In modo diretto e chiaro, senza eufemismi, la Rete di Sopravvissuti all’abuso sessuale ecclesiastico ha presentato la mappa di questo vero flagello che è venuto alla luce in Cile, con un atto realizzato nell’auditorio del Museo della Memoria e dei Diritti Umani. Qui riportiamo il discorso di Helmut Kramer, uno delle Guide e coordinatori di questa Rete, con il quale si è chiuso l’evento:
“Noi sopravvissuti che riuniscono questa rete siamo persone che nella nostra infanzia, gioventù o anche ora da adulti, abbiamo sofferto di abuso di potere, abuso di coscienza, abuso sessuale, da parte di sacerdoti, religiosi, laici in ambienti ecclesiastici.
Siamo anche quelli che hanno sofferto l’occultamento sistematico da parte della Chiesa Cattolica per decenni, che ha protetto questi delinquenti facendo loro cambiare, volta dopo volta, città e paesi, nascondendoli dalla giustizia e mascherando questa impunità sotto l’apparenza di un castigo.
Noi sopravvissuti siamo quelli che giorno dopo giorno ricordano a quelli che se ne sono andati senza vedere giustizia, a quelli che si sono suicidati per non riuscire a sopportare oltre le conseguenze di questo delitto. Lottiamo anche in loro nome.
Noi sopravvissuti siamo il silenzio di un abuso costante, sistematico, aggressivo, castratore, che ha cercato di denigrarci, mercificarci, elevando i nostri abusanti a seggi di un potere morboso, immorale e illegale.
Siamo questo silenzio che giorno dopo giorno si sveglia, che si trasforma in voce e in organizzazione, che denuncia l’abuso reiterato di membri della Chiesa Cattolica, che denuncia le sue reti di protezione e occultamento, che denuncia una struttura abusiva.
Siamo un coro di voci che esige trasformazioni profonde per far terminare l’abuso nella nostra società. Il nostro sogno è che i sopravvissuti di abusi sessuali siano una specie in via di estinzione. Questo ci spira a creare questa mappa imperfetta.
Noi non dovremmo star facendo mappe. Dovremmo essere seduti a curare e assistere organismi dello Stato nel nostro cammino di sanazione. Ma con dolore ci rendiamo conto che gli incubi dei nostri abusi si incrociano con un orrore del presente: bambini, adolescenti e persone vulnerabili in questo momento sono in pericolo, e per questo reagiamo!
La nostra società sta comprendendo che l’abuso ecclesiastico non è un tema tra l’abusante e la persona abusata, e non è nemmeno un problema privato tra chi denuncia e la Chiesa Cattolica. È una violazione flagrante dei diritti umani di bambine, bambini, adolescenti e adulti che lascia conseguenze che ci hanno marcato per la vita. Purtroppo questo processo di comprensione per poi passare all’azione ci sembra troppo lento quando ciò si tratta di infanzie rubate.
Questa mappa imperfetta che oggi consegniamo alla società cilena è un grido corale che rompe il silenzio. Molti di noi hanno dato la loro testimonianza mille volte ai mezzi di comunicazione cercando di creare coscienza, sensibilizzare, allertare il paese di crimini sistematici. Adesso gli regaliamo questa mappa.
Purtroppo questa è una mappa del presente, magari un giorno fosse solo parte della memoria dei delitti aberranti commessi in terra cilena e niente di più. Ma siamo ancora molto lontani.
Dopo aver sofferto l’abuso ognuno di noi ha pensato di essere come quello straccio vecchio che il delinquente abbandonava in un angolo dopo essersene soddisfatto. Credeva di essere solo, incarcerato in una prigione di eterno dolore, a soffrire. Quello che abbiamo scoperto in seguito è che il danno permanente che abbiamo ricevuto ha coinvolto anche le nostre famiglie e le conseguenze di questo crimine ci accompagnano per il resto delle nostre vite. Siamo un problema di salute pubblica. Perché oltre a fare delle nostre vite una sofferenza quotidiana, coinvolgendo le nostre relazioni sociali, di lavoro, familiari, tutto, chi deve assumersi il costo medico e umano delle conseguenze di questi delitti? Chi si occuperà di incoraggiare e ricevere migliaia di persone che continuano ad essere intrappolate nel silenzio imposto dall’abuso?
Questa rete chiede al presidente del Cile Sebastian Piñera di rispondere alla richiesta che gli abbiamo fatto il giorno 3 agosto dell’anno scorso per la creazione di una Commissione Presidenziale che permetta di avanzare nella ricerca della Verità, della Giustizia e del Risarcimento per centinaia di sopravvissuti nel nostro paese. Se lo Stato cileno continua a guardare di sbieco gli abusi da parte della Chiesa cilena, sapendo che questi delitti non sono questioni del passato, sapendo che sono state un’azione sistematica nella storia del nostro paese, come sistematico è stato la copertura di questi delinquenti, se lo Stato cileno interagisce con fermezza confermerà il nostro sospetto che sia complice di violazione dei diritti umani E quindi non ci rimarrà altra scelta che ricorrere alla corte internazionale.
Ci sostiene la Convenzione dei diritti del Bambino; la Convenzione contro la Tortura e Altri Maltrattamenti o Pene Crudeli, Inumane o degradanti; la Convenzione sull’Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione contro la Donna (CEDAW); la Convenzione interamericana per prevenire, sanzionare e sradicare la Violenza contro la Donna – “ Convenzione di Belém do Parà”; la Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità, tra altri documenti firmati e/o ratificati dallo Stato del Cile.
Questa rete appoggia il progetto di legge di imprescrittibilità dei delitti sessuali del Cile, se guardate le date degli abusi e la data delle denunce che abbiamo ricavato in questa mappa imperfetta vedrete che per decenni abbiamo taciuto i nostri abusi E sappiamo troppo bene come il dolore, l’umiliazione, e addirittura la colpa assurda di essere stati abusati poco dopo poter parlare tardi ad uscire. Solo 4 persone su 10 racconteranno a un gruppo di cui si fidano il crimine che hanno sofferto e solo tra il 6 e il 10% lo denuncerà.
Questa rete appoggia anche tutti progetti di legge che vogliono mettere fine ai privilegi che mantiene la Chiesa cattolica, crediamo profondamente all’uguaglianza totale davanti alla legge.
Questa rete allerta anche le famiglie e lo Stato che ogni giorno affidano alla Chiesa cattolica o alle sue congregazioni bambine, bambini e adolescenti affinché guardino questa mappa imperfetta e si fermino un attimo a pensare se possono dormire tranquilli sapendo che tra l’11% e il 15% del clero cileno è coinvolto in delitti sessuali contro l’infanzia.
Approfittiamo di questa opportunità per fare una chiamata a tutti i sopravvissuti di abusi ecclesiastici del Cile a denunciare i loro abusanti difronte alla giustizia cilena. Li invitiamo a presentarsi alla Procura del Cile a denunciare e contribuire con le informazioni che ricordano sia degli abusanti che di altre persone membri della Chiesa che in un dato momento seppero degli abusi e rimasero in silenzio o realizzarono atti di insabbiamento.
Noi sopravvissuti chiediamo allo Stato e alla società di fare il loro dovere. Giustizia, riparazione e prevenzione sono chiari obblighi dei poteri statali e ci turba che continuino a non preoccuparsi di una questione che interessa le generazioni che si stanno formando. Voi siete responsabili di fermare tutto questo: mentre noi ci stiamo riunendo qui, una bambina, un bambino, un adolescente sta stupendo abusi ed è più vicino di quello che voi possiate vedere. Noi continueremo a fare la nostra parte, il vostro intervento è urgente.
Francesco preso in contropiede. Nessun cenno agli insabbiamenti. E dettagli su una Chiesa boccaccesca. Perché il testo che associa rivoluzione sessuale del ’68 e pedofili ha creato un terremoto.
