Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: abuso sessuale

  • Cile: sacerdoti accusati di abusi nelle diocesi di Mepililla e Chillán. Il vescovo di Arica nega di aver coperto tre presbiteri

    Cile: sacerdoti accusati di abusi nelle diocesi di Mepililla e Chillán. Il vescovo di Arica nega di aver coperto tre presbiteri

    Il vescovo di Arica, mons. Moisés Atisha, delinea i termini della convocazione in tribunale di giovedì scorso, quando la Procura regionale di O’Higgins gli ha contestato di aver coperto tre sacerdoti accusati di abuso sessuale. Il vescovo nella nota spiega di aver saputo dai magistrati soltanto i nomi dei tre accusati, senza alcun particolare sui fatti o sulle cirocostanze della presunta copertura. Da qui “la decisione, conforme al diritto, di avvalersi della facoltà di non rispondere”. Mons. Atisha respinge con decisione le accuse e “riafferma il suo impegno nella condanna di qualsiasi tipo di abuso e particolarmente di quelli di natura sessuale”. La diocesi di Melipilla comunica di aver ricevuto la denuncia per un presunto abuso commesso da padre José Ramón Celestino Gutiérrez Bustos, per il quale è stata disposta la proibizione cautelare di esercitare il ministero sacerdotale, peraltro già in atto da alcuni mesi per lo stesso sacerdote in seguito a comunicazioni ricevute dal vescovado castrense, dove padre Gutiérrez prestava servizio come cappellano. La diocesi di Melipilla, si legge nella nota, esprime “preoccupazione e vicinanza alle vittime” e il desiderio di “collaborare” nel chiarimento dei fatti con le autorità giudiziarie. In un comunicato, la diocesi di Chillán spiega che si è conclusa il 14 marzo l’indagine diocesana previa su Jaime San Martín Solís, dichiarando verosimili i fatti ai quali si riferiscono le accuse di abuso su minori. Il fascicolo è stato inviato alla Congregazione per la Dottrina della fede, mentre si mantiene per il sacerdote la sospensione dall’esercizio del ministero sacerdotale.

    https://agensir.it/quotidiano/2019/3/18/cile-sacerdoti-accusati-di-abusi-nelle-diocesi-di-mepililla-e-chillan-il-vescovo-di-arica-nega-di-aver-coperto-tre-presbiteri/

  • Sfregiata dall’esorcista, adesso è guerra tra le perizie

    Sfregiata dall’esorcista, adesso è guerra tra le perizie

    Il consulente della difesa sostiene che la malformazione dell’orecchio è congenita, che la piccola al centro del processo per presunti abusi mascherati da esorcisti, aveva il padiglione auricolare deformato già prima di approdare a Casapesenna dove l’ebbe in carico don Michele Barone. Quella del professor Raffaele Lambi dell’istituto di medicina legale dell’Università Vanvitelli, consulente del collegio difensivo del prete, rappresentato dagli avvocati Camillo Irace e Maurizio Zuccaro, è dunque una versione diametralmente opposta a quella dei periti della Procura di Santa Maria Capua Vetere, Questi ultimi sostengono infatti che le lesioni sono subentrate in seguito ai maltrattamenti che la ragazzina avrebbe subito durante le preghiere di liberazione dal demonio. Preghiere durante le quali, allo scopo di scacciare gli spiriti maligni dal corpo dell’adolescente, il prete avrebbe esercitato una pressione col piede sull’orecchio della ragazza. Le perizie, entrambe, sono al vaglio del collegio. Agli atti depositati anche delle foto. Quelle prodotte dall’accusa, rappresentata in aula dai pm Alessandro Di Vico e Daniela Pannone, testimoniano che prima dell’approdo presso don Barone la ragazzina non aveva l’orecchio malforme. Dal canto loro, invece, i difensori sostengono di avere prova fotografica che già nei primi anni di vita la piccola presentava un orecchio deformato. Le perizie sono terreno di scontro perché tra i capi d’imputazione contestati al sacerdote dei vip, detenuto ormai da un anno e unmese, c’è quello delle lesioni permanenti che avrebbe procurato alla ragazzina. Ma non è l’unica accusa dalla quale il sacerdote deve difendersi. La Procura diretta da Maria Antonietta Troncone gli contesta anche l’abuso sessuale nei confronti di due ventenni. E l’avere proibito alla vittima minorenne di curarsi presso i centri clinici che l’hanno inizialmente accolta. Come il Bambin Gesù di Roma.

    COINVOLTO UN ALTRO ESORCISTA
    Eppure, a riascoltare la testimonianza della psicologa Vinciguerra, incaricata dalla struttura sanitaria alla cura della bimba dopo la diagnosi. La teste, ascoltata nelle udienze precedenti, ha affermato di avere appreso da entrambi i genitori della minorenne «che non volevano proseguire con la terapia e le cure farmacologiche perché avevano intenzione di seguire un prete esorcista, il quale li avrebbe posti di fronte a una scelta: o seguite me o seguite la medicina e la psicologia». Così i due, sotto processo e con la responsabilità genitoriale già sospesa «hanno scelto di interromperete le cure mediche e psicologiche per seguire il prete». Dopo l’interruzione della psicoterapia la sorella della bimba ha più volte contattato la psicologa per chiederle aiuto perché disperata per come stavano andando le cose col prete. Ma, dopo l’interruzione della psicoterapia, a quanto pare la bimba non fu affidata immediatamente a don Barone. Spunta il nome di un altro esorcista, tale Angelo, al quale la ragazzina fu affidata nei tre mesi precedenti l’arrivo a Casapesenna e quindi a don Michele Barone. Resta da stabilire se il primo esorcista o quello sotto processo abbiano determinato, insieme ai genitori e alla sorella della vittima, l’interruzione delle cure mediche in favore di quelle spirituali.

    «DON MICHELE STA MALE»
    Il prete sotto processo, dal canto suo, sta vivendo male la detenzione. Arrestato nel febbraio 2018, è transitato per le carceri di Vallo della Lucania e Secondigliano prima di approdare a Carinola. Nel frangente ha perso trenta chili e ha subito l’abbassamento della vista. Don Barone, che si professa innocente, sta affrontando anche un altro procedimento, scaturito dalle aggressioni in carcere, a Vallo, che hanno portato poi al trasferimento.

    https://www.ilmattino.it/caserta/sfregiata_dall_esorcista_adesso_e_guerra_tra_le_perizie-4366637.html
     
     
     
     
     
     
     
     

  • Abusata da prete/ Eleonora Daniele vs sindaco Serina: “no solidarietà a violentatore”

    Abusata da prete/ Eleonora Daniele vs sindaco Serina: “no solidarietà a violentatore”

    Emanuela Longo

    A Serina, paese in provincia di Bergamo, è successo un fatto alquanto emblematico: nel 2013 una ragazza, Valentina Cavagna, decide di denunciare le molestie subite anni prima da un prete quando era ancora minorenne. Dalla denuncia prendono il via le indagini poi culminate nei successivi processi che si sono conclusi con la condanna di don Marco Ghilardi, che in Cassazione ha ottenuto una pena di 6 anni. Nonostante la condanna però, l’incubo per la giovane vittima non è ancora finito perché ha dovuto fare i conti con le accuse che il paese ha rivolto a lei, schierandosi chiaramente dalla parte del prete in carcere. La vicenda delicatissima è stata affrontata oggi dalla trasmissione Storie Italiane suscitando l’indignazione di Eleonora Daniele che ha commentato: “invece di dare solidarietà alla ragazza hanno dato solidarietà a chi è stato condannato?! Ma vi rendete conto?”. A replicare è stato il sindaco, in collegamento con la trasmissione: “Nessuno ha messo in discussione il responso dei giudici anche se purtroppo non hanno fatto chiarezza”. Il primo cittadino ha ricordato l’assoluzione del sacerdote in primo grado “per non aver commesso il fatto”, mentre il Appello è stato condannato. “I giudici fanno il loro mestiere”, ha proseguito, spiegando che la lettera dei cittadini inviata per solidarietà al prete è stato solo un gesto sul piano personale, “nessuno ha mai fatto menzione della vicenda processuale”.

