Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: abuso sessuale

  • Conferenza episcopale francese: il vescovo di Toulouse ritiri la nomina del prete condannato per abusi su minore

    Conferenza episcopale francese: il vescovo di Toulouse ritiri la nomina del prete condannato per abusi su minore

    TOULOUSE-ADISTA. Non si spegne, in Francia, la polemica intorno al caso del prete Dominique Spina che, riconosciuto colpevole di abusi sessuali su un adolescente per un periodo di due anni, pur non avendo mai mostrato, durante il processo, un reale pentimento e avendo cercato di screditare la sua vittima, nominato parroco nel 2009, due anni dopo la sua uscita di prigione, e rimasto in carica fino al 2016, quando si è dimesso sotto la pressione mediatica, oggi viene scelto dal vescoovo mons. Guy de Kerimel per il delicatissimo ruolo di gran cancelliere, con responsabilità, quindi, sugli archivi diocesani. Da sottolineare che il codice di diritto canonico richiede una reputazione intatta per certi incarichi, il che rende problematica la sua nomina.

    Il 10 agosto, a rompere un imbarazzante silenzio rotto solo dalla voce isolata di protesta del vescovo di Viviers, mons. Hervé Jean Robert Giraud – che ha reagito pubblicamente prima sui social e poi in un’intervista, proponendo che il prete svolga “un lavoro ordinario come qualsiasi cittadino” – un comunicato della Conferenza episcopale francese, affronta in un paragrafo proprio tema di Toulouse, invitando de Kerimel a tornare sui suoi passi. “In Francia, le ultime settimane hanno visto un periodo ecclesiastico intenso”, esordisce il comunicato firmato dal card. Jean-Marc Aveline di Marsiglia, presidente dei vescovi, e dai due vicepresidenti mons. Vincent Jordy di Tours, e mons. Benoit Bertrand, vescovo di Pontoise. “Vorremmo sottolineare che la nostra Chiesa, da diversi anni, ha coraggiosamente imboccato la via della verità nella dolorosa questione degli abusi commessi al suo interno. È molto importante continuare questo lavoro in tutti i settori della vita ecclesiale. A poco a poco, abbiamo imparato a guardare questi fatti innanzitutto dal punto di vista delle persone che ne sono state vittime e che ne subiscono le conseguenze per il resto della loro vita. Questo cambiamento di prospettiva, l’ascolto commovente della loro angoscia e del loro dolore, l’accoglienza del loro invito a percorrere umilmente con loro un cammino di verità, hanno avviato, per la nostra istituzione ecclesiale, un lungo e impegnativo lavoro di conversione, che siamo determinati a proseguire”. In questo spirito, il vertice della Conferenza episcopale ha “avviato un dialogo costruttivo con Mons. Guy de Kerimel, arcivescovo di Tolosa, invitandolo a riconsiderare la decisione presa in merito alla nomina del Cancelliere della sua diocesi. In effetti, una tale nomina a un incarico così importante, canonicamente e simbolicamente, non può che ravvivare ferite, risvegliare sospetti e sconcertare il popolo di Dio”.

    Del resto non si contano le reazioni di protesta da parte della base cattolica. In un articolo sul quotidiano La Croix (7/8/2025), la presidente dell’associazione di sopravvissuti ad abusi Fraternité Victimes Mélanie Debrabant pone la questione centrale: che fare dei preti condannati che hanno scontato la pena? “Questo caso – scrive su La Croix – mette in evidenza quanto sia delicata la questione del destino dei preti autori di violenze sessuali, in particolare quando non vengono ridotti allo stato laicale. Non è un tema nuovo: la commissione Christnacht se ne occupa dal 2016.

    Nel 2021, la prima raccomandazione della Ciase era di “assicurarsi che le persone riconosciute colpevoli di aggressione o abuso sessuale su minore o persona vulnerabile siano oggetto, nel tempo, di un percorso di presa in carico da parte di professionisti della salute”. Il primo problema è trovare questi operatori sanitari qualificati e formati”.

    E poi: “chi decide la fine di un percorso di cura? Cosa fare quando l’interessato interrompe il suo seguito senza concertazione? Il rapporto della Ciase chiedeva anche di ‘garantire che qualsiasi persona coinvolta in un caso di aggressione o abuso sessuale su minore o persona vulnerabile non possa avere accesso a bambini, adolescenti o persone vulnerabili nell’ambito di una missione ecclesiale’”. Insomma, si chiede Debrabant: l’obiettivo di proteggere possibili vittime è realistico? Il tasso di recidiva dei pedocriminali è elevato: dal 10 al 40%, secondo uno studio del marzo 2025.

    Che compito affidare a questi uomini? Padre Patrick Goujon, gesuita, a sua volta vittima di abusi, ha recentemente testimoniato su La Croix di essere stato aggredito negli anni ’80 proprio dall’archivista della sua diocesi, che era stato nominato a quel posto proprio in seguito a denunce. Come è emerso dai lavori della commissione Ciase, molti archivi contenenti dati e notizie su casi di pedofilia sono stati distrutti. Altri preti vengono nominati cappellani di comunità religiose femminili, ma anche in quel caso un rischio c’è, dal momento che tali comunità sono spesso luoghi di ritiro e di passaggio. E poi, “queste donne che hanno consacrato la loro vita non meritano forse di meglio?”.

    Debrabant pone poi un altro interrogativo: “Se ammettiamo che questi preti debbano stare lontani da possibili vittime, chi li sorveglierà? Possiamo chiedere a un parroco di spiare il suo viceparroco? L’istituzione ecclesiale ha i mezzi per farlo, quando persino lo Stato, dotato di polizia e gendarmeria, non ci riesce?”.

    Non si può far credere, afferma la presidente di Fraternité victimes, “che la questione del reinserimento dei preti aggressori si riduca a questa sola alternativa: cancelliere o morte sociale”. “Non si può parlare di reinserimento degli aggressori – prosegue Debrabant – senza aver prima fatto di tutto per la riparazione delle vittime. Questi preti sono ospitati, stipendiati, accompagnati, sostenuti per le spese legali e mediche. Come accettare che un prete aggressore, anche se ha scontato la pena, possa essere trattato meglio di una vittima, che ne pagherà il prezzo per tutta la vita?”.

    Se negli ultimi anni qualche passo è stato fatto per le vittime, “la nostra esperienza a fianco delle persone vittime testimonia ancora numerose insufficienze e incompetenze. Oggi, molte vittime sono maltrattate, ignorate e ridotte al silenzio. Devono interagire con diversi interlocutori e ripetere ogni volta la loro storia, il che può metterle in pericolo. La loro sofferenza è trascurata, persino derisa da alcuni responsabili. Persone vulnerabili che contattano un centro di ascolto per raccontare i crimini subiti non ricevono consiglio legale. Nessuno le richiama per sapere come stanno”. E poi, “malgrado il motu proprio Vos estis lux mundi di papa Francesco, non conosciamo nessuno che abbia beneficiato di un aiuto finanziario per le spese psicologiche.

    Non esiste una consulenza specializzata in psicotraumatologia, dedicata e finanziata dall’istituzione. Le vittime sono lasciate sole: tocca a loro trovare operatori competenti e disponibili e pagare la propria terapia”. Senza dire che “Le procedure canoniche restano opache, lasciando regolarmente la vittima nell’ignoranza del processo, delle sue conclusioni e delle eventuali sanzioni”. Oggi, ad aiutare le vittime sono per lo più le associazioni. “Non sarebbe finalmente ora che l’istituzione prendesse risolutamente il partito della Misericordia: quella che si inginocchia davanti a queste vite spezzate e fa tutto il possibile per riparare?”.

    https://www.adista.it/articolo/74324

  • Un giudice blocca la legge di Washington che cancella il segreto confessionale

    Un giudice blocca la legge di Washington che cancella il segreto confessionale

    Un giudice distrettuale ha bloccato la legge con cui lo stato di Washington vorrebbe obbligare i sacerdoti cattolici a infrangere il segreto confessionale nel caso in cui nel corso della confessione emergano notizie di abusi su minori. Il giudice David Estudillo, nominato al suo posto sotto la presidenza Biden nel 2021, ha sentenziato che la legge viola verosimilmente la garanzia del libero esercizio della religione sancita dal Primo Emendamento, poiché nega ai sacerdoti la riservatezza estesa ad altre professioni.