Contrordine fratelli, la pedofilia nella Chiesa non è colpa degli abusi di potere, del clericalismo, del mostruoso deficit formativo su affettività e sessualità nei seminari come ripetono Francesco e i suoi collaboratori.
No, secondo Joseph Ratzinger all’origine del problema c’è la rivoluzione sessuale e dei costumi del 1968 dintorni. Il nemico è fuori della Chiesa che è stata corrotta dal mondo, dal diavolo sempre in agguato; fino a un certo punto però, perché in quel clima libertino e immorale creatosi negli Anni 60, è maturato pure il Concilio Vaticano II che – male interpretato – ha messo in soffitta la teologia morale – “la tradizione” – e con essa la differenza certa fra bene e male; di sicuro dalle società senza Dio nasce anche la pedofilia, perché tutto è autorizzato e permesso. Così almeno la pensa il tedesco, papa emerito, per 24 anni – dal 1981 al 2005 – a capo della Congregazione per la dottrina della fede e dal 2005 al 2013, per altri otto anni, alla guida della Chiesa di Roma come Benedetto XVI fino al gesto clamoroso delle dimissioni.
IL PAPA EMERITO NON SI È RITIRATO: E INTERFERISCE CON FRANCESCO
Ratzinger doveva ritirarsi in Vaticano a vita privata per non interferire con il papa in carica, ma di tanto in tanto in tanto sente nostalgia del suo ruolo pubblico, non resiste e si mette a scrivere lettere, testi, piccoli pamphlet. Come quello dedicato al tema degli abusi sessuali del clero e destinato alla pubblicazione sulla testata tedesca Klerusblatt, mentre in Italia l’ha diffuso il Corriere della sera.
VATICANO CHOC: GLI UOMINI DELLA COMUNICAZIONE PRESI ALLA SPROVVISTA
Ratzinger afferma di aver avuto «contatti con il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, e con lo stesso Santo padre» per la stesura e, pare, la pubblicazione o diffusione delle 18 pagine, anche se il passaggio in merito è piuttosto vago. Eppure il Vaticano, pur dotato di un articolato apparato comunicativo per altro di recete rinnovato negli uomini chiave, è stato preso completamente alla sprovvista; in poche parole i responsabili della comunicazione e dei media non erano stati informati e sono stati presi in contropiede. La cosa ha destato sconcerto soprattutto considerato l‘impatto mediatico inevitabile che avrebbe avuto un intervento scritto del papa emerito su un tema così scottante. Avrà giocato un ruolo nella pubblicazione per esempio monsignor Georg Gaenswein, fedele amico e tuttora segretario particolare di Ratzinger? È una domanda che è legittimo porsi.
JOSEPH CAPO DELL’OPPOSIZIONE TRADIZIONALISTA AL RIFORMATORE FRANCESCO?
In ogni caso il portale Vatican news e L’Osservatore romano hanno riportato la notizia dell’intervento dell’emerito come fosse una news fra le tante, senza minimizzare e soprattutto però senza enfatizzare. Ambienti ultra-ratzingeriani, del resto, negli ultimi anni, hanno cercato di accreditare, un po’ fantasiosamente, la figura dell’ex pontefice tedesco come capo di un’opposizione tradizionalista al papato attuale giudicato troppo riformatore e per questo detestato e giudicato eretico in ambienti “ultrà”. Non è il primo caso in cui si creano tensioni legate alla persona di Ratzinger, magari usata un po’ strumentalmente da alcuni; di certo però l’ex prefetto della dottrina della fede ci mette del suo, se non altro per il gusto alla disputa teologica che lo caratterizza. Ma, al di là dell’episodio, Oltretevere resta sempre aperto li capitolo “comunicazione istituzionale”: è infatti su questo terreno che si giocano complesse partite di potere e conflitti interni.
Nel merito del testo in oggetto, tuttavia forse c’è una nota personale in più – pure accennata da Ratzinger – circa le responsabilità da lui a lungo ricoperte al vertice della Chiesa. Date le dimensioni raggiunte dallo scandalo, infatti, che hanno pure indotto papa Francesco a convocare un summit straordinario in Vaticano fra tutti i capi delle conferenze episcopali del mondo per affrontare il problema, Ratzinger ci tiene a sottolineare che lui e Giovanni Paolo II avevano in realtà cominciato a intraprendere un cammino per arginare il fenomeno (favorendo la procedura di riduzione allo stato laicale); non erano insomma rimasti inerti mentre la metastasi corrompeva il corpo della Chiesa.
NESSUN RIFERIMENTO A INSABBIAMENTI, COPERTURE E COMPLICITÀ
Di fatto, però, quella dell’ex arcivescovo di Monaco resta una trattazione prevalentemente sociologica, puntellata di osservazioni personali, a volte curiose e bizzarre, che non fa i conti fra l’altro con la gigantesca opera di insabbiamento e copertura dei crimini messa in atto da decine di diocesi e vescovi in tutto il mondo non di rado con la complicità del Vaticano.
Ratzinger scivola sulle date: migliaia di abusi sono avvenuti negli Anni 50 per proseguire fino agli Anni 2000. Dunque c’erano prima della rivoluzione sessuale del ’68 e anche parecchio tempo dopo
Il fenomeno delle “coperutre” non è praticamente toccato nel pamphlet, eppure è proprio su questo punto – la protezione offerta dall’istituzione ai pedofili – che esplode lo scandalo e che gli anni del pontificato wojtyliano risultano decisivi. Inoltre Ratzinger scivola sulle date e fa partire gli scandali dagli Anni 60, ma in realtà migliaia di abusi – come è emerso ormai da diverse indagini giudiziarie e rapporti di commissioni d’inchiesta governative – sono avvenuti negli Anni 50 e anche prima, per proseguire fino a tutti gli Anni 2000. Dunque le violenze sui minori c’erano prima della rivoluzione sessuale e anche parecchio tempo dopo.
IL COLLASSO SPIRITUALE CHE AVREBBE PORTATO «VIOLENZA» E «AGGRESSIVITÀ»
Scrive poi il papa emerito: «Tra le libertà che la rivoluzione del 1968 voleva conquistare c’era anche la completa libertà sessuale, che non tollerava più alcuna norma. La propensione alla violenza che caratterizzò quegli anni è strettamente legata a questo collasso spirituale». E aggiunge: «In effetti negli aerei non fu più consentita la proiezione di film a sfondo sessuale, giacché nella piccola comunità di passeggeri scoppiava la violenza. Poiché anche gli eccessi nel vestire provocavano aggressività, i presidi cercarono di introdurre un abbigliamento scolastico che potesse consentire un clima di studio». Insomma sotto accusa c’è tutta un’epoca. «Della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente», afferma Ratzinger che aggiunge: «Quantomeno per i giovani nella Chiesa, ma non solo per loro, questo fu per molti versi un tempo molto difficile».
RESPONSABILITÀ DEL CONCILIO, UN CLASSICO DI RATZINGER
Inoltre, spiega, si assiste al «collasso della teologia morale cattolica» figlio del Concilio Vaticano II. Del resto che la riforma conciliare sia, almeno in parte, responsabile dello scandalo delle violenze sui minori, è una vecchia teoria di Ratzinger già enunciata dall’allora Benedetto XVI nella celebre “lettera ai cattolici d’Irlanda” del 2010 dedicata allo scandalo cha aveva devastato la chiesa irlandese. «Il programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano II», scriveva, «fu a volte frainteso e in verità, alla luce dei profondi cambiamenti sociali che si stavano verificando, era tutt’altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti. In particolare, vi fu una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, a evitare approcci penalinei confronti di situazioni canoniche irregolari».