    ABUSATA DA PRETE, ELEONORA DANIELE CONTRO IL SINDACO DI SERINA

    “Ma un atto così non le sembra grave?”, lo ha incalzato la conduttrice di Storie Italiane. “Nessuno ha mai speso una parola contro la ragazza”, la replica del sindaco che ha ignorato la domanda della Daniele alimentando ulteriormente la polemica in studio. Parlando del prete, ha proseguito: “ha fatto tanto bene a Serina e la gente in modo spontaneo e senza fare qualcosa contro gli ha dimostrato solidarietà in questo momento di difficoltà”. Le testimonianze del paese hanno confermato la presa di posizione dei cittadini contro la ragazza: “C’è qualcosa che non torna”, “è una storia strana, si è saputo dopo tanti anni”, “conosciamo il nostro parroco, non credo alla ragazza”, sono solo alcuni dei commenti raccolti di chi parla di un vero e proprio “errore”. “Penso sia solo un approccio umanistico nei suoi confronti”, ha ribadito il sindaco, scatenando l’ira della padrona di casa: “rimaniamo allibiti da questo!”. “Lei non ha letto la lettera”, ha accusato il primo cittadino, continuando a tirare in ballo la solidarietà della popolazione. “Ma solidarietà di ché?”, è esplosa ancora la Daniele, “lei le ha lette le carte del processo?”. “Io non ho seguito il processo”, ha spiegato, “sabato sera ero a cena con il padre della ragazza e non ci sono problemi nei loro confronti. Non vedrete alcuna intervista o parole contro la ragazza, anzi massima solidarietà alla ragazza che ha sofferto e sta soffrendo”. Eppure, la Daniele ha contestato ancora una volta la lettera di solidarietà al prete: “Non andava fatta!”. Il sindaco ha espresso il suo disappunto, ribadendo le volontà dei suoi cittadini e smentendo di essere contro Valentina e contro la sentenza: “è solo solidarietà umana”. “Ma solidarietà umana verso un violentatore?”, ha domandato la Daniele. “Chi va in galera allora voi bruciatelo perchè sono tutti colpevoli! Io non la penso così”, ha replicato il sindaco. “La solidarietà su un abuso sessuale non ci deve stare!”, ha controreplicato la conduttrice. “Siamo dalla parte delle donne e dei più deboli!”, ha chiosato.

    Abusata da prete/ Eleonora Daniele vs sindaco Serina: “no solidarietà a violentatore”

  • Testimonianza di Valerio Maj

    Testimonianza di Valerio Maj

    … C’era solo un colpevole: me stesso!

    Residente in Svizzera da quasi quaranta anni, sono nato in provincia di Bergamo, il 15 aprile 1956, secondogenito di quattro figli. La mia famiglia era modesta e mio padre era assente per lunghi periodi a causa del suo lavoro all’estero. Aveva un carattere forte e oppressivo.

    Alla fine degli anni 60, ho voluto entrare in seminario. Dopo un anno e mezzo, ho chiesto a mia mamma di farmi uscire. Con l’aiuto di una famiglia di amici, ho trovato un posto in un altro istituto religioso. Era nel mese di gennaio del 1970.

    Certamente, a causa della mia natura introversa, timido e già scosso dall’abuso del potere di mio padre, per il mio aggressore, Don Mario, è stato il gioco da ragazzi prendermi sotto la sua ala, guadagnare la mia fiducia e abusare sessualmente di un bambino di 13 anni. Il mio aggressore era il mio professore di latino e di canto. Conosceva la famiglia degli amici che mi avevano aiutato a entrare nel nuovo istituto, e in poco tempo ebbe la fiducia anche della mia famiglia. Mi ha visto, solo e senza amici, timido e nuovo nell’Istituto e per lui è stato facile, farmi sentire importante sotto la sua protezione. Ha preso il posto del padre oppressivo e spesso assente, mentre lui era presente, gentile e premuroso. E poi, rappresentava Dio, il Padre su questa terra.

    L’abuso ha avuto luogo nel suo ufficio, specialmente di sera prima di andare nei dormitori. Da notare che gli studi dei sacerdoti avevano le porte vetrate.  Avevo molta paura di poter essere visto da altri sacerdoti, che usavano gli uffici accanto, e mi sentivo in colpa per quello che succedeva.

    Era una pratica comune o chiudevano un occhio sulle pratiche di Don Mario?

    Durante l’abuso, introduceva la sua lingua nella mia bocca, mi toccato i genitali e mi costringeva a toccarlo nelle parti intime. Questo è accaduto più volte durante la mia permanenza, un anno e mezzo, nell’istituto religioso.

    A volte veniva nel dormitorio e si sedeva sul bordo del letto e mi toccava le parti intime. Avevo terrore e imbarazzo di essere visto da altri studenti che dormivano nei letti accanto al mio. Mi chiedevo: cosa diranno di me se mi vedono cosa faccio con don Mario?

    In due occasioni almeno, lui mi ha accompagnato a casa dai miei genitori, a circa 70 km.

    Dormivamo nella stessa camera accanto a quella dei miei genitori. Appena entrati, chiudeva la camera a chiave, e mi costringeva ad entrare nel suo letto nudo… Ancora la sua lingua nella mia bocca, le sue mani sulle mie parti intime e le mie nelle sue. Anche in queste occasioni avevo spavento, turbamento e collera per quello che subivo.

    Perché non ho confessato l’abuso? Per paura delle conseguenze; lui un sacerdote e io… niente.

    La vergogna e la colpevolezza di essere la causa di questa situazione.

    A chi dirlo? Ai miei genitori che hanno messo questo mostro nella mia camera?

    Nel mio paese di 800 abitanti dove tutti erano cristiani praticanti, dove il sacerdote era la persona più influente, nessuno mi avrebbe mai creduto e difeso… sarei stato indicato come un bugiardo, un pervertito! La Chiesa era la Santa Madre, intoccabile!

    Quindi, ho tenuto tutto dentro. Ho seppellito questa ferita nel profondo di me stesso, ho creduto di cancellare questi dolorosi eventi dalla mia memoria.

    Ahimè, quando si crede di cancellare dalla memoria, i grandi traumi subiti nell’infanzia, un giorno o l’altro, riemergono in superfice e causano danni che sono devastanti a livello fisico, affettivo e psicologico.

    l’abuso lascia sempre il segno nella vita di un bambino. L’abuso condiziona le sue relazioni, la sua personalità, i suoi interessi, i suoi sogni.

    Ecco, qualche problema causato dall’abuso: carattere instabile e a volte irascibile, non riuscivo a dire di no a nessuno, comportamento autodistruttivo, problemi di ambivalenza, mancanza di fiducia in me stesso, sentirmi niente, inutile e incapace, fingere che tutto va bene anche quando ero sull’orlo del baratro. Un sacco di problemi con l’alcool. E nel 1993 e nel 2007 ho avuto due incidenti d’auto, abbastanza gravi, ma senza conseguenze fisiche, a causa dell’abuso di alcool.

    Nel 2006, dopo tre anni come responsabile di circa cinquanta collaboratori, per mancanza di fiducia in me stesso, ho subito un burn-out (stato di grande stress e fatica) e ho dovuto fermarmi dal lavoro per quattro mesi e per quasi tre anni seguire una terapia psichiatrica. Purtroppo il problema degli abusi non è uscito fuori… Ho perso il mio posto di responsabile e con esso una fetta di salario. Fortunatamente il mio datore di lavoro mi ha dato di nuovo fiducia e ho continuato in un altro reparto.

