Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: America Latina

  • Dall’Uruguay a Savona per testimoniare “Abusato da 3 preti, uno è ligure”

    Dall’Uruguay a Savona per testimoniare “Abusato da 3 preti, uno è ligure”

    Genova – «Sono nato in Brasile. All’età di 6 mesi mia madre mi ha portato con sé in Uruguay, la sua terra. Mio padre non poteva tenerci con sé perché era sposato. Aveva già una famiglia. Dall’età di sei mesi fino a otto anni sono cresciuto in un istituto cattolico. Poi, in altre missioni.

    E sono stato abusato da tre sacerdoti»: è una sintesi della lunga intervista registrata dal sito del Secolo XIX con il giovane sudamericano che sostiene di essere stato abusato ripetutamente, insieme con altri ragazzini, da parte di tre missionari. Di cui uno ligure: don Francesco Zappella, attualmente parroco a Borghetto Santo Spirito e in passato missionario proprio in Uruguay, per cui la onlus Rete L’Abuso ha chiesto ufficialmente a monsignor Guglielmo Borghetti, vescovo coadiutore della Diocesi di Albenga, la rimozione e l’apertura di un processo canonico.

    Il Secolo XIX aveva già raccolto la testimonianza del giovane a distanza, quando si era saputo che nel presunto caso di pedofilia era coinvolto un sacerdote ligure. Il 29enne ha deposto in Uruguay, e poi, proprio grazie al sostegno della Rete L’Abuso, ha affrontato il viaggio aereo per deporre in Italia, a Savona. Prima della sua deposizione, prima del suo rientro in America Latina, ha accettato di raccontare nei dettagli la sua vicenda personale. Racconta della fiducia che aveva nei sacerdoti, e in particolare in quel prete italiano che gli era stato assegnato come tutor. Provvedeva lui ad aiutarlo a studiare.

    Ma, in cambio, esigeva di essere “massaggiato”: e questi massaggi si traducevano poi in pratiche sessuali. Il giovane non si capacita di come un missionario possa fare cose come queste: «La mia vita sarebbe stata diversa, se non lo avessi incontrato?». Oggi il giovane è padre, e si dichiara spaventato all’idea che i suoi bambini, e altri bambini, possano dover affrontare quanto dice di avere subìto. Racconta di avere ricevuto regali, come altri ragazzini ai quali poi veniva chiesto di fare sesso. Racconta di ingenti quantità di denaro, che il prete avrebbe usato per quegli acquisti, dopo avere ricevuto donazioni da parte di fedeli devoti. Dice anche di avere provato a denunciare, quando si è reso conto che quello che credeva un padre non si comportava come un padre. Questa è una breve sintesi della sua lunga dichiarazione. Una dichiarazione di parte: al vaglio della Procura. Se sarà ritenuta attendibile, il sacerdote sarà invitato a chiarire, e nel caso a smentire, le accuse che il ragazzo gli muove.

    La vicenda è venuta alla luce grazie all’associazione La Rete L’Abuso, fondata da Francesco Zanardi, vittima a suo tempo di abusi da parte di un altro sacerdote ligure. La versione del prete: «Solo calunnie, sono sereno» Interpellato in giornata dal Secolo XIX, don Zappella (accusato insieme con due sacerdoti che vivono in Uruguay, padre Gabriel Tojos e padre Sebastian Silvera) si è detto «sereno», perché «sono tutte calunnie» e anche perché «il vescovo ha rifiutato le mie “dimissioni”, resto a disposizione della giustizia».

    Se i fatti denunciati fossero veri, si tratterebbe di una storia molto grave: la pedofilia sarebbe stata praticata per anni, su numerose vittime. Non solo: i soldi inviati dalle famiglie liguri a sostegno della missione, sarebbero stati utilizzati in buona parte per fare regali, costosi, ai ragazzini abusati, per tenerli legati al presunto pedofilo.

    Ci sarebbero donazioni utilizzate non per aiutare bambini in difficoltà, ma per comprarli. Nell’intervista video, la presunta vittima sostiene che il sacerdote italiano abbia una doppia vita: da una parte quella del pastore devoto, fragile, generoso, dall’altra quella del pedofilo, che utilizza la veste di “uomo di Dio” per abusare: «Io lo dicevo, lo raccontavo… – afferma – ma loro, i preti, si coprivano l’uno con l’altro: era una mafia». Ma adesso «non deve succedere più, non deve succedere ad altri bambini».

  • Il Papa perdona la congregazione del pedofilo Marcial Maciel

    Il Papa perdona la congregazione del pedofilo Marcial Maciel

    La controversa organizzazione messicana Legionari di Cristo ha annunciato la decisione di Francesco mediante un comunicato

    Il papa Francesco ha concesso l’ “indulgenza plenaria” alla controversa congregazione messicana Legionari di Cristo nella cornice del Giubileo e della sua fondazione, 75 anni fa, hanno confermato questo giovedì fonti vaticane.

    “Fa parte delle attività del giubileo”, si è limitato a dichiarare alla AFP il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi.

    In un comunicato ufficiale, la congregazione ultraconservatrice, impegnata a pulire il suo passato marcato dalla pedofilia del suo fondatore, il messicano Marcial Maciel, ha informato della decisione del Papa di concedere il perdono della Chiesa.

