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  • Il Papa si commuove per la storia di suor Giulia, vittima per anni degli abusi di un prete orco

    Il Papa si commuove per la storia di suor Giulia, vittima per anni degli abusi di un prete orco

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano Giulia era poco più di una bimba quando il «lupo», «l’orco», le ha messo le zampe addosso. Era una adolescente timidissima, aveva 14 anni ma ne dimostrava di meno, sognava ad occhi aperti. Per lungo tempo si è portata dentro la vergogna, come fosse colpa sua l’essere abusata da un prete. Oggi Giulia è una religiosa che ha avuto il coraggio di fare i conti con questo trauma terribile. La sua storia è stata fatta conoscere al Papa, sabato scorso, durante un incontro avvenuto a Santa Marta da padre Hans Zollner, della Pontificia Commissione per la tutela dei minori e da Luisa Bove, della diocesi di Milano che ha raccolto la storia di Giulia e la ha consegnata alla memoria collettiva. Il libro «Giulia e il lupo, storia di un abuso sessuale nella Chiesa è stato consegnato al Papa, assieme ad una copia di “Camminare accanto alle vittime”, scritto da Anna Deodato, anch’essa presente all’incontro.

    «Arrivare all’ultima pagina è un esercizio quasi fisicamente doloroso, e certamente una sfida psicologica e spirituale enorme», scrive padre Zollner nella prefazione. «È però necessario – e infine anche salutare – affrontare questa difficile prova: necessario perché siamo chiamati ad assumerci la nostra responsabilità, a fare giustizia per coloro che hanno sofferto tanta ingiustizia e che sono stati feriti terribilmente; salutare perché guardare in faccia i nostri peccati e le nostre mancanze – nel commettere abusi e nel non fare tutto il possibile per evitarli – è doloroso ma ci apre anche gli occhi sulla nostra vera condizione umana e spirituale».

    La storia ha colpito enormemente Papa Bergoglio. L’incubo è iniziato durante  una vacanza estiva con tutti i ragazzini dell’oratorio. Il prete orco lavorava nella parrocchia, aveva 30 anni di più, e piano piano comincia a dedicarle attenzioni. Sempre di più, fino all’abuso. Si tratta del primo racconto diretto di un caso italiano, di un prete pedofilo che manipolava e teneva legata a sé la ragazzina, facendole venire sensi di colpa, rendendola incapace persino di capire che si trattava di una violenza.

    Giulia racconta: «Lui era sempre la mia guida spirituale, il mio confessore. Doveva sapere. Dovevo fidarmi. E poi forse mi piaceva quello che faceva. Provavo anche paura. Non so. Ero sconvolta. In ogni caso doveva essere un privilegio, perché senz’altro non lo faceva con le mie amiche». Dopo sette anni di abusi la «storia con il don» finisce. «Non ricordo con precisione come è arrivata questa fine, conservo ancora la data dell’ultimo incontro con lui, un appuntamento in tarda serata. L’ultima volta. Forse poi ho raccolto le poche forze che mi restavano e non ci sono più andata. Lui non mi ha più cercata, forse non gli servivo più. I giocattoli, dopo un po’, quando ci si stanca si buttano via».

    Giulia finisce l’università ed entra in noviziato: «Mi sembrava davvero di aver trovato “casa”: poi qualcosa comincia a non funzionare, Giulia pensa di mollare tutto: comunità e lavoro. «Ma sapevo che non aveva senso, che sarebbe stata solo una reazione istintiva di cui mi sarei presto pentita»: «Per evitare di farmi divorare dalla rabbia e per ritrovare un po’ di serenità ho deciso di farmi aiutare». «Ho scoperto che c’era una persona in grado di aiutare preti e religiose in difficoltà». È l’incontro con questa persona, Martina, a determinare la svolta. È grazie a lei infatti che Giulia comprende la gravità dell’accaduto e muove i primi passi del suo percorso di rinascita.
    Giulia purtroppo non è la sola ad avere sulle spalle questo vissuto. «Altre donne, consacrate come lei, sono state sessualmente abusate da preti e consacrati», afferma Anna Deodato, curatrice del volume. «Abusi subiti da piccole o all’inizio della prima giovinezza oppure prima della scelta di consacrazione, ma per tante anche dopo, a volte addirittura all’interno delle loro stesse comunità, dai preti che le accompagnavano, da coloro che rivestivano funzioni di superiori”.

    http://www.ilgazzettino.it/italia/primopiano/papa_bergoglio_pedofilia_vittima_abusi_prete_giulia_donne_suore-1960700.html

  • Non chiamateli Padri

    Non chiamateli Padri

    intervista a Federico Tulli
    di Francesca Palazzi Arduini
    Abusi su minori commessi da sacerdoti e uomini di chiesa. La reticenza della politica e dei media. Le responsabilità degli ultimi tre papi: Karol Wojtyla, Joseph Ratzinger e Jorge Bergoglio.
    Ce ne parla Federico Tulli, unico giornalista ad aver condotto un’inchiesta completa sui casi italiani dall’unità ai nostri giorni.

    Federico Tulli, giornalista e scrittore, ha pubblicato nel 2010, per L’Asino d’oro edizioni, il libro Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro. Nel 2014, con la stessa editrice, ha pubblicato: Chiesa e pedofilia, il caso italiano. I due libri inquadrano il problema nel più vasto panorama della corruzione all’interno della Chiesa, a livello mondiale e poi nazionale, esaminando anche i legami del fenomeno della pedofilia del clero con la tradizione culturale religiosa, rispetto allo status del bambino come persona, alla concezione della segretezza e del sacro, alla sessuofobia e omofobia.
    L’abbiamo incontrato per approfondire l’argomento, in quanto unico giornalista ad aver avuto il coraggio di pubblicare due inchieste sui casi italiani, cercando tra silenzi, omissioni e bugie.

    Profilo criminale e patologico

    Il film “Il caso Spotlight” ha vinto lo scorso marzo l’Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura. Ciò ha riportato alla ribalta il tema della pedofilia del clero cattolico nel mondo; abbiamo tutti notato che alla fine del film, nei titoli di coda che riportavano un elenco dei casi internazionali più discussi, non era presente nessun caso italiano. Interpellando il sito che costituisce il database più noto negli USA sui casi di pedofilia, BishopAccountability.org, ci è stato risposto che dall’Italia non ricevevano indicazioni sui casi, in effetti sulla stampa italiana le segnalazioni raramente compaiono in prima pagina e vengono rilanciate in altre lingue. Cosa ne pensi?
    L’attenzione della stampa e la sensibilità dell’opinione pubblica è particolarmente sviluppata nei Paesi in cui le istituzioni hanno fatto luce sulla portata della diffusione di questa tipologia di crimine nella società. Mi riferisco, solo per citarne alcune, alle Commissioni d’inchiesta – governative oppure miste Stato/Chiesa – che in Irlanda, Stati Uniti, Olanda, Belgio, Australia, Germania hanno dato un nome, rimasto segreto per decenni, a migliaia di sacerdoti pedofili. Evidenziando complicità a tutti i livelli, dei vescovi con i preti pedofili, delle autorità civili con i vescovi, e restituendo dignità, purtroppo però raramente giustizia per via della prescrizione, a decine di migliaia di vittime a loro volta inascoltate per decenni.
    In Italia né lo Stato né la Chiesa hanno mai preso in considerazione l’idea di un’indagine su scala nazionale. Nemmeno è stata mai avvertita l’esigenza quanto meno di mappare e monitorare il fenomeno della pedofilia in generale e di quella clericale in particolare, con l’obiettivo di fare prevenzione. Ho chiesto di persona a un ministro per le Pari opportunità (Mara Carfagna) e al portavoce della Santa Sede (mons. F. Lombardi) come mai l’Italia – dove vivono oltre 30mila sacerdoti – non prende esempio da altri Paesi molto simili al nostro per tradizione cattolica: perché da noi il problema non sussiste, mi è stato risposto da mons. Lombardi. Ho scritto Chiesa e pedofilia, il caso italiano pure per verificare la fondatezza della sua replica e dopo quasi 300 pagine di inchiesta e di analisi sono giunto a una conclusione opposta. Avvalendomi, oltre ai pareri di esperti in diverse discipline (storia, psichiatria, giurisprudenza, filosofia politica, ecc.), delle durissime conclusioni della Commissione Onu sui diritti dell’infanzia (febbraio 2014) che nessuno in Italia tranne me si è preso la briga di tradurre integralmente e rendere pubbliche in italiano. Tuttavia anche solo i numeri che si ricavano mettendo insieme le notizie di stampa – invero frammentate, scarne e spesso relegate in cronaca locale – lasciano intuire che c’è un problema serio da affrontare.
    Dal 2000, 170 sacerdoti sono stati condannati in via definitiva per abusi. Oltre 60 sono quelli denunciati oppure in attesa di una sentenza definitiva. La maggior parte delle 226 diocesi italiane è stata interessata da almeno un caso. E questi sono i fatti noti. Ciò che non sappiamo è quanti sono e dove vivono oggi i sacerdoti italiani dimessi dallo stato clericale in seguito a una sentenza di condanna per abusi emessa dalla Congregazione per la dottrina della fede (Cdf). I processi canonici sono soggetti a segreto pontificio e una volta cacciati dalla Chiesa nessuno si prende la briga di fare i loro nomi alla polizia.
    Nemmeno la Commissione Onu sui diritti dell’infanzia è riuscita a ottenere questa informazione sebbene la Santa Sede (di cui la Cdf fa parte) abbia ratificato la relativa Convenzione che vincola i Paesi aderenti a emanare leggi che tutelino in ogni modo i diritti e l’incolumità dei bambini. È facile immaginare quanto invece siano a rischio diritti e incolumità dei bambini laddove ad un pedofilo è consentito di circolare liberamente mantenendo l’anonimato. Stiamo parlando di un profilo criminale e patologico equiparabile a quello di un serial killer – non si ferma fino a quando non viene preso e isolato -, tuttavia la priorità per la Chiesa e per papa Bergoglio quando annuncia la “tolleranza zero”, è che il prete stia lontano dai luoghi di culto: perché l’abuso di un minore è un peccato in violazione del VI comandamento, quindi un’offesa a Dio. Non c’è un giornale italiano che abbia mai evidenziato questo aspetto che invece è centrale perché la pedofilia non è un delitto contro la morale, ma un crimine violentissimo contro esseri umani in carne e ossa.

