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Tag: abusi sessuali

  • Pisa, nella chiesa del sacerdote sospeso: «Pedofilo? Le accuse vanno provate»

    Pisa, nella chiesa del sacerdote sospeso: «Pedofilo? Le accuse vanno provate»

    La prima ad arrivare, con quaranta minuti di anticipo, è una signora sulla settantina. È vestita di tutto punto. Ricambia il saluto, ma alla parola “giornalista” finge un dolore alla schiena e fugge via. «Mi devo sedere subito».

    Poi arrivano due famiglie. I bambini scendono dall’auto e corrono in questa parrocchia di Pisa dedicata a Santa Maria Madre della Chiesa. I genitori, dietro, testa bassa, tirano dritto rispondendo alla cronista «no grazie». Sulla porta un uomo sta distribuendo i libretti della messa, parla con un altro fedele e, guardando fuori, grida: «È una giornalista non credente».

    Tra poco verranno ufficialmente presentati i bimbi che faranno la comunione a ottobre, ma questa non è una chiesa qualunque. A celebrare la messa ci sarebbe dovuto essere il parroco sospeso perché accusato di pedofilia da due fratelli oggi trentenni. Una denuncia a distanza di 25 anni che ha fatto partire il processo canonico, ma non quello penale, dal momento che è già finito tutto in prescrizione, e che ha fatto calare una cortina di freddezza nella comunità di fedeli. Quasi nessuno parla. Chi lo fa, si dice «perplesso», se non addirittura «sconvolto» per «il polverone alzato su un brav’uomo», commenta Mario, 78 anni, arrivato in chiesa insieme alla moglie, Sonia. Mario parla rabbiosamente con le lacrime agli occhi. «Non mi succede mai», assicura. È convinto che il parroco «è stato sospeso perché dava noia per le sue idee. È rimasto fregato». La moglie è d’accordo: «Ci vogliono prove per arrivare a una sospensione. Io non ci credo che…». Lui la blocca: «Noi ci abbiamo cresimato i nipoti, sposato i figli. È un colpo sentirlo accusare di queste cose. È evidente che lo volessero far fuori, ma questo fa perdere la fiducia nella Chiesa. E fa rabbia».

    I posti a sedere in chiesa sono quasi tutti occupati, eppure secondo la coppia di anziani è «vuota». In genere, spiega Mario, «c’è gente in piedi anche fuori».

    La messa inizia alle 11. In prima fila ci sono i bimbi della comunione. Dietro i genitori ansiosi. Sull’altare sale il nuovo parroco, don Lukasz Kostrzewa, 40 anni, incardinato nella diocesi di Pisa da un anno. Doveva esserci anche l’arcivescovo Giovanni Paolo Benotto che alla fine ha dato forfait, ufficialmente per «impegni con le cresime». Monsignor Benotto ha però partecipato alla messa, meno frequentata, delle 8 del mattino, parlando dei fatti senza nominarli mai. «Siamo tutti addolorati- ha detto – ma abbiamo fiducia che il Signore non ci abbandona e che dalle cose più difficili la grazia di Dio può tirare fuori cose importanti». Ha parlato di fiducia «da acquisire per far crescere la speranza», perché può succedere, dice, che «qualche volta ci facciamo prendere dalla sfiducia», ma «la nostra speranza è il Signore. Da lui possiamo attingere tutto quello di cui abbiamo bisogno». Se l’è poi presa con i giornalisti «che hanno rincorso» non si sa bene cosa. «Io ho fatto un comunicato – ha detto –; quando c’è un processo non si può andare dal giudice a chiedergli cosa stai facendo. Bisogna aspettare. Questo per giustizia nei confronti di tutti. Ciò che avevo da dire è questo. Per il resto c’è il rispetto».

    Il nuovo parroco, invece, dei fatti accaduti non parla. Si autopresenta, chiede ai fedeli di dargli del tu e non del lei, la butta sullo scherzo per stemperare («Vi farò delle domande e se non rispondete salterete il pranzo»), poi lancia un appello a «non dividerci», a «puntare sui ragazzi che sono il futuro» e augura quattro cose: «Buona domenica, buon pranzo, buona settimana e buon cammino per i nostri ragazzi».

    Finita la messa, alcuni fedeli si fermano fuori a parlare mentre i bimbi giocano. Quasi nessuno vuole commentare quanto accaduto. In molti danno le spalle ripetendo a Il Tirreno: «No, grazie».

    «Dovete capirci, siamo stati anche noi travolti da questa notizia», dice fuori dalla chiesa Chiara, mamma di una bimba che ha fatto da poco la comunione con il parroco accusato di abusi sessuali su minori. Lei si dice «tranquilla» perché «se fosse successo qualcosa me ne sarei accorta e poi mi sembra una brava persona». Sulla ricostruzione dei fatti è «molto perplessa. Non so cosa pensare – spiega –. Diciamo che mi sembra strano che una persona si decida a denunciare dopo 25 anni. Capisco che da piccolo sia difficile tirarlo fuori, ma a 18 anni o a 20?».

    Dietro c’è Alessandra con la madre. Anche sua figlia ha appena fatto la comunione con il sacerdote sospeso. «Non abbiamo mai avuto sentore di qualcosa di strano – dice –. Certo, come mamma devo metabolizzare perché non sono accuse leggere, ma come fedele vado avanti, continuo a professare la mia fede».

    Gli ultimi a uscire dalla parrocchia sono due anziani che vivono proprio qui di fronte. Si dicono «sconcertati» perché «non sappiamo cosa credere. Noi lo conosciamo dal 2004 questo parroco e ci sembra strano che possa aver fatto quello di cui viene accusato, ma se fosse vero sarebbe un dolore immenso, una ferita aperta nel cuore».

    Intanto il caso rischia di allargarsi. Dopo la denuncia dei due fratelli, un terzo uomo avrebbe contattato un sacerdote della diocesi di Pisa per rivelargli di aver subito, quando era minorenne, abusi dallo stesso prete. luigi gabbriellini

    https://www.iltirreno.it/toscana/2022/09/19/news/nella-chiesa-del-sacerdote-sospeso-pedofilo-le-accuse-vanno-provate-1.100093271

  • Le vittime del parroco, l’ipnosi svela gli abusi sessuali

    Le vittime del parroco, l’ipnosi svela gli abusi sessuali

    Pisa, 18 settembre 2022 – Un’esperienza traumatica, rimossa e sepolta per anni nei meandri del subconscio. Ma riaffiorata solo la scorsa primavera, quando uno dei due fratelli (e in seguito anche l’altro), nell’affrontare un percorso di psicoterapia, viene sottoposto a sedute di ipnosi regressiva che riportano la sua mente indietro nel tempo, alla fine degli anni Novanta quando entrambi frequentavano – con tutta la famiglia, con gioia e assiduità – la parrocchia pisana di Santo Stefano extra moenia, nel quartiere di Porta a Lucca, zona residenziale di ville e villette liberty, tra la Torre pendente e l’Arena Garibaldi. Qui il monsignore che i due bimbi di allora (avevano 10 e 13 anni, oggi sono uomini) accusano di abusi sessuali, ha trascorso molti anni. Prima come cappellano poi come parroco (fino al 2002), periodo interrotto soltanto da una breve parentesi in una frazione di periferia.

