Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Australian Gate vivo e vegeto.

    Australian Gate vivo e vegeto.

    Articolo tratto da korazym.org- di Vik van Brantegem

    Australian Gate vivo e vegeto. La verità sugli abusi sessuali del clero può anche emergere, ma il male non deve essere divulgato. Il male prospera solo nel buio

    21 Gennaio 2021   Korazim  http://www.korazym.org/54760/australian-gate-vivo-e-vegeto-la-verita-sugli-abusi-sessuali-del-clero-puo-anche-emergere-ma-il-male-non-deve-essere-divulgata-il-male-prospera-solo-nel-buio/

    di Vik van Brantegem

    L’Arcidiocesi di Perth ha accettato di pagare quello che si ritiene essere il più alto risarcimento a una vittima di abusi sessuali in Australia, dopo che gli avvocati dell’Arcidiocesi hanno costretto un uomo di 52 anni a rendere in tribunale una straziante testimonianza sullo stupro subito da parte di un prete negli anni ’70. Peter (non è il suo vero nome) riceverà 2,45 milioni di dollari AUS più le spese legali, a titolo di risarcimento per gli abusi sessuali subiti da parte dell’insegnante e sacerdote Bertram Richard Adderley, morte nel 1983, che lo ha violentato tra il 1977 e il 1980, quando aveva dai 10 ai 12 anni.

    Attualmente, la Chiesa in Australia sta affrontando centinaia di richieste di risarcimento – scrive oggi WAtoday – dopo che un certo numero di giurisdizioni ha rimosso le regole, che impedivano alle persone di andare in tribunale per chiedere un risarcimento per abusi sessuali storici, anche se avevano precedentemente accettato pagamenti da schemi gestiti dalla Chiesa come la Melbourne Response (Risposta di Melbourne). Una serie di pagamenti significativi per abusi sessuali hanno sminuito quelli offerti dal National Redress Scheme (Schema di Risarcimento Nazionale) del governo federale, istituito dopo la Royal Commission sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori.

    Nell’ultimo anno finanziario, secondo i dati governativi sono stati effettuati 2.504 pagamenti per il risarcimento di vittime di abusi sessuali, da meno di 10.000 fino a 150.000 dollari AUS, con un pagamento medio di 81.876 dollari AUS, per un totale di più di 205 milioni di dollari AUS.

    L’abbiamo scritto 10 giorni fa in un articolo sulla Trattativa Stato-Mafia, il “papello” (le richieste allo Stato delle famiglie dei mafiosi al 41bis) e le stragi di mafia: verità di cui non si deve parlare. E lo ripetiamo oggi nell’ambito dell’Australian Gate, con le stesse parole, in riferimento alla Chiesa Cattolica Romana e la sua gerarchia, nazionale e universale:

    «Di per sé la verità occultata è molto difficile da scoprire, ma nonostante le enormi difficoltà vi sono donne e uomini coraggiosi e determinati che a costo della loro stessa vita questa verità difficile da individuare la trovano. Grazie al loro estenuante e infaticabile impegno, la verità emerge. Ma c’è chi pensa che di una “certa” verità non bisogna parlare, come il sole che sorge la mattina di cui tutti abbiamo contezza, ma di cui non dovremmo parlare.
    Il concetto più inflazionato per nascondere le verità di mafia, e il più evidente, è il presunto “condizionamento dell’opinione pubblica”, che a causa della notizia di verità la sola divulgazione non fosse del tutto opportuna, giustificata o addirittura “legale”. Negli ultimi tempi è chiaro il segnale, che le menti raffinatissime vogliono far arrivare, e cioè che la verità può anche emergere, ma non deve essere divulgata, pena la delegittimazione a vario titolo
    ».

    Risarcimento record della Chiesa Cattolica nel caso di abuso sessuale su un minore
    di Heather McNeill
    WAtoday, 21 gennaio 2021
    (nostra traduzione di lavoro italiana dall’inglese)

    L’accordo è stato offerto a Peter (non suo vero nome) il 13 gennaio scorso, poche ore dopo essere entrato nel banco dei testimoni durante il processo civile del tribunale distrettuale a Perth e ha raccontato come Adderley, morto nel 1983, l’abbia abusato per diversi anni. Gli abusi includevano di portarlo in una spiaggia per nudisti, violentarlo in un appartamento e costringerlo a fare sesso orale all’interno di una chiesa di Perth dove era un chierichetto.

    Peter ha detto al The Age e al Sydney Morning Herald che essere stato costretto dalla Chiesa a rivivere gli abusi attraverso la testimonianza al processo lo aveva traumatizzato di nuovo, ma che era determinato a denunciare Adderley e ad incoraggiare altri a farsi avanti.

    “Nel momento in cui si verificava l’abuso, mi diceva: ‘Tieni il nostro piccolo segreto, va tutto bene. Vuoi davvero che tua madre si arrabbi per questo?’”, ha detto Peter. “È stato difficile raccontare i segreti più profondi, oscuri e custoditi in modo sicuro, a una stanza piena di estranei in tribunale. È traumatizzante, ma ero determinato a farlo perché ciò che la chiesa permetteva ai loro membri di fare era il male e il male prospera solo nel buio, e quello che ero determinato a fare era portarlo alla luce”.

    L’avvocato di Peter, Michael Magazanik di Rightside Legal con sede a Melbourne, ha affermato che il pagamento storico è la prova che le vittime di abusi potrebbero ottenere un risarcimento adeguato se avessero la determinazione a combattere. “La Chiesa ha una storia scioccante”, ha detto. “L’abuso è la prima parte, e poi il bullismo legale contro i sopravvissuti è la seconda parte, quando si impongono alle persone somme pietose e offensive”. Magazanik ha detto che le leggi sono cambiate per consentire alle persone di chiedere un risarcimento, ma la Chiesa non ha ancora accettato che il terreno si sia spostato sotto i suoi piedi. Non puoi aspettarti che la Chiesa agisca in modo ragionevole o caritatevole, devi costringerla a farlo ed è per questo che il mio cliente ha avuto il coraggio e la straordinaria determinazione di entrare effettivamente nel banco dei testimoni e raccontare la sua storia. Questo ha davvero costretto la Chiesa ad arrendersi”. Prima di raggiungere l’accordo da 2,45 milioni di dollari AUS, Peter ha avuto dalla Chiesa un’offerta di 50.000 dollari AUS.

    L’abuso di bambini di Adderley è venuto alla luce per la prima volta negli anni ’60, quando era sacerdote nella città di Narrogin, nell’Australia occidentale. A seguito delle accuse, è stato spostato nelle parrocchie di Nannup e Manjimup. Nel 1974 fu accusato di aver molestato un ragazzo dentro una chiesa di Bunbury e ammise gli abusi. Il Vescovo emerito Myles McKeon ha detto alla ABC nel 2008 che Adderley, sebbene non sia mai stato accusato, era stato successivamente “rimosso dal ministero sacerdotale”. Tuttavia, i documenti dimostrano che fu trasferito a Perth e che ha continuato il suo ministero sacerdotale lì.

    “La Chiesa cattolica sapeva che questo tizio era un delinquente e, come d’abitudine, lo hanno spostato 175 chilometri più in avanti e gli hanno dato la licenza per avvinarsi ad altri ragazzini”, ha detto Magazanik. “[Peter] proveniva da una famiglia felice ed è stato preso di mira da questo uomo vergognoso che ha cambiato il corso della sua vita. Peter soffriva di disturbo da stress post-traumatico e soffre ancora oggi di depressione e ansia. Ha fatto fatica a tenere un lavoro per più di 12 mesi prima dei 50 anni, e si era dato alla droga. Il trauma dell’abuso lo ha accompagnato sempre, ha detto l’avvocato. [Il risarcimento] è una sorte di vendetta, sollievo e giustizia, perché la Chiesa non può più nasconderlo”, ha detto Magazanik.

    L’Arcidiocesi di Perth ha rifiutato di commentare.

    L’avvocato Judy Courtin, che rappresenta le vittime di abusi istituzionali, ha accolto con favore i risarcimenti più elevati concessi dai tribunali, ma ha detto che “non eravamo ancora lì” in termini di un equo compenso per la sofferenza subita. Courtin ha detto che lo Schema di Risarcimento Nazionale è “disgustoso” e “progettato in combutta con le istituzioni, tra cui la Chiesa Cattolica e lo Stato, per proteggere ulteriormente la proprietà della Chiesa e delle istituzioni”.

    La vittima di abusi sessuali parla dopo che la Chiesa Cattolica di Perth ha acconsentito a pagare un risarcimento di 2,45 milioni di dollari AUS
    di Keane Bourke e Amelia Searson
    Abc.net.au, 21 gennaio 2021
    (nostra traduzione di lavoro italiana dall’inglese)

    Una vittima che ha ottenuto 2,45 milioni di dollari AUS a titolo di risarcimento per gli abusi sessuali subiti da parte di un prete cattolico ha parlato dell’impatto “grave” che l’abuso continua ad avere sulla sua vita. L’Arcivescovo di Perth ha acconsentito a pagare il risarcimento dopo che la vittima, che ora ha 50 anni, ha descritto di essere stata violentata dal sacerdote Bertram Richard Adderley negli anni ’70.

    La sentenza storica è stata pronunciata da un giudice del tribunale distrettuale la scorsa settimana e si ritiene che sia una delle somme più alte pagate dalla Chiesa Cattolica in Australia a una vittima di abusi sessuali storici.

    Peter (il nome della vittima è stato cambiato per proteggere la sua identità) ha parlato alla ABC degli abusi subiti per mano dell’ormai defunto sacerdote, che era un insegnante laico presso il prestigioso Aquinas College di Perth negli anni ’50, prima di servire come sacerdote nella Diocesi di Bunbury. Adderley prestò servizio anche a Perth nella parrocchia di Hamilton Hill, dove incontrò Peter quando questo aveva nove anni intorno al 1977.

    Peter, che non vuole essere identificato, ha detto che era spaventoso rivivere il momento peggiore della sua vita in tribunale, ma è andato avanti perché sentiva che la reazione della Chiesa alla Royal Commission sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori era ” arrogante”. “Per quanto facesse male, mi sono fatto coraggio per andare avanti e ho contattato gli avvocati”, ha detto Peter. Ha detto che la Chiesa non si è comportata in modo corretta nei confronti delle vittime. “Voi avete influenzato così tante vite, compresa la mia, e ci state solo spazzolando sotto il tappeto”, ha detto. “Non offrite alcun rispetto alle future vittime e non state mostrando alcun desiderio di prevenire future vittime”.

    L’avvocato di Peter, Michael Magazanik, ha detto che Adderley ha avuto “dozzine e dozzine” di altre vittime, compresi dei ragazzi dell’Aquinas College, dove ha lavorato come insegnante laico negli anni ’50. Magazanik ha detto che Adderley ha abusato di “molti ragazzi” nella regione di Bunbury negli anni ‘60 e ‘70, e che la Chiesa è stata informata di queste accuse. Invece di agire, ha detto Magazanik, la Chiesa “lo ha spostato a Perth “dove ha incontrato Peter quando era un chierichetto nella parrocchia di Hamilton Hill. “Adderley ha abusato di [Peter] in modo orribile dal 1978 al 1980”, ha detto. “La Chiesa Cattolica sapeva che Adderley era un violentatore di bambini, ma gli ha permesso di trasferirsi a Perth e servire presso la parrocchia dove ha abusato del mio cliente. Ha preso di mira i ragazzi che ha incontrato in spiaggia, i ragazzi delle scuole, i chierichetti e ha preso di mira soprattutto i ragazzi dell’Aquinas College di Perth”, ha detto. “Ha avuto molte vittime e so che alcune di quelle vittime non ce l’hanno fatta”.