    L’indulgenza plenaria è stata comunicata attraverso una nota della Penitenzieria Apostolica della Santa Sede con data 27 di luglio del 2015.

    Secondo il documento della Penitenziería Apostolica, i legionari ed i membri del Regnum Christi, braccio secolare, potranno ottenere l’ indulgenza plenaria “se rinnovano per devozione i loro impegn che li vincolano al Movimento o alla Legione, e pregano per la fedeltà della loro patria alla sua vocazione cristiana, per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consagrata, e per la difena della famiglia”.

    Gli si concede l’ indulgenza plenaria “quando si dedicano per un tempo conveniente alla pratica delle opere di misericordia”, quali “insegnare o apprendere la dottrina cristiana o participare in missioni di evangelizzazione”, recita il testo.

    La richiesta di indulgenza è stata presentata dal direttore generale della congregazione, il messicano Eduardo Robles-Gil, per “celebrare degnamente” il 75º anniversario della sua fondazione.

    La congregazione conservatrice, fondata nel 1941, è riuscita per decenni ad occultare le denunce contro Maciel ed ha contato con la protezione di alti gerarchi del Vaticano durante il pontificato di Giovanni Paolo II (1978-2005), il quale considerava i legionari un esempio della virtù cattolica.

    Con una richiesta collettiva di “perdono” per “i comportamenti gravi ed obiettivamente inmorali” commessi dal defunto Maciel, pronunciata attraverso un comunicato divulgato nel febbraio dell’anno passato a Roma, a seguito di una serie di riunioni straordinarie, il movimento, presente in quasi tutta l’ America Latina, ha promesso di “iniziare una nuova tappa” dopo essere stati al limite dello scioglimento per essere stati i protagonisti di uno dei maggiori scandali della Chiesa.

    Fonte: AFP

    http://elcomercio.pe/mundo/actualidad/papa-perdona-congregacion-pederasta-marcial-maciel-noticia-1851846?ref=nota_mundo&ft=mod_leatambien&e=titulo

  • Dall’Uruguay a Savona per testimoniare: «Abusato da 3 preti, uno è ligure»

    Dall’Uruguay a Savona per testimoniare: «Abusato da 3 preti, uno è ligure»

    Genova – «Sono nato in Brasile. All’età di 6 mesi mia madre mi ha portato con sé in Uruguay, la sua terra. Mio padre non poteva tenerci con sé perché era sposato. Aveva già una famiglia. Dall’età di sei mesi fino a otto anni sono cresciuto in un istituto cattolico. Poi, in altre missioni. E sono stato abusato da tre sacerdoti»: è una sintesi della lunga intervista registrata dal sito del Secolo XIX con il giovane sudamericano che sostiene di essere stato abusato ripetutamente, insieme con altri ragazzini, da parte di tre missionari. Di cui uno ligure: don Francesco Zappella, attualmente parroco a Borghetto Santo Spirito e in passato missionario proprio in Uruguay, per cui la onlus Rete L’Abuso ha chiesto ufficialmente a monsignor Guglielmo Borghetti, vescovo coadiutore della Diocesi di Albenga, la rimozione e l’apertura di un processo canonico.

    Il Secolo XIX aveva già raccolto la testimonianza del giovane a distanza, quando si era saputo che nel presunto caso di pedofilia era coinvolto un sacerdote ligure. Il 29enne ha deposto in Uruguay, e poi, proprio grazie al sostegno della Rete L’Abuso, ha affrontato il viaggio aereo per deporre in Italia, aSavona.

    Prima della sua deposizione, prima del suo rientro in America Latina, ha accettato di raccontare nei dettagli la sua vicenda personale. Racconta della fiducia che aveva nei sacerdoti, e in particolare in quel prete italiano che gli era stato assegnato come tutor. Provvedeva lui ad aiutarlo a studiare. Ma, in cambio, esigeva di essere “massaggiato”: e questi massaggi si traducevano poi in pratiche sessuali.

    Il giovane non si capacita di come un missionario possa fare cose come queste: «La mia vita sarebbe stata diversa, se non lo avessi incontrato?». Oggi il giovane è padre, e si dichiara spaventato all’idea che i suoi bambini, e altri bambini, possano dover affrontare quanto dice di avere subìto. Racconta di avere ricevuto regali, come altri ragazzini ai quali poi veniva chiesto di fare sesso. Racconta di ingenti quantità di denaro, che il prete avrebbe usato per quegli acquisti, dopo avere ricevuto donazioni da parte di fedeli devoti. Dice anche di avere provato a denunciare, quando si è reso conto che quello che credeva un padre non si comportava come un padre.

    Questa è una breve sintesi della sua lunga dichiarazione. Una dichiarazione di parte: al vaglio della Procura. Se sarà ritenuta attendibile, il sacerdote sarà invitato a chiarire, e nel caso a smentire, le accuse che il ragazzo gli muove. La vicenda è venuta alla luce grazie all’associazione La Rete L’Abuso, fondata da Francesco Zanardi, vittima a suo tempo di abusi da parte di un altro sacerdote ligure.

    La versione del prete: «Solo calunnie, sono sereno»
    Interpellato in giornata dal Secolo XIX, don Zappella (accusato insieme con due sacerdoti che vivono in Uruguay, padre Gabriel Tojos e padre Sebastian Silvera) si è detto «sereno», perché «sono tutte calunnie» e anche perché «il vescovo ha rifiutato le mie “dimissioni”, resto a disposizione della giustizia».