    Nel film “Il caso Spotlight” è stato dato rilievo alla linea giornalistica del Boston Globe, per la quale era necessario denunciare il “sistema” di coperture dato ai casi di pedofilia da parte di preti, svelando la responsabilità dei vescovi in questa trama di copertura e spostamenti dei preti predatori verso parrocchie sempre nuove. La denuncia del sistema richiedeva un’indagine completa sui rapporti tra denuncianti, preti, vescovi, autorità di polizia e della magistratura. In Italia è stato mai fatto qualcosa di simile?
    Sono state fatte diverse inchieste su singoli casi, sono state raccontate tante storie in alcuni libri, ma un lavoro d’inchiesta capillare come quello condotto dal team di Spotlight ha scarse possibilità di essere realizzato. Viviamo nel Paese in cui un magistrato, tra i massimi esperti europei nel campo della lotta alla pedofilia è stato messo sotto inchiesta dal ministro della Giustizia per aver evidenziato la scarsa propensione dei vescovi italiani a collaborare con chi indaga su questi crimini. A denunciare, insomma, alle autorità civili i presunti casi di cui vengono a conoscenza. È accaduto nel 2010 all’allora capo del pool antimolestie di Milano, Pietro Forno.
    Intervistato da Il Giornale nel pieno degli scandali che stavano sconvolgendo mezza Europa, Forno disse tra l’altro (cito): «Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente». Qualche giorno dopo il magistrato si ritrovò a dover rendere conto delle sue affermazioni agli ispettori spediti dal ministro Alfano per verificare che non avesse divulgato segreti d’ufficio.

    Politica genuflessa e complice

    In Europa il numero delle richieste di sbattezzo è aumentato in seguito agli scandali per pedofilia, anche in coincidenza con inchieste scomode, anche televisive, si pensi al documentario della BBC “Sex Crimes and the Vatican” del 2006. Proprio in Irlanda, nel 2010, dopo aver raccolto centinaia di migliaia di moduli di sbattezzo, il sito “Countmeout” chiude i battenti per il rifiuto della Chiesa irlandese di accettare le notifiche. Quanto pensi avrebbe potuto incidere in Italia, ad esempio rispetto alla campagna omofoba condotta da una parte del clero contro le unioni civili (vedi quella del cardinal Bagnasco), una più esaustiva informazione sui reati di pedofilia commessi da preti omosessuali sessualmente repressi?
    In Italia è cosa rara l’informazione sulle cose di Chiesa indipendente dalla Chiesa stessa. Tutte le notizie principali (politica, economia, finanza e scandali) che passano attraverso i media generalisti sono filtrate dai “vaticanisti”, giornalisti cioè accreditati e formati presso la Sala Stampa vaticana. Il quadro si è ancor più definito negli ultimi tre anni con l’ascesa del gesuita Bergoglio al soglio pontificio. Papa Francesco e il suo staff curano in maniera maniacale la comunicazione perché devono ricostruire l’immagine internazionale della Chiesa cattolica e apostolica romana devastata dai crimini compiuti durante i pontificati di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger. La mala-gestione della Curia romana, dello Ior e della pedofilia, oltre alla crociata in difesa dei cosiddetti valori non negoziabili il più delle volte condotta sulla pelle delle donne (aborto, fecondazione assistita), sono risultati fatali a Benedetto XVI e hanno acuito notevolmente il distacco dei fedeli dalla Chiesa. Basta citare il caso dell’Irlanda che di recente non a caso ha visto la vittoria dei sì al referendum in favore dei matrimoni gay. Nel 2005, quando Ratzinger si è insediato, il 67% della popolazione irlandese si dichiarava cattolica. Nel 2013 l’indice era sceso al 49%. In mezzo due grandi inchieste governative avevano scoperchiato oltre 50 anni di abusi insabbiati dalla Chiesa irlandese con la complicità di numerose istituzioni laiche, ai danni di circa 35mila piccoli fedeli e studenti delle scuole cattoliche. Uno studio commissionato nel 2012 dalla Pontificia accademia di Roma ha calcolato che il danno d’immagine provocato dalla sola pedofilia nel biennio 2010-2011 è costato alla Santa Sede 2mld di dollari in termini di mancati introiti: meno fedeli = meno offerte, meno testamenti, meno donazioni, ecc. In due parole: meno potere.
    In Italia, nonostante le Chiese vuote e dismesse, il calo inesorabile dei battesimi e dei matrimoni concordatari, l’aumento dei divorzi e delle convivenze, gli esoneri crescenti dall’ora di insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica, la pesante ingerenza del Vaticano e della Conferenza episcopale nella vita socio-politica rimane costante. E qualunque dichiarazione di papa Bergoglio ci viene proposta in maniera acritica e senza alcun contraddittorio.
    Complice la politica genuflessa; anche la Rai, in primis, che svilisce il ruolo di servizio pubblico di uno Stato laico ingolfando di papi, preti e monsignori i suoi programmi di intrattenimento e informazione. E complici, come dicevo, i media generalisti che tranne rari casi (il Corriere della Sera ad esempio, riguardo l’affaire Ior) raccontano in maniera del tutto parziale, cioè solo dal punto di vista del Vaticano, le situazioni di criticità che riguardano tutto ciò che accade all’interno e in “prossimità” delle mura leonine. E poi ci sono i giubilei, le beatificazioni e le canonizzazioni. Veri e propri strumenti di auto-promozione a spese del contribuente italiano, glorificati dai media come se si trattasse del primo passo dell’uomo su Marte.

    Una visione distorta della realtà del bambino

    Uno studioso e politico italiano appartenente alla destra tradizionalista cattolica, Massimo Introvigne, ha dichiarato: “L’età della pubertà varia nei singoli casi, ma le stesse fonti – ai fini statistici – considerano “pedofilia” l’attività sessuale con minori di undici anni. Quando si parla di “pedofilia” per tutti i casi di rapporti sessuali di sacerdoti con minorenni si dice, semplicemente, una sciocchezza. Un sacerdote di trent’anni che scappa con una parrocchiana di sedici viola certamente la morale cattolica e secondo le leggi di molti paesi commette anche un reato, ma non è certamente un pedofilo. Né lo è, tecnicamente, chi va con una dodicenne per quanto il suo comportamento sia ripugnante e sia più che giusto sanzionarlo.” Nel tuo libro ci sono pagine importanti sulla concezione del bambino battesimato, sull’età della comunione e sulla confessione…
    Introvigne cita a sostegno delle sue affermazioni sulla pedofilia il Dsm, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Ma Introvigne è un sociologo, non un medico quindi ha una visione molto superficiale. Io nei miei due saggi per chiarire a chi legge cosa è la pedofilia intervisto medici, scienziati e ricercatori. Professionisti che hanno avuto in cura vittime e carnefici. Ad esempio, lo psichiatra e psicoterapeuta Domenico Fargnoli evidenzia i tanti errori di fondo del Dsm. In particolare spiega che ciò che conta, secondo gli psichiatri americani, è il controllo razionale cosciente, improntato a valori morali di rispetto per l’infanzia, su di una situazione di conflitto intrapsichico.
    Dall’allusione all’implicazione morale si capisce perché il cattolico Introvigne si ispira al Dsm. E ancora, per farsi un’idea dell’attendibilità di certe fonti, se il Dsm-IV, come sottolinea lo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini, equipara la pedofilia al voyeurismo – come se fosse la stessa cosa collezionare mutandine e violentare un bimbo di 4 anni – l’ultima versione del Manuale distingue fra pedofili che «“desiderano” fare “sesso” con bambini e quelli che mettono in atto i loro “desideri”». In quest’ultima categoria rientrano i pedofili criminali, colti con le mani nel sacco. Questa distinzione è subdola perché prelude a una normalizzazione della pedofilia da considerare un orientamento sessuale come un altro. Un’idea che coincide niente affatto casualmente con quella del catechismo della Chiesa cattolica che parla di sesso fuori del matrimonio, masturbazione, pornografia e stupri di donne e bambini come se fossero la stessa cosa: sono tutte «offese alla castità». Cioè, Introvigne, il catechismo e il Dsm non distinguono la sessualità umana che in estrema sintesi è rapporto e desiderio, dalla pedofilia che in quanto violenza non è mai sessualità. E soprattutto parlando di pedofilia come di attività sessuale “dimenticano” che il bambino non ha sessualità.
    C’è dunque di fondo una visione distorta della realtà umana del bambino. Un annullamento, per dirla in termini psichiatrici. Perché la sessualità comincia alla pubertà con lo sviluppo degli organi genitali, prerequisito indispensabile per poter parlare di sessualità. Prima c’è una dimensione di rapporto affettivo, profondo e potente che può essere con il padre, la madre, il fratello, l’amico o gli insegnanti. È di questa dimensione che “approfittano” i criminali pedofili. E qui entra in gioco una grande ambiguità che è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte dei sacerdoti. Per un bambino che vive una situazione familiare difficile – le vittime preferite dei pedofili – questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno.
    È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila celata dietro una richiesta affettiva del bimbo. Ed è questa una delle tante drammatiche confusioni che sono state fatte sulla figura del bambino, per cui poi può essere torturato, violentato senza che sia considerato un crimine particolarmente grave. Al punto che spesso abbiamo sentito dire a degli uomini di Chiesa che è il bambino che provoca il sacerdote. Difatti come viene raccontato nel film “Spotlight”, c’è chi ha ritenuto sufficiente trasferire i preti violentatori da una diocesi all’altra. Non proprio una manifestazione d’interesse per le vittime.
    A completamento del quadro cito una frase pronunciata nel gennaio del 2014 da papa Francesco durante un’udienza generale: «Un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato». Questo pensiero discriminatorio se da un lato “stranamente” non ha stimolato l’attenzione dei media, dall’altro ci aiuta a scoprire che le radici della complicità morale e materiale delle istituzioni vaticane con i preti pedofili affondano nella cultura cattolica. In questa frase c’è l’idea che in fondo il bambino non sia ancora un essere umano per cui, appunto, gli si può fare quel che si vuole. Nella quarta di copertina di Chiesa e pedofilia, il caso italiano ho voluto mettere la frase molto significativa con cui la psicoterapeuta e neonatologa Maria Gabriella Gatti commenta l’affermazione del papa: «Il problema è che nel cattolicesimo è sempre mancato il rapporto uomo-donna, e con esso si è sempre annullato il discorso della nascita umana, perché il bambino per la Chiesa non ha identità: l’identità gliela dà il battesimo».