    Nella primavera del 2010, ho trovato il coraggio di parlarne con un amico, sacerdote ed italiano, che era missionario in Svizzera. Mi ha detto di non dirlo a nessuno! Deluso e stordito ho ingoiato la mia delusione.

    Ma il mio corpo non ha accettato e ha cominciato a somatizzare questo problema a modo suo. Alla fine di agosto dello stesso anno, ho iniziato una polimialgia reumatica, molto dolorosa e che ho dovuto trattare con il cortisone per tre anni. Dopo la polimialgia reumatica si è trasformata in poliartrite che si è protratta per due anni.

    Inizio 2016 mia moglie mi ha fatto due domande: chi sei? Perché cerchi di distruggerti? Ho risposto: ho sempre avuto un comportamento autodistruttivo e ho sempre annientato i miei centri d’interesse.

    Mi ci sono voluti tre giorni per riuscire e dire a mia moglie gli eventi in relazione agli abusi sessuali. Da questo mia moglie ha capito subito che i molti problemi avuti nella mia vita (abuso di alcool, ambivalenza, cambiamenti di umore, burn-out e malattie fisiche) erano collegati agli abusi sessuali e per me è stato un sollievo enorme e un supporto fondamentale.

    Ho iniziato la terapia con una psicologa, che è durata dal marzo 2016 all’agosto 2017. Dopo la confessione, ho avuto un’ulcera allo stomaco e ancora adesso prendo farmaci per curarlo. Ho anche sviluppato delle crisi di angoscia, abbastanza violente e frequenti.  All’inizio credevo fossero dei problemi di cuore, ma poi smentite dalle visite mediche presso il pronto soccorso dell’ospedale.

    Ho attraversato il deserto dei dubbi, cercando il vero Valerio e guardando le esperienze del mio passato ho avuto paura e ho dubitato spesso di riuscire a guarire. Più volte ho pensato alla morte come una liberazione. E in questo periodo che ho capito il significato di sopravvissuto…

    Durante questo periodo ho capito una cosa importante – e la psicologa che ho consultato lo ha sottolineato – asfissiavo di vergogna, senso di colpa e denigrazione di me stesso, pensando che l’unico colpevole ero io!

    Ma chi è questa forza devastatrice? È il bambino abusato, usato e gettato che ti chiama, che ti chiede aiuto, che vuole che tu lo prenda tra le braccia per consolarlo. È il bambino che tu non vuoi prendere per mano, che non vuoi rivelare agli altri e che non vuoi riconoscere come una parte di te stesso.

    È il bambino che ha paura, che ha vergogna, che si sente colpevole, che crede di essere la causa di quanto gli è successo. Ma tu non vuoi e non puoi ascoltarlo. Ascoltarlo significa ricordare e ricordare è doloroso. Allora certe volte, per non ricordare, per non ascoltare quel bambino di 13 anni, ti rifugi nei vizi o in certi comportamenti che possono solo farti del male e distruggere quanto di buono hai fatto attorno a te.

    Ma come liberarsi da questa forza devastante? Dare un nome alla sofferenza. Dare il nome di chi ti ha trasformato la vita in via crucis. Dare il nome di chi ti ha tradito, usato e gettato! Finché non troverai il coraggio di cercarlo, denunciarlo o parlargli, sarai sempre la preda di te stesso. Sempre!

    Ho immediatamente avvisato, il mio datore di lavoro, dei problemi che mi tormentavano e ho avuto un’interruzione del lavoro di due settimane. Ho avuto il sostegno senza riserve del mio responsabile e delle RU. Mi hanno rilasciato un documento dove attestano il loro sostegno alla mia denuncia, anche giuridicamente, e mi hanno lasciato il tempo necessario per riprendermi da questi eventi senza caricarmi di troppe responsabilità.

    Don Mario, dopo delle ricerche in rete l’ho trovato in un oratorio come parroco.

    Gli ho scritto che desideravo parlare con lui degli eventi relativi al nostro soggiorno presso l’istituto religioso della mia giovinezza. Non ha risposto. Ho scritto al suo superiore, mi ha risposto e indirizzato, senza una parola di compassione, al Vicario.

    Con il Vicario, ha corrisposto densamente per e-mail, ho esposto i fatti, l’ho incontrato nel marzo 2016. Poi un silenzio di parecchie settimane.

    Il silenzio è insopportabile quando ci aspetta una risposta, anche per fatti accaduti 46 anni prima! Mia moglie ha avuto l’idea di cercare associazioni di persone abusate e abbiamo preso un appuntamento con Marie-Jo Aeby di SAPEC, una associazione Svizzera che si occupa delle persone che sono state abusate in una relazione di autorità con religiosi. Il miracolo avvenuto. Marie-Jo mi ha ascoltato, ha capito il mio dramma; lei si che ha avuto una vera compassione e mi ha consigliato cosa fare. In un secondo tempo mi ha indirizzato al vescovo Charles che ha avuto lo stesso atteggiamento di Marie-Jo. Finalmente un uomo di Chiesa, che mi ascolta e mi crede! Monsignor Morerod ha scritto una lettera per la Commissione, presieduta dal Vicario, che doveva redigere il verbale dell’udienza preliminare prevista per il 14 maggio 2016. Quel giorno, per più di tre ore, accompagnato da mia moglie, per raccontare e rivivere l’abuso e le sue conseguenze. E alla fine, nessuna copia del verbale…

    Ho provato di tutto per ottenere questo documento, ma niente da fare. Solo le minacce di divulgare il nome del mio aggressore alla stampa ha fatto reagire il Vicario; era pronto a un viaggio in Svizzera per discutere questo punto con l’associazione SAPEC, Monsignor Charles e il sottoscritto, ma non a darmi una copia del processo verbale. SAPEC mi ha sconsigliato di discutere con il Vicario senza processo verbale.

    Nel settembre 2016 la procedura preliminare è completata e il mio dossier è inviato a Roma alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Monsignor Charles e Monsignor Francesco, un amico che è missionario da 50 anni, hanno inviato una lettera, alla Congregazione della Dottrina della Fede, per sostenermi nella mia denuncia. Ma dal mese di settembre 2016: silenzio assoluto.

    Nel mese di agosto 2017, ho nuovamente inviato una e-mail al Vicario per dirgli che la mia pazienza era ad al limite e che entro la fine di settembre non ricevevo notizie, avrei rimesso la mia storia di abusi ai media. Risposta immediata del Vicario che dice di avere notizie da Roma e desidera incontrarmi.

    L’incontro con il Vicario, accompagnato dall’avvocato della sua congregazione si svolge nel mio paese in Italia. Mi accompagna Monsignor Francesco. Il Vicario comunica che la mia procedura è terminata! Don Mario ha ricevuto restrizioni nel suo ministero come; divieto di celebrare alcuni sacramenti e incontrare i giovani da soli. Ha dovuto firmare una lettera in cui ha riconosciuto le accuse e ha deciso di non presentare ricorso contro tali decisioni.