    Se i fatti denunciati fossero veri, si tratterebbe di una storia molto grave: la pedofilia sarebbe stata praticata per anni, su numerose vittime. Non solo: i soldi inviati dalle famiglie liguri a sostegno della missione, sarebbero stati utilizzati in buona parte per fare regali, costosi, ai ragazzini abusati, per tenerli legati al presunto pedofilo. Ci sarebbero donazioni utilizzate non per aiutare bambini in difficoltà, ma per comprarli. Nell’intervista video, la presunta vittima sostiene che il sacerdote italiano abbia una doppia vita: da una parte quella del pastore devoto, fragile, generoso, dall’altra quella del pedofilo, che utilizza la veste di “uomo di Dio” per abusare: «Io lo dicevo, lo raccontavo… – afferma – ma loro, i preti, si coprivano l’uno con l’altro: era una mafia». Ma adesso «non deve succedere più, non deve succedere ad altri bambini».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2015/09/07/ARyzWlqF-testimoniare_uruguay_abusato.shtml

  • Pedofilia: dalla Liguria all’America Latina, un altro caso scuote la Chiesa

    Pedofilia: dalla Liguria all’America Latina, un altro caso scuote la Chiesa

    La Spezia – L’ombra della pedofilia si allunga, ancora una volta, su un sacerdote italiano: un sacerdote che ha a che fare con la Liguria. I dettagli della vicenda, sono tenuti doverosamente riservati: sia per tutelare la presunta vittima, un giovane che si trova in America Latina, sia per tutelare il sacerdote, che dovrà poter chiarire in tutta serenità le accuse che gli vengono rivolte. Si tratta di un caso delicatissimo: che riguarda presunti abusi, ripetuti nel tempo, su più bambini.

    Il Secolo XIX ha parlato a distanza con il giovane che ha sporto denuncia, nel suo paese. Ha raccolto la sua testimonianza. Le sue parole, sono pesantissime. “Non c’è assolutamente posto, nel ministero, per coloro che abusano dei minori”: l’ha detto Papa Francesco. E Fernando testimonia: “Yo estoy terriblemente mal de vida, esos sacerdotes de la iglesia ensucian la religion, no pueden representar a Dios”. Gli abusi sarebbero avvenuti in una parrocchia, dove opera il sacerdote italiano, uno dei tanti che prestano la propria missione in mezzo ai bambini.

    Anni e anni di passione: che gli sono valsi attestati, ufficiali, di merito, per l’opera di solidarietà. L’ombra, che oggi è comparsa a velare tanto altruismo, va spazzata via. Va cancellata, se è ingiusta. Oppure va chiarita: se dietro, c’è qualcosa di vero. C’è un ragazzo, che ha deciso di parlare, e che racconta di aver vissuto un calvario: e che denuncia, ora che non è più un bambino, perché nessun altro bambino soffra quanto ha sofferto lui. Per poter raccontare la sua verità, deve arrivare in Italia. Per Fernando, è una questione di vita o di morte: interiore.

    E non solo. Denunciare, può diventare, in certe aree dell’America Latina, anche una questione di vita o di morte: materiale. Ci sono equilibri che è bene non toccare. «Nessuno. Non avevo nessuno, quando ho conosciuto quel sacerdote. Sono credente, ed ero solo un bambino. Mi fidavo: tanto, tantissimo. E quando ha cominciato a toccarmi, non mi piaceva. Però non ero in grado di dire basta». E’ solo qualche stralcio, della sua lunga confidenza. Racconta di come fosse la missione, di giorno, e di come si trasformasse di notte. Quando calava il silenzio, e il sacerdote si avvicinava. Scherzava, sorrideva. “Ti sono piaciuti i regali, eh?”. “Sei contento?”. Era contento, il bambino. Era contento, di avere un adulto che si preoccupasse per lui. Un adulto gentile. “Era come un padre…”. Un padre che abusa, però.

    Racconta, Fernando, della freddezza, nei momenti di sesso. “Mi chiamava bastardo. Io da bambino non sapevo il significato della parola”. E l’ossessione del prete, che avrebbe continuato a chiamarlo “il suo bambino”, negli abusi commessi quando già iniziava a diventare adolescente. Solo la giustizia potrà chiarire se l’accusa sia fondata, oppure no. Fernando ha già deposto, al suo paese. Ora, deve raggiungere l’Italia, per completare la denuncia. C’è chi, in Liguria, lo sta aiutando a mettere insieme i soldi del biglietto aereo. C’è una raccolta fondi, fatta attraverso una onlus, senza scopo di lucro, Rete L’Abuso . L’ha fondata Francesco Zanardi, che è stato abusato, da ragazzino, da un prete ligure: e lo ha denunciato. «La Rete non ha niente contro la chiesa – premette – al contrario. E’ nata come forma di auto terapia, di ascolto reciproco, con altre vittime. Poi, in tanti, ci hanno chiesto aiuto, da tutta Italia. E noi, piccola onlus di volontari, cerchiamo di fare tutto il possibile».

