addirittura un laicista, come si ama dire, ma il mite e cattolicissimo re Felipe ha detto al Papa, in estrema sintesi, che la cattolicissima Spagna ne ha le scatole piene.
I fatti
Ecco che cosa è esattamente accaduto in Spagna.
Il 5 giugno, il giorno prima della partenza di Leone XIV per la Spagna, El País scrive che, indagando su 1.622 (milleseicentoventidue) casi di abuso sessuale emersi finora in Spagna, ha scoperto che “negli ultimi decenni 94 alti prelati della Chiesa hanno insabbiato denunce, protetto il clero o messo a tacere le vittime. Di questi, 7 sono cardinali, 61 vescovi e 26 superiori di ordini religiosi”.
Gli abusi coinvolgono 70 diocesi e 141 ordini religiosi. I sette cardinali sotto accusa sono: Vicente Enrique y Tarancón, Antonio María Rouco, Narcís Jubany, Ricard Maria Carles, Lluís Martínez i Sistach, Carlos Osoro e Juan José Omella.
El País racconta che in Vaticano stanno addirittura beatificando “José María García Lahiguera, arcivescovo di Valencia negli anni Settanta, implicato nell’insabbiamento di uno dei più gravi casi di pedofilia nella Chiesa spagnola, tenuto nascosto durante il regime franchista: quello di padre José Prat, che nel 1971 violentò e uccise un bambino di nove anni, colpendolo 47 volte a Puerto de Sagunto. Il sacerdote fu condannato a 17 anni di carcere, che non scontò, e questo arcivescovo lo trasferì a Lleida, dove prestò servizio come vicario”.
Il benvenuto del País al Papa è, per così dire, impreziosito da una notizia che, il 4 giugno, due giorni prima dell’arrivo di Prevost a Madrid, gli fa capire che aria troverà in Spagna.
Negli anni Novanta una bambina è stata abusata sessualmente dai 6 ai 12 anni da padre Álvaro Martín Fuente, sacerdote agostiniano della scuola Buen Consejo di Madrid. Lei lo ha denunciato alla polizia nel 2010, appena compiuti 18 anni, e in quel momento il Priore generale degli agostiniani era Robert Prevost.
Fuente fu anche arrestato ma la prescrizione lo salvò. Per sedici anni gli agostiniani, che sapevano tutto, hanno coperto il sacerdote pedofilo, che ha potuto anche fare il direttore della scuola. Lo hanno allontanato solo due mesi fa, dopo l’ennesima denuncia della ragazza oggi poco più che trentenne.
Una fonte degli agostiniani ha detto al País che Prevost non fu mai informato di niente perché non era stata avviata ufficialmente un’inchiesta interna, “per negligenza”, ammette la stessa fonte, spiegando che “in quegli anni non esistevano i protocolli”.
Notate bene, stiamo parlando del 2010, non del 1810: un sacerdote violenta una bambina di sei anni e i suoi confratelli agostiniani fischiettano perché non hanno i protocolli. Viene arrestato con l’accusa di aver violentato una bambina di sei anni e il Priore generale degli agostiniani, che sono meno di tremila in tutto il mondo, non lo viene neppure a sapere.
Essendo gli agostiniani nel mondo meno degli abitanti di una media parrocchia italiana, come fa il Priore generale a non venire mai a sapere niente? Eppure Prevost è talmente rinomato per il suo acume che alla fine lo eleggono Papa.
Parlare d’altro
La Chiesa cattolica funziona così, stando ai racconti della gerarchia ecclesiastica. Secondo El País, gli agostiniani hanno solo in Spagna 30 sacerdoti accusati e 77 vittime, ma ne ammettono rispettivamente 20 e 34.
Quindi – per loro stessa ammissione – gli agostiniani colpevoli di violenza sessuale su minori sono in Spagna poco meno del 10 per cento del totale. Ma non risulta che Prevost ne abbia parlato durante l’incontro a Madrid con 220 agostiniani iberici.
Lo stile dell’uomo d’altra parte è questo. E dunque Leone XIV parte per la Spagna con l’idea di fare come Bergoglio, cioè niente. E di parlare come se niente fosse di guerra e pace, intelligenza artificiale, aborto ed eutanasia oltre che di quanta cattiveria c’è nel mondo (argomenti sui quali la sua capacità di incidere risulta trascurabile).
Le vittime degli abusi sessuali dei preti si infuriano. Giudicano una provocazione, per esempio, la decisione di andare in visita mercoledì 10 giugno all’abbazia di Montserrat, vicino a Barcellona.
