Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La chiesa compra il silenzio delle vittime

    La chiesa compra il silenzio delle vittime

    Federica Tourn per DOMANI – Da quasi vent’anni Massimiliano Gamalero bussa alla porta della Chiesa per denunciare il prete che aveva abusato di lui quando era ragazzo. E nessuno gli ha mai dato retta. Ma oggi che don Carlo Bottero, reo confesso, sta per compiere 74 anni, ecco che fa arrivare alla vittima una proposta di risarcimento per le violenze subite.

    Il prete si impegna a versargli venticinquemila euro in cinque anni, in comode rate di cinquemila euro ciascuna. A farsi garante dell’offerta è Luigi Testore, vescovo della diocesi di Acqui (provincia di Alessandria) a cui Bottero appartiene. Ma c’è il trucco: l’accordo contiene una clausola di riservatezza e, in caso di divulgazione da parte della vittima, l’impegno del prete verrà meno. Insomma: ti paghiamo in cambio dell’oblio.

    Questo è il vero buco nero della Chiesa italiana: quanti casi simili conosce? Quanti abusi sessuali dei sacerdoti sono stati seppelliti sotto la clausola di riservatezza? E questo è anche il problema del nuovo presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), il cardinale Matteo Zuppi che, come vedremo, sull’argomento è costretto a fare lo slalom tra ambiguità e contraddizioni.

    Quando iniziano le violenze, Massimiliano ha sedici anni e il prete venti più di lui. Don Carlo conosce bene il ragazzo: per otto anni è stato parroco a Mombaruzzo, il paese in provincia di Asti dove Massimiliano abita con la famiglia; è lui che lo ha cresimato soltanto due anni prima ed è stato anche il suo insegnante di religione alle superiori. «C’era un rapporto di fiducia fra di noi – ricorda Gamalero – ero stato rimandato in tre materie e mia madre gli chiese di aiutarmi in storia e letteratura in vista degli esami di riparazione». Tutti i giorni di quell’estate dell’84 Massimiliano prende il treno che da Mombaruzzo lo porta ad Acqui Terme per farsi dare lezioni di ripetizione nel Seminario vescovile di cui don Bottero è stato appena nominato rettore. Superato il grande portone d’ingresso, Massimiliano, i libri sotto il braccio, aspetta che il prete venga a prenderlo.

    «Mi portava in una stanza e lì, mentre leggevo, cominciava a toccarmi e io cercavo di sfuggire alla sua presa serrando le gambe, nella speranza che la smettesse – ricorda Gamalero – le braccia invece rimanevano inchiodate sul banco, come per far finta di niente o forse per paura di una reazione violenta». Il prete, però, continua. «Era come trasfigurato: più io tentavo di resistere, più lui usava la forza per costringermi. Cercava a tutti i costi di masturbarmi e ottenere la mia eccitazione. Alla fine è riuscito a spogliarmi e a portarmi su un divano, dove mi ha fatto sedere sulle sue ginocchia».

    Nel racconto emerge a questo punto un particolare che da solo racconta dell’ambiente clericale più di molte ammissioni di colpevolezza. Durante una di queste lezioni, mentre don Bottero sta come di consueto palpeggiando il ragazzo, all’improvviso entra nella stanza un altro prete. Il nuovo arrivato non si scandalizza, anzi, comincia a scherzare con il rettore che, senza alcun imbarazzo, continua a toccare Massimiliano. «Don Carlo era lì che armeggiava con il mio corpo e con naturalezza si mise a parlare con questo prete, senza neppure tentare di nascondere quel che stava facendo», precisa oggi la vittima. Massimiliano per i due preti non è che una cosa, un oggetto inanimato a cui non è necessario prestare attenzione.

    Che cosa accadeva abitualmente nel Seminario vescovile di Acqui, se gli abusi su un minore – a maggior ragione se commessi dal rettore, esempio e guida per i seminaristi – venivano considerati normali e il sacerdote non avvertiva neanche bisogno di dissimularli? Che genere di preti può aver formato un luogo simile, dove la violenza su un ragazzo non era considerata degna di rilievo? E soprattutto, la Chiesa che cosa fa di fronte a vicende come questa che conosce in ogni particolare?

    Don Carlo Bottero rimane al suo posto di rettore del Seminario di Acqui per ben nove anni, dal 1983 fino al 1992, quando viene destinato dall’allora vescovo Pier Giorgio Micchiardi alla parrocchia di Spigno Monferrato, nell’alessandrino.

    Per Massimiliano inizia il periodo della rimozione dell’abuso: «Per vent’anni ho nascosto l’accaduto a tutti, anche a me stesso – commenta – mi vergognavo profondamente e mi sentivo in colpa per non essere riuscito a difendermi». Sono anni difficili, in cui non riesce ad avere relazioni sentimentali soddisfacenti e anche l’inserimento nel mondo del lavoro è problematico: è demotivato e sfiduciato nei confronti della vita e delle persone che incontra. Nel ’93, arrivano i primi episodi di depressione e le crisi di panico, ma dovranno passare ancora dieci anni prima che trovi la forza di denunciare. A quel punto sono trascorsi quasi vent’anni dagli abusi, troppi per poter ricorrere alla giustizia dello Stato; ma non per quella ecclesiastica, che fissa proprio a vent’anni la prescrizione per questo genere di delitto.

    Gamalero sente l’urgenza di essere ascoltato, ma non sa che stanno per scadere i termini per la denuncia alla Congregazione per la Dottrina della fede. Lo sa invece il vescovo Micchiardi: «Mi disse di stare tranquillo – racconta Gamalero – e di non preoccuparmi del prete, che ci avrebbe pensato lui». Infatti il vescovo ci pensa, guardandosi bene dall’avviare un’indagine su don Bottero, che viene però prontamente trasferito da Spigno a Canelli, nell’astigiano, dove diventa parroco della chiesa di San Leonardo. Mentre il vescovo fa melina, scatta la prescrizione anche per il processo canonico: «Micchiardi mi ha fatto perdere l’ultima occasione che avevo per portare don Carlo davanti a un tribunale», puntualizza amaro Gamalero. Se il vescovo tace, il parroco di Mombaruzzo don Pietro Bellati, a cui Gamalero chiede aiuto, non è da meno e gli suggerisce di dimenticare tutto: «Mi disse testualmente che non voleva “andare a fare del can can”».

    Intanto ansia, depressione e deliri di persecuzione continuano ad assillare la vittima: sviluppa disturbi della personalità e gli viene diagnosticata anche la fibromialgia, una malattia debilitante che comporta dolori diffusi e stanchezza cronica. A causa dei problemi fisici e psicologici causati dal trauma subito, per due anni non riesce nemmeno ad andare a lavorare. Nel 2017, sentendosi abbandonato dalle istituzioni, va a suonare alla porta di don Bottero, che nel frattempo è stato nominato responsabile della formazione degli aspiranti diaconi e direttore dell’Asilo infantile Cristo Re di Villanuova di Canelli, dove è sempre a contatto con i bambini. «Gli ho rinfacciato tutto quello che mi aveva fatto – racconta la vittima – e lui non ha negato, anzi, voleva che lo perdonassi». Don Bottero ammette quindi le violenze e di lì a poco si dimette anche da parroco, scegliendo un profilo più basso in parrocchia.

    Gamalero, non soddisfatto, a marzo di quest’anno torna alla carica con il nuovo vescovo Luigi Testore, che nel frattempo ha sostituito Micchiardi alla guida della diocesi di Acqui. Segretario particolare del cardinale Carlo Maria Martini dall’80 all’86, Testore è un esponente di spicco della diocesi ambrosiana e della stessa Cei, dove è membro del Consiglio per gli affari economici. Testore si dice subito pronto a ricevere Gamalero e, di fronte al racconto della vittima, si impegna a incontrare il prete e ad avviare la canonica “investigatio previa”. Indagine che si svolge velocemente tanto che, due mesi dopo, il 13 maggio scorso, il vescovo invia i risultati al Dicastero per la dottrina della fede (ex Congregazione): è vero che i fatti sono ormai prescritti, ma il Dicastero, se lo ritiene opportuno, ha la facoltà di derogare ai termini. Un mese dopo, monsignor Testore scrive a Gamalero che Bottero si è dichiarato colpevole. «Preferivo attendere istruzioni da Roma prima di comunicarglielo e Le sarei grato se Lei tenesse la cosa per sé fino a quando mi arriveranno precise indicazioni», scrive il vescovo, e aggiunge: «Ho sentito il mio predecessore, che mi ha confermato quanto da Lei riferito».