    Sulla storia di Fernando, Zanardi dice: «Non sta a noi, verificare, ma alla giustizia. Posso solo dire che mi ritrovo nelle sue parole. Ricordo le stesse sensazioni. E’ come rivivere il mio passato. Ogni volta che una vittima si rivolge a noi, per me è dura, è molto dura. Il passato riaffiora. Ogni volta che un pedofilo è condannato, significa però salvare tanti altri bambini. Per questo Fernando va ascoltato. Se dice il vero, va posta fine alla sofferenza di bambini che non hanno voce, non possono difendersi da soli». Specie nelle piccole parrocchie dell’America Latina, dove vengono raccolti bambini senza famiglia, del tutto soli.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2015/08/29/AR0wVJiF-pedofilia_america_liguria.shtml

  • Vaticano, veleni e sospetti dietro la frenata del processo per pedofilia e pedopornografia a Wesolowski

    Vaticano, veleni e sospetti dietro la frenata del processo per pedofilia e pedopornografia a Wesolowski

    Alla vigilia della prima udienza, l’ex nunzio è stato ricoverato in ospedale. Dalla Santa Sede parlavano di terapia intensiva, ma in realtà l’ex arcivescovo era arrivato in stato confusionale (pare per un mix di alcol e farmaci) e dimesso dopo tre giorni. Secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, Papa Francesco è molto irritato per lo stop. E c’è chi tra i corridoi di San Pietro parla della lobby polacca come mandante dei rinvii.

    Il “mistero Wesolowski” si infittisce. Chi c’è dietro la brusca frenata del processo penale vaticano che vede per la prima volta un ex nunzio ed ex arcivescovo alla sbarra per pedofilia epedopornografia? Ilfattoquotidiano.it ha raccolto tutte le indiscrezioni sulla situazione attuale di Jozef Wesolowski. L’ex nunzio è stato ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma, il “Vaticano III” secondo la celebre espressione di Karol Wojtyla, nel pomeriggio del 10 luglio 2015, vigilia dell’apertura del processo penale in cui era imputato con ben cinque capi di accusa: detenzione di materiale pedopornografico; pedofilia, in un caso in concorso con il suo assistente ed amante, l’ex diacono Francisco Occi Reyes; ricettazione di materiale pedopornografico; lesionigravi alle sue vittime adolescenti; condotta che offende la religione e la morale cristiana per aver visitato siti pornografici.

    Al Gemelli, raccontano a ilfattoquotidiano.it, Wesolowski è arrivato in stato confusionale a seguito dell’assunzione di farmaci e alcol ed è stato tenuto in osservazione per un banale calo pressorio. Non è mai stato in terapia intensiva, come invece dichiarato dalVaticano, né in rianimazione, né in codice rosso. Dopo appena tre giorni di ricovero, il 13 luglio 2015 l’ex nunzio avrebbe lasciato l’ospedale e sarebbe tornato in Vaticano nella stanza numero 5 del Collegio dei Penitenzieri, di fronte Casa Santa Marta, la residenza di Papa Francesco. La Santa Sede continua a smentire e a sostenere che Wesolowski sarebbe ancora ricoverato in terapia intensiva.

    Si racconta di un Papa Francesco abbastanza irritato, al rientro dal viaggio in America Latina, per la brusca frenata al primo processo penale vaticano per pedofilia e pedopornografia.Quest’ultimo reato introdotto proprio daBergoglio subito dopo la sua elezione. L’ipotesi più accreditata nei sacri palazzi è che la “lobby polacca” voglia evitare il processo penale vaticano nel quale l’ex nunzio, già ridotto allo stato laicale nel processo canonico di primo grado, rischia una condanna fino a 10 anni. Wesolowski, infatti, è stato ordinato prete dall’allora cardinale arcivescovo di Cracovia Wojtyla il 21 maggio 1972, e poi arcivescovo da san Giovanni Paolo II nella Basilica Vaticana il 6 gennaio 2000.

    Il processo contro l’ex nunzio si potrebbe chiudere rapidamente perché il pm vaticano, Gian Piero Milano, che è coadiuvato daAlessandro Diddi e Roberto Zannotti, ha raccolto tantissime testimonianze delle vittime di Wesolowski. A esse si aggiungono gli oltre 100mila file con foto e video a sfondo sessuale, a cui si aggiungono più di 45mila immagini hard cancellate che sono stati trovati nel pc dell’ex arcivescovo dalla perizia informatica. Il Papa era stato chiaro: “Sulla pedofilia tolleranza zero”, “non ci saranno figli di papà”. E, infatti, aveva voluto che Wesolowski fosse arrestato. Ora Bergoglio vuole che il processo riparta al più presto e non è disposto a tollerare nessun sabotaggio.

    Twiter: @FrancescoGrana

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/17/vaticano-veleni-e-sospetti-dietro-la-frenata-del-processo-per-pedofilia-e-pedopornografia-a-wesolowski/1883015/

  • Pedofilia, a processo Jozef Wesolowski, ex nunzio apostolico

    Pedofilia, a processo Jozef Wesolowski, ex nunzio apostolico

    L’ex nunzio della Repubblica Dominicana sarà processato sabato mattina in Vaticano. È la prima volta che accade ad un ex arcivescovo.