Gli ultimi tre abati del monastero prima dell’attuale hanno insabbiato gli abusi per decenni. Le giovani vittime sono almeno 15, solo per una di loro risulta accordato un risarcimento, eppure l’abbazia stessa già nel 2019 si è scusata pubblicamente, ammettendo lo scempio che è avvenuto al suo interno per decenni.
Ovviamente l’attuale abate Manel Gasch Hurios non ha detto una parola nel suo discorso di benvenuto al Papa, il quale educatamente si è ben guardato dallo sfiorare il fastidioso argomento.
Leone XIV, anche per non irritare la suscettibilità dei vescovi spagnoli, che sulla piaga degli abusi sono irriducibili, è partito da Roma deciso a non fiatare sull’argomento abusi e a ignorare le associazioni delle vittime che chiedevano di incontrarlo.
Ma quando ha capito che l’onda della protesta stava diventando oceanica ha incaricato il portavoce Matteo Bruni, alle nove di sera del 5 giugno (undici ore prima del decollo dell’aereo papale per Madrid), di fare una dichiarazione meritevole di essere letta integralmente:
“In merito ad alcune notizie di stampa, posso confermare che durante il prossimo viaggio apostolico, il Santo Padre incontrerà alcune vittime di abusi da parte del clero in Spagna. L’incontro è stato organizzato dalla Chiesa spagnola. Ulteriori informazioni saranno fornite dopo l’incontro, nel rispetto delle vittime, dei loro desideri e della loro privacy”.
Che significa “l’incontro è stato organizzato dalla Chiesa spagnola”? Una presa di distanze? Certo è che la Chiesa spagnola, un sistema dominato dai 94 prelati accusati di aver insabbiato i casi di abuso sessuale, farà poi sapere di aver scelto, a sua discrezione, sei vittime che si sono incontrate con il Papa ma che nessuno ha visto e nessuno sa chi sono. C’è la privacy.
Quello che si sarebbero detti con il Papa lo ha fatto sapere la Santa Sede con una formula che suona beffarda: “Il Papa ha ascoltato con affetto e attenzione, assicurando loro la sua vicinanza e quella dell’intera comunità ecclesiale”.
L’inviato di Vatican News, cioè l’inviato del Papa al seguito del Papa, ci assicura che “le vittime hanno sentito che il Papa si è fatto carico del loro dolore”, senza però rivelarci come ne è venuto a conoscenza.
La cupola dell’omertà
Il vero capolavoro è stato l’incontro con la Conferenza episcopale spagnola, la cupola dell’omertà. Ecco come Prevost è riuscito a parlare ai vescovi spagnoli degli abusi sessuali senza nominare gli abusi sessuali:
“Il nostro cammino è fatto di incontri: uno dei più dolorosi è con coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero. Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione”.
Il presidente della Conferenza episcopale spagnola, Luis Javier Argüello García,è stato più netto: non ha detto una parola sugli abusi, limitandosi a ringraziare il Papa perché la sua visita in Spagna aiuterà la Chiesa spagnola “ad alzare lo sguardo verso Gesù Cristo e a rinnovare la gioia di essere discepoli amati e ferventi missionari della misericordia di Dio”.
Tutto pur di non parlare del recente accordo con lo Stato spagnolo, subito dai vescovi, che dà alle vittime di abuso la possibilità di chiedere i danni anche attraverso lo Stato e fissa per la Chiesa l’obbligo di pagare per le malefatte dei suoi sacerdoti.
Una svolta che terrorizza i vescovi di altri Paesi, per esempio la Conferenza episcopale italiana, la più omertosa di tutte.
Ed è per questo che il Papa non ne parla: il rischio è che la Chiesa, che già non se la passa bene quanto a soldi, sia travolta finanziariamente dall’ondata dei risarcimenti.
Basti pensare che poche settimane fa negli Stati Uniti, dove lo Stato non ha paura dei preti, la diocesi di New York ha dovuto firmare l’accordo per pagare 800 milioni di dollari a 1300 vittime di abusi, mediamente circa 600 mila dollari a testa. Notizie che i vaticanisti italiani censurano sistematicamente.
Alla fine a chi è toccato l’ingrato compito di dire a Prevost, in sostanza, che non poteva pretendere di prendere in giro in modo così smaccato un’intera nazione, sia pure cattolicissima? All’unico che poteva e doveva, il re, Felipe Juan Pablo Alfonso de Todos los Santos de Borbón y Grecia, in breve Filippo VI.
