Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia del clero in Italia: il vero problema sono I vescovi. Documento del movimento Noi Siamo Chiesa

    Pedofilia del clero in Italia: il vero problema sono I vescovi. Documento del movimento Noi Siamo Chiesa

    “Noi Siamo Chiesa”, con l’allegato documento, dà un contributo, dalla base della Chiesa cattolica, sul problema della pedofilia del clero nel nostro paese, rispondendo alla richiesta di papa Francesco di attivarsi contenuta nella sua  “Lettera al Popolo di Dio” del 20 agosto.

    “Noi Siamo Chiesa” ritiene che i vescovi italiani siano gravemente responsabili per una situazione diversa da tutte le altre dove il problema è esploso e dove delle iniziative sono state prese nella Chiesa. I vescovi in Italia infatti non riconoscono il fenomeno nella sua gravità e non organizzano quanto dovrebbero fare da subito (monitoraggio della situazione, interventi a favore delle vittime ed autorità indipendenti per il loro ascolto, atti penitenziali collettivi, modifiche alle regole che si sono date che tengono a proteggere il sistema ecclesiastico e a non prevedono l’obbligo di denuncia alla magistratura).

    Il Consiglio Episcopale Permanente della CEI , che si riunisce lunedì,dovrebbe prendere decisioni urgenti per dare una svolta radicale alla linea tenuta fino ad ora. Un gruppo di lavoro sul problema, interno alla CEI e costituito un anno fa, non può essere considerato in alcun modo un intervento significativo e sufficiente.

    “Noi Siamo Chiesa” propone che in ognuna delle forme di intervento auspicate sia garantita una presenza femminile paritetica a quella maschile.

    Roma, 21 settembre 2018                                                                          NOI SIAMO CHIESA

    1. Oggi don Mauro Galli, della diocesi di Milano, è stato condannato a sei anni e quattro mesi

     

    Rispondiamo alla “Lettera al Popolo di Dio” di papa Francesco:  il vero problema sono i vescovi per quello che pervicacemente si ostinano a non fare.

    Siamo in ritardo nelle azioni e sanzioni necessarie sulla questione della pedofilia del clero, ha detto papa Francesco nella sua “Lettera al Popolo di Dio” del 20 agosto. Ora “ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale  di cui abbiamo tanto bisogno”. Prendiamo in parola questo insolito appello e cerchiamo di dire pane al pane e vino al vino su una  questione sulla quale la base cattolica non può che interloquire con le  strutture del potere ecclesiastico, perché sono esse, ed esse sole, le responsabili della situazione. Ci sembra che quanto ha detto Gesù sullo scandalo ai  piccoli (Mt 18,6)  è ancora  scritto  nel Vangelo!

    Diamo per  ben conosciute le informazioni e gli interventi di ogni tipo che hanno percorso e scosso l’universo cattolico da tempo, ma particolarmente in queste ultime settimane.

    Quello che i vescovi italiani non hanno fatto fino ad ora:

    • non hanno voluto riconoscere la gravità  della situazione anche nel nostro paese ed hanno continuato a prendere tempo, usando in troppe occasioni solo belle parole. Nel 2002 la CEI definiva il fenomeno “talmente minoritario da non meritare un’attenzione specifica”. Poi si parlò anche di “complotto laicista”! Da allora ogni decisione è stata presa al traino degli input del Vaticano, a partire dalle “Linee Guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” del 2012 (1). Tutto ciò ha portato alla logica de “il problema non è grave come altrove” e, comunque, “il vescovo è il supremo responsabile in ogni diocesi” scaricando così la questione o sul Vaticano o sul singolo  Tra le campagne organizzate dalla CEI in questi anni su tante questioni (unioni civili, testamento biologico, legge 40 ecc…) è mancata quella nei confronti dei preti pedofili; è sempre passata la linea di un facile giustificazionismo intrecciato con la logica, non evangelica, della difesa  dell’istituzione.
    • non hanno organizzato un monitoraggio continuativo e sistematico della situazione, caso unico in tutta Europa. A domanda Mons. Galantino ha candidamente confessato che la CEI non ha dati generali e ha invitato a documentarsi dalla stampa d’informazione.
    • non hanno mai pensato ad alcun intervento a favore delle vittime. Ad esse tutti i testi della CEI dedicano solo poche generiche parole. A scanso di possibili rischi (per timore della magistratura) il comma 2 del punto 6 delle citate Linee Guida recita “Nessuna responsabilità diretta od indiretta per gli eventuali abusi sussiste in capo alla S. Sede o alla CEI”. Ci si riferisce  con tutta evidenza a possibili rivendicazioni di tipo patrimoniale (2). Neanche lontanamente si è pensato ad interventi di tipo economico  e neppure ad aiuti, nelle forme opportune,  di tipo psicologico o di assistenza spirituale a favore di soggetti che hanno subito danni gravi le cui conseguenze, in genere, durano per decenni.   
    • non si rendono conto che le Linee Guida da loro approvate nel 2012 (e corrette nel 2014 dopo le osservazioni critiche del Vaticano) sostanzialmente difendono solo la loro casta clericale perché: non prevedono l’istituzione di strutture di accoglienza e di ascolto delle vittime che interagiscano col vescovo e con la magistratura. L’hanno fatto solo la diocesi di Bolzano nel 2010 e, in questi giorni, i vescovi dell’Emilia Romagna (3) ; non prevedono alcun intervento per controllare (od aiutare se del caso) il comportamento dei   226 vescovi; si appellano a  discutibili  norme di tutela  (codice di procedura penale, Concordato del 1984 e diritto canonico) (4) per blindare qualsiasi intervento esterno per ottenere dai vescovi e  dagli uffici dei vescovi informazioni o documenti (negli altri paesi la situazione è ben diversa); ricordano che il vescovo non ha l’obbligo giuridico di denuncia alla magistratura del prete pedofilo “salvo il dovere morale di contribuire al bene comune” (5). Una tale espressione appare risibile in sé per la sua genericità e  per la sua  inconsistenza ma soprattutto se confrontata col generale disinteresse per gli interessi generali della collettività (e per le vittime) dimostrato fino ad ora dalla scelta di dare sempre priorità alla copertura del prete pedofilo praticata in modo generalizzato dai vescovi italiani (6). L’assenza dell’obbligo giuridico dovrebbe essere sostituito da una, non ambigua, decisione dell’assemblea della CEI che obblighi i vescovi alla denuncia alla magistratura.
    • Non hanno mai preso in considerazione la necessità “dell’esercizio penitenziale della preghiera e del digiuno” come ha chiesto papa Francesco per espiare come “santo Popolo di Dio” il peccato di alcuni dei suoi membri in modo comunitario. In altri paesi ciò è stato già fatto in molte sedi ed occasioni (7).

    Quello che i vescovi potrebbero fare subito,  entro tre mesi

    Di fronte al riemergere ed all’aggravarsi del problema e dopo la “Lettera”  del papa del 20 agosto, dopo le informazioni dalla Pennsylvania, dalla Germania, dall’Olanda (e altre sono preannunciate) i vescovi dovrebbero condividere quello che ha suggerito il Padre Hans Zollner S.J. (responsabile del “Centro per la protezione dei minori” dell’Università Gregoriana) nell’intervista al “Corriere della Sera” del 22 agosto: “la Chiesa italiana capisca che rischiare una brutta figura adesso è meglio che farla tra qualche anno ed essere travolti dagli scandali” (8). Di conseguenza riteniamo doveroso che la CEI (a partire dal suo Consiglio Episcopale Permanente che si riunisce settimana prossima) faccia scelte operative sulla base dei punti sopraesposti in modo che gli interventi concreti ( monitoraggio, atti penitenziali, referenti per le vittime, riscrittura completa della Linee Guida ecc… ) possano essere tutti realizzati o in fase di realizzazione entro un anno. All’avvio della  sua presidenza della CEI il Card. Bassetti usò espressioni nuove, parlò di una Chiesa “un po’ pigra”, dalla “mentalità clericale”, “di laici cattolici che hanno molto da dire e da offrire al paese”. Le sue buone intenzioni sono state già neutralizzate od assorbite?

    Cosa si fa nel mondo

    I vescovi  dovrebbero  conoscere tutti i tentativi, in genere meritori, che tanti episcopati hanno organizzato negli ultimi  anni sul problema della pedofilia. Non c’è da vergognarsi nel fare tesoro delle esperienze altrui in situazioni simili o identiche perché –ce ne  accorgiamo ora- è stato generalizzato nella struttura ecclesiastica nel mondo  il sistema della copertura della pedofilia del clero (quasi una procedura standard, un atto dovuto). Esiste poi  il già citato “Centre for Child Protection” dell’Università Gregoriana, è quanto di meglio si possa trovare, ha già fatto incontri di riflessione e proposte al massimo livello italiano e internazionale. Bisogna poi sapere che le vittime sono riuscite ad organizzarsi. Da anni, a partire dagli USA, esiste il Survivor’s Network of Abused by Priests (SNAP). Si è  costituito l’anno scorso in giugno l’ Ending Clergy Abuse (ECA), coordinamento mondiale delle vittime, che ha concluso un incontro a Berlino questo 16 settembre e che interloquisce con l’Alto Commissariato dell’ONU per i diritti umani, che, a sua volta, ha aperto un’inchiesta sulla situazione italiana che sarà resa pubblica in gennaio. In Italia il sito www.reteabuso.org ha una forte caratterizzazione antagonistica; la sua documentazione e le sue denunce non possono però essere ignorate od archiviate sulla base del fatto che esso è fortemente  anticlericale.