    Ma l’abuso è un crimine seriale

    Nel film “Il caso Spotlight” si racconta dei contatti intercorsi tra la redazione e Richard Sipe, l’ex prete studioso di pedofilia nel clero, autore del libro “Il mondo segreto” sulla sessualità dei preti. Dalle sue ricerche condotte tra il 1960 e il 1985 sul clero, la percentuale di preti pedofili era del 6%, mentre i preti che nonostante il voto di celibato avevano rapporti sessuali con donne era di circa il 25%, e quelli omosessuali era del 15%.
    In una famosa nota sul blog di Alessandro Capriccioli (Metilparaben), nel 2007 si irrideva alla dichiarazione di Don Fortunato Di Noto il quale dichiarava che contrariamente a quanto diceva la stampa, i casi di pedofilia in Italia imputabili a preti erano solo l’1% del totale. Ciò in realtà dava come risultato che i preti erano dieci volte più pedofili dell’italiano medio. Cosa è cambiato da allora nei dati sulla pedofilia nel nostro Paese?
    Mentre all’estero, penso alla Gran Bretagna, per monitorare il fenomeno della pedofilia istituzioni e associazioni private collaborano alla costruzione di reti di conoscenze, di scambio e condivisione dei dati, in Italia, al di là delle dichiarazioni di principio, poco o nulla è stato fatto dai diversi governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Il risultato è che i dati disponibili sono pochi e lacunosi, ottenuti più che altro grazie all’iniziativa di singole associazioni come il Telefono Azzurro. Non rendono pertanto conto di un fenomeno che rimane in larghissima parte sommerso, anche a causa della sua natura, nemmeno le cifre del ministero di Giustizia secondo cui in carcere si trovano oltre 1300 pedofili e i bambini abusati sono circa 150 l’anno.
    Il punto è che l’abuso su minori in molti casi avviene in contesti sociali legati a istituzioni come la scuola o la chiesa, le quali, per tutelarsi dal grave danno di immagine che ne conseguirebbe, hanno spesso la tendenza a insabbiare episodi di questo tipo. Anche le violenze che avvengono in ambito familiare difficilmente vengono segnalate. Telefono azzurro ha stimato che per ogni denuncia che arriva in commissariato ci sono almeno 140 casi che rimarranno per sempre sconosciuti.
    Un discorso simile vale per le statistiche dei pedofili intercettati dalle autorità ecclesiastiche. Come detto in precedenza, la Santa Sede oltre ai nomi dei preti pedofili non fornisce dati globali sul fenomeno. Per farsi un’idea ci si può affidare ad alcuni studi approfonditi realizzati a livello locale, come quello del John Jay College of Criminal Justice di New York pubblicato nel 2004 e commissionato dalla Conferenza episcopale Usa sulla scia dell’inchiesta di Spotlight del 2002. Secondo la ricerca nei 50 anni precedenti oltre il 4% dei sacerdoti americani aveva compiuto almeno un abuso. Le critiche e i distinguo suggeriti da Introvigne riguardano proprio questa statistica. A lui farei rispondere direttamente da papa Francesco: «Dati attendibili valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del due per cento» dice Bergoglio in un articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica (luglio 2014). Vale a dire una percentuale da 20 a 200 volte più elevata di quella stimata riguardo le professioni più a rischio: quelle che si svolgono a contatto con i bambini (educatore, allenatore, maestro, ecc).
    L’affermazione di Bergoglio non è mai smentita dalla Santa Sede a differenza di altre riportate nello stesso articolo da Scalfari. In pratica, in base alla percentuale espressa dal papa, solo in Italia, dove vivono circa 30mila sacerdoti, i pedofili in abito talare potrebbero essere almeno 600. Se pensiamo – come peraltro non fa mai nessuno di coloro che si affrettano a distinguere lo stupro di una bambina di 11 anni da quello di una di 13 – che l’abuso è un crimine seriale e che ci sono preti pedofili che hanno confessato oltre 130 stupri (è il caso di padre Geoghan che ha dato il via all’inchiesta di Spotlight) allora forse si può iniziare a intuire la reale dimensione di un fenomeno che Stato e Chiesa non intendono investigare.

    Dunque non si può ipotizzare il numero del rapporto tra casi denunciati alle autorità ecclesiali e casi denunciati alle autorità giudiziarie in Italia?
    Purtroppo no, come dicevo in precedenza, i casi denunciati all’autorità ecclesiastica sono vincolati al segreto pontificio. Nel 2014 di fronte a due commissioni delle Nazioni Unite (Diritti dell’infanzia, Contro la tortura) gli emissari di papa Bergoglio hanno dichiarato che la Santa Sede ha valutato circa 7000 denunce in dieci anni e che nel periodo in questione oltre 800 sacerdoti sono stati espulsi dalla Chiesa di Roma per aver compiuto abusi su minori. Ma i nunzi della Santa Sede hanno rifiutato di dire i loro nomi e le loro nazionalità.

    “La Santa Sede è la prima a non denunciare”

    Dopo l’elezione di papa Bergoglio, si sono levate alcune voci che informavano sul fatto che in alcuni casi di pedofilia in Argentina, per i quali i familiari delle vittime avevano chiesto aiuto ai vescovi senza essere ascoltati, l’arcivescovo Bergoglio era stato silente, se non addirittura attivo nel proteggere la reputazione dei preti coinvolti. Il cardinale di Boston, Bernard F. Law, nonostante dopo lo scandalo abbia rassegnato le dimissioni, è stato trasferito ad un prestigioso incarico presso Santa Maria Maggiore a Roma e lì è rimasto nonostante le voci che lo volevano cacciato da un Papa da “tolleranza zero”. I segnali più recenti fanno pensare ancora ad un intervento contro la pedofilia più mediatico che concreto?
    Per decenni le autorità ecclesiastiche sono state attente solo a preservare l’immagine pubblica, propria e della Chiesa. In nome di quella cosa che chiamano “ragion di Stato”, in cui non c’è spazio per l’attenzione alla salute mentale e fisica delle giovanissime vittime, hanno adottato come misura più “incisiva” lo spostamento in gran segreto da una parrocchia all’altra dei casi più pericolosi (per la Chiesa), come dimostra con precisione l’inchiesta di Spotlight. La possibilità per dei serial killer di agire indisturbati, addirittura tutelati, si è ovviamente tradotta in una diffusione esponenziale degli abusi. Le frequenti dichiarazioni pubbliche di Bergoglio danno l’idea che l’ago della bilancia si stia spostando verso un atteggiamento più responsabile. È presto per parlare di effetti concreti ma gli annunci di “tolleranza zero” possono avere un effetto deterrente. Nel senso che potrebbe finalmente venire meno la certezza di impunità che ha spinto molti pedofili a intraprendere la carriera clericale.
    Tuttavia anche Benedetto XVI nella seconda metà del suo papato era per la “tolleranza zero” e sappiamo come è andata a finire. Nelle considerazioni conclusive della Commissione Onu per i diritti dell’infanzia elaborate a febbraio 2014 c’è scritto: «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili».
    È bene chiarire che gli investigatori delle Nazioni Unite puntavano il dito contro i tre papi che hanno guidato la Chiesa tra il 1991 e il 2014: Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio. Quindi, come dicevo, in concreto c’è ancora molto da fare. Non basta aumentare i termini di prescrizione del reato e inasprire le norme penali, cosa che di fatto in tre anni ha portato a un unico arresto da parte dei gendarmi vaticani (l’ex nunzio della rep. Dominicana, Józef Wesołowski).
    Finché la pedofilia verrà considerata un peccato o per dirla come Ratzinger “un abuso morale”, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero scarsamente aderente alla realtà. Cioè poco incisive, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione che in questi casi è determinante.
    Ne è la prova la mancata chiusura dei pre-seminari e dei seminari minori gestiti da ordini e congregazioni religiosi. Gran parte degli abusi imputati a religiosi si consuma tra le mura di questi istituti in cui vengono educati minori dai 6-8 anni in poi. L’Onu ha fatto richiesta esplicita alla Santa Sede di chiuderli anche perché è noto che spesso il pedofilo è una persona abusata in giovane età, ma solo in Italia ne esistono ancora una sessantina con oltre 1200 studenti.
    Un altro deterrente potrebbe essere l’innalzamento della soglia della discrezione, cioè l’età in cui un bambino può accedere alla confessione. Nel 1910 è stata abbassata a 7 anni. Alcune associazioni cattoliche hanno più volte chiesto al card. Bagnasco di intercedere presso il papa per elevarla a 14 anni. Perché sulla base delle testimonianze raccolte nelle grandi inchieste governative e miste di alcuni Stati europei è emerso che quasi tutte le violenze avvengono nell’ambito di questo rito che non si consuma solo nel confessionale ma ha una durata indefinita e soprattutto è soggetto al vincolo di segretezza. Il segreto, insieme al senso di colpa instillato nella vittima dal suo “confessore”, è la chiave dell’impunità. I preti pedofili lo sanno bene.