Soltanto il re osa
Conoscendo gli spagnoli meglio del Papa, il re gli ha fatto sapere che non poteva prestarsi alla farsa del fare finta di niente, e i rispettivi sherpa hanno concordato che – visto che Prevost non intendeva arretrare di un millimetro dalla linea del silenzio – sarebbe toccato al re mettere, come suol dirsi, i piedi nel piatto con un testo concordato dalle diplomazie.
Nel discorso di benvenuto al palazzo reale, Felipe ha prima espresso il plauso per “l’enorme opera sociale della Chiesa cattolica in Spagna” per poi dire l’indicibile:
“Non può esserci contrasto maggiore a tutto ciò del dolore causato dai casi di abuso, che non sono rappresentativi né possono essere rappresentativi della vasta comunità ecclesiale.
La vostra chiarezza e fermezza, che desidero anch’io riconoscere, sono essenziali nel processo di guarigione e nella riparazione del danno inflitto: sono essenziali per le vittime, per i fedeli, per la Chiesa e per la società nel suo complesso”.
Un saggio da scuola di retorica, accusare fingendo di elogiare.
Secondo El País si è trattato “di un paragrafo estremamente delicato e attentamente formulato, ma sufficiente a portare alla ribalta gli oltre tremila casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica [spagnola]”.
Insomma Prevost è finito contro un muro in Spagna come Bergoglio un anno e mezzo fa in Belgio. Allora un altro Filippo, il re del Belgio, fu molto duro con il Papa.
Con Leone XIV non è cambiato niente: migliaia di preti pedofili che hanno distrutto migliaia di vite e intorno a loro, fraternamente protettivi, 400 mila sacerdoti cattolici nel mondo che li difendono con il loro compunto e compatto coro muto del negare o parlar d’altro.
Il maestro del coro è il Papa, l’uomo che potrebbe con un tratto di penna cacciare chi vuole in modo inappellabile, un potere assoluto che non può negare di avere perché, quando gli fa comodo, lo usa.
Solo in Italia c’è ancora qualcuno che pensa che il tema centrale della Chiesa sia l’aborto.
Durante la sua visita apostolica in Spagna, papa Leone XIV ha incontrato sei vittime di abusi sessuali su minori commessi da rappresentanti della Chiesa cattolica spagnola. Pochi giorni prima, sul volo che lo portava da Roma a Madrid, il corrispondente del quotidiano spagnolo El País Íñigo Domínguez gli aveva consegnato una chiavetta USB contenente sei dossier, realizzati negli anni dal giornale con un eccezionale lavoro d’inchiesta su oltre 3mila casi di abusi in Spagna.
El País in Spagna ha avuto un ruolo centrale nello svelare, catalogare e raccogliere questo genere di casi. Lo ha fatto con un’inchiesta iniziata nel 2018 e che continua tuttora. Ha permesso di creare un database enorme e dettagliato, e soprattutto di superare la negazione e il silenzio della gerarchia clericale spagnola, durate decenni.
Mentre in altri paesi commissioni indipendenti e indagini interne alla Chiesa avevano individuato migliaia di casi, fino all’ottobre del 2018 la gerarchia ecclesiastica spagnola ne aveva riconosciuti quattro. Quando il quotidiano avviò l’inchiesta, la Conferenza episcopale sosteneva che la Spagna fosse «un’eccezione fra i paesi cattolici».
Julio Núñez è il giornalista delPaís a cui l’allora direttrice del giornale Soledad Gallego-Díaz affidò l’inchiesta, insieme a Domínguez. Il modello era quello del team Spotlight del Boston Globe, che nel 2002 indagò sui casi di pedofilia nella Chiesa statunitense e sulle coperture garantite dalle autorità ecclesiastiche.
Dice Núñez: «La Chiesa spagnola allora sosteneva che in Spagna e in Italia le cose fossero diverse per i costumi mediterranei, per la differenza nello stile di vita». Racconta che cominciarono facendo richieste ufficiali alle diocesi riguardo ai casi trattati dal diritto canonico (le inchieste e i processi interni alla Chiesa, svolti in modo discutibile), ma non ebbero alcuna risposta.