    Basta un gruppo di lavoro che non si occupa del problema principale ed urgente?

    I vescovi non dovrebbero considerare in alcun modo soddisfatto il loro impegno sulla  questione della pedofilia del clero  con una ovvia e generica adesione alla “Lettera” del papa di agosto e con quanto sta facendo il Gruppo di lavoro istituito nel settembre 2017 dal Consiglio Episcopale Permanente della CEI e presieduto dal vescovo di Ravenna Mons.  Lorenzo Ghizzoni . Esso, per i pochi nomi conosciuti (9), è costituito da membri degli uffici centrali della CEI e  da esperti non indicati; non si ha notizie della presenza di vittime degli abusi (Galantino aveva assicurato che ci sarebbero state). Il gruppo di lavoro deve occuparsi solo di formazione e di  prevenzione, fornendo supporto alle diocesi. Ghizzoni (Avvenire del 23 agosto) ha parlato di una bozza di documento già elaborata da sottoporre poi a diverse fasi di discussione e di deliberazione (10). A prescindere dal modo di procedere (tutto interno, quasi clandestino) l’impegno nella formazione  è di lungo periodo, va fatto ovviamente ma presuppone, per essere credibile, una precedente radicale scelta di pulizia e di purificazione che riguardi il passato e che allontani il sospetto che questo Gruppo di lavoro sia soprattutto un modo informale  per prendere tempo, per darsi una qualche immagine (anche presso il Vaticano) senza mettere- come si usa dire- i piedi nel piatto. Non si pensi e non si dica che la CEI fa il suo dovere perché esiste questo nebuloso gruppo di lavoro! La prima formazione da fare, il primo vero ed efficace messaggio per seminaristi, educatori, preti e vescovi è quello di scoperchiare il mondo clericale di cui ha parlato il papa con azioni concrete riconoscendo che il problema, dopo quello degli abusi concreti  da parte dei preti, è costituito dall’ignavia e dal silenzio dai vescovi.

    La presenza femminile

    Infine, la questione dei preti pedofili non può essere posta come tutta interna a uomini maschi ed adulti, siano essi quelli che costituiscono il problema siano, invece, quelli che lo vogliono affrontare  correttamente. I soggetti deboli, anche per la minore età , sottoposti, non solo agli abusi sessuali ma anche a quelli “di potere e di coscienza” di cui ha parlato il papa dovrebbero incontrare  il volto femminile della Chiesa. In ogni forma di intervento tra quelle ipotizzate ci sia una presenza femminile, almeno paritetica con quella maschile, selezionata non in modo clericale ma in base alla capacità  di affrontare  queste  questioni  con la sapienza del cuore, come diceva papa Giovanni, e senza le preoccupazioni di tutelare il sistema ecclesiastico.

    Sentendoci, nel nostro piccolo, espressione di quel Popolo di Dio a cui si è rivolto papa Francesco invitando a farsi carico della grave questione perché “se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme (I Cor. 12,26)” pensiamo che le nostre considerazioni e proposte debbano fare  parte   degli orientamenti che la nostra Chiesa  dovrebbe assumere senza indugi.

    Roma,  21 settembre 2018                                                   NOI SIAMO CHIESA

    (1) Mons. Charles J. Scicluna, uomo di fiducia del papa sul problema della pedofilia, dal 2010 in poi è intervenuto più volte dicendo “Vedo ancora troppo diffusa nella chiesa italiana la cultura del silenzio”.

    (2) Altrove la situazione è ben diversa sotto molti aspetti. Per esempio, proprio in questi giorni la Conferenza episcopale svizzera ha stanziato 800.000 franchi  a favore delle vittime di abusi prescritti.

    (3) Essi istituiranno in ognuna  delle quindici diocesi una équipe, composta prevalentemente da professionisti laici, appositamente formati, che si occuperà della prevenzione degli abusi e dell’educazione necessaria ad arginare una piaga che mina la credibilità delle istituzioni ecclesiali. Queste équipes raccoglieranno anche denunce su casi sospetti di pedofilia perpetrati da preti, religiosi e laici impegnati nella pastorale.

    (4) Il comma 4 dell’art. 4 del Concordato del 1984  riprende  integralmente il testo dell’art. 7 del  Concordato del 1929,  che dice: «gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero.” In questo modo si garantisce la completa  separazione ed indipendenza dell’ordinamento canonico.

    (5) Questa frase,  insignificante da una parte e “furba” dall’altra, fu aggiunta dalla CEI  alle Linee Guida nel marzo 2014 a seguito delle osservazioni critiche su questo punto espresse dal Vaticano che però chiedevano ben altro.

    (6) In una famosa intervista al “Giornale” dell’1-4-2010 il p.m. di Milano Pietro Forno, competente sui reati sessuali,  ha detto : “«Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai arrivata una sola denuncia, né da parte dei vescovi né da parte dei singoli preti e questo è un po’ strano». Forno aveva spiegato che «la lista dei sacerdoti inquisiti per reati sessuali non è corta», ma in nessun caso la denuncia è partita dall’ambiente ecclesiastico, bensì dai familiari delle vittime «dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa e questa non ha fatto assolutamente niente». Una tale affermazione, mai contraddetta, è una vera e propria condanna senza appello della struttura ecclesiastica.

    (7) Tra quanto a nostra conoscenza: la Giornata di digiuno e preghiera dei vescovi francesi il 7 novembre 2016 a Lourdes, un triduo simile dei vescovi del Sud Africa nel dicembre 2016 e, particolarmente toccante, la funzione penitenziale dei vescovi svizzeri a Sion, sempre nel dicembre dello stesso anno.

    (8) Zollner continua “Mi preme di dire che l’Italia non ha ancora vissuto un momento di verità riguardo l’abuso sessuale e lo sfruttamento del potere per quanto riguarda il passato” e ancora “Mi auguro che le ultime settimane , con tante notizie sconvolgenti, abbiano aperto gli occhi e  il cuore anche alla Chiesa italiana e ai suoi responsabili per impegnarsi senza esitazione e in modo consistente in questa chiamata del Signore a tutto il Popolo di Dio”.

    (9) Tra chi partecipa al gruppo di lavoro l’unico nome di donna segnalatoci è quello di Anna Deodato. Da quello che sappiamo, sarà importante il suo contributo per il suo approfondimento del problema delle violenze nei confronti delle donne, soprattutto di quelle consacrate.

    (10) Se testi devono essere scritti, dopo aver rifatto le Linee Guida in vigore, suggeriamo un testo vincolante in cui ci si occupi solo delle vittime e in cui si preveda che esse siano riconosciute, ascoltate, difese, assistite e anche indennizzate (per quanto ciò possa servire).

    Roma,  21 settembre 2018                                                   NOI SIAMO CHIESA

  • “Il Vaticano punisca chi insabbiò” – l’intervista, la madre della vittima

    “Il Vaticano punisca chi insabbiò” – l’intervista, la madre della vittima

    di Giorgio Gandola

    La mamma del ragazzo abusato: “Mio figlio? Ha pianto. Abbiamo avuto la giustizia che la diocesi ci ha sempre negato. Ci trattavano come se fossimo una scocciatura”

    Signora, ha parlato con suo figlio della sentenza?

    “Gliel’ho annunciata io, ha risposto scoppiando in lacrime. È stato un dramma infinito, un percorso molto doloroso per noi tutti. Abbiamo fatto bene a intraprendere la strada della giustizia ordinaria, è stata lunga ma lineare e pura”.

    La traversata nel deserto è finita?

    “Oggi è avvenuta una cosa grande: è stata riconosciuta la credibilità di mio figlio. Se abbiamo dentro di noi ancora una speranza, anzi una certezza, che la verità trionfi, lo dobbiamo alla giustizia italiana che ci ha tutelati, non certo alla diocesi di Milano”.

    Sei anni e 4 mesi, qualcosa che somiglia a una stangata.

    “Al di là degli anni, sui quali non ho nessuna competenza, per me è importante sapere che i giudici credono a mio figlio. È ancora fragile, si è diplomato con due anni di ritardo, merita rispetto. Io non ho mai avuto il più piccolo dubbio su ciò che accadde quella notte”.

    Don Galli poteva legittimamente essere assolto.

    “Non voglio nemmeno pensare a cosa sarebbe successo, dentro la nostra famiglia, se la verità non fosse venuta a galla. Ci saremmo sentiti definitivamente soli al mondo. A chi avremmo potuto appellarci? Non a questa Chiesa avvolta nella nebbia, concentrata a difesa della sua immagine”.

    Cosa imputa al vaticano?

    “È latitante, non cerca la verità, promuove chi ha insabbiato. Noi vogliamo continuare la nostra battaglia perché torni una Chiesa santa. Abbiamo scritto a tutti, abbiamo ricevuto solo promesse di preghiere. Non basta, serve coerenza, e la chiediamo soprattutto al Papa. Se il diritto canonico e la morale e lo stesso Pontefice dicono che è male anche coprire un abuso, chiediamo che vengano presi provvedimenti contro chi insabbiò”.

    Ancora l’arcidiocesi, ancora Mario Delpini.

    “Io non ho nulla di personale contro i monsignori Delpini e Tremolada. Vorrei solo che i loro comportamenti venissero censurati perché non voglio vedere altri ragazzini entrare nel vortice di nostro figlio, essere trattati come lui. A noi non interessa la visibilità, a noi interessa che non ricapiti. Basta bassezze, basta dolore”.