    Vent’anni dopo, dunque, monsignor Micchiardi, ormai emerito, ammette di essere sempre stato a conoscenza dell’abuso, ma non una parola viene spesa dai due vescovi sulla mancata denuncia alla Congregazione per la dottrina della fede nel 2003. «Quando gli ho chiesto cosa pensasse del vescovo precedente, che mi aveva tenuto buono per anni impedendomi di chiedere giustizia, mi ha risposto che monsignor Micchiardi non aveva un intento malevolo ma soltanto l’intenzione di aiutarmi», commenta Gamalero. Un aiuto “spirituale” che evidentemente non poteva prescindere dal mantenere il silenzio sulla vicenda e che ha messo il prete pedofilo al riparo da indagini interne che potessero verificarne l’attitudine a occuparsi di bambini e adolescenti. Perché la conseguenza (voluta) degli insabbiamenti è proprio questa: lasciare che un pedofilo continui a venire in contatto con i minori, con la possibilità tutt’altro che infrequente che ripeta gli abusi.

    Il verdetto del Dicastero per la dottrina della fede arriva a fine estate: il vescovo Testore il 14 settembre scorso convoca Gamalero e gli riferisce che il suo caso non è stato ritenuto abbastanza grave da permettere una deroga per aprire un processo a don Bottero. «Il Dicastero ha considerato non superabile la prescrizione e che non fosse quindi possibile adottare alcun provvedimento canonico», dichiara il vescovo a Domani. Il motivo? Lo ha spiegato con parole più chiare lo stesso monsignor Testore alla vittima: «Il vescovo mi disse che il Dicastero riapre casi prescritti soltanto di fronte a situazioni estreme, come gli abusi avvenuti durante la confessione», riporta Gamalero. Par di capire cioè che per la Chiesa è gravissima la molestia sessuale durante la confessione, meno grave la pedofilia durante una ripetizione di latino. Sottigliezze teologiche sulle quali sarebbero benvenuti gli autorevoli commenti del papa Bergoglio.

    La faccenda però non si chiude qui, anzi. In mancanza di una sentenza di colpevolezza, il vescovo Testore non può sanzionare il sacerdote, per quanto reo confesso, ma propone alla vittima un risarcimento. Don Carlo Bottero è infatti pronto a mettere mano al portafoglio per poter compensare in qualche modo la sofferenza causata. Gamalero allora fa un rapido calcolo delle sole sedute di psicoterapia dal 2008 ad oggi, senza includere i farmaci, e arriva a una cifra che si aggira intorno ai 36500 euro, sottolineando che rappresentano una minima parte del danno subito. Il primo ottobre arriva, sempre tramite il vescovo, la proposta di don Bottero, in cui la somma richiesta è già drasticamente ridimensionata. Il prete, dopo aver ribadito le sue scuse per «i fatti avvenuti nel 1984», si impegna infatti a versare venticinquemila euro in cinque rate annuali «per sovvenire alle spese mediche affrontate, pur consapevole che queste siano state negli anni ben superiori». L’impegno però verrebbe meno in caso di morte o di divulgazione dell’accordo. «Il vescovo mi disse che la proposta di risarcimento di don Bottero era un atto di gratuità, perché ormai non potevo più ricorrere alle vie legali», sottolinea Gamalero.

    Un gesto che in realtà tanto gratuito non era, considerato il vincolo della clausola di riservatezza. «Desiderei che questo scritto fosse considerato strettamente privato e personale, per questo ritengo che una eventuale divulgazione farebbe venir meno l’impegno da me sottoscritto», precisa infatti il prete nel documento. «Si tratta di un atto unilaterale di grande sensibilità, che la persona ha assunto per iscritto senza averne alcun obbligo. Egli ha indicato che si trattava di “scrittura privata”, il cui contenuto andava quindi considerato confidenziale», ribadisce dal canto suo a Domani monsignor Testore.

    Il primo bonifico è già pronto a partire ma Gamalero, via mail, rifiuta la clausola di segretezza, che bolla come «falsa e immorale» perché a questo punto, persa o negata la possibilità di un processo, «non ci sarebbe nulla di ufficiale sull’ammissione di colpevolezza» di don Bottero. «Bisogna però tener conto – gli risponde il vescovo – che non si tratta di una transazione ma di un impegno unilaterale che esprime davvero un desiderio di riparazione da parte del Bottero. E che quindi va considerato e apprezzato». Gamalero però è inamovibile e ribadisce che accetterà il risarcimento «solo ed esclusivamente se reso pubblico»; chiede inoltre al vescovo copia dei documenti relativi all’indagine previa e alla risposta del Dicastero, che gli vengono negati. «L’unico documento che ho visto in tutta questa vicenda è quello di don Bottero, che pretende un inaccettabile silenzio sull’abuso in cambio di 25 mila euro, una miseria in confronto al danno psicofisico che ho subito», commenta amaramente Massimiliano Gamalero.

    Questo non è certo l’unico caso in cui la Chiesa cerca di chiudere la bocca ai sopravvissuti alla violenza clericale attraverso dei risarcimenti vincolati al silenzio. Quanti avranno avuto la determinazione (o la possibilità economica) di respingere un’offerta simile? Quanti, abusati dai preti da piccoli, una volta adulti hanno accettato questi accordi?

    «Sono transazioni note da da anni – conferma Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso – io sono a conoscenza di una quarantina di casi ma sono certamente molti di più. La somma proposta non supera mai i venticinquemila euro, ma fino a una decina di anni fa era anche più bassa, oscillava fra i cinque e i venticinquemila. Si tratta di cifre ridicole ma la vittima spesso vive in condizioni psicofisiche estreme e non è in grado di rifiutare». Queste scritture private non sono contrarie alla legge, sia chiaro: il problema si pone su un piano etico, perché si realizzano in un contesto in cui la vittima è in condizione di fragilità psicologica a causa di quello che ha passato. «Spesso le persone che hanno subito violenza, pur prendendosela con il singolo prete, si fidano del contesto ecclesiastico e non si fanno nemmeno assistere da un legale», conferma l’avvocata Daniela Cultrera, che si è occupata di queste transazioni nel contesto clericale. «Lo schema è sempre lo stesso. Il confidente spirituale o una persona che riveste un ruolo di rilievo nella comunità spinge la vittima ad accettare l’accordo, presentandolo come un gesto di riconciliazione. Siamo di fronte a una vera e propria manipolazione di queste persone, che alla fine si sentono in colpa a rifiutare un gesto che è fatto “per il loro bene”. L’obiettivo invece è difendere la Chiesa».

    Eppure il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, si è sempre mostrato tiepido nei confronti di qualsiasi tipo di indennizzo alle vittime e proprio a Zanardi, durante un colloquio privato avvenuto l’estate scorsa, ha ribadito di essere contrario ai risarcimenti non per la clausola di riservatezza ma perché potrebbero incentivare le denunce a scopo di profitto. Dunque la “via italiana” della Cei alla lotta agli abusi sessuali dei sacerdoti passa attraverso questi “atti unilaterali di grande sensibilità” con vincolo di riserbo? Quanti di queste scritture private sono note alla Cei? Interpellato in proposito da Domani, il presidente della Cei si è limitato a citare le linee guida (contraddittorie) approvate dall’assemblea dei vescovi nel 2019: «La valutazione di eventuali clausole di riservatezza che potrebbero essere inserite nei contratti relativi al risarcimento del danno va fatta in relazione ai casi concreti, e in ogni caso non può di certo incidere sulla libertà della vittima di un abuso di ricercare la verità e di perseguire la giustizia negli ambiti civili e canonici». Però, precisa ancora Zuppi, «nessun silenzio o occultamento può essere accettato in tema di abusi». Due affermazioni incompatibili: infatti, se il silenzio sugli abusi è inaccettabile per la Cei, logicamente lo devono essere anche le clausole di riservatezza.