    La Pontificia commissione per la tutela dei minori, istituita nel 2014, ha di recente tentato di richiamare all’ordine la CEI imponendo per “necessità morale” che i sacerdoti e i vescovi denuncino alle autorità civili i casi di pedofilia di cui vengono a conoscenza. Quanto pesano su questi tentativi di cambiamento il rapporto Onu sui diritti dell’infanzia, non favorevole all’immagine della Chiesa cattolica per quel che concerne la pedofilia, e il nuovo papato?
    La mancata collaborazione delle autorità ecclesiastiche con gli organi di polizia è un altro sintomo di scarsa propensione della Chiesa a voler affrontare fino in fondo il fenomeno della pedofilia. Nel 2011 la Congregazione per la dottrina della fede ha emanato una serie di indicazioni per le conferenze episcopali di tutto il mondo, alle quali attenersi nella redazione delle linee guida anti-pedofilia, il vademecum per i vescovi nella gestione dei casi di abusi. Contrariamente a quanto indicato dalla Cdf, nel 2014 la Cei del card. Bagnasco ha deciso di non inserire nelle linee guida l’obbligo per i vescovi italiani di denunciare i sacerdoti pedofili all’autorità giudiziaria. In Italia questo obbligo vincola per esempio i pubblici ufficiali – come il preside di una scuola. I vescovi non sono pubblici ufficiali ma non hanno avvertito nemmeno l’obbligo morale di stabilire come doverosa la collaborazione con la magistratura “laica”.
    La motivazione fornita dal card. Bagnasco va al di là di qualsiasi immaginazione: «La denuncia è una decisione che spetta ai genitori, noi non denunciamo per tutelare la privacy delle vittime». Per il capo della Cei è secondario che in questo modo si sta tutelando anche quella del pedofilo. E che quindi oltre a contribuire ad acuire l’isolamento affettivo e fisico della vittima di cui come detto in precedenza approfitta sempre il violentatore, si mette a rischio l’incolumità di altri bambini. È talmente palese la pericolosità di una posizione del genere che a febbraio scorso la Pontificia commissione per la tutela dei minori di recente ha emanato una nota dicendo chiaro e tondo: «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società». Secondo voi questo monito finora ha avuto qualche effetto? La Pontificia commissione è un organo consulente della Santa Sede. Esorta tutta la comunità ecclesiale a denunciare e ovviamente fa bene.
    Ma, se come abbiamo visto nel caso delle informazioni richieste dall’Onu, la stessa Santa Sede è la prima a non denunciare quel che sa, quale credibilità può avere un organismo del genere all’interno della Chiesa (e non solo)?

    A prescindere dai provvedimenti di natura canonico-giuridica della Chiesa, quali sono state secondo te in questi ultimi anni le politiche efficaci della Chiesa per evitare altri casi e altri scandali? C’è una tendenza a non far entrare più in contatto diretto i singoli preti in generale con i singoli bambini? E quanto può pesare invece nel proseguire del “sistema” la vocazione terzomondista del modello di chiesa di Bergoglio?
    Oltre a quanto già detto a proposito della Cei, il caso di don Inzoli mi porta a pensare che pochi per non dire nessuno all’interno della Chiesa si preoccupano concretamente dell’incolumità dei bambini. L’ex parroco di Crema ed ex presidente ciellino della onlus Fraternità che, per inciso, tra le altre cose si occupa dell’affido di bambini provenienti da famiglie in difficoltà, due anni fa è stato condannato per abusi su minori dalla Congregazione per la dottrina della fede. Cito: «In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale».
    Lo scorso anno a gennaio, cioè sei mesi dopo la sentenza della Cdf, Inzoli se ne stava placidamente seduto in platea al Palazzo della Regione Lombardia dove si svolgeva un convegno sulla tutela dei valori della famiglia tradizionale. L’ex parroco era in seconda fila, davanti a lui sedevano Roberto Formigoni e Roberto Maroni. Si dice che Inzoli sia stato anche il confessore di Formigoni ma non è questo il punto. Il punto è che la condanna a “una vita di preghiera e di umile riservatezza” evidentemente non impedisce a un sacerdote di partecipare alla vita pubblica. E risulta difficile pensare che ad esempio per le vie di Milano non si incontrino bambini.

    “Figli rubati” in Spagna e Argentina

    A proposito di uso, abuso ed educazione dei minori, vuoi dirci qualcosa del tuo ultimo libro, “Figli rubati”?
    Si tratta di un libro-inchiesta nel quale faccio il punto sulla ricerca dei figli rubati ai desaparecidos durante le dittature sudamericane degli anni ’70. Secondo le Abuelas di Plaza de Mayo almeno 60 “figli rubati” che oggi hanno 35-40 anni potrebbero vivere in Italia senza conoscere la propria storia. Ma fino a oggi nel nostro Paese non è mai avvenuto un ritrovamento. Le famiglie a cui vennero venduti, in base al Piano di appropriazione dei bambini ordito dalla dittatura argentina, dovevano essere di provata fede cristiana e cultura occidentale. Perché avevano il compito di rieducarli per interrompere la catena di trasmissione delle idee marxiste di cui erano portatori i loro genitori naturali. Nel libro oltre a spiegare perché non si riesce a trovarli – e di mezzo c’è la Chiesa, la P2 e i cosiddetti servizi segreti deviati – indago sulle radici culturali di questa forma orrenda di violenza sui bambini. La cosa interessante è che l’inchiesta a un certo punto mi porta in Spagna nel bel mezzo della dittatura clerico-fascista di Franco.
    Quello che in pochi forse sanno è che durante i 36 anni di dittatura vennero sottratti alle donne repubblicane circa 30mila figli, i quali come poi avvenne in Sud America sono stati affidati a famiglie contigue al regime per essere rieducati… secondo valori cristiani e occidentali. Quello che è ancora meno noto è che dopo la morte di Franco e la fine della dittatura, l’appropriazione di bambini da strumento di repressione è diventata un vero e proprio business facendo della Spagna uno dei crocevia mondiali delle adozioni illegali. Secondo una stima del magistrato Baltasar Garzon, lo stesso che nel 1998 incriminò e fece arrestare Pinochet a Londra, tra il 1975 e il 1996 almeno 270mila neonati sono stati sottratti con l’inganno alle loro madri naturali. Che non erano più le donne repubblicane – si trattava infatti di ragazze madri, prostitute, figlie di “famiglie perbene” che non potevano abortire, ecc. – tuttavia le cliniche “specializzate” a gestire questi casi rimasero le stesse di cui si serviva Franco: strutture facenti capo in massima parte a congreghe, ordini e sette religiose cattoliche.

    Francesca Palazzi Arduini

    http://www.arivista.org/?nr=409&pag=31.htm

  • Pedofilia. Polizia australiana: nuove accuse a Pell

    Pedofilia. Polizia australiana: nuove accuse a Pell

    Il cardinale George Pell, prefetto delle finanze vaticane, attende di sapere se la polizia australiana di Vittoria lo accuserà formalmente di abuso sessuale sui minori dopo due denunce presentate da ex studenti che riguardano fatti accaduti, secondo il loro racconto, dagli anni ’70 agli anni ’80 quando il prelato occupava incarichi di rilievo presso le diocesi di Melbourne e Ballarat.

    Lo scorso mese la questura di Vittoria aveva confermato ai media che le denunce nei confronti di Pell erano state segnalate alla procura, chiedendo se la polizia avrebbe dovuto continuare l’inchiesta a carico del cardinale formulando un capo d’accusa, oppure se chiudere definitivamente il dossier.