    Cosa l’ha delusa di più in questa vicenda?

    “La mancanza di umanità delle gerarchie. Noi avevamo la più totale fiducia negli organismi ecclesiastici, ci siamo affidati a loro senza alcun dubbio; non avevamo bisogno di denunciare ad altri. Avevamo chiesto un incontro con il cardinal Angelo Scola e lo abbiamo ottenuto tre anni dopo”.

    Lei ha un carteggio aperto con il Vaticano.

    “Ci devono delle risposte. Anche qui mi ha deluso il gelido distacco della nomenclatura, la sua lontananza da un percorso di fede e di comprensione. Le lettere ricevute si concludevano sempre con un “prego per voi” che non era pietas cristiana, ma una formula di saluto. Ho avuto la netta sensazione che la scocciatura fossimo noi, non l’abuso sessuale su nostro figlio”.

    Signora, alla fine di questo percorso perdona don Mauro Galli?

    “So che è un gesto impopolare, ma lo perdono perché sbagliare è possibile. Anche commettere un grande errore è possibile. L’ho visto il giorno dell’interrogatorio, era smarrito e sofferente, sembrava anche lui una vittima. E poi penso alla sua mamma e a ciò che sta soffrendo. Ma non perdono nessun altro, anzi condanno chi non lo ha aiutato a prendere coscienza dell’errore”.

    Anche in tonaca c’è il diritto alla difesa.

    “Certo, è sacrosanto. Ma se sbagli devi sopportare le conseguenze dell’errore. L’unico discorso cristiano è questo”.

    (trascrizione da La Verità del 21 settembre 2018)

  • FORSE NON BASTA UN LIKE O UN CUORICINO

    FORSE NON BASTA UN LIKE O UN CUORICINO

    L’esperienza della mia famiglia di essere stati ospiti di Quarto Grado per raccontare il dramma che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, è la prova che si può uscire dal silenzio e affrontare il dolore di chi subisce un abuso sessuale.
    Un ringraziamento particolare è per Gianluigi Nuzzi e per tutto il suo staff, la sensibilità e l’attenzione umana e professionale si toccano con mano e si “respirano” in ogni particolare che ci ha portato fino ad arrivare alla trasmissione televisiva. Un altro grazie a Chiara Ingrosso, l’inviata di Quarto Grado che ha sempre presenziato alle udienze in Tribunale e ha seguito la mia famiglia con grande professionalità, simpatia e attenzione verso il nostro dolore.

    È fondamentale farsi aiutare a vari livelli, ma il più importante è sentirsi capiti da chi ha già affrontato lo stesso dolore e riesce a sopravvivere.
    Questa è test.retelabuso.org/ !

    In tanti ci state mandando messaggi di solidarietà e di vicinanza, e anche la richiesta “cosa posso fare per dare una mano?”
    Mi sento di dire che DUE cose fondamentali può fare chiunque davvero si sente vicino alle vittime:

    1. promuovere una cultura di consapevolezza: che vuol dire CONDIVIDERE i contenuti relativi a questo tema, parlarne, scrivere, sensibilizzare gli amici, approfondire i contenuti, anche una preghiera..

    2. pensare ad un aiuto CONCRETO per l’Associazione test.retelabuso.org/ . Noi abbiamo sperimentato concretamente cosa significa essere sostenuti e, assicuriamo che non riceve nessun finanziamento di nessun tipo. Banalmente, affinché il Presidente,
    Francesco Zanardi, possa partecipare a varie iniziative in Italia e nel mondo, o presenzi ad alcune udienze nei Tribunali, o produca la documentazione per seguire le varie cause: tutto è a carico suo… e questo è davvero triste.

    Forse non bastano più solo i sostegni a parole: se ciascuno contribuisce, anche con poco, ma se siamo in TANTI, Retelabuso e Francesco hanno la possibilità di aiutare le vittime ancora di più.

    La frase di mio figlio detta a Gianluigi Nuzzi “L’Associazione Retelabuso mi ha salvato la vita” per me ha un significato molto concreto.

    Se ognuno dona solo anche 5 euro? Io ringrazio a nome delle vittime, davvero con tutto il cuore,
    Cristina Balestrini

    questo è il link: http://retelabuso.it/come-sostenerci/

  • Lo scandalo nella Curia di Milano: 6 anni al prete molestatore. In Curia si limitarono a trasferirlo

    Lo scandalo nella Curia di Milano: 6 anni al prete molestatore. In Curia si limitarono a trasferirlo

    A letto con un minorenne: l’attuale arcivescovo lo trasferì in un altro oratorio. Bergoglio sapeva ma nominò Delpini

    di Giorgio Gandola

    Si portò a letto un minore: condanna senza precedenti per don Galli. Eppure davanti alle prime denunce l’allora vicario di Scola fece poco o nulla. E il Papa conosceva il caso quando nominò Delpini a Milano

    Sei anni e quattro mesi. Una sentenza senza pubblico quella che il giudice Ambrogio Moccia pronuncia di primo pomeriggio in un’aula vuota, fuori da ogni orario prestabilito, per evitare il chiasso mediatico. Solo il campanello dell’usciere e le sue parole ben scandite davanti a nessuno, come in un romanzo di Georges Simenon. Una formula che somiglia al grido di una Giustizia che non può fermarsi al “silenzio e preghiera” invocato da papa Francesco. E per la prima volta condanna un prete incensurato a una pena così alta per abuso su un minore, colpevole di aver tentato di violentare un ragazzo di 15 anni.

    Quella che si dice essere una sentenza esemplare (più il divieto di avere contatti con minorenni e l’interdizione perenne dai pubblici uffici) si abbatte su don Mauro Galli, sacerdote di 38 anni che la sera del 19 dicembre 2011 invitò a dormire “nel lettone” un giovane di Rozzano, paesone dell’hinterland di Milano. Era il suo confessore, il suo padre spirituale, doveva accompagnarlo al Natale e invece lo accompagnò fra le lenzuola. Don Mauro non ha mai negato il fatto, l’ha definito “una leggerezza” e ha giurato di essersi fermato lì, di averlo solo toccato sul petto per evitargli – in quella notte agitata da incubi – di cadere dal letto.

    Ben diversa la verità della vittima, che la mattina dopo parlò con i genitori e subito cominciò a stare male, a subire pesanti contraccolpi psicologici. Nei giorni successivi furono coinvolti anche l’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e il vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, che a quel tempo erano vicario diocesano di zona e responsabile dell’inserimento dei giovani sacerdoti. Pur essendo a conoscenza degli abusi, furono loro a decidere di spostare semplicemente il prete nell’occhio del ciclone da Rozzano (due oratori) a Legnano (quattro oratori), sempre inserito nella pastorale giovanile, quindi sempre a contatto con adolescenti. E solo dopo la denuncia penale dei genitori del ragazzo avviarono l’indagine canonica. Anche l’allora arcivescovo di Milano, Angelo Scola, in una lettera alla famiglia della vittima, scrisse che i suoi collaboratori si erano comportati “in modo maldestro”. Ora monsignor Delpini convive con l’imbarazzo di non avere denunciato un colpevole, pure se solo in primo grado.

    Per la famiglia sono stati anni durissimi, trascorsi fra crisi psicologiche e paura per i tentativi di suicidio del giovane, che alla notizia della condanna del prete si è sciolto in un lungo pianto al telefono con la madre. Una famiglia solida, fortemente cattolica, che all’inizio era determinata a trovare dentro la Chiesa la strada per rivedere la luce. Ma poi, davanti alla strategia attendista e dilatoria dell’arcidiocesi, ha preferito denunciare tutto ai carabinieri aprendo la porta all’inchiesta giudiziaria. La pubblica accusa, rappresentata dal pm Lucia Minutella, aveva chiesto 10 anni e 8 mesi valutando “le aggravanti della condizione di inferiorità psicofisica del ragazzo, del divario di età e dello stato di soggezione legato al ruolo dell’imputato di sacerdote, padre spirituale, educatore e insegnante”. Nella requisitoria aveva annullato l’effetto del risarcimento di 150.000 euro (che ha indotto i genitori della vittima a non costituirsi parte civile) con parole urticanti: “Le sofferenze del ragazzo e dei suoi famigliari non possono essere ripagate da un pagamento in denaro, al di là dell’importo. Anzi vi è una discrasia evidente nella difesa dell’imputato, data dall’avere risarcito un danno che si ritiene di non avere cagionato”.

    L’avvocato Mario Zanchetti, difensore di don Galli e da 15 anni legale dell’arcidiocesi milanese, aveva chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste e in subordine perché “non è emersa la prova del reato”. La linea difensiva è stata quella dell’inattendibilità, della simulazione, dell’invenzione. “Solo dopo la denuncia penale”, ha sottolineato il legale che ha interposto appello alla sentenza, “il ragazzo ha cominciato a vivere il ruolo di denunciante cospargendo il racconto di elementi di inattendibilità”. A questo punto per lui doveva valere il vecchio motto del diritto romano: in dubio pro reo. “Ci sono fatti di rilevanza etica e canonica in questa triste vicenda, ma non di rilevanza penale. C’è un abuso di relazione, di comportamento, non un abuso sessuale”.