In Spagna c’erano 23mila parrocchie e 18mila sacerdoti, ma non esisteva alcuna statistica ufficiale sui casi di violenza sessuale sui minori da parte del clero o di laici in istituzioni religiose. Domínguez, Núñez e alcuni colleghi iniziarono a raccoglierli con un lavoro d’archivio, facendo riferimento a sentenze giudiziarie digitalizzate a partire dagli anni Ottanta, e nella prima inchiesta ne trovarono 34. Pubblicandola, aggiunsero anche un indirizzo email a cui inviare testimonianze e segnalazioni: iniziarono subito ad arrivarne centinaia, e questo cambiò tutto.
Nel corso degli anni El País ha svelato circa un migliaio di nuovi casi, raccolti in sei successivi dossier, da più di 1.800 pagine e con 800 diverse testimonianze.
Núñez dice che «quando arriva una segnalazione, la prima cosa è contattare la persona. La prima telefonata può durare anche due o tre ore, a volte è la prima volta che quella persona racconta la sua storia». Dopo il racconto i giornalisti chiedono se esiste un qualche tipo di documentazione, se ci sono dei familiari che conoscono i fatti, se sono state salvate mail o messaggi che possono essere prove degli abusi o di eventuali coperture da parte della Chiesa.
Núñez dice che il lavoro di verifica e indagine su un caso può proseguire per mesi: «Alcuni vogliono solo raccontare, ma poi non vogliono che la storia sia pubblicata, altri non compaiono col nome intero, ma solo con le iniziali. In generale non più di un terzo delle storie arriva a essere pubblicato». Dal 2018 un gruppo variabile di 6-10 giornalisti si è occupato dei casi, a volte in modo continuativo, altre più saltuario.
Negli anni il lavoro si è esteso al Sudamerica, di cui El Paìs si occupa estesamente. Sono state individuate, rivelate e raccontate altre centinaia di casi, fra cui quello di un gesuita spagnolo che abusò di almeno 85 minori in Bolivia, registrando tutto in una specie di diario. Il caso ha avuto grande rilevanza internazionale ed è stato raccontato anche in un libro.
Il lavoro del Paìs ha avuto conseguenze importanti, a partire dall’aver aperto infine un dibattito sugli abusi del clero spagnolo. Nel dicembre del 2021 un primo dossier con 250 casi inediti venne consegnato a mano a papa Francesco, e poi alla Conferenza episcopale spagnola, causando l’apertura di un’indagine interna alla Chiesa spagnola. Nel 2022 la questione assunse una grande rilevanza all’interno del dibattito pubblico spagnolo e il parlamento incaricò il difensore civico nazionale Ángel Gabilondo di fare un’indagine indipendente, che partì dai materiali messi a disposizione da El País. Il difensore civico si occupa di tutelare gli interessi dei cittadini, in molti paesi è chiamato ombudsman, in Italia esistono figure simili a livello regionale.
Le conclusioni arrivarono dopo un anno e 80 incontri con rappresentanti episcopali e religiosi, con oltre 8mila interviste e 480 testimonianze di vittime raccolte direttamente. Furono conclusioni notevoli: il difensore civico stimò che l’1,13 per cento della popolazione spagnola avesse subìto abusi sessuali in ambito religioso, una cifra che corrisponde a oltre 440mila persone.
Lo scorso gennaio la Chiesa spagnola ha firmato un accordo di collaborazione con lo Stato in cui si impegna a risarcire le persone che da minorenni hanno subìto abusi sessuali, ma che non possono più ricevere risarcimenti attraverso una causa in tribunale perché il reato è prescritto o perché la persona che ha commesso gli abusi è morta. L’entità di questi risarcimenti e la resistenza a concederle varia da caso a caso: può accadere che per lo stesso tipo di delitto, in situazioni simili, i risarcimenti varino molto da diocesi a diocesi.
Il religioso noto nella comunità ecclesiastica cagliaritana, “Ordine della Beata Maria Vergine della Mercede, frati Mercedari”, al centro di una bufera giudiziaria e mediatica, l’accusa è pesantissima: abusi sessuali che sarebbero stati consumati tra le mura ecclesiastiche.
Il giovane, visibilmente provato, ha deciso di rompere un silenzio durato anni, raccontando un episodio risalente al 2000, avvenuto in una parrocchia di Roma dove Schirru era allora parroco. “Chiese di fare l’amore, si spogliò e cominciò”, ha dichiarato l’uomo, descrivendo l’impotenza e il pianto che seguirono a quella presunta violenza. Un racconto drammatico, avvalorato in studio da un “illustre testimone” che ha ricordato lo stato di shock del ragazzo subito dopo l’accaduto.