    Nel primo caso, la polizia australiana dovrebbe inviare a Roma agenti con l’incarico di interrogare il cardinale Pell, che comunque respinge fermamente le accuse.

    A febbraio Pell è stato ascoltato in una lunga audizione dalla Royal Commission into institutional responses to child sexual abuse, organismo con gli stessi poteri di una commissione d’inchiesta istituito in Australia nel 2013 per affrontare gli innumerevoli casi di abuso sessuale sui minori avvenuti dagli anni ’60 agli anni ’80 specialmente nelle diocesi di Melbourne e Ballarat, dove Pell è nato e dove poco a poco ha raggiunto i vertici della gerarchia ecclesiastica fino a diventare il potente “ministro” delle finanze di papa Francesco.

    La commissione d’inchiesta non lo ha mai accusato di essersi macchiato personalmente di abusi sessuali nei confronti di bambini e adolescenti, semmai ha insinuato il dubbio che Pell non abbia agito con forza sufficiente per evitare che i preti pedofili potessero mietere centinaia di vittime, indisturbati.

    Il fascicolo che riguarda ora Pell è decisamente scottante. Come riferisce il Guardian, la polizia di Vittoria ha raccolto la denuncia di tre uomini che raccontano come il prelato abbia mostrato loro le sue parti intime durante un campeggio nell’estate 1986 o 1987. Due ex studenti della scuola St. Alipus, invece, accusano Pell di aver toccato loro i genitali in maniera insistente mentre nuotavano insieme in una piscina di Ballarat alla fine degli anni ’70, quando il cardinale era vescovo vicario per l’educazione nella diocesi.

    Accuse pesantissime che già Pell qualifica come orribili calunnie. Ora le forze dell’ordine di Vittoria confermano che dovranno prendere una decisione sulle sorti del prelato: “Così come accade per ogni inchiesta, tocca alla polizia decidere se queste accuse cadranno”.

  • Regno Unito. Testimoni di Geova condannati a risarcire una vittima di abuso sessuale infantile e al pagamento di un milione di sterline di spese legali. La sentenza confermata in appello

    Regno Unito. Testimoni di Geova condannati a risarcire una vittima di abuso sessuale infantile e al pagamento di un milione di sterline di spese legali. La sentenza confermata in appello

    I TESTIMONI DI GEOVA DEVONO PAGARE I 1 MILIONE DI STERLINE DI SPESE LEGALI IN SEGUITO ALL’ABUSO SESSUALE DI UNA BAMBINA DA PARTE DI UNO DEI LORO MEMBRI 

    ANTEFATTO:

    Lo scorso anno una donna che non può essere nominata, aveva ottenuto dall’Alta Corte di Londra un importante risarcimento in relazione a una causa civile intentata contro la Società Torre di Guardia per una vicenda di abusi sessuali commessi a suo danno da Peter Stewart, un servitore di ministero dei Testimoni di Geova.

    Il caso ha rappresentato la prima causa civile contro l’organizzazione religiosa nel Regno Unito.

    La vittima, secondo quanto testimoniato nel corso del procedimento, aveva subito ripetute molestie quando aveva tra i 4 e i 9 anni di età. La chiesa geovista era informata delle accuse mosse contro Stewart poiché l’uomo aveva abusato anche di un altro bambino nella comunità religiosa ma nonostante gli atti di pedofilia perpetrati, aveva potuto continuare a essere membro dell’organizzazione e a ricoprire il suo incarico dichiarandosi pentito.

    Stewart era stato inoltre condannato nel 1991 per il crimine di stupro, in un caso non correlato, ma quando nel 2001 stava per essere interrogato dalla polizia dopo le accuse della donna, era deceduto. In una dichiarazione resa alla BBC, la vittima aveva affermato che i Testimoni di Geova considerano gli abusi sessuali un peccato che deve essere risolto internamente all’organizzazione.

    La Società Torre di Guardia aveva presentato appello contro la sentenza.

    NOTA: Sull’antefatto vedi approfondime nell’articolo del THE GUARDIAN del 19 giugno 2015, al link di seguito

    https://www.theguardian.com/uk-news/2015/jun/19/woman-abused-jehovahs-witness-minister-damages

    QUESTA SETTIMANA

    Come spiegato all’Alta Corte di Londra, la vittima, oggi 20enne, era stata molestata da un anziano e “servitore di ministero ”, Peter Stewart, per un periodo di cinque anni a Loughborough  tra gli anni 1980 e 1990.

    L’anno scorso, il giudice aveva condannato l’organizzazione a pagare 275.000 sterline di risarcimento alla vittima  per non averla protetta e per non avere avvertito gli altri genitori riguardo a Stewart.

    La chiesa si era appellata contro la sentenza.

    Tuttavia questa settimana la Corte d’Appello ha respinto il ricorso e ha deciso che la chiesa dovrà pagare alla vittima di Stewart 275.000 sterline di indennizzo oltre alle enormi spese legali del caso, che sono state stimate in circa 1 milione di sterline

    Stewart, che aveva effettuato sessioni di studio della Bibbia e attività di evangelizzazione porta a porta, aveva molestato settimanalmente la bambina, che non può essere nominata per motivi legali.

    Il trauma subito aveva rovinato la sua formazione scolastica e professionale e le aveva provocato incubi strazianti e pensieri ricorrenti di suicidio.

    I fatti erano precipitati quando “era svenuta sul letto accanto a un mucchietto di paracetamolo”, mentre era in vacanza con il marito, “lasciandogli un biglietto d’addio”.

    Nel 2000, venuta a conoscenza che l’uomo stava per essere scarcerato, la donna aveva rivelato a sua madre quello che lui le aveva fatto. Aveva denunciato l’abuso alla polizia, ma Stewart era deceduto nel 2001, a 72 anni, prima che potesse essere consegnato alla giustizia.

    Inoltre Stewart era stato condannato nel 1995 per aver abusato sessualmente di una ragazzina e di un ragazzo che facevano parte della congregazione dei Testimoni di Geova.

    La chiesa ha negato di poter essere ritenuta responsabile per il comportamento del “servitore di ministero”Peter Stewart.

    L’uomo, hanno sostenuto gli avvocati, non era un dipendente, e faceva “poco più che un lavoro di riassetto” dopo le adunanze della chiesa e non aveva alcuna responsabilità per la tutela dei bambini.

    Respingendo il ricorso,  il Giudice Floyd ha comunque dichiarato che non si trattava solo di un caso di abuso sessuale opportunistico.

    Il rapporto di Stewart con la chiesa era “simile al lavoro” e il suo ruolo come servitore di ministero lo ha posto in una posizione di fiducia.

    Il suo status ufficiale gli ha fornito “l’apparente autorità di avere accesso a bambini non accompagnati “.

    E, se non fosse stato per questo, la madre della bambina non lo avrebbe mai accolto in casa.

    Gli anziani della chiesa non erano nemmeno riusciti ad assumere le misure necessarie per proteggere i bambini della congregazione nel 1990, dopo che erano stati sollevati i sospetti dell’abuso di un’altra bambina da parte di Stewart.

    Il Giudice Floyd ha affermato che era “corretto e ragionevole” condannare l’organo di governo della chiesa a pagare il risarcimento.

    Fonte della notizia LEICESTER MERCURY

    http://www.leicestermercury.co.uk/jehovah-s-witnesses-face-1m-legal-bill-after-young-girl-was-sexually-abused-by-one-of-its-members/story-29491614-detail/story.html

    Regno Unito. Testimoni di Geova condannati a risarcire una vittima di abuso sessuale infantile e al pagamento di un milione di sterline di spese legali. La sentenza confermata in appello

  • Sesso con minorenne, archiviata la posizione di don Marino per gli abusi dopo i 14 anni

    Sesso con minorenne, archiviata la posizione di don Marino per gli abusi dopo i 14 anni

    Per il Giudice del Tribunale di Larino, Daniele Colucci «la Vitale era capace di poter scegliere e quindi di poter partecipare consapevolmente agli atti sessuali con Don Marino». Queste una parte delle motivazioni che hanno indotto Colucci ad archiviare la posizione dell’ex parroco di Portocannone Marino Genova, accusato di abusi di atti sessuali nei confronti della minorenne. In particolare è stata archiviata la posizione riguardante gli anni che vanno dai 14 in poi. A nulla son valse le perizie di parte portate in aula lo scorso 2 febbraio. «E’ un errore giudiziario, oltre che un torto morale, di proporzioni enormi», è il commento dell’avvocato della vittima, Arturo Messere.

    di Alessandro Corroppoli

    Portocannone. «Don Marino Genova non era uno psicologo, non poteva conoscere la psicologia della Vitale e quindi non abilitato nel somministrare il Minnesota». Con questa motivazione, il giudice del Tribunale di Larino, Daniele Colucci, ha archiviato ilfilone processuale che ha visto protagonista l’ex parroco di Portocannone nel periodo in cui Giada Vitale aveva già compiuto i 14 anni. Archiviazione che ha dato ragione, quindi, alla pubblica accusa che ne aveva chiesto l’archiviazione, sostenendo che non si poteva dimostrare la non consensualità nel periodo in cui Giada aveva tra 14 e 16 anni. Contrariato l’avvocato difensore della Vitale, Arturo Messere. «Questo è un clamoroso errore giudiziario oltre che un torto alla mia assistita».