    Sarà la prima volta che in Vaticano viene processato penalmente un ex arcivescovo per reati di pedofilia. Sabato mattina, nella piccola aula del Tribunale della Città del Vaticano, andrà alla sbarra l’ex nunzio nella Repubblica Dominicana, il polacco Jozef Wesolowski, per rispondere delle gravi accuse di abusi sessuali su minori, commessi a Santo Domingo, e detenzione di un ingente materiale pedopornografico.

    Imputazioni per le quali, dopo essere stato ridotto allo stato laicale in primo grado nel processo canonico dell’ex Sant’Uffizio, Wesolowski era stato posto il 22 settembre scorso agli arresti domiciliari in Vaticano (tuttora, pur rimesso in libertà, non può lasciare i confini del piccolo Stato d’Oltretevere) e per le quali ora rischia fino a sette anni di carcere, salvo la contestazione di ulteriori aggravanti.

    In attesa del processo, che segna quant’altri mai l’autentica svolta impressa da papa Francesco sui reati di pedofilia, senza sconti per nessuno e tanto meno per gli alti prelati, Wesolowski in questi giorni è stato visto ancora aggirarsi in Vaticano, dove comunque ha libertà di movimento, e rientrare verso la sua residenza del Collegio dei Penitenzieri, all’ultimo piano dello stesso Palazzo che ospita il tribunale, aprendo la porta con le sue chiavi. Proprio al Collegio dei Penitenzieri cioè dei frati francescani che confessano i fedeli nella basilica di San Pietro, aveva trascorsi ai domiciliari fino a fine novembre i due mesi di custodia cautelare.

    A giudicare l’ex arcivescovo, assistito come difensore dall’avvocato Antonello Blasi, sarà un collegio interamente di laici, presieduto da Giuseppe Dalla Torre (ex rettore della Lumsa, già presidente nel processo all’ex maggiordomo di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, per il caso Vatileaks), con a latere i giudici Piero Antonio Bonnet e Paolo Papanti-Pelletier. A sostenere l’accusa sarà il promotore di giustizia Gian Piero Milano, che ha condotto l’inchiesta su Wesolowski e ne ha richiesto il rinvio a giudizio, poi
    decretato il 6 giugno scorso dallo stesso Dalla Torre.

    All’ex prelato vengono contestati reati commessi sia durante il suo soggiorno a Roma dall’agosto 2013 sino al momento dell’arresto, sia nel periodo trascorso a Santo Domingo, nei cinque anni in cui è stato nunzio (il 24 gennaio 2008 era stato nominato nunzio nella Repubblica Dominicana e delegato apostolico a Porto Rico, uffici da cui si è dimesso il 21 agosto 2013, richiamato a Roma da papa Francesco dopo le gravi accuse emerse nello Stato caraibico).

    Per il periodo trascorso a Roma, il provvedimento di rinvio a giudizio contesta il reato di detenzione di materiale pedopornografico, introdotto peraltro da papa Francesco con la legge n. VIII del 2013: si tratta di un ingente quantitativo di foto e filmini “a luci rosse” con al centro minori. Per il periodo precedente, il quadro di accusa si basa sul materiale probatorio trasmesso dalla magistratura di Santo Domingo, i cui vertici nei mesi scorsi sono stati anche in Vaticano, in merito agli abusi sessuali su minori. Secondo le indagini della procura locale, l’ex arcivescovo, che a giorni compirà 67 anni, avrebbe pagato almeno sette minori, adescati nella zona portuale di Santo Domingo, per guardarli e filmarli mentre si masturbavano.

    Il dossier su Wesolowski comprende gli interrogatori all’ex seminarista Francisco Occi Reyes, che già in stato di arresto dal giugno 2013 riferì di essere stato l’amante dell’ex nunzio, al quale avrebbe anche procurato adolescenti. L’insieme delle gravi accuse passerà ora al vaglio del Tribunale vaticano, che potrà disporre, per il definitivo accertamento dei fatti, sia di perizie tecniche sui computer dell’imputato, sia eventualmente di forme di ulteriore cooperazione giudiziale con le autorità di Santo Domingo per la valutazione delle prove testimoniali da lì provenienti.

    L’intenzione, ha spiegato la sala stampa vaticana, è quella di “effettuare i più attenti riscontri ed approfondimenti“. La raccomandazione del Papa, ora in viaggio in America Latina, per “un caso così grave e delicato” era stata quella del “giusto e necessario rigore, con assunzione piena di responsabilità da parte delle istituzioni che fanno capo alla Santa Sede“.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/pedofilia-processo-jozef-wesolowski-ex-nunzio-apostolico-1150193.html

  • Lo schiaffo del Papa al nunzio: sarà processato da un tribunale di laici

    Lo schiaffo del Papa al nunzio: sarà processato da un tribunale di laici

    L’appuntamento è fissato per la mattina dell’11 luglio presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, a due passi da Casa Santa Marta dove vive Papa Francesco. Mentre il pontefice è in viaggio in America Latina a migliaia di chilometri di distanza, si apre una pagina nuova nella storia della giustizia vaticana: per la prima volta all’interno delle mura leonine viene giudicato un arcivescovo accusato di pedofilia. Si tratta dell’ex nunzio polacco nella Repubblica Domenicana, monsignor Jozef Wesolowski. Non solo. Per la prima volta nella storia un arcivescovo di Santa Romana Chiesa sarà processato da un collegio giudicante interamente composto da laici: il presidente sarà infatti Giuseppe Dalla Torre, affiancato dai giudici Piero Antonio Bonnet e Paolo Papanti Pelletier. Giudice supplente: Venerando Marano. Cancelliere: Raffaele Ottaviano. L’accusa sarà impersonata dal promotore di giustizia Gian Piero Milano e dai suoi due «aggiunti»: Alessandro Diddi e Roberto Zannotti. La difesa del monsignore è affidata all’avvocato Antonello Blasi che era stato indicato come legale d’ufficio all’atto dell’arresto (il 22 settembre 2014) e poi è stato confermato come avvocato di fiducia.