Padre Efisio Schirru ha respinto le accuse di violenza, pur non negando un contatto fisico con il giovane. La sua replica ha però suscitato scalpore per la scelta dei termini: “Non ricordo di averlo mai violentato. Al massimo gli avrò fatto il solletico, questo lo ricordo”, ha dichiarato il religioso, minimizzando i dettagli del racconto della vittima con un vago “vediamo un po’…”.
É stato confermato come Provinciale della Provincia Romana dei Mercedari il 5 giugno, nonostante sia in corso una indagine canonica. È vergognoso che si faccia di tutto per insabbiare. Come può il maestro Generale dell’Ordine della Mercede, il P. Osvaldo Vivar Martínez e il Dicastero della Vita Consacrata permettere tutto ciò?
Le accuse vagliate dalle autorità competenti (civili e canoniche), la Cagliari dei fedeli resta in bilico tra sconcerto e incredulità. Il volto che per anni è stato un punto di riferimento spirituale nella Basilica di Bonaria si trova ora al centro di un’inchiesta che tocca i vertici dell’Ordine dei Mercedari, riaccendendo i riflettori sul delicato tema degli abusi nel clero.
«Oggi, 2 giugno 2026, presso il monastero di Strahov a Praga è stato firmato un memorandum d’intesa tra la Conferenza episcopale ceca e l’associazione Someone Will Believe You (“Qualcuno ti crederà”). Il documento sancisce un impegno congiunto per la tutela delle persone vulnerabili all’interno della Chiesa, il sostegno alle vittime di abusi e lo sviluppo di strategie di prevenzione e di approccio sensibile nei confronti di coloro che hanno subito abusi da parte di chierici o operatori pastorali».
L’importante passo porta la firma del vicepresidente della Conferenza e neo-arcivescovo di Praga, Stanislav Přbyl, e del responsabile dell’associazione delle vittime Jiri Kylar.
L’associazione Someone Will Believe You raduna persone che hanno subito abusi nel contesto ecclesiale e altrove con alcuni esperti, garantendo un ambiente sicuro e possibilità di influire sulla formazione del clero e sui necessari cambiamenti sistemici.
Sul versante dei vescovi è nata, nel 2025, una commissione per la prevenzione e la protezione degli abusi, presieduta da mons. Přbyl, che, con la collaborazione di vari esperti, intende rafforzare l’approccio pastorale e terapeutico rispetto al problema, elaborare metodologie per la prevenzione e collaborare con le vittime e le autorità pubbliche.
Gli intenti e il documento
Il memorandum è distinto in sei brevi capitoli: scopo e natura del documento; forme concrete di collaborazione; autonomia e indipendenza delle parti; diritto alla critica anche pubblica; obiettivi comuni; disposizioni finali.
In premessa si dice: «Le parti condividono la convinzione che una prevenzione efficace, procedure trasparenti, l’ascolto delle vittime e la disponibilità all’autocritica siano condizioni indispensabili per affrontare responsabilmente la questione».
Fra gli scopi della collaborazione, si precisa l’ambito della prevenzione, la risposta alle segnalazioni e il sostegno a quanti dichiarano di essere vittime. La collaborazione si può sviluppare attraverso consultazioni e dialoghi specialistici fra le due parti, un comune impegno in ordine agli strumenti formativi e alla condivisione delle esperienze di lavoro, lo sviluppo dei metodi di sostegno alle vittime e la riflessione sui punti critici e i fallimenti del passato.
La chiara distinzione delle responsabilità dei due contraenti conferma l’autonoma responsabilità delle parti e la loro differenza istituzionale e di autorità, anche in previsione di possibili tensioni e di reciproche insoddisfazioni.
Quanto al diritto alla critica, si dice: «La stipula del presente memorandum non limita in alcun modo il diritto di ciascuna delle parti di esprimere pubblicamente posizioni critiche nei confronti delle azioni, delle decisioni e delle impostazioni sistemiche dell’altra parte, né di segnalare fallimenti, carenze o rischi del suo operato, anche attraverso i media o altre forme di comunicazione pubblica», anche se si chiede la reciproca buona fede.
Gli obiettivi comuni sono così definiti: «ridurre sistematicamente il rischio di abusi sessuali attraverso una prevenzione efficace, contribuire a una gestione trasparente, equa e responsabile dei casi di abusi sessuali, rafforzare la tutela dei diritti delle vittime e favorirne il recupero, promuovere una cultura istituzionale improntata alla responsabilità, all’apertura e alla disponibilità al cambiamento». Il documento è a tempo indeterminato.