    Ed è qui che 25 anni fa si sarebbe consumato quello che il sacerdote stesso, nel faccia a faccia con l’arcivescovo di Pisa Giovanni Paolo Benotto, a cui ha rassegnato le dimissioni, avrebbe ammesso esser stato “un momento di debolezza”. Non sarebbe un caso isolato. Il condizionale è d’obbligo, in attesa dei riscontri preliminari da parte della giustizia vaticana, ma c’è già un’altra presunta vittima che si sarebbe fatta avanti, contattando i due fratelli e trovando la forza di raccontar loro di aver ricevuto analoghe attenzioni morbose da parte del ‘don’.

    Intanto a Pisa c’è un’intera comunità di fedeli sotto choc. È un autentico tsunami quello che ha travolto tutti – i fedeli di oggi e quelli che nel periodo in cui i due fratelli sarebbero stati molestati frequentavano la parrocchia, tra catechismo e campi estivi –, una notizia impossibile da digerire.

    “A nome mio e della Chiesa pisana – così l’arcivescovo Benotto, nell’annunciare la sospensione del sacerdote dalle facoltà inerenti al suo ministero fino al termine del processo canonico, iniziato a fine aprile appena ricevuta la denuncia – chiedo perdono a chi ne è stato vittima e a quanti soffrono per lo scandalo che oscura il volto della Chiesa”.

    E sul foglio parrocchiale ‘Incontri’ distribuito ogni settimana in chiesa, don Carlo e don Federico, i due parroci succeduti al prete accusato di pedofilia, citano le parole del Salmo 85, misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace di baceranno: “Preghiamo per tutti coloro che sono stati vittima di abusi e domandiamo al Signore che in tutti noi si rinnovi un autentico cammino di conversione”. luigi gabriellini

  • Abusi nelle ore di catechismo, imputato è davanti ai giudici: si valuterà competenza

    Abusi nelle ore di catechismo, imputato è davanti ai giudici: si valuterà competenza

    Gela. Gli abusi sessuali si sarebbero verificati quattro anni fa, su una minore, ancora neanche quattordicenne. Una vicenda emersa lo scorso anno e che ha portato agli arresti domiciliari l’allora catechista.

    Un caso molto delicato. L’uomo è ancora sottoposto alla misura restrittiva. In settimana, si è presentato davanti al collegio penale del tribunale, presieduto dal giudice Miriam D’Amore. L’incidente probatorio, per acquisire maggiori elementi investigativi, si era già tenuto a seguito della misura impostagli su richiesta dei pm della procura.

    L’indagine è stata condotta dagli agenti di polizia del commissariato. Il collegio vuole però approfondire l’aspetto della competenza a decidere. La Corte d’assise di Caltanissetta si è dichiarata incompetente, trasmettendo gli atti al tribunale. Il catechista teneva la sua attività con i più piccoli in una parrocchia della città.

    Pare che le prime amissioni della minore avvennero davanti agli operatori del consultorio. I genitori hanno sempre seguito l’evoluzione dell’indagine e nel procedimento penale sono pronti a costituirsi parti civili, nell’interesse della figlia. iannì vincenzo

    https://www.quotidianodigela.it/abusi-nelle-ore-di-catechismo-imputato-e-davanti-ai-giudici-si-valutera-competenza/

  • Il disegno di legge che elimina i termini di prescrizione per le cause civili per abusi sessuali su minori va alla scrivania di Biden

    Il disegno di legge che elimina i termini di prescrizione per le cause civili per abusi sessuali su minori va alla scrivania di Biden

    Martedì la Camera ha approvato un disegno di legge che elimina i termini di prescrizione per le vittime di abusi sessuali su minori che cercano di intentare cause civili, inviando il provvedimento alla scrivania del presidente Biden per l’approvazione finale.

    La camera ha approvato il disegno di legge , intitolato Eliminating Limits to Justice for Child Sex Abuse Victims Act, con voto vocale, una strategia riservata a misure popolari non controverse. Il Senato ha approvato la legge all’unanimità a marzo.

    Il provvedimento prevede la rimozione dei termini di prescrizione per i minori che presentano ricorsi civili relativi a una serie di reati di abuso sessuale, tra cui il lavoro forzato, la tratta sessuale, l’abuso sessuale e lo sfruttamento sessuale dei bambini.

    Secondo la legge attuale, i minori che subiscono abusi sessuali possono presentare azioni civili federali fino all’età di 28 anni o fino a 10 anni dopo la scoperta della violazione o della lesione. Il disegno di legge approvato dal Congresso cerca di eliminare questi limiti di tempo.

    Non vi è alcun termine di prescrizione per i reati che coinvolgono abusi sessuali su minori.

    Durante il dibattito in aula martedì, il rappresentante Jerry Nadler (DNY) ha affermato che i sopravvissuti agli abusi sessuali su minori spesso ritardano la denuncia delle loro situazioni, il che potrebbe metterli a rischio di non chiedere danni a causa della prescrizione.

    “Anche comune è la divulgazione ritardata, con la tendenza dei sopravvissuti agli abusi sessuali su minori ad aspettare molti anni prima di rivelare l’abuso ad altri”, ha detto Nadler. “Questo perché i sopravvissuti agli abusi sessuali spesso impiegano molto tempo per elaborare il loro trauma e molti sopravvissuti che hanno subito abusi da bambini potrebbero non riconoscere l’abuso che hanno subito fino a molto più tardi nella vita”.

    “Purtroppo, poiché i sopravvissuti a abusi sessuali su minori spesso ritardano la denuncia, qualsiasi prescrizione può impedire ai sopravvissuti di accedere alla giustizia e chiedere il risarcimento dei danni in tribunale”, ha aggiunto.

    Il democratico di New York ha affermato che i termini di prescrizione in vigore per le rivendicazioni civili di abusi sessuali su minori “possono servire a proteggere i molestatori e consentire loro di continuare a sfruttare il loro potere facendo scadere le rivendicazioni delle vittime”.

    “Questo disegno di legge consentirà ai sopravvissuti che sono vittime di reati federali di abusi sessuali su minori, inclusi abusi sessuali aggravati, traffico sessuale, tratta di esseri umani, lavoro forzato e sfruttamento sessuale, di chiedere il risarcimento dei danni civili alla corte federale indipendentemente dal tempo trascorso dall’abuso”, ha aggiunto.

    Il rappresentante Jim Jordan (R-Ohio) in aula martedì ha affermato che il disegno di legge “consentirebbe alle vittime della tratta di esseri umani o di reati sessuali di cercare rimedi civili indipendentemente da quando è avvenuto il crimine”.

    https://thehill.com/homenews/house/3641319-bill-eliminating-statute-of-limitations-for-child-sex-abuse-civil-suits-heads-to-bidens-desk/

  • I sopravvissuti agli abusi sui minori in Nuova Zelanda chiedono l’intervento di Papa Francesco

    I sopravvissuti agli abusi sui minori in Nuova Zelanda chiedono l’intervento di Papa Francesco

    SYDNEY, 13 set. (Reuters) – Un gruppo neozelandese che rappresenta i sopravvissuti agli abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica ha chiesto a Papa Francesco di intervenire nel processo di riparazione, sostenendo che le autorità ecclesiastiche lo stavano trattando male e ritraumando le vittime.