    Purtroppo come di solito avviene in Vaticano, non ho ricevuto nulla di scritto. Tutto è stato fatto per via orale, così da non lasciare alcuna traccia. Ho manifestato la mia delusione per la mancanza di comunicazione scritta e con me, Monsignor Panfilo, che mi accompagnava

    Don Mario, che aveva accettato di incontrarmi alla fine della procedura canonica, non ha più voluto incontrarmi o scusarsi per il danno che mi ha fatto. Apparentemente, era un po’ depresso dopo la mia confessione e la decisione di Roma. Il poverino!
    Non ho ricevuto neppure le scuse scritte dalla sua congregazione!
    Sì, ho ricevuto una riparazione ma con l’impegno di non dire il nome del mio aggressore e della sua congregazione.
    La Congregazione per la Dottrina della Fede non mi ha permesso di avere:
    – I documenti del procedimento preliminare e finale.
    – Del processo verbale della mia deposizione.
    – Della dichiarazione e della testimonianza del mio aggressore per sapere se ha riconosciuto i fatti o meno.
    – Un documento che attesti le sanzioni inflitte al mio aggressore.
    – Un documento in cui la chiesa di Roma si scusa per il danno che ho subito.

    Ammetto che non ricevere scuse, né documenti della mia procedura, è difficile, molto difficile da sopportare! Questo è inammissibile e qualche volta la rabbia mi prende e vorrei vedere il Vaticano crollare e sprofondare per sempre.

    Se da un lato sono soddisfatto per il risultato di questa procedura, che almeno mi riconosce come vittima, io non capisco come mai il Vaticano tratta in questo modo le vittime di abusi sessuali. Una cosa è chiara: non vogliono lasciare nessuna traccia scritta del comportamento dei loro religiosi e pazienza se le vittime, di questi esecrabili delitti, si sentano ancora una volta vittime dell’abuso di potere e del clericalismo, di questa istituzione, che perde ogni giorno un po’ più della sua credibilità.

    Un’altra realtà che si è aperta a me attraverso questa esperienza è quella dei sacerdoti italiani.

    A parte Monsignor Francesco, che è arcivescovo in Papua, tutti gli altri sacerdoti italiani che ho contattato, in Svizzera e in Italia, non mi ha aiutato nella mia angoscia ma hanno difeso l’istituzione che li mantiene. Non conoscono le conseguenze degli abusi sessuali sui minori e non sono disposti ad aiutare le vittime. Che delusione!

    Ora faccio parte del comitato del Gruppo SAPEC e vorrei aiutare gli altri sopravvissuti di abusi sessuali ad essere riconosciuti come vittime, ricevere le scuse dell’autore del reato e quella dei suoi superiori e pretendere un risarcimento.

    Nel febbraio 2019 ho partecipato a Roma, con altri membri del Gruppo SAPEC, ad una manifestazione di tolleranza zero organizzato da ECA (Ending Clerical Abuse). L’obiettivo è di fare pressioni sulla chiesa per mettere in atto delle disposizioni, per fermare i suoi indicibili crimini, in parallelo con il sinodo convocato da Francesco.

    Ho incontrato diverse persone, donne e uomini, sopravvissuti da abusi sessuali  nella chiesa. Tutti delusi da questa istituzione, ma determinati a continuare questa lotta per far emergere la verità e fermare la piaga che colpisce tanti bambini.

    Dopo la lettura del documento finale di Francesco, che ci ha deluso tantissimo, tutti ci poniamo le stesse domande:
    Perché la chiesa non fa altro che proferire parole e non azioni concrete per fermare questa catastrofe?
    Perché le vittime non sono riconosciute come tali dalla chiesa?

    Queste le parole dei genitori di Alessandro al papa che condivido completamente:
    “Francesco, ma occorre un summit mondiale per rendere consapevoli i Vescovi che abusare, insabbiare non è una cosa buona, questo l’obbiettivo? La consapevolezza? Occorre un ‘vademecum’ per aiutare i presidenti delle conferenze episcopali per far capire a tutti i Vescovi dei loro paesi che violentare un bambino e spostare i preti che si macchiano di tale crimine, da un oratorio all’altro, non risponde esattamente all’obbiettivo che hai dovuto chiarire”?

    Uno dei problemi fondamentali è che nei tribunali ecclesiastici non considerano l’abuso sessuale, sui minori un crimine, ma una violazione da parte di un chierico dei suoi obblighi di celibato. L’abuso sessuale sui bambini è considerato come fattore aggravante.
    Il diritto canonico non si occupa di criminalità, ma dei doveri speciali del religioso.
    Quindi quello che è in gioco è lo statuto religioso del chierico e non quello che è successo alla vittima perché in Vaticano la vittima non ha statuto.

    Eppure c’è un documento che dovrebbe illuminare e affrontare tutti questi problemi e permettere a tutti gli uomini religiosi di vivere secondo il loro impegno: il Vangelo!

    Mi pongo una domanda ancora più seria:
    Perché i religiosi e tutti i cristiani che collaborano fedelmente per trasmettere il Vangelo non fanno nulla per proteggere i loro fedeli, i più fragili e i loro figli? Il cambiamento può avvenire solo all’interno della chiesa, altrimenti non ci sarà più chiesa…

    Non è la chiesa e i suoi membri che soffre, come insiste sempre Francesco, ma milioni di bambini e le loro famiglie che devono convivere con vite umane distrutte o altamente andicappate!

    Non è certamente la colpa di satana, altra scusa di Francesco, se molti religiosi si lasciano andare in certi comportamenti disumani, ma della perversione di queste persone e di chi, a proposito, copre questi orribili crimini per proteggersi (dai loro scheletri nell’armadio) e proteggere questa istituzione ormai marcia.

    Io non voglio fare parte di questa chiesa, ma desidero, cooperare e aiutare la parte sana a prendere coscienza e sradicare il male che l’ha invasa. La chiesa non potrà ricostruirsi senza l’aiuto delle vittime e delle associazioni che le difendono. Solo ascoltando, l’orrore delle storie delle vittime, potrà prendere coscienza del male che ha fatto e prendere le giuste misure per fermare questa piaga insostenibile.

    Valerio

  • IL DOPO SUMMIT: I CRISTIANI ATTENDONO RISPOSTE CREDIBILI – LE PAROLE DEL PAPA NEI FATTI

    IL DOPO SUMMIT: I CRISTIANI ATTENDONO RISPOSTE CREDIBILI – LE PAROLE DEL PAPA NEI FATTI

    Nei mesi scorsi, in preparazione al summit mondiale voluto da Papa Francesco sul tema della protezione dei minori in contrasto alla piaga della pedofilia in abito clericale, meeting che si è svolto dal 21 al 24 febbraio 2019, Rete L’ABUSO, non ricevendo alcuna disponibilità da parte del Vaticano per essere ricevuta con un piccolo comitato di vittime e loro familiari al fine di fornire il proprio contributo per la preparazione dell’evento, aveva preparato una campagna di consapevolezza.

    La “campagna” aveva lo scopo di sensibilizzare la gente sul tema degli abusi sessuali e la loro gestione nell’ambito della chiesa cattolica, partendo da un dei tanti episodi concreti delle vittime che si rivolgono all’associazione, in particolare dalla vicenda che coinvolge l’attuale Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini e il sacerdote condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi don Mauro Galli, per abuso sessuale aggravato.

    L’iniziativa prendeva spunto da una lettera aperta destinata al Santo Padre, scritta dai familiari della vittima e pubblicata su ilfattoquotidiano.it, ma soprattutto poneva spunti di riflessione che a nome di tante vittime con storie analoghe di estrema sofferenza, avrebbero voluto condividere con il comitato organizzatore dell’evento così come auspicava lo stesso Pontefice.

    Ora al termine del summit che ha trovato sintesi nel discorso conclusivo di Papa Francesco al termine della S. Messa celebrata domenica 24 febbraio 2019, pubblicato ufficialmente sul bollettino della Santa Sede e in seguito a quanto annunciato nell’omelia della medesima celebrazione:

    “Faremo tutto quanto è in nostro potere per portare ai sopravvissuti agli abusi giustizia e guarigione; li ascolteremo, crederemo in loro e cammineremo con loro; faremo in modo che tutti coloro che hanno commesso abusi non siano mai più in grado di offendere; chiameremo a rendere conto chi ha nascosto gli abusi…”

    I familiari della vittima di don Galli, si sono sentiti in dovere di scrivere nuovamente al Santo Padre con una seconda lettera aperta (LEGGI QUI) per chiedere direttamente al Pontefice come si traduce in concreto quanto dichiarato dallo stesso Papa.