    Il Tribunale si è fatto la convinzione opposta e la sentenza arriva a intossicare di nuovo il mondo cattolico da tempo alle prese con una resa dei conti di intensità mai vista prima rispetto alla pedofilia e all’omosessualità. La diocesi di Milano ha osservato da molto vicino e con molto imbarazzo l’evolversi del dibattimento. Ieri ha emesso un comunicato nel quale prende atto della sentenza “ed esprime vicinanza al ragazzo coinvolto, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno ingiustamente sofferto. Mentre la giustizia penale fa il suo corso, l’arcidiocesi resta in attesa dell’esito del processo canonico a carico di don Mauro Galli,  affidato alla responsabilità del Tribunale ecclesiastico”.

    Incardinato in questa triste vicenda di abusi c’è un aspetto politico che spicca. Quando papa Francesco ha nominato Delpini arcivescovo di Milano e Tremolada vescovo di Brescia, era a conoscenza dell’inchiesta giudiziaria su don Galli e delle mosse poco ortodosse dei due sacerdoti nel gestire la delicatissima situazione. Lo si evince dal carteggio che la famiglia della vittima (con pressanti richieste di far conoscere la verità) ha tenuto con gli uffici della Congregazione per la dottrina della fede. E non più tardi di un mese fa, pur essendo il procedimento alla vigilia d’una sentenza anche clamorosa come in effetti è stata, ha promosso Delpini rappresentante dei vescovi italiani al sinodo mondiale dei giovani previsto in ottobre in Vaticano. A conferma di una stima a prova di bomba.

    (trascrizione da La Verità del 21 settembre 2018)

  • Condannato in primo grado don Mauro Galli

    Condannato in primo grado don Mauro Galli

    Si è concluso alle 13 circa presso il tribunale di Milano, il dibattimento del processo a don Mauro Galli, accusato di abuso sessuale nei confronti di un 15enne di Rozzano.

    I giudici riuniti in camera di consiglio, alle 14,30 hanno emesso la sentenza di condanna a sei anni e quattro mesi.

    Una condanna esemplare perché va ricordato che data l’età della vittima, che all’epoca dei fatti aveva 15 anni, l’accusa era di pederastia, reato più lieve della pedofilia.

    Si nota un notevole è positivo cambio di rotta della magistratura, fino a ieri menò rigida su questi reati.

    Durante il dibattimento il pubblico ministero Lucia Minutella aveva chiesto una pena di dieci anni e otto mesi, oltre a chiedere di non considerare attenuante il fatto che alla vittima fosse stato pagato un indennizzo, 100.000€ più le spese processuali, indennizzo che il pubblico ministero ha ritenuto insufficiente, anche ai fini dell’attenuante .

    L’Ufficio di Presidenza

  • Tre settimane fa ho confessato di aver subito molestie da parte di un prete. Ecco com’è cambiata la mia vita

    Tre settimane fa ho confessato di aver subito molestie da parte di un prete. Ecco com’è cambiata la mia vita

    Questo post è stato pubblicato su HuffPostUsa ed è stato tradotto da Milena Sanfilippo

    Due anni fa circa, io e mia moglie eravamo seduti al tavolo del solito pub durante l’happy hour a rimpiangere i trenta ormai agli sgoccioli. Una conoscente che aveva appena compiuto cinquant’anni ci regalò una perla di saggezza: “I quaranta vi riserveranno i giorni migliori della vostra vita. Tutto si allinea e cominci a capirci qualcosa”.

    Per me quello fu solo un tentativo benevolo di far sembrare una situazione critica più rosea di quanto fosse in realtà – un po’ come quando ti dicono che il denaro non può comprare la felicità, o che quando un uccello ti fa la cacca addosso porta fortuna.

    Ma, ho capito in seguito, quella donna aveva ragione.

    Nei trent’anni precedenti avevo trasportato un fardello psicologico che solo in quel momento iniziava a chiedere lo scotto: il prete della mia parrocchia mi aveva molestato sessualmente quando ero un chierichetto, alla fine degli anni ’80.

    In un certo senso, ero sempre stato consapevole del fatto che c’era qualcosa di sbagliato. Come tante persone, avevo saputo degli abusi perpetrati dal clero cattolico. Leggendo quelle storie, pensavo tra me: be’, non mi è andata poi tanto male – come se l’abuso su un minore potesse essere tollerato fino a un certo grado. Da ragazzino ho rubato delle sigarette, ma non ho mai rubato una macchina. Ho bevuto alcolici quando ero ancora minorenne, ma non ho mai guidato ubriaco. Giudicavo l’abuso subito in modo simile. Un prete mi aveva immobilizzato per baciarmi, ma non mi aveva mai strappato i pantaloni di dosso.

    Solo quando ho letto il verbale del Gran Giurì della Pennsylvania, pubblicato il mese scorso, sui decenni di abusi da parte di rappresentati del clero nel Commonwealth mi sono reso conto che alcune parti sembravano la mia autobiografia. Le storie dei sopravvissuti rispecchiavano la mia. Ho letto delle ripercussioni psicologiche che hanno subito e ho capito che anche io mi ero trascinato quel peso per così tanto tempo da permettergli di influenzare ogni aspetto della mia esistenza. Ho avuto trascorsi con l’abuso di sostanze. Problemi nell’intimità. Ansia. Depressione. Disprezzavo qualsiasi forma di autorità. Credevo di non meritare niente, di non essere abbastanza.

    Ma il peggio è che nascondevo i dettagli a mia moglie, agli amici e alla famiglia; tutti loro, almeno una volta, avevano fatto i conti con le scosse di assestamento di quelle manifestazioni.

    In quel momento ho capito che dovevo liberarmi da quel peso; che non sarei mai andato avanti con la mia vita senza scendere a patti con quello che mi è successo.

    Immagino che la maggior parte delle persone nella mia posizione ne parlerebbe prima con i propri cari e poi con uno psichiatra. Io ho deciso di seguire un’altra direzione. Credevo che se avessi raccontato la mia storia a una persona cresciuta nella mia stessa parrocchia, e se quella persona fosse giunta alle medesime conclusioni, forse anche lei sarebbe riuscita a cambiare prospettiva rispetto ai suoi problemi personali, di qualunque natura fossero. Inoltre, avevo appreso da poco che il prete colpevole delle molestie lavorava ancora in una parrocchia, con una scuola. Speravo che, uscendo allo scoperto, sarei riuscito ad allertare quella chiesa e i suoi parrocchiani e a far sollevare l’uomo dall’incarico.

    Sono stato fortunato abbastanza da lavorare freelance (occupandomi di notizie e pezzi di opinione) per Reverb Press, un sito politico indipendente, negli ultimi due anni e mezzo. Ho confidato tutto ai caporedattori e detto loro della mia volontà di raccontare l’esperienza su Reverb.

    Più di tutto, a preoccupare i capi è stata la mia salute. Mi hanno trattato come un fratello, non come un dipendente. Volevano essere certi che sarei riuscito a gestire sul piano emotivo le possibili conseguenze del condividere tutto in modo così pubblico. Ad essere onesto, non ero sicuro al cento per cento di come avrei reagito una volta pubblicata la storia, ma volevo farlo.

    Ho parlato con mia moglie di ciò che mi è successo e della mia decisione di uscire allo scoperto, e lei mi ha dimostrato tutto il suo sostegno. Ha posto soltanto una condizione (piuttosto ragionevole) prima della stesura del pezzo: dovevo raccontarle tutta la storia prima che la leggesse sullo schermo del telefono.

    Sapevo che se non avessi acconsentito a quella richiesta, non sarei riuscito neanche a gestire quello che mi avrebbe aspettato in seguito. Perciò le ho detto tutto. Mi sono sentito soffocare. Lei ha pianto. E otto ore dopo, in una soleggiata domenica mattina, la storia è stata pubblicata

    Non sapevo cosa aspettarmi.

    Non si sente spesso un uomo che denuncia apertamente un abuso sessuale. Potrò anche proclamarmi aperto, emancipato e progressista, ma questo non cambia il fatto che sono cresciuto con la filosofia da tardo ventunesimo secolo, “i maschi si comportano da maschi”, in una società alimentata a testosterone e fatta di misoginia dilagante e omofobia neanche tanto velata. Piangere non era tollerato, figuriamoci esternare la nostra vulnerabilità.

    Sapevo che avrei potuto contare sul sostegno di amici e familiari. Sapevo che molti amici sui social avrebbero capito. Ma tutti gli altri? Come avrebbero reagito di fronte a questo chiacchierone robusto e barbuto e alla sua confessione tanto cruda? E la mia città natale? Stavo sollevando un polverone che era meglio non sollevare? Stavo aprendo il vaso di Pandora nella comunità dove i miei suoceri vivono tuttora?

    Le mie paure si sono placate quasi all’istante. La mia storia si è diffusa negli ambienti social della mia città, Ridgefield Park (New Jersey), come un incendio. Sono stato bombardato da messaggi su Facebook da parte di persone a cui non pensavo da trent’anni. La reazione è stata unanimemente positiva.

    E ho ricevuto più di un messaggio come questo:

    “Ed, non so se ti ricordi di me, ma facevo il chierichetto con te e ho subito gli stessi abusi da Padre Gerry. Non l’ho mai detto a nessuno”.

    È bastato quel messaggio (da parte di un signore che ora sento tutti i giorni) a provarmi che avevo preso la decisione giusta. Ma non è finita lì.