    Magazanik ha definito la sentenza “estremamente significativa”. “Questa è la più grande somma di risarcimento che la Chiesa Cattolica abbia mai pagato a una vittima di abusi in Australia”, ha detto.

    Peter ha detto: “Quello che mi è successo non sarebbe mai dovuto accadere, perché [la Chiesa Cattolica] era consapevole della sua malattia, della sua malattia della mente, prima di arrivare a me”. Ha detto che questa “negligenza del loro dovere di diligenza” lo ha spinto a portare avanti il suo caso. “La cosa che mi ha fortificato per andare avanti con questo processo è la ferma convinzione che il male prospera nell’oscurità”, ha detto. Ha detto che anche se non si sentiva “felice” del giudizio, questo lo ha portato ad un fine in un certo modo e a trovare sollievo. Ha detto che ogni mattina quando si veglia, la prima cosa che vede è il suo violentatore. Ma ha detto di aver preso conforto dal giudizio storico. “Non ha vinto, non mi ha battuto”, ha detto del suo aggressore. “Ma non potevo lasciarlo vincere e non potevo lasciar vincere [la Chiesa Cattolica]. Poi, Peter ha detto che auspicava che altre vittime cercassero aiuto e sapessero che non è colpa loro. “Non sentirvi in colpa per questo, non ve ne vergognate”, ha detto.” Se siete ancora con noi, se non avete ceduto a quel senso di colpa e vergogna, andate a vedere un avvocato”.

    Peter ha detto che all’inizio degli anni 2000, la Chiesa ha intrapreso quello che ha chiamato il “Processo verso la guarigione” in cui ha riconosciuto che alcuni sacerdoti avevano “fatto cose atroci ai bambini nel loro gregge”. Ha detto di aver ricevuto 50.000 dollari AUS a titolo di risarcimento finanziario ed era stupito di un documento legale che affermava che non poteva parlare di quello che gli era successo, che lo aveva lasciato senza speranza.

    L’Arcivescovo di Perth Timothy Costelloe ha affermato in una dichiarazione di essere “contento che la vittima di questo sconvolgente abuso abbia avuto l’opportunità di vedere la sua storia raccontata e creduto ed è stato compensato finanziariamente”. “La Chiesa Cattolica ha una storia deplorevole in relazione all’abuso sessuale sui minori e sui vulnerabili “, ha detto l’Arcivescovo Costelloe. “La Royal Commission ha fatto luce su questo oscuro capitolo della storia della Chiesa qui in Australia. Niente può giustificare o cancellare i terribili errori del passato. Ciò che la Chiesa può fare oggi e in futuro è impegnarsi a trattare coloro che hanno subito abusi con dignità, rispetto e integrità. La Chiesa può e deve anche prendere tutte le misure necessarie affinché, per quanto umanamente possibile, tali abusi non si ripetano mai più all’interno delle strutture cattoliche”. Ha aggiunto che la Chiesa aveva istituito due organismi che erano “funzionalmente indipendenti” per garantire la sicurezza dei componenti e garantire che i denuncianti fossero supportati quando denunciavano abusi. Ha detto che la Chiesa ha partecipato a pieno titolo al Commonwealth Redress Scheme, che è stato istituito in risposta alla Royal Commission sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori.

    Australian Gate vivo e vegeto. La verità sugli abusi sessuali del clero può anche emergere, ma il male non deve essere divulgato. Il male prospera solo nel buio

  • Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (prima parte – i fatti) VDP

    Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (prima parte – i fatti) VDP

    Sabato 8 gennaio 1927
    Nasce il marchese Camillo Casati Stampa
    • Nasce a Roma il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino. Figlio di secondo letto di Camillo e Anna Ewing Cockrell, americana e figlia di senatore. Il padre, separato da Luisa Casati, (la marchesa che fu amante di D’Annunzio, anche nota per l’abitudine di andare in giro con ghepardi al guinzaglio e pitoni vivi al collo) lo riconosce ma presto se ne disinteressa. Non gli starà mai vicino.
    • Da bambino Camillo detto Camillino, molto viziato e solito ad eccessi improvvisi di collera, durante i ricevimenti organizzati dalla madre per raccogliere fondi di beneficenza, appena può mette le mani nel piatto dei soldi per ficcarseli in tasca o si intrufola sotto i tavoli per alzare le gonne alle signore e pizzicare le gambe ai loro mariti. Da ragazzo prende a calci i camerieri che non fanno ciò che lui comanda: una volta le dà di santa ragione a un poveraccio che lo sveglia troppo presto (la servitù ne trae una poesiola: «È accaduto un bel mattino, che il marchese di Soncino dà la sveglia in senso lato a qualcun che lo ha svegliato»). La madre, dalle idee moderne, convinta che i figli per non diventare rammolliti debbano crescere da soli, prima lo affida al personale addetto alla sua educazione e poi lo manda a studiare in un collegio in Svizzera.
    • Si appassiona ben presto alla caccia («Quando vedo una possibile preda volante, camminante, saltellante o strisciante difficilmente mi trattengo da spararle. So di essere facile alle collere e penso che uccidere gli animali rappresenti un buon canale di sfogo per me»), all’ornitologia («Più di tutti mi piacciono i falchi pellegrini. Passo le ore ha guardarne il volo e le picchiate velocissime in verticale quando avvistano una preda. Mi piacciono perché sono grandi cacciatori come me»), all’enigmistica e alle corse dei cavalli.

    Martedì 19 marzo 1929
    Nasce Anna Fallarino
    • Nasce ad Amorosi (Benevento) Anna Fallarino, figlia di Ernesto, impiegato alle poste, e di Amelia, casalinga con diploma da maestra, di origini calabresi e famiglia benestante. Quando Anna ha tre anni la madre scappa con un amante, abbandonando il tetto coniugale. Anna viene affidata ad una zia paterna che ha già due bambine mentre Velia, la sorella più piccola, va a stare da altri parenti.

    Martedì 19 marzo 1929
    L’infanzia di Anna Fallarino
    • L’infanzia di Anna non è felice. A scuola va male e cresce circondata dall’invidia delle cugine («Mi snobbavano, non mi facevano giocare con loro e la mattina prima di andare a scuola dovevo rassettare la casa») e di una sorellastra che la madre ha avuto da un amante napoletano. Nonostante ciò in paese è considerata una ragazza di buona famiglia, bella ed educata. Il suo solo difetto sembra essere il timbro di voce, molto alto (quando è eccitata o agitata non riesce a regolarlo).

    1943
    I primi amori di Anna Fallarino
    • A quattordici anni il primo fidanzatino («solo abbracci e baci umidicci e salivosi»), a sedici il secondo («Il mio corpo cominciò a svegliarsi, sentivo qualcosa di speciale nel cuore, nella testa e in quel posticino basso. E mentre pensavo a qualche giovane che mi andava a sangue mi accorsi che se mi sfioravo lì mi deliziava»). Poi ci fu Marcello, un muratore di vent’anni («Mi faceva impazzire, mi sbatteva contro la porta e me lo infilava tra le cosce. Il mascalzoncello ci ha provato a metterlo dentro ma non ci è mai riuscito»).

    1946
    Anna si trasferisce a Roma
    • Anna Fallarino decide di interrompere gli studi e di lasciare casa della zia. Si trasferisce a Roma in via Milano 43 interno 5, a casa dello zio Mario, sottufficiale di Polizia. Per non pesare sul bilancio familiare si mette a fare la commessa in un negozio d’abbigliamento. Trasforma gli straccetti usati dalle amiche in vestitini e si disegna a penna sulle gambe la riga posteriore delle calze per fingere di indossarle. Così riesce a farsi notare e inizia a fare la modella prima per le Sorelle Fontana, poi per altre case di moda. In più, tenta di fare la comparsa a Cinecittà. Sogna di diventare famosa e ricca.
    • Anna, pelle olivastra, compatta, liscia e levigata, spalle diritte, fronte spaziosa, sopracciglia arcuate, ciglia finte, zigomi pronunciati, naso dritto, capelli castani lunghi e folti, bocca grande, labbra piene, denti bianchissimi, seno abbondante, glutei tondi, alti e sodi, attira gli sguardi ammirati e vogliosi degli uomini senza fare nulla.

    1946
    Storielle romane
    • Appena arrivata a Roma conosce il vicino Remo Lorenzoni, garzone nella macelleria del padre (in via del Lavatore, vicino alla fontana di Trevi) che abita all’interno 4 di via Milano: «Voleva fare sul serio, ma non era cosa. Primo la sua famiglia non mi aveva presa in simpatia poi io aspiravo ad un uomo più colto, più raffinato e di un altro livello di classe sociale». L’innocenza la perde con un «pancione fedifrago» che le ha promesso film con Marlon Brando e sfilate di Cardin: «Con lui e poi con altri che non mi aggradavano chiudevo forte gli occhi e fingevo di essere un’altra».

    1949
    Camillo Casati sposa Letizia Izzo
    • Il marchese Camillo Casati sposa Letizia Izzo, ex ballerina di avanspettacolo, più nota con il nome di Lydia Holt. Abitano a palazzo Barberini a Roma.
    • Anna Fallarino fa la comparsa nel film Totò Tarzan, la particina gliela procura un amico fonico di Cinecittà. Indossa una ghirlanda di fiori tra i capelli e un reggiseno troppo largo con un grappoletto di quattro banane attaccato alla sommità della coppa destra. Totò: «Come ti chiami?». Lei: «Ranocchia». E lui: «Allora senti Ranocchia, andiamo a fare un girino». La carriera cinematografica di Anna Fallarino finisce qui.
    • Alla festa di un’amica a Roma, Anna conosce Peppino Drommi, padrone di una piccola industria alimentare. Si innamorano. Lui, un giovane bruno, alto ed elegante, subito la riempie di regali tra cui un anello di brillanti, la presenta in famiglia e chiede al padre di lei il permesso per il fidanzamento ufficiale. Facoltoso, mondano, stimato nella Roma che conta, porta Anna alle feste più belle.

    1950
    Le nozze di Anna Fallarinoo e Peppino Drommi
    • Anna Fallarino e Peppino Drommi si sposano. L’amore l’hanno fatto già prima del matrimonio: «Ero innamorata. Una sera, da fidanzati, venne a cena da me, poi ci stendemmo sul divano e lui baciandomi con la bocca che sapeva di fragola mi tolse camicetta, reggiseno, gonna e mutandine». Poi la gran delusione: Peppino soffriva di eiaculazione precoce. «Rimasi come una scema (…) e capii che avevo bisogno di essere appagata dal sesso. Peppino, in ogni caso, non era un egoista, provava a resistere più che poteva e se non ce la faceva mi soddisfaceva in altri modi. Si dava un gran da fare»

    Martedì 22 maggio 1951
    Nasce Annamaria Casati
    • Nasce a Roma Annamaria, figlia di Camillo Casati Stampa di Soncino e Letizia Izzo.

    1955
    Camillo Casati incontra Anna Fallarino
    • Peppino, caro amico di Camillo Casati Stampa, viene invitato a palazzo Barberini. Peppino porta la moglie. Il marchese se ne innamora.