    In una lettera inviata al Vaticano e visionata da Reuters, la sezione neozelandese di Survivors Network of those Abuded by Priests (SNAP), un’organizzazione globale per le vittime di abusi sui minori, ha accusato i funzionari della chiesa in Nuova Zelanda di aver violato le procedure per la gestione dei casi di denuncia di abusi .

    “Purtroppo siamo stati danneggiati dall’ufficio stesso della Chiesa istituito per fornire la guarigione”, ha detto nella sua lettera al Papa Christopher Longhurst, il leader nazionale di SNAP Aotearoa New Zealand.

    Longhurst ha affermato nella lettera che mentre i leader della chiesa cattolica locale tendono pubblicamente “una mano aperta alla speranza di guarigione”, a porte chiuse traumatizzano una seconda volta i sopravvissuti violando le proprie procedure.

    “Data la mancanza di un percorso di guarigione autentico e onesto nella Chiesa cattolica della Nuova Zelanda, vorremmo chiedere

    affinché Vostra Santità intervenga”, ha detto Longhurst nella lettera che è stata spedita in Vaticano venerdì scorso.

    Non era chiaro se il papa, che riceve ogni giorno centinaia di lettere inviate per posta ordinaria, l’avesse già visto.

    Longhurst ha detto a Reuters che la cattiva gestione includeva la negazione di un adeguato processo investigativo, la negazione di un’equa revisione del processo, lo stallo e la divergenza e anche una generale mancanza di compassione.

    I dirigenti della Chiesa in Nuova Zelanda hanno affermato che aggiornano e migliorano continuamente i processi di denuncia e divulgazione per aiutare i sopravvissuti agli abusi.

    La lettera al papa arriva nel mezzo di un’indagine pubblica in corso sugli abusi fisici e sessuali nelle istituzioni religiose e statali in Nuova Zelanda, da cui è emerso che nel 2020 fino a un quarto di milione di bambini, giovani e adulti vulnerabili sono stati maltrattati negli ultimi decenni. Gli indigeni Maori rappresentavano una grande quota delle vittime.

    È una delle commissioni d’inchiesta più lunghe e complesse intraprese in Nuova Zelanda.

    Un rapporto intermedio dell’indagine della Royal Commission ha rilevato che non era stato ancora effettuato alcun audit del processo di riparazione.

    La Royal Commission non ha risposto a una richiesta di commento. Farà raccomandazioni al governo nella sua relazione finale il prossimo anno.

    Le denunce di SNAP sono state rivolte all’Ufficio nazionale per gli standard professionali (NOPS) della Chiesa cattolica che ha il compito di amministrare Te Houhanga Rongo (A Path To Healing), un processo di riparazione in risposta alle denunce di abusi.

    La Conferenza episcopale cattolica della Nuova Zelanda, che ha istituito il NOPS, ha affermato che vescovi e leader della congregazione hanno ascoltato i sopravvissuti attraverso le audizioni dell’inchiesta e implementato i cambiamenti.

    “La dirigenza della Chiesa aggiorna e migliora continuamente i processi di denuncia e divulgazione per aiutare i sopravvissuti agli abusi e continuerà a impegnarsi attivamente per miglioramenti per tutto il tempo rimanente della Commissione reale e oltre il completamento programmato della Commissione reale nel 2023”, ha affermato il vescovo Stephen Lowe, vescovo di Auckland e segretario della Conferenza episcopale neozelandese.

    Un totale di 1.680 segnalazioni di presunti abusi da parte di entità ecclesiastiche dal 1950 al 2021 hanno soddisfatto la definizione di abuso della Commissione reale, secondo un rapporto preparato per la commissione.

    Un totale di 16,8 milioni di dollari (NZD) è stato pagato direttamente a circa 470 sopravvissuti in pagamenti pastorali o ex gratia da entità della Chiesa cattolica

    I critici, tuttavia, hanno affermato che non si sta facendo abbastanza.

    Sonja Cooper, avvocato principale e partner della Cooper Legal con sede a Wellington, che attualmente sta gestendo oltre 2.000 casi di vittime di abusi sui minori che coinvolgono istituzioni statali e religiose, ha affermato di non aver visto nulla di diverso nel modo in cui viene gestito il processo.

    “Non è un processo che esercita una giustizia naturale. E se riescono a trovare qualcosa per prendere una decisione contro il sopravvissuto, lo faranno”, ha detto Cooper, aggiungendo che gli ex agenti di polizia sono stati utilizzati per il processo di intervista, che è stato profondamente problematico per molti sopravvissuti.

    “La chiesa sembra operare da una posizione di non credenza e l’onere è posto sul sopravvissuto per dimostrare che stanno dicendo la verità. Il processo è molto orientato alla protezione della Chiesa cattolica e del suo clero”, ha aggiunto.

    La Chiesa cattolica è stata criticata per l’azione tardiva nel corso di decenni di scandali in tutto il mondo, anche se ha pagato miliardi di danni e Papa Francesco ha sollecitato una battaglia a tutto campo contro gli abusi sui minori da parte del clero.

    ($ 1 = 1,6324 dollari neozelandesi)

    https://www.reuters.com/world/asia-pacific/new-zealand-child-abuse-survivors-call-intervention-pope-francis-2022-09-13/

  • Lettera aperta dei sopravvissuti neozelandesi a Papa Francesco – SNAP

    Lettera aperta dei sopravvissuti neozelandesi a Papa Francesco – SNAP

    Riceviamo dai colleghi della Nuova Zelanda e pubblichiamo.


    Santità,
    Un caloroso saluto da Aotearoa Nuova Zelanda.

    È con una richiesta urgente che noi, Suoi sopravvissuti agli abusi sessuali su minori da parte di preti e religiosi nella Sua Chiesa ad Aotearoa, in Nuova Zelanda, scriviamo, chiedendo la sua attenzione personale, la sua risposta e il suo intervento.

    Purtroppo, siamo danneggiati proprio dall’ufficio della Chiesa Cattolica istituito per fornire la guarigione, l’Ufficio nazionale della Chiesa Neozelandese per gli standard professionali (NOPS), incaricato di amministrare il processo di riparazione Te Houhanga Rongo – A Path To Healing (APTH), in risposta alle denunce di abuso.

    Purtroppo, da qualche tempo i funzionari del NOPS violano i principi e le procedure stesse dell’APTH nella gestione dei casi di denuncia. In un caso, la direttrice del NOPS ha persino falsificato il rapporto di revisione di un investigatore indipendente. Di conseguenza, ai sopravvissuti agli abusi non solo viene negata la risposta compassionevole ed equa promessa, ma essi stessi vengono nuovamente traumatizzati dallo stesso ufficio incaricato di fornire un percorso di guarigione.