    Il senso di queste transazioni è chiaro: pagare le vittime perché tacciano la violenza subita. Dimenticare, nascondere, non far sapere: questo l’imperativo della Chiesa, che bada innanzitutto a non fare del “can can”. Un sistema che ignora la sofferenza delle vittime e la loro legittima richiesta di giustizia e, al contrario, agevola i pedofili che, protetti dalla negligenza dei loro superiori, rimangono liberi di continuare a molestare ragazzini da una parrocchia a un’altra. Nei corridoi delle curie spesso si conoscono i casi nei dettagli molto prima che arrivino (se arrivano) agli sportelli di ascolto diocesiani. Per quanto riguarda Acqui, il vescovo Testore ha assicurato a Domani che non risultano altre vittime nella sua diocesi, eppure a quanto pare don Bottero non era l’unico: il parroco di Mombaruzzo don Bellati ha confidato a Gamalero che in zona c’era un altro prete pedofilo, un’altra famiglia in preda alla disperazione. Nascondere gli abusi infatti non significa solo non voler sapere, come chiosa lo stesso Gamalero: «I preti non parlano ma le cose le sanno, eccome se le sanno».

    La storia finisce con un nuovo colpo di scena: nonostante il fermo rifiuto di Gamalero, i primi 5 mila euro del prete pedofilo sono stati accreditati sul suo conto. i primi cinquemila euro. «Ho detto al vescovo Testore di lasciarmi in pace perché sto male – taglia corto lui – e i soldi li ho già restituiti a don Bottero. Il mio silenzio non si compra».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/preti-pedofili-pagamenti-silenzio-vittime-ec52nkag

     

  • Il Consiglio d’Europa si occupa degli abusi sui minori in Europa

    Il Consiglio d’Europa si occupa degli abusi sui minori in Europa

    Gli abusi negli orfanotrofi dell’Europa sudorientale, i bambini strappati alle famiglie nelle colonie, gli abusi clericali: ogni Paese europeo ha la sua storia di abusi. Decine di migliaia di vittime di sfruttamento, maltrattamenti e abusi sessuali vivono al centro dell’Europa. A causa degli abusi, hanno ancora oggi gravi problemi fisici e psicologici, vivono in condizioni di povertà o di isolamento sociale, senza un sostegno specifico da parte dello Stato e della società. “Le vittime soffrono ancora oggi in modo massiccio per gli abusi che hanno dovuto subire da bambini. Tuttavia, la maggior parte dei paesi finora non ha riconosciuto, fatto i conti o riparato. Questo non è compatibile con i valori europei”, afferma Guido Fluri. Insieme a gruppi di sopravvissuti di tutta Europa ha lanciato la Justice Initiative,

    Per mostrare la dimensione dell’ingiustizia e della sofferenza, in questi mesi sono stati ritratti testimoni da tutta Europa. La mostra fotografica “SHAME – European Stories”, inaugurata oggi al Consiglio d’Europa a Strasburgo, dà per la prima volta un volto e una voce a queste vittime di abusi. Le foto sono state scattate dal pluripremiato fotografo Simone Padovani.

    Segretario generale del Consiglio d’Europa: i bambini soffrono in silenzio

    Nel suo intervento, la Segretaria Generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejčinović Burić, ha elogiato la Fondazione Guido Fluri per aver dato voce alle vittime di abusi sessuali su minori attraverso la “Justice Initiative”. “Sono lieta che il Consiglio d’Europa sia stato in grado di ospitare la mostra “Vergogna – Storie europee” presso la nostra sede di Strasburgo e spero che serva da incentivo per ulteriori azioni”, ha affermato. «La violenza sessuale sui bambini non è solo abominevole, ma anche fonte di un danno profondo, profondo e duraturo. Succede in ogni paese, a bambini di ogni estrazione sociale, e può avvenire solo una volta, o ripetutamente, ovunque, a casa oa scuola del bambino, fino al club sportivo locale. Molti di questi bambini soffrono in silenzio,

    Il movimento svizzero vuole una rivalutazione a livello europeo

    Anche in Svizzera i casi di abuso sono stati tabù per decenni. Nelle istituzioni statali e ecclesiastiche e nelle case private, migliaia di bambini sono stati sistematicamente umiliati, puniti e talvolta abusati sessualmente. Oggi, la storia degli abusi viene ampiamente rivista in tutto il paese. Ci sono memoriali in tutto il paese, la materia viene insegnata nelle scuole, si scrivono libri e si producono film. Il capitolo oscuro della storia sociale svizzera fa ormai parte della storia svizzera.

    Un percorso simile per l’Europa deve ora essere aperto dalla mozione del consigliere nazionale Pierre-Alain Fridez, l’ex presidente della delegazione svizzera al Consiglio d’Europa. Secondo questa mozione, il Consiglio d’Europa e gli Stati membri dovrebbero garantire un’indagine scientifica indipendente sulla violazione dei diritti dei bambini nei singoli paesi. Il Consiglio d’Europa e gli Stati membri dovrebbero garantire il riconoscimento ufficiale dei bambini che hanno subito qualsiasi tipo di violenza sessuale, fisica e psicologica. Allo stesso modo, la mozione chiede che le vittime ricevano una qualche forma di riparazione e che le leggi esistenti negli Stati membri siano orientate alla protezione di tutti i bambini da abusi e maltrattamenti.

    Audizione dei sopravvissuti al Consiglio d’Europa

    Martedì l’udienza si svolgerà nella commissione competente del Consiglio d’Europa. Verrà discussa la citata mozione “Gli abusi sui minori in Europa: rivalutazione, risarcimento e prevenzione”. Durante l’udienza, le vittime avranno l’opportunità di testimoniare davanti alla commissione riunita e di richiamare l’attenzione sull’urgenza delle loro preoccupazioni. Ai parlamentari parlerà anche Guido Fluri, promotore della “Iniziativa Giustizia”. L’obiettivo è raggiungere una netta maggioranza per il riesame, che sarà poi votato in assemblea.

    “SHAME – European Stories” at the Council of Europe

  • ONDA VIOLA:  DA SAVONA IN OGNI CITTÀ  UNA PANCHINA PER LE VITTIME DI ABUSI SESSUALI

    ONDA VIOLA: DA SAVONA IN OGNI CITTÀ UNA PANCHINA PER LE VITTIME DI ABUSI SESSUALI

    Una panchina viola, accanto a quelle rosse per le vittime del femminicidio e a quelle gialle per le vittime di bullismo e cyberbullismo: viola come la conciliazione di opposti e la ricerca di nuovi equilibri, l’armonia di estroversione e interiorità.

    È “Onda viola” il nome della campagna di sensibilizzazione al tema delle violenze sessuali sui minori, sulle donne e sulle persone vulnerabili, che la Rete L’abuso ha avviato a partire dalla “sua” città, Savona, ma che presto si diffonderà in altre realtà urbane del nostro Paese.

    Si tratta della prima iniziativa a livello nazionale che intende mettere sotto i riflettori, con un’iniziativa dalla forte impronta simbolica, un tema che in Italia è ancora tabù e nessuno vuole affrontare: parliamo della pedocriminalità, la cui presenza è sempre più pervasiva in vari contesti: dalle varie realtà associative della società civile, alle famiglie, al cyberspazio, alla Chiesa cattolica.

    Ma parliamo anche di violenze sessuali contro donne e persone in situazione di fragilità, negli stessi contesti e nelle stesse istituzioni, non tutelate dalla legge, gravemente carente su questi versanti.

    L’iniziativa, promossa da Rete l’Abuso con l’adesione di ECA (Ending Alergy Abuse) e Coordinamento #ItalyChurchToo, è stata avviata a Savona con una richiesta di interessamento da parte delle istituzioni cittadine, chiamate a rendersi consapevoli e responsabili dell’attenzione dell’opinione pubblica a questo fenomeno, mentre varie sono le città dove l’iniziativa sta partendo, chiedendo alle amministrazioni locali che anche Roma, Brescia, Palermo o Bologna abbiano la loro panchina viola.