    Sabato 4 giugno 1955
    Villa San Martino, Arcore
    • Muore lo zio di Camillo, Alessandro Casati Stampa: «Lo zio, al quale devo la maggior parte delle mie ricchezze, m’ha lasciato ogni suo bene perché l’ho convinto che credevo nella religione e nella libertà del suo amico Benedetto Croce». Tra i suoi beni lo zio gli ha lasciato Villa San Martino ad Arcore. Costruita nel XVI secolo, fino al Quattrocento era un monastero che accoglieva le suore benedettine. Nel Settecento il conte Giulini la fece ristrutturare per farne una residenza che divenne dei Casati a seguito del matrimonio di Anna Giulini Della Porta con Camillo Casati nell’Ottocento, per passare poi alla fine di quel secolo al ramo Casati Stampa di Soncino.

    1958
    Le avances di Porfirio Rubirosa
    • In un viaggio in Costa Azzurra, dopo aver mangiato ostriche e bevuto Kyr Royale, Peppino Drommi e Camillino Casati decidono di andare al Pirata di Cap Martin con le rispettive mogli. Lì incontrano Porfirio Rubirosa che cinge la spalla di Anna con il suo braccio e, noncurante delle occhiatacce lanciate dalla moglie Odile, dal marito di lei Peppino (noto per le sue scenate di gelosia) e da Camillino, le sfiora ripetutamente il seno con la mano. Racconta Anna: «Peppino, fuori dai gangheri, prima gli chiede educatamente di togliere la mano dalla mia spalla, poi, dato che il figuro non gli dava retta, gli dà una violenta spintonata e incominciano a picchiarsi». A dar man forte a Peppino ci pensa Camillo. «Tavoli, sedie all’aria, bicchieri, piatti e bottiglie rotte. Tutta quella gazzara per me!». Quella stessa sera stringe amicizia con Letizia Izzo, la moglie del marchese.
    La corte di Camillo Casati ad Anna Fallarino
    • Camillo inizia a fare la corte ad Anna, lei ne è lusingata ma finge indifferenza («Non volevo essere un’amante qualunque»). Letizia se ne accorge e chiude ogni rapporto con lei.

    1958
    La festa galeotta
    • Una sera durante una festa Peppino alza il gomito e dopo una scenata di gelosia se ne va lasciando Anna sola. Camillo la conforta, la stringe a se mentre ballano Unforgettable («significa indimenticabile, come tu sei stata per me da quando ti ho vista la prima volta»). Letizia, seduta in disparte, li guarda con le lacrime agli occhi. Finita la festa Camillo mette su un taxi la moglie e le dice che fra loro è finita.

    La prima notte di Camillino e Anna
    • Anna e Camillino trascorrono la notte in un albergo di lusso. Fanno l’amore e poi ordinano champagne. Poi fanno l’amore di nuovo, questa volta davanti al cameriere del room service: «Camillo ha preteso che rimanesse in piedi davanti a noi col tovagliolo sul braccio in attesa dell’ordine di stappare la bottiglia. Poi lo ha toccato sulla patta per sentire l’effetto che gli avevamo fatto. Dopo averlo invitato a bere un calice gli ha dato una mancia spropositata. Ci siamo posseduti selvaggiamente e ripetutamente per tutta la notte. La mattina dopo io con la lingua escoriata e il basso ventre bruciante sono tornata a casa mia. Era deserta. Sul comodino un biglietto di Peppino: si dichiarava pronto a concedermi la separazione e a mantenermi per un certo periodo purché me ne andassi al più presto». Prende poche cose e si trasferisce da un’amica.

    La convivenza di Camillo e Anna
    • Qualche settimana dopo Anna va a vivere con Camillo a palazzo Barberini. Nell’appartamento affianco vive la madre («Mi pare che tu sia la donna adatta ad un uomo come mio figlio, vedo che hai classe e so che ti farai, sono sicura che l’incontentabile e pretenzioso Camillo con te smetterà di cercare… come dicono i romani? Maria per Roma»). Camillo ha già avviato la separazione da Letizia (le passerà seicento milioni di liquidazione, una casa di tredici stanze, alimenti per Annamaria, una rendita e una casa per la sorella.

    Martedì 27 gennaio 1959
    Un divorzio costato un miliardo
    • Dopo aver sborsato più di un miliardo di lire in bustarelle per vescovi, cardinali e alti prelati del Vaticano, Camillo ottiene l’annullamento dalla Sacra Rota del suo matrimonio con Letizia Izzo.

    Venerdì 24 aprile 1959
    La Sacra Rota annulla il matrimonio di Anna e Peppino
    • Anche Anna Fallarino si separa ufficialmente da Peppino Drommi con l’annullamento dalla Sacra Rota.

    Mercoledì 21 giugno 1961
    Anna e Camillo si sposano in chiesa
    • Dopo essersi già sposati in Svizzera (1959) e col rito civile (nel 1960), Anna Fallarino e il marchese Camillo Casati Stampa si uniscono in chiesa: «Ci tenevo tanto al matrimonio religioso per stare in pace con Gesù e con la Madonna, sai io sono tanto devota alla Madonnina di Pompei».

    Mercoledì 21 giugno 1961
    Anna Casati: «Quando uno ama tutto è lecito»
    • Anna Fallarino in Casati Stampa di Soncino vive ora nel lusso più sfrenato. Quasi ogni ora della giornata richiede un abito particolare, dalla vestaglia di seta alla mise cucita su misura per la serata. I coniugi frequentano i Ruspoli, i Torlonia, gli Odescalchi, i Lancillotti. Hanno diverse case (un attico in via Puccini a Roma, palazzo Soncino a Milano e altri beni a Cinisello Balsamo, Usmate, Muggiò, Nova Milanese, Trezzano sul naviglio, Gaggiano, Bareggio), un castello a Cusago, la settecentesca villa di Arcore (3.700 metri quadri con una pinacoteca che annovera quadri di Tintoretto e del Tiepolo e una biblioteca di oltre diecimila volumi), una scuderia a Tor di Valle (per lui che ama i cavalli e le corse), barche. D’estate si spostano dall’isola di Zannone a L’île du Levant (nota spiaggia nudista) con puntatine in Corsica o a Porto Rotondo per far da anfitrioni a Aga Khan o a Donà delle Rose. Lei cede a tutte le fantasie sessuali del marito: «Quando uno ama tutto è lecito e diventa più gradevole».

    Mercoledì 21 giugno 1961
    «All’inizio eravamo soli io e lui, magari con qualche spettatore»
    • La marchesa a proposito del marito: «Non so come fa a non stancarsi, vorrebbe che io facessi continuamente l’amore e non solo con lui, anzi quasi mai con lui! All’inizio quando mi parlava di certe libertà sessuali e di rapporti promiscui, credevo che lo facesse per eccitarsi o per incuriosirmi. All’inizio eravamo soli io e lui, magari con qualche spettatore. Peccato che è durato poco».

    Mercoledì 21 giugno 1961
    I marchesi abitano al 9 di via Puccini
    • L’appartamento dei marchesi, affacciato su villa Borghese, occupa il terzo e il quarto piano della palazzina. Al terzo piano ci sono l’ingresso, le camere da letto dei marchesi, i bagni, una sala da gioco, un salotto soggiorno e una camera degli ospiti. Al quarto gli alloggi della servitù, la sala da pranzo, il salone per gli ospiti, meglio conosciuto come il salone degli uccelli per via dei trecento volatili impagliati (tra i quali anche dei fenicotteri) e della rastrelliera di fucili.

    agosto 1961
    Maria Teresa, la cugina quindicenne, confidente della marchesa
    • Nell’estate del 1961 Maria Teresa Fiumanò, cugina quindicenne di secondo grado di Anna, trascorre l’estate in compagnia dei marchesi. Il padre, Ninì Fiumanò, è un funzionario di polizia postale ed è molto legato ad Anna e Camillo. Non potendo confidare al cugino i suoi segreti Anna decide di sfogarsi con la figlia quindicenne di lui e le racconta tutta la sua vita dai primi baci salivosi con i ragazzi di scuola ai gusti sessuali o alle doti del marchese: «A parte i Santi in paradiso non ho che te con cui sfogarmi. Ma so che terrai tutto per te. Sei molto matura».

    agosto 1961
    La regia dei festini
    • Sull’isola di Zannone il marchese oltre ad andare a caccia è solito organizzare festini proibiti. «Grovigli di corpi nudi sdraiati sugli scogli si contorcevano in pose plurime davanti all’obiettivo del marchese, che, con l’appendice svettante verso l’alto, fotografa da tutte le angolazioni i copulanti e impartisce loro istruzioni precise sul da farsi come un regista» (Maria Teresa Fiumanò, che appostata dietro uno scoglio, ha visto tutto). La protagonista assoluta naturalmente è Anna che si dà a tutti i convenuti eseguendo accuratamente ogni ordine del marito, ansimando e muovendosi a comando. Spesso lui le promette: «Se sarai brava dopo ti possiederò io e vedrai come godremo».

    agosto 1961
    Anna Casati non riesce ad avere figli
    • Anna rimane incinta ma dopo soli due mesi abortisce spontaneamente. I due ci provano e ci riprovano. Lei si sottopone a molte cure: interi mesi di riposo, consulti all’estero, farmaci. Ma ogni gravidanza non dura più di due mesi («Ci provavo io a trattenerlo in grembo ma è inutile quando sento qualche crampetto comincio a perdere sangue e so che è la fine di un’altra mia speranza»). Ai nomi ci pensava sempre: se fosse stato un maschio lo avrebbe chiamato come gli antenati di Camill Gabrio, Eriberto («che fa tanto fine») o anche Cristiano («ma mi fa pensare a un guerriero martire»). Per un femmina aveva scelto: Giada, Verde o Selvaggia.
    • La figlia di Camillo, Annamaria, è una bambina viziata, appassionata di caccia, che vive con la madre (fino alla morte di Letizia per cancro). Molto legata al padre, con Anna è un po’ dura ma più cresce più i rapporti migliorano.

    1965
    Camillo paga gli uomini per far sesso con la moglie
    • Sulla spiaggia di Coccia di Morto o su quella di Ostia il marchese seleziona alcuni passanti, preferibilmente avieri, burini o soldatini con bei corpi muscolosi e gli dà dalle trenta alle cinquantamila lire per possedere la moglie, a cielo aperto o nella loro cabina al Gambrinus, mentre lui fotografa e gode della gioia di lei.
    • Dal diario del marchese: «Oggi Anna mi ha fatto impazzire di piacere. Ha fatto l’amore con un soldatino in modo così efficace che da lontano anche io ho partecipato alla sua gioia. Mi è costato trentamila lire, ma ne valeva la pena». «Siamo stati sul litorale di Fiumicino, in molti la guardavano. Abbiamo scelto un giovane. È stato appagante. Lo abbiamo ricompensato con trentamila lire». «Al mare con Anna ho inventato un nuovo gioco. L’ho fatta rotolare sulla sabbia, poi ho chiamato due avieri per farle togliere i granelli dalle pelle con la lingua».
    • Anna Fallarino alla cugina Maria Teresa Fiumanò: «Per amor di mio marito ho imparato ad andare a cavallo, camminare tra i boschi e nelle riserve di caccia, ma quando si tratta di sparare a povere creaturelle innocenti sparo in aria o sui tronchi d’albero, faccio finta di essere incapace di tenere in mano un fucile e sparo in aria».

    maggio 1967
    L’iniziazione della marchesina
    • Il marchese Camillo e la moglie Anna chiedono a Maria Teresa di accompagnare Annamaria a Madrid: la giovane si è innamorata e il padre vuole a tutti i costi che la figlia abbia la sua iniziazione amorosa, però ha timore a mandarla da sola. In Spagna non si vedono quasi mai, una va per musei l’altra segue la movida, tuttavia raggiungono un’ottima intesa.