    Di cosa è accusato il monsignore polacco?
    I fatti sono noti: l’arcivescovo Wesolowski, buon amico di san Giovanni Paolo II e del suo segretario, il cardinale Stanislaw Dziwisz, è stato nominato nunzio nella Repubblica Domenicana e delegato apostolico a Porto Rico il 24 gennaio 2008. Cinque anni dopo, il 21 agosto 2013 è costretto a dimettersi travolto dalle accuse di aver ripetutamente abusato negli anni di bambini domenicani costretti a prostituirsi e di possedere nei suoi computer una mole ingente di foto e filmati pedopornografici. Il grande accusatore è un diacono locale, suo assistente, che ha denunciato di essere stato costretto dall’arcivescovo a procurargli continuamente bambini per rapporti sessuali. Wesolowski, nonostante le accuse, è rimasto a lungo al suo posto, finché un’inchiesta condotta dalla giornalista televisiva Piera Nuria e le proteste dei vescovi locali, non hanno spinto la Santa Sede a sollevarlo dall’incarico e richiamarlo a Roma nell’agosto 2013. Nel frattempo era già stato aperto un fascicolo a suo carico anche dalla procura della Repubblica Domenicana. Ma a quanto pare neppure durante il suo soggiorno a Roma, presso la Casa internazionale del Clero a via della Scrofa, Wesolowski ha smesso di compiere i suoi crimini: secondo l’accusa pure in quel periodo avrebbe continuato a raccogliere e immagazzinare nel suo computer materiale pedopornografico, costringendo così la magistratura vaticana ad arrestarlo e a rinchiuderlo nella Casa dei Penitenzieri. Attualmente, per ragioni di salute in attesa del processo, la carcerazione preventiva dell’arcivescovo polacco è stata convertita in obbligo di dimora, nello stesso luogo, senza la possibilità di allontanarsi dalla Città del Vaticano.

    Wesolowski ha già subito un processo canonico?

    L’arcivescovo è già stato processato dalla giurisdizione canonica: la Congregazione per la dottrina della fede (l’organismo competente a giudicare i cosiddetti «delicta graviora» come le violenze sui minori) ha acquisito dalla magistratura domenicana le prove a carico di Wesolowski (i verbali delle testimonianze dei bambini e dei suoi collaboratori, le testimonianze dei vescovi del luogo, le perizie informatiche) e lo ha condannato alla pena più grave, cioè la riduzione allo stato laicale. Si è trattato di un processo «penale amministrativo canonico». Ora si attende il deposito della sentenza contro la quale, molto probabilmente, il presule farà appello. Intanto però la decisione dell’ex sant’Uffizio è già esecutiva: il monsignore polacco non solo è stato dimesso dal corpo diplomatico della Santa Sede ma gli è stato anche tolto lo stato clericale.
    Tuttavia il Papa, anche come segnale da dare all’esterno, ha fortemente voluto che Wesolowski venisse processato pure dinanzi a un tribunale civile come è, a tutti gli effetti, quello presso lo Stato della Città del Vaticano. Per fare questo ci sono voluti due precisi atti normativi: il primo è un «Motu Proprio» (cioè una legge emanata direttamente dal Papa) dell’11 luglio 2013, intitolato «Ai nostri tempi», che estende la giurisdizione del tribunale vaticano anche ai pubblici ufficiali della Santa Sede, come era il nunzio polacco. Il secondo è un «rescritto di udienza» di Francesco del settembre scorso che ha autorizzato il Tribunale vaticano a processare l’arcivescovo. Di norma, infatti, arcivescovi e vescovi potrebbero essere giudicati solo da un’apposita commissione di tre membri nominata personalmente dal Papa. Il «rescritto» papale invece demanda il giudizio al Tribunale composto da soli laici.

    L’ex nunzio può essere processato due volte?
    Tra la giurisdizione penale canonica e quella penale civile, di fronte al Tribunale vaticano non vi è alcuna sovrapposizione né interferenza, ha sottolineato il promotore di giustizia, Gian Piero Milano, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il 31 gennaio scorso. Ha respinto così la tesi di quanti sostengono che il prelato polacco non può essere giudicato dalla giurisdizione vaticana perché già condannato dalla Congregazione per la dottrina della fede. «Ci si è posti il dubbio se l’esistenza di una concorrente giurisdizione di organi statuali vaticani (il nostro Tribunale) e di organi canonici (la Congregazione per la dottrina della fede) su una medesima fattispecie penale potesse costituire violazione del principio generale “ne bis in idem” (“non due volte per la stessa cosa”, ndr)», riferisce Milano. E risponde che tale dubbio è da fugare poiché «altro sono le sanzioni previste dalle leggi penali vaticane, altro le sanzioni canoniche attribuite alla competenza della Congregazione per la dottrina della fede nei confronti dei chierici. Nelle prime si realizza la giurisdizione dello Stato, per le seconde opera la giurisdizione sullo status (del sacerdote, del vescovo ecc. ndr)».

