Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Lo 007 del papa racconta (per sbaglio) lo scheletrone nell’armadio di Leone XIV

    Lo 007 del papa racconta (per sbaglio) lo scheletrone nell’armadio di Leone XIV

    Quanti sono i preti pedofili di cui la Chiesa si deve occupare? In che modo se ne occupa e che fine fanno? La risposta ha dell’incredibile e arriva addirittura da uno dei massimi esperti di abusi clericali, Jordi Bertomeu, molto amico di papa Prevost. Bertomeu, come ci racconta Giorgio Meletti in questo dettagliato articolo che vi invito a leggere con attenzione, spiega che il papa può concedere “la grazia della dispensa dallo stato clericale” ai preti accusati di abusi sessuali: in questo modo si eviterà il processo canonico e il reato scomparirà come non fosse mai stato commesso. Le vittime? Che importa, tanto non hanno il diritto di avere informazioni sull’esito delle loro denunce e se il papa vuole concedere la dispensa al colpevole per estinguere la colpa, la sua decisione è comunque insindacabile. Se pensate che questo “tana libera tutti” sia un escamotage usato raramente, vi sbagliate. I dati li fornisce lo stesso Bertomeu: soltanto negli ultimi nove anni, infatti, ogni tre giorni è stato graziato un prete pedofilo. Alla faccia della tolleranza zero.

    Se volete incontrarci di persona, saremo al Dig Festival di Modena, il festival internazionale di giornalismo d’inchiesta, venerdì 25 settembre. Parleremo di abusi nella chiesa e con noi ci saranno Paolo Mondani, Stefano Feltri, Ludovica Eugenio e don Roberto Maier.

    La premessa è d’obbligo, per definire subito l’argomento che qui si tratta. Nei giorni scorsi abbiamo appreso che nei nove anni 2012-2020, composti per l’esattezza di 3.288 giorni, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha aperto, per ogni giorno che Dio ha mandato in terra (absit iniuria verbis) due processi ecclesiastici penali per reati sessuali commessi da sacerdoti su vittime minorenni. Due al giorno. Nello stesso periodo il papa, strettamente inteso come persona fisica (il signor Joseph Ratzinger per il 2012 e il signor Jorge Mario Bergoglio per gli otto anni seguenti), ha concesso all’imputato una dispensatio ab oneribus (una sorta di “grazia” che estingue il processo) ogni tre giorni. Ogni tre giorni un prete pedofilo è stato graziato. Uno ogni tre giorni.

    Ecco perché non è solo lecito ma doveroso tenere sempre presente che la Chiesa cattolica è ossessionata dagli abusi sessuali che essa stessa commette. Un dramma che domina la sua vita ogni giorno, ogni pensiero in ogni momento, nonostante gli sforzi delle gerarchie ecclesiastiche di mostrarsi spensieratamente dedite ad altro. Anche se è vero che con Leone XIV ogni sforzo di dissimulazione sta diventando vano: il papa di Chicago ci sta abituando a storie veramente assurde.

    L’incredibile corto circuito sul caso Rupnik (sabato 12 settembre solenne inaugurazione con benedizione papale dei mosaici di Aparecida in Brasile, sabato 26 settembre visita a Lourdes con i mosaici dell’abusatore seriale coperti in accordo con il papa) impallidisce di fronte alla incredibile rivelazione di un avvocato di Madrid, Javier Tebas, su come Leone XIV ha potuto salvare il suo amico Eleuterio Vásquez Gonzáles, detto padre Lute, da gravissime accuse di pedofilia.

    Vista la complessità della vicenda, è bene partire dall’inizio, cioè dall’8 maggio 2025, giorno in cui Robert Prevost viene eletto papa. Subito dopo la fumata bianca cominciano a circolare notizie sul caso delle tre sorelle Quispe che, a Chiclayo (in Perù), nel 2020 erano andate dall’allora vescovo Prevost a denunciare gli abusi sessuali subiti quando erano bambine, a partire da nove anni di età, da padre Lute. Prevost è accusato di non aver fatto niente, in sostanza di averlo coperto.

    VISITA A CASA DEL PAPA

    In difesa di Prevost scende in campo immediatamente Jordi Bertomeu, catalano, funzionario della sezione disciplinare del Dicastero per la dottrina della fede (Ddf). Vanity Fair España, a ottobre del 2021, lo descrive come uno «uno degli uomini chiave della cerchia di Francesco, probabilmente uno di quelli di cui il papa si fida di più in Vaticano, una specie di 007 incaricato dal pontefice di indagare i casi più intricati di abusi sui minori di sacerdoti e vescovi». Jordi “007” Bertomeu è anche talmente amico di Prevost che il 9 maggio mattina è uno dei primi ad andare a parlare con il papa appena eletto nel suo appartamento al palazzo del Sant’Uffizio. Bertomeu diventa amico di Prevost proprio in Perù, insieme combattono il Sodalitium Christianae Vitae, movimento apostolico fondato dal laico Luis Figari e sciolto da Francesco all’inizio del 2025 per abusi sessuali e violazione di quasi tutti comandamenti. Per Bertomeu le accuse di copertura di padre Lute sono montature degli uomini del Sodalizio che vogliono vendicarsi di Prevost.

    Quella mattina al palazzo del Sant’Uffizio hanno parlato della seccante grana di padre Lute? Ovviamente non lo sappiamo ma è un fatto che Bertomeu esce da casa di Prevost e si precipita a rilasciare due interviste radiofoniche molto simili a due emittenti catalane, Radio Estel e Rac1. Dice a Radio Estel: «Penso che nessuno possa dirlo con la cognizione di causa con cui posso dirlo io. Dal 2012 seguo i casi di abuso in America Latina, in particolare quelli del Perù e, nello specifico, i due casi di Chiclayo che vengono maggiormente agitati in questo momento. Non so più in quale lingua dirlo: ora lo sto dicendo in catalano e in questi giorni l’ho detto in diverse altre lingue. È falso. Categoricamente falso. Prevost non ha mai coperto alcun caso».

    La vicenda delle tre sorelle Quispe è molto controversa. La maggiore delle tre sorelle, Ana Maria, non ha mai rinunciato alle sue accuse a Prevost, ma il papa e i suoi amici pensano che sia strumentalizzata dal Sodalizio. Esattamente un anno fa, nella biografia autorizzata di Prevost, Ciudadano del mundo, uscita il 14 settembre 2025 in occasione del suo settantesimo compleanno, l’autrice Elise Ann Allen dedica ben 25 pagine alle accuse di Ana Maria Quispe, e così conclude: «Contrariamente a quanto affermano altre testimonianze citate in questo libro, Ana María sostiene che, sebbene la diocesi [cioè Prevost, ndr] abbia aperto il caso, non ha svolto un’indagine, con la scusa che “nella Chiesa non esiste un modo per indagare”. Tuttavia, come ha confermato il Vaticano, a Roma esiste effettivamente un fascicolo, il che dimostrerebbe che un’indagine è stata condotta. Quispe insiste sul fatto che in tale dossier esista soltanto “un foglio”, il che significherebbe, secondo lei, che non c’è stata un’indagine adeguata». Insomma, Allen non può dare della bugiarda a Quispe e, pur alludendo a ipotetiche strumentalizzazioni, lascia al lettore qualche dubbio su Prevost: «Alla fine, ciò che risulta chiaro è che non si tratta di un caso di abuso come tanti altri, ma di uno in cui uno sforzo genuino per aiutare le vittime si è scontrato con molti interessi particolari, personali e istituzionali, con l’elezione del papa Leone XIV e, in mezzo a tutto ciò, tre donne rimasero disorientate, sentendosi usate».

    LA GRAZIA PAPALE A PADRE LUTE

    Siccome al clero piace “farlo strano”, dopo la tempesta di veleni che ha accompagnato la sua elezione Robert Prevost non ha risparmiato al suo pubblico un nuovo colpo di scena. A novembre 2025 ha concesso a padre Lute la dispensatio ab oneribus, o “grazia della dispensa dallo stato clericale”, una genialata alla quale anche i più raffinati teologi faticano a dare un senso. Funziona così: se un prete è sotto processo per violenza sessuale su minori davanti al tribunale del Ddf, può chiedere al papa di essere (anche provvisoriamente) spretato. In questo modo il processo finisce come se l’imputato fosse morto, infatti dove non c’è più prete non c’è più processo ecclesiastico. Alle sorelle Quispe la notizia che Lute aveva chiesto la “grazia” è stata data per le vie brevi due giorni dopo la morte di Bergoglio, tanto che hanno rivolto un ingenuo appello al nuovo papa perché non concedesse la cosiddetta “grazia” che avrebbe negato il loro diritto alla giustizia. Prevost, sicuramente dopo ampio discernimento, se n’è semplicemente fregato delle tre bambine violentate e ha graziato il suo vecchio amico padre Lute. Alle sorelle Quispe la notizia è arrivata su un foglietto (un po’ gualcito, dicono) perché Prevost da cinque anni si rifiuta di incontrarle: di norma questo papa incontra le vittime di abusi solo se selezionate tra le più mansuete e più pastorizzate dai pastori locali. Le sorelle Quispe non sono state ancora pastorizzate.

    [Si noti che nella concezione del diritto italiano la grazia segue per definizione una condanna, mentre nella concezione della Chiesa la grazia papale cancella tutto: colpe, peccati, documenti, processi, pene, risarcimenti e vittime, che non hanno neppure diritto di vedere gli atti. In termini giuridici è il punto in cui la figura del papa e quella del marchese del Grillo coincidono].

    Eccoci dunque alla eclatante novità impacchettata per il settantunesimo compleanno del papa da Javier Tebas, l’avvocato di Madrid che rappresenta le sorelle Quispe.

    Tebas ha scritto su Infovaticana – un sito spagnolo che i buoni cristiani che circondano Prevost diffamano quotidianamente come «diffusore di bufale, sciocchezze e fake news» perché ce l’ha con il papa, che magari è vero, ma i fatti restano – che proprio Bertomeu nel 2021 ha scritto su Ius Canonicum, rivista di diritto canonico dell’Università di Navarra, un saggio dedicato alla prassi della dispensa dagli obblighi clericali (si può leggere qui).

    Bertomeu in questo saggio mostra che, nel complesso sistema di pensiero della Chiesa, la dispensa dagli obblighi clericali serve esattamente per cancellare i processi per abusi sessuali senza lasciare alcuna traccia negli archivi del Ddf. Affronta il tema dando per inteso che gli abusi sessuali dei preti sui minori sono un fenomeno talmente diffuso da dover essere gestito con la statistica («il 70 per cento dei minori abusati è costituito da adolescenti maschi e il 20 per cento da adolescenti femmine») e da travolgere le strutture della Chiesa: «L’impossibilità — e non la semplice difficoltà — per molti Ordinari di celebrare un processo penale giudiziale ai sensi del canone 1721, a causa della mancanza di risorse umane e tecniche, era una circostanza molto più diffusa di quanto alcuni membri della Curia o studiosi avrebbero mai voluto riconoscere». Avvertenza: si parla degli abusi denunciati che sfociano in un’apertura di processo ecclesiastico, che sono solo una piccola parte dei casi reali. Appare plausibile ipotizzare, sulla base dei dati di Bertomeu, che ogni giorno vengano abusati da preti cattolici da cinque a dieci minori. Ogni giorno.