    1968
    L’altra Anna
    • Camillo conosce un’attricetta olandese, una certa Isolde, che somiglia molto alla moglie. Le fa tingere i capelli, le fa modificare il viso con una plastica facciale: la rende un clone della marchesa. Ogni tanto vuole avere due Anne con cui sollazzarsi.

    gennaio 1970
    L’incontro con Massimo Minorenti
    • Durante una festa di beneficenza nei primi giorni del nuovo anno, la marchesa conosce un Massimo Minorenti, 25 anni, giovane, bello e squattrinato. Subito lo presenta al marito ed iniziano un ménage à trois. Massimo Minorenti, studente di Scienze politiche fuori corso (non ha mai dato un esame), è figlio di un funzionario in pensione della Gescal (Istituto per le case dei lavoratori). Pariolino, fascista, ha un fisico atletico, capelli biondi spioventi che gli incorniciano il volto (Camillino lo chiama: «Il capellone»). Trascorre le sue giornate a oziare e le notti da un night all’altro, da un flirt all’atro (tra i suoi amori annovera la soubrette Lola Falana), gli piace l’azzardo («Sono nato per vincere»). Ha una fidanzata jugoslava, Zorika Milosevic, 30 anni, anche lei senza troppi quattrini che però vive in un elegante superattico tra il Flaminio e Ponte Milvio (è assai nota nei locali notturni di via Veneto).

    febbraio 1970
    L’amore clandestino di Anna Casati e Massimo Minorenti
    • Anna e Massimo ogni tanto s’incontrano di nascosto dal marchese in un albergo (in viale Liegi) o in casa di un amico di lui. Lei cerca l’intimità di un rapporto a due, lui la corteggia, le manda dei fiori, le regala il disco di Modugno La lontananza così che quando non si vedono lei possa pensarlo ma soprattutto vuole i soldi. Lei apprezza la dolcezza e l’ironia di questo ragazzino che definisce lei stessa: «spassoso». Certo gli dà dei soldi e altri glieli dà Camillo per le sue prestazioni sessuali ma con lui Anna torna ragazzina.

    febbraio 1970
    Anna Casati Stampa, pioniera della chirurgia plastica
    • In una clinica romana Anna Casati Stampa, 40 anni, si sottopone, per volere di Camillo, ad una mastoplastica e a una addominoplastica riduttiva. L’inserimento delle protesi al silicone riesce perfettamente mentre per la seconda rimane, molto visibile, la cicatrice.

    Sabato 28 marzo 1970
    Anna Casati: «La mia vita è un inferno»
    • Anna fa la sua convalescenza a Zannone. Si annoia e scrive a Massimo: «Sono molto triste. Di solito amo quest’isola, ma quest’anno la odio. Il peggio è che non posso farci nulla, mi auguro con il tempo di calmarmi, ma per ora la mia vita è un inferno. Penso che un tuo scritto mi renderebbe felice. Se puoi scrivi la busta a macchina e come mittente metti Sartoria Botti, Corso Italia 21, Roma. Ora debbo lasciarti. Camillo sta rientrando. Ti abbraccio forte. La tua Anna».

    giugno 1970
    Anna Casati: «Camillo vuole troppo. Mi sento una mignotta»
    • Anna si riprende finalmente dall’operazione anche se è molto turbata dalla cicatrice sul basso ventre che è rimasta visibile. Se non migliorerà fra un anno il chirurgo ci rimetterà le mani. Riprende a frequentare Massimo, Camillo si ingelosisce anche perché Anna cerca da tempo di fargli capire che di questa vita non ne può più. Lei scrive in una lettera: «Prima il nostro era un allegro e singolare passatempo che lui proponeva al quale io dovevo partecipare e capitava ogni tanto. Ora, invece, lo devo accontentare due o tre volte la settimana. (…) Mi pare di essere diventata la peggio delle mignotte. (…) Mi fa passare le pene dell’inferno ma io lo amo ancora».

    giugno 1970
    La lettera di Camillo per il cugino Ninì
    • Camillo scrive una lettera a Ninì Fiumanò, cugino di Anna, nella quale lo prega di parlare con lei. Lo informa che «la bella Anna ha perso la tresibonda per il giovane Massimo», lo prega di farla ragionare quanto prima e lo invita a controllare la fedina penale del ragazzo.

    Martedì 7 luglio 1970
    Camillo Casati: «La più grande delusione della mia vita»
    • Camillino sente che Anna si sta allontanando sempre di più. Si isola. È scorbutica e si ribella ai suoi voleri. Il 7 luglio annota sul suo diario: «La più grande delusione della mia vita. Vorrei essere morto e sepolto, che schifo, piccineria, voltastomaco, quello che mi ha fatto Anna. Pensavo che fossimo l’unica coppia legata veramente, e invece…».

    agosto 1970
    Massimo Minorenti, l’ometto mancato
    • Sull’isola di Zannone ricominciano i festini estivi, tra gli invitati anche Massimo. Durante un’orgia Camillino lo tratta malamente: «Massimo, ma come ti muovi. Balordo. Non ti attizza mia moglie? Eppure ti piace quando nessuno vi guarda. Ometto mancato. Ora ti faccio vedere io come si fa». In una crisi di gelosia, lo strattona via, e lo rimpiazza con un certo Mariano. Poi prima di mandarlo via possiede la moglie e la fa ansimare forte per essere sicuro che «il capellone» l’abbia sentita.

    agosto 1970
    La promessa di Minorenti e il ricatto della Fallarino
    • Anna non ce la fa più. Vuole uscire da questa situazione infernale. Ha creato un piano per ricattare Camillo con Massimo Minorenti, che le ha promesso di aiutarla in cambio di denaro. Alla cugina Maria Teresa scrive (lettera aperta post-mortem): «Ho soldi, ville, pellicce, gioielli e le invidie degli altri ma non sono la ricchezza e la nobiltà, come mi pensavo, che donano la felicità. Sarei stata felice se solo fossi stata amata in maniera normale. Massimo è stato uno dei tanti e il gioco è bello quando dura poco. Lui si è messo in testa di aprire un autosalone con due amici (Cesare Marangoni e Aurelio Facchini). Per cui lui verrà da me con mio marito (alla fine del mese) quando andrò a parlargli. Non sarà nemmeno necessario che Massimo apra bocca. Basterà la sua presenza a intimorire Camillo. Lui ha partecipato a tutte le porcherie che Camillo mi ha fatto subire negli anni. Sarò io a ricattarlo e a farmi dare parecchi soldi. Se Camillo lo vorrà io resterò con lui perché lo amo ancora ma voglio liberarmi delle sue perversioni».

    agosto 1970
    La lettera di Anna alla cugina
    • Nello stesso periodo sull’isola c’è anche la cugina e confidente di Anna, Maria Teresa Fiumanò. Le due non riescono a farsi le loro confidenze, causa i molti ospiti, e Maria Teresa se ne va. Poco prima di salpare Anna le corre incontro e le consegna una lettera: «Non ho modo di comunicare con te a voce, non c’è tempo. Non mi è rimasta altra possibilità che scriverti. Promettimi però che leggerai questa lettera solo quando sarà necessario, quando e se succederà qualcosa. Mi fido di te».

    Mercoledì 19 agosto 1970
    Le centomila lire della marchesa
    • Massimo Minorenti ha trascorso la notte con i marchesi. Camillo lo vuol pagare ma questa volta è la moglie a dare i soldi al ragazzo. Centomila lire. Camillo Casati è sconvolto, conosce troppo bene il gioco per non sapere il senso dell’improvviso gesto della moglie. Esce di casa e ne rimane lontano per alcune ore; quando torna non saluta il maggiordomo che era andato ad aprirgli la porta, un atteggiamento inconsueto per lui: è burbero ma educato.

    Venerdì 21 agosto 1970
    Dal diario del marchese
    • «Sono a terra, spossato moralmente e ancor più fisicamente» (Camillo Casati Stampa sul suo diario).

    Domenica 23 agosto 1970
    Camillino: «Vorrei tanto separarmi ma non ce la faccio»
    • «Anna mi è completamente caduta, ma la malattia che ho per lei mi lega. Non riesco a dormire, vorrei tanto. Ma coma faccio quando lei mi dice: “Tengo la linea del telefono finché non dormo”, e poi fa una telefonata, ne riceve un’altra, ne fa un’altra, e non mi dice nulla, e io nel salotto a struggermi? Perché è così perfida? Io non sopporto più questa situazione. Vorrei tanto separarmi ma non ce la faccio».

    Lunedì 24 agosto 1970
    Dal diario del marchese/2
    • «Io sto letteralmente morendo internamente e ho perso tutto…» (Camillo Casati Stampa sul suo diario).

    Mercoledì 26 agosto 1970
    Dal diario del marchese/3
    • «A Fiumicino nudissimi. Anna bella spaparanzata. Dopo un aviere nuovo… tutto divino».

    Venerdì 28 agosto 1970
    Massimo Minorenti tra le braccia di Zorika
    • Massimo Minorenti trascorre la notte da Zorika, la sua ex-fidanzata jugoslava («credo che Massimo intendesse riprendere con me una relazione che avevamo interrotto qualche tempo prima, forse proprio quando nella sua vita apparve la marchesa»). Insieme progettano un fine settimana a Porto Santo Stefano (Argentario). A lei la marchesa non piace («Con Massimo la chiamiamo “La vecchia”») e vuole allontanarlo da quella situazione. Massimo invece spera che lasciando Roma riesca a svincolarsi dalla promessa fatta ad Anna Casati. La tensione non gli fa chiudere occhio e passa la notte steso sul letto, abbracciato all’ex.

    Sabato 29 agosto 1970
    Camillo Casati va a caccia dai Marzotto
    • Camillo prende un aereo e va a Venezia. Raggiunge il suo amico Vittorio Marzotto a Valdagno per una battuta di caccia.

    Sabato 29 agosto 1970
    Massimo Minorenti raggiunge Anna Casati
    • Alle prime ore del mattino Massimo prende finalmente sonno, Zorika lo lascia dormire e se ne va dal parrucchiere ma al suo ritorno Massimo non c’è più. Appena si è svegliato ha raggiunto Anna in via Puccini.

    Sabato 29 agosto 1970
    A cena con la marchesa
    • Nel pomeriggio in via Puccini arrivano anche due amici di Massimo, Cesare Marangoni e Aurelio Facchini (quelli con cui Massimo vuole aprire l’autosalone). I quattro cenano nell’attico dei marchesi.