    I processi che vedevano imputato don Marino Genova, ex parroco di Portocannone, erano due: uno relativo al periodo in cui Giada Vitale aveva meno di 14 anni, e l’altro relativo agli anni successivi. Entrambi con la stessa accusa: atti sessuali con minore. Lo scorso 26 gennaio, presso il Tribunale di Larino è stata celebrata la prima udienza dibattimentale del processo principale, che prende in esame i presunti abusi di natura sessuale avvenuti quando la presunta vittima era praticamente una bambina. Prima che un minore compia 14 anni, infatti, non esiste, per la legge, alcun tipo di consenso. Giada Vitale perciò, che ha denunciato il sacerdote quando ha compiuto 17 anni, sarebbe una vittima dell’istinto erotico di un adulto indipendentemente dalle circostanze e dalle modalità dell’approccio. Processo che continuerà il prossimo 19 luglio, sempre a Larino.

    Dieci giorni fa invece, dopo l’udienza del 2 febbraio, è arrivata l’archiviazione da parte del giudice Daniele Colucci per il secondo filone processuale. Quello riguardante quando la Vitale aveva già compiuto 14 anni. La vicenda era stata riaperta con una perizia atta a dimostrare la estrema vulnerabilità della ragazzina anche dopo il compimento del quattordicesimo anno di età, dovuta a gravi lutti familiari e a una situazione personale di grande fragilità. Il 2 febbraio del 2016 in aula era stata portata la documentazione per chiedere il processo sempre per atti sessuali con minore anche in relazione agli anni successivi, considerando che «il consenso ad atti di natura sessuale da parte di un minorenne in questo caso non può essere ravvisato in alcun modo», dichiara il consigliere regionale, ed ex tutore pubblico dei minori,Nunzia Lattanzio, da sempre vicina a Giada Vitale.

    «E’ un errore perchè non è stata capita la continuità dell’abuso sessuale ricevuto e la completa soggiogazione della mia assista nei confronti del prete», commenta Messere. Così, nonostante le perizie portate in aula abbiano confermato tutte le difficoltà e la non maturità sufficiente della Vitale a comprendere cosa stesse facendo, per il Giudice di Larino «la mia assistita era in grado di poter scegliere, e quindi partecipare in maniera consapevole all’atto sessuale – conclude Messere-. Questo, ripeto, è un errore giudiziario e ripartirò da qui il prossimo 19 luglio quando in aula dibatteremo del periodo nel quale la mia assistita aveva meno di 14 anni».

    La storia di Giada Vitale e di don Marino Genova è finita anche su media nazionali.Il punto di svolta risale al 2013 quando, tredici mesi dopo lo strano abbandono della casa canonica di Portocannone dell’allora 58enne parroco, era emerso un particolare sconcertante con la denuncia della famiglia della ragazza per abusi sessuali. Tra l’autunno 2013 e la primavera 2014 il sacerdote era stato processato dalla Chiesa e sospeso “a divinis”.

    http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=22261
  • Pedofilia tra il clero. Superare l’ambiguità

    Pedofilia tra il clero. Superare l’ambiguità

    Lentamente, un passo alla volta, papa Bergoglio consolida la struttura normativa con cui intende prevenire e contrastare la pedofilia nel clero ecclesiastico. Ultima tappa è il motu proprio “Come una madre amorevole” mediante il quale, tra le «cause gravi» già previste dal Diritto canonico per la rimozione di un vescovo dall’ufficio ecclesiastico, ha incluso la negligenza rispetto ai casi di abusi sessuali. Una misura a questo punto inevitabile.

    La scarsa considerazione delle denunce di vittime e familiari e i trasferimenti dei sacerdoti “problematici” sono state tra le cause principali della diffusione della pedofilia nel clero dal secondo Novecento, e sono da tempo al centro dei pensieri di Bergoglio. In particolare da quando il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia ha accusato la Santa Sede di gravi negligenze nella gestione delle denunce e dei casi di pedofilia. Era il 5 febbraio 2014. «Il Comitato è fortemente preoccupato perché la Santa Sede non […] ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili», si legge nel passaggio chiave della relazione che concluse l’indagine Onu da cui emergeva che la Chiesa di Roma tra il 1990 e il 2013 ha ripetutamente e palesemente violato la Convenzione sui diritti dell’infanzia. A cominciare dalla clausola ineludibile che obbliga i Paesi firmatari ad adottare ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio. In Italia se ne è parlato poco e male ma l’accusa non aveva precedenti nei confronti di uno Stato sovrano. La cultura della segretezza, sulla scia delle indicazioni del Crimen sollicitationis (1962) rinnovate nel De delictis gravioribus (2001), e il terrore in Vaticano dello scandalo pubblico, hanno avuto come conseguenza la distruzione della vita di migliaia di persone abusate e la diffusione planetaria del crimine in ambito ecclesiastico. «A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero, pena la scomunica – si legge nella relazione Onu – i casi di abuso difficilmente sono stati denunciati […]. Al contrario, sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di preti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare colleghi pedofili». La Santa Sede si difese esibendo come prova la creazione di una Commissione per la tutela dei minori composta da chierici e vittime. In effetti poco tempo dopo (marzo 2014) Bergoglio nominò i primi otto membri. Si devono anche ai loro consigli le misure varate dal papa argentino, tra cui l’inasprimento delle norme penali, il reato canonico di “abuso d’ufficio episcopale” e la creazione di un tribunale per i vescovi sospettati di aver coperto preti pedofili (2015). Di qui arriviamo al motu proprio del 4 giugno in cui si stabilisce che «in tutti i casi nei quali appaiano seri indizi» la Congregazione competente avvierà un’indagine che «può» concludersi con la rimozione del vescovo da parte del papa.

    Il decreto anti-insabbiamento è di certo un segnale positivo, se pensiamo alle garanzie di impunità di cui i preti pedofili hanno approfittato per decenni, ma non una svolta come acriticamente è stato definito dalla stampa nostrana. Resta infatti immutato il concetto cardine di abuso. Le nuove norme non intaccano in alcun modo l’idea che si tratti di un delitto contro la morale, cioè di un’offesa a Dio in violazione del VI Comandamento. E qui sorge il problema. Perché l’abuso è altro. È un crimine dalla violenza inaudita contro persone inermi, che per le sue conseguenze può essere equiparato a un omicidio psichico. Usando un linguaggio medico, come si può pretendere di curare una malattia se la diagnosi è sbagliata? Prendiamo il Catechismo. Nei canoni 2351-56 si parla di sesso tra adulti fuori del matrimonio e di stupri di donne e bambini come se fossero la stessa cosa: tutte «offese alla castità». Cioè non si distingue un rapporto tra persone con un’identità sessuale definita, consapevoli e consenzienti, dalla violenza sul bambino. Il tutto in coerenza con la norma canonica che definendo la pedofilia «attività sessuale di un chierico con un minore» pretende che anche il bimbo abbia una sua attività sessuale, denotando una visione falsa della sua realtà umana. Perché, in estrema sintesi, prerequisito indispensabile per poter parlare di sessualità è il pieno sviluppo degli organi genitali che avviene alla pubertà. Prima c’è un rapporto affettivo e profondo con il padre, la madre, il fratello, l’amico o gli insegnanti. È di questa dimensione che approfittano i pedofili. E qui entra in gioco una grande ambiguità specifica della pedofilia clericale, quella del farsi chiamare “padre” da parte dei sacerdoti. Per il bimbo che vive una situazione familiare critica – la vittima ideale – questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza psicofisica celata dietro una richiesta affettiva del bimbo. Ed è su queste conoscenze acquisite sulla realtà umana e sul profilo criminale del pedofilo che dovrebbe basarsi una strategia che ha come obiettivo la “tolleranza zero”, cioè la prevenzione degli abusi e la presa in carico dei responsabili e di chi li copre.

    Federico Tulli è giornalista e scrittore, ha pubblicato di recente “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (L’Asino d’oro, Roma 2015)

    * Immagine di Felipe Barra Ministério da Defesa, tratta dal sito Flickr, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

    http://www.adista.it/articolo/56374

  • FEDERICO TULLI – Chiesa e pedofilia: “Lo vuole Gesù”

    FEDERICO TULLI – Chiesa e pedofilia: “Lo vuole Gesù”

    In un’intervista rilasciata a “il Giornale” il primo aprile 2010 uno dei maggiori esperti europei di crimini contro i minori, il procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno, spiegò come nessuno aveva fatto fino ad allora su un organo di stampa italiano cosa significa l’abuso sessuale da parte di un sacerdote: «Il discorso viene spesso liquidato come un problema di pedofilia. Ma il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato ‘padre’, e questo è significativo. Se guardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a un abuso incestuoso che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. A Milano – concluse Forno – è stato condannato un sacerdote che nel confessare ragazze di 14 o 15 anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo: ‘Lo vuole Gesù’. Ecco, il concetto del ‘lo vuole Gesù’ è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale».

    Forno sapeva e sa bene che, come qualsiasi pedofilo, anche quello in tonaca circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendola alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza.

    Alcuni giorni fa scorsi un adolescente di Corna di Darfo, in Val Camonica, nel bresciano, si è confidato con un sacerdote a Milano raccontando di essere stato abusato quando aveva 12 anni dal parroco del suo paese, don Angelo Blanchetti. Il prete lo ha subito invitato a rivolgersi ai carabinieri. Lunedì 13 giugno Blanchetti è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale continuata su un minore. Gli stupri sarebbero stati compiuti sul ragazzino per due anni di seguito.