    Il doppio standard della legge di Washington sul segreto confessionale

    Il dispositivo della sentenza fa propri due punti decisivi del ricorso da parte di tre vescovi cattolici di altrettante diocesi dello stato di Washington (Seattle, Spokane e Yakima), e cioè che la legge firmata nel maggio scorso dal governatore Bob Ferguson applica un doppio standard, in quanto proprio nello stesso periodo in cui veniva approvata la legge contro il segreto confessionale lo stato di Washington approvava un altro provvedimento che esentava una categoria di avvocati dal denunciare fatti di pedofilia appresi dai loro clienti, e che dietro alla legge SB 5375 , che doveva entrare in vigore il 27 luglio, c’è la volontà del potere politico di modificare la dottrina religiosa di una Chiesa, atto direttamente contrario alla separazione fra Stato e Chiesa, sancita dalla Costituzione degli Stati Uniti.

    La legge fortemente voluta dal governatore democratico ed ex procuratore generale Ferguson è anche sotto inchiesta federale da parte del Dipartimento di Giustizia per violazione dei diritti civili perché, come ha dichiarato il vice procuratore generale della Divisione diritti civili del Dipartimento di Giustizia Harmeet K. Dhillon, «la legge SB 5375 richiede che i sacerdoti cattolici violino la loro convinzione di fede per obbedire alla legge, e questa è una violazione della Costituzione e del libero esercizio della religione che non può essere permessa nel nostro sistema costituzionale di governo».

    La legge di Washington e la lotta alla pedofilia

    La legge è stata presentata come un indispensabile presidio nella lotta contro la pedofilia. La relatrice democratica Noel Frame, vittima lei stessa nell’infanzia di abuso sessuale ma non in ambito religioso, ha spiegato che «noi nello Stato di Washington abbiamo l’obiettivo di una legge secolare per proteggere i bambini da abusi e negligenza, e se le comunità religiose scelgono, attraverso le loro regole, di non proteggere i bambini da abusi e negligenza, noi, lo Stato, scegliamo di non essere complici di tale scelta, attraverso le nostre regole. Ricordo che il diritto canonico è cambiato molte volte nel corso degli anni in ambito cattolico, e non c’è nulla che impedisca loro di modificare le proprie regole per consentire la segnalazione in tempo reale di abusi e negligenze sui minori. È in loro potere cambiare questo aspetto e penso che dovrebbero farlo».

    A questo genere di argomentazioni hanno replicato esponenti del laicato, i vescovi e singole persone passate attraverso l’esperienza dell’abuso quando erano minori, anzitutto ricordando che già ora le diocesi cattoliche dello stato di Washington esigono dai sacerdoti che riferiscano alle autorità casi di abusi sui minori di cui vengano a conoscenza, con la sola eccezione delle notizie apprese attraverso il sacramento della confessione. Eliminare questa eccezione non aumenterebbe la protezione dei minori, ma produrrebbe esattamente l’effetto contrario.

    «Ma così non si ottiene più onestà»

    «Nelle situazioni reali questo disegno di legge si rivelerebbe efficacissimo nell’allontanare sia le persone che compiono abusi che quelle che li subiscono dal proposito di parlarne con chiunque», dice Jean Hill, presidente della Washington State Catholic Conference. «Non si ottiene più onestà, si ottiene piuttosto che le persone continuino a restare nella clandestinità e non dicano a nessuno cosa sta succedendo». «Se una persona confessa un crimine come l’abuso su minore», spiega mons. Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester, «qualsiasi sacerdote che si rispetti incoraggerà quella persona a rivolgersi alle autorità. Ma una legge che viola il segreto confessionale potrebbe scoraggiare potenziali vittime e abusatori dal ricorrere al sacramento, eliminando la possibilità di un simile incontro».

    La testimonianza di Cecilia Cicone

    Chiarissima la testimonianza di Cecilia Cicone, vittima di abuso nella sua infanzia, apparsa su Catholic Review: «Quando mi sono recata per la prima volta da un medico per chiedere aiuto per le conseguenze degli abusi subiti, mi sono seduta in una sala d’attesa piena di cartelli che mi informavano che qualsiasi cosa avessi rivelato in merito agli abusi, anche in passato, sarebbe stata denunciata come previsto dalla legge. Avevo una paura folle dei miei aggressori, e la sola idea di una denuncia e di un’indagine era sufficiente a farmi rifiutare di essere onesta con il mio medico su quanto era accaduto. Questo ha ritardato la mia guarigione e non ha contribuito ad assicurare alla giustizia i miei aggressori (…)».

    «Un bambino che subisce abusi o un adulto che ha subito abusi rischiano di essere sopraffatti da un senso di colpa e vergogna, aggrappandosi a un segreto che non dovrebbe gravare su di loro. Il peso di questa vergogna, la sensazione che l’abuso renda qualcuno “cattivo”, o la paura della violenza o delle ripercussioni sono spesso ciò che impedisce alle vittime di parlare di ciò che sta accadendo loro o di ciò che è accaduto. Costoro meritano un luogo dove possano ritrovare la certezza del loro valore e dell’amore di Dio per loro, senza essere sopraffatti dalla paura dei loro aggressori. Senza questo spazio sacro, molti non avrebbero nessuno a cui rivolgersi».

    Conclusione: «I bambini e tutti coloro che sono vulnerabili meritano leggi che li proteggano davvero, e la società ha bisogno di leggi che prevengano i danni e facciano giustizia quando vengono violate. Obbligare i sacerdoti a rompere il segreto sacramentale del confessionale non favorisce questi obiettivi».

    Gli altri stati in cui c’è una legge simile

    Stabilire l’obbligo per i sacerdoti di violare il segreto confessionale non aiuta a prevenire i crimini di pedofilia, anzi crea le condizioni per un loro più profondo occultamento. Eppure già cinque stati negli Usa hanno introdotto leggi che prevedono ciò: New Hampshire, North Carolina, Oklahoma, Texas e West Virginia. Almeno altri quattro (Delaware, Hawaii, Utah e Vermont) hanno visto la presentazione di progetti di legge dello stesso tenore, che però non sono stati approvati.

    L’arcivescovo di Seattle Paul Dennis Etienne allude al vero motivo che sta dietro a queste iniziative: stabilire la supremazia dello Stato sulla Chiesa nella stessa materia dottrinale religiosa. «Una volta che lo Stato afferma il suo diritto di normare le pratiche religiose, come  imporre l’accesso alle informazioni ottenute tramite questo sacramento, cioè la soppressione della comunicazione privilegiata, dov’è il confine tra Chiesa e Stato?».

    Il giudice Estudillo ha individuato questa volontà del legislatore di usurpare l’autonomia dottrinale della Chiesa nelle dichiarazioni della senatrice Frame secondo cui spettava alla Chiesa modificare le proprie norme per renderle coerenti con quelle dello Stato. La volontà di un legislatore di abrogare una norma religiosa negli Stati Uniti non è ammissibile: «Come ha recentemente osservato il Nono Circuito, “le azioni governative abbinate a espressioni ufficiali di ostilità alla religione (…) sono incoerenti con quanto richiesto dalla Clausola sul Libero Esercizio (contenuta nel Primo Emendamento – ndt) e devono essere annullate”».

    Chi è il governatore Ferguson

    A ciò si aggiunge il doppio standard dello stato di Washington, che consente agli avvocati ciò che non vuole consentire ai sacerdoti cattolici: «In definitiva, l’incapacità di Washington di dimostrare perché abbia un interesse di altissimo livello nel negare un’esenzione al clero, pur rendendola disponibile ad altri professionisti che lavorano con bambini svantaggiati – come discusso sopra – è verosimilmente fatale per la SB 5375».

    Il governatore Ferguson, che ha promosso e firmato la legge ora bloccata, è cattolico; quando era procuratore generale dello stato aveva promosso un’inchiesta contro le diocesi di Seattle, Spokane e Yakima accusandole di avere indebitamente utilizzato donazioni alla Chiesa per comprare il silenzio di vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti. La Corte superiore della contea di King aveva di fatto bocciato l’inchiesta dando ragione alle diocesi, che si erano rifiutate di esaudire le ampie richieste di documentazione avanzate dall’allora procuratore Ferguson.