    Ogni cittadino può chiedere al proprio Comune che aderisca alla campagna “Onda viola”, compilando il form disponibile sul sito https://ondaviola.retelabuso.it/

    Istanza panchina comune Savona

  • Abusi del clero su minori, donne e persone in condizione di vulnerabilità – Milano, 3 novembre 2022

    Abusi del clero su minori, donne e persone in condizione di vulnerabilità – Milano, 3 novembre 2022

    In Italia, gli abusi sessuali su minori e persone vulnerabili sono ancora un tabù. Il nostro paese, infatti, mentre si fa vanto di aver sottoscritto convenzioni e trattati in materia di diritti umani, non è nelle condizioni di metterli in atto nella realtà.

    Non parliamo solo degli abusi sessuali della Chiesa cattolica, che pure approfitta del vuoto legislativo italiano per proteggere i pedofili ed evitare di rispondere dei reati commessi, ma di uno Stato che non fornisce neppure delle statistiche ufficiali sui casi di abuso; un paese che nei fatti, malgrado le leggi, non offre alle vittime canali percorribili per la denuncia delle violenze, vuoti che di fatto favoriscono chi abusa.

    Cosa dovrebbe cambiare e perché? Italy Church Too con questa giornata di studio e denuncia vuole rompere il silenzio sulla realtà degli abusi clericali. Parleremo di ciò che c’è e soprattutto di quello che manca, e di cosa possiamo fare per cambiare la situazione insieme a giuristi, psicologi, giornalisti, appartenenti a movimenti ecclesiai e, soprattutto, ai sopravvissuti.

    Programma:

    Aspetti giuridici-applicativi nel caso italiano
    – h 14: presentazione delle associazioni aderenti a ICT
    Introduce Ludovica Eugenio, giornalista, responsabile Adista
    – h 15: i racconti di alcuni sopravvissuti. Quali ostacoli per la denuncia?
    Modera Francesco Zanardi
    – h 16: le nostre proposte per un adeguamento normativo in Italia con riferimento al contesto internazionale
    Relatore, avv. Mario Caligiuri
    – h17: l’approfondimento degli aspetti giuridici e psicologici
    Relatori: dott. Pietro Forno, già procuratore aggiunto – Procura della Repubblica di Milano; dott. Dante Ghezzi, psicologo, psicoterapeuta, supervisore Emdr e membro dell’équipe Tiama; avv. Mario Caligiuri, responsabile dell’osservatorio permanente per la tutela delle vittime della Rete L’ABUSO
    Modera Federica Tourn, che per Domani conduce l’inchiesta sostenuta dai lettori sugli abusi nella Chiesa.

    Info e accrediti; milano3novembre@retelabuso.org

    Presso la sala del Centro di aggregazione multifunzionale Via S. Marco 45 Milano

    METRO 2 fermata Moscova – METRO 5 fermata Garibaldi AUTOBUS 43 ,94 , 61

    Se vuoi contribuire sostenendo l’iniziativa; https://paypal.me/retelabuso

    Oppure utilizza il QR code sotto

            

  • Assolti cinque Legionari di Cristo: «Non fecero pressioni sulla famiglia del 12enne abusato»

    Assolti cinque Legionari di Cristo: «Non fecero pressioni sulla famiglia del 12enne abusato»

    Nessuna estorsione dai vertici dei Legionari di Cristo per far tacere la famiglia di un ragazzo vittima di abusi sessuali nel 2006-2008 nel seminario di Novara, sentenzia in primo grado in Tribunale a Milano la giudice Caterina Ambrosino, mentre l’ipotesi di favoreggiamento si prescrive all’esito e per responsabilità di un flipper giudiziario che ha visto per nove anni il fascicolo (avviato nel 2013) peregrinare tra Milano, Novara, Torino e infine ancora Milano, dove nel frattempo gli iniziali pm erano o andati in pensione (il procuratore aggiunto Piero Forno) o passati ad altre città (la pm Lucia Minutella) o ad altri pool (la pm Bianca Maria Eugenia Baj Macario).

    Che gli abusi sessuali ci fossero davvero stati è verità giudiziaria accertata dalla sentenza di Cassazione che, sulla scorta dell’inchiesta milanese poi andata a Novara, inflisse 6 anni e mezzo in rito abbreviato all’ex responsabile del seminario novarese a Gozzano della congregazione di diritto pontificio, il 45enne ex sacerdote Vladimir Resendiz Gutierrez (ridotto allo stato laicale nell’aprile 2013 dal processo canonico e oggi in Messico), più un consistente risarcimento danni a due 12enni vittime degli abusi sessuali, e uno simbolico alla parte civile associazione «Rete l’Abuso».

    Ad essere invece travagliato è stato sin dall’inizio lo stralcio sul ruolo di cinque figure di vertice dei «Legionari di Cristo» rispetto al significato o all’intenzione di una bozza sottoposta nel 2013 (insieme a 15.000 euro di «ristoro e solidarietà») ai genitori di uno degli abusati. A lungo la Procura milanese aveva insistito a trattenere il fascicolo coltivando ipotesi di reato più gravi di quelle che altrimenti lo avrebbero trasferito a Novara, dove, quando fu finalmente trasmesso solo a fine 2017, i nuovi pm novaresi lamentarono che il lungo lasso di tempo avesse fatto prescrivere già al momento dell’invio un altro (pur confessato) episodio di abusi su un terzo ragazzo.

    Quanto alla scrittura privata del 2013 nella quale «le parti si impegnano a mantenere assoluta riservatezza, fatta eccezione per eventuali audizioni dell’autorità giudiziaria, obbligandosi a riferire le stesse dichiarazioni rese nella presente scrittura», la Procura di Novara vi aveva letto non una estorsione della congregazione ai genitori, ma «una mera proposta transattiva» priva di «alcuna condotta minacciosa», chiedendo l’archiviazione dell’ex rettore dell’Università Europea di Roma, padre Luca Gallizia, dell’ex legale rappresentante della congregazione Manuel Cordero Arjona, dell’allora direttore territoriale del Nord-Italia Oscar Nader, dell’ex economo Victor De Luna, e dell’avvocato Corrado D’Agostino.

    Questa lettura non era però stata condivisa dalla Procura generale di Torino, la quale vi aveva se mai ravvisato «un tentativo di eludere eventuali investigazioni dell’autorità giudiziaria» (favoreggiamento personale), e «una minaccia al fine di determinare le parti offese a rendere false dichiarazioni» (violenza privata). Rimbalzato nuovamente per competenza territoriale a Milano, la giudice Ambrosino ha impresso alle udienze un ritmo sostenuto, senza tuttavia poter rimediare ormai al molto tempo persosi nei passaggi precedenti e senza dunque poter finire prima della prescrizione del «favoreggiamento» (constata anche dalla pm Alessia Menegazzo che proponeva la prescrizione anche dell’estinzione). E la riprova sta proprio nel fatto che invece sull’«estorsione», reato rispetto al quale sarebbe stato facile attendere la prescrizione imminente anche qui al più tardi tra pochi giorni il 24 ottobre, la giudice ha pronunciato sentenza di assoluzione nel merito e con formula piena per gli imputati difesi dagli avvocati Umberto Ambrosoli e Nicola Pietrantoni. Resterà dunque interessante solo per la storia della vicenda, tra 90 giorni nelle motivazioni, la valutazione del Tribunale sul prescritto favoreggiamento in assenza però di una pressione estorsiva esclusa dall’assoluzione.

    https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/22_ottobre_03/assolti-cinque-legionari-cristo-non-fecero-pressioni-famiglia-12enne-abusato-b2e688f6-4314-11ed-992f-919085eb621d.shtml

  • Il tribunale del Mozambico accusa il sacerdote di aggressione indecente denunciata al vescovo Ornelas

    Il tribunale del Mozambico accusa il sacerdote di aggressione indecente denunciata al vescovo Ornelas

    La giustizia mozambicana accusa di aggressione indecente il sacerdote denunciato come abusatore di minori al vescovo portoghese José Ornelas, nel 2011, ha detto oggi a Lusa una fonte della Procura generale (PGR) di Maputo.

    Luciano Caminotti “era imputato in paternità materiale e in forma consumata del reato di atti osceni” e “il 23 agosto si è aperta l’udienza preliminare, svoltasi il 2 settembre”, precisa la PGR, rispondendo ai quesiti posti da Lusa.