    Ci rivolgiamo a Lei perché pur avendo portato questi fatti all’attenzione delle autorità ecclesiastiche locali già nel novembre 2019, al cardinale John Dew, metropolita della Nuova Zelanda e al suo Nunzio Apostolico in Nuova Zelanda, Novatus Rugambwa, pur avendo fornito chiari esempi delle violazioni dei principi e delle procedure APTH con prove concrete, e scritto anche alla Conferenza Episcopale della Nuova Zelanda, tuttavia, siamo stati sostanzialmente ignorati da un processo che utilizza tattiche come rinvii, negazione e copertura con il pretesto del diritto alla privacy.

    Di conseguenza, i fedeli cattolici neozelandesi stanno vivendo un processo ipocrita di “riparazione” da parte della Chiesa cattolica in Nuova Zelanda. Da un lato, pubblicamente, i vertici della Chiesa locale tendono una “mano aperta alla speranza di guarigione,” dall’altro, a porte chiuse, traumatizzano una seconda volta vittime e sopravvissuti violando le proprie politiche e procedure.

    Pertanto, vengono arrecati ulteriori danni alle persone povere e più vulnerabili che hanno cercato la guarigione, tuttavia, meriterebbero più considerazione!

    Data la mancanza di un percorso di guarigione autentico e onesto nella Chiesa cattolica della Nuova Zelanda, vorremmo chiedere l’intervento di Sua Santità.

    Potrebbe, Santo Padre, dare istruzione alla Conferenza episcopale neozelandese e alla Conferenza dei leader religiosi di Aotearoa, in Nuova Zelanda, di avviare una revisione urgente, indipendente e trasparente di NOPS e APTH senza ulteriori scuse o pretesti?

    Vittime e sopravvissuti agli abusi del clero e dei religiosi nella Chiesa cattolica della Nuova Zelanda vengono feriti e nuovamente traumatizzati dai vertici della Sua Chiesa.

    Ci auguriamo che Sua Santità ascolti il nostro appello e che ci aiuti.

    Distinti saluti,
    SNAP Aotearoa, pp
    Dott. Christopher LONGHURST, S.T.D.
    Direttore di SNAP Aotearoa New Zealand
    – for SNAP Aotearoa Trust Board
    & Executive Leadership Group

    SNAP-letter-to-Pope-Francesco-Sept-2022

  • I primi incontri tra la CEI e le vittime dei preti pedofili non sono andati bene

    I primi incontri tra la CEI e le vittime dei preti pedofili non sono andati bene

    Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana Matteo Zuppi e il portavoce della rete “L’Abuso – Associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero” Francesco Zanardi si sono incontrati due volte, riservatamente, nel corso dell’estate. Gli incontri, che in alcuni momenti sono stati anche piuttosto turbolenti, sono avvenuti nella sede dell’Arcidiocesi di Bologna dopo che Zanardi, in una conferenza stampa del 22 maggio, aveva rivolto domande piuttosto pressanti al cardinale sulle modalità scelte dalla CEI per condurre le indagini sui casi di abusi sessuali commessi da sacerdoti in Italia.

    Nei loro due incontri il cardinale e il portavoce dell’associazione L’Abuso sono stati in disaccordo su punti precisi riguardo alle modalità dell’indagine. Zanardi contesta l’intenzione della CEI di non prevedere risarcimenti economici alle vittime di abusi, e il fatto che verranno presi in considerazione, al contrario di ciò che è avvenuto in altri paesi, solo i casi degli ultimi venti anni. Mette poi in discussione l’indipendenza di chi avrà il compito di esaminare i dati raccolti, e i provvedimenti che la Chiesa progetta di prendere nei confronti dei responsabili dei casi di abusi riconosciuti.

    È soprattutto su questo ultimo punto che i toni del confronto tra Zuppi e Zanardi si sono alzati: «il cardinale», dice Zanardi al Post, «ha paragonato il prete pedofilo a un tossicodipendente che non deve essere condannato a vagare per le strade a vita. Ha così fatto riferimento alla mia storia personale, ma anche a quella di tante vittime di abusi che sono diventati tossicodipendenti o alcolisti o vivono gravi depressioni. È un paragone improponibile, la tossicodipendenza si cura, la pedofilia è tutta un’altra cosa».

    Nella conferenza stampa in cui aveva ricevuto le domande incalzanti di Zanardi, Zuppi aveva parlato di una “via italiana” alla questione della pedofilia della Chiesa, e cioè di un’indagine che sarebbe stata condotta in maniera diversa rispetto a quanto avvenuto in altri paesi, come Germania e Francia. In un’intervista data al Corriere della Sera, il presidente della CEI aveva detto di voler procedere in modo diverso anche perché, per esempio, giudicava l’inchiesta francese non particolarmente attendibile: «sulla ricerca in Francia mi hanno mandato tre inchieste di universitari che demoliscono il lavoro della commissione».

    L’Italia è l’ultimo grande paese storicamente cattolico in cui la Chiesa ha deciso di indagare sugli abusi nei confronti di minori da parte dei preti. Ma lo farà, accusa Zanardi, «con un metodo utile unicamente alla Chiesa italiana per continuare a evitare, anche di fronte alle evidenze emerse in tutto il mondo, un ennesimo scandalo, il più grande visto in quanto l’Italia ospita il numero più alto al mondo di religiosi».

    Per comprendere quale sia l’importanza di un’inchiesta in Italia sugli abusi nella Chiesa è utile prendere in considerazione alcune stime realizzate dal giornalista irlandese Mark Vincent Healy che, in assenza di un dato italiano, sulla base di quelli emersi nelle ricerche delle commissioni governative di inchiesta effettuate in tutto il mondo ha fatto una stima. Suggerisce che la portata degli abusi in Italia potrebbe essere la più grande. Papa Francesco ha sostenuto, durante un’intervista con Eugenio Scalfari, che la percentuale di preti pedofili sul totale è di circa il 2%; secondo una ricerca americana realizzata alla fine degli anni Novanta sarebbe invece del 4%, mentre al termine della celebre inchiesta giornalistica “Spotlight” del Boston Globe la percentuale stimata fu del 6%. L’Australian Royal Commission ritiene che in Australia i preti pedofili siano il 7% del totale.

    Secondo Healy, in base a queste percentuali, «l’Italia rischia di superare il numero segnalato di vittime di abusi sessuali su minori da parte di religiosi rispetto a quello di qualsiasi altro paese dell’Unione europea». In base a  queste stime, che non sono appunto dati verificati, i preti colpevoli di abusi in Italia sarebbero mille nell’ipotesi più ottimistica e quasi 4mila nell’ipotesi più pessimista; le potenziali vittime potrebbero arrivare complessivamente fino a un milione.

    Non è solo L’Abuso a contestare il modo in cui la Chiesa italiana sta procedendo. Anche il coordinamento ItalyChurchToo, che riunisce le associazioni che si battono contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia, ha definito carenti i punti su cui si fonda la cosiddetta “via italiana” illustrata dal cardinale Zuppi.