    Sabato 29 agosto 1970
    Le minacce del marchese Casati
    • Nel pomeriggio Anna Casati telefona al marchese dai Marzotto ma lui ancora non è arrivato. Appena lo informano la richiama ma stavolta è lei a non rispondergli. Alle 20.10 mentre il marchese è a cena riceve la telefonata della moglie. Dopo qualche minuto di conversazione il marchese le dice: «Non ti sembra di affrettare troppo le cose? Non ti sembra di essere precipitosa?». Verso le 22.45, i coniugi Marzotto vanno a dormire e il marchese rimane in compagnia del giovane Gaetano, che ha 17 anni. Camillo chiede di poter parlare ancora con Roma e lo fa tre volte. Nell’ultima, il colloquio è tempestoso. Gaetano Marzotto racconta poi al padre di avere ascoltato involontariamente una parte della telefonata: «No. No… Non precipitare le cose… Se è così fra noi tutto è finito, ma tu allora devi uscire subito di casa e lui deve mantenersi… Venite a casa mia domani, alle 18.30 e sistemeremo tutto. Se invece le cose non dovessero sistemarsi, io lo rovino, magari lo ammazzo… A te, comunque, non succederà nulla; stai tranquilla». Sempre nel corso di questa telefonata, il marchese Casati chiede alla moglie di parlare direttamente con Massimo Minorenti. Il giovane va all’apparecchio e Camillo rabbioso gli grida: «Vigliacco, marchettaro». [Lizio Zanotti, Sta. 11/9/1970] Alle due di notte, dopo l’ultima telefonata del marchese, Anna e Massimo, spaventati dalle minacce, lasciano via Puccini e vanno a casa di Cesare Marangoni in via Ripense 4. Non dorme nessuno. Anna si abbrutisce di caffè e tra una sigaretta e l’altra, ripete in continuazione: «Camillo non minaccia mai a vuoto».

    Domenica 30 agosto 1970
    Camillo abbatte 183 anatre in poche ore
    • Camillo si alza molto presto e inizia a sparare: abbatte 183 anatre. Pranza con i Marzotto, sembra molto tranquillo e subito dopo chiede di essere riaccompagnato a Venezia per prendere l’aereo del pomeriggio: «Tornerò per la prossima battuta di caccia. Verrò con Anna».

    Domenica 30 agosto 1970
    Anna Casati chiede aiuto al cugino Ninì
    • Alle 11 del mattino Anna telefona al cugino Ninì Fiumanò (ora vicequestore dirigente responsabile della Polizia postale di Napoli) che si trova a Roma con la famiglia per chiedergli di accompagnarla a casa, in via Puccini, con Massimo Minorenti. Lui si rifiuta di accompagnarla: non vuole interferire nella loro relazione ma le sconsiglia caldamente di recarsi dal marito con il ragazzo.

    Domenica 30 agosto 1970
    La lettera d’addio per Massimo Minorenti
    • Anna consegna ad Aurelio Facchini un biglietto da dare a Massimo dopo l’incontro con Camillo. Vuole chiudere definitivamente la loro relazione: «Ti scrivo mentre non so se il mio amore esiste ancora. Per me, tu non sei stato una semplice avventura. Cerca di rifarti una nuova vita. La tua Anna».

    Domenica 30 agosto 1970
    Camillo arriva a casa
    • Camillo è tornato a casa con un taxi da Fiumicino. Sono le 18 circa. Si toglie gli abiti sportivi e indossa la vestaglia da camera e le pantofole in pelle. Beve una spremuta di pompelmo, siede in poltrona e legge una lettera che Anna gli ha fatto recapitare da un cameriere: «Mio caro, perdonami se ho sbagliato, ma ti prometto che chiuderò con Massimo e torneremo amici come prima» (la lettera però non sarà mai ritrovata).

    Domenica 30 agosto 1970
    Annamaria torna dalle vacanze
    • Alle 18.40 Annamaria chiede di essere ricevuta dal padre, è appena tornata dalle vacanze, ma lui le manda a dire da un cameriere che sta aspettando gente. La figlia gli telefona («All’inizio è stato anche brusco, si è raddolcito quando io ho insistito per sapere cosa avesse. Mi ha chiesto allora come stavo, quando ero tornata dalle vacanze, se Vittoria e Livia Lancellotti erano con me. Ci siamo salutati come sempre, affettuosamente, d’accordo che sarei venuta a Palo e ci saremmo incontrati in serata o l’indomani mattina») e se ne torna a Palo Laziale dove era ospite dai Lancellotti.

    • Alle 19 Anna e Massimo arrivano in via Puccini su una Fiat 500 di uno degli amici di Massimo mentre Cesare Marangoni e Aurelio Facchini li seguono col Rover 3000 dei marchesi fin sotto al portone.
    Domenica 30 agosto 1970
    Anna Fallarino e Massimo Minorenti incontrano Camillo

    • Verso le 19.15 Anna e Massimo entrano nel salotto. Camillo li ha fatti aspettare. Ha tirato fuori dalla rastrelliera un fucile da caccia e lo carica con cinque cartucce per cinghiale (probabilmente per intimorire i due) e ha dato l’ordine ad Adriano, il cameriere, di non essere disturbato per nessun motivo. I camerieri rispettano religiosamente gli ordini del marchese, lo temono molto. Sa come essere generoso ma se qualcosa va storto rischiano il posto di lavoro e alcune ossa rotte.
    Domenica 30 agosto 1970
    Omicidio-suicidio

    • Il marchese, in un raptus di follia dovuto alla gelosia e al rancore covato negli ultimi mesi, carica il suo Browning calibro 12 da caccia e abbatte la moglie con tre colpi, l’amante con due e poi si suicida.
    Domenica 30 agosto 1970
    «Noi non possiamo entrare. Il marchese ce lo ha impedito»

    • Più tardi i camerieri di via Puccini chiamano Velia, la sorella di Anna che si trova nella villa di Rocca di Papa. Sono preoccupati dalle grida disperate provenienti dal salotto: «Noi non possiamo entrare. Il marchese ce lo ha impedito».

    Domenica 30 agosto 1970
    La scena del delitto
    • Alle 21.30 Velia Fallarino in Spanò entra nel salotto di via Puccini 9 con Adriano, il cameriere e Cesare Marangoni che aspettava giù al portone. C’è sangue dappertutto: sui tendaggi di broccato, sui mobili di Luigi XV, sulle poltrone papaline. La sorella è seduta su di una poltrona, con le gambe fasciate da un paio di pantaloni, accavallate e poggiate su uno sgabello. È stata colpita al braccio, alla gola e al seno. Dallo squarcio sul torace si intravedono le protesi di silicone che si era fatta inserire qualche mese prima. Massimo Minorenti, colpito alla schiena e alla nuca, giace mezzo raggomitolato a braccia conserte in una pozza di sangue dietro il tavolinetto. Indossa una camicia fantasia su dei pantaloni in pelle. È morto con un occhio spalancato. Il marchese è riverso sulla schiena dietro una poltrona, il capo dilaniato, vicino a lui il suo Browning calibro 12. Sul muro retrostante pezzi di materia cerebrale, sul quadro il suo orecchio. È probabile che si sia servito della poltrona per puntarsi il fucile sotto il mento.

    Domenica 30 agosto 1970
    Tutti al 9 di via Puccini
    • Velia fa chiamare la Croce Rossa e la Polizia. Appena saputa la tragedia il cugino Ninì torna a Roma e va direttamente in via Puccini. Nel salotto trova una folla di gente, cronisti, fotografi, camerieri, parenti di Anna, amici di Massimo, poliziotti, vicini di casa. Anche Annamaria torna di corsa a Roma, ma non ha il coraggio di entrare nel salone (tuttavia sarà lei a fare il riconoscimento ufficiale dei tre cadaveri).
    • Alle 22 irrompono nel salotto il vicecapo della squadra mobile Ferrante, i funzionari della omicidi Gianfrancesco, Maini e Scali e il magistrato di turno Scorza.

    Domenica 30 agosto 1970
    La Fallarino leggeva Baudelaire
    • Annamaria entra nello studio, tra le grandi vetrine bianchissime, piene di bacheche, i libri della sua matrigna sono pochissimi. Uno è I fiori del male rimasto aperto su questi versi: «Poiché s’era già spento il lume tutto in giro – il focolare solo la stanza rischiarava – qualora esso guizzava un ardente sospiro – inondava di sangue quella sua pelle d’ambra».

    Domenica 30 agosto 1970
    Il diario verde del marchese Casati
    • Durante la perquisizione dello scrittoio di Camillo vengono ritrovati il diario con la copertina verde del marchese nel quale lui appuntava ogni giorno gli incontri promiscui, i suoi pensieri, le sue fantasie e più di 1.500 foto di Anna nuda o in gonna di pelle con le gambe divaricate con fruste e catene, e un calendario di donnine sul retro del quale il marchese ha scritto: «Muoio perché non posso sopportare il tuo amore per un altro uomo. Quel che faccio lo devo fare. Perdonami. E qualche volta vienimi a trovare» (il calendario è scomparso).

    Lunedì 31 agosto 1970
    L’Italia si scandalizza
    • Tutti i giornali gridano allo scandalo. Il Messaggero titola: «Il marchese Casati Stampa uccide moglie e amico, poi si spara in faccia». Nell’occhiello: «Il dramma della gelosia». Quotidiani e riviste maschili titolano: «Il diario del marchese»; «Le foto proibite della marchesa»; «I turpi festini dei nobili degenerati»; «Camillo Casati di Soncino uccide la moglie, l’amante della moglie e si uccide»; pubblicano le immagini della marchesa nuda. Molti degli amanti pagati da Camillino si fanno avanti raccontando le loro avventure, o pubblicando alcuni carteggi in cambio di qualche soldo. [Leggi la lettera di Camillo Casati ad una coppia di scambisti e la lettera scritta dal marchese (con il nome della moglie) alla rivista Men]

    • Remo Lorenzoni, il macellaio romano che era stato uno dei primi amori di Anna appena arrivata dalla provincia: «Siamo stati fidanzati tre anni. Avremmo dovuto sposarci – ricorda – non se ne fece più niente. Non riesco a credere che sia finita così. I giornali parlano tutti di orge, perversioni, di cose strane che avrebbe fatto con il marchese. Io la ricordo come era allora: una ragazza semplice, capace di badare a se stessa. Io posso ricordarla solo in questo modo, e voglio dirlo a tutti, adesso che ognuno parla di lei come l’ultima delle donne. Anna non sarebbe mai diventata così – conclude l’ex fidanzato – se qualcuno non l’avesse traviata».

    • Un allegato al Corriere d’Italia: «Il vero Diario della Marchesa Anna Casati Fallarino», corredato di 212 pagine e di 150 foto, sia in bianco e nero che a colori. In copertina c’è un puzzle fotografico (formato cm 15×24, brossurato). Al centro un ovale con lei ancora una volta nuda, con occhiali e cappellone con nastro. Poi degli spicchi a corona intorno alla foto principale: lei nuda in cravatta, un’altra di lei, ovviamente anche qui nuda, inquadrata dal basso mentre si sorregge il seno con l’avambraccio e i capelli al vento. Poi un ennesimo mezzobusto della serie nuda con cravatta e una foto in bianco e nero con Anna e Camillo in abito da sera ad un ricevimento. All’interno, dove l’editore si fa coraggio e pubblica le inquadrature genitali, una frontiera che allora era temeraria anche nelle riviste per soli adulti.

    • L’Osservatore Romano in un articolo di Raimondo Manzini: «Il tragico evento passionale che occupa le cronache di Roma con diffuse informazioni illustrative e figurative sulle tre vittime della strage e sui loro rapporti rivela al suo fondo degradazioni e tolleranze di ordine coniugale ed extra coniugale che gettano sinistra luce sui cedimenti di costume cui giunge il nostro tempo. Non basta la dignità di una famiglia, il privilegio di un nome, l’eredità d’una tradizione a salvaguardare da diffuse e abominevoli esperienze: la ricchezza, anzi, può diventare condizione agevole al perseguimento di torbide licenze».