    IL POTERE ASSOLUTO DEL PAPA

    Secondo Bertomeu, anche se il trucco di spretare l’abusatore per cancellare i processi non ha nessuna base legale, può ugualmente «essere considerato una prassi avente valore normativo, in virtù della specifica approvazione del Romano Pontefice per ogni dispensa concessa». Dietro questa frase c’è una realtà terrificante: nonostante la proliferazione di leggi, costituzioni, codici e canoni di ogni tipo, l’unica legge davvero vigente nella Chiesa è che il potere del papa è assoluto e illimitato. E quindi questa prassi, ammette Bertomeu, «non solo evita di giungere a una dichiarazione autorevole sulla colpevolezza o meno del reo, ma comporta inevitabilmente che la presunta vittima non possa vedere riparato il male causato dal suo aggressore». Ma si fa così perché lo vuole il papa: «prassi avente valore normativo» significa che una cosa illegale diventa legale se piace al papa.

    Qui c’è il passaggio più agghiacciante. Bertomeu spiega che le vittime devono farsene una ragione: il loro diritto ad avere giustizia e riparazione non è l’unico di cui la Chiesa deve preoccuparsi. Val la pena di leggere le sue parole esatte: «I fedeli possono responsabilmente rinunciare a far valere un diritto personale qualora, nel caso concreto, salvaguardino in tal modo la comunione ecclesiale, poiché questa, per opera dello Spirito, possiede un carattere organico analogo a quello di un corpo vivo e operante. Di fronte alla possibilità che un chierico richieda la dispensatio ab oneribus, deve prevalere il diritto della presunta vittima a ottenere il riconoscimento della colpevolezza dell’imputato (cfr. can. 1341) e, di conseguenza, a che non gli sia concessa la dispensa, ma venga invece portato a conclusione il processo in corso? Oppure deve prevalere il diritto della comunità ecclesiale ad allontanare dal ministero pastorale un ordinato che, nel corso delle indagini preliminari o del processo penale, si sia implicitamente riconosciuto inidoneo a dispensare i misteri di Dio al servizio del popolo di Dio?».

    Chi non ha una laurea in teologia non dispone degli strumenti culturali per comprendere perché la Chiesa venga protetta dallo spretamento dei preti pedofili prima del processo e non anche dopo, ma rimane il fatto che grazie al “lodo Bertomeu” i preti pedofili la fanno franca e le vittime vengono mandate al diavolo senza pietà in nome del bene della Chiesa che, come tutti i buoni cristiani sanno, è più importante dei diritti di un bambino violentato a otto anni.

    Non sorprende dunque che l’avvocato Tebas – di fronte a queste oscene argomentazioni del sedicente 007 anti-pedofili – reagisca con tono inferocito: le tre sorelle Quispe sono state abusate rispettivamente all’età di nove, undici e tredici anni da padre Lute e Leone XIV ha deciso di sottrarlo al processo ecclesiastico, e senza dare nessuna spiegazione a queste tre donne e ai loro genitori che le avevano affidate alla Chiesa.

    I numeri della vergogna li fornisce lo stesso Bertomeu. Il funzionario del Ddf sa tutto e sciorina in un saggio accademico dati che, se li chiede un giornalista alla sala stampa vaticana, risultano coperti dal segreto più impenetrabile. In ogni caso Tebas, leggendo Ius Canonicum, ha trovato i dati: tra il 2012 e il 2020 sono stati aperti 6.236 fascicoli al Ddf, e 1.058 si sono conclusi con la concessione di una “dispensatio ab oneribus”, il 17 per cento del totale dei casi, con una media annua di 117. Colpisce l’accelerazione, che si consuma durante il ponificato di Bergoglio: le dispense sono passate da 79 nel 2012 (ultimo anno di Ratzinger) a 179 nel 2020, più del doppio in otto anni. «Tradotto: più di mille casi di abusi su minori giunti al tribunale supremo della Chiesa si sono chiusi senza che nessuno stabilisse cosa è accaduto, e il ritmo aumenta», spiega Tebas.

    LE BUGIE DI PAPA FRANCESCO

    Il 22 settembre 2017 papa Francesco proclamò solennemente, a favore di telecamere, la “tolleranza zero” per i preti pedofili. Ecco le sue parole testuali: «Mai la grazia a preti e religiosi condannati per pedofilia! Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Spero che sia chiaro». Chiarissimo! Ne ha firmate solo 979 negli anni dal 2013 al 2020, stando ai dati ufficialmente forniti dal suo 007 anti-pedofili. Forse voleva dire: «Mai ne firmerò più di due alla settimana», perché è questo il severo limite a cui si è rigorosamente attenuto. Se parlassimo di un politico lo definiremmo un bugiardo e un impostore. Trattandosi del papa, ci penseranno i credenti.

    Accusa Tebas: «Dietro quei mille fascicoli ci sono, come minimo, mille persone che hanno denunciato e non hanno ricevuto risposta. È probabile che siano più di una per fascicolo. Migliaia di uomini e donne, in ogni caso, ai quali lo stesso sistema che li ha incoraggiati a denunciare ha poi negato la verità e la riparazione». Ma quanti processi sono stati vaporizzati dalla dispensa papale dopo il 2020? Quanti pedofili sono stati graziati da Bergoglio e da Prevost? Segreto pontificio, almeno fino a quando Bertomeu non scriverà un nuovo saggio accademico con i dati aggiornati. L’unica notizia pubblica è che Leone XIV ha graziato padre Lute, il parroco di Chiclayo che lui stesso avrebbe dovuto mettere sotto accusa.

    Ed è qui che il diavolo (che, come assicurava Bergoglio, esiste) ci mette la coda. Esce un libro apologetico su Prevost e i suoi anni in Perù, El pastor y los lobos di Santiago Roncagliolo che, forse per distrazione, lascia cadere un paio di notizie interessanti sui rapporti tra Prevost e padre Lute. È ancora Infovaticana a notare la cosa: «Nel raccontare il rapporto tra il vescovo Prevost e padre Lute – all’epoca il sacerdote più popolare della diocesi, promotore della devozione del Niño del Milagro de Eten – Roncagliolo scrive: “Combattere insieme unì molto il vescovo e il padre. Padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva. E il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi. Lute offrì cinquemila testimonianze di persone guarite, aiutate o salvate dal Niño del Milagro. Ne ottenne ventimila, che Prevost portò a papa Francesco nel 2019. Allo stesso tempo, Prevost contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali. Come papa, si sarebbe portato in Santa Sede, come segretario privato, un discepolo di Lute, Edgard Rimaycuna”. Il passo è doppiamente rilevante – commenta Infovaticana – primo, perché documenta un rapporto di stretta fiducia e collaborazione tra Prevost e Lute – “padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva”, “il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi” – negli anni immediatamente precedenti alle denunce delle vittime contro il sacerdote presentate allo stesso Prevost nell’aprile 2022. Secondo, perché colloca in quell’orbita, come discepolo dell’accusato, la persona che oggi condivide il quotidiano del Pontefice: il suo primo segretario personale».

    IL PAPA PERDONA SOLO SE HA PAURA?

    A questa notizia ha reagito il giornalista peruviano Pedro Salinas, amico e apologeta di Prevost, a cui è grato perché lo ha difeso dalle aggressioni del Sodalizio quando denunciava con i suoi articoli le malefatte di Figari e soci. Salinas accusa Infovaticana di vigliaccheria perché «sempre in modo sottile spara contro Papa Leone XIV, ma mai frontalmente, punta sempre a gente del suo entourage». Poi rispolvera un antico cavallo di battaglia, sempre più simile a un autogol: come si può accusare Prevost di proteggere un pedofilo se da vescovo è andato così coraggiosamente all’attacco del potente Sodalizio? Dice Salinas: «Cosa stanno suggerendo? Che Papa Robert Prevost non ha indagato su un caso di un pretino abusatore a Chiclayo e invece ha agito contro il potente Sodalizio? Cioè, ha avuto più paura di Lute che del Sodalizio?».

    Questo bizzarro modo di ragionare esclude che il papa possa essere severo con qualcuno e clemente con qualcun altro quando c’è la storia di Bergoglio a dimostrare la capacità di un buon papa di proteggere gli amici e colpire ferocemente, senza traccia alcuna di pietà cristiana, i nemici.

    Ancora più bizzarra è l’idea che un uomo di Chiesa possa essere debole o clemente solo per paura. Bene, seguendo il filo di un ragionamento chiaramente costruito per tenere lo scheletrone di Prevost chiuso dentro l’armadio, dovremmo dunque immaginare che Bergoglio abbia protetto in ogni modo l’abusatore seriale Marko Rupnik (cosa ormai dimostrata) perché ne aveva paura? Interessante ipotesi adombrata da uno dei massimi esperti mondiali di abusi sessuali dei preti. Autorevolmente amico di Leone XIV.

    (Foto: Robert F. Prevost al Concistoro del 30 settembre 2023)

    https://federicatourn.substack.com/p/lo-007-del-papa-racconta-per-sbaglio

  • Denunciato da 5 donne, il cardinale di Rabat si autosospende

    Denunciato da 5 donne, il cardinale di Rabat si autosospende

    Cinque donne lo accusano di condotta sessuale inappropriata, il Vaticano ha aperto un’indagine e il cardinale Cristobal Lopez Romero, originario della Spagna ma arcivescovo di Rabat in Marocco, ha deciso di dimettersi temporaneamente, almeno fino a quando si farà chiarezza sulla vicenda.

    Tutto è partito da una inchiesta dell’Afp ha rivelato che almeno cinque donne lo hanno accusato di condotta sessuale inappropriata.

    Il cardinale respinge ogni addebito. L’Afp ha raccolto la testimonianza di una donna e ha inoltre esaminato una dichiarazione scritta di un’altra donna, presentata alla Nunziatura Apostolica, la rappresentanza diplomatica vaticana nella capitale marocchina. Si accusa il cardinale spagnolo, salesiano, settantaquattrenne, di comportamenti “inappropriati”; un approccio da cui la donna afferma di essere riuscita a sottrarsi, seppure con difficoltà. Una fonte interna alla diocesi ha inoltre riferito di essere stata informata che almeno altre tre donne avevano denunciato di essere state vittime di “episodi analoghi”.

    Il cardinale ha deciso di informare direttamente sulla situazione attraverso un comunicato che è stato rilanciato dai media vaticani: “Al termine di un anno pastorale fruttuoso, la nostra Chiesa di Rabat si trova ad affrontare un evento difficile. Sono accusato di comportamento inappropriato nei confronti di donne adulte. Questa situazione ha indotto la Chiesa ad avviare un’indagine preliminare”. L’indagine è “nelle mani della Chiesa Cattolica Romana”, spiega il porporato spagnolo, originario di Almeria, assicurando la sua collaborazione. E proprio per non ostacolare tale inchiesta, il cardinale spiega: “Mi asterrò dal presiedere celebrazioni pubbliche e dal partecipare ad attività pastorali”.