    A quanto pare tutti si ricordavano di Padre Gerry. Tutti sapevano che qualcosa non andava. Alcuni nutrivano sospetti molto forti. Altri avevano sentito storie inquietanti. Altri ancora erano stati molestati. Due famiglie hanno perso delle persone care all’indomani di quegli abusi. Ma nessuno aveva mai parlato. E comprendo bene il motivo. Io ci ho messo trent’anni. Chi aveva provato a denunciare il comportamento inappropriato all’epoca è stato messo a tacere. La parrocchia iniziò a incolpare le vittime. E la nostra chiesa era l’epicentro culturale della città – tra i suoi membri c’erano insegnanti, agenti di polizia, paramedici, sindaci e consiglieri comunali.

    Quando si è venuto a sapere che l’aggressore era ancora un prete in piena attività e che lavorava con gli studenti, lo choc si è tramutato in rabbia. La parrocchia – a meno di venti chilometri da Ridgefield Park – è stata subissata di chiamate ed email. I funzionari si sono visti costretti a disabilitare i commenti sulla pagina Facebook.

    Un gruppo di donne, soprannominatosi “Relentless bitches”, ha guidato la carica per far sollevare l’uomo dal servizio. Si sono appellate all’arcidiocesi. Al procuratore distrettuale. Un detective dell’Unità vittime speciali mi ha telefonato per verificare il mio racconto prima di affrontare le autorità ecclesiastiche.

    Quella settimana, un mercoledì, è stata organizzata una protesta di fronte alla Chiesa per la domenica successiva. Ma arrivati al venerdì, non era più necessario. Padre Gerry Sudol è stato sollevato dall’incarico. È stata riaperta un’indagine della Chiesa sui suoi abusi. La mia storia ha raggiunto l’arcidiocesi e le forze dell’ordine. La chiesa ha contattato persino mia moglie per farle sapere che avrebbero accolto la mia testimonianza. (Non ho ragione di fidarmi delle motivazioni e dei metodi della chiesa e non hanno alcuna autorità su di me. Mi hanno informato che le mie deposizioni formali all’ufficio del procuratore saranno inviate all’arcidiocesi per eventuali procedimenti).

    D’un tratto, c’era NJ.com a intervistarmi ed ero in onda per l’emittente della NBC a New York. Chiunque nell’area metropolitana di New York, che conta una popolazione di venti milioni di persone, poteva sapere che ho subito molestie sessuali da bambino. Non potevo più nasconderlo. Se avessi immaginato le attenzioni che la mia esperienza avrebbe ricevuto, probabilmente non avrei mai contemplato l’idea di condividerla.

    E proprio per questo ne sono felice.

    Il mio vicino – un camionista di quasi sessant’anni, senza dubbio il più grande rompipalle che abbia mai conosciuto – era uno dei “maschi alfa” che speravo di evitare una volta sganciata la bomba. Come ho già detto, talvolta è ancora difficile sradicare l’arcaico “codice maschile”. La prima volta che l’ho incontrato dopo la pubblicazione della storia, ha percorso il mio vialetto, mi ha teso la mano e ha detto: “È una grande storia [segue imprecazione]! Ci vogliono le palle. Spero che consegnerai quei bastardi alla giustizia.”

    Meno di due settimane dopo la pubblicazione del pezzo, gli stati del New Jersey e di New York hanno annunciato che, sull’esempio della Pennsylvania, avvieranno un’indagine sugli abusi del clero e sulla reazione della chiesa cattolica. So che non è stato il nostro gruppo Facebook di 380 membri il fattore chiave di questa decisione; ma sono sicuro che grazie a noi questa storia è rimasta sulle prime pagine abbastanza a lungo da fornire ai leader politici il pretesto per affrontare l’organizzazione più vecchia del mondo.

    Io e mia moglie abbiamo riso molto nelle tre settimane successive alla confessione, e questo mi porta a credere che il mio atteggiamento generale sia cambiato. Non è stata una conseguenza intenzionale, ma è immensamente gradita – così come lo sono la pressione più bassa e i miglioramenti del sonno.

    Ho capito che non sono una vittima, ma un sopravvissuto. I maschi alfa, gli stessi da cui mi aspettavo di essere deriso una volta saputa la verità, sono stati tra i miei più accaniti sostenitori. Per la prima volta in vita mia ho sentito di aver tracciato una rotta. Quale sarà la destinazione finale… non lo so per certo. Ma vedere una comunità intera di persone che si erano perse da anni radunarsi all’improvviso, non appena abbiamo deciso di fare i conti con il nostro “segreto”, ha risanato la mia fiducia nell’umanità in questi tempi spesso distopici.

    Canalizzare la rabbia che nutrivo contro la Chiesa in un’inflessibile e produttiva rivendicazione, tesa a smascherare i responsabili e fare giustizia, si è rivelata la mia missione di vita – solo che non lo avevo mai saputo.

    Immagino che la vita inizi davvero a quarant’anni.

  • Il ruolo del Papa nello studio del caso di abuso sessuale argentino sotto i riflettori

    Il ruolo del Papa nello studio del caso di abuso sessuale argentino sotto i riflettori

    BUENOS AIRES, Argentina (AP) – Il ruolo di Papa Francesco nel caso più famoso dell’Argentina relativo agli abusi sessuali, è sottoposto a un nuovo esame mentre affronta la più grande crisi del suo papato sulla tormentata eredità  della copertura della Chiesa cattolica di accuse, e accuse a lui stesso di essersi schierato con l’imputato.

    Francesco, che all’epoca era ancora il cardinale Jorge Mario Bergoglio, nel 2010 commissionò uno studio forense di quattro volumi, più di 2.000 pagine, su un caso giudiziario contro un prete condannato,  lo studio concluse che il prete era innocente, che le sue vittime mentivano e che il caso mai avrebbe dovuto andare in giudizio.

    La chiesa argentina afferma che lo studio ottenuto dalla Associated Press – volumi rilegati completi di riproduzioni di dipinti di Johannes Vermeer sulle copertine – era solo per uso interno alla chiesa. Ma i volumi presumibilmente finirono sulle scrivanie di alcuni giudici di corte argentini che stavano governando sugli appelli del reverendo Julio Grassi.

    Nonostante lo studio, la Corte suprema argentina nel marzo 2017 ha confermato la condanna e la condanna a 15 anni di prigione contro Grassi, un sacerdote considerato una celebrità che gestiva case per bambini di strada in tutta l’Argentina.

    Lo studio, e il ruolo di Francesco nel caso Grassi, hanno assunto una nuova rilevanza dopo le accuse di un ex nunzio apostolico vaticano per le quali Francesco, e una lunga fila di funzionari vaticani prima di lui, coprirono la cattiva condotta sessuale di un eminente cardinale statunitense.

    Né Francesco né il Vaticano hanno risposto alle accuse secondo cui Francesco avrebbe riabilitato l’ex-cardinale Theodore McCarrick dalle sanzioni nel 2013. Il Vaticano non ha risposto a una richiesta di commento sul ruolo di Francesco nel caso Grassi.

    In un’intervista esclusiva con AP, la vittima di Grassi, Gabriel, ha detto che sta ancora aspettando che Francesco riconosca il suo dolore, dato che la Corte Suprema ha ora stabilito che è stato aggredito da Grassi quando aveva 13 anni.

    “Mi piacerebbe che la chiesa dicesse qualcosa, anche se non mi aspetto che succederà”, ha detto Gabriel a AP, seduto accanto al suo psichiatra. “Nessuno mi ha mai contattato,” disse. “Nessuno si è disturbato.”

    Francesco, l’ex arcivescovo di Buenos Aires, non era il vescovo di Grassi e non aveva alcuna responsabilità diretta per lui. Ma nel 2006, è stato citato dalla scomparsa rivista argentina Veintitres dove aveva affermato che le accuse contro Grassi erano “accanimento informativo contro di lui, una condanna da parte dei media”.

    Disse che avrebbe trattenuto il giudizio in attesa dell’esito del processo, ma lo stesso Grassi testimoniò che Bergoglio “non mi lasciò mai la mano” durante il processo legale.

    Sotto la presidenza di Bergoglio, la conferenza episcopale argentina nel 2010 ha arruolato un avvocato penalista argentino, Marcelo Sancinetti, per indagare su una contro-inchiesta nel caso dei pubblici ministeri contro Gabriel e altri due ex-residenti delle case di Happy Children di Grassi i cui casi sono stati considerati nel processo iniziale.

    Nello studio, Sancinetti ha concluso che non solo le accuse contro Grassi non erano sufficientemente provate, “la falsità di ognuna delle accuse è oggettivamente verificabile”.

    Nei quattro tomi, che sono stati prodotti in una clip annuale dal 2010 al 2013, Sancinetti ha accusato Gabriel di aver cambiato la sua storia e di tentare di estorcere Grassi. Ma una corte anni prima aveva già rigettato una causa intentata da Grassi accusando Gabriel di estorsione.

    Sancinetti ha paragonato “gli attuali processi, e le condanne con frasi severe, basate esclusivamente sulla parola di una persona che si definisce vittima di abusi sessuali, ai processi per stregoneria del Medioevo”. E nel volume finale e sul sito web del suo studio legale, Sancinetti ha detto che Francis in particolare aveva commissionato il lavoro. Non ha risposto a più richieste di commenti.

    La Corte suprema argentina non fu d’accordo con l’analisi di Sancinetti e il 21 marzo 2017 confermò la condanna di Grassi per aver abusato sessualmente e corrotto Gabriel.