    Un giudice blocca la legge di Washington che cancella il segreto confessionale

  • Piazza Armerina: La diocesi, potrà essere chiamata a rispondere in sede civile

    Piazza Armerina: La diocesi, potrà essere chiamata a rispondere in sede civile

    “Cosciente della gravità di quanto avvenuto, il vescovo della diocesi di Piazza Armerina Rosario Gisana e tutta la chiesa locale rinnovano vicinanza, sostegno e solidarietà alle vittime e all’intera comunità, provate da una vicenda che ha provocato e continua a provocare divisione e dolore”.

    lo scrive in una nota l’ufficio stampa della diocesi piazzese aa qualche giorno dalla sentenza di condanna in appello che ha confermato il reato di abuso sessuale su minori seppure ha ridotto la pena per il sacerdote Giuseppe Rugolo, condannato in I grado dal tribunale di Enna a 4 anni e 6 mesi, a 3 anni di reclusione.

    La diocesi ricorda che il vescovo attenendosi alle normative canoniche, aveva avviato da tempo un procedimento canonico concluso con una sentenza di condanna. “Invitiamo – continua la nota – chiunque abbia subito un abuso da parte di un sacerdote o di un laico che riveste un ufficio ecclesiastico a segnalare i fatti all’autorità civile competente ricordando anche la disponibilità ad accogliere segnalazioni di tal genere da parte del servizio diocesano tutela minori, affinché anche la diocesi possa assumere provvedimenti congrui al caso”.

    “Sconsiglio vivamente a chi avesse subito abusi di rivolgersi al servizio diocesano specie a quello di Piazza Armerina, considerato il fatto che il vescovo è già a conoscenza di altri abusi, come è emerso nel processo, e non ha fatto proprio niente.

    Non si possono attendere le sentenze dello stato italiano per prendere provvedimenti – ribatte Antonio Messina, l’archeologo che ha denunciato il sacerdote Rugolo – ma quale vicinanza ha mostrato questo vescovo nei miei confronti?

    Anzi hanno adottato una linea difensiva che in aula ha sempre provato a denigrarmi e non ha mai chiesto scusa per tutto quello che abbiamo sentito anche nelle intercettazione dove è chiaro che ha un pregiudizio nei miei riguardi.

    Se davvero mostra vicinanza alle vittime che venga a dire la verità nel processo che deve affrontare per falsa testimonianza. Voglio a questo punto rendere noto che ho incontrato il servizio tutela minori della conferenza episcopale siciliana con i referenti della varie diocesi, peccato che mancava proprio la diocesi di Piazza Armerina e sul procedimento canonico ho seri dubbi che ci sia l’azione diretta del vescovo Gisana perché proprio lui non ha mai attuato nessuna forma di contrasto alle condotte abusanti di Rugolo mentre io a marzo ho mandato i documenti ai tre dicasteri compreso quello della dottrina della fede corredata da tutti gli atti del processo, al fine di chiedere un provvedimento nei confronti di Rugolo e del vescovo Gisana”.

    Sulla vicenda interviene anche l’avvocato di Messina, Eleanna Parasiliti Molica. “La diocesi non e “stata scagionata in quanto non è stata oggetto del processo penale. Al suo posto era stata citata la curia che la corte di appello ha ritenuto non legittimata in quanto organo amministrativo. La diocesi, dunque, potrà essere chiamata a rispondere in sede civile.

    La sentenza di appello non intacca il giudizio severo espresso dai giudici di primo grado sull’operato del vescovo Gisana che nel corso della sua testimonianza non ha esitato a chiamare il sacerdote il nostro Rugolo”.

  • Per la condanna di Raúl Sidders, per porre fine all’impunità per gli abusi ecclesiastici

    Per la condanna di Raúl Sidders, per porre fine all’impunità per gli abusi ecclesiastici

    Il processo al sacerdote abusatore Raúl Sidders , che inizierà il 10 luglio, è già un trionfo di lotta. Il coraggio di Daniela, l’impatto sulla comunità educativa della scuola San Vicente de Paul, il sostegno di gruppi di sopravvissuti agli abusi ecclesiastici e la mobilitazione di organizzazioni per le donne e la diversità sessuale sono riusciti a portare a processo un altro sacerdote, che godeva della protezione della Chiesa cattolica, nonostante le pressioni dell’Arcidiocesi di La Plata e la chiusura della Direzione Generale della Cultura e dell’Istruzione della Provincia di Buenos Aires. Con un governo nazionale misogino e oscurantista, l’importanza di mobilitarsi per la sua condanna e per ottenere giustizia è ancora più evidente.

    Giustizia per Daniela, che ci ha lasciato lo scorso settembre, a soli 32 anni. “Quello che mi ha fatto Sidders ha avuto un impatto sulla mia salute”, ha ripetuto, mentre ha dovuto affrontare la denuncia e il procedimento legale in regime di isolamento domiciliare, mentre si riprendeva dagli interventi chirurgici. Ma le conseguenze sulla sua salute fisica e mentale non hanno smorzato il suo coraggio e la sua determinazione a far sentire ciò che aveva sofferto da bambina. Così, quasi cinque anni fa , ha trovato il coraggio di sporgere denuncia per abuso sessuale aggravato contro il cappellano della scuola che aveva frequentato.

    Pur continuando a nascondere la sua identità per proteggersi dalle pressioni clericali, Daniela rese pubblica la sua testimonianza sotto lo pseudonimo di Rocío. Ruppe il silenzio per la prima volta in un’intervista , durante il forte impatto della pubblicazione, da parte di Prensa Obrera , di un racconto di ex studenti e familiari sui fatti accaduti a San Vicente de Paul, a La Plata. Mesi dopo, parlò in un’udienza pubblica alla Camera Nazionale dei Deputati convocata dal Fronte di Sinistra, dove raccontò ciò che aveva sopportato dai 10 ai 15 anni.

    Sidders approfittò del momento privato della confessione, ponendole domande sulla sua privacy e su quella della sua famiglia e dicendole che l’avrebbe costretta a fare sesso con un’altra studentessa davanti a lui perché “il comandamento di Dio è che una donna debba compiacere un uomo”. Le arrivò persino un contatto sessuale, facendole sentire la sua erezione. “A quell’età, non ero ancora sessualizzata. Mi insegnò cos’era la masturbazione, cos’era la fellatio”. Inoltre, in qualità di autorità spirituale della scuola, affermò in classe che gli omosessuali sarebbero andati all’inferno, che “le donne sono buone solo per dormire, defecare e scopare” e che sono “troie, sgualdrine e puttane”.

    Daniela era consapevole del danno alla sua salute fisica e mentale causato da questi abusi. “L’ho nascosto per anni”, ma “il silenzio mi ha consumata dall’interno”. Come spesso accade in questi casi, ha raccontato che a 12 anni ha tentato il suicidio per la prima volta e ha iniziato ad avere crolli emotivi. Così, ha affrontato questa battaglia sostenendo che “finché Sidders non sarà dietro le sbarre, non potrò guarire”. “Avevo paura. Ho sempre pensato di essere sola, ma oggi so che mi credono”. Ora tocca a noi portare avanti la sua battaglia fino in fondo, per ottenere giustizia per lei, per la sua famiglia e per l’intera comunità educativa che ha subito questi abusi per vent’anni a San Vicente.

    Come si verificano queste aberrazioni nelle istituzioni educative? Perché l’impunità è la regola. Senza andare oltre, l’arcidiocesi di La Plata ha cercato di intimidire Daniela rendendo pubblica la sua identità. In precedenza, quando Prensa Obrera ha pubblicato le testimonianze che hanno svelato le azioni di Sidders a San Vicente e hanno scatenato un’ondata di denunce sui social media da parte di ex studenti, eravamo stati oggetto di un tentativo di intimidazione da parte dell’arcivescovo Víctor “Tucho” Fernández, che ha inviato una lettera minacciando azioni legali se avessimo continuato a insabbiare il caso. Questa è la città in cui la Chiesa ha protetto e continua a proteggere abusatori come Eduardo Lorenzo, Héctor Jiménez, Rubén Marchioni, tra gli altri. Dopo essere stato il braccio destro di Bergoglio, “Tucho” Fernández ora ricopre un incarico in Vaticano, e anche lì una mobilitazione lo ha accolto, ricordandogli di essere un occultatore di abusi ecclesiastici.