    López Romero si rivolge ai fedeli: “Confido nella vostra comprensione”. E aggiunge: “Questo evento è fonte di turbamento per tutti noi”. Come arcivescovo, si dice “pienamente consapevole delle difficoltà che sta causando e dei legittimi interrogativi che può sollevare in tutti”. Da qui la decisione che “i membri della comunità diocesana ne siano informati immediatamente”.

    L’arcivescovo di Rabat aveva accolto Papa Francesco nel suo viaggio apostolico in Marocco nel marzo del 2019. Nell’ottobre dello stesso anno Bergoglio aveva deciso di crearlo cardinale. A maggio 2025 era nel toto-nomi del futuro Papa, dopo la morte di Bergoglio, nel conclave in cui è stato eletto Leone XIV.

    Originario dell’Europa, con una lunga esperienza in America Latina, univa, con il suo ministero in Marocco, la Chiesa di diversi continenti. Lopez Romero in quei giorni pre-conclave scherzava con i giornalisti ricordando il proverbio “chi entra Papa esce cardinale”.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2026/07/07/denunciato-da-5-donne-il-cardinal-lopez-romero-si-fa-da-parte_cc0ec8b5-e900-41f9-ae12-1aacb06948bc.html

  • Il seme dell’inchiesta sullo scandalo di pedofilia nella Chiesa: ‘Eravamo l’ultima speranza per le vittime’.

    Il seme dell’inchiesta sullo scandalo di pedofilia nella Chiesa: ‘Eravamo l’ultima speranza per le vittime’.

    L’inchiesta di EL PAÍS sull’impatto della pedofilia sulla Chiesa spagnola è, come tutte le grandi storie in questo campo, un mix di ossessione e grande ambizione. Quando la giornalista Soledad Gallego-Díaz assunse la direzione del quotidiano nel 2018, chiese un’indagine sugli abusi. Il pluripremiato film Spotlight , due anni prima, si era concentrato sul lavoro del Boston Globe nel portare alla luce la portata dello scandalo nella città americana. Altri articoli giornalistici avevano trattato casi di massa in Irlanda, Germania e Francia. La Spagna faceva eccezione?

    In prima linea in questo sforzo collettivo fin dall’inizio ci sono stati Íñigo Domínguez, attuale corrispondente da Roma per EL PAÍS, e il giornalista Julio Núñez, nato 36 anni fa a Casar de Cáceres e autore del libro Padre Pica , sulla scoperta del diario di un prete pedofilo. Quando hanno iniziato, erano venuti alla luce solo pochi casi isolati. E Gallego-Díaz ha incluso un aspetto chiave nella sua decisione: bisognava concentrarsi non solo sull’abuso in sé, ma anche sull’insabbiamento. Questa domenica, Domínguez e Núñez hanno ricordato gli inizi di questo lavoro durante l’incontro “Il coraggio di denunciare “, in una delle sale del Matadero di Madrid, dove il giornale sta organizzando un festival per celebrare il suo 50° anniversario . “Sol ci ha detto che EL PAÍS doveva farlo perché, come abbiamo visto in seguito, nessun altro lo avrebbe fatto”, aggiunge Domínguez, un cinquantatreenne di Avilés.

    L’incontro, che avrebbe dovuto essere condotto dalla stessa Gallego-Díaz questa domenica, non ha potuto partecipare a causa di una malattia, come spiegato dai relatori. “Senza di lei, questa ricerca non sarebbe stata possibile”, ha osservato Núñez, prima di chiedere al pubblico di applaudire una professionista che ha ricoperto ogni ruolo presso EL PAÍS : corrispondente parlamentare, corrispondente a Bruxelles, Londra, Buenos Aires e New York, difensore dei lettori, vicedirettrice, direttrice e editorialista di punta.

    Quando l’indagine ebbe inizio, Julio Núñez si incontrò in un piccolo ufficio con l’allora vicedirettore, José Manuel Romero. Riuscirono a trovare solo 34 condanne esaminando le statistiche giudiziarie. Contattò una vittima, Javier Paz, il motivo per cui Domínguez entrò nella storia. “Uno dei miei migliori amici d’infanzia lavora a EL PAÍS, si chiama Íñigo”, gli disse.

    Il primo articolo era intitolato “La Chiesa spagnola ha messo a tacere i casi di pedofilia per decenni “. Una decisione dell’allora vicedirettrice, Mónica Ceberio, cambiò il corso degli eventi. Insieme al reportage, allegarono un indirizzo email ( abusos@elpais.es ) aperto alle vittime. Il primo giorno arrivarono cento email, 500 entro una settimana. “Una valanga”, ricordano i due giornalisti. Per gestire ogni singolo caso, stabilirono un protocollo che hanno perfezionato nel corso degli anni. Fu il compito più delicato, perché in molti casi i giornalisti furono le prime persone con cui le vittime si rivolsero, coloro che ruppero il silenzio e chiesero giustizia.

    Erano ossessionati dal rispondere a tutte quelle email, a volte anche nel loro tempo libero, dopo aver terminato altri compiti. “Per le vittime, eravamo la loro ultima speranza”, afferma Domínguez. Man mano che l’indagine procedeva, decisero di creare un foglio di calcolo Excel per confrontare i dati. Questo rivelò degli schemi: quando la Chiesa veniva a conoscenza di uno di questi casi, trasferiva il sacerdote accusato… e rimaneva in silenzio.

    Ascoltarono le storie, le verificarono, le pubblicarono… ma non accadde nulla, raccontarono a un pubblico completamente silenzioso. Né la Chiesa né i partiti politici, che inizialmente non volevano avere nulla a che fare con la questione, intrapresero alcuna azione. E così ebbe inizio la battaglia dei numeri. Ogni grande storia si basa sui dati. E poiché non ne esistevano, iniziarono a compilarli da soli: un database che attualmente comprende più di 3.000 vittime e 1.600 persone accusate.

    Decisero quindi che, per rompere il silenzio, dovevano aggirare la Chiesa spagnola e rivolgersi direttamente a Papa Francesco. Nel 2021 gli inviarono un dossier con 251 casi. Il Papa aveva ordinato un’indagine su ogni caso giunto alla Chiesa attraverso qualsiasi canale. E riuscirono a ottenere l’approvazione del Congresso, a maggioranza, per l’incarico affidato al Difensore civico. Solo due settimane fa, il 15 aprile, la Spagna ha istituito il primo ufficio statale per il risarcimento delle vittime, che fino ad allora potevano rivolgersi solo alla Chiesa per ottenere giustizia.

    «Continuiamo le nostre indagini», spiega Núñez. «Le vittime vogliono la verità e hanno fiducia nel loro giornale». Nel loro sesto rapporto , appena consegnato alla Chiesa spagnola e al Vaticano, includono 21 testimonianze di vittime provenienti dall’America Latina. Questo apre una nuova strada per portare avanti il ​​compito principale affidato loro dal direttore: smascherare coloro che hanno coperto gli aggressori trasferendoli ad altri incarichi. «Dobbiamo far sì che si assumano le proprie responsabilità», afferma Domínguez. «Continueremo a lavorare», promettono.

    https://elpais.com/aniversario/2026-05-03/el-germen-de-la-investigacion-sobre-el-escandalo-de-la-pederastia-en-la-iglesia-eramos-la-ultima-esperanza-para-las-victimas.html

  • EL PAÍS consegna al Vaticano un rapporto con 24 persone accusate di pedofilia nella Chiesa in America

    EL PAÍS consegna al Vaticano un rapporto con 24 persone accusate di pedofilia nella Chiesa in America

    Prosegue l’inchiesta che EL PAÍS ha intrapreso negli ultimi anni sulla pedofilia clericale nelle Americhe, in cui ha già pubblicato decine di casi, con la consegna al Vaticano di un rapporto contenente 21 testimonianze che accusano un totale di 24 sacerdoti, religiosi e laici provenienti da otto paesi.

    La Colombia rappresenta più della metà dei casi, per un totale di 13, mentre i restanti si trovano in Argentina, Bolivia, Cuba, El Salvador, Stati Uniti, Messico e Venezuela. Questo rapporto, di oltre 100 pagine, accompagna il sesto dossier di casi in Spagna che il giornale ha anch’esso inviato alla Santa Sede, portando a 841 il numero totale di testimonianze raccolte in Spagna negli ultimi cinque anni. Queste testimonianze comprendono complessivamente oltre 1.800 pagine. Questo primo rapporto sui casi nelle Americhe estende il progetto di inchiesta al continente.

    EL PAÍS ha iniziato a compilare questi dossier per il Vaticano nel 2021 in risposta alla valanga di testimonianze ricevute tramite il suo indirizzo email dedicato alle vittime, aperto anche nelle Americhe nel 2022 ( abusosamerica@elpais.es ). Ciò si è reso necessario perché era impossibile pubblicare tutti i casi e perché era evidente che la maggior parte di essi veniva insabbiata a livello locale da diocesi e ordini religiosi. In questo modo, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha potuto venire a conoscenza delle denunce e indagarle, come è suo obbligo quando riceve qualsiasi informazione. Diversi casi inclusi in questo nuovo rapporto proveniente dalle Americhe dimostrano ancora una volta che molte denunce non arrivano mai a Roma, nonostante l’obbligo di denuncia sia in vigore dal 2001. In pochissimi casi le vittime hanno ricevuto un adeguato sostegno o un risarcimento economico. Al contrario, sono state ignorate.

    Le storie che stanno venendo alla luce rivelano che in quasi tutta la Chiesa cattolica in America Latina c’è ancora molto da fare, a differenza dei progressi già compiuti negli Stati Uniti, in Europa e in Australia. Solo la Chiesa cilena ha intrapreso qualcosa di simile al Rapporto Ryan per l’Irlanda o al Rapporto MHG/Dressing per la Germania, secondo gli accademici nel dossier di EL PAÍS sugli abusi nella Chiesa: casi nelle Americhe.

    Veronique Lecaros, della Pontificia Università Cattolica del Perù, e Ana Lourdes Suárez, dell’Università Cattolica dell’Argentina, sono le curatrici di un recente libro intitolato “Abusi ecclesiastici in America Latina: una crisi nel cuore del cattolicesimo”. Nel 2020, in Cile è stato pubblicato un rapporto, redatto dalla Commissione per l’analisi della crisi della Chiesa cattolica, che documentava 568 vittime di abusi sessuali, di cui 320 minori, e identificava 225 autori.

    “In Cile, una serie di circostanze ha imposto un approccio più serio al problema”, affermano gli accademici, “ma altrove, nessun Paese ha dato alcuna indicazione di voler fare qualcosa di simile”. La principale forza trainante è stata Papa Francesco stesso, che si è assunto personalmente la responsabilità del caso e ha costretto l’intera gerarchia episcopale cilena alle dimissioni in un colpo solo. Questo è stato un caso eccezionale, grazie all’impegno personale del pontefice argentino, insieme all’indagine e allo scioglimento del Sodalitium in Perù.

    L’inchiesta di EL PAÍS cerca di rompere questo muro di silenzio. Questo nuovo reportage sui casi nelle Americhe non rivela l’identità di coloro che hanno fornito la loro testimonianza, ma il giornale la fornirà alle autorità ecclesiastiche su richiesta, quando apriranno un’indagine e l’individuo darà il suo consenso. Alcuni degli accusati non hanno potuto essere identificati perché coloro che hanno testimoniato non ricordano, cosa comune nei casi di pedofilia. Tuttavia, i loro racconti contengono dettagli che potrebbero consentire alla Chiesa di identificarli.