Le cose stanno cambiando
In gennaio, mons. Přbyl e Jiri Kylar avevano inaugurato una mostra sul tema abusi nel monastero francescano di Praga. Kylar aveva detto: «Il percorso verso la collaborazione con la Chiesa è stato lungo e difficile; le vittime di violenza sessuale hanno trovato scarsa sensibilità ed empatia … Vedo che le cose stanno cambiando e che vescovi, sacerdoti e fedeli si stanno impegnando molto di più per approfondire la questione degli abusi. Vogliamo trovare uno spazio sicuro per la condivisione».
In occasione della firma del documento ha aggiunto che il memorandum non è una conclusione, ma l’inizio: «Siamo felici che, dopo tanti anni in cui alcuni leader religiosi hanno preferito il silenzio, si stia ora aprendo la possibilità di aiutare insieme la Chiesa a diventare un luogo sicuro».
Il vescovo ha ricordato il percorso comune già fatto con l’associazione nelle indicazioni su come denunciare l’abuso o come avviarne la soluzione giuridica e ha aggiunto: «Comprendo il dolore di tutti coloro che sono stati vittime di abusi. Credo che la collaborazione tra la commissione della Chiesa cattolica ceca per la prevenzione e la protezione degli abusi con l’associazione Someone Will Believe You rafforzerà la possibilità di aiutare in modo efficace e sensibile tutti coloro che hanno subìto un danno o una mancanza di attenzione nell’affrontare questi problemi da parte dei responsabili ecclesiali».
Nella vicenda vi è anche un risvolto personale. Jiri Kylar aveva comunicato, nel marzo 2019, al vescovo ausiliare di Praga, Zdenek Wasserebauer, responsabile del centro di contatto con le vittime e successivamente membro della commissione creata dai vescovi, il nome del prete che lo aveva molestato. Il collegio incaricato di accertare la fondatezza delle accuse ha immediatamente sospeso dal servizio il sacerdote, peraltro oggetto di molte voci critiche sui media locali, avviando le procedure canoniche del caso.
A pochi giorni dall’arrivo di papa Leone XIV in Spagna, un caso scuote la Chiesa cattolica del Paese. Novantaquattro alti prelati sono finiti sotto accusa, sospettati di aver nascosto denunce di abusi sessuali commessi da sacerdoti. Si parla di vere e proprie coperture: alcuni avrebbero protetto i colpevoli, zittendo le vittime. L’inchiesta vuole scavare su decenni di omertà. Un nodo che mette in crisi il legame tra fede e responsabilità morale, in un’istituzione che da sempre pesa nella società spagnola.
L’inchiesta sugli abusi nella chiesa
L’inchiesta pubblica su El País si basa su un lavoro minuzioso, che ha esaminato 1.622 casi di abusi sessuali all’interno della Chiesa spagnola. I numeri sono inquietanti: tra i sospettati figurano 7 cardinali, 61 vescovi e 26 superiori di ordini religiosi, tutti accusati di aver coperto le denunce delle vittime. Partita nel 2018, l’indagine ha passato al setaccio testimonianze, sentenze canoniche e atti giudiziari, rivelando un sistema di omertà ben radicato. Da notare che il recente rapporto della Conferenza episcopale spagnola ‘Para dar luz’ ha invece evitato di affrontare il tema delle coperture.
El País ha chiesto spiegazioni a 211 enti ecclesiastici coinvolti – 70 diocesi e 141 ordini religiosi – ma ha ricevuto risposte complete soltanto da tre, e dopo oltre un mese. La copertura degli abusi non è un fenomeno recente: si trovano casi fin dagli anni Cinquanta e Sessanta. Tra i nomi più controversi spiccano due prelati in procinto di essere beatificati, accusati di aver favorito il trasferimento di sacerdoti pedofili.
Uno dei casi più drammatici riguarda il sacerdote José Prat, condannato a 17 anni per lo stupro e l’omicidio di un bambino di 9 anni nel 1971. Nonostante la condanna, fu spostato a un altro incarico ecclesiastico senza mai scontare la pena, un episodio che mostra quanto fosse fragile la giustizia interna alla Chiesa in materia di abusi.