    La responsabilità dello Stato non si limita all’impunità giudiziaria della maggior parte dei sacerdoti accusati. Il governo di Buenos Aires deve assumersi la responsabilità di ciò che accade nelle scuole religiose che sovvenziona. L’autorità per l’istruzione privata, Diegep, ammette che le scuole sono di esclusiva competenza della Chiesa , che ne definisce i contenuti e nomina i ministri a sua discrezione. Quando il partito FIT, al Parlamento, ha presentato una richiesta di informazioni al Ministero dell’Istruzione in merito agli eventi di San Vicente de Paul, si è rifiutato di rispondere. L’anno successivo, si è verificato un episodio di abuso nella scuola di Santa Ana de Hernández da parte del sacerdote Maximiliano Di Virgilio, e ancora una volta il sacerdote si è unito all’insabbiamento da parte dei suoi dirigenti e rappresentanti legali. Questa è la politica dello Stato.

    A spezzare la rete di impunità è stata l’ organizzazione della comunità scolastica e la mobilitazione delle organizzazioni femminili e di quelle contro gli abusi ecclesiastici. La denuncia di Daniela è stata il risultato di una campagna di raccolta di testimonianze, in seguito all’impatto del primo post e alla valanga di ricordi di ex studenti che hanno inondato i social media. In risposta alle azioni della scuola, più di 100 studenti, familiari e insegnanti dell’istituto hanno parlato, chiedendo un’indagine sui fatti denunciati. È stata organizzata la campagna “Rocío, ti credo” e sono state raccolte nuove testimonianze. Si è tenuto un raduno davanti a ciascun tribunale.

    Solo questo ha portato all’arresto dell’uomo che era stato trasferito nella provincia di Misiones per servire come cappellano dello Squadrone XIII della Gendarmeria Nazionale, una nomina che ha rivelato la complicità dello Stato . Prima di arrivare a San Vicente, era già stato cappellano di quella forza a Neuquén, dove le comunità Mapuche lo hanno denunciato per autoritarismo e invasione del territorio. L’integrazione del clero con le forze repressive è un’altra carta di protezione per gli abusatori, come abbiamo visto quando Padre Lorenzo ha minacciato le sue vittime attraverso i suoi contatti nel Servizio Penitenziario di Buenos Aires; ma non è stato sufficiente.

    Arriviamo così al processo, che si terrà tra il 10 e il 12 luglio, a cui Sidders giunge dopo quattro anni e mezzo di arresti domiciliari. Ancora una volta, ci mobiliteremo per ottenere la sua condanna, per chiedere giustizia per Daniela e stare al fianco della sua famiglia, e per porre fine all’impunità che regna sovrana per gli abusi ecclesiastici. Con questi striscioni, ci riuniremo presso il Tribunale di 8th Street, tra la 56th e la 57th Street (La Plata) alle 9:00 di giovedì 10, e poi di nuovo sabato 12 a partire da mezzogiorno per attendere il verdetto.

    https://prensaobrera.com/sociedad/por-la-condena-a-raul-sidders-por-terminar-con-la-impunidad-de-los-abusos-eclesiasticos

  • Tornato in Argentina, l’ex vescovo Zanchetta condannato per abusi tenterà la vigilanza condizionale anticipata

    Tornato in Argentina, l’ex vescovo Zanchetta condannato per abusi tenterà la vigilanza condizionale anticipata

    Infine mons. Gustavo Zanchetta, vescovo di Orán da agosto 2013 ad agosto 2017, è tornato in Argentina per scontare il resto della pena a 4 anni e 6 mesi di reclusione che gli è stata comminata nel 2022 per abuso sessuale continuato ai danni di due seminaristi (la storia inizia nel 2016, v. Adista Notizie n. 9/19). Tuttavia, non è in carcere, è ai domiciliari, probabilmente nello stesso monastero per sacerdoti pensionati – Nuestra Señora del Valle nella città di Salta, sede anche del processo che lo ha riconosciuto colpevole – dove era stato trasferito dopo soli 4 mesi di detenzione (v. qui  e qui). Dal monastero era partito per Roma lo scorso novembre, con un permesso di viaggio per un lasso di tempo fino al 1° aprile, per sottoporsi a un’operazione cardiaca. Scaduti tali termini, però, Zanchetta era uccel di bosco. Mentre il Policlinico Gemelli, dove era stato ricoverato, assicurava che era stato dimesso, la diocesi si rifiutava di confermare il rientro del recluso in Argentina.

    Chi ha dato notizie di Zanchetta è stato, nei primi giorni di giugno, il sito di informazione Infocatolica (6/6) contattato da uno dei due seminaristi abusati, Matías Montes. «Zanchetta è a Salta – ha dichiarato Montes –, ha ricevuto la visita dell’attuale vescovo di Orán, gli stanno preparando un’abitazione nello stesso monastero, l’ho visto con i miei proprio occhi».

    Montes è anche convinto che Zanchetta chiederà la libertà vigilata anticipata, come previsto dal codice penale argentino (la libertà vigilata anticipata consente ai prigionieri condannati di essere rilasciati sei mesi prima della scadenza della pena, a condizione che soddisfino determinati requisiti). «Sappiamo che la chiederà; gli stanno spianando la strada… Il sistema giudiziario non ha fatto un buon lavoro. Non abbiamo fiducia in loro, a Salta. Finché la Chiesa rimarrà vicina allo Stato, questo continuerà ad accadere». Per contro, ha aggiunto, le vittime non hanno avuto da parte della Chiesa nessun tipo di supporto: «Siamo stati completamente abbandonati. Volevamo diventare preti e abbiamo dovuto andarcene. Non c’è stato nessun aiuto psicologico, nessun sostegno, nessuna vera giustizia».

    Non è una novità per Zanchetta il rendersi irreperibile. La Procura della Repubblica argentina, nel 2019, ha dovuto emettere un mandato di cattura internazionale contro di lui perché non rispondeva alle ripetute telefonate ed e-mail inviategli al fine di procedere alla notifica degli atti processuali, malgrado avesse deciso di costituire il suo domicilio nello Stato del Vaticano. E a Roma in effetti era (v. Adista Notizie n. 9/19), protetto da papa Francesco che il 19 dicembre 2017 lo aveva nominato assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa) – una carica prima inesistente –, accogliendolo in più a Santa Marta. Era forse così convinto dell’innocenza di Zanchetta, papa Bergoglio, da inviare l’avvocato difensore dell’ex vescovo al processo canonico, Javier Belda Iniesta, nella diocesi di Orán per svolgere un’indagine canonica su sacerdoti, diaconi e seminaristi che avevano testimoniato contro Zanchetta. Indagine allora confermata dal Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico dell’Arcidiocesi di Salta (Orán è diocesi suffraganea di Salta), Loyola Pinto y de Sancristóval (v. Adista Notizie n. 25/22).

    https://www.adista.it/articolo/74036

  • I processi della Chiesa sugli abusi sessuali non sono veri processi

    I processi della Chiesa sugli abusi sessuali non sono veri processi

    A fine aprile un tribunale ecclesiastico regionale ha riconosciuto il sacerdote Samuele Marelli colpevole, in primo grado, di avere usato la propria autorità per abusare sessualmente di persone minorenni e maggiorenni. Marelli ha 49 anni e in passato era stato responsabile della Fondazione diocesana per gli oratori milanesi: come pena è stato condannato a non risiedere nell’arcidiocesi di Milano, esercitare pubblicamente il sacerdozio e cercare contatti con i minori. Su di lui indaga anche la procura di Monza, ma quella è tutta un’altra storia.

    Divieti come quelli imposti a Marelli (che potrà comunque ricorrere in appello) sono alcune delle pene che un tribunale ecclesiastico può infliggere a un chierico riconosciuto colpevole. Com’è evidente, sono molto diverse da quelle che potrebbe disporre un tribunale statale durante un processo penale. Il codice di diritto canonico, cioè l’insieme delle leggi della Chiesa cattolica, è d’altronde una cosa ben distinta dal codice di procedura penale e dal diritto civile di uno Stato.