    Messico: Abuso di confessioni in una scuola. È il caso di Nadja Fernández, ex alunna della scuola Ignacio L. Vallarta nell’area metropolitana di Città del Messico, appartenente alla Congregazione delle Figlie dello Spirito Santo, quando la scuola si trovava a Lomas de Chapultepec. Racconta di aver subito abusi tra il 1997 e il 1998, quando aveva otto anni, per mano di un sacerdote di cui non ricorda il nome.

    «Era una scuola solo femminile in una zona dove l’esclusività e il potere erano palpabili, e quelle di noi che non si conformavano a quegli standard venivano umiliate da compagne, insegnanti e suore», racconta Fernández. Una delle routine della scuola era la confessione. Le suore entravano nelle aule e, se non c’erano volontarie, ne sceglievano una. Invece di un confessionale tradizionale con un paravento a separare il sacerdote dal penitente, descrive «un piccolo cubicolo, due metri per due, con due sedie una di fronte all’altra».

    Ricorda che il sacerdote era alto, biondo e aveva un forte accento argentino, e che all’inizio le faceva domande personali, come cosa guardasse in televisione, qual era la sua più grande paura o dove si trovassero i suoi cari. «Dopo una o due confessioni, è avvenuto il primo stupro. Non ho urlato né pianto perché non capivo bene cosa stesse succedendo, ma provavo paura e vergogna, e sapevo che qualcosa non andava. Quando abbiamo finito, si è sistemato la tonaca e mi ha detto: “Se dici qualcosa, tuo padre morirà”». Gli aveva detto che suo padre era la persona che amava di più al mondo. Non aveva mai osato dirlo a nessuno.

    «Da quel momento in poi, la maggior parte delle volte che venivo mandata da lui, gli abusi si ripetevano: approfittava di quello spazio ristretto per toccarmi, farmi domande volgari sul mio corpo e costringermi a toccarlo», racconta. «Gli abusi sono durati due anni, fino a quando ho compiuto 10 anni. Un giorno, quando mi ha vista entrare, mi ha detto che quello sarebbe stato un addio perché ero “troppo grande” per lui», aggiunge. Fernández crede che questi abusi l’abbiano portata a sviluppare disturbi alimentari «per smettere di essere
    attraente per lui».

    Anni dopo, durante una seduta di terapia, i ricordi sono riaffiorati prepotentemente. Ne ha parlato con la sua famiglia e la sua sorella gemella, che aveva studiato con lei, ha affermato di essere stata anche lei vittima. Fernández crede che “le autorità scolastiche sapessero cosa stava succedendo” ed è disposta a identificare il colpevole se dovessero emergere fotografie o video di quel periodo. “Non cerco vendetta”, conclude, “ma voglio che venga documentato che in quel piccolo cubicolo, un prete ha usato la confessione come pretesto per abusare di me quando avevo otto anni”.

    Per le accademiche Veronique Lecaros e Ana Lourdes Suárez, i casi nella Chiesa latinoamericana presentano analogie con quelli di altri paesi, ma hanno anche caratteristiche specifiche di un contesto “socio-ecclesiastico”. “Come in altre parti del mondo, le nuove comunità che si sono formate attorno a una leadership molto forte, con un’obbedienza cieca e un controllo di gruppo chiuso, spesso finiscono per sfociare in abusi di potere e abusi sessuali”, affermano in un’intervista congiunta. Citano i casi dei Legionari di Cristo in Messico, del Sodalitium di Vita Cristiana in Perù, degli Araldi del Vangelo in Brasile, del gruppo che gravita attorno a Fernando Karadima in Cile, dei Discepoli di San Giovanni Battista in Argentina e della Comunità di Gerusalemme in Uruguay. “Hanno in comune il fatto che i loro fondatori sono stati accusati di abusi sessuali”, affermano. Il reportage di EL PAÍS include un’ampia testimonianza di un ex membro degli Araldi del Vangelo che racconta casi di abusi in diversi paesi.

    Oltre a queste comunità, spesso legate a gruppi potenti e all’estrema destra, esiste un altro contesto per gli abusi nelle parrocchie delle aree marginalizzate. “Lì, quando si verificano, poiché il sacerdote è essenzialmente un uomo forte a livello locale con un notevole potere sulla popolazione, le vittime non osano denunciare perché non hanno sufficiente capitale sociale”, riflettono. Citano il caso del sacerdote gesuita Alfonso Pedrajas in Bolivia, rivelato da EL PAÍS nel 2023. Lo scandalo venne alla luce perché l’abusatore aveva lasciato un diario personale in cui elencava gli abusi commessi su circa 85 minori in un collegio. “Quei bambini non lo avrebbero mai denunciato, perché per loro era inconcepibile”, spiegano. Altri contesti in cui sono stati rilevati abusi includono seminari e case di formazione, nonché parrocchie e scuole. Argentina: 15 denunce in un gruppo scout di Buenos Aires .

    In Argentina, un esempio lampante è rappresentato dagli scout della parrocchia di Nostra Signora di Luján a Longchamps, a sud di Buenos Aires. Nicolás Sisman si unì al gruppo da bambino, a metà degli anni ’80. Lì conobbe una quindicina di ragazzi che, decenni dopo, sono ancora suoi cari amici. Dato che alcuni di loro non vivono in Argentina – Ángel in Spagna, Sebastián in Colombia – hanno approfittato della pandemia per riallacciare i rapporti tramite WhatsApp. L’idea era la stessa di sempre: parlare. Ma quando è nata l’idea di invitare l’uomo che era stato il suo capo scout tra i 14 e i 18 anni, hanno anche superato un trauma condiviso, rimasto inespresso per decenni.

    Il gruppo WhatsApp si chiama ancora “Sopravvissuti”. Sono sopravvissuti ai presunti abusi di Omar Esposito, che i
    15 amici – uno dei quali è poi deceduto – hanno infine denunciato alla giustizia argentina con un racconto straziante di quegli anni di silenzio. “

    La segretezza fa parte dello scautismo. Quando Omar diceva ‘Quello che si dice qui, resta qui’, si finiva per credere che facesse parte della mistica scout, non del modus operandi di un uomo depravato”, ha dichiarato Sisman a EL PAÍS. Esposito non ha risposto ai messaggi del giornale .
    Il modus operandi consisteva nel costringerli a masturbarsi in gruppo, indossare un preservativo – una delle scuse era l’educazione alla profilassi – e poi mostrarlo a lui, il capo scout, in modo che potesse vedere quanto avevano eiaculato. Questo accadeva nei campi, ma anche a casa sua, non lontano dalla parrocchia, sul letto matrimoniale. Un altro dei suoi detti era: “Quello che non ti entra in testa, ti entra nel culo”, ricorda Sisman. Un giudice argentino ha elevato il caso a un processo per verità, un iter procedurale simile a quello utilizzato contro i crimini della dittatura. Ma al momento è sospeso perché il tribunale incaricato di giudicare i fatti si è rifiutato, sostenendo che i termini di prescrizione sono scaduti. Hanno presentato una denuncia contro il tribunale per negligenza.

    La stessa diocesi di Lomas de Zamora, che sovrintende alla parrocchia di Longchamps e al gruppo scout, ha riconosciuto i fatti in un incontro con i denuncianti e attraverso un documento ottenuto da EL PAÍS. “I rappresentanti del Team Diocesano affermano di credere alle vittime riguardo ai fatti denunciati”, si legge nel documento, “e offrono alle vittime supporto spirituale e psicologico in quanto vittime di abusi sessuali”. “Si sono inoltre impegnati a continuare a diffondere informazioni su quanto accaduto tra il 1980 e il 1999, al fine di identificare eventuali altre vittime dell’accusato”, conclude.
    L’incontro si è svolto presso la diocesi di Lomas de Zamora e vi hanno partecipato, tra gli altri, Héctor Eduardo Laffeuillade, parroco e responsabile dell’équipe multidisciplinare della diocesi per le vittime di reati sessuali . “La prima cosa che abbiamo detto loro è stata che credevamo in loro e abbiamo chiesto il loro perdono in nome della Chiesa. Loro

    «Erano vincolati dal silenzio imposto da quest’uomo, una costante in questo tipo di abuso», ha ammesso Laffeuillade in una conversazione telefonica con questo giornale.
    Il catechista è stato immediatamente rimosso da ogni incarico all’interno della Chiesa. Tuttavia, l’équipe multidisciplinare si è dimessa perché i funzionari della Chiesa non hanno preso provvedimenti in seguito alla denuncia. «Sì, è quello che hanno detto alcuni [membri dell’équipe]», ha ammesso lo stesso Laffeuillade, ribadendo il suo sostegno ai denuncianti.

    Nonostante ciò, le vittime non hanno ricevuto alcun risarcimento. «Non riesco a capire come facesse ad avere così tanto potere su di noi», ha dichiarato telefonicamente Ángel Maximiliano Queirolo, un altro dei denuncianti, che attualmente risiede in Spagna. «Non ne ho mai parlato con nessuno. Stiamo parlando di casi in cui, ad esempio, tre fratelli, tutti amici, sono stati abusati da lui, e nessuno di loro ne ha mai parlato tra di loro». « Anche uno di loro, il più anziano, inizialmente aveva presentato la denuncia, per poi ritirarla. Non sappiamo perché, e non ci è mai stata data una spiegazione», aggiunge Queirolo. «Poter parlare e denunciare gli abusi è stato, in un certo senso, poter ricominciare a vivere», afferma Diego Bacarat, bibliotecario e un altro degli amici che hanno presentato la denuncia. «Mi sento come se fossi morto dentro da 30 anni», aggiunge. Lecaros e Suárez indicano che, a differenza del «Nord globale», dove il potere sacro del sacerdote si manifesta durante i sacramenti, in America Latina la sua magia si esprime al di là dell’Eucaristia o del sacramento degli infermi. «C’è un’atmosfera incantata, dove al religioso viene chiesto, ad esempio, di benedire quasi qualsiasi cosa, diventando una figura in grado di apportare cambiamenti sostanziali e avvicinare le persone a Dio. Questo, unito al fatto che spesso fungono da mediatori con lo Stato e i suoi programmi di assistenza, conferisce loro potere all’interno della religiosità popolare», spiegano. Lecaros e Suárez indicano che, a differenza del “Nord globale”, dove il potere sacro del sacerdote si manifesta durante i sacramenti, in America Latina la sua magia si manifesta al di là dell’Eucaristia o dell’estrema unzione. “C’è un’atmosfera incantata, dove al religioso viene chiesto, ad esempio, di benedire quasi qualsiasi cosa, diventando una figura in grado di apportare cambiamenti sostanziali e di avvicinare le persone a Dio, il che, unito al fatto che spesso fungono da mediatori con lo Stato e i suoi programmi di aiuto, conferisce loro potere all’interno della religiosità popolare”, spiegano.