    Attraverso le lacrime, Gabriel aveva testimoniato che in due diverse occasioni nel 1996 il sacerdote una volta lo aveva accarezzato, e poi aveva fatto sesso orale con lui nel suo ufficio.

    Gabriel, che per un certo periodo è stato inserito nel programma di protezione dei testimoni in Argentina dopo aver subito un attacco, attacchi fisici e minacce, ha detto di essere rimasto scioccato quando Grassi ha testimoniato che Bergoglio “non mi ha mai lasciato andare la mano”.

    “Eravamo tutti come ‘wow!’ Era Bergoglio “, ha detto.

    Gabriel ha detto che lui e il suo avvocato hanno consegnato una lettera indirizzata a Francesco due mesi dopo essere stato eletto primo papa dell’America Latina, portandolo all’ambasciata del Vaticano a Buenos Aires l’8 maggio 2013.

    Nella lettera, Gabriel si è identificato come vittima di “crimini aberranti di abusi sessuali ripetuti e corruzione” da parte di Grassi.

    Si è lamentato che i dettagli del suo abuso erano stati esposti dallo studio, che lo ha “denigrato” personalmente e ha contraddetto la politica dichiarata “tolleranza zero” sia di Papa Benedetto XVI che di Francesco.

    “Ho sofferto e continuo a soffrire”, ha scritto.

    Ha chiesto un’udienza con il papa “e ti prego sinceramente per la compassione e l’aiuto nel recuperare la mia fede”.

    Non ha mai ricevuto una risposta. In realtà, il suo avvocato ha detto che sono stati minacciati dall’ambasciata e non sanno cosa ne è stato della lettera.

    Alla domanda sul perché la conferenza episcopale argentina abbia commissionato lo studio, una portavoce della conferenza ha detto che è stato per aiutare i vescovi a capire meglio il caso.

    “La conferenza episcopale ha ritenuto che potesse fornire ulteriori informazioni in vista della procedura canonica”, ha detto la conferenza in una dichiarazione rilasciata alla AP.

    Un tale studio, tuttavia, sarebbe impensabile per l’uso in un processo canonico. Mentre i processi alle chiese utilizzano le indagini di polizia e prove dai tribunali laici, un contro-studio commissionato da un’intera conferenza episcopale potrebbe incorrere in problemi di giurisdizione a un processo canonico, hanno detto i canonisti.

    Inoltre, l’avvocato di Gabriel, Juan Pablo Gallego, ha detto che i libri sono finiti sulle scrivanie di alcuni giudici argentini che hanno deciso gli appelli di Grassi e hanno rappresentato quello che ha definito un palese, sebbene infruttuoso, tentativo di lobbying.

    La diocesi di Moron, che era responsabile di Grassi, aveva a lungo difeso la sua decisione di mantenerlo nel ministero anche dopo l’inizio del processo dicendo che non voleva pregiudicare il risultato.

    Diciotto mesi dopo che l’alta corte argentina si è pronunciata contro di lui, Grassi rimane un prete mentre serve la sua condanna a 15 anni nel carcere di Unidad 41 de Campana, nella provincia di Buenos Aires.

    La diocesi di Moron ha detto che Grassi è stato rimosso dalle funzioni pastorali quando è iniziato il processo e che ora è stato escluso dall’esercizio di qualsiasi ministero pubblico. La diocesi ha detto all’AP che il caso canonico è ora con la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio del Vaticano che gestisce i casi di abuso sessuale.

    Julieta Anazco, presidente della rete Argentina di sopravvissuti agli abusi del clero, ha detto che il caso Grassi è stato uno spartiacque per l’Argentina dal momento che le vittime si sono scontrate con un sacerdote considerato una celebrità, che aveva il sostegno dell’élite cattolica argentina, e ha subìto l’umiliazione pubblica di essere accusato di cercare solo denaro.

    “Hanno reso più facile la nostra lotta per noi”, ha detto. “Grazie alla loro lotta, molti di noi sono stati incoraggiati a denunciare (i nostri abusatori) pubblicamente”.

    Ha citato il recente caso di vittime sorde dell’ormai noto istituto Antonio Provolo che si è fatto avanti per denunciare abusi da parte dello stesso prete italiano, accusato da alcuni studenti del Provolo italiani, che nel 2014 hanno allertato Francesco e il Vaticano del luogo dove si trovava. La polizia argentina ha arrestato don Nicola Corradi e fatto irruzione nelle scuole di Provolo.

    “Prima che papa Francesco possa emanare la responsabilità per i vescovi e gli altri leader della chiesa, deve essere all’altezza del danno che lui stesso ha causato alle vittime in Argentina”, ha detto Anne Barrett Doyle della risorsa online Bishop Accountability, che ha raccolto la documentazione sul caso di Grassi.

    Il caso ha paralleli con quello del vicino Cile, dove Francis ha difeso ripetutamente un vescovo accusato di coprire per il più famoso predatore del paese, il Rev. Fernando Karadima. Francesco screditò le vittime di Karadima, che pose il vescovo Juan Barros sulla scena del loro abuso, dicendo che le loro accuse erano “calunnia”.

    Alla fine Francesco riconobbe di aver commesso “gravi errori di giudizio” su Barros, si scusò con le vittime e lanciò un’indagine del Vaticano che portò tutti i vescovi attivi del Cile a offrire le dimissioni.

    Non ha offerto nessun mea culpa sul caso Grassi. Gabriel, che fa lavori saltuari non in regola, e non ha carte di credito, sta aspettando.

    “Sono cattolico, ma sì, ci sono momenti in cui non so se la chiesa mi rappresenta”.

    (Traduzione con Google)

    http://www.newser.com/article/08f0f88f03b7470b8117cef48e11aa73/pope-role-in-study-of-argentine-sex-abuse-case-in-spotlight.html

  • Caso Provolo: perché Papa Francesco sapeva degli abusi

    Caso Provolo: perché Papa Francesco sapeva degli abusi

    Le vittime dell’abuso sessuale ecclesiastico assicurano che Francesco non poteva ignorare gli abusi nell’istituto di Mendoza e La Plata. Le ragioni

    Francesco è entrato in carica nel 2013, quando l’accusa di pedofilia nel dell’Istituto Provolo non era nuova. Per le vittime, non c’è dubbio che Bergoglio conoscesse la situazione, anche se non ha preso provvedimenti al riguardo fino al momento in cui la giustizia Argentina ha arrestato gli imputati.

    Per dimostrare la conoscenza di Francesco della situazione, le vittime sottolineano un fatto: lo stesso anno in cui Francesco ha iniziato il suo pontificato, un gruppo di vittime di abusi sessuali in una sede del Provolo a Verona (Italia) ha prodotto un rapporto in cui ha dettagliato cosa era successo a loro. Quella fu l’unica volta che hanno ricevuto una risposta ufficiale, firmata dall’Arcivescovo Angelo Beccio, Segretario per gli Affari Generali della Santa Sede. Nel testo, le autorità hanno affermato il loro impegno a “sostenere il dramma delle vittime e indagare sui casi”.

    L’anno seguente, nel 2014, hanno effettuato un’altra serie di azioni per pubblicizzare ciò che era accaduto loro. In primo luogo, hanno fatto un video e hanno dato i nomi dei membri del Provolo che li avevano abusati, tra i preti menzionati apparvero Nicola Corradi, Eliseo Primati e Luigi Spinelli. I tre, all’epoca, erano già trasferiti in Argentina. The Survivors Network assicura che Francesco abbia visto il video.

    Mesi dopo, ritornarono per inviare una lettera in Vaticano nella quale consegnavano, uno per uno, tutti i molestatori. La lettera non ha avuto risposte.

    Quello stesso anno, una delle vittime dell’Italia, Giuseppe Consiglio, riuscì a ottenere un incontro con Francesco. Nel corso dell’incontro, l’uomo ha consegnato in mano al Papa una lettera che gli raccontava degli abusi che aveva subito mentre era studente del Provolo.

    Nel novembre 2016 è scoppiato lo scandalo in Argentina. Dopo la prima denuncia alle autorità a Mendoza, un’inchiesta è iniziata e vengono arrestati, tra gli altri, i preti Horacio Corbacho e Nicola Corradi, lo stesso che era già stato accusato in Italia.

    Quando la situazione divenne pubblica, nel marzo 2017, Francesco decise di nominare due religiosi, Dante Simón e Juan Martínez, per condurre un’indagine canonica preliminare sul caso Mendoza. Qualche tempo dopo, decise di nominare monsignor ausiliare di La Plata, Alberto Bochatey, come “commissario apostolico” per seguire da vicino le cause.

    (traduzione con Google Translate)

    http://noticias.perfil.com/2018/09/15/caso-provolo-por-que-el-papa-francisco-sabia-de-los-abusos/

  • La lotta di Francesco contro il clericalismo riuscirà a sradicare gli abusi?

    La lotta di Francesco contro il clericalismo riuscirà a sradicare gli abusi?

    Difficile fare previsioni. Intanto però cambiano molte cose

    SALVATORE IZZO

     “L’abuso sessuale è conseguenza dell’abuso di potere e di coscienza”. Chiama in causa il ruolo stesso dei pastori questa diagnosi di Papa Francesco, confidata nella conversazione di due settimane fa con i gesuiti irlandesi e poi pubblicata dalla Civiltà Cattolica. Una denuncia coraggiosa perché implica di fatto la rinuncia al ruolo di custode della morale che la Chiesa si era (impropriamente) attribuita in modo sempre più imperioso. L’indicazione chiara di Bergoglio, che chiede alla Chiesa di essere invece, nelle varie situazioni, non un tribunale dell’ortodossia delle comunità cristiane e della purezza etica dei loro membri, ma piuttosto un ospedale da campo che tutte le ferite vuole curare con il balsamo della misericordia, ha una ricaduta precisa sul fronte doloroso degli abusi. E testimonia in effetti la lucidità con la quale Papa Francesco sta affrontando questo tema dirompente per la Chiesa Cattolica.