Secondo il pensiero del papa emerito la Chiesa post-conciliare è stata lassista e poco propensa a processare i colpevoli
Benedetto XVI aggiungeva: «È in questo contesto generale che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi, che ha contribuito in misura tutt’altro che piccola all’indebolimento della fede e alla perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti». La Chiesa post-conciliare è stata quindi lassista e poco propensa a processare i colpevoli, concetto che, secondo la ricostruzione offerta nel pamphlet, fu reintrodotto dallo stesso Ratzinger da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, anche se poi, aggiunge, vi furono ritardi nell’applicazione.
ANEDDOTI SUI FILM PORNOGRAFICI MOSTRATI AI SEMINARISTI
Ratzinger, in definitiva, se l’è presa ancora una volta con il «processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale», ricordando nel suo nuovo intervento, a riprova, che «in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio. I miei libri venivano nascosti come letteratura dannosa e venivano per così dire letti sottobanco». Quindi descrive un clima dissoluto nella Chiesa tedesca e rileva come «in diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari», poi regala aneddoti pruriginosi come questo: «Un vescovo, che in precedenza era stato rettore, aveva mostrato ai seminaristi film pornografici, presumibilmente con l’intento di renderli in tal modo capaci di resistere contro un comportamento contrario alla fede. Vi furono singoli vescovi, e non solo negli Stati Uniti d’America, che rifiutarono la tradizione cattolica nel suo complesso mirando nelle loro diocesi a sviluppare una specie di nuova, moderna “cattolicità”».
UNA SORTA DI CHIESA BOCCACCESCA TRA SESSO E DIAVOLO
Una sorta di Chiesa boccaccesca dove finalmente, dopo secoli, il sesso e il diavolo impazzavano. In realtà, al di là di qualche spigolatura, il testo dimostra come vi sia una pluralità di interpretazioni su una crisi che ha scosso la Chiesa nelle fondamenta. Nel frattempo in Vaticano, secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, sono allo studio linee guida destinate a tutte le chiese nazionali per toccare il delicato e nevralgico nodo della denuncia dei vescovi che hanno insabbiato i casi di abuso e violenza.
«La Chiesa ha un grosso problema di sessuofobia e questo scritto di Joseph Ratzingerpurtroppo lo conferma». È quanto sostiene all’Adnkronos Francesco Zanardi (in foto),presidente di Rete L’Abuso in difesa delle vittime di pedofilia da parte del clero, commentando l’intervento del papa emerito Benedetto XVI a proposito dello scandalo della pedofilia e degli abusi sessuali nella Chiesa, in cui si sottolinea che «l’origine va fatta risalire al collasso morale del ’68».
Per Zanardi, «è semplicemente assurdo dare la colpa di certi misfatti a un’evoluzione della società umana, specie se messa a confronto con un’involuzione della Chiesa cattolica, la quale si mostra incapace di accettare che l’essere umano abbia anche una sua sessualità. Confondere tutto ciò con la pedofilia, suona davvero ipocrita. Ed è quantomeno riduttivo paragonare l’abuso sessuale, che è un grave reato penale, a una questione di morale perduta». (r.a.)
La denuncia in un testo del Papa emerito: «Fu teorizzata l’idea che fosse giusta». Sono 18 pagine di «appunti», pubblicati sul mensile tedesco Klerusblatt dopo averne parlato con Papa Francesco. Sferzano i ritardi della Chiesa: «Per molto tempo troppo garantismo a favore dei preti accusati»
Con un’ombra di minimalismo, spiega di avere «messo insieme degli appunti con i quali fornire qualche indicazione che potesse essere d’aiuto in questo momento difficile». Ma sono ben altro. Le diciotto pagine e mezzo sulla «Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali», scritte dal Papa emerito, Benedetto XVI, rappresentano l’analisi più corposa dei vertici vaticani su un tema che sta squassando l’universo cattolico, e non solo: la pedofilia. E il fatto che arrivino dopo la riunione del febbraio scorso a Roma dei presidenti delle conferenze episcopali del mondo, convocati da Francesco, aggiunge interesse e mistero a questo documento. Anche perché Joseph Ratzinger punta il dito su un «garantismo» della Chiesa per il quale, negli Anni Ottanta del secolo scorso, sulla pedofilia «dovevano essere garantiti soprattutto i diritti degli accusati. E questo fino al punto di escludere di fatto una condanna. Il loro diritto alla difesa venne talmente esteso che le condanne divennero quasi impossibili».
La pubblicazione
Il testo è un pugno nello stomaco. E probabilmente non potrà non creare polemiche, perché ci sarà chi vedrà nelle affermazioni di Benedetto XVI un attacco a un’evoluzione dei costumi in Occidente negli ultimi cinquant’anni. Joseph Ratzinger parte da lontano, e spiega di avere deciso di pubblicarlo sul mensile tedesco Klerusblatt dopo «contatti», li definisce così, con il segretario di Stato, Pietro Parolin, e con lo stesso Papa Francesco. Dunque, ne ha informato i vertici della Santa Sede. Ma scorrendolo, probabilmente qualcuno avrà la sensazione che finisca per affiancare e sovrastare le conclusioni della riunione globale di febbraio. E sarà tentato di considerare gli «appunti» come un modo per dare profondità teologica e spessore culturale alle conclusioni raggiunte in quella sede: come se fossero mancati nelle risposte agli scandali sulla pedofilia tra i sacerdoti. Se Benedetto ha sentito il bisogno di aggiungere il suo pensiero a quello ufficiale, si sente dire, significa che non è stato del tutto convinto dalla reazione ufficiale della Chiesa, nonostante l’inasprimento delle pene e il «grazie» netto all’azione di papa Francesco.
«Collasso morale»
Il Papa emerito si affaccia sull’abisso che si è aperto in mezzo secolo di quella che sembra bollare solo come cultura della trasgressione. E lo analizza, lo denuncia, lo osserva senza nascondere nulla delle responsabilità della nomenklatura ecclesiastica. C’è un’espressione che ricorre spesso nelle sue riflessioni: «Collasso morale». Ratzinger lo fa risalire alla seconda metà degli Anni Sessanta del secolo scorso: a quella «fisionomia della Rivoluzione del 1968» della quale farebbe parte «anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente». «Mi sono sempre chiesto», annota, «come in questa situazione i giovani potessero andare verso il sacerdozio e accettarlo con tutte le sue conseguenze. Il diffuso collasso delle vocazioni sacerdotali in quegli anni e l’enorme numero di dimissioni dallo stato ecclesiastico furono una conseguenza di tutti questi processi». Fu nello stesso periodo, a suo avviso, che cominciò «un collasso della teologia morale cattolica che ha reso inerme la Chiesa di fronte a questi processi della società». Si tratta di un processo proseguito, a suo avviso, negli Anni Settanta e Ottanta, quando la pedofilia è diventata «una questione scottante».
«Club omosessuali»
Lo sguardo di Benedetto è puntato soprattutto sulla sua Germania come laboratorio di una trasgressione progressiva. Ma da lì spazia sugli Stati Uniti e abbraccia in una visione pessimistica, quasi apocalittica, l’intero Occidente. Nella sua analisi racconta come in quel periodo si radicò l’idea che non esistesse più il bene, «ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio». La crisi, a quel punto, aveva raggiunto «forme drammatiche». Parla di «club omosessuali» che si formarono in molti seminari; di vescovi che rifiutavano la tradizione cattolica, e non solo negli Stati Uniti, in nome di «una specie di moderna cattolicità». Accenna al fatto che in alcuni seminari, addirittura «studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano ritenuti non idonei al sacerdozio». E «la Santa Sede sapeva di questi problemi», sebbene non in dettaglio. Il Papa emerito rivaluta lo sforzo compiuto da Giovanni Paolo II per arginare quella che ha ritenuto una deriva pericolosa. Ne sottolinea la figura e la fermezza teologica, in un momento in cui, invece, alcune correnti progressiste del cattolicesimo tendono a svalutarlo.