Papa Leone XIV tra consenso e diffidenza: la società spagnola è divisa
Come riportato da ANSA, a poche ore dall’arrivo del pontefice in Spagna, un sondaggio dell’Istituto 40dB su 2.000 cittadini disegna un quadro sfaccettato. Leone XIV gode di ampio apprezzamento sulle questioni globali come la pace e l’immigrazione: il 69,8% condivide la sua condanna della guerra, il 57,1% approva le sue critiche alle deportazioni di massa. L’enciclica “Magnifica Humanitas” sui rischi dell’intelligenza artificiale raccoglie il favore del 40,4%.
Le parole del Papa sulle migrazioni, cuore della sua visita, convincono il 45,1% degli intervistati. La sua scelta di rivolgersi direttamente al Congresso spagnolo è sostenuta dal 48%, segno di un’apertura al dialogo. L’approvazione personale raggiunge il 44,5%, con appena un 6,5% di giudizi negativi.
Ma cresce la richiesta di riforme dentro la Chiesa: l’80% degli spagnoli vuole una modernizzazione della gerarchia per allinearla ai valori della società attuale. Nel frattempo, il 60,9% riconosce il ruolo sociale e caritativo del clero nel Paese.
Abusi nella Chiesa: i dati evidenziano una ferita ancora aperta
La richiesta di chiarimenti sugli abusi nella Chiesa rappresentano un esempio di questa tendenza riformista. Secondo quanto emerso dal sondaggio, infatti, la percezione della gestione di questi drammatici eventi da parte delle autorità ecclesiastiche risulta fortemente compromessa agli occhi della stragrande maggioranza della popolazione.
Il 71,1% degli intervistati si è detto infatti convinto che l’istituzione continui a nascondere i casi di violenza, evidenziando una persistente barriera di diffidenza difficile da abbattere.
Questo elemento non fa che amplificare il senso di distanza tra la base dei fedeli e i vertici, portando l’attenzione sulla necessità di riforme strutturali non più rimandabili per il futuro del cattolicesimo.
Al Presidente della Repubblica
Sergio Mattarella
Palazzo del Quirinale
00187 Roma
mi permetto di indirizzare alla Sua attenzione questa lettera aperta, in qualità di cittadino che, dopo avere denunciato le violenze sessuali subite da parte di un sacerdote di Enna, ha dovuto affrontare un calvario giudiziario e personale che mi ha fatto perdere il senso di fiducia che avevo riposto nella giustizia e nelle istituzioni tutte.
Il 17 dicembre 2020 sporgevo denuncia-querela negli uffici della Squadra Mobile della Questura di Enna, dove esponevo i fatti gravi commessi da don Giuseppe Rugolo, sacerdote di Enna, appartenente alla Diocesi di Piazza Armerina. Dalla mia denuncia-querela scaturiva un’indagine articolata e complessa, che consentiva di accertare la consumazione di reati a sfondo sessuale commessi dal sacerdote anche ai danni di altri minori.
Eppure, a fronte di una mia condotta lineare, sostenuta dalle forze dell’Ordine e dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Enna, sono stato oggetto di attacchi personali, vessazioni e tentativi di isolamento, anche in sede istituzionale.
Cosa ancor più grave, ho dovuto assistere a condotte poste in essere, in ambito giudiziario, che facevano supporre una relazione stretta fra la magistratura ed i vertici ecclesiastici, in spregio quantomeno al senso di opportunità che dovrebbe sorreggere l’agire di chi ricopre ruoli di responsabilità e che, pertanto, non deve solo essere imparziale, ma deve anche apparire tale.
Durante il processo di primo grado io ed i miei genitori abbiamo dovuto sopportare che il Presidente del Collegio Giudicante mangiasse dei dolci, da lui offerti, insieme all’imputato ed al suo collegio difensivo. Ancora, il 16 febbraio 2024, quindici giorni prima della sentenza di primo grado, lo stesso Presidente del Collegio Giudicante partecipava all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale Ecclesiastico di Ragusa, alla presenza del Segretario generale della CEI, Mons. Giuseppe
Baturi. Ed ancora, in occasione dell’udienza del 4 marzo 2024, prima della pronuncia della sentenza di primo grado, malgrado il processo fosse celebrato a porte chiuse, veniva consentita la presenza in aula della moglie del Presidente del Collegio, quale giornalista, mentre durante tutte le precedenti udienze era stato vietato l’accesso ai giornalisti, in un’occasione finanche ai locali del Tribunale di Enna.