    Per avere un’idea della situazione, che non basta definire gravissima, si possono considerare un paio di elementi statistici: ben due dei nove membri del Consiglio dei Cardinali che affianca il Papa nel governo della Chiesa, l’australiano George Pell, e il cileno Erazuriz Ossa, dovranno essere sostituiti nelle prossime settimane in quanto sotto processo nelle rispettive patrie, per abusi su minori il primo, e per aver coperto questo tipo di abusi il secondo. Toglierli dall’organismo collegiale più importante e rappresentativo della Chiesa era non solo necessario ma indispensabile per recuperare credibilità.

    L’altro dato molto allarmante lo ha comunicato recentemente il gesuita psicologo Hans Zollner, membro della Pontificia Commissione per la protezione dei minori: negli abusi sono stati coinvolti nel recente passato dal 3 al 6 per cento dei sacerdoti cattolici ovvero fino a 20 volte di più delle precedenti stime che parlavano dello 0,3 per cento. Una ammissione clamorosa della dimensione endemica di tali crimini.

    Il pastore che segue o accompagna il gregge poi lo rispetta

    “L’abuso di potere – ha detto il Papa ai suoi confratelli irlandesi – esiste: chi tra di noi non conosce un vescovo autoritario? Sempre nella Chiesa sono esistiti superiori religiosi o vescovi autoritari. E l’autoritarismo è clericalismo. A volte si confonde l’invio in missione in maniera autorevole e decisa con l’autoritarismo. E invece sono due cose diverse. Bisogna vincere l’autoritarismo e riscoprire l’obbedienza dell’invio in missione”.

    “Io non sapevo – ha ammesso Bergoglio parlando con i gesuiti a Dublino – che in Irlanda ci fossero anche situazioni di madri non sposate con figli alle quali hanno portato via i bambini. Ascoltare questo mi ha toccato il cuore in maniera particolare. La ministra per l’Infanzia e la Gioventù mi ha parlato di questo problema, e poi mi ha fatto arrivare un memorandum. Io vorrei chiedervi un aiuto speciale: aiutate la Chiesa in Irlanda a farla finita con questa storia. E cosa intendo per farla finita? Non intendo semplicemente voltare pagina, ma cercare rimedio, riparazione, tutto ciò che è necessario per guarire le ferite e ridare vita a tanta gente. La lettera che ho scritto di recente al popolo di Dio parla della vergogna per gli abusi. Voglio ribadirlo qui e comunicarlo a voi oggi”.

    “Io – ha rivelato ancora – ho capito una cosa con grande chiarezza: questo dramma degli abusi, specialmente quando è di proporzioni ampie e dà grande scandalo – pensiamo al caso del Cile e qui in Irlanda o negli Stati Uniti –, ha alle spalle situazioni di Chiesa segnate da elitismo e clericalismo, una incapacità di vicinanza al popolo di Dio. L’elitismo, il clericalismo favoriscono ogni forma di abuso. E l’abuso sessuale non è il primo. Il primo è l’abuso di potere e di coscienza. Vi chiedo aiuto per questo”. “Coraggio! Siate coraggiosi! Davvero non riuscivo a credere a storie che ho visto ben documentate. Le ho sentite qui nell’altra stanza e sono rimasto commosso profondamente. Questa è una speciale missione per voi: fare pulizia, cambiare le coscienze, non aver paura di chiamare le cose con il loro nome”, ha chiaramente detto il Papa.

    L’incontro, spiega il comunicato della redazione di via di Porta Pinciana, è avvenuto immediatamente dopo quello con otto vittime di abusi sessuali che ha toccato il cuore del Papa in maniera particolare. Francesco ha perciò fatto ai suoi confratelli la richiesta speciale di “aiutare la chiesa in Irlanda a farla finita con questa storia” perché “non basta voltare pagina, ma cercare rimedio, riparazione, tutto ciò che è necessario per guarire le ferite e ridare vita a tanta gente”. Perciò ha riformulato con estrema chiarezza la sua diagnosi riguardo alla piaga degli abusi, chiedendo ai gesuiti di “essere coraggiosi senza porsi limiti all’amore verso la Chiesa e la fede in Dio”.

    La “cura” Bergoglio

    La ricetta del Papa per sradicare gli abusi non si limita dunque alla “tolleranza zero” per la quale chi ha denunce (comprovate da condanne civili) viene ridotto allo stato laicale e non solo sospeso a divinis, ovvero  non può tornare a fare il prete. Con essa si propone un ripensamento stesso dei ministeri nella Chiesa alla luce della raccomandazione del Papa a camminare non più davanti al gregge ma al suo fianco o addirittura dietro, fidandosi del fiuto delle pecore. Il che significa rinunciare come pastori al ruolo improprio di custode della morale e giudice dei costumi.

    L’orrenda e sanguinaria dittatura cilena utilizzava le condanne della Chiesa in funzione anticomunista. Un’equazione che si ripete tra gli oppositori di Papa Francesco e delle sue aperture, particolarmente forti in Usa, Italia e Polonia.

    L’incontro con i vertici della Chiesa americana

    Proprio ieri il Papa ha ricevuto in mattinata in udienza vertici della conferenza episcopale degli Stati Uniti, ovvero il cardinale Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston e presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti d’America, monsignor José Horacio Gómez, arcivescovo di Los Angeles e vice presidente della conferenza dei vescovi statunitensi, il segretario Generale monsignor Brian Bransfield e il cardinale francescano Seán Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori.

    “Siamo grati al Santo Padre per averci ricevuti in udienza. Condividiamo con Papa Francesco la nostra situazione negli Stati Uniti, come il corpo di Cristo sia stato lacerato dal male degli abusi sessuali. È stato uno scambio lungo, fruttuoso e buono. Appena terminata l’udienza, abbiamo pregato insieme l’Angelus per la misericordia di Dio e per la forza nel lavorare insieme per curare le ferite. Abbiamo intenzione di continuare attivamente il nostro comune discernimento per individuare i prossimi passi concreti”, ha commentato il presidente DiNardo, con un testo rilasciato al termine dell’udienza e pubblicato sul sito della conferenza episcopale statunitense, raccontando anche che il Papa “ci ha ascoltati dal più profondo del suo cuore”.

    L’incontro, molto atteso e sotto i riflettori dei media internazionali per la questione degli abusi che ha investito la Chiesa statunitense dopo il report del gran giurì della Pennsylvania che mette in fila tutti i crimini compiuti dai sacerdoti nel Paese negli ultimi 70 anni circa, e le sconcertanti accuse di monsignor Carlo Maria Viganò, ex nunzio negli Stati Uniti.

    La bufera riguarda in particolare l’attuale arcivescovo di Washington Donald Wuerl, successore di McCarrick, “scardinalato” dal Papa. Wuerl – che con l’ex nunzio in Usa Carlo Maria Viganò, lo sconsiderato accusatore del Papa – condivide la responsabilità di non aver reagito quando McCarrick ha ostinatamente ignorato l’ordine verbale di Benedetto XVI di ritirarsi a vita privata – ha dichiarato di volersi presentare a Roma di fronte al Pontefice per proporre le sue dimissioni e discuterne con lui.

    Gli amici di Madre Angelica

    La vicenda del Memoriale Viganò nasce da particolari ambienti ideologici americani (gli Amici di Bannon, in effetti, gestori dell’impero mediatico fondato da Madre Angelica la suora che raccoglieva miliardi di dollari per le sue tv) e di conseguenza rischia riflettersi anche sulla fiducia che alcuni industriali cattolici americani ripongono nella Santa Sede. Le foto dell’incontro, come quella in copertina, mostrano volti tutto sommato distesi.

    Nella giornata del 13 settembre, inoltre, Francesco ha speso parole molto dure sul tema degli abusi, rivolgendosi ai nuovi vescovi, dopo che ieri è stato annunciato l’incontro che avverrà a febbraio 2019 dei presidenti di tutte le conferenze episcopali nazionali in Vaticano con il Pontefice per discutere di protezione dei minori. Sempre in mattina, la rivista dei Gesuiti la Civiltà Cattolica ha pubblicato il breve discorso fatto in privato dal Papa ai gesuiti irlandesi in cui indica la vera causa di questi atti nel clericalismo e negli abusi di potere e di coscienza.