    Lunedì 31 agosto 1970
    Il profilo del marchese secondo Servadio
    • Emilio Servadio (psicanalista e sessuologo, presidente del centro psicoanalitico di Roma) in un’intervista a Sandro Ottolenghi per l’Europeo: �«Quello che colpisce nel profilo psicologico del marchese Casati sono le sue deviazioni. (…) Per prima cosa c’è quello che si chiama voyerismo, cioè il desiderio di assistere, vedere, osservare. Ma anche di più. Quest’uomo non solo si compiaceva dei rapporti della moglie con altri uomini, ma li fotografava, li filmava, li esigeva e li promuoveva in ogni occasione. (…) C’è sempre una componente omosessuale. (…) �Senza rendersene conto, in poche parole, l’individuo proietta la sua componente femminile sulla donna, (…) e l’incontro diventa veramente omosessuale. (…) Questi individui hanno anche una forte componente sado-masochista. In fondo, loro si pongono come vittime di una situazione, sono mariti traditi. (…) �Casati non era uno di quegli uomini a cui piace farsi frustare o picchiare, ma quello che chiamerei masochismo morale lo trovo evidente nel suo comportamento. (…)»

    Mercoledì 2 settembre 1970
    Gli abiti per la sepoltura dei marchesi
    • Annamaria sceglie gli abiti per la sepoltura. Per il padre uno spezzato: giacca scura e pantaloni chiari, cravatta colorata su camicia bianca. Anna invece è avvolta da un completo di velluto foderato di seta con ricami di perline e guarnizioni d’argento sulle maniche, tutto cosparso di pietre dure. Domani, a Muggiò, i funerali.

    Giovedì 3 settembre 1970
    I funerali dei marchesi Casati Stampa
    • Con una cerimonia semplice i corpi di Camillo Casati Stampa marchese di Soncino e della moglie Anna Fallarino sono stati inumati nella cappella mortuaria di famiglia al cimitero di Muggiò. Le due salme sono giunte nel piccolo centro della provincia poco dopo le 7.30, a bordo di due autofurgoni di un’impresa di pompe funebri di Roma. Alle 9.30 è arrivato don Luigi Gadda, il parroco della chiesa di San Pietro e Paolo a Muggiò, e la cerimonia ha avuto inizio. Poche le persone presenti. La figlia Annamaria, vestita di un golf nero sopra una gonna blu con borsa a tracolla, è entrata nel cimitero da un ingresso secondario per evitare fotografi e curiosi. In chiesa Gabrio Visconti di San Vito, che l’ha abbracciata. Accompagnata dal giovane, che le è sempre stato vicino per tutto il tempo che si è trattenuta nel cimitero, ha raggiunto il piccolo recinto che ospita le tombe di famiglia. Con lei c’era anche la sorella di Anna Fallarino, Velia, vestita a lutto con un soprabito nero, con la figlia maggiore (uniche rappresentati della famiglia della marchesa). Le bare, in noce massiccio, vengono trasportate con un carrello dalla chiesa fino al luogo della sepoltura, prima quella della donna, poi quella del marito, e vengono sistemate nella tomba dove si trova sepolto il padre del marchese. La prima a scendere nel loculo è quella del marchese, Annamaria ha lo sguardo fisso ma non tradisce alcuna emozione. Molto commosso appare invece il maggiordomo dei marchesi Casati Stampa, Adriano Boni. Il giovane ha seguito la cerimonia della sepoltura in silenzio, con gli occhi arrossati. Tumulate le salme, Annamaria Casati ha subito lasciato il cimitero, accompagnata da Gabrio Visconti di San Vito. La giovane ha percorso a passo svelto il breve tratto di sentiero che porta all’uscita secondaria ed è salita su di una 124 bianca targata Napoli (a bordo della quale si trovavano altre due giovani parenti e un uomo), che è partita alla volta di Arcore. Tra gli altri erano presenti Cesare Previti, un giovane avvocato, qualche amico della marchesina e tre donne del paese.

    Giovedì 3 settembre 1970
    I funerali di Minorenti
    • I funerali di Massimo Minorenti si sono svolti a Roma nella chiesa di San Lorenzo Fuori le Mura. Veste un completo nero e una camicia molto accollata, tra le mani incrociate un rosario in legno. La bara dopo la funzione viene trasportata al Cimitero di Guidonia. Al Verano non ci sono più posti.

    Martedì 22 settembre 1970
    Il testamento del marchese Casati Stampa
    • Pubblicato il testamento del Marchese Casati Stampa di Soncino. Il documento autografo è firmato al 19 luglio 1961 e non è mai stato modificato. Il marchese nomina sua unica erede Anna Fallarino. Alla figlia Annamaria Casati lascia 100 milioni di lire e un’assicurazione sulla vita e alla madre l’uso degli appartamenti di palazzo Barberini vita natural durante. I periti devono quindi accertare che Anna abbia esalato l’ultimo respiro prima del marito, altrimenti la marchesina dovrà spartire il patrimonio con i Fallarino.

    Lunedì 9 agosto 1971
    La marchesina unica erede
    • I congiunti di Anna Fallarino non parteciperanno alla spartizione dell’eredità del marchese. L’inchiesta, finita con una sentenza di archiviazione, ha accertato che la marchesa spirò prima del marito. Ciò significa che il patrimonio dei Casati (stimato in 400 miliardi) va alla figlia di primo letto Annamaria, 19 anni. I congiunti della Fallarino avranno i cospicui beni personali della marchesa.
    Tratto da contributi di Vincenzo Cerami e Niní Fiumanò

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  • Il lato oscuro di don Gelmini

    Il lato oscuro di don Gelmini

    I funerali di don Pietro Gelmini – La lunga esistenza terrena di don Pietro Gelmini, celebrità mediatico-ecclesiastica e fondatore della Comunità Incontro, si è conclusa il 12 agosto 2014 dopo 89 anni di pensieri, parole, opere, guai giudiziari e accuse infamanti.

    La destra italiana, verso la quale Gelmini aveva una spiccata (e ricambiata) simpatia, si è profusa in lodi sulla persona e l’operato di don Pierino. Carlo Giovanardi l’ha definito “un gigante dell’impegno sociale e civile, in prima linea da sempre per strappare i tossicodipendenti e le loro famiglie dall’incubo della droga.” E anche per Gianni Alemanno abbiamo avuto l’onore di trovarci di fronte a un “gigante che ha fatto del bene in tutto il mondo”, sfidando “senza riserve il mostro della droga.”

    La stampa si è prontamente unita al coro di lamenti e celebrazioni, parlando di Don Gelmini come di un “guerriero della vita”, una specie di Martire Del Bene impegnato in una lotta senza quartiere alle storture del mondo. Certo, la maggior parte delle testate hanno ricordato (quasi con fastidio) che Gelmini era finito in una “complessa inchiesta” per presunte molestie sessuali su decine di “ospiti” della sua comunità—con la scontata postilla: “comunque non c’entrava nulla, come ha ribadito più volte”—ed era comunque “una figura discussa” o un “prete controverso”, senza naturalmente andare troppo a fondo sul perché la sua figura fosse discussa o controversa.

    Lo sbianchettamento a reti unificate della vita del prete, condotto con grande zelo e aiutato dalla pausa di Ferragosto, ha rimosso praticamente tutte le zone d’ombra che negli anni hanno offuscato le imprese di don Gelmini. Se si ricostruisce la sua reale biografia, infatti, il ritratto che ne viene fuori è quello di un uomo molto attaccato alla materialità e tutt’altro che “santo.”

    Pietro Gelmini nasce a Pozzuolo Martesana, provincia di Milano, il 19 gennaio 1925. Viene ordinato prete nel 1949, nella diocesi di Grosseto. È fratello del più celebre (almeno all’inizio) padre Eligio, frate che “preferiva il cachemire al ruvido panno francescano”, “confessore e assistente spirituale di vip e calciatori” nonché “precursore di tante figure di preti mediatici e mondani che frequentano salotti, feste e studi televisivi.” Tra le altre cose, Padre Eligio aveva un’autentica passione per le auto di lusso—una passione che in un’intervista spiegò in questo modo: “L’auto per me è un’occasione di stare con Dio.”

    Negli anni ’60 Gelmini diventa segratario del cardinale Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires fino al 1959, e si inserisce nella comunità di Casal Palocco a Roma. La svolta nella vita del sacerdote—così narra l’epica sul personaggio—avviene il 13 febbraio del 1963 a seguito dell’incontro con Alfredo, un giovane della borgata romana che “smaltiva la sbornia del suo compleanno” sui gradini della chiesa di Sant’Agnese a  piazza Navona. “A zì prete, damme ‘na mano,” gli dice Alfredo. “Nun vojo soldi. Nun vedi che sto male?” Alfredo viene poi accolto in casa da don Gelmini, che “da quel momento cominciò il suo impegno con i tossicodipendenti.”

    In parallelo a quell’episodio vagamente pasolinano, però, sempre in quegli anni arriva una diffida dalla Curia per abuso di titolo: Gelmini, infatti, andava in giro facendosi chiamare “monsignore.” Oltre ai problemi con le autorità ecclesiastiche, don Pierino inizia ad avere grossi grattacapi anche con la giustizia dello Stato italiano.

    Il 13 novembre del 1969 arriva il primo arresto. I carabinieri prelevano don Gelmini nella sua villetta all’Infernetto con le accuse di bancarotta fraudolenta e appropriazione indebita per il fallimento della cooperativa edilizia “Tre Fontane” (collegata alle Acli), di cui il sacerdote era presidente e liquidatore. Nel giardino della sua abitazione le forze dell’ordine trovano una fiammante Jaguar—probabilmente utilizzata per attenersi più strettamente ai precetti evangelici—che gli vale il soprannome di “padre Jaguar.”

    Tra le persone che denunciano Gelmini per appropriazione indebita ci sono anche Ngô Ðình Thuc, arcivescovo della città di Huè e fratello di Ngô Ðình Diêm (dittatore assassinato nel 1963) e la signora Nhu, vedova dell’ex presidente. Stando a un articolo del 1971, Nhu era fuggita dal suo paese ed era approdata a Roma “con i figli e notevoli conti in banca.” Decide di comprare una villa e, tramite il cognato Thuc, conosce don Gelmini. “Il prelato,” continua la cronaca, “si incaricò di trovarle una villa con parco dal valore di 300 milioni [di lire].” L’arcivescovo dalla Svizzera comincia a inviare soldi a Gelmini per pagare le rate del mutuo, ma i due si accorgono che qualcosa non torna. Secondo i vietnamiti, infatti, il sacerdote italiano “si sarebbe appropriato di 60 milioni di lire dell’arcivescovo Thuc e di 13 milioni della signora Nhu.”

    Ritaglio de La Stampa del 14 marzo 1976.

    Don Pierino viene condannato in primo grado a quattro anni di reclusione per i reati addebitatigli e inizia a scontare la pena in carcere. In un articolo sul Messaggero dell’epoca si legge: “Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi.” Nel 1974 la Corte d’Appello di Roma dimezza la condanna a due anni di carcere (l’appropriazione indebita, nel frattempo, è stata estinta per l’amnistia del 1971), e l’anno successivo la Cassazione la conferma rendendola definitiva.

    Scontata la pena, il Vaticano gli impone “un periodo di ‘esilio’ a Grosseto.” Finito l’“esilio”, Gelmini torna a Casal Palocco e si trasferisce in una villa più spaziosa, che La Stampa descrive così: “Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto bianco, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera.”