    “In questi termini, sia la Procura della Repubblica che gli imputati attendono la notifica da parte del Tribunale Giudiziario della Provincia di Zambezia – Sezione Investigativa Penale”, in merito allo svolgimento del processo, aggiunge, senza ulteriori precisazioni.

    La PGR non ha risposto ad altre domande, vale a dire se il vescovo Ornelas, che presiede la Conferenza episcopale portoghese, abbia, dal 2011, inoltrato denuncia o partecipato in altro modo al caso.

    Secondo la stessa nota, inviata a Lusa, il caso è iniziato 11 anni fa presso la Procura della Repubblica di Gurué, dove Caminotti gestiva un orfanotrofio.

    “Il suddetto caso è stato inviato alla Procura Provinciale di Zambezia e registrato con il numero 179/2014 della Polizia Penitenziaria, in cui padre Luciano Caminotti è stato rinviato a giudizio per i reati di maltrattamento e atti osceni”, riferisce.

    Nel 2014 “è stata emanata un’ordinanza di astensione dall’accusa per insufficienza di prove”, ordinanza “non approvata” dai superiori: “sono stati disposti nuovi passaggi per nuovi elementi emersi”, indica, senza precisare quali.

    Il contesto ha portato alla riapertura del processo, questa volta con il numero 596/2020 del 15 dicembre 2020 presso la Procura provinciale della Zambezia.

    È in questa sequenza che, il 30 ottobre 2021, padre Caminotti “viene imputato in paternità materiale e nella forma consumata del reato di atti osceni”, portando all’udienza preliminare tenutasi un mese fa, conclude la nota, senza fornire dettagli del processo.

    In Portogallo, il Pubblico Ministero (MP) ha confermato sabato che stava indagando sul vescovo José Ornelas per presunto insabbiamento di abusi sessuali, rivelando che c’era già stata un’indagine con possibili collegamenti a questo caso nel 2011.

    Secondo il quotidiano Público, nel 2011 il vescovo era alla guida dell’Ordine dei Dehoniani quando si è trovato di fronte a un insegnante con presunti casi di abusi sessuali presso l’orfanotrofio Luciano Cominotti in Mozambico – un istituto con 50 bambini, alcuni dei quali stavano seguendo le lezioni una missione gestita da un sacerdote dehoniano, Ilario Verri, dove l’insegnante, João Oliveira, ha ascoltato le testimonianze.

    Lo stesso professore ha ora rivolto una nuova denuncia alla Presidenza della Repubblica portoghese, prendendo di mira José Ornelas, ritenendo che il presule “abbia omesso dalle autorità l’abuso di diversi minori come presidente dell’Ordine dei Dehoniani”.

    Il vescovo ha negato a Público qualsiasi insabbiamento di denunce di abusi sessuali.

    È stato José Ornelas che, alla fine del 2021, ha annunciato la creazione di una commissione indipendente per studiare gli abusi nella Chiesa cattolica in Portogallo, coordinata dallo psichiatra infantile Pedro Strecht e che dovrebbe presentare le conclusioni del suo lavoro nel gennaio del prossimo anno.

    https://www.rtp.pt/noticias/mundo/justica-mocambicana-acusa-de-atentado-ao-pudor-padre-denunciado-ao-bispo-ornelas_n1437177

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2021/05/18/savona-don-ilario-verri-calunnio-il-presidente-della-rete-labuso-e-menti-al-processo/

  • Vescovo e premio Nobel per la pace di Timor Est, sanzionato per abusi sessuali su minori

    Vescovo e premio Nobel per la pace di Timor Est, sanzionato per abusi sessuali su minori

    Il Vaticano ha confermato questo giovedì le sanzioni contro il vescovo Carlos Belo, premio Nobel per la pace nel 1996 e figura di spicco nella lotta per la liberazione di Timor Est, accusato di aver abusato sessualmente di minori per decenni.

    La Santa Sede, che ha iniziato a seguire il caso “per la prima volta nel 2019 “, ha imposto sanzioni disciplinari a mons  . Belo nel settembre 2020, ha detto giovedì il direttore della sala stampa vaticana, Matteo Bruni.

    Al vescovo salesiano 74enne, che ha svolto un ruolo di primo piano nella difesa dei diritti umani nell’ex colonia dell’Indonesia, è stato vietato l’esercizio del suo ministero e deve risiedere fuori Timor Est, Paese da cui ha dovuto lasciare alcuni anni fa. 20 anni dopo le prime accuse di abusi sessuali.

    Tra le sanzioni adottate due anni fa dal Vaticano ci sono “limitazioni ai suoi movimenti e all’esercizio del suo ministero, il divieto di contatto volontario con i minori e con Timor Est”, ha affermato il portavoce pontificio in una nota.

    “Nel novembre 2021 quelle misure sono state modificate e rafforzate “, ha assicurato Bruni.

    Il portavoce pontificio è intervenuto questo giovedì dopo la pubblicazione di un’inchiesta del settimanale olandese De Groene Amsterdammer, in cui denuncia le aggressioni sessuali e gli stupri di giovani adolescenti commessi dal prelato negli anni ’90, con diverse testimonianze che li supportano.

    “Il vescovo mi ha violentato e aggredito sessualmente una notte. Al mattino mi salutò (…) E mi lasciò dei soldi. Stava a lui stare zitto”, dice una vittima, attualmente di 45 anni, citata dalla rivista.

    Belo , contattato dal settimanale, non ha risposto alle loro richieste.

    Vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 1996, il vescovo è stato amministratore apostolico di Dili, capitale di Timor Est, dal 1983 al 2002, quando ha presentato le sue dimissioni a papa Giovanni Paolo II, adducendo motivi di salute.

    Figura molto rispettata nel suo paese, è stato fondamentale per la pace dopo l’indipendenza nel 2002 dopo oltre quattro secoli di colonizzazione portoghese e 25 anni di occupazione da parte dell’Indonesia (1975-1999).

    Secondo De Groene Amsterdammer, la chiesa cattolica locale, molto influente, era a conoscenza del comportamento del vescovo  Belo , ma taceva per evitare scandali.

    L’atteggiamento del Vaticano sull’abuso sessuale religioso è cambiato negli ultimi anni e ha adottato una politica di “tolleranza zero” nei confronti di questo fenomeno che lo ha notevolmente screditato in tutto il mondo.

    https://elcomercio.pe/mundo/actualidad/carlos-filipe-ximenes-belo-obispo-y-nobel-de-paz-de-timor-oriental-sancionado-por-abuso-sexual-de-menores-narracion-historias-ec-noticia/

  • Pedofilia, Ratzinger rischia una causa in Germania per il risarcimento danni alle vittime

    Pedofilia, Ratzinger rischia una causa in Germania per il risarcimento danni alle vittime

    Il Papa Emerito Joseph Ratzinger potrebbe essere presto tirato in ballo in un processo civile in Germania, assieme ad altri sacerdoti della Chiesa tedesca, per come sono stati gestiti in passato i casi di abuso sessuale. Secondo l’agenzia dei vescovi KNA, il Tribunale regionale bavarese di Traunstein ha avviato i primi passi procedurali previsti dalla legge dopo che le vittime si alcuni preti pedofili hanno presentato una causa civile al fine di ottenere un risarcimento danni. L’annuncio è stato fatto dal vicepresidente del tribunale, Andrea Titz confermando così le notizie che da giorni circolavano sulla stampa locale.

    Il portavoce del tribunale ha spiegato che a differenza del diritto penale, una causa civile non può essere archiviata. Si tratta, naturalmente, di fatti che riguardano gli anni Ottanta, quando Ratzinger era arcivescovo di Monaco e si trovò ad avere a che fare con alcuni casi di sacerdoti spostati da altre diocesi per essere curati in Baviera. La causa, in oggetto, è diretta contro un sacerdote indicato quale presunto colpevole. La vicenda coinvolge anche il futuro Benedetto XVI, l’ex arcivescovo di Monaco, il cardinale Friedrich Wetter, e l’arcidiocesi di Monaco-Frisinga come entità giuridica.

    Titz ha dichiarato che sono ancora in corso diverse scadenze legali. Gli imputati avevano a disposizione sei settimane per indicare la volontà di difendersi e di rispondere alla causa in atto. Nel caso di Benedetto XVI, le settimane a disposizione erano otto in ragione della sua residenza all’estero.