    El Salvador: I Salesiani ammettono abusi in una scuola negli anni ’80. In El Salvador, il reportage di questo giornale include tre testimonianze che descrivono abusi avvenuti tra il 1979 e il 1985 presso l’Istituto Tecnico Ricaldone nella capitale, San Salvador. Il sacerdote salesiano Giuseppe Corò è accusato e la congregazione salesiana, interpellata sul caso, ammette di averlo allontanato nel 2007 a seguito di sospetti di abusi e di averlo inviato a Roma, dove, secondo l’ordine, non avrebbe più avuto contatti con minori. Nel 2019, due denunce hanno portato a una condanna canonica. I denuncianti sono due delle persone che hanno parlato con questo giornale, José Napoleón Lemus Guzmán e Patrick Castro Salazar. Le vittime avevano tra i 14 e i 17 anni e i loro racconti descrivono un modus operandi: avvicinare studenti con difficoltà scolastiche e offrire loro soluzioni ai problemi in cambio di favori sessuali.

    «Sono stato vittima di abusi da parte di Giuseppe Corò quando era preside e io ero uno studente della scuola», racconta Lemus Guzmán, che ora ha più di 55 anni. «Soffro di dislessia e facevo fatica a scuola. Il prete si avvicinava a chiunque avesse problemi e mi diceva di andarlo a trovare nel suo ufficio dopo la scuola», spiega. «Arrivai, bussai alla porta e si aprì subito. Lui era sulla soglia. Mi afferrò la mano, mi trascinò dentro e lì iniziò a baciarmi e a toccarmi dalla testa ai piedi. Mi spinse a terra, stava per togliersi i pantaloni e io iniziai a piangere», descrive Lemus. «Poi si fermò e mi disse, con calma, come se fosse perfettamente normale: “Voglio che questo accada almeno una volta al mese e ti garantisco che ti diplomerai; voglio che ti piaccia e che tu partecipi”», ricorda. Reynaldo Cortés Figueroa, 60 anni , racconta una storia praticamente identica .
    «Avevo dei problemi a scuola e lui mi convocò nel suo ufficio alle sei di sera», inizia Cortés. Ricorda che Corò abbassò le persiane, gli prese le mani e gli disse che sarebbero andati a pregare la Vergine Maria perché li guidasse. «All’improvviso, sentii il suo respiro come se si stesse eccitando, e avvicinò le labbra alle mie, ma io lo respinsi con forza. Mi buttò fuori dall’ufficio e il giorno dopo fui espulso», racconta.

    Cortés era amico del suo compagno di classe Patrick Castro Salazar, 61 anni. Subì abusi in diverse occasioni tra il 1979 e il 1982. Aveva anche problemi con gli studi. Aiutava nelle attività extrascolastiche, come la preparazione dell’annuario scolastico, il che significava che passava del tempo da solo con Corò, che all’epoca aveva circa 40 anni. “Quando gli raccontavo i miei problemi, mi abbracciava; arrivò un momento in cui il suo pene si induriva e lo sentivo”, spiega. “In diverse occasioni cercò di baciarmi, e più di una volta finimmo per terra”. In seguito, scoprì che anche un suo parente era stato abusato dal prete.

    Secondo le informazioni fornite dai Salesiani, Corò passò per il Guatemala nel 1964 prima della sua ordinazione. Visse poi in El Salvador fino al 1990, quando tornò a Roma. Successivamente visse in Costa Rica tra il 1994 e il 1997. Dopo un altro ritorno nella capitale italiana, rimase a Saltillo, in Messico, tra il 2002 e il 2007, fino a quando non emersero i primi sospetti di abusi, momento in cui fece ritorno definitivamente in Italia. Sacerdoti spagnoli accusati di abusi inviati in America Latina : nel sesto rapporto sui casi in Spagna, redatto da EL PAÍS e pubblicato contemporaneamente al rapporto sulle Americhe, figurano anche ecclesiastici spagnoli accusati di abusi che sono stati trasferiti in America Latina. In un caso, quello di padre JGZ, assegnato alla diocesi spagnola di Santander, è accusato di aver aggredito un minore a Cuba, nella città di Sancti Spíritus, diocesi di Santa Clara, tra
    il 1996 e il 1998.

    Ci sono altri due casi che coinvolgono i gesuiti. Il primo è JAS, accusato presso la scuola Sarrià di Barcellona, ​​che, secondo un ex alunno, fu inviato in Ecuador in seguito a una denuncia del padre di un altro minore. L’ordine non ha registrato che una denuncia sia stata la ragione del trasferimento, ma conferma che questo gesuita rimase nel paese sudamericano dal 1958 al 1968: a Quito, Guayaquil e Portoviejo.
    Un altro gesuita della stessa scuola è padre James, contro il quale pende un’accusa da parte di un’ex alunna per abusi commessi tra il 1966 e il 1967. La Compagnia di Gesù ammette che nel 2012 ci furono due denunce contro di lui in un campo estivo da lui organizzato in Bolivia, paese in cui aveva vissuto tra il 1991 e il 1992. Fu accusato da due ragazze che si erano recate lì come volontarie e, di conseguenza, fu allontanato dal contatto con i minori a titolo precauzionale.

    Una quarta testimonianza riguarda un sacerdote di Linares, nella provincia di Jaén, J.F.J., accusato di abusi commessi tra il 1967 e il 1969. Secondo questa persona, dopo che il padre lo denunciò al vescovado, il sacerdote fu inviato in America Centrale.

    Da El PAIS del 20-4-26

  • Bolivia, discarica di pedofili: le vittime denunciano i gesuiti catalani per aver trasferito abusatori per decenni

    Bolivia, discarica di pedofili: le vittime denunciano i gesuiti catalani per aver trasferito abusatori per decenni

    Bolivia è stata per decenni la destinazione verso cui venivano inviati sacerdoti gesuiti accusati di abusi sessuali in Catalogna, in quello che le vittime descrivono come un sistema organizzato per nascondere i reati ed evitare l’azione della giustizia. Lo sostiene la Comunidad Boliviana de Sobrevivientes (CBS), che ha reclamato al Parlament de Catalunya e al Síndic de Greuges l’apertura di un’indagine istituzionale.

    Il rapporto, presentato di recente dall’associazione delle vittime, colloca nella Provincia Tarraconense della Compagnia di Gesù l’origine di ciò che considerano il più grande caso di pedofilia in America Latina, con una ventina di aggressori identificati e circa mille vittime in Bolivia.

    Un sistema di trasferimenti per eludere la giustizia

    Secondo quanto ha spiegato il giurista Alejandro Klock, rappresentante delle vittime, in dichiarazioni riportate dall’agenzia EFE, gli abusi “nascono” in Catalogna, che agiva come provincia “madre” della missione boliviana dalla metà del XX secolo.

    Il modello denunciato è reiterato: quando un sacerdote veniva accusato o scoperto ad abusare di minori in scuole catalane, i suoi superiori optavano per trasferirlo in Bolivia invece di denunciarlo.

    Lì, lontano dal focus giudiziario europeo, questi religiosi continuavano la loro attività in ambienti particolarmente vulnerabili. Minori in situazione di disprotezione sono rimasti esposti —secondo le vittime— a nuovi abusi per anni.

    “Il grande danneggiato è la Bolivia; hanno creato un sistema criminale che si è perpetuato per decenni”, ha affermato Klock, in dichiarazioni diffuse da Swissinfo.

    Le vittime hanno sintetizzato questa pratica con un’espressione tanto dura quanto rivelatrice: la Bolivia è stata convertita in una “discarica di pedofili”.

    Il caso ha acquisito dimensione internazionale dopo l’indagine pubblicata da El País nel 2023 sul diario del gesuita Alfonso Pedrajas, in cui confessava abusi contro almeno 85 minori per anni mentre i suoi superiori lo proteggevano.

    Da quel momento, nuove informazioni e documenti interni hanno iniziato a venire alla luce, rivelando che non si trattava di un caso isolato. La Procura boliviana ha allora aperto un’indagine senza precedenti che ha portato al processo di responsabili dell’ordine per occultamento.

    Il rapporto della CBS, elaborato dopo anni di raccolta di prove, include lettere interne, risoluzioni canoniche e documentazione che dimostrerebbe che la Compagnia conosceva gli abusi da decenni e ha ricevuto direttive dalla Spagna e da Roma per gestirli senza ricorrere alla giustizia.

    Nomi, prove e occultamenti prolungati

    Tra i casi documentati figurano sacerdoti trasferiti dalla Catalogna dopo denunce precedenti, come Francesc Peris o Lluís Tó, oltre ad altri coinvolti direttamente in Bolivia.

    Particolarmente grave è il caso di Lucho Roma, che ha abusato di più di 70 bambine indigene tra il 1994 e il 2005. Secondo quanto rivelato dall’indagine di El País, l’ordine ha persino investigato internamente i fatti e sequestrato diari e materiale grafico, ma ha optato per non trasferirli alla giustizia per anni.

    Le vittime denunciano che questi occultamenti non appartengono solo al passato, ma si sono protratti fino a date recenti, senza che i responsabili abbiano risposto penalmente.

    Responsabilità internazionale e pressione istituzionale

    Il rapporto sostiene che la Provincia Tarraconense esercitava un controllo totale —amministrativo, gerarchico e finanziario— sulla missione in Bolivia, il che rafforza la tesi di una responsabilità strutturale nei fatti.

    Inoltre, le vittime denunciano la mancanza di collaborazione delle autorità ecclesiastiche e l’assenza di riparazione effettiva, nonostante il riconoscimento interno di molti dei casi.

    In questo contesto, hanno sollecitato al Parlament de Catalunya la creazione di una commissione d’indagine e al Síndic de Greuges di chiarire come sia stato possibile questo sistema per decenni.

    “La Catalogna deve sapere che ciò che qui si indaga non sono casi isolati, ma l’origine del più grande caso di pedofilia istituzionale in America Latina”, ha affermato Klock, secondo quanto riportato da El País.

    Mentre in Bolivia sono già state emesse condanne per occultamento contro antichi responsabili gesuiti, in Spagna la responsabilità istituzionale rimane, per ora, non depurata.

    https://infovaticana.com/it/2026/03/27/bolivia-discarica-di-pedofili-le-vittime-denunciano-i-gesuiti-catalani-per-aver-trasferito-abusatori-per-decenni/

  • Miguel Hurtado: “La Spagna è uno dei maggiori esportatori mondiali di preti pedofili”

    Miguel Hurtado: “La Spagna è uno dei maggiori esportatori mondiali di preti pedofili”

    “La segretezza è il terreno fertile per la pedofilia nella Chiesa”. L’affermazione di Miguel Hurtado è inequivocabile. Sa di cosa parla. A 16 anni, questo giovane ha subito abusi sessuali da parte di Germá Andreu, il fondatore degli Scout dell’Abbazia di Montserrat.

    Nel Manuale del silenzio (Planeta), Hurtado racconta la sua esperienza, ma anche il suo lavoro di attivista per cambiare le leggi affinché gli abusi non cessino di esistere e affinché la Chiesa si assuma le proprie responsabilità in una crisi che, a suo avviso, «è la più grave che abbia sofferto dalla Riforma di Lutero».

    La Chiesa è un nido di insabbiamenti?