    Il presidente della CEI ha spiegato che è in corso di realizzazione un report nazionale sulle attività di prevenzione e formazione e sui casi di abuso segnalati o denunciati alla rete dei Servizi diocesani e interdiocesani negli ultimi due anni (2020-2021). Inoltre, si sta svolgendo un’altra ricerca, su un periodo temporale più ampio, dal 2000 al 2021, in collaborazione con la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Il problema, fa notare la rete L’Abuso, è che vengono presi in considerazione solo i casi segnalati negli ultimi vent’anni alla Congregazione della Dottrina della Fede, escludendo totalmente quelli invece denunciati alla giustizia civile. «Si tratta», spiega Zanardi, «a volte solo di segnalazioni dei vescovi in cui spesso manca anche la vittima. Sono spesso documenti incompleti, senza quei dettagli che servono in realtà a individuare con certezza e chiaramente un caso di abuso».

    Per quanto riguarda il report sui casi denunciati agli Sportelli diocesani d’ascolto negli ultimi due anni, si tratta di poche denunce: «il 70-80% delle persone che subiscono abusi non si rivolge alla Chiesa, non arriva quindi agli Sportelli diocesani, costituiti nel 2019» dice Zanardi. «Le vittime spesso vengono sottoposte a un ostracismo tale che si tirano indietro. In quegli sportelli non ottengono risarcimenti, spesso nemmeno processi e l’allontanamento del prete. La denuncia rimane tra l’altro riservata perché, è stato detto da parte delle istituzioni della Chiesa, bisogna evitare giustizialismo e gogna mediatica. È giustissimo, ma in qualche modo bisogna pur far capire che quel determinato prete è pericoloso».

    Quello dei risarcimenti è un altro punto molto contestato da parte delle associazioni delle vittime. Nel loro incontro, secondo quanto riferisce Zanardi, il cardinale Zuppi ha sostenuto che se venissero stabiliti risarcimenti la Chiesa fornirebbe un incentivo a denunciare e qualcuno sarebbe spinto unicamente a cercare profitto. In passato peraltro nemmeno i governi italiani si sono dimostrati sensibili all’argomento, come è invece avvenuto in altri paesi.

    In Svizzera per esempio è stato stabilito che non ci sia prescrizione per reati di pedofilia. Quando venne presa la decisione, nel 2015, visto che la legge non poteva essere retroattiva, fu stabilita una finestra di sei mesi entro la quale potevano essere presentate denunce anche per abusi subiti prima dell’entrata in vigore della norma. A quel punto furono le stesse istituzioni ecclesiastiche a contattare le vittime offrendo risarcimenti per evitare denunce e processi.

    I dati che verranno raccolti dai servizi diocesani e dalla Congregazione per la dottrina della fede, saranno esaminati da ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza specializzati in economia, statistica, sociologia e con esperienza specifica in analisi di policy children safeguarding, cioè in politiche di tutela dei minori. Ma le associazioni delle vittime di abusi non ritengono indipendente l’Università Cattolica. Per statuto, le università cattoliche sono regolate dal Codice di Diritto Canonico, dalla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae, dalle norme applicative delle Conferenze episcopali e dagli statuti interni di ciascuna istituzione. Il cardinale Zuppi ha risposto all’obiezione spiegando che però i professori ed esperti che esamineranno i dati sono laici e non sacerdoti. «Stipendiati però dall’università Cattolica», commenta Zanardi.

    Un altro punto per il quale la cosiddetta via italiana viene contestata dalle associazioni è la natura stessa dei 23 centri di recupero “per sacerdoti in difficoltà” presenti in Italia. Secondo Zanardi, queste strutture sono inadeguate perché autonome e gestite dal clero: «È giusto che si punti al recupero di queste persone. Ma a differenza di un carcere o di una residenza detentiva domiciliare, il controllo è affidato alla struttura. Ovvero nessun controllo di polizia, il detenuto non è isolato, entra ed esce chi vuole in quanto la struttura non è un vero luogo di detenzione, ha altri ospiti con problemi differenti, che ricevono visite e non sono tenuti alle restrizioni di chi è in stato detentivo».

    Le due relazioni sugli abusi nella Chiesa in Italia saranno rese note a novembre. La CEI ha fatto sapere al Post che i lavori stanno procedendo e che non intende replicare alle accuse di Zanardi.

    https://www.ilpost.it/2022/09/09/incontri-cei-vittime-preti-pedofili-zuppi-zanardi/

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2022/06/23/la-bomba-il-post/

     

  • Le freddure di Delpini celano gli strascichi di una storia di abusi

    Le freddure di Delpini celano gli strascichi di una storia di abusi

    di Giorgio Gandola – Colpa del superlavoro, del navigatore rotto e del River Plate. Sono i tre motivi che l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha elencato davanti al collega Oscar Cantoni per motivare la nomina di quest’ultimo a cardinale e l’ennesima beffa subita.

    Una scena spiacevole avvenuta nel duomo di Como davanti a 500 fedeli in raccoglimento per la cerimonia più solenne: la concessione ufficiale della porpora all’amato vescovo della città. Molti hanno commentato il discorso delpiniano come una “scherzosa protesta”, una “divagazione ricamata sul filo dell’ironia”; in realtà si è trattato di uno sberleffo pubblico che in 400 anni mai era risuonato nella cattedrale intitolata a Santa Maria Assunta.

    Un accadimento che a Como nessuno dimenticherà, un affronto soprattutto a Papa Francesco che ha nominato Cantoni e non Delpini, perché “nemmeno la Trinità conosce cosa pensi un gesuita”. Il giorno dopo il siluro coram populo è permeato  di un silenzio assordante: il neocardinale è molto amareggiato ma, come si rileva nel vescovado lariano, “non ha nessuna intenzione di scendere in polemica e rovinare un momento così speciale per l’intera comunità comasca e valtellinese”. In Vaticano, dove tutti hanno visto il video e letto i report, lo scandalo dell’augurio al confratello trasformato in stand up comica è soffocato in nome della fratellanza della tonaca. Ma nelle sacre stanze c’è chi se l’è legata al dito. Una scena con accenti da Maurizio Crozza, i vescovi che gli facevano ala si sono esibiti in risate di approvazione che hanno aggiunto imbarazzo a imbarazzo. Il solo cardinal Francesco Coccopalmerio è rimasto pietrificato da ciò che stava ascoltando.

    Le tre ragioni elencate dall’arcivescovo di Milano per giustificare la scelta e legittimare il sorpasso sarebbero state: “Il Papa pensa che l’arcivescovo di Milano sia troppo occupato e ha voluto dare un po’ di lavoro anche al vescovo di Como”, “Il Papa pensa che il metropolita bauscia di Milano non sappia nemmeno dove sia Roma e sarebbe meglio non coinvolgerlo nel governo della Chiesa universale”, “Il Papa è tifoso del River Plate (in realtà del San Lorenzo de Almagro, tessera numero 88.235, ndr) che è una squadra che non vince e per affinità ha scelto Como, una città che non ha una squadra di calcio vincente perché lo scudetto è a Milano”. Tutto questo a un metro dal raggelato neocardinale Cantoni. Come ridurre tutto a una macchietta. Chissà perché torna alla mente la frase di Jep Gambardella ne La Grande Bellezza: “Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire”.

    Delpini ha deciso di accendere la miccia, nascondendo la frustrazione dietro il sarcasmo, con una domanda retorica: “Quali sono i motivi che hanno spinto il Papa a imporre la berretta a un vescovo lombardo e non al suo rispettivo metropolita?”. Si è risposto da solo: superlavoro, navigatore rotto e football. Ma questo è folclore, ovviamente.