    Questa distinzione spesso non è chiara quando si parla di abusi sessuali nella Chiesa, ed è il motivo per cui certi processi possono sembrare sconclusionati o portare a pene tutto sommato irrisorie rispetto alla gravità delle colpe che vengono riconosciute. Francesco Zanardi, portavoce della rete L’Abuso, l’associazione che si occupa della tutela delle persone vittime di abusi sessuali da parte di religiosi, dice che molte persone confondono i procedimenti giuridici e si aspettano da quello ecclesiastico esiti che non può avere, come l’incarcerazione del sacerdote colpevole o un risarcimento economico.

    «Ci sono due binari della giustizia e sono completamente diversi l’uno dall’altro», dice Zanardi: «quello dello Stato rende giustizia all’essere umano», sintetizza, mentre quello canonico si pone come obiettivo di rendere giustizia a Dio. Zanardi dice che anche molte persone che si rivolgono alla rete L’Abuso fanno spesso fatica a capire questa distinzione: «Tanta gente pensa però che la giustizia canonica sia un’estensione di quella civile. Così al termine di un’indagine ecclesiastica molti arrivano da noi delusi: credono di essere stati presi in giro».

    Molti equivoci, secondo Zanardi, nascono banalmente dal fatto che alcuni termini usati per definire i vari passaggi dei procedimenti sono gli stessi: si parla di indagini interne alle chiesa così come di indagini svolte dalla procura, e si definisce processo quello celebrato nei tribunali ecclesiastici, che però ha caratteristiche diverse da quelli ordinari ed è presieduto da giudici che non sono magistrati.

    Lo scopo della giustizia canonica è insomma diverso da quella statale. I processi penali devono accertare la responsabilità di una persona accusata di avere commesso uno o più reati e, in caso di condanna, stabilire la pena appropriata. Come si spiega nell’ultima versione delle Linee guida per la tutela dei minori della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), del 2023, le procedure canoniche puntano a ricostruire la verità e ristabilire la giustizia «all’interno della comunità ecclesiale». Semplificando molto, si può dire che lo scopo della giustizia canonica sia aiutare la salvezza dell’anima di chi ha peccato.

    I due percorsi della giustizia, quello statale e quello canonico, possono non incrociarsi mai: in Italia le autorità ecclesiastiche non hanno l’obbligo giuridico di denunciare gli abusi, né sono obbligate dalla legge dello Stato a rendere conto degli esiti dei processi interni.

    Fino al 2023 la normativa canonica non considerava l’abuso come un delitto contro la persona, ma era concepito come trasgressione al sesto comandamento: non commettere adulterio, non commettere atti impuri. Questa concezione, come avevano fatto notare tra gli altri Anna Foa e Lucetta Scaraffia, autrici con Franca Giansoldati di un libro sugli abusi nella Chiesa uscito nel 2022, poneva però un problema di fondo rilevante: si concentrava su chi commette l’“atto impuro” e tralasciava il danno inferto alla persona che subisce l’abuso.

    Nel 2023 però il delitto contro il sesto comandamento è stato inserito per volere di papa Francesco tra i delitti contro la vita, la dignità e la libertà dell’uomo. Pierluigi Consorti, professore di Diritto e religione all’università di Pisa e membro del Servizio regionale toscano di tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, spiega che in questo modo si è cercato di dare più centralità a chi subisce abusi. Il diritto canonico dice che va punito il chierico che induce un minore a «mostrarsi pornograficamente» e acquista, possiede, divulga immagini pornografiche di minori e persone vulnerabili.

    Queste modifiche sono state recepite dalle Linee guida per la tutela dei minori del 2023, che hanno aggiornato quelle del 2019 sulla base di nuove normative come la Normae de delictis Congregationi pro Doctrina Fidei reservatis (11 ottobre 2021) e la Vos estis lux mundi (25 marzo 2023). In questo documento sono illustrate le procedure che in teoria dovrebbero essere osservate nel momento in cui una persona interna alla Chiesa viene a conoscenza di un possibile abuso sessuale commesso su un minorenne o una persona con vulnerabilità da un membro del clero.

    Secondo le Linee guida, i chierici hanno l’obbligo di segnalare tutti i presunti casi al vescovo della loro diocesi. L’indagine interna alla Chiesa inizia nel momento in cui un vescovo riceve una segnalazione da parte di qualcuno, che può essere anche una persona esterna al clero, come un educatore dell’oratorio o un familiare della persona abusata. A quel punto il vescovo avvia di solito la cosiddetta “indagine previa”, che ha lo scopo di verificare se la segnalazione ricevuta sia o meno verosimile.

    Consorti spiega che non è ben chiaro tuttavia come debba essere fatta nella pratica un’indagine previa, «perché la Chiesa non ha un soggetto specifico per condurre le indagini», come lo è invece la procura nei tribunali ordinari. Succede quindi che spesso sia il vescovo stesso a indagare: lo fa chiamando le persone che potrebbero essere a conoscenza dei fatti contestati e raccogliendo eventuali documenti utili. Il vescovo può affidare l’indagine anche a qualcun altro, per esempio il Servizio regionale o diocesano per la tutela dei minori o il vicario giudiziale, cioè un prete obbligatoriamente nominato dal vescovo di ogni diocesi.

    Durante le indagini il vescovo può decidere se informare o no il chierico delle accuse e può prendere dei provvedimenti cautelari nei suoi confronti: per esempio, può proibirgli l’esercizio del ministero e delle attività pastorali con i minorenni e imporgli di cambiare il posto in cui vive. Se il vescovo riscontra la verosimiglianza della segnalazione deve trasmettere i risultati della sua indagine al Dicastero per la dottrina della fede a Roma, l’organo della Chiesa che si occupa tra le altre cose di promuovere e tutelare la dottrina cattolica (fino al 1908 noto come Santa Inquisizione).

    Consorti spiega che questo dicastero riceve le indagini previe svolte in tutto il mondo: «È un modo per cercare di evitare che i vescovi insabbino casi di abusi che coinvolgono il proprio clero», dice. Il Dicastero per la dottrina della fede è anche l’unico soggetto della Chiesa cattolica che ha in qualche modo poteri giurisdizionali (cioè può applicare concretamente le norme: quello che fa un giudice), dal momento che è competente per i delitti che la Chiesa considera più gravi.

    A questo punto della procedura le cose possono variare da paese a paese. In Italia di solito il Dicastero affida le indagini e il processo ai tribunali ecclesiastici regionali. Sono presenti in ciascuna regione e si occupano prevalentemente di cause matrimoniali. Non sempre quindi hanno le competenze necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali. Ne fanno parte il “moderatore”, cioè il presidente del tribunale nominato dalla CEI (che può essere il vescovo della diocesi in cui il tribunale ha sede, ma non necessariamente), il vicario giudiziale, i giudici ecclesiastici (chierici con competenze di diritto canonico e professori universitari nominati dalla Conferenza episcopale regionale), i patroni stabili (avvocati e procuratori che offrono consulenza e patrocinio ai fedeli), i consulenti e gli avvocati.

    Un tribunale ecclesiastico non ha gli stessi poteri di indagine della procura. Non può, per esempio, far pedinare una persona sospettata o fare delle intercettazioni: quello che fa, in sintesi, è cercare di ricostruire i fatti parlando con le persone ed esaminando eventuali documenti a disposizione. Peraltro il giudice è al tempo stesso la persona che fa le indagini e quella che decide una volta acquisite tutte le informazioni che il tribunale reputa sufficienti. Non c’è una fase di dibattimento come nel processo penale statale, quindi di discussione in aula con un’accusa e una difesa: la persona che subisce abusi non è parte del processo canonico.

    Se un chierico viene riconosciuto colpevole di abusi sessuali può essere sottoposto a provvedimenti restrittivi, come il divieto di avere contatti con minorenni (com’è successo a Marelli), e ricevere pene ecclesiastiche, la più grave delle quali è la dismissione dallo stato clericale. Alcuni sacerdoti riconosciuti colpevoli vengono inoltre portati in alcune comunità terapeutiche, che la rete L’Abuso ha mappato nel corso degli anni: sono una ventina in tutta Italia e non sono luoghi di detenzione. L’idea della Chiesa è che un chierico riconosciuto colpevole non debba essere lasciato solo, ma vada accompagnato in un percorso di responsabilizzazione, richiesta di perdono, riparazione e cura psicologica. Su quest’ultimo punto in particolare la rete L’Abuso ha già espresso diversi dubbi in passato.