    A questo punto il tribunale, dopo aver ricevuto le risposte, dovrà esaminare se le richieste sono state presentate in modo coerente. Secondo le ricerche condotte da un pool investigativo di giornalisti risulta che al centro di questa storia c’è la vittima del sacerdote Peter H., che avrebbe continuato a lavorare nel ministero pastorale dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga nonostante avesse precedenti penali per abusi sessuali su minori. Il suo avvocato si batte affinchè un tribunale si pronunci sulla corresponsabilità dei vescovi per reati sessuali (anche se sono già caduti in prescrizione).

    https://www.ilmattino.it/primopiano/vaticano/pedofilia_papa_ratzinger_abusi_germania_risarcimento_vaticano_vittime-6953797.html

  • ‘Quello che voglio sono scuse’

    ‘Quello che voglio sono scuse’

    Era domenica mattina. Paulo era in piedi tra gli altri fedeli ad ascoltare attentamente la messa che il vescovo Belo stava tenendo nel giardino tropicale della sua residenza a Dili, la capitale di Timor Est. Dopo la messa, Belo si avvicinò a Paulo, allora un adolescente di quindici o sedici anni. “Mi ha chiesto di venire a casa sua”, dice Paulo, che ora ha 42 anni, che desidera rimanere anonimo per la privacy e la sicurezza di se stesso e della sua famiglia.

    È stato un onore essere invitato. “Ero molto felice”, dice Paulo. Il vescovo Carlos Filipe Ximenes Belo non era solo il potente capo della chiesa cattolica romana di Timor Est, ma anche un eroe nazionale e un faro di speranza per il popolo. Ha parlato a nome del suo Paese, che allora soffriva così terribilmente sotto l’estrema e violenta occupazione indonesiana (1975-1999), e ha chiesto il rispetto dei diritti umani e l’autodeterminazione.

    Nel tardo pomeriggio Paulo si recò ignaro alla residenza vescovile, sulla strada costiera di Dili con una magnifica vista sul mare. Quella sera Belo lo portò nella sua camera da letto. “Il vescovo mi ha tolto i pantaloni, ha iniziato a toccarmi sessualmente e mi ha fatto sesso orale”, dice Paulo. Confuso e scioccato, l’adolescente si addormentò. Quando si è svegliato, “mi ha dato dei soldi”, ricorda. «Al mattino sono scappato via in fretta. Ero un po’ spaventato. Mi sono sentito così strano.’ Paulo si vergognò, finché non capì: ‘Non è colpa mia. Mi ha invitato. Lui è il sacerdote. È un vescovo. Ci dà da mangiare e mi parla bene. Sta approfittando di quella situazione.’ Aggiunge: ‘Ho pensato: questo è disgustoso. Non ci andrò più.’

    Paulo non ha detto a nessuno degli abusi sessuali e dello sfruttamento sessuale. È successo una volta, quella volta. Ma questo non valeva per Roberto, ora 45enne, che ha anche deciso di rimanere anonimo. Sia Paulo che Roberto si sarebbero poi stabiliti all’estero per costruirsi una vita.

    C’era un’atmosfera di eccitazione nella città di Roberto, dove era in pieno svolgimento una festa in chiesa. La gente si rallegrò perché era venuto anche il vescovo. Mentre Roberto guardava lo spettacolo e ascoltava la musica, l’occhio di Belo cadde su di lui. Il vescovo chiese all’adolescente, che aveva circa quattordici anni, di venire in convento. Roberto andò al convento e si fece sempre più tardi. Troppo tardi per tornare a casa. Il vescovo ha poi condotto Roberto nella sua stanza, dove l’adolescente esausto si è addormentato. Finché non si è svegliato all’improvviso. «Quella notte il vescovo mi ha violentato e abusato sessualmente», racconta Roberto. «Al mattino presto mi ha mandato via. Avevo paura perché era ancora buio. Quindi ho dovuto aspettare prima di poter tornare a casa. Mi ha anche lasciato dei soldi. Era inteso in modo che io tenessi la bocca chiusa. E per essere sicuro che sarei tornato.’

    È stata una grossa somma per l’adolescente, che aveva perso molti familiari a causa dell’occupazione indonesiana, durante la quale ben 183.000 timoresi sono morti per fame, malattie, stanchezza e violenza. Nelle sue successive visite in città, il vescovo mandava qualcuno a prendere Roberto. Belo ha giocato sul suo cuore e sulla sua mente. ‘Mi sono sentito riconosciuto, scelto, amato e speciale’, dice Roberto. «Finché ho capito che il vescovo non era veramente interessato a me, ma che si trattava solo di se stesso. Allora per me era solo questione di soldi. Soldi di cui avevamo tanto bisogno.’

    Quando Roberto si trasferì a Dili, l’abuso e lo sfruttamento sessuale si trasferirono nella residenza vescovile in città. Lì Roberto ha visto crescere ragazzi orfani nel recinto e altri ragazzi chiamati come lui. Sia Roberto che Paulo dicono che le persone sono state mandate con l’auto per portare i ragazzi che Belo voleva alla residenza.

    Alla richiesta di una risposta alle accuse, il vescovo Belo ha immediatamente riattaccato il telefono

    Il vescovo ha abusato della sua posizione di potere sui ragazzi che vivevano in condizioni di estrema povertà, dice Paulo. «Sa che i ragazzi non hanno soldi. Quindi, quando ti ha invitato, sei venuto a darti dei soldi. Ma intanto sei una vittima. È così che ha fatto”, spiega Paulo.

    Era impossibile rivelare cosa stesse succedendo nella camera da letto di Belo, dice Paulo. ‘Avevamo paura di parlarne. Avevamo paura di trasmettere le informazioni. Come me, sulla mia brutta storia con il vescovo Belo’.

    La Chiesa cattolica gode di un immenso rispetto tra la gente di Timor-Leste, per il suo ruolo religioso e come istituto che aiutava le persone e offriva protezione. Se le accuse contro Belo fossero rese pubbliche scandalizzerebbe il Paese e minerebbe la lotta per l’indipendenza, dice Roberto. È ancora difficile per le persone parlare dei presunti crimini sessuali di Belo, per paura della stigmatizzazione, dell’ostracismo, delle minacce e della violenza.

    Paulo voleva dimenticare e seppellì i suoi pensieri sull’abuso sessuale. Ma quando gli piaceva una ragazza, le sue esperienze emersero. ‘Ho già il negativo nella mia mente. Così, come ha fatto con noi il vescovo, non va bene».

    Dalle ricerche effettuate da De Groene risulta che Belo abbia avuto più vittime. De Groene ha parlato con una ventina di persone a conoscenza del caso: dignitari, funzionari governativi, politici, operatori di ONG, persone della chiesa e professionisti. Più della metà di loro conosce personalmente una vittima, mentre altri conoscono il caso e la maggior parte ne ha discusso sul posto di lavoro. De Groene ha parlato anche con altre vittime che non volevano raccontare la loro storia sui media. Paulo e Roberto conoscono entrambi compagni di sventura. «Lo sapevo da alcuni dei miei cugini. Lo sapevo da alcuni dei miei amici”, dice Paulo, aggiungendo: “Vanno a casa sua, solo per prendere i soldi”.

    La ricerca

    Questo progetto di ricerca è iniziato nel 2002, quando un uomo timorese dice che un amico è stato abusato sessualmente dal vescovo Belo. Era molto preoccupato per il fratello minore che visitava ogni settimana la residenza vescovile e aveva detto a sua madre di non permettergli più di andarci. Nello stesso anno, nel novembre 2002, il vescovo si dimette improvvisamente. Da quel momento, le voci sul presunto abuso sessuale si trasformano in un enorme segreto pubblico.

    Diversi giornalisti cercano di riferire sul caso. Ma il vescovo è ‘troppo grande per fallire’. Una possibile apertura arriva a febbraio 2019, quando Tempo Timor svela per la prima volta il caso contro l’ex sacerdote americano Richard Daschbach.

    Da allora De Groene ha svolto ricerche sul caso Belo e parlato con diverse vittime e venti persone esperte in materia: dignitari, funzionari governativi, politici, operatori di ONG, membri della chiesa e professionisti. Più della metà di loro conosce una vittima, mentre altri conoscono il caso e ne hanno discusso sul posto di lavoro.