Dal procedimento penale a carico del sacerdote, condannato a tre anni di reclusione, ormai con sentenza passata in giudicato in data 14.05.2026, è scaturito il procedimento penale a carico del Vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana e del Vicario Giudiziale, nonché parroco della chiesa madre di Enna, Vincenzo Murgano, oggi imputati per il reato di falsa testimonianza resa proprio al fine di coprire l’operato del sacerdote.
All’uopo, devo segnalare che nel corso del processo è maturata la prescrizione dei reati commessi ai miei danni dal 2009 al 2011, cosicché la sentenza di condanna è stata pronunciata per un episodio di tentativo di violenza sessuale, commesso ai miei danni, e altri episodi commessi di altri due giovani, minori all’epoca dei fatti.
Invero, già nella sentenza di primo grado stesa dal Tribunale di Enna, l’operato del Vescovo di Piazza Armerina veniva così descritto “ometteva, con ogni evidenza, qualsivoglia, doverosa, seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori, nonostante la titolarità di puntuali poteri/doveri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitando l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione”
Eppure, nella giornata del 2 giugno 2026, in occasione delle celebrazioni pubbliche per la festa della Repubblica, organizzate dalla Prefettura di Enna, ho dovuto assistere alla presenza del Vescovo Rosario Gisana, evidentemente invitato dalla Prefettura, stare accanto all’attuale Presidente del Tribunale di Enna.
Tale circostanza mi ha profondamente sconvolto.
A tale riguardo devo evidenziare che ormai da diversi anni, pur non avendo contezza diretta della circostanza, ho potuto apprezzare un contegno rispettoso del senso dell’opportunità da parte del precedente Prefetto, Maria Carolina Ippolito, e talvolta da parte di altre istituzioni militari che hanno celebrato particolari ricorrenze di natura religiosa alla presenza del Vescovo di Nicosia, Diocesi comunque ricadente nel territorio della Provincia di Enna, conservando così i rapporti con l’autorità ecclesiastica e, al contempo, avendo rispetto dello svolgersi dei procedimenti penali a carico dei predetti prelati della Diocesi di Piazza Armerina.
La circostanza esposta mi ha profondamento ferito ed indignato tanto più che in occasione della mia recente candidatura alle Elezioni amministrative della mia Città, ho dovuto subire quello che sento di poter ritenere un vero e proprio accanimento processuale della Prefettura di Enna e della Commissione elettorale circondariale di Enna, che hanno dato incarico all’Avvocatura dello Stato per impugnare la sentenza del TAR di Catania che mi aveva riammesso alle elezioni amministrative, da cui ero stato escluso per un vizio formale, consistente nella mancanza dell’autentica di una firma, a seguito di una mera svista. Al contrario, il Ministero della Giustizia, benché chiamato come persona offesa nel procedimento penale per falsa testimonianza del Vescovo di Piazza Armerina, ha scelto di non essere presente al mio fianco, lasciandomi da solo ancora una volta e non concedendo mandato all’Avvocatura dello Stato di costituirsi parte civile.
Il messaggio del mio totale isolamento da parte delle istituzioni appartiene ormai al sentire comune della mia Città.
Ill.mo Signor Presidente, mi chiedo e Le chiedo se ha avuto un senso la mia denuncia, se è giusto che un cittadino che si è rivolto alle istituzioni debba pagare un prezzo così alto e se, ancora, la presenza di un imputato accanto alle più alte cariche istituzionali locali non debba farmi ritenere che c’è già una sentenza scritta, tanto da consentire al Vescovo Rosario Gisana, ormai riabilitato anzitempo, di sedere a cuor leggero fra le figure che dovrebbero essere un esempio per i cittadini e per le nuove generazioni, pure presenti alla manifestazione del 2 giugno. I giovani dovrebbero guardare con fiducia alle istituzioni, dalle quali dovrebbero ricevere protezione e sostegno, piuttosto che assistere alla presenza di chi ha contribuito alla perpetuazione degli abusi sui minori.
Le scrivo, signor Presidente, al fine di chiederLe, nel pieno rispetto del fondamentale principio della presunzione di innocenza, un intervento volto a sensibilizzare le istituzioni locali e, nello specifico, la Prefettura di Enna, al rispetto del sentire delle vittime dei reati che, dopo aver denunciato, continuano a vivere nei loro contesti dove i poteri forti godono di canali privilegiati di interazione con le Istituzioni e dove, certamente, l’attenzione alla sofferenza altrui, deve essere anteposta ai protocolli ed ai cerimoniali che, in occasioni così importanti per il nostro Paese, sono una manifestazione pubblica dell’agire dello Stato.