    Per Zanardi una delle falle maggiori di tutto questo percorso è che le autorità ecclesiastiche non sono obbligate dalla legge italiana a riferire un possibile caso di abuso sessuale alle autorità giudiziarie. Per questa ragione, secondo la rete l’Abuso, andrebbe esteso alle autorità ecclesiastiche l’obbligo di denunciare i casi di abuso e stupro commessi dal clero alle autorità giudiziarie civili. Zanardi dice che in Italia «la Chiesa non ha bisogno di insabbiare, perché le leggi dello Stato la tutelano».

    Consorti spiega che le cose sono cambiate dopo le riforme ecclesiastiche introdotte dal 2010, cioè negli ultimi anni del pontificato di Benedetto XVI e poi soprattutto durante quello di Francesco, che ha insistito sulla necessità di collaborare con la giustizia ordinaria. «Oggi i vescovi non dovrebbero più stare nell’ambiguità che c’è stata fino a pochi anni fa: il diritto canonico dice che devono indagare e hanno l’obbligo morale di denunciare all’autorità statale. In passato invece l’insabbiamento era la regola», dice Consorti.

    La rete L’Abuso denuncia spesso un problema di mentalità ancora molto presente nella Chiesa, e cioè che tutto questo procedimento indicato nella teoria non sia ancora consolidato nella pratica ovunque. C’entrano la reticenza di molti chierici a riconoscere la gravità dell’abuso, cui spesso antepongono la paura di danneggiare la reputazione di una diocesi o di un altro chierico; la difficoltà di alcune comunità di fedeli ad accettare che degli abusi possano essere stati commessi al loro interno; la colpevolizzazione di chi subisce un abuso, che quindi fatica poi a renderlo pubblico; e il fatto che nella Chiesa persistono forti posizioni di potere, legate agli abusi sessuali compiuti per esempio su persone con vulnerabilità che si affidano a dei chierici o sulle suore.

    All’opacità dei procedimenti e alle resistenze dei religiosi contribuisce secondo Consorti anche il fatto che in Italia la Chiesa (con l’eccezione della diocesi di Bolzano e Bressanone) non ha ancora fatto un’indagine approfondita e indipendente sugli abusi sessuali commessi al suo interno com’è stato fatto in altri paesi. «C’è questa convinzione ancora, soprattutto nella base ecclesiale, che noi non siamo come gli altri e che il problema siano poche mele marce. E quindi non si affronta ancora un problema che è invece sistemico e pesante».

    https://www.ilpost.it/2025/06/04/processi-abusi-sessuali-chiesa-diritto-canonico/

  • Il nuovo Papa dovrà occuparsi anche degli abusi sessuali nella Chiesa, e potrebbe essere un problema

    Il nuovo Papa dovrà occuparsi anche degli abusi sessuali nella Chiesa, e potrebbe essere un problema

    “Stiamo esponendo un problema che non è risolvibile con le sole forze della Santa Sede. Lo sforzo di chiunque sarà eletto Papa sarà quello di intervenire chiedendo agli Stati che hanno vuoti legislativi, come l’Italia, di colmarli per non rendere vano lo sforzo che anche la Chiesa sta cercando di fare in questo contesto”. Con queste parole Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso, lo scorso 7 maggio, giorno di inizio del conclave che ha eletto Papa Leone XIV come successore di Papa Francesco, ha riportato all’attenzione il problema della gestione, della denuncia e dell’adeguatezza delle leggi per i reati che coinvolgono sacerdoti e hanno come vittime ragazzine e ragazzini, soprattutto.

    Un tema che è sembrato più attuale che mai fin da poche ore dopo la nomina di Robert Francis Prevost come 267º papa della Chiesa cattolica e primo papa statunitense della storia, lo scorso 8 maggio.

    Papa Leone XIV è stato criticato proprio per la gestione di due casi di abusi sessuali: il primo, più recente, riguarda accuse mosse nel 2024 da tre sorelle per episodi avvenuti nella diocesi di Chiclayo in Perù, dove Prevost fu vescovo dal 2015 al 2023. Il secondo caso risale invece a oltre 25 anni fa, quando Prevost, allora priore provinciale a Chicago, autorizzò la residenza di un sacerdote accusato di abusi sessuali vicino a una scuola elementare.
    Seppure il Vaticano abbia negato ogni responsabilità di Prevost, è vero che il suo nome è stato oggetto di inchiesta e questo oggi sembra essere un campanello d’allarme su un tema così rilevante.

    Ma qual è l’entità del problema?

    Il numero è impressionante, se si considera che spesso gli abusi non vengono denunciati oppure vengono ignorati o addirittura insabbiati. Ci fu, per esempio, un’inchiesta della televisione polacca TVN24, trasmessa lunedì 6 marzo 2023, che sostenne che quando Karol Wojtyla era vescovo e cardinale di Cracovia, e dunque prima di essere eletto papa, fosse a conoscenza dei casi di pedofilia nella Chiesa polacca. Ai sacerdoti accusati di aver commesso abusi sui minori avrebbe dato copertura spostandoli in altre parrocchie lontane da Cracovia. L’autore del reportage è il giornalista investigativo Marcin Gutowski. Gutowski dice che Wojtyla, già dagli anni Sessanta, non solo era a conoscenza degli abusi commessi dai sacerdoti nella sua diocesi, ma che intervenne direttamente spostando alcuni dei preti accusati da una parrocchia all’altra: una pratica assai comune all’interno della Chiesa.

    Sempre nel 2023 la Chiesa portoghese aveva presentato risultati di un’inchiesta sugli abusi subiti da minori e compiuti da rappresentanti del clero in Portogallo. L’inchiesta, condotta da una commissione indipendente, aveva individuato 4.815 casi accertati di abusi sessuali su minori fra il 1950 e il 2022: è una cifra ottenuta da 512 testimonianze raccolte in un anno, a cui si aggiungono casi denunciati da persone diverse dalle vittime. Il capo della commissione, il neuropsichiatra infantile Pedro Strecht, ha detto che con ogni probabilità è una stima per difetto e che i casi registrati sono solo una parte di quelli realmente avvenuti.

    L’impegno di Papa Francesco e le riforme incompiute

    L’inchiesta, che seguiva quelle già concluse in Australia, Francia, Germania, Irlanda e Paesi Bassi, era partita nel novembre del 2021 su richiesta del Vaticano e di Papa Francesco. In materia di lotta alla pedofilia, infatti, Bergoglio nel corso del suo pontificato ha fatto alcune cose, anche se non abbastanza. Il pontefice nel 2019 aveva varato un motu proprio, cioè una legge della Chiesa cattolica, che impone a tutte le religiose e ai religiosi di qualsiasi ordine, di denunciare gli abusi segnalandoli alle autorità ecclesiastiche, che dovranno dotarsi di adeguati sportelli. La legge arrivava dopo un’importante riforma in tema pedofilia. Il 29 marzo 2019 Bergoglio aveva infatti promulgato un altro testo col quale introduceva l’obbligo di denuncia penale per tutti i pubblici ufficiali, l’obbligo di portare avanti l’azione penale indipendentemente dalla volontà della vittima, il decadimento della prescrizione sui reati di questo tipo e il licenziamento di chi risulterà colpevole.

    Bergoglio, inoltre, aveva privato della berretta rossa il cardinale scozzese Keith Michael Patrick O’Brien, che era già stato escluso al conclave del 2013 – quello che lo aveva eletto Papa – proprio perché aveva ammesso le sue molestie sessuali su quattro sacerdoti. Nessun pontefice negli ultimi decenni aveva applicato un provvedimento così duro.

    Quando Francesco convocò i vescovi di tutto il mondo in Vaticano nel 2019 per un incontro senza precedenti che mirava a rendere la protezione dei minori una priorità globale, fu un segnale che il Vaticano stava finalmente trattando gli abusi sessuali del clero come una crisi globale piuttosto che come il fallimento di un particolare Paese o cultura. Incontrò anche personalmente le vittime in molti dei suoi viaggi internazionali, per dimostrare che la Chiesa era consapevole del loro dolore.

    Il caso italiano e il rapporto CEI

    Eppure il rapporto “Proteggere, prevenire, formare” della Conferenza Episcopale Italiana, un documento annunciato a maggio 2022 dal presidente della CEI (e attualmente tra i papabili favoriti a diventare il nuovo pontefice) Matteo Zuppi che avrebbe dovuto essere, o almeno così si era capito allora, la prima parte di una indagine indipendente commissionata dalla Chiesa italiana sugli abusi sessuali e la pedofilia commessi al proprio interno, finora mai realizzata, fu deludente.