    Negli ultimi anni sono apparse delle crepe nell’immagine della chiesa infallibile di Timor orientale

    L’abuso si estende per un lungo periodo di tempo. Le accuse di Paulo e Roberto si riferiscono agli anni ’90. Secondo la nostra ricerca, Belo ha abusato anche di ragazzi prima di diventare vescovo, nei primi anni ’80, nel villaggio di Fatumaca, quando era superiore presso il centro educativo dei Salesiani di Don Bosco (SDB), la congregazione di cui fa parte. L’attuale arcivescovo, Virgílio do Carmo da Silva, era allora uno studente del pre-seminario, come è stato scritto in articoli online, tra gli altri, dal vescovo Belo.

    Belo, oggi 74enne, è nato il 3 febbraio 1948 da una famiglia devota nella frazione di Wailacama a Timor Est, allora ancora colonia del Portogallo. Quando aveva tre anni, suo padre morì. La famiglia affrontò una vita dura nella profonda povertà che aveva segnato l’intera nazione. Belo ha iniziato a lavorare nei campi quando era un bambino, a volte camminando tre ore al giorno per procurarsi il riso. Da ragazzo gli piaceva fare il prete. Un giorno si mise in testa una buccia di pompelmo, prese un bastone come pastorale e ordinò ai suoi cugini di venire a baciare la mano del “vescovo”, scrive Arnold S. Kohen nella sua biografia elogiativa “Dal luogo dei morti”. Monsignor Belo e la lotta per Timor Est’ (1999).

    Belo viene insegnato nelle scuole cattoliche e nel seminario. Come studente capo è duro con i compagni di classe. Può essere lunatico, ama il dibattito, il teatro, il calcio, le canzoni romantiche e i Beatles. Nel 1968 lascia Timor Est per studiare in Portogallo, dove assiste alla rivoluzione dei garofani che pone fine al colonialismo portoghese. Ritorna a Timor-Leste, diventa salesiano il 6 ottobre 1974 e inizia ad insegnare a Fatumaca.

    Quando l’Indonesia invade Timor Est nel 1975, Belo si trova a Macao. Nel 1980 viene ordinato sacerdote. Quando torna in patria nel 1981, Belo è sconvolto dalla paura estrema, dalla povertà e dalla guerra violenta. L’esercito indonesiano usa la popolazione – compreso il fratello di Belo, zii e cugini – come scudi umani durante le operazioni militari, scrive Kohen.

    Belo va a Fatumaca, dove è maestro dei novizi e dopo un anno viene promosso al grado di superiore. Nel 1983, papa Giovanni Paolo II sceglie il 35enne a capo della chiesa di Timor-Leste. Nel 1988 Belo è nominato vescovo. È una posizione dura e stressante. La gente si rivolge disperatamente al vescovo per raccontargli come le truppe indonesiane invadono le loro case, prendono persone, torturano e uccidono. Belo viene chiamato a mediare quando i violenti militari e polizia indonesiani prendono di mira la popolazione. Nonostante il pericolo «aveva un senso di giocosità caratteristico di molti salesiani», scrive Kohen, interpretando la frase ripetuta di Belo: «Io sono solo un altro peccatore!».

    Il 12 novembre 1991, Belo sente le mitragliatrici. Al cimitero di Santa Cruz a Dili l’esercito indonesiano ha aperto il fuoco sui manifestanti. Molti giovani vengono uccisi. In centinaia fuggono nella residenza di Belo. Quando il vescovo visita il cimitero vede vittime coperte di sangue e con proiettili nei loro corpi. Finalmente Belo ottiene l’accesso all’ospedale militare. Riconosce molte persone che prima aveva portato a casa personalmente dal suo recinto, ma che sono state arrestate, gravemente ferite e prese a pugni. A quel tempo Paulo è troppo giovane, ma a 15 anni si unisce alle manifestazioni. È una vita irregolare e pericolosa. Molti amici vengono uccisi. Durante un attacco viene gravemente ferito e perde il suo migliore amico.

    Nel 1996 Belo riceve il Premio Nobel per la Pace, insieme all’attivista e diplomatico José Ramos-Horta, attuale presidente di Timor Est. I due ricevono il premio “per il loro lavoro verso una soluzione giusta e pacifica del conflitto a Timor orientale”. Belo si presenta durante il suo discorso per il Nobel come “la voce del popolo senza voce di Timor Est” e afferma: “quello che la gente vuole è la pace, la fine della violenza e il rispetto dei loro diritti umani”.

    Nel 1999, Timor Est ottiene finalmente un referendum sull’autodeterminazione. È organizzato dalle Nazioni Unite e l’Indonesia cerca di minare il processo con brutale violenza. Con una frana del 78,5 per cento, il popolo di Timor Est vota per l’indipendenza. L’Indonesia si vendica senza pietà. L’esercito e la polizia indonesiani insieme alla milizia timorese distruggono case, edifici e infrastrutture. Saccheggiano, uccidono e deportano un quarto della popolazione. In quell’esplosione organizzata di violenza, più di 5.000 persone si rifugiano nella casa del Vescovo. Il 6 settembre, la milizia lancia un attacco e brucia la sua residenza. Belo lascia il suo gregge, fuggendo prima su un elicottero indonesiano, poi su un aereo dell’esercito australiano diretto a Darwin. Nell’ottobre 1999 torna a Timor Est. In mezzo a quella distruzione totale, gli abusi sessuali sono ripresi, dice un testimone.

    “Il vescovo mi ha lasciato dei soldi per essere sicuro che stavo zitto”

    Un governo di transizione delle Nazioni Unite governa il paese liberato dal 1999 al 2002. Ci sono tentativi di portare alla luce il caso di abusi sessuali. Ma c’è paura di rappresaglie e preoccupazione che in questa fase iniziale il Paese non possa affrontare uno scandalo così devastante. Il popolo timorese ha pagato un prezzo enorme per l’indipendenza. Paulo è gravemente traumatizzato e soffre di attacchi di panico. «Ci ​​sono un sacco di cose confuse. Viene dalla guerra e dal vescovo. Ho passato tempi bui’, dice.

    Improvvisamente Belo si dimette da capo della chiesa. Il Papa lo solleva dalle sue funzioni il 26 novembre 2002. Il premio Nobel per la pace dice che soffre “di stanchezza fisica e mentale”. Nel gennaio 2003 Belo lascia Timor Est, ufficialmente per riprendersi in Portogallo. Dopo aver parlato con il prefetto dell’allora Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e il Rettor Maggiore della Congregazione Salesiana, sceglie un nuovo incarico, afferma in un’intervista all’agenzia cattolica UCA News. Nel giugno 2004 diventa ‘assistente sacerdote’ a Maputo, in Mozambico. “Sono sceso dall’alto verso il basso”, dice Belo a UCA News.

    Ma perché un vescovo ambizioso e di fama mondiale accetta una posizione così bassa? Alla luce delle accuse di abusi sessuali, quanto dice del suo lavoro a Maputo è allarmante: «Faccio pastorale insegnando catechismo ai bambini, facendo ritiri spirituali ai giovani». Belo non vive mai più a Timor Est, ma visita occasionalmente, l’ultima volta a Natale e Capodanno nel 2018, e lascia il suo paese d’origine a gennaio 2019.

    Negli ultimi anni sono apparse crepe nell’immagine della chiesa cattolica un tempo infallibile a Timor-Leste. Nel febbraio 2019, la piattaforma di notizie locale Tempo Timor rivela per la prima volta i dettagli di un caso di abuso del clero.

    Sebbene il Vaticano avesse ritenuto colpevole il missionario americano Richard Daschbach e lo avesse licenziato dal sacerdozio, queste decisioni furono taciute. Il 21 dicembre 2021, il tribunale di Timor Est ha condannato Daschbach per aver abusato sessualmente di ragazze nella casa di accoglienza che gestiva e lo ha condannato a 12 anni di carcere ( vedi il sito web di De Groene per un servizio olandese su questo caso ). Nel 2015 un fratello cattolico ha ricevuto una pena detentiva di dieci anni per abusi sessuali su adolescenti in un centro di sostegno nel distretto di Ermera, anche se quel verdetto non è arrivato ai media.