    Rete L’ABUSO ha pertanto deciso di proseguire la campagna di consapevolezza aggiungendo nuove puntate:

    IL DOPO SUMMIT del 21-24 Febbraio 2019 – INCONTRO MONDIALE DEI VERTICI DELLA CHIESA

    «I CRISTIANI ATTENDONO RISPOSTE CREDIBILI – LE PAROLE DEL PAPA NEI FATTI»

    PEDOFILIA NEL CLERO – CASO DON GALLI/MONS. DELPINI

    Introduzione:

    Non ci si può accontentare delle parole, quando le parole non sono seguite dai fatti. Il summit dei Vescovi può portare dei frutti solo se vi sono della azioni concrete e in tempi brevi. Non basta dire che “un abuso è una mostruosità” e permettere che ciò si ripeta. Il tempo delle parole è scaduto. Le vittime di tutto il mondo attendono I FATTI. L’attesa produce solo altre vittime, in tutto il mondo.

    Contenuti e anticipazioni del video:

    Nel video si ripercorre il messaggio di Papa Francesco a conclusione del summit, rapportato al caso concreto che Rete L’ABUSO ha utilizzato come campagna di consapevolezza.

    Spunti di riflessione:

    • Quando il Papa darà seguito concreto alle sue parole relative alla tutela dei minori?
    • Quando le parole “la Chiesa non si risparmierà mai per consegnare alla giustizia chiunque” “non insabbierà mai”… si trasformeranno in azioni?
    • Quando le vittime potranno davvero sentire la vicinanza della Chiesa?
    • Quando le vittime potranno ricominciare a credere?
    • Che senso ha avere Linee Guida o nuovi documenti o ancora un nuovo “motu proprio” se non vengono seguiti quelli che già sono in vigore?
    • Perché non vengono presi immediati provvedimenti nei confronti dei Vescovi di cui è già noto il comportamento ed è certo che abbiano insabbiato casi di abusi sessuali ai danni di minori? Solo in Italia, per esempio, ben cinque Membri del Consiglio Permanente della CEI sono palesemente coinvolti:
    • Mons. Mario Delpini (caso Mauro Galli)
    • Mons. Crescenzio Sepe (caso Silverio Mura)
    • Mons. Giuseppe Betori (caso Daniele Ralti)
    • Mons. Angelo Bagnasco (caso Carlos Buela)
    • Mons. Claudio Maniago (caso Lelio Cantini)
    • Quando la Chiesa tornerà credibile?

    Per approfondire:

    Per approfondire e comprendere meglio il significato delle riflessioni e le domande che come associazione ci stiamo ponendo dopo il summit, riproponiamo il percorso delle cinque tappe della riflessione già proposta in preparazione all’evento voluto da Papa Francesco. Percorso che in qualche modo ha cercato di stimolare e raggiungere i Vescovi che avrebbero poi partecipato all’evento sottoponendogli i seguenti temi:

    PEDOFILIA NEL CLERO: ULTIMO APPELLO PER PAPA FRANCESCO

     

    1. I GENITORI DEVONO SAPERE
    2. MOLTI NELLA GERARCHIA SANNO MA PREFERISCONO L’AMBIGUITÀ
    3. LO STESSO LEGALE DELLA DIOCESI SCREDITA IL VESCOVO
    4. LA REGIA E LE MENZOGNE PER DIFENDERE I PRETI CHE ABUSANO
    5. L’ESTREMO TENTATIVO DI ALTERARE LA VERITÀ
  • La condanna di Barbarin scuote (ancora) la Chiesa: al Papa la decisione sulle sue possibili dimissioni

    La condanna di Barbarin scuote (ancora) la Chiesa: al Papa la decisione sulle sue possibili dimissioni

    Il porporato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato un prete pedofilo

    “Per non creare uno scandalo, come mi aveva chiesto Roma”. Il Cardinale di Lione Philippe Barbarin, condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato un prete pedofilo, lo ha sostenuto più volte: ha voluto gestire gli abusi di cui era venuto direttamente a conoscenza senza il clamore che una denuncia alla magistratura avrebbe suscitato.

    Glielo aveva chiesto Roma, cioè il Vaticano. Il Vaticano cioè la Congregazione per la dottrina della fede. Cioè Luis Francisco Ladaria Ferrer, numero due dell’allora Prefetto, Gerard Muller, dal 2008. E dal 1 luglio 2017, successore di Muller, e dal giugno 2018 anche cardinale.

    Ladaria non è entrato nel processo di Lione semplicemente perché il Vaticano, nell’ottobre 2018, lo ha “scudato” con l’immunità diplomatica. Quindi la sua corrispondenza con il cardinale Barbarin, che tra qualche giorno sarà ricevuto dimissionario dal Papa, non ha potuto essere utilizzata, né lui chiamato a testimoniare.

    Lo stesso Papa Francesco era fiducioso nell’esito del giudizio di Lione. In una intervista del maggio 2016 a La Croix il Papa aveva detto che Barbarin “ora non deve dimettersi”. “È vero – aveva sostenuto in generale Francesco – che non è facile giudicare i fatti decenni dopo, in un altro contesto. La realtà non è sempre chiara. Ma per la Chiesa, in questo campo, non può esserci prescrizione. (…) Dagli elementi di cui dispongo credo che a Lione il cardinale Barbarin ha preso le misure necessarie, ha preso bene le cose in mano. È un coraggioso, un creativo, un missionario. Dobbiamo ora attendere il seguito del processo davanti la giustizia civile”. “Quindi non deve dimettersi?”, gli si chiedeva: “No, sarebbe un controsenso, un’imprudenza. Si vedrà dopo la conclusione del processo. Ma ora, sarebbe ammettere la propria colpevolezza”.

    Ancora alla fine dell’agosto 2018 sul volo papale di ritorno dall’Irlanda Francesco aveva sollecitato la corrispondente di Le Monde ad attendere il corso della giustizia.

    Resta il fatto che in meno di due settimane, dopo il caso McCarrick dell’autunno scorso, ben due cardinali elettori in un futuro Conclave, Barbarin appunto e il cardinale Pell, sono stati condannati dal sistema giudiziario del loro Paese: il primo per copertura di un prete pedofilo. Il secondo addirittura per abusi sessuali personali. Mai accaduto.

    Neppure un caso come quello di Barbarin era mai successo, si tratta di una prima mondiale (l’ex cardinale di Boston Law del Caso Spotlight non venne mai condannato dalla giustizia americana). Gli avvocati di Barbarin hanno detto che ricorreranno in appello. La Conferenza episcopale francese ha detto che sospende il suo giudizio fino alla fine dell’iter processuale. Il caso ha suscitato un’enorme clamore in Francia dove Barbarin è molto noto per iniziative contro i matrimoni gay e dove centomila persone avevano firmato una petizione perché si dimetta. La vicenda è stata oggetto di un film ,”Grace à Dieu” .

    Il punto è che adesso anche questo caso è arrivato a Roma. Innazitutto bisognerà vedere se le dimissioni che Barbarin si è detto pronto a presentare saranno solo dal ruolo di arcivescovo della città francese o anche da cardinale. E resta da vedere che cosa deciderà il Papa in relazione alla sua berretta rossa ( l’arcivescovo francese era stato addirittura considerato papabile allo scorso conclave) e a quella di Pell, considerato che la loro posizione potrebbe influenzare la prossima elezione papale (tra l’altro Barbarin ha solo 68 anni e quindi sarebbe elettore per altri dodici anni).