    Fra le cause del declassamento ce n’è una inconfessabile, che il nostro giornale ha raccontato dall’inizio alla fine: le responsabilità oggettive dell’Arcidiocesi nella gestione del caso di pedofilia sacerdotale che ha visto protagonista don Mauro Galli, condannato in secondo grado a cinque anni e sei mesi per abusi sessuali su un adolescente a Rozzano. La Cassazione ha rimandato il processo in Appello per un vizio di forma e c’è il rischio concreto che la sentenza venga congelata dalla prescrizione.

    Al tempo dei fatti (dicembre 2011) Delpini era vicario episcopale e invece di proporre l’apertura dell’ “indagine previa” (l’inchiesta prevista dal diritto canonico per accertare i fatti) decise semplicemente di trasferire il sacerdote a Legnano, sempre in unità parrocchiali con oratori, quindi a contatto con potenziali giovani vittime. Un atteggiamento che il Papa avrebbe in seguito condannato nel motu proprio “Vos estis lux mundi”, allargando l’imputabilità anche ai vescovi e agli altri prelati, cosiddetti omertosi o insabbiatori. Lo stesso Francesco aveva nominato Delpini arcivescovo nel 2017, quando il caso non era ancora arrivato in tribunale a Milano. E quando i pochi giornali che ne parlavano (noi in prima fila) venivamo additati dalle alte sfere della comunicazione ecclesiastica come dei “divulgatori di fake news”.

    Ecco perché la vicenda comasca non è fine a se stessa ma ci riporta nella terra di mezzo di peccati e peccatori. È difficile che le scelte del Papa non tengano conto del pregresso. L’arcivescovo metropolita lo sa e forse si sente al capolinea. Ma stando a Milano può sempre rivincere lo scudetto.

    (trascrizione da La Verità del giorno 3 settembre 2022)

  • Così la chiesa assolve e copre il prete pedofilo sotto falso nome

    Così la chiesa assolve e copre il prete pedofilo sotto falso nome

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI – Quante facce può avere un prete? Quante vite, con la tacita complicità di chi lo circonda? Sicuramente più di un’identità, come dimostra l’incredibile storia di don Silverio Mura. Il prete, pedofilo, ha viaggiato in questi anni lungo la penisola coperto e assecondato dalle autorità ecclesiastiche, avvalendosi per un periodo persino di un falso nome: una vicenda che sarebbe grottesca se non fosse innanzitutto tragica. Ancora oggi, nonostante sia sotto processo per sostituzione di persone e una sentenza del novembre 2021 certifichi gli abusi commessi a danno di un minore, è incardinato nella diocesi di Napoli ma nessuno in curia sa o vuole dire dove eserciti attualmente il ministero, se sia in ritiro spirituale o ancora una volta a contatto con dei bambini.

    Don Silverio, 63 anni, nel 2010 viene accusato da Arturo Borrelli, oggi ultraquarantenne, di averlo ripetutamente stuprato quando era ragazzino: i fatti risalgono a trent’anni fa, dunque il reato in sede penale è ormai prescritto; tuttavia nel novembre scorso il Tribunale civile di Napoli ha riconosciuto alla vittima un risarcimento di oltre 320mila euro per i danni conseguenti agli abusi sessuali  subiti  da don Silverio Mura. Con una sentenza di primo grado che riconosce attendibile il racconto di Borrelli, il tribunale ha condannato in solido don Mura e il Miur, il Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, perché l’adescamento è avvenuto nella scuola media di Ponticelli, dove all’epoca don Mura era insegnante di religione.

    Artura all’epoca ha soltanto tredici anni: «Don Silverio mi portava nell’appartamento che condivideva con la sorella e la madre anziana: in una stanza con le tapparelle abbassate e la porta bloccata da una poltrona, mi ha stuprato per tre anni, all’inizio anche più volte a settimana», racconta.

    Diventato adulto, Arturo comincia a soffrire di svenimenti e attacchi di panico. Nel 2009 ha un malore sul lavoro: «mi sentivo morire e ho confessato tutto a mia moglie e a mia madre», spiega. L’anno successivo inizia il calvario delle denunce: si rivolge ai carabinieri ma il reato è ormai prescritto; chiede un incontro con il cardinale Crescenzio Sepe, all’epoca arcivescovo di Napoli, ma non ottiene risposta, soltanto una bustarella con 250 euro, consegnata a mano da due emissari della Caritas. Riesce ad avere un colloquio con il vescovo ausiliare Lucio Lemmo, ma senza esito. Una prima indagine viene comunque svolta dal vicario generale e, anche se non riscontra prove di abusi, la curia concorda con il prete un periodo sabbatico in una comunità religiosa fuori dalla diocesi. In realtà don Mura continua a insegnare religione ai ragazzi: prima all’alberghiero di Cicciano, a pochi chilometri da Napoli, e poi, nel 2013, in una scuola media del capoluogo. Esasperato, Borrelli nel 2014 torna alla carica chiedendo un risarcimento alla curia di Napoli; scrive anche a papa Francesco, che gli risponde assicurandogli che si occuperà del caso. A quel punto la Congregazione per la dottrina della fede, che si occupa di sanzionare anche i delitti dei chierici contro i minori, affida all’arcidiocesi di Napoli l’incarico di svolgere l’investigatio previa su don Mura, che terminerà due anni dopo con la decisione di non procedere con un processo penale canonico per mancanza di «elementi sufficienti».

    Il tempo passa e la vicenda stagna. Borrelli, sempre più frustrato, minaccia di suicidarsi con un colpo di pistola davanti alla sede della curia se non avrà una risposta sul suo caso: come unico risultato, perde il lavoro di guardia giurata. Intanto, don Silverio Mura, formalmente in ritiro in una comunità religiosa, si sta in realtà preparando alla sua seconda vita. Nel 2016 infatti si presenta con il nome di Saverio Aversano a don Simone Baggio, parroco di Montù Beccaria, un piccolo centro di 1600 anime sulle colline pavesi. È accompagnato dall’ex parroco del paese, padre Egidio Pittiglio, all’epoca superiore generale dei Missionari della Divina Redenzione, la stessa congregazione, guarda caso, a cui don Silverio era stato affidato sin dal 2010, al momento della prima accusa di Borrelli.

    A don Silverio, alias Saverio Aversano (cognome di sua madre) viene assegnata la cura dell’oratorio e il catechismo dei bambini della parrocchia e nessuno a Montù forse si sarebbe accorto della sua falsa identità, se non fosse stato per una trasmissione delle Iene, che il 7 marzo 2018 manda in onda proprio un servizio sul caso di Borrelli e don Mura. Don Silverio/Saverio viene riconosciuto da una parrocchiana e in breve la notizia si sparge. Anche troppo, dato che quando le madri dei piccoli del catechismo due giorni dopo si presentano alla lezione per fronteggiare il sacerdote, questo si è già dato alla macchia. Interrogati sul fatto dai genitori, il parroco, padre Simone Baggio (anche lui appartenente alla Congregazione dei missionari della Divina Redenzione) e lo stesso monsignor Vittorio Viola, all’epoca vescovo di Tortona, alla cui diocesi appartiene la chiesa di Montù Beccaria, cadono dalle nuvole.