    Ci sono più casi. De Groene Amsterdammer ha parlato con persone che hanno denunciato quattro sacerdoti a Timor-Leste. Ci sono molte preoccupazioni per il sacerdote britannico Patrick Smythe, condannato quest’anno nel Regno Unito per aver abusato di bambini, che ha trascorso dieci anni viaggiando a Timor-Leste e ha avuto bambini che dormivano nella sua stanza d’albergo.

    Diverse fonti affermano che le autorità ecclesiastiche hanno limitato i viaggi di Belo. Ora risiede in Portogallo e non gli è stato permesso di viaggiare di propria iniziativa nel suo paese d’origine, ma prima ha dovuto chiedere il permesso a Roma. La restrizione di viaggio è stata confermata dal presidente della Conferenza episcopale di Timor Est. “Deve chiedere il permesso al Vaticano per vedere se gli permettono di venire o no”, ha detto il vescovo Norberto do Amaral in un’intervista nel settembre 2019. Ha detto di non conoscerne il motivo. ‘Sulla questione del motivo per cui non può venire, per favore chiedi al Vaticano’. Perché le “questioni con i vescovi” non sono trattate dalla Chiesa locale, “ma dal Vaticano”.

    Tale restrizione di viaggio è una misura del diritto canonico che le autorità ecclesiastiche possono applicare durante un’indagine su un caso per proteggere le vittime, l’indagine e il sospettato. La chiesa può anche applicare restrizioni dopo un verdetto di colpevolezza. Fonti confermano che al vescovo non è ancora consentito viaggiare liberamente. Non era presente durante la recente grande installazione a Roma dei nuovi cardinali cattolici, tra cui l’arcivescovo di Timor-Leste Virgílio do Carmo da Silva.

    De Groene Amsterdammer ha chiesto alla Chiesa cattolica una risposta alle accuse. La Santa Sede, le istituzioni responsabili tra cui il Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), il cardinale Virgílio do Carmo da Silva a Dili e il Rettor Maggiore della Congregazione Salesiana, non hanno risposto alle nostre domande e restano in silenzio sulla questione. Il vescovo Belo sollevò il telefono per un momento, ma poi lo riagganciò immediatamente.

    Come vittima, Paulo vuole porre fine al silenzio sugli abusi sessuali. “Dobbiamo parlarne e gridarlo più forte al mondo”, dice. Roberto racconta la sua storia perché vuole aprire la strada alle altre vittime per parlare. «Quello che voglio sono le scuse di Belo e della chiesa. Voglio che riconoscano la sofferenza inflitta a me e agli altri, in modo che questa violenza e questo abuso di potere non accadano più.’

    https://www.groene.nl/artikel/what-i-want-is-apologies

  • Il mea culpa del vescovo di Pisa sul prete accusato di pedofilia

    Il mea culpa del vescovo di Pisa sul prete accusato di pedofilia

    Federica Tourn Editoriale DOMANI – «A nome mio e della chiesa pisana che rappresento, chiedo perdono a chi ne è stato vittima e a quanti ne soffrono per lo scandalo che oscura il volto della chiesa». Sono parole forti quelle scelte dal vescovo di Pisa Giovanni Paolo Benotto per comunicare di aver accettato le dimissioni di don Luigi Gabbriellini, 74 anni, e annunciare che il prete è al momento sotto processo canonico con l’accusa di abuso sessuale e molestie a danno di minori.

    Il fatto che monsignor Benotto usi l’indicativo in riferimento alle vittime, e la scelta di non menzionare nemmeno una volta nel comunicato la presunzione di innocenza dell’accusato fino alla conclusione del processo, non danno per una volta adito a dubbi sulle responsabilità del sacerdote, che infatti si è dimesso.

    Nella nota della diocesi, diffusa il 15 settembre, il nome di don Gabbriellini non viene fatto ma è non è certo un segreto. Monsignor Benotto ha la correttezza di indicare l’ultimo incarico del prete, fino a pochi giorni fa parroco di santa Maria madre della chiesa e santa Marta a Pisa.

    Il sacerdote è finito davanti al tribunale ecclesiastico accusato di aver violentato una ventina di anni fa due fratelli, all’epoca dei fatti di 9 e 13 anni. Le due vittime, oggi adulte, hanno segnalato al Servizio diocesano per la tutela dei minori gli abusi subiti e nell’aprile scorso, «appena è stata ricevuta la denuncia» sottolinea il vescovo, il processo è stato avviato e il sacerdote temporaneamente sospeso dalle sue funzioni fino all’esito del procedimento.

    L’ATTACCO SU FACEBOOK

    C’è mancato poco, però, che riuscisse a farla franca. Infatti – come racconta una fonte interna – da giorni erano già pronti sul tavolo del vescovo ben due comunicati sul conto di don Luigi, ben diversi uno dall’altro. Uno annunciava il congedo del prete dalle parrocchie per motivi di salute e l’altro, quello che poi è uscito, comunicava con dolore e costernazione il vero motivo delle avvenute dimissioni.

    Qui, però, è successo l’imprevisto: una delle due vittime ha accusato direttamente il prete sul suo profilo Facebook (poi oscurato). Il clamore seguito al post ha portato il vescovo, per tutelare il buon nome della diocesi, a fare pubblica ammenda e a rendere noto il processo canonico in corso a carico di don Gabbriellini.

    Ora il suo posto è stato prontamente preso da un altro sacerdote, don Lucasz Kostrzewa, arrivato in fretta da Barga, in provincia di Lucca. Don Lucasz, come scrive il parroco di Barga monsignor Stefano Serafini sul Giornale di Barga, sapeva già da mesi, allertato dal vescovo, di dover essere trasferito in un’altra comunità della diocesi, e sabato scorso ha preso immediatamente servizio.

    Lo scandalo è però soltanto all’inizio ed è destinato a dare ancora molte preoccupazioni al vescovo di Pisa. Non solo il Servizio diocesano per la tutela dei minori sta verificando la veridicità della segnalazione di un’altra vittima di don Gabbriellini, ma alla Rete l’abuso, associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, sono arrivati in questi giorni dei messaggi di denuncia a carico di un altro sacerdote della diocesi.

    In uno di questi una ex parrocchiana dice di essere stata molestata: «Ho 58 anni e vivo a Pisa. Quando avevo 12 anni, don Paolo (nome di fantasia) mi accompagnò in canonica e si fermò nel corridoio, mi spinse contro il muro e cominciò a palpeggiarmi ovunque. Io ricordo che ero un pezzo di marmo, ma credevo fosse legittimo». «Ho provato a dirlo – continua – ma ho trovato un muro di gomma. Quello che fa più male, a parte l’esperienza in sé, è l’omertà di tutta la comunità parrocchiale, non solo del parroco e dei preti».

    È un fatto che don Gabbriellini non sia stato sospeso ad aprile, quando è arrivata la denuncia al Servizio diocesano ed è iniziato il conseguente processo canonico, ma ha continuato a occuparsi delle parrocchie fino alla settimana scorsa. Ha persino celebrato le comunioni dei bambini a maggio, come segnala indignata un’altra fedele che ha scritto alla Rete l’abuso: «Sono arrabbiata e triste perché se la curia sapeva, avrebbe dovuto sospenderlo in attesa delle decisioni del tribunale. Pensare che è questo uomo che ha dato la prima comunione a mio figlio mi fa vomitare».
    Sotto il profilo della responsabilità penale, i fatti al vaglio dell’indagine ecclesiastica sono ormai prescritti, ma i due fratelli potrebbero decidere di rivolgersi alla giustizia civile, dove i termini per la prescrizione sono diversi, e chiedere un risarcimento al prete per gli abusi subiti.

    Don Luigi Gabbriellini, oltre alla funzione di parroco, ricopriva anche altre mansioni di rilievo nella diocesi, fra cui quella di amministratore parrocchiale della chiesa di san Matteo e vicario episcopale della città di Pisa. Decaduto da tutti gli incarichi, il sacerdote non è al momento reperibile.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/il-mea-culpa-del-vescovo-di-pisa-sul-prete-accusato-di-pedofilia-lusedken