«Bisogna riflettere seriamente»
Fu il pontefice polacco, ricorda il successore, a pubblicare nel 1993 un’enciclica, la Veritas Splendor, che «conteneva l’affermazione che ci sono azioni che non possono mai diventare buone. Ci sono beni che sono indisponibili. Ci sono valori che non è mai lecito sacrificare in nome di un valore ancora più alto e che stanno anche al di sopra della conservazione della vita fisica. Dio» scrive Benedetto XVI, «è di più anche della sopravvivenza fisica». Per questo, ribadisce che «è importante e abbisogna di garanzia non solo il diritto dell’accusato. Deve proteggere anche la fede, che al pari è un bene importante protetto dalla legge». La duplice garanzia, a suo avviso, è «la protezione dell’accusato e la protezione giuridica del bene che è in gioco». Ma quando oggi se ne parla, «ci si scontra con sordità e indifferenza… È una situazione preoccupante, sulla quale i pastori della Chiesa devono riflettere seriamente». Rispuntano i controversi «valori non negoziabili», seppure chiamati diversamente, che hanno caratterizzato i pontificati prima di quello di Francesco.
«Dio assente nella sfera pubblica»
Ma il pontefice tedesco vede in quanto è accaduto e sta emergendo proprio la rinuncia a quei valori. E chiama in causa le responsabilità dell’Occidente. «La società occidentale», denuncia, «è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. In alcuni punti, allora, a volte diviene immediatamente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia». Benedetto XVI ricorda come «non molto tempo fa» fosse «teorizzata come del tutto giusta»; e come si sia «diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commettono cose che rischiano di distruggerli. Che questo potesse diffondersi anche nella Chiesa», aggiunge, «deve scuoterci e scandalizzarci in maniera particolare. Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere? Il motivo sta nell’assenza di Dio».
«Quella giovane chierichetta…»
Il vuoto non riguarda solo il mondo esterno alla Chiesa. Ratzinger vede nel calo drammatico dei fedeli alle Messe domenicali la riduzione di queste celebrazioni a «gesto cerimoniale». E raccomanda non «un’altra Chiesa inventata da noi», ma un «rinnovamento della fede». Per far capire il solco profondo scavato dai sacerdoti pedofili in questi decenni, cita un episodio raggelante. «Una giovane ragazza che serviva all’altare come chierichetta mi ha raccontato che il vicario parrocchiale introduceva l’abuso sessuale su di lei con queste parole: “Questo è il mio corpo dato per te”. È evidente», chiosa, «che quella ragazza non può più ascoltare le parole della consacrazione senza provare terribilmente su di sé tutta la sofferenza dell’abuso subito». Ma il testo va ancora più a fondo. E mette in discussione il modo in cui negli ultimi anni la Chiesa è stata percepita: come un apparato politico.
La Chiesa come apparato politico
Secondo il papa emerito, «di essa si parla solo utilizzando categorie politiche e questo vale perfino per dei vescovi che formulano la loro idea sulla Chiesa di domani in larga misura quasi esclusivamente in termini politici. La crisi causata da molti casi di abuso ad opera di sacerdoti spinge a considerare la Chiesa addirittura qualcosa di malriuscito che dobbiamo prendere per mano noi stessi». Ma secondo Ratzinger si tratta di un’illusione, di una «proposta del diavolo». A suo avviso, non esiste «una Chiesa migliore creata da noi stessi». E infatti, la parte finale dei suoi «appunti» è una rivendicazione dell’esigenza di «contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male nella Chiesa ci sono», scrive il Papa emerito. «Ma anche oggi c’è pure la Chiesa santa che è indistruttibile. La Chiesa di oggi è come non mai una chiesa di martiri…».
Il ringraziamento a Francesco
Il tono è drammatico, somiglia a un grido degno di una sorta di requisitoria. Indica una strada lastricata di errori tragici, e di una perdita progressiva dell’identità cattolica. E addita una via d’uscita dai tanti «collassi» morali di mezzo secolo attraverso scelte difficili, radicali, che non prevedono scorciatoie. E probabilmente promettono di dividere il mondo cattolico, e non solo, prefigurando nuovi spartiacque. L’impressione è che dall’eremo vaticano nel quale vive dalle sue dimissioni del 2013, Benedetto XVI guardi già oltre questa fase; e oltre il pontificato dello stesso Francesco, al quale rivolge un accorato ringraziamento finale «per tutto quello che fa».
La vittima assicura che hanno trasferito il prete nel 2010 dopo aver comunicato i fatti a un superiore
Digital Religion, giornale che ha scoperto il caso questo mercoledì, ha pubblicato parte dell’interrogatorio canonico che l’entità religiosa ha fatto alla presunta vittima (MGF). In esso, il denunciante assicura che nel 2010, alcuni mesi prima di lasciare l’istituto (di cui faceva parte come numerario laico), ha riferito quello che è successo a un direttore regionale dell’Opus Dei a Madrid. “Mi ha consigliato: ‘Guarda, non riferire questo, perché non so se lo ha fatto con un’intenzione sessuale o no, questo è stato imprudente, è stata la mentalità di 15 anni fa, per me e per il mondo intero. un altro sito, non raccolgo più storie, questo farà male, zitto, prega per lui e non ti preoccupare “, riferisce il giornale, informando che il sacerdote è stato indagato per aver abusato di” molti studenti “.
La vittima afferma che l’accusa del lavoro gli disse che avevano inviato Cociña in Galizia. La Prelatura ha affermato che al momento non ci sono prove che ci siano più vittime e che il denunciante abbia trasferito ciò che è accaduto a un superiore nove anni fa. Né ha comunicato le destinazioni di Cociña dopo il suo soggiorno a Madrid. “La nostra intenzione è quella di conoscere la verità di ciò che è accaduto e di prendere atto per prevenire tali casi in futuro. Abbiamo dato il nostro pieno appoggio al denunciante”, ha detto l’istituto, che ha aggiunto che riferirà alla stampa.
Lo scorso dicembre, l’Opus Dei ha consegnato i risultati della precedente indagine alla Congregazione per la Dottrina della Fede e in questo momento, dice, sta aspettando una decisione da Roma per iniziare il processo canonico. “Abbiamo ricevuto una lettera dal Cile, dove ora vive la vittima, e nel primo minuto abbiamo preso misure precauzionali e avviato un’indagine, siamo andati a intervistare la persona colpita nel paese andino e poi abbiamo fatto lo stesso qui in Spagna con l’imputato”, ha detto. un portavoce. Se il Vaticano decide di continuare il caso, il corrispondente responsabile del lavoro in Spagna, attraverso una sentenza, deciderà se l’imputato è colpevole o innocente. La pena per questo crimine spazia dall’esecuzione di esercizi spirituali all’espulsione del sacerdote dallo stato clericale.
Nel 2004, ha lasciato cocina Siviglia ed è stato nominato rettore della Basilica di San Miguel (Madrid) e consigliere (consigliere) Confraternita di studenti fino al 2007, quando ha lasciato l’incarico a causa di malattia, secondo un bollettino del 2015 di questa fratellanza . L’imputato, che nei suoi discorsi afferma di aver vissuto con il fondatore del lavoro, José María Escrivá, ha ricoperto vari uffici ecclesiastici di rilevanza, come la segreteria dell’Accademia di Storia Ecclesiastica nel 2003 o il priorato della delegazione di Granada di l’Ordine del Santo Sepolcro, una posizione che continua ad esibire oggi. Questo giornale ha cercato invano di contattare il prete.