    «Se non ti concedi finirai all’inferno». Questo avrebbe detto tra le altre cose don Angelo al ragazzino che, come racconta il Corsera, seguiva personalmente per avvicinarlo al sacramento del battesimo. Una versione alternativa di “Fatti violentare, lo vuole Gesù”.

    Vedremo come andrà a finire questa vicenda che se non altro segnala che un sacerdote con un suo consiglio ha molto probabilmente impedito che un pedofilo colpisse ancora indisturbato.

    Volete sapere quali conseguenze ebbe invece nel 2010 l’intervista a Pietro Forno?

    Qualche giorno dopo si vide arrivare in ufficio gli ispettori ministeriali. Li aveva mandati l’allora ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per verificare che uno dei massimi esperti internazionali nel campo della prevenzione e della lotta alla pedofilia non avesse rivelato segreti d’ufficio.

    Federico Tulli

     

  • Preti pedofili: contro i vescovi negligenti, il pugno di ferro di papa Francesco

    Preti pedofili: contro i vescovi negligenti, il pugno di ferro di papa Francesco

    38578 CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Chissà quanti sono i vescovi che, alle prese con casi di pedofilia dei sacerdoti nelle loro diocesi, da qualche giorno si sentiranno malfermi sulle loro sedie episcopali. Si potrebbe supporre non siano pochi, dato che il fenomeno degli abusi sembra non aver risparmiato un lembo del globo terracqueo. A segare le gambe delle loro cattedre è intervenuto, com’è ormai noto, un decreto di papa Francesco, con data 4 giugno 2016, un motu proprio dal titolo di velluto, Come una madre amorevole, per un contenuto di ferro: la rimozione forzata dei vescovi che, di fronte agli abusi sessuali dei loro preti, siano o siano stati negligenti nell’intraprendere misure atte a bloccarne la reiterazione e a punire il colpevole.

    «Il Diritto canonico – premette il papa in apertura di decreto (di soli cinque articoli) – già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto» (ovvero i superiori maggiori degli Istituti religiosi e delle Società di vita apostolica di diritto pontificio). Tutto già codificato nel can. 193 §1 del Codice di Diritto Canonico e nel can. 975 §1 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, ma non basta: «Con la presente Lettera – motiva con fermezza il pontefice – intendo precisare che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili». E, di nuovo, non basta: rammentando che il «vescovo diocesano o l’eparca può essere rimosso solamente se egli abbia oggettivamente mancato in maniera molto grave alla diligenza che gli è richiesta dal suo ufficio pastorale, anche senza grave colpa morale da parte sua», prescrive che «nel caso si tratti di abusi su minori o su adulti vulnerabili è sufficiente che la mancanza di diligenza sia grave».

    In caso «appaiano seri indizi» di tali manchevolezze, «la competente Congregazione della Curia romana può iniziare un’indagine in merito, dandone notizia all’interessato e dandogli la possibilità di produrre documenti e testimonianze». E «qualora ritenga opportuna la rimozione del vescovo, la Congregazione stabilirà, in base alle circostanze del caso», se «dare, nel più breve tempo possibile, il decreto di rimozione» o «esortare fraternamente il vescovo a presentare la sua rinuncia in un termine di 15 giorni. Se il vescovo non dà la sua risposta nel termine previsto, la Congregazione potrà emettere il decreto di rimozione», la quale tuttavia sarà sottoposta «all’approvazione specifica» del pontefice, assistito da «un apposito Collegio di giuristi, all’uopo designati».

    Cardinali e vescovi sotto indizio di negligenza

    Avrà un bel da fare la «competente Congregazione della Curia» (non specificata; Radio Vaticana la cita aggiungendo fra parentesi «vescovi, Evangelizzazione dei Popoli, Chiese orientali, Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica»), perché «seri indizi» necessari per iniziare un’indagine sono emersi per non pochi prelati, che, se innocenti, è bene primario siano “assolti” da sospetti di negligenza o altro. Qualche nome, fra i casi di cui si è parlato recentemente, anche su Adista, relativamente ad episodi di presunta copertura di reati commessi anni addietro e da tempo riferiti dalla stampa.

    L’australiano card. George Pell ha ammesso davanti alla Royal Commission australiana, nell’inchiesta riguardante fra l’altro il suo ruolo e le sue responsabilità di copertura di casi di pedofilia tra gli anni ‘70 e ‘80, di non aver dato seguito alla denuncia di uno studente che accusava p. Edward Dowlan, prete insegnante in una scuola cattolica, di «comportarsi male con i bambini». «Ne parlò di sfuggita durante la conversazione – ha minimizzato il cardinale – non mi ha chiesto di fare nulla». Dowlan è stato poi condannato per aver abusato di 20 bambini in sei diverse scuole, a partire dal 1971. Ma Pell non pare sentirsi in colpa e ha contestualizzato il suo comportamento: «Con l’esperienza di quarant’anni dopo – ha detto – sono certamente d’accordo che avrei dovuto fare di più». «Non ne feci nulla» (v. Adista Notizie n. 12/16).

    Il patriarca maronita del Libano Béchara Raï ha difeso in pubblico, come peraltro davanti al papa, il sacerdote della diocesi di Beirut, Mansour Labaki (che gode del titolo onorifico di “monsignore”), già condannato il 23 aprile del 2012 per reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su ragazze minorenni. La condanna fu confermata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, nel giugno 2013, rigettando il ricorso presentato dall’“orco” abusatore. Il patriarca libanese ha fra l’altro affermato che «tutti i documenti» consegnati a papa Francesco «mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo». Labaki sarebbe vittima, secondo il patriarca, di una «campagna diffamatoria» (v. Adista Notizie n. 13/16). All’inizio di maggio, è stato emesso contro il sacerdote libanese un mandato di cattura internazionale, perché, adducendo motivi di salute, non si è presentato al processo per crimini sessuali commessi in Francia (v. Adista Notizie n. 17/16). L’indagine potrebbe o dovrebbe riguardare anche il vescovo di Beirut, mons. Paul Matar. Il quale per esempio non ha mai pubblicato sul bollettino della diocesi le sentenze ecclesiali contro Labaki.

    Il card. Bernard Francis Law è stato arcivescovo metropolita di Boston dall’11 gennaio 1984 al 13 dicembre 2002, quando è stato costretto a dimettersi in seguito allo scandalo dei preti pedofili per non aver denunciato pubblicamente i sacerdoti coinvolti. In una dichiarazione diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede, il card. Law manifestò la speranza che il suo allontanamento potesse «aiutare l’archidiocesi di Boston a trovare la cura, la riconciliazione e l’unità, di cui ha così disperatamente bisogno. A tutti quelli che hanno sofferto per le mie mancanze ed errori, domando scusa e imploro il loro perdono» (v. Adista n. 91/02). Dal 27 maggio 2004 al 21 novembre 2011 è stato arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore.

    Contro l’arcivescovo di Lione card. Philippe Barbarin è stata recentemente depositata una denuncia con l’accusa di aver coperto due preti pedofili. Il cardinale ha negato qualsiasi addebito: «Non ho mai nascosto alcun caso di pedofilia», ha affermato per mezzo di un comunicato stampa della diocesi. «Pur comprendendo il dolore di ogni persona vittima di atti tanto più inammissibili perché commessi da un prete», ha spiegato di non poter «non manifestare la sua profonda incomprensione» di fronte alla denuncia sporta contro di lui, chiedendo «solennemente che si lasci la giustizia indagare con serenità» (v. Adista Notizie nn. 8 e 12/16). Il 25 aprile, parlando al clero lionese, ha riconosciuto «errori della gestione e nomina di certi preti», chiedendo comunque perdono alle vittime. L’8 giugno è stato ascoltato per 10 ore nel quadro dell’inchiesta giudiziaria preliminare.

    Il card. Juan Luis Cipriani, arcivescovo di Lima dell’Opus Dei, all’inizio dello scorso aprile, è stato citato in giudizio da un Tribunale provinciale penale peruviano per non aver denunciato gli abusi sessuali sui minori commessi da Fernando Figari, fondatore nel 1971 della Società di vita apostolica Sodalitium Cristianae Vitae, e da altre persone della stessa istituzione. Risultano indagati ancheVíctor Huapaya Quispe, vicario giudiziale e presidente del Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Lima, e Enrique Elías Dupuy, procuratore di Sodalitium. Secondo una denuncia presentata dall’Istituto per la Difesa dei diritti del Minore, il cardinale, in qualità di moderatore del Tribunale ecclesiastico, era a conoscenza, fin dal 2011 (v. Adista Notizie nn. 11, 12 e 71/11), delle violenze sessuali e psicologiche subite da quattro persone e non avrebbe fatto nulla né per investigare né per prevenire che il delitto si ripetesse (v. Adista Notizie n. 15/16).