    «Il parroco ci disse che lo aveva incaricato del catechismo perché si stava riprendendo da un esaurimento nervoso e doveva stare tranquillo», racconta Elena (nome di fantasia), madre di uno dei bambini del catechismo della parrocchia di Montù. «A fare da tramite era stato padre Pittiglio – continua Elena – non è un caso che quando il prete è stato riconosciuto, lo stesso Pittiglio si è precipitato a Montù dalla Campania». Dal canto suo, l’ex sindaco Quaroni oggi afferma di aver sempre saputo che il vero nome di don Saverio era Silverio Mura: «ho tenuto i suoi documenti per dieci giorni in Comune, ha anche votato per il referendum consultivo del 2017», dice. Niente di strano, secondo Quaroni: «non è l’unico a farsi chiamare con un nome di battesimo diverso». Ma il cognome? «Di quello non sapevo niente».

    Intanto a Napoli spunta un’altra presunta vittima, Raffaele Esposito, un uomo di qualche anno più giovane di Borrelli, che sostiene di essere stato anche lui abusato da don Mura quando era bambino. Di fronte a tanto clamore, la macchina ecclesiastica si mette in moto e, come si legge in una nota della curia arcivescovile di Napoli, impone le misure cautelari al sacerdote a partire dal 15 maggio 2018. Anche la Congregazione per la dottrina della fede torna sul caso, affidando al Tribunale Ecclesiastico Metropolitano di Milano la celebrazione di un processo penale giudiziale a carico di don Mura, «per valutare eventuali responsabilità dell’accusato» in tema di violenza su minori. Processo che si concluderà il 1° marzo 2019 con l’assoluzione (e il pieno reintegro) del prete perché, si legge nel dispositivo della sentenza, non si ravvisano «elementi veramente solidi che consentano di ritenere provate le accuse mosse al reverendo sacerdote Silverio Mura». «Per la Chiesa non è colpevole ma il processo è stato fatto senza ascoltare le vittime – commenta Arturo Borrelli – Raffaele Esposito e io non siamo mai stati sentiti a Milano».

    La questione viene riaperta, come abbiamo visto, dalla sentenza del Tribunale civile di Napoli, che condanna il prete al risarcimento mentre assolve il cardinale Crescenzio Sepe e il vescovo Lucio Lemmo. Ora è in corso il processo di appello, ma sono tante le domande ancora senza risposta: chi faceva recapitare le lettere a don Mura a Montù Beccaria sotto il falso nome di don Aversano? Come facevano i vescovi, a Napoli e a Tortona, a non conoscere le modalità di trasferimento di un sacerdote da una diocesi ad un’altra? Chi ha agevolato l’ennesima fuga del prete e, soprattutto, dov’è oggi il pedofilo don Silverio?

    Le gerarchie ecclesiastiche, ripetutamente interpellate da Domani, non rispondono. Non risponde il cardinale Crescenzio Sepe, né l’attuale vescovo di Napoli Domenico Battaglia; in curia non è stato possibile rintracciare nemmeno uno dei tre vicari generali e padre Egidio Pittiglio, raggiunto al telefono, si è rifiutato di parlare. A Montù Beccaria, dove sono andata di persona, ho scoperto che don Simone Baggio è all’estero e il suo sostituto in parrocchia, il suo confratello Mirko Mazzoleni Ferracini, ha sostenuto di non essere al corrente dei fatti perché arrivato da poco in paese – anche se risulta al servizio della comunità da più di dieci anni.

    Un muro di silenzio si oppone anche alle legittime preoccupazioni dei fedeli. Le madri dei bambini di Montù Beccaria nel maggio del 2018, dopo la sua fuga dal paese, si erano rivolte persino a Sepe e avevano ricevuto soltanto una generica rassicurazione sul proseguimento delle indagini su un prete che – scrive il cardinale in risposta alla mail di Elena del maggio 2018 – «certamente non è stato lasciato libero, allora come oggi, di girare per l’Italia e svolgere senza controllo il ministero sacerdotale». Quindi la curia, come era facile immaginare, era a conoscenza degli spostamenti del sacerdote e della sua doppia identità, così come è difficile non pensare a una complicità dei Missionari della Divina Redenzione, che da anni gestiscono la comunità parrocchiale di Montù: le responsabilità saranno comunque accertate dal procedimento penale che si è aperto lo scorso ottobre a carico di don Mura, rinviato a giudizio per il reato di sostituzione di persona davanti al Tribunale di Pavia.

    «Sepe ha sempre fatto di tutto per insabbiare il caso», rincara da parte sua Arturo Borrelli, che ha provato diverse volte a farsi ricevere dal cardinale, oggi emerito e membro del Dicastero per la dottrina della fede. Nel 2016 l’aveva anche denunciato «per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio» in una lettera al prefetto del Dicastero per i vescovi, il cardinale Marc Ouellet, anche lui recentemente coinvolto nella bufera degli abusi sessuali nella Chiesa. Ironia della sorte, o ennesimo ingrediente di una romanzo criminale che è ancora ben lontano dalla parola fine.

     

  • IL CARDINALE CANTONI VOLEVA “SALVARE” IL PEDOFILO INZOLI

    IL CARDINALE CANTONI VOLEVA “SALVARE” IL PEDOFILO INZOLI

    Mentre in Belgio il vescovo salesiano Van Looy ha rinunciato alla nomina cardinalizia, consapevole che sarebbe scoppiato un caso che avrebbe creato non pochi grattacapi al Papa, in Italia Oscar Cantoni è stato celebrato da tutta la stampa locale e nazionale come unico cardinale elettore italiano di questo concistoro. Basta scorrere le pagine dei giornali lombardi per vedere quanto incenso è stato speso per un uomo che, parafrasando il vescovo Delpini, non si è ancora capito per quale motivo sia stato elevato alla dignità cardinalizia. Una risposta pare esserci e assomiglia molto alla vicenda Zanchetta.

    Le medesime “colpe” che potevano essere contestate a Van Looy sono le medesime che troviamo nello scarno curriculum di Oscar Cantoni. Non solo il vescovo di Como ha ordinato sacerdote, don Martinelli, giovane che era conosciuto in tutto lo Stato della Città del Vaticano per i suoi modi ben poco amabili e con pesanti accuse di molestie su un confratello, ma, nella vicenda che vede protagonista don Mauro Inzoli, Cantoni voleva salvarlo dandogli solo 5 anni di “pena medicinale”.

    La vicenda Inzoli

    Il 29 giugno 2016, don Mauro Inzoli, per quindici anni presidente del Banco Alimentare, veniva condannato dal tribunale di Cremona a 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali ai danni di cinque minorenni. Il più piccolo aveva 12 anni e il più grande 16. In ambito canonico il procedimento nei confronti del sacerdote era partito da un bel pezzo. Ed un ruolo chiave lo ebbe proprio Oscar Cantoni, allora vescovo di Crema, diocesi dove il sacerdote era incardinato.