Sconcertante scoperta, su internet, di alcuni fedeli quando hanno sentito nominare il nome del curato dal pulito della Chiesa dei francescani
Alcuni fedeli ci hanno chiamato ed hanno chiesto lumi su un certo “don Donato Bono”, in quanto hanno fatto una ricerca sul web, cliccando su di un motore di ricerca, e sono rimasti turbati e disorientati quando hanno letto ciò che di seguito riportiamo integralmente all’indirizzo https://blog.uaar.it/2006/03/29/pedofilia-arresti-parroco-sternatia/
Leggendo il sito su nominato l’accaduto viene descritto così: “È stato arrestato, indagato per atti sessuali con un minorenne ed atti osceni in luogo pubblico, il parroco della chiesa matrice di Sternatìa intitolata alla madonna dell’Assunta, don Donato Bono, 42 anni, originario di Poggiardo”.
‘Chiesto il rinvio a giudizio per don Donato, un prete di vicino Lecce, che dovrà rispondere davanti a un giudice dell’ accusa di atti osceni e di abuso sessuale su un sedicenne. Don Donato Bono, 42 anni era stato arrestato il 24 marzo scorso sul Gra, proprio mentre accompagnava a Roma, per motivi di studio, il ragazzo che oggi lo accusa. Il 26 maggio poi il gip, accogliendo la richiesta dei pm, Roberto Staffa e Francesco Polino, aveva disposto la misura cautelare del carcere per il prete (che in precedenza era agli arresti domiciliari) perché avrebbe cercato di inquinare le prove a suo carico, cercando di avere contatti con lo stesso minore e con la sua famiglia al fine di influire sulle indagini’.
Questi sono solo due dei tanti articoli che vengono riportati sul web su “don Donato Bono”.
La domanda che ci poniamo è questa: è lo stesso “don Donato Bono” che è stato insignito vice parroco a Sava?
E se fosse proprio così, con che coraggio la Chiesa lo tiene ancora ai suoi ordini religiosi?
E su tutto, come faranno i genitori ad affidare la cura delle anime dei loro adolescenti con il serio rischio che il medesimo “curi” i loro corpi?
E quando Papa Francesco parla di pulizia all’interno della Chiesa cattolica di chi si è macchiato di fatti ignobili, come mai a Sava questa indicazione del Papa non viene rispettata?
È il messaggio presente su alcuni volantini comparsi nella zona di Ponte Crencano, a Verona. La notizia è stata riportata dall’associazione Rete L’Abuso, che suppone si tratti di un nuovo caso collegato a quello già denunciato da un suo assistito
Forse affissi nella notte tra notte tra domenica e lunedì, o forse in quella precedente, sono comparsi nella zona di Ponte Crencano, a Verona, alcuni volantini di denuncia di alcuni presunti abusi sessuali da parte di un religioso.
Se sei stato anche tu, come me in passato, vittima di abusi sessuali da parte di un prete (di questa parrocchia) ora anziano che non c’è più. Aiutaci a fare chiarezza, dai info su questa brutta storia a info@retelabuso.org
Questo il messaggio riportato su fogli appesi nei pressi della parrocchia di S. Maria Ausiliatrice, dagli impianti sportivi dove gioca il Cadore ai giardini comunali, dalle Poste di via Mameli alle scuole medie Cesare Battisti. A divulgare la notizia è stata l’Associazione Rete L’ABUSO, la quale però sottolinea di non sapere niente di questa vicenda e neppure chi sia stato ad appendere i volantini nel quartiere.
L’Associazione dei sopravvissuti all’abuso sessuale del clero, suppone si tratti di una vicenda collegata ai presunti fatti denunciati da un proprio assistito all’autorità civile nel 2017 e alla chiesa nel 2018, con al centro in prete veronese della parrocchia. La presunta vittima, mantenendo l’anonimato, ha raccontato quanto avrebbe subito sul sito della Rete L’ABUSO.
Alla tenera età di 12 anni, nel frequentare il catechismo e in preparazione alla cresima, in occasione delle numerose confessioni settimanali, ho subito delle molestie sessuali e violenze ripetute da questo prete all’interno del confessionale e non solo ma anche altrove al di fuori della parrocchia, costretto psicologicamente, intrappolato in quella comunemente chiamata “sindrome di Stoccolma”.
Intrappolato quindi dal mio carceriere, ho vissuto due anni in questo incubo.
Trovata la forza di liberarmi all’età di 15anni, forse data da una maturata voglia di ribellarmi da questi soprusi, successivamente sono caduto in una forte depressione dalla quale non sono più uscito, ho vissuto il periodo della pubertà rinchiuso in me stesso assieme a tutto il periodo adolescenziale portando problemi di carattere relazionale e vivendo una sessualità in maniera rovinosa con paure e fobie riguardanti la sfera sessuale. Per me il sesso era sporco e contaminante, sentendomi perennemente sporco.
La mia mente per salvarmi, ha rimosso gli abusi sessuali ma al contempo ha creato paure e fobie sociali, ipocondria ed ossessioni compulsive con rituali di lavaggi di tutto il corpo e delle mani fino a rovinare la pelle e queste non mi hanno più abbandonato limitandomi così nel tempo sempre più la vita, al punto di non riuscire più a lavorare precludendomi la dignità personale.
Per l’associazione dunque «è verosimile pensare che un’altra presunta vittima, probabilmente dopo aver letto il racconto del nostro assistito, a suo modo si sia fatto avanti» e chiede dunque che l’autore di questo gesto si faccia avanti. Sarà ovviamente poi compito della giustizia ordinaria, fare luce sull’intera faccenda.
«Se sei stato anche tu, come me in passato, vittima di abusi sessuali da parte di un prete (di questa parrocchia) ora anziano che non c’è più. Aiutaci a fare chiarezza, dai info su questa brutta storia a info@laretelabuso.org». Alcuni volantini con queste frasi, da qualche giorno, campeggiano in zona Ponte Crencano. Ce n’erano forse altri, ma sono stati rimossi. Questi si trovano ancora davanti alla chiesa, ai giardini comunali di fronte alla chiesa, in via Prati, negli altri giardini comunali di via Locchi. E poi davanti alla sede della Società sportiva US Cadore, davanti alla posta di via Mameli, alla fermata del bus in via Tommaseo e davanti scuole medie Cesare Battisti dove c’è l’attraversamento pedonale.
Ogni giorno, emergono nuovi casi legati alla pedofilia dei preti. Ma questo messaggio, lasciato da quello che ora sarà certamente diventato un uomo, è un pugno allo stomaco, perchè i preti, come gli insegnanti sono quelle figure cui affidiamo i nostri figli, credendo che siano nelle mani giuste di persone che dovrebbero farli crescere in personalità e cultura. L’Associazione dei sopravvissuti all’abuso sessuale del clero ha già pubblicato sul loro sito la storia di un altro giovane, i cui abusi sarebbero fatti risalire allo stesso prete. Ma questo, secondo i volontari della Rete, è un altro caso, che loro non conoscono. Nel frattempo, il prete che si denuncia essere stato abusatore è deceduto.
Era ospite della sua congregazione a Genova ed è deceduto il 12 febbraio scorso, quindis epolto al Verona di Roma. Toccante la testimonianza riportata dal sito della Rete, di un altro caso veronese. «A 12 anni, nel frequentare il catechismo e in preparazione alla cresima, in occasione delle numerose confessioni settimanali, ho subito delle molestie sessuali e violenze ripetute da questo prete all’interno del confessionale e non solo ma anche altrove al di fuori della parrocchia, costretto psicologicamente, intrappolato in quella comunemente chiamata “sindrome di Stoccolma”. Intrappolato quindi dal mio carceriere, ho vissuto due anni in questo incubo.