    Quali pene rischia Wesolowski?
    Sono due i principali capi di accusa a carico del monsignore: anzitutto la detenzione di materiale pedopornografico con l’aggravante dell’ingente quantità. Si parla di centinaia di migliaia di file di foto e filmati rinvenuti nel computer della nunziatura e nel portatile dell’arcivescovo, che Wesolowski avrebbe continuato a raccogliere anche quando ormai era stato richiamato a Roma a partire dall’agosto 2013. In questo caso si applica la legge VIII emanata da Papa Francesco nel luglio 2013 che sanziona proprio questo tipo di reati. Il presule rischia fino a 24 mesi di carcere che possono però essere aumentati a discrezione del giudice a causa delle aggravanti.
    Per i reati di violenza sui minori, che il monsignore polacco avrebbe compiuto invece nella Repubblica Domenicana, si deve applicare il codice penale Zanardelli del 1889, che il Vaticano recepì nel suo ordinamento ed è tuttora vigente. Si può ben immaginare che quel codice non prevedeva i reati di pedofilia come li intendiamo oggi. Tuttavia al caso di Wesolowski si possono applicare gli articoli 335 e 372 che sanzionano «la corruzione mediante atti di libidine» (pena prevista: fino a 30 mesi di reclusione) e le «lesioni personali gravi» comminando pene che possono andare da uno a cinque anni secondo la gravità. Nelle lesioni personali gravi sono compresi anche i danni psicologici. Sommando tutte le pene previste, Wesolowski rischia fino a 9 anni di carcere.

    Quanto durerà il processo?

    Le indagini, ormai concluse, sono durate oltre otto mesi: sono state coordinate dal promotore di giustizia Milano e condotte dalla gendarmeria vaticana sotto la responsabilità del comandante, Domenico Giani. Gli inquirenti vaticani hanno acquisito dalla Congregazione per la dottrina della fede il materiale probatorio che era giunto dalla Repubblica Domenicana. Tuttavia, poiché il processo si svolgerà secondo le norme del codice di procedura penale Finocchiaro-Aprile del 1913, ammodernato con la legge IX del 2013, la fase dibattimentale sarà molto importante. Fondamentali saranno le prove che verranno portate dinanzi al tribunale. Non è da escludere che la difesa chieda la perizia psichiatrica per il monsignore, mentre l’accusa potrebbe portare in aula dei testimoni. La magistratura domenicana ha fornito documenti e verbali con i racconti delle vittime ma il Vaticano potrebbe presentare richiesta di rogatoria per portare altre prove e testimonianze: a cominciare dal diacono Francisco Javier Occi Reyes, ex collaboratore del nunzio e ora suo grande accusatore. Arrestato dalla polizia domenicana, il diacono avrebbe rivelato di essere stato lui ad avvicinare i bambini poveri per portarli all’arcivescovo. Per questa ragione potrebbe essere chiesta anche una rogatoria alla Repubblica Domenicana.
    La prima udienza del processo, l’11 luglio, sarà certamente pubblica ma è molto probabile che, riguardando reati su minori, la difesa chieda che le udienze successive si svolgano a porte chiuse. Il processo entrerà nel vivo tra settembre e ottobre. Si prevede che per giungere alla sentenza ci vorrà almeno un anno. Se condannato, Wesolowski avrà facoltà di appello.

    http://www.panorama.it/news/urbi-et-orbi/lo-schiaffo-del-papa-al-nunzio-pedofilo-sara-processato-da-un-tribunale-di-laici/

  • Il papa emerito, il papa santo e l’amico pedofilo

    Il papa emerito, il papa santo e l’amico pedofilo

    di Federico Tulli – «Padre Maciel è molto caro al Santo Padre e ha fatto molto per la Chiesa. Quindi, mi dispiace, ma non è prudente riaprire un’inchiesta». Quando il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger, spedisce queste poche righe al vescovo di Coatzacoalcos in Messico, monsignor Carlos Talavera Ramírez, sono passati 48 anni dalle prime accuse per abusi “sessuali” trasmesse in Vaticano nei confronti del padre fondatore (nel 1941) della congregazione dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado. Siamo nel 1996. Ratzinger guida l’ex Sant’Uffizio e Karol Wojtyla è Giovanni Paolo II. Ramirez aveva scritto a Ratzinger sollecitato dal sacerdote Alberto Athié, una delle vittime delle violenze di Maciel quando negli anni 50, minorenne, era un seminarista dei Legionari. La sua denuncia rimane lettera morta, come del resto tutte le altre giunte in Vaticano a partire dal 1944.

    Ma Athié non si scoraggia. Insieme a Fernando M. González, sociologo e psicanalista, e José Barba, legionario di Cristo dagli 11 ai 24 anni e in seguito docente universitario, raccoglie in un libro 212 documenti vaticani riservati, segreti e inediti su Maciel, dai quali emerge la consapevole complicità delle gerarchie vaticane, a cominciare da Giovanni Paolo II e dal futuro Benedetto XVI, con il potente sacerdote messicano.