    Ma i guai con la giustizia non finiscono qui. Nel 1976 è arrestato nuovamente, insieme al fratello e all’avvocato siciliano Carmelo Conte, dipinto da La Stampa come “ostentatore di ricchezza” nonché “spalla in campo giuridico” degli affari del “clan” Gelmini. I tre sono accusati di “aver ricevuto una bustarella di 50 milioni da Vito Passera, un imprenditore in difficoltà, per farlo diventare console onorario della Somalia ed avere facilitazioni nel commercio di burro tra gli Usa e il paese africano.” Le accuse si rileveranno poi infondate e il procedimento si chiuderà senza conseguenze.

    La ricostruzione della storia giudiziaria di don Pierino fatta dal programma Matrix nel 2007.

    Nel 1979 don Gelmini disse di aver rinunciato alla “carriera per salire su una corriera di balordi”—ossia la Comunità Incontro. In quell’anno, infatti, Gelmini rileva un frantoio abbandonato, il Mulino Silla ad Amelia, e ne fa la sede della sua comunità. Il recupero dei tossicodipendenti è imperniato sulla Cristoterapia, un metodo in cui—ha detto lo stesso Gelmini—“si pone l’accento principale sul potere risanatore di Cristo.”

    Il comune di Amelia concesse il frantoio in comodato d’uso, ma la relazione con la giunta si incrinò quando Luciano Lama, ex leader della Cgil, venne eletto sindaco nel 1988. “Erano gli anni del boom delle comunità,” scrive Marco Lillo su l’Espresso, “e don Pierino non badava troppo al codice urbanistico. I piccoli casali abbandonati diventavano imponenti ostelli. Mensa, campo di calcio, sotterranei, tutti edificati a fin di bene, ma tutti abusivi, furono immediatamente segnalati da Lama alla Procura.” Alla fine, sempre secondo Lillo, tutto sarebbe stato sanato “grazie anche ai socialisti della giunta.”

    La consolidazione e l’ascesa della Comunità Incontro—che ufficialmente conta 164 sedi residenziali in Italia e 74 all’estero (anche se i dati sono stati contestati dalla giornalista Stefania Nardini)—vengono accompagnati da critiche piuttosto feroci sulla trasparenza finanziaria e sulla gestione degli ospiti.

    Nel 2004 esce il libro Mara come me del giornalista Marco Salvia, uno dei più vocali accusatori di Gelmini, che racconta la difficile vita all’interno di una comunità di recupero. La storia è romanzata e i nomi sono cambiati, ma l’anno dopo l’autore pubblica una lettera in cui dichiara che i fatti narrati nel libro sono reali e autobiografici, e che il personaggio di “don Luigi”, capo supremo della comunità, è in realtà “ispirato direttamente” a don Gelmini.

    “Ricordo bene don Gelmini, urlare come un folle al minimo accenno di dissenso, il lavaggio del cervello, i soprusi,” ha scritto Salvia. “Il mio soggiorno presso la comunità Incontro fu un incubo ad occhi aperti, pieno di eventi crudeli e arbitrari.” In un’intervista su Il Manifesto pubblicata nel 2011, il giornalista ha ribadito che all’interno della comunità di Gelmini si eserciterebbe “un grande controllo carismatico su persone molto fragili come i tossicodipendenti e le loro famiglie.”

    In parallelo alla fiorente attività della Comunità, che Gelmini ha sempre descritto come un’associazione “laica” e non religiosa, ci sono i rapporti con il Vaticano e quelli con la politica. I primi sono sempre stati piuttosto tesi. Negli anni ’70, ricorda l’articolo de La Stampa del 1976, “denunce e proteste giungono al vicariato di Roma anche da parte del parroco di Casal Palocco,” e per due volte don Pierino è convocato, “diffidato dall’usare la veste che non gli spettava e sospeso ‘a divinis’.”

    La notizia del falso arresto di don Gelmini, da La Stampa del 5 gennaio 1997. La beffa mediatica era stata orchestrata da Luther Blissett.

    Per risolvere una volta per tutti i problemi legati all’uso indebito di titoli ecclesiastici, nel 1988 Gelmini riesce a farsi insignire del titolo di Esarca Mitrato della Chiesa cattolica greco-melkita. Questa investitura, dice la biografia ufficiale, “gli apre le porte del Medio Oriente” e gli dà il diritto di usare l’anello, la mitra, la croce e la pastolare, pur non essendo vescovo.

    I rapporti con la politica, invece, sono sempre stati eccellenti e hanno sicuramente contribuito all’espansione del piccolo impero del sacerdote. Don Gelmini, che è considerato uno degli ispiratori della legge Fini-Giovanardi recentemente bocciata dalla Corte Costituzionale, è sempre stato molto vicino a Udc e Alleanza Nazionale.

    Il 4 marzo 2000 don Gelmini partecipa alla presentazione del “manifesto” di AN, “Valori e idee senza compromessi”, in qualità di illustre testimonial anti-droga. A un certo punto don Pierino allarga il suo intervento ed evoca scenari apocalittici e scontri di civiltà: “I musulmani tra poco in Italia saranno il 10-15% della popolazione e metteranno a rischio la purezza dei nostri valori. Un tempo venivano per predare le nostre città, oggi hanno una parola d’ ordine: sposare le donne cattoliche per convertirle all’ Islam. Bisogna bloccare questo germe.” Le cronache dell’epoca riportano l’“imbarazzo” di Gianfranco Fini, la platea che “va in delirio” e le mani che si spellano per don Pierino.

    All’80esimo compleanno di don Gelmini viene organizzata una megafesta che probabilmente racconta meglio di ogni altro episodio gli appoggi politici di cui poteva godeva il sacerdote. Tra gli invitati ci sono diversi ministri (Maurizio Gasparri, Rocco Buttiglione e Pietro Lunardi), una sfilza di sottosegretari, parlamentari come Gustavo Selva (il cui nome venne ritrovato tra le liste della P2, anche se ne ha sempre smentito l’iscrizione) e volti noti di Tangentopoli quali l’ex Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, condannato in via definitiva per associazione a delinquere e corruzione. Alla festa non può mancare nemmeno Silvio Berlusconi, grande amico personale di don Gelmini, che come regalo gli stacca un assegno da 5 milioni di euro per costruire una comunità in Thailandia.

    Nel 2007, quando la procura di Terni inquisisce Gelmini per presunti abusi sessuali nei confronti di una decina di ospiti della comunità, l’impero sembra sul punto di crollare. Don Pierino nega tutti gli addebiti e grida al complotto ordito nei suoi confronti da “toghe rosse”, “poliziotti infami” e dalla lobby “ebraico-radical chic” che punta a “indebolire la Chiesa tutta.”

    Il riferimento alla lobby ebraica scatena un putiferio, e Gelmini si vede costretto a correggere il tiro: “Chiedo scusa agli ebrei. Io ho molto rispetto e molta considerazione per loro. C’ è questa loggia massonica-radical chic, invece, che sicuramente combatte la Chiesa su tutti i fronti.” Nonostante le polemiche e la gravità della accuse, Gelmini viene difeso a spada tratta dai suoi sponsor politici e anche da una parte del mondo cattolico. Il saggista Vittorio Messori, ad esempio, in un’intervista arriva a dire una cosa del genere: “Un uomo di Chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? Se fosse così per don Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo ma di questi ragazzi ne avesse salvati migliaia, e allora?”

    In realtà, già prima del 2007 giravano accuse piuttosto scabrose nei confronti di don Pierino. Nel 1991 venne ritrovato sgozzato a Rimini Fabrizio Franciosi, che anni prima era stato ospite della Comunità Incontro. Durante le indagini il fratello gemello della vittima afferma che, poco prima di morire, Franciosi gli aveva “confidato di essere venuto a conoscenza di molestie compiute all’interno della comunità di Amelia; e per questo motivo sarebbe stato picchiato, minacciato e cacciato dal centro.”

    Nel 2003 don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus, riceve la lettera di un ragazzo che dice di aver subito molestie sessuali da don Gelmini nel 1993, quando era ospite della sua comunità. Oltre a questi casi, ci sono anche le accuse fatte da Bruno Zanin nell’autobiografia Nessuno dovrà saperlo, in cui afferma di aver subito molestie dal sacerdote quando era minorenne.

    Vittorio Sgarbi difende don Gelmini e attacca i “ragazzotti” che si sono “fatti stoccazzare”.

    Per difendersi meglio dall’inchiesta della procura, nel marzo del 2008 don Gelmini ottiene dal pontefice di essere ridotto allo stato laicale. “Papa Benedetto XVI ha fatto bene ad accogliere la mia richiesta,” dichiara Gelmini, “perchè credo che la libertà dell’individuo venga prima di ogni cosa.” Qualche giorno dopo, però, don Pierino si scaglia contro il Vaticano: “L’inferno non esiste nell’aldilà: esiste qui, su questa terra, dovrebbero capirlo quelli che stanno nei palazzoni, laggiù, in Vaticano, dove c’è il migliore paradiso possibile, quello dei ricchi e dei potenti.”

    A giugno del 2010 don Gelmini viene rinviato a giudizio, ma il processo—che comunque andava molto a singhiozzo per i continui rinvii dovuti alle condizioni di salute di Gelmini—non si farà mai, mettendo una pietra sopra all’accertamento (o meno) delle responsabilità di “padre Jaguar.”

    Quello che rimane, dunque, è la figura di personaggio adorato e odiato in egual misura, un “giusto” per alcuni e un impostore per altri, un uomo perfettamente inserito nella società dello spettacolo e in un preciso milieu politico, un prete in rotta con le gerarchie vaticane e insofferente alle restrizioni imposte dal codice penale.

    “Don Gelmini è buono come Dio,” disse una volta il fondatore di Comunione e Liberazione, Don Giussani. “Se penso a un esempio vivente di Cristo vedo lui.” Ecco, qualcosa mi dice che Dio e Gesù Cristo potrebbero non essere entusiasti di questo paragone.

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    https://www.vice.com/it/article/morte-don-gelmini-biografia-395

  • Muore don Pierino Gelmini, la vita tra tossicodipendenti e accuse di pedofilia

    Muore don Pierino Gelmini, la vita tra tossicodipendenti e accuse di pedofilia

    Addio a don Pierino Gelmini, 89 anni, fondatore della Comunità Incontro di Amelia per il recupero dei tossicodipendenti. Don Gelmini, da tempo malato, se ne è andato nella sera di martedì nelle sue stanze di Molino Silla di Amelia, vicino a Terni, stroncato da un infarto. Accanto a lui i suoi più stretti collaboratori.

  • Molestie sessuali. Morto l’impunito don Gelmini

    Molestie sessuali. Morto l’impunito don Gelmini

    È morto questa sera don Pierino Gelmini, fondatore della Comunità Incontro di Amelia. Don Gelmini era da tempo malato. È morto nelle sue stanze di Molino Silla di Amelia. Accanto a lui i suoi più stretti collaboratori.

    “È stato assistito fino in ultimo dai ragazzi che lui ha assistito per una vita” ha detto Gianpaolo Nicolasi, uno dei suoi più stretti assistenti. Don Gelmini è stato da sempre impegnato nel recupero dei tossicodipendenti. La comunità ha sedi in tutto il mondo.

    Ex prete, Don Gelmini era stato ridotto nel 2008 allo stato laicale in seguito alle indagini per abusi sessuali, dopo le accuse di una decina di ex ospiti delle sue strutture. Nel marzo 2008 la Procura di Terni ne ha chiesto il rinvio a giudizio e lui si è sempre dichiarato innocente.