Trovata la forza di liberarmi all’età di 15 anni, forse data da una maturata voglia di ribellarmi da questi soprusi, successivamente sono caduto in una forte depressione dalla quale non sono più uscito, ho vissuto il periodo della pubertà rinchiuso in me stesso assieme a tutto il periodo adolescenziale portando problemi di carattere relazionale e vivendo una sessualità in maniera rovinosa con paure e fobie riguardanti la sfera sessuale. Per me il sesso era sporco e contaminante, sentendomi perennemente sporco. La mia mente per salvarmi, ha rimosso gli abusi sessuali, ma al contempo ha creato paure e fobie sociali, ipocondria ed ossessioni compulsive con rituali di lavaggi di tutto il corpo e delle mani fino a rovinare la pelle e queste non mi hanno più abbandonato limitandomi così nel tempo sempre più la vita, al punto di non riuscire più a lavorare precludendomi la dignità personale». •
Porta la data del 26 marzo 2019 la Lettera apostolica in forma di motu proprio sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili promulgata da papa Francesco al fine di «rafforzare ulteriormente l’assetto istituzionale e normativo per prevenire e contrastare gli abusi contro i minori e le persone vulnerabili».
All’inizio del documento si legge: «La tutela dei minori e delle persone vulnerabili fa parte integrante del messaggio evangelico che la Chiesa e tutti i suoi membri sono chiamati a diffondere nel mondo». Proprio per questo motivo, tra gli obiettivi figurano i seguenti: «maturi in tutti la consapevolezza del dovere di segnalare gli abusi alle Autorità competenti e di cooperare con esse nelle attività di prevenzione e contrasto; sia efficacemente perseguito a norma di legge ogni abuso o maltrattamento contro minori o contro persone vulnerabili; sia riconosciuto a coloro che affermano di essere stati vittima di sfruttamento, di abuso sessuale o di maltrattamento, nonché ai loro familiari, il diritto ad essere accolti, ascoltati e accompagnati; sia offerta alle vittime e alle loro famiglie una cura pastorale appropriata, nonché un adeguato supporto spirituale, medico, psicologico e legale; sia garantito agli imputati il diritto a un processo equo e imparziale, nel rispetto della presunzione di innocenza, nonché dei principi di legalità e di proporzionalità fra il reato e la pena; venga rimosso dai suoi incarichi il condannato per aver abusato di un minore o di una persona vulnerabile e, al contempo, gli sia offerto un supporto adeguato per la riabilitazione psicologica e spirituale, anche ai fini del reinserimento sociale; sia fatto tutto il possibile per riabilitare la buona fama di chi sia stato accusato ingiustamente; sia offerta una formazione adeguata per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili».
Nella stesa data il papa ha promulgato la Legge n. CCXCVII sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili e alcune Linee guida che saranno valide ad experimentum per tre anni nello Stato della Città del Vaticano.
Della nuova normativa parliamo con l’avvocato Laura Sgrò, esperta del settore e legale della famiglia di Emanuela Orlandi, la giovane cittadina vaticana scomparsa nel nulla nel 1983, quando aveva quindici anni, e mai ritrovata.
Che cosa cambia con queste nuove norme? Quali le novità rispetto al passato e quale la filosofia che le ispira?
«La legge emanata da Sua Santità Papa Francesco è certamente molto dura e inasprisce ulteriormente le pene già vigenti in materia. Al “minore” viene equiparata la “persona vulnerabile”, cioè colui che si trova in stato di infermità, di deficienza fisica o psichica o di privazione della libertà personale che di fatto, anche in modo occasionale, risulta essere limitata nella propria capacità di intendere e di volere o comunque di resistere all’offesa che riceve. I reati sono perseguibili d’ufficio e il termine di prescrizione è di venti anni che, nel caso di persona minore, decorre dal compimento della maggiore età. Ciò certamente consente alla parte offesa di avere il tempo di maturare adeguatamente i fatti e di potere adire poi all’autorità giudiziaria. Chi è abusato ha bisogno di tempo. Nell’imminenza di fatti così odiosi il dolore e lo stordimento sono tali da non consentire alla vittima di ragionare sul da farsi e spesso vi è l’assoluto rifiuto di voler affrontare anche solo verbalmente con le persone più vicine quanto è accaduto. Ampio è il ventaglio di coloro che la legge indica quali “pubblici ufficiali” e cioè persone che hanno l’obbligo di denuncia. È sanzionata l’omissione o il ritardo di denuncia da parte del pubblico ufficiale, con una multa da mille a cinquemila euro. Diversa è la posizione dell’agente o dell’ufficiale di polizia giudiziaria, per il quale è prevista la pena di reclusione fino a sei mesi. Se condivido la necessità di sanzionare l’omissione o la ritardata denuncia, reputo, tuttavia, che le pene comminate avrebbero potuto essere più severe, attesa la gravità dei reati di cui si discute. Chiunque, peraltro, può presentare denuncia per essere venuto a conoscenza di fatti che coinvolgono un minore, fatto salvo giustamente il sigillo sacramentale. Sono state introdotte misure generali di protezione nei confronti del minore ed è stata disciplinata l’audizione dello stesso minore in forma protetta, nei confronti del quale devono essere adottate alcune cautele. La tutela del minore si dispiega anche attraverso la presenza della Direzione di Sanità e Igiene che dispone di un Servizio di accompagnamento per le vittime di abusi. La legge sembra volere accompagnare il minore non solo dal punto di vista giudiziario ma anche psicologico».
Il motu proprio che porta la data del 26 marzo era stato annunciato al termine del summit sugli abusi svoltosi in Vaticano nel febbraio scorso. Un summit che, tuttavia, non ha accontentato le associazioni delle vittime, tanto che qualcuno non ha esitato a manifestare indignazione per un incontro giudicato inconcludente. Lei condivide questo giudizio negativo?
«Il mio appoggio alle vittime di abusi è incondizionato. Peggio di subire un atto di pedofilia vi è solo la morte. Mi chiedo se questa legge debba essere considerata una risposta al summit. Ove lo fosse, tutto dipende da come si vede il bicchiere. Se lo si vede mezzo pieno, la normativa in questione è certamente un primo passo importante, che deve essere di auspicio a una regolamentazione e a un inasprimento di pena nei confronti di quel sacerdote che, in qualunque luogo si trovi, commetta un abuso su un minore. Se si vuole, invece, vedere il bicchiere mezzo vuoto, allora parturient montes, nascetur ridiculus mus. La montagna ha partorito il topolino. La legge in questione, infatti, ha una portata di applicazione assai limitata: è una legge dello Stato. Riguarda solo lo Stato della Città del Vaticano, non la pedofilia nella Chiesa e si applica esclusivamente ai reati alternativamente commessi: a) nel territorio dello Stato della Città del Vaticano, b) in pregiudizio di residenti o di cittadini dello Stato; c) in occasione dell’esercizio delle loro funzioni, dai pubblici ufficiali dello Stato della Città del Vaticano. Ai pubblici ufficiali ai fini della legge penale vaticana sono, poi, equiparati: a) i membri, gli officiali e i dipendenti dei vari organismi della Curia Romana e delle Istituzioni ad essa collegate; b) i legati pontifici ed il personale di ruolo diplomatico della Santa Sede; c) le persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione, nonché coloro che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo, degli enti direttamente dipendenti dalla Santa Sede ed iscritti nel registro delle persone giuridiche canoniche tenuto presso il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; d) ogni altra persona titolare di un mandato amministrativo o giudiziario nella Santa Sede, a titolo permanente o temporaneo, remunerato o gratuito, qualunque sia il suo livello gerarchico. Certo, cosa diversa – e assolutamente rivoluzionaria – sarebbe stata se anche i sacerdoti fossero stati equiparati ai pubblici ufficiali. In quel caso ogni abuso perpetrato a danno di un minore da un sacerdote sarebbe stato giudicato dalle autorità vaticane, risultando indifferente il luogo della commissione del delitto. Ma mi rendo ben conto che la rivoluzione una cosa è pensarla e un’altra è realizzarla».