    La Sala Stampa vaticana per il momento ha rimandato alla dichiarazione pubblica resa da Barbarin alle 13 di oggi. Mentre il Papa che ha incontrato questa mattina il clero di Roma in San Giovanni al Laterano ha fatto riferimento indiretto ai casi di pedofilia dicendo: “Sento di condividere con voi il dolore e la pena insopportabile che causano in tutto il corpo ecclesiale l’onda degli scandali di cui i giornali del mondo intero sono ormai pieni”.

    Motivazione della condanna.Il dispositivo del giudice non lascia spazio a dubbi. Barbarin ha fatto prevalere la difesa della Chiesa all’accertamento della verità richiesto dalle vittime. Il tribunale correzionale di Lione spiega che il porporato, arcivescovo della città francese dal 2002, aveva saputo nel 2010, una prima volta, e successivamente nel 2014, degli abusi perpetrati dal sacerdote Bernard Preynat negli anni Settanta e Ottanta a danno di un gruppo di scout, ed è ritenuto colpevole dalla giustizia francese per non avere preso l’iniziativa di denunciare il sacerdote alla Procura. La Corte, presieduta dalla giudice Brigitte Vernay, scrive, nella sentenza, che già nel 2010 Barbarin era venuto a sapere degli abusi di don Preynat grazie a una lettera inviata al suo predecessore dai genitori di una sua vittima, ma “bisogna constatare che all’epoca da parte del cardinale non è stata compiuta alcuna denuncia”, cosa “tanto più deplorevole poiché si sarebbe potuta ordinare un’inchiesta”, la vittima sarebbe potuta essere ascoltata prima così come si sarebbero potute cercare altre vittime.

    Il porporato “non spiega il suo silenzio se non con la certezza che dopo il 1991 questi fatti non erano più accaduti”, prosegue la sentenza, “ma questa convinzione non poteva essere sufficiente a dispensarlo dal rispettare l’obbligo di denuncia” previsto dal codice penale francese all’articolo 434 comma 3. Don Preynat invece venne nominato nella parrocchia di Sainte Claire en Loire et Rhins e nel 2013 diventa decano. Ma poiché questi fatti sono avvenuti nel 2010, il delitto di mancata denuncia per questo primo capo d’accusa è prescritto”, spiega il tribunale.

    La seconda vicenda. Si tratta in questo caso della denuncia che il cardinale Barbarin ricevette nel luglio del 2014 da un’altra vittima, Alexandre Hezez, uno dei promotori di questo processo, che gli riferì anche, a partire dal marzo 2015, che ci sono altre vittime. “Il cardinale Barbarin non ha mai manifestato alcun dubbio su queste informazioni”, si legge ancora nella sentenza, e l’arcivescovo “aveva l’obbligo di denunciare questi fatti”. Ma “per tutto il 2014, non ha denunciato né gli abusi da Hezez né l’esistenza possibile di fatti analoghi. Non ha preso iniziativa nonostante le domande e l’insistenza di Alexandre Hezez” che “spiegava di non riuscire a capire come Bernard Preynat fosse ancora titolare di una parrocchia”.

    Il principale argomento citato da Barbarin, si legge ancora nella sentenza, è che Hezez “gli diceva che i fatti di cui era stato vittima erano prescritti. Ma come comprendere la stessa inerzia quando si trattava dell’esistenza di altre vittime?”. Barbarin, ancora, “obiettava che dubitava dell’opportunità di denunciare fatti antichi che non si erano ripetuti Ma quest’ultima convinzione derivava da quanto lo stesso prete accusato, Preynat dichiarava. E in questo caso – si legge ancora – perché sollecitare il consiglio del Segretario della Congregazione per la Dottrina della fede in Vaticano” l’allora monsignore Luis Francisco Ladaria, oggi prefetto dello stesso dicastero, “il 13 dicembre 2014, ossia cinque mesi dopo il primo messaggio di Alexandre Hezez, se non perché quest’ultimo non diminuiva la sua determinazione”.

    “Da questo punto di vista, continua la sentenza , è opportuno sottolineare che una denuncia alla Procura della Repubblica poteva contenere le stesse informazioni di quella trasmessa a Roma. Sappiamo adesso che la risposta inviata dal segretario della Congregazione per la Dottrina della fede prevedeva di prendere delle misure di allontanamento di Bernard Preynat ma invitava ad evitare “ogni scandalo pubblico”. Sembra infine che non era che questa unica priorità, espressa esplicitamente, che bisognava perseguire, l’unico motivo dell’inerzia di Philippe Barbarin nel corso del 2015. E mentre le sue funzioni gli davano accesso a ogni informazione e aveva la capacità di analizzarle e comunicarle utilmente- continua la sentenza – Philippe Barbarin ha scelto in coscienza, per preservare l’istituzione alla quale appartiene, di non trasmetterle alla giustizia”.

    “Visto l’insieme di questi elementi – scrivono i giudici di Lione – è opportuno dichiarare Philippe Barbarin colpevole di mancata denuncia di maltrattamenti, privazioni o molestie sessuali inflitte ad un minore di quindici anni”. La decisione è stata presa in considerazione del “l’autorità che il cardinale Barbarin rappresenta, il potere che ha di decidere in piena indipendenza. Era a conoscenza della problematica legata ai comportamenti pedofili e ai danni causati alle vittime, come testimonia la sua partecipazione alla definizione dei principi adottati dalla conferenza episcopale in questo ambito. E, inoltre, non si può ignorare che aveva conoscenza più antica degli abusi contestati a Bernard Preynat”.

    Per questo, “volendo evitare lo scandalo causato dagli abusi sessuali multipli commessi da un prete, ma anche per le decisioni decisamente poco adeguate prese dai vescovi che lo hanno preceduto, Philippe Barbarin ha preferito prendere il rischio di impedire la scoperta di numerosissime vittime di abuso sessuale da parte della giustizia e di vietare l’espressione del loro dolore”. È per questo che, secondo i giudici, “deve essere condannato alla pena di sei mesi di prigione” con la condizionale.

    https://www.huffingtonpost.it/2019/03/07/la-condanna-di-barbarin-scuote-ancora-la-chiesa-al-papa-la-decisione-sulle-sue-possibili-dimissioni_a_23687020/

  • Preti pedofili, dopo i casi McCarrick e Pell la condanna di Barbarin. Le parole del Papa rischiano di diventare un boomerang

    Preti pedofili, dopo i casi McCarrick e Pell la condanna di Barbarin. Le parole del Papa rischiano di diventare un boomerang

    Come si è visto nei casi in questi tre casi è stata la giustizia civile a fare luce sui casi di pedofilia. Emblematico è quello che sta avvenendo in Vaticano in merito alla vicenda del cardinale australiano. La conferma che la Chiesa cattolica continua a inseguire la giustizia civile e non ad anticiparla

    di Francesco Antonio Grana

    Lo scandalo pedofilia continua a travolgere la Chiesa. Il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, è stato condannato a 6 mesi con la condizionale per mancata denuncia di abusi sessuali su minori perpetrati negli anni ’70 e ’80 durante i campi scout da padre Bernard Preynat. La sentenza è stata pronunciata dal tribunale di Lione. Si tratta del terzo porporato che nel giro di pochi giorni riceve una condanna per pedofilia. In questo caso, però, il cardinale Barbarin è stato dichiarato colpevole di aver coperto gli abusi sessuali su minori. Negli altri due casi, invece, quello di Theodore Edgar McCarrick e George Pell sono stati gli stessi porporati a commettere gli abusi.