    Esiste una cultura che ha permesso ai preti pedofili di agire in totale impunità in decine di paesi nei cinque continenti per decenni. Quando partecipavo a incontri con vittime provenienti da tutto il mondo, mi rendevo conto che eravamo molto diversi, ma raccontavamo la stessa storia. E scherzavamo: “Sembra che i vescovi leggano lo stesso manuale”. E poi ho scoperto che avevamo ragione: che il Vaticano aveva progettato, implementato e perpetuato un manuale del silenzio per coprire questo tipo di crimini, e lo aveva mantenuto per un secolo sotto sette papi.

    Quali sono gli obiettivi della loro lotta?

    Mi piace molto il modello sostenuto dalle Nazioni Unite. Quando si verificano gravi violazioni dei diritti umani – violenza sessuale nella Chiesa, crimini commessi sotto la dittatura di Franco, Cuba o Pinochet – il modello da applicare è quello di garantire alle vittime l’accesso alla giustizia, alla verità, alla riparazione e alle garanzie di non recidiva. Questo è il modello che ho in mente. E ciò implica la riforma dei termini di prescrizione, il rafforzamento dei meccanismi investigativi indipendenti, l’istituzione di meccanismi di risarcimento e la riforma della legge sull’insabbiamento, in modo che la protezione dei pedofili sia un reato.

    Misure che riguardano non solo le vittime della pedofilia nella Chiesa, ma tutte le vittime…

    Siamo spesso accusati di criticare la Chiesa solo quando gli abusi si verificano in altri ambienti e istituzioni, ma chi ci critica non fa nulla per cambiare le leggi. Dopo quattro anni, il governo afferma che apporterà una riforma minima e le vittime avranno altri 12 anni per denunciare gli abusi. Questo non sarebbe stato possibile senza le nostre denunce, e ne beneficiano tutte le vittime: nelle famiglie, nelle chiese, nelle scuole, nelle associazioni sportive…

    Perché si pone così tanta attenzione sulla Chiesa e non sulle altre istituzioni?

    C’è mancanza di coerenza morale e ipocrisia, ma anche un altro elemento importante. Poche istituzioni al mondo hanno tanti strumenti per proteggere i pedofili quanto la Chiesa cattolica, per una semplice ragione: non li hanno semplicemente trasferiti da una parrocchia all’altra, ma da un Paese all’altro. La Spagna è uno dei maggiori esportatori mondiali di preti pedofili; abbiamo inviato migliaia di preti pedofili in America Latina, dove hanno commesso atti veramente barbari. Quale altra istituzione può fare altrettanto? Ho un dipendente pedofilo e posso mandarlo in Cile, in Perù, in Ecuador…

    Cosa sta facendo la Chiesa per contrastare questo flagello?

    Stanno apportando i cambiamenti minimi necessari per alleviare la pressione mediatica, politica e delle vittime. Inoltre, la gerarchia reagisce a questi scandali negandoli, minimizzandoli e parlando di campagne contro la Chiesa, il tutto perpetuando la segretezza. E la segretezza è il terreno fertile per la pedofilia all’interno della Chiesa. Se non avessero difeso con fermezza il segreto pontificio per decenni, se non avessero adottato una posizione così oscurantista, questi pedofili sarebbero stati scoperti prima, incarcerati e avremmo salvato migliaia di vittime. La cosa più triste è che hanno adottato la segretezza per proteggere la Chiesa, e non hanno protetto né la Chiesa né le vittime.

    È passato un anno dal vertice anti-pedofilia. Qual è il tuo bilancio?

    È un’altra occasione persa, perché non basta creare protocolli; bisogna seguirli. E la cultura deve cambiare. Deve esserci una cultura della trasparenza, del pieno rispetto della legge e della responsabilità. Ma il Papa, a tutt’oggi, non ha ancora istituito un meccanismo snello ed efficace per garantire che chi copre le irregolarità perda il lavoro.

    È colpa del Papa, è colpa del sistema? Chi è il colpevole?

    Si possono cercare diverse spiegazioni. Credo che i colpevoli del fatto che questo fenomeno non sia stato sradicato – e questo può sembrare un po’ duro – siano i cattolici.

    Perché?

    Perché non chiedono riforme profonde nella loro Chiesa. Il fatto è che, in nome di Dio, i loro vescovi hanno protetto i predatori sessuali che hanno abusato dei loro figli. E quello che sta succedendo è che i cattolici, invece di indignarsi e chiedere riforme profonde, o cercano complotti esterni o vogliono credere di nuovo alle favole, che c’è un Papa buono che dice cose belle e che d’ora in poi tutto può andare bene.

    E c’è qualche possibilità che tutto vada bene?

    Credo che il sistema attuale sia insostenibile. È solo questione di tempo prima che crolli. Hanno rovinato la vita di così tante persone che questa situazione non può finire bene.

    https://www.eldiario.es/sociedad/miguel-hurtado-espana-exportadoras-pederastas_128_1126217.html

  • Un rapporto del Vaticano afferma che le vittime di abusi sessuali da parte del clero hanno bisogno di riparazioni e sanzioni concrete per guarire

    Un rapporto del Vaticano afferma che le vittime di abusi sessuali da parte del clero hanno bisogno di riparazioni e sanzioni concrete per guarire

    Giovedì (16 ottobre) il Consiglio per la tutela dei minori del Vaticano ha affermato che la Chiesa cattolica ha l’obbligo morale di aiutare le vittime di abusi sessuali da parte del clero a guarire e ha individuato come rimedi essenziali risarcimenti finanziari e sanzioni adeguate per gli abusatori e i loro complici.

    La Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori si è concentrata sulla questione delle riparazioni nel suo secondo rapporto annuale. Si tratta di un argomento spesso delicato per la Chiesa, date le implicazioni finanziarie, reputazionali e legali che impone alla gerarchia.

    Il rapporto era significativo: una pubblicazione ufficiale del Vaticano, preparata con il contributo di 40 vittime di abusi provenienti da tutto il mondo, che dava voce alle loro lamentele sulla pessima gestione dei loro casi da parte della Chiesa e alle loro richieste su ciò di cui avevano bisogno per guarire. Conteneva la sconvolgente rivelazione che l’ufficio vaticano responsabile di un terzo delle diocesi cattoliche del mondo aveva ricevuto solo un “piccolo numero di casi” e solo due segnalazioni di vescovi che avevano insabbiato reati sessuali su minori.

    Papa Leone segnala l’impegno alla commissione
    Il rapporto copre il 2024, un periodo precedente all’elezione di Papa Leone XIV. Il primo papa americano della storia ha riconosciuto che lo scandalo degli abusi, che ha gravemente offuscato la credibilità della gerarchia cattolica negli Stati Uniti, in alcune parti d’Europa e in America Latina, rimane una “crisi” per la Chiesa.

    Leo ha manifestato il suo impegno nei confronti della commissione, creata da Papa Francesco nel 2014 per consigliare la Chiesa sulle migliori pratiche per prevenire gli abusi.

    Il rapporto afferma che gli accordi monetari erano necessari per fornire alle vittime la terapia necessaria e altre forme di assistenza per aiutarle a riprendersi dal trauma degli abusi subiti.

    Ma il rapporto afferma che la Chiesa ha un debito ben più grande nei confronti delle vittime, della comunità ecclesiale in senso più ampio e di Dio. La gerarchia deve ascoltare le vittime e fornire loro assistenza spirituale e pastorale. I leader della Chiesa devono scusarsi per il danno arrecato, informare le vittime su cosa stanno facendo per punire coloro che le hanno danneggiate e quali misure stanno adottando per prevenire futuri abusi.

    “La Chiesa ha l’obbligo morale e spirituale di guarire le profonde ferite inflitte dalla violenza sessuale perpetrata, favorita, mal gestita o nascosta da chiunque ricopra una posizione di autorità nella Chiesa”, ha affermato.

    Il rapporto è stato preparato con le vittime in un focus group, che ha elencato le priorità per la loro guarigione. Sono state individuate la necessità di responsabilizzare i leader della Chiesa, di fornire informazioni sui loro casi, di una vera riforma delle strutture ecclesiastiche per punire adeguatamente gli abusatori e i loro complici, e di strategie di prevenzione efficaci.

    “La commissione si impegna a dire alle vittime e ai sopravvissuti: ‘Vogliamo essere al vostro fianco’”, ha dichiarato il nuovo presidente della commissione, il vescovo francese Thibault Verny, in una conferenza stampa in Vaticano.

    Un processo legale che è di per sé ritraumatizzante

    È significativo che il rapporto del 2024 abbia affermato che il modo in cui la chiesa gestisce i casi di abuso e il suo “modello decennale di cattiva gestione delle denunce, tra cui l’abbandono, l’ignoranza, la vergogna, la colpa e la stigmatizzazione” delle vittime, erano di per sé traumatizzanti per loro.

    Si trattava di un riferimento al disfunzionale processo interno della chiesa e al codice canonico interno, in cui possono volerci anni per elaborare un caso e la punizione più severa inflitta a un prete stupratore seriale equivale al licenziamento.

    Il processo è avvolto nel segreto, tanto che le vittime non hanno alcun diritto a ricevere informazioni sul loro caso, se non quello di conoscerne l’esito. Le vittime non hanno altra possibilità se non quella di rendere pubblica la loro storia, il che può essere traumatizzante.

    Il rapporto chiedeva sanzioni “tangibili e commisurate alla gravità del reato”. Sebbene la riduzione allo stato laicale sia una possibile conseguenza per i sacerdoti che violentano minori, la Chiesa è spesso riluttante a rimuovere completamente i sacerdoti. Spesso prevede sanzioni meno severe, come un periodo di ritiro dal ministero attivo, anche per i casi più gravi di abuso.

    Anche quando un vescovo viene rimosso per errori commessi, al pubblico viene comunicato solo che si è ritirato. Il rapporto chiede alla Chiesa di “comunicare chiaramente le ragioni delle dimissioni o della rimozione”.

    https://www.ncronline.org/vatican/vatican-report-says-clergy-sex-abuse-victims-need-reparations-and-tangible-sanctions-heal

  • In America Latina gli abusi sessuali nella Chiesa restano più impuniti.

    In America Latina gli abusi sessuali nella Chiesa restano più impuniti.

    Nella prima domenica del suo pontificato, l’11 maggio, Papa Leone XIV si affacciò al balcone centrale della Basilica di San Pietro per rivolgersi alla folla che lo attendeva. Invitò i giovani ad accogliere le vocazioni “sacerdotali e religiose”, con un’esortazione ferma e diretta: “Non abbiate paura! Accogliete l’invito della Chiesa e di Cristo Signore!”.

    Dal basso, in Piazza San Pietro, le vittime di abusi sessuali da parte di leader cattolici hanno ascoltato le parole con un tono di rifiuto. “I giovani hanno paura. Le vittime hanno paura, e il Papa deve dire, senza mezzi termini, che lo stupro di minori all’interno della Chiesa è un crimine e sarà punito”, ha affermato Sarah Pearson, portavoce di SNAP – Survivors Network of those Abused by Priests. Il gruppo era in Vaticano per chiedere risposte durante il conclave e anche nei primi giorni del pontificato di Robert Prévost.