    La sentenza della Congregazione per la Dottrina della Fede (oggi Dicastero) dice chiaramente “il 21 luglio 2011 questo Dicestero affidò al Vescovo di Crema, quale proprio Delegato, il compito di svolgere un processo penale amministrativo ex can. 1720 CIC nei confronti del chierico”.  A capo della diocesi di Crema c’era proprio Oscar Cantoni, il quale ricevette le denunce nei confronti di don Mauro Inzoli già nel 2010.

    Il Cardinale Muller continua: “nell’istruttoria furono raccolte le denunce di 11 minori maschi, due minori femmine ed emersero gli indizi di possibili abusi su altri sette minori”. Stiamo parlando di venti minorenni! 

    Alle contestazioni Inzoli risponde confessando. “Vista la parziale confessione dei fatti addebitati da parte del reo e la sua impossibilità di presentare elementi a proprio discolpa, nonché considerate la gravità e imputabilità dei delitti, che, manifestando una strategia diuturna e costante, per quanto influenzata dalla struttura psicologica della persona, era chiaramente riferibie a dolo, il Vescovo di Crema – dopo essersi consultato con i propri Assessori – ritenne raggiunta la necessaria certezza morale circa il compimento degli abusi”. Quindi, Inzoli confessa e il Vescovo Oscar Cantoni ritiene che gli abusi sono stati perpetrati. 

    Nonostante questo, Cantoni firma un decreto, il 25 agosto 2012, che condanna Inzoli ad una pena di soli 5 anni. Addirittura si rivolgeva ai fedeli di Crema dicendo: la finalità dello “spirito ecclesiale è sempre di accompagnare maternamente i suoi figli, anche quando sbagliano, piuttosto che far prevalere giudizi di condanna”. 

    Sì, le accuse nei confronti del sacerdote furono ritenute da Cantoni provate ma non pensò di dimetterlo dallo stato clericale. Gli impose di vivere fuori dalla diocesi di crema, gli tolse ogni impegno pastorale e gli impose la celebrazione della Santa Messa in privato. Per soli 5 ANNI.

    Per fortuna gli atti del processo, come prevedeva il Motu Proprio Sacramentorum Sanctitatis Tutela, dovevano essere trasmessi alla Congregazione per la Dottrina della Fede per ottenere conferma del decreto. Il 09 novembre 2012 (regnante il Sommo Pontefice Benedetto XVI) la Congregazione si rivolge al vescovo Oscar Cantoni e dice: “considerata la gravità, la diuturnità e la continuità degli abusi perpetrati” devi riformulare il decreto imponendo la pena della dimissione dallo stato clericale e non le pene temporali che hai dato. 

    Il Cardinale Gerhard Ludwig Müller e il suo Dicastero, sostanzialmente dicevano a Cantoni: se è provato il delitto, se ha confessato, se ha anche reiterato il tutto, per quale assurdo motivo bisognerebbe essere clementi? La domanda quindi è: perchè Cantoni voleva salvare don Mauro Inzoli nonostante avesse la certezza che aveva abusato di minori? 

    Solo dopo che la Congregazione glielo impose, Cantoni emise il decreto di dimissione allo stato laicale di don Mauro Inzoli. Il sacerdote, il 30 gennaio 2013, fece ricorso alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede e i Membri, il 29 maggio 2013, lo rigettarono con 14 voti a favore, 1 astenuto e 1 contrario.

    La richiesta al Papa

    Inzoli non si scoraggiò e grazie anche al suo vescovo, riuscì ad arrivare al Papa. Francesco, eletto da pochissimo, decise di fregarsene altamente di ciò che decise la Congregazione e avocò a sè la causa. Non solo, addirittura decise di concedere ad Inzoli il perdono, proprio come voleva Cantoni, e “in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo”, invitava Mons. Inzoli “a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza”. Pertanto, il Pontefice non imponeva la pena più grave ad un prete pedofilo ma, addirittura, lo salvò “dalle grinfie” della Congregazione per la Dottrina della Fede. 

    L’ex Sant’Uffizio rimase sconvolto. Con tutto ciò che stava emergendo in merito agli abusi sessuali commessi dai presbiteri, il Papa appena eletto graziava un sacerdote che aveva abusato una ventina di bambini? “Rimanemmo sbalorditi quando ci arrivò la richiesta, da parte del Papa, di emettere il decreto 665/2010. Evidentemente qualcuno ebbe accesso privilegiato a Santa Marta” riferisce a Silere non possum uno dei quattordici votanti della Congregazione.

    «Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Spero che sia chiaro», diceva così Francesco alla Pontificia Commissione per la Tutela dei minori nel 2017. Eppure il 06 giugno 2014 il Papa dava mandato alla Congregazione per la Dottrina della Fede di emettere un decreto con il quale salvava don Inzoli e gli imponeva solo delle pene temporali proprio come gli chiese il Vescovo Oscar Cantoni, oggi promosso cardinale di Santa Romana Chiesa. 

    Quella firma Francesco l’ha messa eccome. Già nel 2014 il Papa si affidava al giudizio degli amici e non di chi, con competenza, tentava di mettere fine agli abusi sui minori commessi da un uomo potente.

    Costretto a tornare sui suoi passi

    A Francesco era stato detto che Mons. Inzoli aveva la passione per il lusso, il suo soprannome era “don Mercedes”, ma decise comunque di salvare quel prete che aveva sulla coscienza la vita di numerosi giovani di cui aveva abusato rovinando la loro vita per sempre. Il giudice italiano scriveva che Inzoli abusava dei minori “approfittando con spregiudicatezza della propria posizione di forza e di prestigio, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali ed anche nel corso del sacramento della Confessione, ammantando talora le proprie condotte di significato religioso così confondendo ulteriormente i giovani”. 

    Solo dopo che il vescovo Oscar Cantoni uscì di scena, vennero raccolte ulteriori testimonianze ed emerse che Inzoli aveva reiterato gli abusi nonostante le pene che gli erano state comminate (come ha riferito lo stesso Pontefice alla Pontificia commissione per la tutela dei minori nel 2017). Sostanzialmente, proprio grazie ai provvedimenti che Francesco gli concesse, Mons. Inzoli potè continuare ad abusare di alcuni minori. Il nuovo vescovo di Crema, Daniele Gianotti, raccolse le testimonianze e le inviò a Roma. A quel punto il Papa non potè far altro che dimettere dallo stato clericale Mons. Inzoli. Ma sulla coscienza il Papa ha la vita di quei giovani che fra il 2014 e il 2017 si ritrovarono ancora Inzoli fra le coperte.

    Per gli amici non ci son santi in paradiso

    In Cassazione don Mauro Inzoli è stato condannato a 4 anni, 7 mesi e 10 giorni di reclusione. In Italia il processo si era ridotto a contestare gli abusi su cinque ragazzi, per via della prescrizione: il più piccolo di 12 anni, il più grande di 16, il tutto avvenuto fra il 2004 e il 2008.

    Nonostante questo episodio, il quale si aggiunge alla vicenda del Preseminario San Pio X, dove Cantoni ha dimostrato completa incompetenza, Francesco ha elevato il vescovo di Como alla dignità cardinalizia. Ancora una volta il Pontefice dimostra che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

    M.P.