    Padre Preynat è accusato di aver abusato di un gruppo scout tra il 1986 e il 1996. Un caso così sentito da aver spinto il regista francese François Ozon a farne un film, Grâce à Dieu presentato all’ultimo Festival di Berlino. Una vicenda simile a quanto era avvenuto con lo scandalo pedofilia nell’arcidiocesi di Boston che aveva ispirato il film Il caso Spotlight, vincitor dell’Oscar nel 2016.

    Supportati dall’associazione di vittime La Parole libérée, nove uomini hanno prima accusato padre Preynat di averli abusati, fatti per i quali quest’ultimo non è stato processato, quindi hanno presentato denuncia contro chi avrebbe coperto gli abomini del sacerdote. In assenza di procedimenti giudiziari, nel 2017 hanno fatto richiesta di convocazione diretta davanti al tribunale, che ha garantito loro un processo, bypassando le indagini che si erano chiuse con un nulla di fatto. “Non ho mai cercato di nascondere nulla, tantomeno questi fatti orribili”, si è difeso Barbarin davanti al giudice spiegando di aver appreso degli abusi di padre Preynat solo nel 2014, quando una vittima si confidò con lui. Ma secondo l’avvocato di parte civile, Jean Boudot, il cardinale era a conoscenza dei fatti almeno dal 2010, quando parlò con il prete dei rumors che giravano attorno alla sua condotta. La mancata denuncia di aggressione sessuale sui minori di 15 anni è classificata dal codice penale francese tra i reati di ostruzione alla giustizia. A quanto pare, inoltre, c’è anche uno scambio di lettere, avvenuto nel 2015, tra il cardinale il Vaticano che gli consigliava di licenziare il prete “evitando lo scandalo pubblico”. Istruzioni seguite alla lettera da Barbarin per sua stessa ammissione.

    Gli scandali dei cardinali McCarrick, ridotto allo stato laicale da Bergoglio, Pell, attualmente detenuto in una cella dell’Assessment Prison di Melbourne, e ora Barbarin minano fortemente la credibilità del summit sulla pedofilia del clero voluto recentemente da Francesco in Vaticano. La promessa del Papa era stata chiara: “Se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso – che rappresenta già di per sé una mostruosità – tale caso sarà affrontato con la massima serietà”. Un’affermazione, però, che ora rischia di diventare un vero e proprio boomerang. Tra i punti indicati dal Papa per contrastare la piaga degli abusi nella Chiesa cattolica, ce ne sono due particolarmente importanti: “Deliberare che i sacerdoti e i vescovi colpevoli di abuso sessuale su minori abbandonino il ministero pubblico” e “informare le autorità civili e le autorità ecclesiastiche superiori nel rispetto delle norme civili e canoniche”. Ma finora, come si è visto nei casi di McCarrick, Pell e Barbarin, è stata la giustizia civile a fare luce sui casi di pedofilia. Emblematico è quello che sta avvenendo in Vaticano in merito alla vicenda del cardinale australiano, fino al momento della condanna prefetto della Segreteria per l’economia, seppure in congedo per potersi difendere nel processo. “Dopo la sentenza di condanna di primo grado nei confronti del cardinale Pell, – ha affermato il portavoce vaticano Alessandro Gisotti – la Congregazione per la dottrina della fede si occuperà ora del caso nei modi e con i tempi stabiliti dalla normativa canonica”. La conferma che la Chiesa cattolica continua a inseguire la giustizia civile e non ad anticiparla.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/07/preti-pedofili-dopo-i-casi-mccarrick-e-pell-la-condanna-di-barbarin-le-parole-del-papa-rischiano-di-diventare-un-boomerang/5020563/

  • Rete L’ABUSO propone un Protocollo di garanzia per le vittime agli “sportelli diocesani”

    Rete L’ABUSO propone un Protocollo di garanzia per le vittime agli “sportelli diocesani”

    Dopo il sinodo di febbraio, concluso sostanzialmente con altre promesse ma di fatto nulla di concreto, stiamo assistendo alla nascita – sul territorio italiano e per mano delle diocesi – di sportelli di accoglienza per le vittime di abusi sessuali da parte dei preti cattolici.

    A lasciarci un pò perplessi, non è solo il fatto che questi sportelli nella sostanza proseguono come è sempre stato, con la raccolta delle denunce presso le diocesi e non all’Autorità Giudiziaria civile, con un rischio che è storica parte del problema, ovvero che queste vengano insabbiate.

    Quello che non è chiaro, è che oltre a fare il lavoro di intelligence, ovvero acquisire dei dati, non si sa da chi saranno gestiti, che uso ne verrà fatto, quali garanzie ha la vittima sul fatto che le informazioni acquisite in quelle sedi gestite dal clero non vengano poi utilizzate nei tribunali civili, magari a danno della stessa vittima.

    Non viene detto quali proposte siano disponibili per il soccorso di chi è stato vittima, se vi siano percorsi di recupero, chi li gestirà, in sostanza viene detto (come appare nel testo della diocesi di Milano) che vi sarà un “Referente diocesano per la tutela dei minori e la corrispettiva equipe (cui competerà, tra l’altro, l’ascolto e l’accompagnamento delle vittime e la gestione della segnalazione di abusi)”. Tutela minori diocesi di milano

    Nella sostanza un testo di buone intenzioni che però nessuno sa quanto realmente siano attuabili, visti i fallimenti, o forse successi, compiuti fino ad oggi dalla chiesa, che puntualmente giustifica le “buone intenzioni disattese” scaricando la responsabilità su una gerarchia disobbediente o su un vescovo omertoso che poi non punisce però, il quale magari si giustificherà – come ha fatto l’arcivescovo di Milano Mario Delpini – sostenendo di aver sottovalutato la segnalazione. Facendosi scudo del fatto che in Italia non vi sia l’obbligo della denuncia.

    Diceva un grande amico della chiesa “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca” e spero la chiesa non se ne abbia a male con noi vittime, se vogliamo che tutto venga fatto per il meglio.


    Protocollo – tutela e garanzia – Consultori Diocesani

    Proposta della Rete L’ABUSO

    Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero

    Relatore

    Francesco Zanardi

    -o=O=o-

     

    Premesso che l’Associazione Rete L’ABUSO, (associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero) con sede legale in Savona, via Pietro Giuria 3, C.F. 92109400090, si batte per la non negoziabilità dei diritti, propone il seguente protocollo. Premesso che il documento non mette mano alla strutturazione interna che sarà discrezionale, vogliamo solo individuare i punti fondamentali e imprescindibili con l’unica finalità; garantire il rispetto e la massima tutela delle parti, oltre all’efficacia del servizio.

    L’Associazione ritiene che una partenza sana sin dall’accoglienza, produca non solo una buona gestibilità, ma anche la massima trasparenza e la garanzia del rispetto dei diritti della vittima.

    LA STRUTTURA DELL’ACCOGLIENZA

    1. Garantire che venga segnalata all’Autorità Giudiziaria qualunque notizia di reato o sospetto di reato, lasciando la gestione e l’accertamento, unicamente all’autorità civile competente.
    2. Che la vittima sia guidata e supportata nelle decisioni e nei percorsi che andrà a prendere, con un’unica finalità, il benessere di chi viene soccorso.
    3. Garantisca che chi accoglierà e guiderà la vittima sia personale competente e preparato, che agisca nel massimo rispetto del Diritto che lo Stato Italiano garantisce.
    4. Valuti con sollecitudine l’urgenza (ai fini prescrittivi o di interruzione degli stessi) di un intervento legale in sua tutela.
    5. Garantire agli utenti, soprattutto sotto l’aspetto psicologico, che abbiano assicurate tutte quelle tutele previste dallo Stato italiano, dal Trattato di Lanzarote ecc. che sono espressamente rivolte a soggetti vittime di abuso sessuale.
    6. Che in nessun modo il servizio divulghi, riutilizzi, o ceda per finalità differenti dall’interesse dell’assistito, dati, circostanze e informazioni di qualunque genere o natura.