Chiudiamo con la vicenda di Emanuela Orlandi, che lei, avvocato Sgrò, segue da anni. Ci sono novità da segnalare dopo l’ultima pista, che ha portato a una tomba nel Camposanto Teutonico in Vaticano?
«Abbiamo appreso in modo ufficiale che la Segreteria di Stato ha autorizzato l’apertura delle indagini. Adesso ci aspettiamo che le indagini portino finalmente a qualche risultato. Intanto anche noi andiamo avanti con le nostre indagini difensive, perché Emanuela non smetteremo mai di cercarla».
Ginevra 7 febbraio 2019; “Il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana”.
Queste non sono parole nostre ma dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, più precisamente quelle contenute nelle raccomandazioni del 7 febbraio scorso (punto 21 del report) che il Comitato per i diritti del fanciullo contesta all’Italia – in questo caso – nei confronti della Giustizia italiana, ma che proseguono, nello stesso documento, anche nei confronti del Governo italiano inadempiente e connivente, a danno di cittadini minorenni italiani “sacrificati al clero” per mero rapporto diplomatico, con uno stato estero, leader nel mondo per la pedofilia: il Vaticano.
Quanto vi racconterò è stato ampiamente documentato e confermato anche da due giornalisti d’inchiesta, Emanuela Provera e Federico Tulli, che ne hanno fatto persino un libro “Giustizia divina” (editore-Chiarelettere)
Tutto ha inizio nell’anno 2014, quando, dopo quattro anni di attività dell’allora neonata Associazione Rete L’ABUSO, iniziano ad arrivare i documenti dei vari casi penali che l’associazione stava seguendo in tutta Italia.
Iniziai a notare, in diversi provvedimenti cautelari delle varie Procure della Repubblica della nostra penisola, che sacerdoti indagati, e costretti ai domiciliari, all’epoca molti di loro finivano in cinque strutture, sparse da nord a sud dell’Italia. Malgrado avessi notato questa cosa, allora non arrivai a nulla di preciso.
Ma nel novembre del 2016, in piena notte e preso dall’euforia, mi chiama il collega dell’associazione veronese degli ex allievi sordi, abusati nell’istituto cattolico Antonio Provolo di Verona. Mi comunica che don Nicola Corradi (un prete pedofilo fuggito da Verona nel 1970) è stato arrestato a Mendoza (Argentina). Con lui altre tre persone.
Il collega mi chiede aiuto, hanno trenta anni di carte delle presunte vittime (un centinaio di bambini sordi, oggi adulti, che non hanno mai ottenuto giustizia), dei 27 tra sacerdoti e fratelli laici accusati di abusi nel Provolo di Verona, un infinito carteggio tra loro e la diocesi… ma in quella marea di documenti prodotti, non sapevano da dove partire.
Il faldone era effettivamente enorme e per me incomprensibile, non conoscevo neppure bene i fatti, né i personaggi. Decisi allora di fare una prima cernita, eliminando tutta la documentazione relativa a sacerdoti deceduti, e altri dati in quel momento non rilevati o incomprensibili, che poi rividi successivamente in un contesto più chiaro.
Fu proprio durante quella selezione che ad un certo punto arrivai a don Giuseppe Pernigotti. Mi cadde l’occhio su di lui perché l’Istituto Provolo è una Congregazione di Diritto Pontificio e le congregazionei, in genere, anche quando li trasferiscono, mantengono sempre i sacerdoti al loro interno. Don Pernigotti invece no. Era, a mio avviso stranamente, a Fabrica (VT). Ritenni di dover approfondire.
Cercai su internet e… tombola, al primo colpo scopro che don Pernigotti è il Presidente della FIAS (Federazione italiana assistenza sacerdoti) e mentre navigo nel sito, capito sulle strutture di assistenza FIAS. Mi venne un colpo, erano le stesse strutture che mi ritornavano nei documenti delle varie Procure italiane, le stesse alle quali venivano affidati ai domiciliari i sacerdoti indagati. (Dato confermato dai responsabili delle strutture e contenuto nel libro-inchiesta Giustizia divina)
Decido che la questione debba essere approfondita, ma non so come: un’indagine simile è molto dispendiosa, la Rete L’ABUSO non ha i mezzi.
Passo qualche settimana, incrociando i dati che acquisivo, erano tutti collegati, ma non capivo, finchè non mi chiama il giornalista de LA7 Luca Bertazzoni chiedendomi se avevo qualche caso. Colgo la palla al balzo introducendo don Pernigotti come uno degli accusati dagli ex allievi del Provolo. Dico a Bertazzoni che lo ho trovato a Fabrica, dove, nel frattempo, avevo mandato un nostro associato per verificare che fosse lo stesso Pernigotti del Provolo. Luca Bertazzoni fa il servizio, eccolo
Emerge che don Giuseppe Pernigotti gestisce o, almeno, è a capo di una struttura che da quanto appare assiste sì i sacerdoti, ma favoreggiandoli con una serie di professionisti e di soluzioni che li aiutano a evitare la giustizia civile. Nel proseguo della mia indagine scoprirò che la FIAS è presente in tutta Italia, quella gestita da Pernigotti era solo la sede centrale, il cui sito web scomparì subito dopo il servizio de LA7.
Finalmente, nella mia mente, molti cerchi si erano chiusi e quello che prima era fumoso, adesso era chiarissimo, fin troppo. Ma a chi lo andavo a dire? Sapevo anche che era la stessa Giustizia ad affidare a quelle strutture gli indagati con restrizioni o i condannati.
Grazie però a quel servizio di Bertazzoni, che si era finto un prete pedofilo e al quale don Giuseppe Pernigotti diede un “pizzino” con le indicazioni, nomi e numeri di telefono ai quali rivolgersi, feci un controllo più approfondito. Nel “pizzino” era indicata la Comunità Agape che già conoscevo, ma approfondendo scoprirò qualcosa che mi inquieta. La Comunità ha sede in via Forte Bravetta 338 (nella mappa a lato è indicata dal quadrato viola) e confina con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il Sindacato Nazionale Autonomo di Polizia e una sede dislocata dei Ministeri di Grazia e Giustizia. Certo che da li, ad avanzare e sostenere che ci fosse una rete di “insabbiamento” gestita dalla chiesa e tollerata dallo Stato italiano, quello che avevo non bastava.
Mentre approfondivo tutto ciò, mi ero più volte confrontato con uno dei due autori del libro, Federico Tulli, una persona che conosco dal 2010, di cui ho stima e fiducia e con il quale mi confronto spesso in quanto è anche molto esperto nella materia, già autore di due libri: “Chiesa e pedofilia” e “Chiesa e pedofilia il caso italiano”.
Federico ed Emanuela già dall’inizio del 2015 avevano iniziato a indagare avviando un’inchiesta giornalistica che durerà quasi TRE anni, visitando di persona queste strutture, intervistando chi le dirige e documentando. Durante la loro inchiesta, il numero delle strutture sale a 18, oggi ne abbiamo individuate 21. (quadrati viola sulla mappa)
Cosa sono queste strutture e in quale modo forniscono al clero l’impunità dal carcere?
(come scoprirete nel libro “Giustizia divina” non solo ai preti pedofili)
Come confermano anche Provera e Tulli, che in quelle strutture ci sono entrati, appaiono come normali pensionati, con le camere da letto, aree comuni, tv ecc. Non vi è nessun controllo delle forze dell’ordine, come normalmente accade a chi è ai domiciliari. Si possono ricevere visite, o almeno nulla lo impedisce.
Si entra e si esce con estrema facilità, come ci conferma anche un gruppo di sacerdoti che, in questo caso, preoccupati del viavai di volti noti alle cronache giudiziarie, nel 2016 ci segnalò la struttura Villa Sacro Cuore (PG).