    Proprio ieri poi l’Associated Press ha riportato le accuse di due vittime rivolte direttamente al presidente della conferenza statunitense DiNardo, che sostengono che il porporato non abbia agito correttamente nelle loro vicende, lasciando un sacerdote sospetto abusatore con i bambini, l’attuale parroco nella chiesa di St. John Fisher a Richmond e vicario episcopale della diocesi per gli ispanici Manuel La Rosa-Lopez, nonostante le differenti promesse fatte dal cardinale. La vicenda tuttavia deve essere ancora chiarita nella sostanza da apposite indagini, per cui non si possono ancora attribuire queste responsabilità al religioso. Nel frattempo padre Manuel è stato arrestato martedì scorso, in Texas, dopo essersi consegnato spontaneamente alle forze di polizia.

    https://www.agi.it/blog-italia/il-papa-pop/presti_pedofili_papa_francesco-4377519/post/2018-09-14/

  • Caso McCarrick: abusi e clericalismo. I dubbi sulla nomina

    Caso McCarrick: abusi e clericalismo. I dubbi sulla nomina

    In attesa dei chiarimenti sul dossier Viganò emergono nuovi particolari sulla designazione dell’arcivescovo a Washington: il cardinale O’Connor si oppose alla sua promozione

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Nel dialogo con i gesuiti in Irlanda, Francesco è tornato a parlare dell’origine degli abusi sessuali, individuandola nel clericalismo. «L’elitismo, il clericalismo – ha detto il Papa – favoriscono ogni forma di abuso. E l’abuso sessuale non è il primo. Il primo è l’abuso di potere e di coscienza». Parole che si applicano perfettamente al caso di Theodore McCarrick, il cardinale molestatore di seminaristi e abusatore di ragazzi, che Francesco ha pesantemente sanzionato obbligandolo a ritirarsi in una casa e togliendogli la porpora dopo l’emergere di una denuncia di abuso su un minore. Un caso che mette in discussione i meccanismi delle nomine episcopali negli ultimi trent’anni, come rivelano nuovi particolari sulle autorevoli opposizioni alla nomina a Washington del wojtyliano liberal McCarrick nell’anno 2000: tra queste va annoverata quella del cardinale John Joseph O’Connor, un altro porporato wojtyliano, morto ad ottant’anni già compiuti come arcivescovo di New York.

    I gruppi politico-mediatici e i giornalisti che hanno collaborato con l’ex nunzio Carlo Maria Viganò a scrivere, aggiustare e poi a divulgare il “comunicatoˮ con la clamorosa richiesta delle dimissioni del Pontefice, insistono da settimane a dire che il problema nella Chiesa non sono gli abusi sui minori ma l’omosessualità. L’affermazione viene ripetuta dai supporter palesi e occulti di Viganò ed è sostenuta da molti “influencerˮ della blogosfera conservatrice soprattutto italiana, attivi da mesi nella martellante campagna contro la partecipazione del gesuita James Martin all’incontro delle famiglie di Dublino. Ma è davvero così? Davvero la radice, l’origine del problema degli abusi è l’omosessualità dei preti? Le statistiche ci dicono che una parte consistente delle violenze sui minori vedono come vittime ragazzi maschi adolescenti. Non è un mistero che siano esistite in passato, ed esistano, “lobby gayˮ che agiscono come cordate. Papa Francesco, sulla scia dei documenti più recenti della Santa Sede, ha ricordato ai vescovi di non far entrare nei seminari persone con tendenze omosessuali radicate. Detto ciò, resta la domanda: hanno ragione quelli che oggi si sbracciano minimizzando gli abusi sui minori – come se si trattasse di un problema secondario – per puntare tutto sull’omosessualità?

    Uno sguardo senza pregiudizi alla triste vicenda di McCarrick mostra esattamente il contrario. Nonostante gli “editoriˮ di Viganò cerchino di ridurre tutto all’orientamento e alla pratica sessuale del vescovo molestatore, le testimonianze degli ex seminaristi delle diocesi di Metuchen e Newark descrivono una storia ben diversa. Anche il caso McCarrick infatti il problema è il clericalismo, l’abuso di potere e di coscienza, che viene prima dell’abuso sessuale ed è commesso da persone – sacerdoti o vescovi – che mai possono essere considerati alla pari delle loro vittime, sulle quali esercitano un’influenza e spesso una forma sottile o palese di ricatto. Questo appare con ogni evidenza nel caso dei bambini e dei ragazzi. Ma può accadere anche con persone adulte più o meno vulnerabili, senza con questo voler mettere le due situazioni sullo stesso livello.

    Il disastro McCarrick – al netto delle risultanze ancora non emerse riguardo alla sua innegabile abilità di collettore di denaro che non lasciva certo indifferenti i suoi alti referenti vaticani fin dagli anni Novanta – è un evidente caso di abusi psicologici, abusi di potere, di coscienza e sessuali. Trattato troppo a lungo soltanto come un caso di pratica omosessuale. No, McCarrick non aveva relazioni omosessuali. Molestava e abusava i seminaristi in nome del suo potere episcopale, facendo loro intendere che andare al mare con lui e sottostare alle sue attenzioni era un passaggio obbligatorio per essere da lui meglio conosciuti e per arrivare all’ordinazione sacerdotale.

    È già stato rivelato che negli Stati Uniti vi fu, tra gli altri, un autorevolissimo oppositore alla promozione di McCarrick a Washington. Si tratta del cardinale John Joseph O’Connor, arcivescovo di New York dal 1984 al marzo 2000, quando morì ancora in carica tre mesi dopo aver compiuto ottant’anni a causa di un tumore al cervello. O’Connor, arrivato nella Grande Mela dopo la partenza di McCarrick, aveva accesso alle informazioni dell’archivio della diocesi dove il futuro cardinale molestatore aveva vissuto e operato a lungo. Ed è possibile che avesse avuto qualche sentore delle abitudini dell’arcivescovo della confinante diocesi Newark.

    O’Connor venne consultato per la “provvistaˮ della diocesi di Washington, nonostante fosse gravemente malato? Difficile ipotizzare il contrario. C’è da domandarsi se nel manifestare questa sua opposizione – si può supporre sotto forma di lettera riservata, come accade in questi casi – O’Connor abbia fatto esplicita menzione al problema degli abusi sessuali di McCarrick con i seminaristi. O se si sia limitato, diplomaticamente, a far intendere che c’erano fondate ragioni per non promuoverlo senza però renderle esplicite.

    La nomina di McCarrick venne pubblicata sei mesi e mezzo dopo la morte di O’Connor, avvenuta il 3 maggio 2000, quando l’arcivescovo di Washington fino a quel momento in carica, il cardinale James Aloysius Hickey, aveva già compiuto ottant’anni. L’ex nunzio Viganò ricorda che l’allora Prefetto della Congregazione dei vescovi Giovanni Battista Re, si era opposto alla nomina perché McCarrick sarebbe stato soltanto il 14° nella lista dei candidati. All’origine di questi dubbi e opposizioni c’erano forse dei sospetti sui suoi abusi? Ancora, Viganò fa ricadere tutta la responsabilità della promozione di McCarrick sul Segretario di Stato Angelo Sodano, quando è ben noto come allora non fosse certamente nelle sue mani tutto il potere riguardo alle nomine.

    L’ex nunzio bel suo dossier finisce infatti per passare Giovanni Paolo II come un malato incapace di intendere e di volere, ben cinque anni prima della sua morte. Una evidente falsificazione della realtà. Ma ad attirare ancora di più l’attenzione, nella ricostruzione offerta da Viganò, tra le decine di personaggi che elenca accusandoli di coperture (senza fornire prove), come è già stato da più parti notato, è l’assenza del nome di Stanislao Dziwisz, segretario particolare di Papa Wojtyla, all’epoca già vescovo (sarà promosso arcivescovo di Cracovia nel 2005 ed elevato al cardinalato nel 2006). C’è da appurare se il parere negativo di O’Connor, l’uomo più vicino a Papa Wojtyla negli Stati Uniti, sia arrivato a destinazione. E se così fosse, come ha fatto McCarrick a convincere “l’appartamentoˮ (termine allora usato per indicare lo strettissimo entourage del Pontefice) che le voci su di lui erano soltanto delle calunnie?

    Infine, un altro particolare riguardante non la nomina, ma la rinuncia di McCarrick. Come abbiamo visto, il predecessore Hickey era rimasto in carica fino agli ottant’anni compiuti, mentre il successore Donald Wuerl sta per compierne 78. Che cosa accadde con McCarrick? Secondo quanto risulta a Vatican Insider, il cardinale molestatore al compimento dei 75 anni, il 7 luglio 2005, dopo aver presentato le dimissioni di rito, avrebbe ottenuto una proroga di due anni, come peraltro avveniva abitualmente, almeno per i cardinali arcivescovi in buona salute. Tra l’altro, essendo arrivato a Washington già settantenne, McCarrick nel momento in cui compie l’età canonica della rinuncia, aveva guidato la diocesi soltanto per quattro anni e mezzo. Eppure il porporato non completa i due anni di proroga. Benedetto XVI accetta le sue dimissioni e lo solleva dall’incarico il 16 maggio 2006, otto mesi dopo quel compleanno.

    È possibile che questa decisione sia legata all’affiorare delle denunce che portano ai risarcimenti nelle diocesi di Metuchen e Newark? Di certo c’è che l’anno successivo, nel 2007, McCarrick riceve la prima “richiestaˮ (richiesta, non sanzione canonica) da parte del Papa, trasmessagli dal nunzio Pietro Sambi, che lo invita a lasciare il seminario e a fare vita ritirata di preghiera. Com’è noto, anche su questo punto la memoria di Viganò si è dimostrata fallace: il porporato molestatore ha continuato a fare la vita di prima, ha continuato a viaggiare in Vaticano e non ha tenuto conto della raccomandazione di Papa Ratzinger durante i successivi cinque anni del suo pontificato. Lo stesso ex nunzio che oggi chiede le dimissioni di Francesco (cioè del Papa ha levato la porpora a McCarrick) ha più volte incontrato e celebrato con il cardinale abusatore elogiandolo anche in pubblico.