    In realtà il rapporto considerava solo alcuni casi segnalati alla Chiesa stessa avvenuti fra 2020 e 2021, e perciò offriva un quadro assai limitato e parziale. Nella Chiesa italiana ci sono sempre state enormi resistenze nei confronti di questa inchiesta. La prima parte del rapporto era pertanto molto attesa anche perché, negli ultimi anni, diverse Chiese nel mondo hanno realizzato queste indagini in modo approfondito e dettagliato: che avevano portato tra l’altro, come ad esempio in Francia, al riconoscimento ufficiale della responsabilità istituzionale della Chiesa per le violenze sessuali e gli abusi subiti da migliaia di persone negli anni, e al riconoscimento, anche, della «dimensione sistemica» di quelle stesse violenze. L’indagine italiana, tuttavia, è stata deludente. La questione degli abusi o dei fatti segnalati a questi servizi interni alla Chiesa, che avrebbe dovuto essere centrale, è affrontata solo in un breve passaggio: in modo comunque molto parziale e solo in relazione agli anni 2020 e 2021. Zuppi aveva annunciato che il rapporto doveva riguardare i casi avvenuti negli ultimi vent’anni, dal 2000 al 2021: non ci sono state spiegazioni sul perché la prima parte contenga i dati di due anni su venti.

    Una ferita aperta

    Dalla morte di Francesco, insieme a cardinali, ecclesiastici e fedeli di tutto il mondo, sono arrivati ​​a Roma anche sopravvissuti agli abusi sessuali e quanti monitorano la gestione dei casi di abuso da parte della Chiesa cattolica romana. Sono lì nella speranza di convincere i cardinali a dare priorità alla questione quando dovranno decidere chi sarà il prossimo Papa. “Penso che sia molto importante ricordare loro che non ce ne andremo”, ha affermato Matthias Katsch, membro del consiglio direttivo di Ending Clergy Abuse, un gruppo di sostegno con sede a Berlino che rappresenta i sopravvissuti di 20 paesi. Matteo Bruni, portavoce del Vaticano, ha affermato venerdì che durante gli incontri pre-conclave i cardinali avevano discusso degli abusi sessuali nella Chiesa e lo avevano considerato una “ferita da tenere aperta” affinché la consapevolezza del problema rimanesse viva e si potessero individuare percorsi concreti di guarigione.

    Che sia una ferita aperta, ci sono pochi dubbi, dato che continuano ad emergere resoconti di abusi e insabbiamenti da parte del clero: da casi singoli a centinaia elencati nei rapporti commissionati dalle conferenze episcopali nazionali. Gli attivisti affermano che i principali ostacoli allo sradicamento del flagello si trovano all’interno della Chiesa stessa, sia a livello locale che all’interno della gerarchia vaticana. “In molti Paesi del mondo non occidentale, gli abusi sono ancora considerati un problema occidentale”, ha affermato Marie Collins, ex membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, istituita da Francesco nel 2013 per consigliarlo sulla questione degli abusi sessuali da parte del clero. All’epoca, la creazione di un gruppo di questo tipo fu vista come un segnale forte della consapevolezza di Francesco dell’impatto della crisi degli abusi sui fedeli.

    Ma Collins, vittima di abusi irlandese, ha ricordato come la commissione abbia incontrato importanti ostacoli. Era sottofinanziata e carente di personale, ha detto, e i funzionari vaticani erano riluttanti a interagire con i membri della commissione. Per questo i gruppi di attivisti affermano che negli incontri pre-conclave i cardinali dovrebbero essere schietti e pretendere una risposta sì o no alla domanda “Promulgherete una vera legge universale di tolleranza zero?”

    Il gruppo “Survivors Network of those Abused by Priests” (SNAP) afferma che i cardinali dovrebbero anche essere consapevoli di come ciascun candidato papale abbia gestito i casi di abuso sessuale avvenuti dentro la Chiesa cattolica. Su questo punto, il mese scorso l’organizzazione ha lanciato Conclave Watch, un progetto che esamina il comportamento e le dichiarazioni dei cardinali sul tema delle violenze. L’organizzazione ha raccolto dossier che chiedono al Vaticano di indagare sui precedenti di 20 cardinali, inclusi alcuni candidati papali spesso citati. Qualsiasi cardinale che “abbia gestito male o insabbiato crimini sessuali, non dovrebbe diventare Papa”, ha dichiarato mercoledì Peter Isely, leader di SNAP di Milwaukee, in una conferenza stampa a Roma. “Questo sembra un criterio ragionevole e pertinente che dovrebbe essere la priorità”, ha affermato. Nessuno dei cardinali pubblicamente accusati di aver gestito male i casi ha parlato con i rappresentanti dei gruppi dei sopravvissuti per affrontare le accuse.

    D’altronde lo dicono anche le nuove linee guide della Cei, guidata dal cardinale Zuppi, che al punto 5.5 spiegano che “non può essere tollerato nessun clima di complice e omertoso silenzio in tema di abuso sessuale nei confronti di minori o persone vulnerabili: chiunque abbia notizia della presunta commissione in ambito ecclesiale di abusi sessuali nei confronti di minori o persone vulnerabili è tenuto a segnalare tempestivamente i fatti di sua conoscenza alla competente autorità ecclesiastica, a tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, della ricerca della verità e del ristabilimento della giustizia, se lesa”.

    Quand’è che è necessario soffocare l’omertà e denunciare per un ecclesiastico?

    Al punto 8.2 dicono: “L’autorità ecclesiastica ha l’obbligo morale di procedere all’inoltro dell’esposto all’autorità civile qualora, dopo il sollecito espletamento dell’indagine previa, sia accertata la sussistenza del fumus delicti. L’autorità ecclesiastica non procederà a presentare l’esposto nel caso di espressa opposizione, debitamente documentata e ragionevolmente giustificata, da parte della vittima (se nel frattempo divenuta maggiorenne), dei suoi genitori o dei tutori legali, fatto salvo sempre il prioritario interesse del minorenne”.

    https://www.elle.com/it/magazine/women-in-society/a64697045/papa-leone-xiv-prevost-casi-abusi-sessuali/

  • Preti pedofili, in Vaticano arriva l’esperto che di certo non chiederà al Governo italiano di colmare i vuoti legislativi pro pedofilia.

    Preti pedofili, in Vaticano arriva l’esperto che di certo non chiederà al Governo italiano di colmare i vuoti legislativi pro pedofilia.

    È stato indubbiamente triste vedere di persona quanti cattolici acclamassero l’elezione del nuovo Papa, molti persino piangevano ignari di chi sia Leone XIV, senza dubbi un esperto in materia di insabbiamenti e come raccontavamo ancora prima del fattaccio, tra i primi da non eleggere…

    Certo questo lo sanno molto bene anche i cardinali che lo hanno di fatto votato ma siccome tutti nella loro carriera hanno “qualche scheletro di vittima nell’armadio”, di certo si sono sentiti più tutelati con un Papa ben esperto in materia.

    In Vaticano c’erano anche decine di rappresentanti delle associazioni dei sopravvissuti, oltre noi della Rete L’ABUSO anche SNAP, Bishop Accountability, ADULTO di Sebastian Cuattromo e ECA Global che rappresenta ben 40 paesi nel mondo ma anche giornalisti come il peruviano Pedro Salinas e tanti altri la cui presenza ha seminato il terrore tra la stampa pretofila di tutto il mondo, che forse nel momento della diretta ha temuto i sopravvissuti potessero fare i “disturbatori” sullo stile di Paolini, mandando all’aria la merchetta live televisiva…

    Ma non è andata così, hanno avuto tutto lo spazio di censura “democratico” dedicato dai media “leonini” alle noiosissime ed irritanti vittime sopravvissute agli abusi del clero, di cui non accennano minimamente, neppure in negativo, pur di negare qualunque contraddittorio.