Ma il caso più clamoroso, che ancora una volta riconferma la criticità nonché la leggerezza delle “detenzioni domiciliari” di cui gode il clero, è il caso di don Ruggero Conti, condannato in via definitiva a 14 anni con l’accusa di aver abusato di 7 bimbi tra i 10 e i 12 anni. Non ha mai fatto un giorno di carcere (motivi di salute), affidato anche lui ad una struttura (che poi scopriremo adibita alla cura degli adolescenti) dalla quale, senza difficoltà, nel settembre 2017 è evaso, con a sua disposizione tanto denaro da permettersi un taxi da Roma a Milano.
Questi sono solo alcuni casi e non sono affatto il motivo per il quale la Rete L’ABUSO è fermamente convinta – a questo punto, come vedremo, fino a prova contraria – che esista tra lo Stato italiano e la Chiesa, un tacito accordo che garantisce al clero l’impunità dal carcere.
Forniamo qualche numero e qualche altro dato
Da come si evince sulla nostra mappa, tolti i sacerdoti ancora in attesa di giudizio, contiamo negli ultimi 15 anni, in Italia, almeno 143 condanne in via definitiva, ignoriamo quale sia il reale sommerso.
Gli autori del libro “Giustizia divina” si sono presi la briga, non solo di verificare quanto sostenevo riguardo alle strutture ma, tolti i carceri minorili e femminili, hanno chiesto alle altre 191 strutture carcerarie italiane, quanti sacerdoti hanno in carico.
Hanno risposto 125 carceri; solo cinque sacerdoti di cui uno solo condannato per pedofilia.
E tutti gli altri, che fine hanno fatto ?
La percezione per l’opinione pubblica è che la giustizia faccia il suo corso e condanni, mentre invece la maggior parte spesso non fa un solo giorno di carcere, anzi, l’anomalia a questo punto sorge su quei 4 più il 5° pedofilo, che hanno avuto in confronto agli altri colleghi, una simile disparità di trattamento.
Ma i “santi” privilegi e le immunità “divine” che lo Stato italiano fornisce al clero, purtroppo non si limitano a questo e i danni alla società, a questo giro, risultano ancora peggiori.
Parlo del c.d. certificato anti pedofilia, dal quale per gentile concessione del legislatore, il clero è esente. Ed è qui che la connivenza tra Stato e chiesa, raschia davvero il fondo del barile perché sulle basi costituzionali è già anomalo che una categoria venga privilegiata con questa esenzione: privilegiare solo i preti sarebbe stato davvero troppo vistoso e così, il nostro legislatore, non ha esentato i preti, ma appunto l’intera categoria alla quale appartengono, il volontariato. Paradossalmente la categoria da sempre più a rischio.
Grazie a questa luminare scelta del legislatore – che giuridicamente si trasforma in responsabile civile – oggi i pedofili, non solo i preti, sanno che lo Stato italiano ha riservato loro, come fertile terreno di caccia, il volontariato.
Continua…
Uno dei nostri consulenti legali, l’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma (titolare del fascicolo in oggetto) spiega, riguardo al rito canonico, che «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante»
«Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote».
«Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali.
La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire, prima dell’eventuale processo italiano, la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».
Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma Caligiuri -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano».
L’Italia ha ratificato nel 2012 questo protocollo per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali. Possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa ma il Vaticano non l’ha mai fatto.
Tuttavia, i processi canonici si svolgono nelle diocesi, in terra italiana, e questa è di fatto una violazione da parte della chiesa che, grazie alla complicità delle istituzioni italiane, che fingono di non vedere, trova disattese non solo le garanzie costituzionali dei cittadini, ma anche diversi trattati e convenzioni internazionali alle quali l’Italia ha aderito.
Ma c’è altro a sostegno delle nostre accuse contro lo Stato. Il silenzio complice delle Istituzioni
“Importante estratto tratto dal film Spotlight, al termine cita quelli che nel 2000, come oggi in Italia, erano i centri che la Rete L’ABUSO e il libro Giustizia divina, denunciamo oggi in Italia”. Si cita già all’ora Richard Sipe, che ha lavorato nei centri di cura e che in questo articolo citiamo per il suo rapporto, parte delle “Proiezioni” sul fenomeno in Italia.
Tra i paesi più industrializzati, l’Italia è l’unica che non ha mai ritenuto – malgrado i dati impressionanti che emergono dagli altri paesi – di dover quantificare l’entità del fenomeno.
Il collega irlandese Mark Vincent Healy, esperto di statistiche, sulla base dei dati emersi dalle commissioni governative di inchiesta effettuate in tutto il mondo ha prodotto una proiezione del dato italiano, la portata degli abusi in Italia ha il potenziale per essere il più grande di qualsiasi paese.
Eppure non sono mancati da parte nostra gli stimoli e i solleciti al Governo ad affrontare il problema.
–Il 27 settembre 2017, grazie al Deputato Matteo Mantero, la Rete L’ABUSO riesce a depositare in Italia la prima interrogazione parlamentare indirizzata a PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, MINISTERO DELL’INTERNO, MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE. Ad oggi, nessuna risposta, l’interrogazione giace ancora sul sito della Camera dei Deputati.
–Il 19 febbraio 2018, tramite l’avvocato Mario Caligiuri, la Rete L’ABUSO invia una diffida alle seguenti istituzioni; PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA , PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI , CENTRO REGIONALE DI INFORMAZIONE DELLE NAZIONI UNITE – COMITATO ONU PER I DIRITTI DEL FANCIULLO, PRESIDENZA DELLA 12ª COMMISSIONE AFFARI SOCIALI.
Anche in questo caso non vi sarà alcuna risposta da parte delle Istituzioni italiane.
–Il 18 ottobre 2018, sempre l’Avvocato Mario Caligiuri, per conto della Rete L’ABUSO, denuncia all’Autorità Giudiziaria il Governo, sulla base della mancata risposta e per le conseguenti gravi inadempienze dello Stato ai danni di cittadini minorenni, già note dalle precedenti comunicazioni.
Pochi giorni dopo, sarà archiviato anche questo fascicolo. Malgrado contenesse notizia di reato, la Procura si limitata, nelle motivazioni, ad archiviare per incompetenza territoriale.
Il 7 febbraio 2019, il Comitato per i diritti del fanciullo della Nazioni Unite, ci ha dato ragione, contestando allo Stato Italiano i punti che riportiamo di seguito, che riguardano unicamente la materia che Rete l’ABUSO, per Statuto, persegue. (qui il testo integrale in italiano)
Riportiamo in video anche l’intervento del Membro del Comitato Onu Jorge Cardona che ha sollevato il tema durante i 2 giorni di seduta. L’intervento è molto breve, lo Stato italiano, anche in quella sede non ha dato risposte, ma si è limitato ad esporre, come provvedimenti, gli stessi punti oggetto della contestazione.
Di seguito, al punto 21 delle raccomandazioni del Comitato per i diritti del fanciullo, quanto contestato all’Italia dalle Nazioni Unite. Qui i punti sollevati nel nostro “Report Giustizia sul caso Italia” relatore per Rete L’ABUSO Francesco Zanardi.
Sfruttamento e abuso sessuale
21. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:
(a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;
(b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;
(c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;
(d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;
(e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;
(f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;
(g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;
(h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.
Con il Motu Proprio, papa Francesco conferma l’impunità dal giudizio penale per i sacerdoti che abuseranno di minori al di fuori dello Stato del Vaticano e delle ambasciate.
Sarebbe opportuno, oltre che dovere di cronaca, per dovere costituzionale, che la stampa chiedesse conto allo Stato di questa grave situazione. Ma tranne il settimanale Left che in questi anni ha dato visibilità al caso, tutto tace, malgrado le nostre denunce.
Francesco Zanardi
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