    Francia e Spagna sono i Paesi con il più alto numero di casi di abusi sessuali da parte del clero al mondo. Negli ultimi ottant’anni, si stima che in questi Paesi ci siano state più di 655.000 vittime. Sulla base di uno studio condotto dall’Istituto Nazionale Francese di Salute e Ricerca Medica (Inserm), la Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali nella Chiesa (Ciase) ha riferito nel 2021 che circa 330.000 minori sono stati vittime di abusi in Francia dal 1950. Un altro rapporto stima che circa 440.000 persone in Spagna potrebbero essere state vittime di abusi sessuali legati alla Chiesa cattolica.

    Anche in Europa, Portogallo e Polonia presentano cifre significative: il primo stima 4.815 casi di abusi tra il 1950 e il 2022. Questo numero è stato riportato dalla Commissione indipendente per lo studio degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica in Portogallo nel 2023.

    In Polonia, dal 2019 sono stati pubblicati tre rapporti. Il primo ha preso in considerazione 625 casi tra il 1990 e il 2018, mappati dalla Conferenza episcopale polacca (KEP). Il secondo, del 2021, ha ricevuto 368 nuove segnalazioni, mentre l’ultimo rapporto, presentato nel 2022, ha aggiunto 84 nuove denunce di abusi tra il 1965 e il 2022.

    Negli Stati Uniti, il rapporto più completo sull’argomento è il John Jay Report, commissionato dalla Conferenza episcopale degli Stati Uniti e pubblicato nel 2004, che stimava il coinvolgimento di 4.392 sacerdoti tra il 1950 e il 2002.

    Papa Francesco ha adottato misure importanti per contrastare gli abusi sessuali fin dal primo anno del suo pontificato, nel 2013. I principali progressi si sono verificati nel 2019, prima con la promulgazione del motu proprio Vos estis lux mundi (“Voi siete la luce del mondo” in latino), che obbliga il clero a denunciare gli abusi e stabilisce le procedure di indagine, e poi con la pubblicazione del Vademecum, il manuale per condurre le indagini sugli abusi sessuali commessi dal clero. Questo manuale affronta le indagini canoniche, cioè all’interno della Chiesa, ma non obbliga l’autorità ecclesiastica a conoscenza del caso a denunciarlo alle autorità civili. Gli attivisti vedono in questo una lacuna nell’impunità nei Paesi in cui la denuncia non è legalmente richiesta, nemmeno dal segreto della confessione religiosa.

    Nel 2021, Francesco ha anche modificato la Costituzione apostolica Pascite Gregem Dei (“Pasci il gregge di Dio”). Gli abusi sessuali nel capitolo “Delitti contro gli obblighi speciali del clero” sono diventati “crimini contro la vita umana, la dignità e la libertà”.

    Nel contesto del mandato di Francesco, SNAP ha lanciato Conclave Watch, un’iniziativa globale guidata da sopravvissuti ad abusi sessuali da parte del clero. L’osservatorio è stato sviluppato sulla base di un’analisi di registri pubblici, prove fornite dalle vittime e segnalazioni di omissioni all’interno della Chiesa. Il progetto mirava a garantire che il nuovo pontefice non avesse precedenti di insabbiamenti e che si impegnasse, fin dall’inizio, ad attuare una politica universale di tolleranza zero.

    “Io, personalmente, e SNAP, siamo molto preoccupati”, afferma Shaun Dougherty, presidente del consiglio di amministrazione della rete. Come molti membri di SNAP, Shaun Dougherty è sopravvissuto ad abusi sessuali da parte di membri del clero durante l’infanzia. Sebbene abbia parlato pubblicamente dell’argomento molte volte, si è commosso raccontando un tentativo di suicidio a 24 anni e il suo percorso per “ritrovare la gioia”, con l’aiuto della terapia e dell’attivismo. “Ho ingoiato 300 pillole. Per fortuna, sono sopravvissuto. Ma molti dei miei amici non sono stati così fortunati. Li ho seppelliti. Dieci, venti, forse di più. Tutte vittime. Tutte sopravvissute. Tutte morte”.

    L’attivista, che ha perso la madre un anno fa, non ha potuto partecipare alla veglia funebre nella parrocchia della sua infanzia, dove è stato ripetutamente violentato dopo le messe funebri: “Mi hanno rubato la fede, l’innocenza, la dignità”. Dougherty rifiuta l’uso di eufemismi: “Non indorare la pillola. Non diciamo ‘abuso’. Stiamo parlando di stupro. Stupro di minori”.

    Un’altra testimonianza sconvolgente tra i sopravvissuti presenti in Vaticano è quella dell’argentino Sebastián. A 13 anni, fu abusato sessualmente da un prete presso la Scuola Marianista di Buenos Aires. “Io e altri ragazzi siamo stati abusati a scuola”, ha detto.

    Per tutta l’adolescenza, Sebastián visse in silenzio, consumato da sensi di colpa e vergogna. Solo dieci anni dopo, a 23 anni, denunciò il crimine. L’indagine penale portò alla condanna dell’aggressore a 12 anni di carcere per corruzione di minore. Ma, secondo Sebastián, il cammino verso la giustizia fu costellato di omissioni istituzionali.

    Nel 2002, si rivolse a Papa Francesco, e all’allora Cardinale Jorge Bergoglio, Arcivescovo di Buenos Aires, per denunciare il tentativo della Congregazione Marianista di mettere a tacere le vittime attraverso accordi di riservatezza. Sebastián fu indirizzato al Vescovo Mario Poli, che espresse il suo sostegno istituzionale alla scuola, secondo la sua testimonianza. “Ero solo un giovane che lottava per la giustizia. In America Latina, continuiamo a comportarci come se fossimo il cortile di casa del Vaticano, senza le stesse esigenze di trasparenza e giustizia che vediamo in Europa”, si lamentò.

    L’appello delle vittime in America Latina. Lo stesso giorno in cui abbiamo visto il fumo bianco salire dal camino della Cappella Sistina, l’8 maggio, SNAP ha consegnato una lettera aperta al Vaticano con i principi di giustizia che il nuovo papa deve adottare con urgenza, tra cui: la creazione di un consiglio globale di vittime di abusi che trarrà beneficio dalla collaborazione della Chiesa, ma non sarà sotto il suo controllo; l’adozione di una politica di tolleranza zero nel diritto canonico; il supporto legale e la creazione di un fondo di riparazione per le vittime che offra supporto psicologico e finanziario, nonché spazi commemorativi; e l’apertura degli archivi segreti della Chiesa.

    Il portavoce di SNAP mette in discussione l’asimmetria rispetto agli Stati Uniti, dove la lotta contro gli abusi sessuali da parte del clero ha compiuto progressi significativi da quando il Boston Globe ha rivelato diversi scandali nel Paese nel 2002. “Le vittime non dovrebbero essere trattate in modo diseguale. In altre parole, il cattolicesimo dovrebbe essere universale. Il Vaticano non può controllare le leggi degli Stati Uniti, del Perù o dell’Italia. Ma può controllare le leggi della sua Chiesa. Pertanto, non dovrebbe trattare una vittima negli Stati Uniti meglio di una vittima in America Latina”. E sebbene la Santa Sede abbia linee guida interne, come il Vademecum, gli attivisti denunciano il divario tra le norme e la loro effettiva attuazione, soprattutto in America Latina.

    “Il fatto che l’America Latina sia il continente cattolico più grande al mondo influisce notevolmente sulla capacità di smantellare la struttura clericale e di gestire questioni più complesse”, spiega Suzana Regina Moreira, studentessa magistrale in Teologia presso la Pontificia Università Cattolica (PUC) di Rio de Janeiro e dottoranda presso la stessa istituzione. “Quando il problema degli abusi sessuali ha iniziato a esplodere durante il pontificato di Papa Francesco, con le implementazioni da lui tentate in diversi paesi latinoamericani, il processo di recepimento di queste linee guida e di loro applicazione a livello nazionale è stato molto lento. Abbiamo avuto il Cile, che è stato uno dei casi più gravi, così come l’Argentina. In Brasile, è stato un processo estremamente lento”.

    Il rapporto “Giustizia per i sopravvissuti agli abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica in America Latina”, prodotto dal Child Rights International Network (CRIN) nel 2019, mostra che, pur essendo il continente più cattolico al mondo, l’America Latina ha i tassi di denuncia più bassi di abusi sessuali da parte del clero. “C’è un silenzio molto forte nei confronti delle vittime e delle famiglie, soprattutto quando sono minorenni, perché quando si tratta di un sacerdote o, peggio ancora, di un vescovo, a volte la famiglia stessa preferisce che il minore non lo denunci”, spiega Moreira. Tra le ragioni di questo silenzio c’è la grande centralità di sacerdoti, vescovi, pastori e monsignori come unica possibile rappresentazione di Cristo sulla Terra.

    Per Moreira, questo riflette un processo storico di colonizzazione in cui i missionari erano i principali agenti di evangelizzazione. “Se guardiamo agli Stati Uniti, ad esempio, è sempre stata una religione minoritaria. Non aveva l’aspetto colonizzatore che ha qui”, spiega.

    Mancanza di dati in Brasile e doppi standard. In Brasile, il panorama degli abusi e degli stupri commessi da chierici è nebuloso. Il Paese con la più grande popolazione cattolica al mondo manca di dati sistematizzati, canali trasparenti per la segnalazione e chiare politiche di responsabilità. Il confronto con altri Paesi è impressionante: negli Stati Uniti, i procuratori statali hanno prodotto rapporti con oltre mille nomi di sacerdoti accusati, sulla base di indagini approfondite. In Brasile, nulla di simile è stato nemmeno tentato.

    “Non si può nemmeno dire che sia in fase embrionale. Semplicemente non esiste”, afferma il giornalista Giampaolo Braga. In collaborazione con il collega giornalista Fábio Gusmão, ha condotto un’inchiesta triennale che ha messo in luce un allarmante scenario di negligenza, mancanza di trasparenza e assenza di politiche pubbliche ed ecclesiastiche efficaci, e che ha dato origine al libro “La pedofilia nella Chiesa”, pubblicato nel 2023.

    Durante l’inchiesta, gli autori hanno tentato di contattare vari livelli della Chiesa cattolica, incluso il Vaticano, per ottenere risposte e informazioni. Dopo due anni di tentativi infruttuosi, la risposta ufficiale è stata formale e ha indirizzato i giornalisti a una commissione nazionale: il Nucleo Lux Mundi, creato dalla Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB) nel 2019, con l’obiettivo di attuare le linee guida del motu proprio di Papa Francesco “Vos Estis Lux Mundi”. Tuttavia, ciò che hanno trovato è stato scoraggiante.

    Secondo Braga, “non esisteva una struttura per accogliere le vittime o imporre richieste alle diocesi. C’era solo un comitato di orientamento, un comitato per le buone pratiche. Tutto era ancora a livello volontario, senza che si realizzasse nulla di efficace”. La maggior parte delle diocesi non pubblica nemmeno i nomi dei sacerdoti sospesi o espulsi per abusi.

    L’organizzazione Adults for Children’s Rights, fondata nel 2012, ha definito la differenza di trattamento tra il Nord e il Sud del mondo un “doppio standard”. I paesi del Nord del mondo, come gli Stati Uniti e le nazioni europee, hanno implementato commissioni d’inchiesta, inchieste pubbliche e sistemi di risarcimento delle vittime, riflettendo un approccio più proattivo alla lotta contro gli abusi.