    Dopo una lunga sospensione per gravi condizioni di salute, il 6 febbraio 2014 era ripreso il processo, nuovamente sospeso lo scorso primo luglio dopo che una perizia aveva stabilito che – date le sue condizioni di salute – don Gelmini non era in grado di partecipare coscientemente al processo a suo carico.

    http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/morto-don-gelmini-fondatore-della-comunita-Incontro-9399f2e0-da0b-4666-9585-cd1e05774e5e.html

  • Ancora un rinvio per il processo a Don Gelmini: incapace di essere in giudizio

    Ancora un rinvio per il processo a Don Gelmini: incapace di essere in giudizio

     TERNI – Don Pierino Gelmini non e’ in grado di “partecipare coscientemente” al processo a suo carico a causa dell’aggravamento delle condizioni di salute: e’ quanto emerge dalla perizia medico-legale disposta dal tribunale di Terni, sulla base della quale i giudici hanno deciso nell’udienza di oggi di sospendere momentaneamente il processo nei confronti del fondatore della Comunita’ Incontro, accusato di violenza sessuale ai danni di una decina di allora ospiti della struttura di Molino Silla di Amelia.

    In particolare secondo la consulenza redatta dal dottor Michele Moretti, le condizioni diagnosticate impediscono all’imputato “la capacita’ di esercitare consapevolmente lo specifico diritto all’autodifesa e quindi di partecipare coscientemente al processo”.

    I giudici hanno comunque fissato una nuova udienza, il 4 marzo 2015, data entro la quale lo stesso specialista dovra’ verificare nuovamente le condizioni di don Pierino.

    La perizia era stata richiesta dal pm Barbara Mazzullo, dopo che gia’ la difesa dell’ex sacerdote (sostenuta dall’avvocato Manlio Morcella) aveva presentato una perizia di parte in cui si evidenziava la “persistente incapacita’ di intendere e di volere” dell’imputato.

    Don Gelmini si e’ sempre proclamato estraneo agli addebiti, rivendicando la correttezza del proprio operato.

    Sempre oggi e’ stato intanto dichiarato prescritto il reato contestato all’altra imputata, Patrizia Guarino, madre di una delle parti lese, accusata di favoreggiamento nell’ambito dello stesso procedimento.

    Don Gelmini: assistito 24 ore su 24 in Comunità ad Amelia
    Affetto da diverse patologie e da demenza senile, don Pierino Gelmini da oltre un anno e mezzo non si muove piu’ dalla camera del suo appartamento a Molino Silla di Amelia, la casa madre della Comunita’ Incontro. Assistito 24 ore su 24 dal personale della struttura che si avvale anche di specialisti medici e infermieristici esterni.

    “Lui per 60 anni si e’ fatto carico della Comunita’ e ora la Comunita’ si prende cura di lui” spiega all’ANSA Giampaolo Nicolasi, uno dei piu’ stretti collaboratori dell’ex sacerdote.

    Nel 2008, su sua richiesta, l’ottantanovenne don Gelmini e’ stato ridotto allo stato laicale “per difendersi meglio” nel processo per molestie sessuali su una decina di allora ospitidella Comunita’ oggi momentaneamente sospeso dal tribunale di Terni proprio per le sue condizioni di salute. Il sacerdote ha infatti sempre respinto ogni addebito e rivendicato la correttezza del proprio operato.

    Le condizioni di salute di don Gelmini sarebbero progressivamente peggiorate dopo l’ultimo ricovero in ospedale, un anno e mezzo fa. E’ affetto da diverse patologie a cuore e reni e dal diabete, oltre che dalla demenza senile. E’ costretto a rimanere a lungo a letto nella sua camera.

    Il fratello, padre Eligio, e la sorella, Clelia, anche lei molto anziana, chiamano costantemente la Comunita’ Incontro per tenersi informati delle condizioni di quello che tutti continuano a chiamare “il don”.

    Intorno a lui l’attivita’ della Comunita’ Incontro va comunque avanti come sempre. La struttura specializzata nel recupero di tossicodipendenti ha decine di sedi in Italia e nel mondo. A guidarla e’ un comitato direttivo voluto proprio da don Gelmini tempo fa.

  • Don Gelmini peggiora, disposta la perizia

    Don Gelmini peggiora, disposta la perizia

    Servirà a stabilire se e’ capace di intendere e volere e quindi di stare in giudizio. Lo ha deciso il Tribunale di Terni

    Don Pierino Gelmini dovra’ essere sottoposto a una perizia medica per stabilire se e’ capace di intendere e volere e quindi di stare in giudizio: e’ quanto ha deciso ieri il tribunale di Terni alla ripresa del processo nei confronti del fondatore della Comunita’ incontro, accusato di violenza sessuale ai danni di una
    decina di ospiti della comunita’ di Molino Silla di Amelia (accuse che il sacerdote ha sempre respinto).

    La perizia e’ stata chiesta dal pm Barbara Mazzullo dopo che la difesa di don Pierino, sostenuta dall’avvocato Manlio Morcella, ha presentato una consulenza di parte, redatta dal professor Francesco Bruno e dal dottor Alvaro Paolacci, in cui si evidenzia “l’attuale e persistente incapacita’ di intendere e volere” di don Pierino, oggi 89enne, alla luce del peggioramento del suo stato di salute. L’incarico al medico legale che dovra’ redigere la perizia, il dottor Michele Moretti, sara’ affidato il prossimo 25 marzo.

    Nell’udienza di ieri le parti civili (alcune delle quali si sono opposte al nuovo rinvio del processo) hanno anche richiesto la citazione, come responsabile civile, dell’Associazione Comunita’ Incontro Onlus. Su questa istanza i giudici si sono riservati la decisione. Recentemente la Corte costituzionale si era pronunciata negativamente in merito alla sospensione del processo decisa nel maggio 2012 dal tribunale sulla base di impedimenti dell’imputato connessi a patologie esclusivamente fisiche e non psichiche, come viene richiesto invece ora dalla difesa.

    http://www.lanazione.it/umbria/cronaca/2014/02/06/1021919-gelmini_peggiora_disposta_perizia.shtml

  • Adesso don Gelmini è pazzo ?

    Adesso don Gelmini è pazzo ?

    Don Gelmini, una perizia potrebbe far sospendere il processo.

    Terni – Don Pierino Gelmini dovrà essere sottoposto a una perizia medica per stabilire se è capace di intendere e volere e quindi imputabile: è quanto ha deciso oggi il tribunale di Terni alla ripresa del processo nei confronti del fondatore della Comunità incontro, accusato di violenza sessuale ai danni di una decina di ospiti della comunità di Molino Silla di Amelia (accuse che il sacerdote ha sempre respinto).

    La perizia è stata chiesta dal pm Barbara Mazzullo dopo che la difesa di don Pierino, sostenuta dall’avvocato Manlio Morcella, ha presentato una consulenza di parte, redatta dal professor Francesco Bruno e dal dottor Alvaro Paolacci, in cui si evidenzia «l’attuale e persistente incapacità di intendere e volere» di don Pierino, oggi 89enne, alla luce del peggioramento del suo stato di salute. L’incarico al medico legale che dovrà redigere la perizia, il dottor Michele Moretti, sarà affidato il prossimo 25 marzo.

    Nell’udienza di oggi le parti civili (alcune delle quali si sono opposte al nuovo rinvio del processo) hanno anche richiesto la citazione, come responsabile civile, dell’Associazione Comunità Incontro Onlus. Su questa istanza i giudici si sono riservati la decisione. Recentemente la Corte costituzionale si era pronunciata negativamente in merito alla sospensione del processo decisa nel maggio 2012 dal tribunale sulla base di impedimenti dell’imputato connessi a patologie esclusivamente fisiche e non psichiche, come viene richiesto invece ora dalla difesa.

    ix.it/p/italia/2014/02/06/AQHAariB-sospendere_processo_potrebbe.shtml

  • Don Gelmini, una perizia potrebbe far sospendere il processo

    Don Gelmini, una perizia potrebbe far sospendere il processo

    Terni – Don Pierino Gelmini dovrà essere sottoposto a una perizia medica per stabilire se è capace di intendere e volere e quindi imputabile: è quanto ha deciso oggi il tribunale di Terni alla ripresa del processo nei confronti del fondatore della Comunità incontro, accusato di violenza sessuale ai danni di una decina di ospiti della comunità di Molino Silla di Amelia (accuse che il sacerdote ha sempre respinto).

    La perizia è stata chiesta dal pm Barbara Mazzullo dopo che la difesa di don Pierino, sostenuta dall’avvocato Manlio Morcella, ha presentato una consulenza di parte, redatta dal professor Francesco Bruno e dal dottor Alvaro Paolacci, in cui si evidenzia «l’attuale e persistente incapacità di intendere e volere» di don Pierino, oggi 89enne, alla luce del peggioramento del suo stato di salute. L’incarico al medico legale che dovrà redigere la perizia, il dottor Michele Moretti, sarà affidato il prossimo 25 marzo.

    Nell’udienza di oggi le parti civili (alcune delle quali si sono opposte al nuovo rinvio del processo) hanno anche richiesto la citazione, come responsabile civile, dell’Associazione Comunità Incontro Onlus. Su questa istanza i giudici si sono riservati la decisione. Recentemente la Corte costituzionale si era pronunciata negativamente in merito alla sospensione del processo decisa nel maggio 2012 dal tribunale sulla base di impedimenti dell’imputato connessi a patologie esclusivamente fisiche e non psichiche, come viene richiesto invece ora dalla difesa.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2014/02/06/AQHAariB-sospendere_processo_potrebbe.shtml

  • Terni, potrà riprendere all’inizio di febbraio il processo a don Pierino Gelmini

    Terni, potrà riprendere all’inizio di febbraio il processo a don Pierino Gelmini

    TERNI – Riprenderà il 6 febbraio prossimo il processo nei confronti di don Pierino Gelmini, il fondatore della Comunità incontro accusato di violenza sessuale su una decina di ospiti di Molino Silla di Amelia. Il sacerdote ha comunque sempre sostenuto la correttezza del proprio comportamento. La data è stata fissata dal tribunale di Terni, dopo che la Corte costituzionale ha dichiarato infondata la questione di legittimità sollevata dal collegio in merito agli articoli 70 e 71 del codice di procedura penale, che disciplinano la sospensione del processo per legittimo impedimento per infermità.

    I giudici ternani, nel maggio 2012, avevano infatti deciso di sospendere il procedimento nei confronti di don Gelmini dopo le ripetute richieste di rinvio da parte della difesa del fondatore della Comunità Incontro, a causa del peggioramento delle condizioni di salute di quest’ultimo, oggi ottantottenne.

    Il tribunale, riconoscendo il legittimo impedimento fisico dell’imputato, aveva quindi sollevato la questione di legittimità dei due articoli, per contrasto con quelli della Costituzione 111 (principio di ragionevole durata del processo), 97 (buon andamento della pubblica amministrazione) e tre (principio di ragionevolezza).

    Nella propria ordinanza la Corte costituzionale ricorda, però, di avere «più volte escluso la possibilità di assimilare la infermità di mente, che determina l’incapacità di partecipare al processo, ad una situazione di mero impedimento fisico, la quale risulta in genere più facilmente superabile e comunque non costituisce un ostacolo assoluto alla celebrazione del giudizio». Sempre secondo la Consulta gli impedimenti connessi a patologie fisiche, «che potrebbero essere del tutti transitori, non necessariamente precludono all’imputato l’esercizio di diritti diversi dalla personale partecipazione al giudizio»

    http://www.ilmessaggero.it/UMBRIA/processo_violenza_sessuale_don_pierino_gelmini_amelia_comunit_amp_agrave_incontro/notizie/408818.shtml