    Come la Rete L’ABUSO augurava nella conferenza stampa del 6 che il nuovo Papa intervenisse, spingendo il Parlamento italiano a mettersi in linea con le normative europee, ora siamo certi che un intervento ci sarà, forse non proprio come ci si saremmo aspettati e tanto meno come a gran voce chiede dal 2019 il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, ancora in attesa che il Governo italiano adempia a quei due o tre superflui e mancati dettagli insignificanti che riportiamo di seguito…

    Roba da poco…

    “Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana.Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”

    Qui vale la pena di ricordare le risposte della Delegazione italiana in quella seduta dove a fronte di una prevenzione ZERO dell’Italia, la dott.sa Concetta Potito (Ufficio legislativo del Ministero della giustizia italiana) rassicurava dopo lo stupro, le pene alle quali i pedofili vanno in contro nel malaugurato caso che per disgrazia qualcuno li quereli.

  • Abusi nella Chiesa, il report: in Italia 4500 vittime negli ultimi 25 anni

    Abusi nella Chiesa, il report: in Italia 4500 vittime negli ultimi 25 anni

    Più di mille preti pedofili in Italia. Il dato shock è quello diffuso da “Rete L’abuso”, l’unica associazione italiana di sopravvissuti alle violenze del clero. Una percentuale alta di “offender”, oltre il 3 per cento, su 31mila sacerdoti italiani. Le vittime sono state 4500 a partire dal 2000. Si tratta solo dell’emerso ma c’è da temere che il sommerso conti numeri altrettanto allarmanti. Nel 2025 i casi di abusi su minori, raccolti dalla Rete, sono già 10.

    Su questo fenomeno “Rete L’Abuso” chiede di alzare il velo una volta per tutte in Italia, diffondendo il proprio database che è frutto di anni di raccolta da parte dell’associazione di casi nel Belpaese. Per questo motivo l’associazione, riconosciuta dalle Nazioni Unite, ha indetto una conferenza stampa a Palazzo Grazioli.

    Il vuoto legislativo

    Francesco Zanardi, fondatore e presidente dell’associazione, è egli stesso una vittima di abusi da parte di un sacerdote, e a pochi giorni dall’elezione del nuovo Papa dice: “Francesco ha fatto delle leggi e degli appelli, ma le sue leggi sono valide solo in Vaticano. Sono norme per le gerarchie della chiesa, per i vescovi. Hanno funzionato, per esempio in Francia, e negli altri Paesi d’Europa dove sono state applicate dalle gerarchie episcopali. In Italia assolutamente no, non abbiamo avuto nemmeno una commissione di inchiesta come negli altri Paesi. In Francia ci sono stati dei risarcimenti”. Aggiunge Zanardi: “C’è un vuoto legislativo in Italia. C’è bisogno che venga legiferato l’obbligo della denuncia degli abusi per tutti i cittadini e quindi anche per i preti residenti nel nostro Paese. La politica deve intervenire. Un nostro abusato è stato risarcito in Francia dove le linee guida di Papa Francesco sono state recepite. Un anno fa abbiamo inviato un documento alla procura generale con più di 400 casi. Non ha agito nessuno, c’è un problema di omertà”.

    L’impegno di papa Francesco

    Papa Francesco l’anno scorso ha parlato di “vergogna” e ha chiesto scusa in Belgio per gli abusi a opera dei sacerdoti. Nel 2023 ha promulgato definitivamente le procedure per prevenire e contrastare i “crimini di abuso sessuale” e il loro insabbiamento, pubblicando una nuova versione del motu proprio “Vos estis lux mundi”: anche i laici a capo di “associazioni internazionali”, oltre ai vescovi e ai superiori religiosi, devono rendere conto del loro operato con la Santa Sede e potranno subire sanzioni se sarà dimostrata la “negligenza”, ossia se non avranno dato seguito alle segnalazioni.

    Aggiunge Zanardi: “Papa Francesco ha avuto dei limiti in Italia, è stato poco attivo anche lui ma la colpa non possiamo addossarla a lui o al clero. Abbiamo un caso a Enna, quello di don Giuseppe Rugolo che è stato coperto dal suo vescovo Sergio Cisana che adesso è indagato dopo le intercettazioni. Su questa cosa il Papa poteva decidere di dimettere il vescovo ma lui è ancora al suo posto”. Antonio Messina, la vittima di don Rugolo, ha raccontato in videoconferenza: “È stato scoperto, dopo la mia denuncia che erano stati abusati altri due ragazzi. Ruvolo dopo la denuncia è stato trasferito a Ferrara. E anche lì era a contatto coi giovani. Chi viene dopo Papa Francesco deve introdurre misure concrete per la segnalazione obbligatoria alle autorità giudiziarie”.

    Le testimonianze delle vittime

    Nei documenti presentati dalla rete ci sono anche decine di testimonianze di genitori di ragazzine e ragazzini ma anche adulti abusati. “Mio figlio a 12 anni è stato violentato da un sacerdote che non ha mai scontato nemmeno un giorno dei 6 anni e 6 mesi di carcere a cui è stato condannato. Il Papa non ha fatto niente per noi”, è una delle voci raccolte dalla Rete. C’è anche chi racconta di avere scritto al Papa per far dimettere i preti violentatori ma di non avere ricevuto alcuna risposta.

    “Il nuovo Papa, se volesse, davanti a una situazione drammatica in Italia potrebbe chiedere al Parlamento di agire, Francesco non l’ha fatto. Come per l’istituto Antonio Provola di Verona dove 27 preti – continua il fondatore Zanardi della Rete – risultarono pedofili. Quell’istituto ha una sede anche in Argentina, la terra d’origine del Papa, e lì lo Stato argentino ha agito con 42 anni di carcere. Lì lo Stato è stato meno genuflesso al clero. C’è da ricordare che la giustizia italiana è tenuta a informare il vescovo della denuncia all’autorità giudiziaria di un prete in una data città”.

    Alla conferenza stampa hanno partecipato anche l’avvocato Mario Caligiuri, dell’osservatorio permanente di “Rete L’ABUSO”, l’avvocata Eleanna Parasiliti, che difende Antonio Messina (anche lui presente) e che era sedicenne ai tempi dello stupro subito da don Rugolo poi condannato l’anno scorso a quattro anni e sei mesi. Tra gli altri anche Monica Sansoni, la garante per i diritti dell’Infanzia e adolescenza della Regione Lazio. Proprio “il ruolo del garante è stato determinante per far emergere – come scrive in una nota Monica Sansoni – abusi negli ambienti ecclesiastici della curia vescovile di Latina”.

    https://www.repubblica.it/cronaca/2025/05/06/news/abusi_chiesa_preti_pedofili_italia-424168829/

  • 3.3% di preti pedofili grazie alla complicità dello Stato italiano che non interviene da decenni non solo sul clero – Video integrale della conferenza alla Stampa estera

    3.3% di preti pedofili grazie alla complicità dello Stato italiano che non interviene da decenni non solo sul clero – Video integrale della conferenza alla Stampa estera

    La totale omertà dello Stato italiano ha prodotto migliaia di vittime in Italia scaricando le colpe sulla chiesa cattolica e sullo stesso Papa.

    Questo è quanto è emerso ieri presso la Stampa estera, nella conferenza stampa promossa dalla Rete L’ABUSO.

    Le cifre parlano da sé e come rileva anche Federico Tulli, da anni impegnato in questa battaglia di civiltà verso i minori, cifre ben inferiori a un centinaio di preti pedofili che in altri paesi hanno però spinto la politica ad intervenire, mentre l’Italia che attualmente ne conta più di 1000, da decenni ignora il problema di fatto, scaricando tacitamente le colpe sulla chiesa.

    L’avvocato Mario Caligiuri dell’osservatorio permanente della Rete L’ABUSO, ne descrive le cause direttamente riconducibili allo Stato italiano che in materia ha fatto meno della chiesa.

    Il presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi, denuncia che siamo l’unico Stato (l’Italia) che in Europa non solo ha favorito e continua imperterrito, la pedofilia di Stato, che nel drammatico scenario unicamente italiano non tocca soltanto la chiesa, ma tutti i settori, dalle società sportive e associative arriva alla famiglia. Tutto ad unico danno dei più piccini.

    L’Italia fu denunciata dalla Rete L’ABUSO nel 2019 al Comitato ONU per i diritti dell’infanzia dalla Rete L’ABUSO, Comitato che ravvisate le gravi lacune espresse le sue preoccupazioni;

    “21. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”

    Raccomandazioni ad oggi totalmente inevase dalla Repubblica italiana di cui ne fanno ancora oggi le spese bambine e bambini.

    F.