    Riteniamo i sei punti esposti, fondamentale base di garanzia non negoziabile. Anche se apparentemente potrebbe sembrare difficile affrontarli, in realtà sono tutti legati tra loro e risolvibili con estrema semplicità.


    Ecco la nostra proposta per un punto di partenza sano ed efficace.

    Abbiamo trattato non a caso il solo punto dell’accoglienza perché secondo noi è li il cardine dove si decide l’avvio di un accompagnamento sano per la vittima e utile per il bene collettivo.

    La soluzione si riduce alla scelta mirata di chi sarà addetto all’accoglienza o responsabile di questa, che dovrà semplicemente essere selezionato tra chi riveste qualifiche di “pubblico ufficiale”, ovvero un medico, un assistente sociale o chi per esso, purchè abbia questa qualifica, che gli impone degli obblighi penali, come quello della denuncia.

    Questa soluzione risolverebbe molti problemi al Vaticano per quanto riguarda la gestione, l’obbedienza delle gerarchie, il segreto del confessionale ecc. In questo modo anche la chiesa viene messa al corrente della segnalazione, mantenendo la sua inviolabile facoltà di decidere se avviare un’indagine previa e un successivo processo canonico. Al tempo stesso le gerarchie sarebbero sollevate dall’onere dalla denuncia alle autorità civili, che sarebbe comunque garantita dal pubblico ufficiale, che per legge la deve fare e che in caso di omissione ne risponderebbe personalmente.

    A questo modo si supererebbero anche i vari ostacoli dovuti alla valutazione della denuncia, che sarebbe compito dell’autorità civile, la quale, ha gli strumenti e la formazione per valutare e nel caso procedere sotto l’aspetto giudiziario.

    Siamo convinti, anzi emerge insistentemente dai vari casi, che spesso la denuncia è un ostacolo notevole, non solo per la vittima, ma anche per chi la circonda, specie nell’ambito della chiesa dove la paura che si sappia, spesso prevale sulla priorità, la vittima, il suo soccorso e la prevenzione.

    L’associazione Rete L’ABUSO si rende garante di questo protocollo, ampliabile e integrabile con altri punti, ma non negoziabile nel suo fondamento. Lo stesso protocollo non solo è in linea con quanto discusso lo scorso febbraio durante il sinodo, ma risolverebbe in buona parte anche la collaborazione tra la chiesa, le autorità civili e le associazioni delle vittime, coinvolte un dialogo senza precedenti che non può che essere garante e costruttivo.

    Protocollo tutela vittime sportelli diocesani

    Fine del Protocollo

    Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webp2019/03/05/preti-pedofili-lallarme-della-rete-labuso-sui-consultori-diocesani-le-vittime-rischiano-di-essere-raggirate/

  • Abusi, dai vescovi messicani nuove linee guida: “Mai più coperture”

    Abusi, dai vescovi messicani nuove linee guida: “Mai più coperture”

    Un piano di lavoro elaborato dopo il summit in Vaticano: priorità alle vittime

    Diagnosi, prevenzione, giustizia e risposta, appoggio alle vittime, promuovere il rispetto per la legge. Sono le cinque parti nelle quali si suddividono le linee d’azione per la protezione dei minori, elaborate dalla Conferenza episcopale messicana (Cem) in seguito all’incontro tenutosi di recente in Vaticano, e presentate ieri in una conferenza stampa nella sede della Conferenza dal presidente, Rogelio Cabrera López, e dal segretario generale, Alfonso Gerardo Miranda Guardiola, rispettivamente arcivescovo e vescovo ausiliare di Monterrey.

    Per ciascuno di questi cinque punti – riferisce l’agenzia Sir – il piano di lavoro prevede azioni concrete, a partire dalla necessità di «quantificare e rendere trasparente il problema dell’abuso sessuale infantile da parte di sacerdoti e operatori pastorali in Messico».

    Il documento sottolinea la necessità della selezione e della formazione permanente dei sacerdoti. E annuncia che la Conferenza episcopale, in virtù dell’elevazione a rango normativo delle linee guida degli episcopati, decisa nel summit in Vaticano, provvederà a un continuo monitoraggio, supervisione e verifica delle attività delle singole diocesi, alle quali è chiesto di dotarsi di commissioni diocesane. Si parla, inoltre, di diffondere processi di certificazione di sacerdoti, operatori pastorali e ambienti ecclesiali, precisi protocolli, regole chiare su trasferimenti da una diocesi all’altra o da una congregazione a un’altra di seminaristi e sacerdoti.

    «Nessun abuso dovrà essere coperto», insistono i vescovi messicani, che chiedono «un cambio di paradigma: l’attenzione iniziale e privilegiata alle vittime». Il documento chiede anche, però, di «prestare attenzione al clima socio-ecclesiale dei sacerdoti, in modo che non si viva nel panico, ma nella sicurezza, potendo così compiere adeguatamente e pienamente la propria vocazione».

    Infine, la Conferenza episcopale specifica di aver chiesto a un gruppo di laici indipendenti e competenti di «rivedere ogni informazione disponibile» riguardo a casi di abuso su minori.

  • Cile, scandalo pedofilia sulla Chiesa: “Violentato in cattedrale”

    Cile, scandalo pedofilia sulla Chiesa: “Violentato in cattedrale”

    Continua lo scandalo che riguarda la Chiesa: numerose sono le accuse di pedofilia rivolta verso alcuni sacerdoti.

    Ancora scandali sessuali con al centro la Chiesa: in Cile sono numerosi ed inquietanti i risvolti che la situazione sta prendendo negli ultimi mesi. Infatti, un uomo ha denunciato alle forze dell’ordine locali di essere stato vittima di diverse violenze sessuali da parte di uno dei sacerdoti della cattedrale di Santiago, capitale del Cile.

    Il sacerdote accusato di molestie sessuali è un sessantasettenne cileno e risponde al nome di Tito Rivera. Il prete è stato anche rettore della chiesa di Las Agustinas, sempre nella capitale cilena.

    Il racconto della vittima

    La presunta vittima delle molestie ha accusato il sacerdote di essere stato violentato in una delle tante stanze della famosa cattedrale. Un altro indizio che porta alla colpevolezza il prete cileno finito sotto accusa è la vicinanza con l’arcivescovo Ricardo Ezzati Andrello, che avrebbe nominato Rivera rettore della cattedrale. Andrello è da tempo tenuto sotto torchio dalle forze dell’ordine locali poiché è sospettato di aver occultato e nascosto diversi membri della Chiesa cilena accusati in vicende di pedofilia.

    Inoltre, la vittima ha anche raccontato di aver incontrato Andrello, il quale lo avrebbe prima abbracciato e per poi chiedergli di pregare per il suo molestatore.

    L’accusa ha chiesto all’arcidiocesi di Santiago un risarcimento danni pari a mezzo milione di dollari.

    Lo scandalo pedofilia in Cile

    Il 2019 ha visto numerosi vescovi e membri vari della Chiesa cilena presentare le proprie dimissioni dopo che molti di questi si sono ritrovati al centro di una lunga serie di scandali sessuali.

    Dopo il clamore mediatico che questa notizia ha trascinato con sé, la Chiesa cattolica del Cile ha deciso di pubblicare una lunga lista di sacerdoti che sarebbero stati processati per il reato di abuso sessuale su minori. Questa lista fece molto scalpore poiché, nel leggerla, il presidente della Conferenza Episcopale, il monsignor Santiago Silva, ha riconosciuto la colpevolezza di numerosi vescovi.