    Vale a dire che, al di là del dolore individuale, esiste un modello sistemico: la disparità di trattamento tra le vittime nel Nord del mondo e in America Latina. In paesi come Stati Uniti, Germania e Irlanda, commissioni d’inchiesta, inchieste pubbliche e risarcimenti hanno iniziato a emergere a seguito della pressione sociale. In America Latina, il caso di Sebastián è un’eccezione: il silenzio rimane la regola.

    *Dal Vaticano.

    https://www.perfil.com/noticias/elobservador/los-abusos-sexuales-en-la-iglesia-son-mas-impunes-en-america-latina.phtml

  • Il primo rapporto sugli abusi del Vaticano: «Prevale la cultura del silenzio»

    Il primo rapporto sugli abusi del Vaticano: «Prevale la cultura del silenzio»

    “Purtroppo, gran parte della Chiesa rimane priva di solide pratiche o capacità di raccolta dati. Eppure, i dati sono fondamentali per la nostra capacità di promuovere la responsabilità. Pertanto, dobbiamo impegnarci a investire nell’infrastruttura e nelle risorse di raccolta dati della Chiesa. In breve, questo è soprattutto uno strumento di responsabilità nel tempo”. E’ quanto ha affermato la giurista Maud de Boer-Buquicchio, esperta di diritti dell’infanzia, responsabile del primo “Rapporto annuale sulle politiche e le procedure della Chiesa per la tutela, della Pontificia commissione per la tutela dei minori” presentato in Vaticano. Quindi ha aggiunto: “Sappiamo che, in collaborazione con molti altri, dobbiamo migliorare significativamente la verifica dei nostri dati, attraverso riferimenti incrociati con fonti esterne”. Dunque, la Santa Sede, chiarisce, senza margine di dubbio, che “i numeri” relativi al fenomeno sono un fattore decisivo per la comprensione di un fattore di crisi che ha sconvolto la Chiesa nel corso degli ultimi decenni. Non solo: i dati rappresentano un’assunzione di responsabilità; inoltre si ammette la necessità di incrociare i dati con fonti esterne, cioè con indagini condotte da istituzioni terza rispetto a quelle ecclesiali.

    La Cei non fornisce dati
    E chissà cosa ne pensano alla Cei, la Chiesa italiana infatti resta ferma, su questo punto, a quanto emerso fino ad ora. E cioè ai 613 casi trattati dal Dicastero per la dottrina della fede nel corso di un ventennio, dal 2000 al 2021, già noti dal 2022, ora oggetto di uno studio specifico che vedrà la luce nel corso de 2025 (secoondo una recnnete indagine dell’associazione Rete l’Abuso, dal 2000 a oggi sarebbero circa 1200 i casi di abuso su minori riguardanti membri del clero in Italia, ma si tratta d una stima prudente). Manca però uno studio statistico sull’incidenza reale del fenomeno abusi nella Chiesa italiana, nelle singole, diocesi, nelle parrocchie, magari incrociando i dati con i casi trattati dalla giustizia civile, sul modello di quanto avvenuto in Francia o su quello che si fa ogni anno negli Stati Uniti; la motivazione che di solito fa propria la Conferenza episcopale per giustificare questa mancanza, è che la Chiesa italiana preferisce mettere l’accento sulle attività di prevenzione piuttosto che su numeri il cui effetto sarebbe più che altro scandalistico, ma da oggi sostenere le ragioni di questa reticenza diventa di certo più complicato.

    In generale, il tema della mancanza di informazioni sulla reale entità del fenomeno abusi nella Chiesa, riguarda le chiese locali del sud del mondo, rileva il rapporto, dove permangono cultura del silenzio. Per esempio nel testo in relazione a quanto avviene nel continente asiatico, si rilevano “le difficoltà nell’identificare e affrontare con precisione la reale portata degli abusi all’interno delle istituzioni ecclesiastiche, a causa di una pervasiva cultura del silenzio, della riluttanza a denunciare gli abusi e di una generale mancanza di educazione e consapevolezza sulle prassi di tutela”. Lo stesso avviene in Africa e, in parte, in America Latina. In riferimento all’importanza delle parole delle vittime per la presa di coscienza della Chiesa che per lungo tempo non ha agito per arginare lo scandalo, il presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, il cardinale statunitense Sean Patrick O’Malley, ha affermato: “Le loro storie rivelano un periodo privo di affidabilità, in cui i leader della Chiesa hanno tragicamente deluso coloro che siamo chiamati a pascere. È stato un periodo anche privo di professionalità, in cui i leader della Chiesa hanno preso decisioni senza attenersi alle politiche, alle procedure o agli standard di base per la tutela delle vittime. È un periodo buio in cui la sfiducia ha ostacolato la nostra capacità di essere testimone di Cristo”.

    In quanto alle proposte concrete, la commissione vaticana individua diversi campi d’azione, intanto affermando “la necessità di un procedimento disciplinare o amministrativo che fornisca un percorso efficiente per le dimissioni o la rimozione dall’incarico” dei leader della Chiesa responsabili di abusi.

    Informare le vittime
    Quindi si auspica un documento del magistero – come un enciclica – che affronti la questione abusi sotto vari punti di vista. Inoltre, “la Commissione riconosce che tra le principali priorità per coloro che sono stati colpiti da abusi vi è l’accesso alla verità. In linea con la richiesta di una trasparenza sempre maggiore si dovrebbero esplorare misure che garantiscano a qualsiasi individuo il diritto alle informazioni — conservate presso qualsiasi istituzione della Chiesa — a lui/lei connesse, in particolare le circostanze e le responsabilità relative al loro caso di abuso, con la dovuta attenzione alle leggi e ai requisiti concernenti la protezione dei dati. Vengono proposti, quali esempi, alla considerazione e allo studio da parte delle istituzioni competenti della Curia Romana un Procuratore per la parte lesa e un ruolo paragonabile alla funzione di un Ombudsman”. Infine si afferma il bisogno di sviluppare “una definizione più uniforme di vulnerabilità e per coadiuvare tale ricerca dovrebbe essere condivisa l’esperienza acquisita attraverso l’esercizio delle funzioni giudiziarie con un livello di dettaglio sufficiente a promuovere esiti giuridici coerenti e uniformi in tutte le aree del mondo”.

    https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/vaticano-primo-rapporto-abusi-pedofilia-tfkru1d0

  • Tutela Minori: in arrivo il Rapporto annuale sulle risposte agli abusi

    Tutela Minori: in arrivo il Rapporto annuale sulle risposte agli abusi

    La Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori prepara la pubblicazione del Rapporto Annuale Pilota sulle Politiche e Procedure di Tutela nella Chiesa Cattolica. Di tale rapporto si è parlato durante l’assemblea plenaria autunnale svoltasi a Roma dal 7 all’11 ottobre, le cui sessioni di lavoro sono state anche dedicate al potenziamento della capacità locale di tutela attraverso l’Iniziativa Memorare e alla verifica e revisione delle politiche nel Quadro delle Linee Guida Universali.

    L’obiettivo del Rapporto Annuale

    In un comunicato, la Pontificia Commissione spiega che l’obiettivo del Rapporto Annuale, richiesto da Papa Francesco nel 2022, è fornire una valutazione della natura e dell’efficacia delle politiche e procedure di tutela nella Chiesa e offrire raccomandazioni per un miglioramento continuo. Nel corso della plenaria è stato anche esaminato l’Instrumentum Laboris, ovvero il progetto per il prossimo rapporto che coprirà l’anno solare 2024/2025, che si spera possa servire come meccanismo per un cambiamento sostenibile e verificabile nell’approccio della Chiesa cattolica al ministero della tutela.

    La collaborazione con le Chiese locali

    Riguardo allo sviluppo del Quadro delle Linee Guida Universali, sono stati esaminati i feedback ricevuti dalle Chiese locali fino ad oggi e la fase pilota in corso in collaborazione con le Chiese in Costa Rica, Zimbabwe, Polonia e Togo. Il passo successivo sarà integrare i risultati di tale fase in un quadro di tutela consolidato, che rimane l’obiettivo strategico principale e a lungo termine. La plenaria ha valutato anche quanto emerso dagli incontri con 13 conferenze episcopali che si sono svolti negli ultimi sei mesi, in occasione delle visite ad Limina a Roma. Tali incontri rappresentano un’opportunità per conoscere le procedure locali di tutela e per identificare le Chiese locali che non dispongono delle risorse necessarie per fornire un’adeguata assistenza. Alla luce di tutto ciò, l’assemblea ha valutato il programma di potenziamento della capacità di tutela, l’Iniziativa Memorare, e il suo allineamento con i requisiti indicati nella Lettera Apostolica “Vos estis lux mundi”. L’Iniziativa, volta ad aiutare le Chiese locali a creare strutture per ricevere e gestire i reclami in modo trasparente e responsabile e a fornire servizi di assistenza professionale per quanti hanno subito abusi, è attualmente attiva in diverse conferenze episcopali nazionali e conferenze di religiosi in America Latina, Africa e Asia. Il programma partirà a breve anche con altre 12 Chiese locali.

    Il lavoro con il Dicastero per la Dottrina della Fede

    Infine, i membri della Commissione sono stati aggiornati su diversi incontri istituzionali tenuti durante i mesi estivi nella Curia Romana tra cui quello con il Dicastero per il Clero, il Dicastero per i Vescovi, il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e il Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Durante la Messa di apertura della plenaria, il 7 ottobre, il presidente della Commissione, il cardinale Seán Patrick O’Malley, nella sua omelia, ha evidenziato che quanti “soffrono hanno un diritto particolare al nostro amore” e che “la Commissione ha l’opportunità e l’obbligo di rendere la Chiesa una Chiesa più samaritana”. La plenaria, cui hanno preso parte 30 membri esperti e personale dai cinque continenti, è stata il primo incontro sotto la guida del vescovo Luis Manuel Ali Herrera, segretario della Commissione, e di Teresa Kettelkamp, segretario aggiunto, nominati da Francesco la scorsa primavera. Ai lavori hanno partecipato anche l’arcivescovo John Kennedy, segretario della Sezione Disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, accompagnato da padre Robert Geisinger, promotore di giustizia, e padre Brian Taylor, funzionario del dicastero, con i quali ci si è confrontati sulle procedure attuali per affrontare gli abusi sessuali nella Chiesa e sullo sviluppo delle linee guida sulla tutela. Tale partecipazione ha rappresentato un’espressione di unità negli sforzi di prevenzione e ha offerto l’opportunità di esplorare la collaborazione continua tra il Dicastero e la Commissione. “Abbiamo assicurato che la tutela sia e sarà sempre una presenza nella vita della Chiesa” ha detto il cardinale O’Malley all’assemblea. “Anche se non tutti i nostri obiettivi sono stati ancora raggiunti, continueremo a insistere per una riforma dove identifichiamo fallimenti sistemici. I nostri sforzi hanno fatto una differenza significativa – ha affermato il porporato – e forse, cosa più importante, sono un segno di speranza e solidarietà per coloro che hanno subito abusi e per i loro cari”.