    Il card. Angelo Sodano ha svolto il ruolo di Segretario di Stato, su nomina di Giovanni Paolo II, dal 29 giugno 1991 al 15 settembre 2006. È stato un sostenitore di Marcial Maciel, il sacerdote messicano fondatore dei Legionari di Cristo, condannato dalla Santa Sede nel 2006 per gli atti di pedofilia compiuti su seminaristi della sua congregazione e per averne successivamente assolti alcuni in confessione, delitto punito dal diritto canonico con la scomunica latae sententiae. Destinatario, negli anni, di donazioni milionarie da parte di Maciel, che cercava protezione a Roma, Sodano, ancora nel novembre 2008, dunque due anni dopo la condanna vaticana, e dopo la morte di Maciel, invitava seminaristi e sacerdoti della Legione, nella sede della direzione generale dei Legionari di Cristo a Roma – in occasione del 64° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Marcial Maciel – a mantenere viva la devozione per il loro fondatore: «Dobbiamo avere grande venerazione per il nostro fondatore, se siamo tutti peccatori… Si può affermare: guarda com’è infangato l’anello del cardinale, ma è stato un momento; un diamante è sempre un diamante, quindi posso concludere che mi pare che il piano di Dio per la Legione è che essa continui». A quell’incontro prese parte, fra gli altri, il card. Franc Rodé, anch’egli estimatore di Maciel. Queste alcune sue frasi: «Non dovete giudicare padre Marcial, verrebbe frainteso, lasciate il giudizio al Signore, spetta a Lui. Un fondatore può avere debolezze, anche difetti sul piano psicologico, intellettuale e persino morale, e in questo caso se vivono debolezze sul piano morale, ciò che si impone è la misericordia, la comprensione».

    E veniamo ad uno dei vescovi più invisi agli stessi suoi fedeli: mons. Juan de la Cruz Barros, vescovo di Osorno, in Cile, accusato di complicità con il prete Fernando Karadima (condannato in sede di giustizia civile e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per abusi sui minori), o quanto meno di averlo coperto (ma, da taluno, anche di aver partecipato ad atti di abuso sessuale su minori; v. Adista Notizie nn. 4, 10, 13, 14, 26 e 35/15). Il papa è però convinto dell’innocenza di Barros: lo ha nominato malgrado la contrarietà di laici e preti della sua diocesi e di cileni di altre diocesi (compresi 51 parlamentari nazionali). In un audio “carpito” a Bergoglio mentre parlava con fedeli sostenitori di Barros, lo si sente dire: «L’unica accusa contro il vescovo è stata screditata giudizialmente, perciò non perdano la serenità». «Io sono il primo a castigare e giudicare qualcuno che ha ricevuto accuse di questo tipo, ma in questo caso non c’è prova, al contrario; ve lo dico di cuore». «Osorno soffre, ma per una sciocchezza, perché non apre il cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle frottole che tutta questa gente dice». E ancora: «La Chiesa ha perso la libertà facendosi riempire la testa da politici, giudicando un vescovo senza alcuna prova, dopo 20 anni che è vescovo».

    * Fotografia di Frang2823, tratta dal sito Wikimedia Commons, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

  • Il diavolo nel convento di padre Pio: ‘Così i frati mi hanno molestata sessualmente’

    Il diavolo nel convento di padre Pio: ‘Così i frati mi hanno molestata sessualmente’

    Una donna che lavorava nel monastero del Santo di Pietrelcina denuncia: «I frati hanno abusato di me». E produce registrazioni e sms pornografici. La procura avvia un’inchiesta

    DI LIRIO ABBATE

    Il sesso si mischia alla violenza e alle ritorsioni nel convento più famoso nel mondo religioso, quello in cui ha vissuto padre Pio a San Giovanni Rotondo. Centinaia di conversazioni telefoniche tracciano la triste storia di alcuni religiosi accusati di avere abusato e molestato una ragazza che lavorava nel convento, come raccontiamo sull’Espresso in edicola venerdì 10 giugno.

    Sono telefonate registrate ed sms a luci rosse scritti dai frati che svelano il lato oscuro di un mondo in cui vivono alcuni di loro, tenuto segreto e nascosto ai fedeli. È il modo con il quale viene sottomessa una povera ragazza attraverso tentativi di violenza sessuale e molestie, pena il licenziamento in caso di rifiuto.

    ESPRESSO+ LEGGI L’INCHIESTA INTREGRALE

    Fatti che si sono svolti per lungo tempo a San Giovanni Rotondo. Storie incise sui nastri audio o scritte nei messaggi di cui “l’Espresso” ha preso visione. La vittima degli abusi è Anna Verde, oggi ha 40 anni. Ha avuto il coraggio di dire basta ai soprusi e alle molestie, denunciando prima alla polizia di Foggia e poi ai carabinieri della sezione della procura della Repubblica. Le sue accuse, oltre alle registrazioni, non sembrano campate in aria perché sono state confermate davanti agli investigatori anche da tre frati che hanno vissuto, in periodi diversi, nel convento di San Giovanni Rotondo, ed hanno visto e sentito ciò che Anna Verde ha denunciato. Per i tre frati, però, solo per aver parlato delle molestie e difeso Anna, accusando alcuni confratelli, è arrivata la punizione “religiosa”. Sono stati oggetto di provvedimenti disciplinari da parte dei loro superiori dell’ordine dei frati minori cappuccini. E per questo allontanati dalla sede in cui si trovavano e trasferiti in altre province per un periodo che a loro non è stato comunicato.

    Di fatto sono in esilio, e non possono parlare con estranei. Insomma, i loro superiori li hanno messi in punizione solo perché hanno collaborato e denunciato fatti orribili che si sarebbero verificati fra le mura del convento di padre Pio.

    I frati accusati da Anna, fra le tante telefonate e la valanga di messaggi le scrivevano: «Vorrei essere un neo per trovarmi nei posti più insensati, vorrei essere una crema di bellezza, per massaggiarti, vorrei essere un indumento per stare sempre addosso a te, ma ora vivo solo nell’immaginario e per questo mi accontento!». Ma c’era pure chi si sbilanciava su temi più caldi: «Anna vorrei leccarti (…) per me non è un problema la notte mi (…) pensando la tua (…)».

    La donna per questi fatti ha denunciato un laico che lavora nel convento e alcuni frati, che adesso sono stati trasferiti dalla struttura religiosa. Per il laico, accusato di molestie e violenza sessuale, c’è già un processo che si svolge davanti ai giudici del tribunale di Foggia, e Anna Verde è costituita parte civile con l’avvocatessa Alessandra Guarini. Per i frati, dopo diverse sollecitazioni fatte dalla difesa della donna alla procura a svolgere indagini, è stato aperto un fascicolo dopo oltre ventiquattro mesi dalla denuncia e in questo caso i pm di Foggia non hanno contestato alcun reato di abuso sessuale, ma solo “maltrattamenti sul luogo di lavoro”. Le molestie denunciate non sono state prese in considerazione.

    Secondo la difesa non sarebbe stato fatto su questo punto alcun approfondimento investigativo. Per i magistrati non ci sono questi reati. Non solo, per i maltrattamenti per i quali i frati sono ancora indagati, la procura chiede l’archiviazione, perché la notizia di reato è infondata. A questa richiesta Anna Verde si è opposta e il gip del tribunale dovrà fissare una nuova udienza per discutere questa scelta della procura.

    Leggi l’inchiesta integrale sull’Espresso in edicola venerdì 10 giugno e online su Espresso+

  • Prete pedofilo: citato il Vescovo di Pisa come responsabile civile.

    Prete pedofilo: citato il Vescovo di Pisa come responsabile civile.

    VERSILIA  – ( di Letizia Tassinari ) – Rito abbreviato condizionato alla perizia calligrafica su alcune lettere scritte dal bambino, vittima secondo l’accusa, di abusi sessuali da parte del sacerdote. e inviate al prete.  Lo ha disposto questa mattina il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Lucca, dottoressa Silvia Mugnaini, che ha estromesso, quale responsabile civile, la curia generalizia dei Carmelitani (ordine di appartenenza del religioso) e, accogliendo la richiesta degli avvocati di parte civile Cristiano Baroni (Rete l’ABUSO) e Debora Ianniello, ha disposto la citazione del Vescovo della Diocesi di Pisa, monsignor Giovanni Paolo Benotto, per la prossima udienza fissata il 12 luglio.

    Un’ indagine, quella relativa agli abusi sul minore, diretta dal Pubblico Ministero dottor Antonio Mariotti e iniziata nell’ottobre di due anni fa.  Che fine ha fatto quel sacerdote? Scrisse allora TGregione.it in merito alla “storiaccia”. Nessuno lo seppe dire.  La Curia pisana, competente territorialmente nel comune della Versilia Storica dove l’abuso sessuale si era consumato, a quanto trapelato, lo aveva spostato.

    Destinazione sconosciuta. Nesuna dichiarazione da parte del Vescovo, che la nostra redazione aveva provato a cercare telefonicamente più volte. Unica cosa certa della vicenda un ragazzino all’epoca dei fatti 12enne, per la cui storia la Procura lucchese aveva aperto un fascicolo,  dopo che ai servizi sociali di Camaiore, che avevano in carico la famiglia, mamma e tre figli, ospitata in un piccolo convento dell’entroterra versiliese, a Pietrasanta, erano finiti alcuni disegni dove il ragazzino aveva raffigurato se stesso innamorato e il prete e delle lettere d’amore. Periziato da esperti, tra cui il professor Mario Di Fiorino, primario di Psichiatria all’ospedale “Versilia”, il minorenne, in audizione protetta, aveva raccontatato non solo di morbose attenzioni ma addirittura di abusi sessuali da parte del prelato, di origini indiane, che identificato ha però sempre negato ogni addebito.

     http://www.tgregione.it/cronaca-versilia/prete-pedofilo-citato-il-vescovo-di-pisa-come-responsabile-civile/