    Il volume che difficilmente vedremo in Italia, i cui diritti appartengono alla Grijalbo-Random House Mondadori, è stato pubblicato nel marzo del 2012 in castigliano, con una tiratura di poche migliaia di esemplari, con il significativo titolo “La volontà di non sapere. Ciò che veramente si conosceva su Maciel negli archivi segreti del Vaticano dal 1944”. Gli autori
    affrontano da tre punti di vista l’esame dei documenti desecretati (tutti consultabili online): González, autore di un altro volume su Maciel, ne svolge l’illustrazione e la ricostruzione cronologica, offrendo considerazioni sull’atteggiamento e la reazione istituzionale della Chiesa cattolica; Athié presenta la propria esperienza personale, spirituale ed ecclesiastica che lo ha condotto ad abbandonare il sacerdozio di fronte al muro di omertà e silenzi eretto intorno alle sue denunce nei confronti del caso Maciel e in generale degli abusi sui minori nella Chiesa; Barba riferisce l’iter di denuncia alla Santa Sede dei crimini di Maciel da lui personalmente seguito dal 1996 in poi.

    L’uscita del libro a marzo 2012 non è casuale. Avviene in coincidenza con il viaggio pastorale di Benedetto XVI in Messico ed è lui il primo destinatario del messaggio di denuncia in esso contenuto. Da qualche anno all’interno delle Mura Leonine le spalle di Maciel non sembravano più tanto coperte ma la sua immagine pubblica continuava ad apparire praticamente immacolata. Per capire cosa sta accadendo bisogna tornare al 2006. «Dopo aver sottomesso le risultanze dell’investigazione ad attento studio, la Congregazione per la dottrina della fede, sotto la guida del nuovo prefetto, il cardinale William Levada, ha deciso – tenendo conto sia dell’età avanzata del reverendo Maciel che della sua salute cagionevole – di rinunciare ad un processo canonico e di invitare il padre a una vita riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando ad ogni ministero pubblico». Con questa laconica nota la sala stampa vaticana annunciava il 19 maggio 2006 che Ratzinger, divenuto un anno prima Benedetto XVI, aveva deciso di togliere le prerogative pastorali a Marcial Maciel Degollado. Il potente deus ex machina dei Legionari ha 86 anni e la sospensione a divinis è la sola “condanna” che sconterà dopo una vita vissuta da pedofilo, concubino, violentatore e morfinomane. Comportamenti che però non vengono citati nella nota, la quale infatti non specifica in alcun modo le motivazioni della “sentenza”. Tutti sanno ma nessuno lo dice. L’obiettivo della Santa Sede è far cadere l’imbarazzante storia di Maciel e dei Legionari nel dimenticatoio preservando l’immagine di Joseph Ratzinger e del futuro santo Karol Wojtyla il cui iter di beatificazione era stato appena avviato, appunto, da Benedetto XVI.

    Di cosa si è macchiato Degollado è presto detto. Ecco una rapida sintesi delle sue gesta pubblicata nel 2002 da Sandro Magister su L’Espresso, confermata anni dopo dall’inchiesta vaticana e dalla documentazione originale pubblicata in “La volontà di non sapere”. Scrive il vaticanista: «Le prime accuse sono del 1948. Sono trasmesse a Roma dai gesuiti di Comillas, in Spagna, dove Maciel aveva mandato i suoi discepoli a studiare. Ma il Vaticano le lascia cadere. Secondo round nel 1956. Questa volta il Vaticano indaga su nuove accuse ancor più pesanti. Maciel è sospeso per due anni dalle sue funzioni ed esiliato da Roma. Ma nel febbraio del 1959 è reintegrato a capo dei legionari. Terzo. Nel 1978 è l’ex presidente dei legionari negli Stati Uniti, Juan Vaca, con un esposto a papa Giovanni Paolo II, ad accusare Maciel di comportamenti peccaminosi con lui quand’era ragazzo. Nel 1989 Vaca ripresenta a Roma le sue accuse. Senza risposta. L’ultima tornata inizia nel febbraio del 1997 con la denuncia pubblica, da parte di otto importanti ex Legionari, di abusi sessuali commessi da Maciel a loro danno negli anni Cinquanta e Sessanta. Nel 1998, il 17 ottobre, due degli otto accusanti, Arturo Jurado Guzman e José Barba, accompagnati dall’avvocato Martha Wegan, incontrano in Vaticano il sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede, Gianfranco Girotti e chiedono la formale apertura di un processo canonico contro Maciel. Il 31 luglio del 2000 Barba, assieme all’avvocato Wegan, incontra di nuovo in Vaticano monsignor Girotti. Ma senza alcun risultato».

    Le amicizie potenti, la ragion di Stato, la falsa morale di cui è intrisa la religione cattolica nei confronti dei crimini pedofili e “sessuali” e la conseguente predisposizione dei gerarchi vaticani a valutarli come dei peccati da condannare con qualche preghiera, a Maciel hanno garantito incolumità, e alle sue vittime una vita di sofferenze e solitudine. Degollado è morto nel 2008 a Miami, in Florida. Due anni dopo la “sua” congregazione dei Legionari verrà commissariata da Benedetto XVI. A metà 2010, diversamente da quanto accaduto nel 2006, la Chiesa ammette infatti pubblicamente che Maciel ha violentato decine di bambini e seminaristi e che ha avuto tre figli da due donne diverse. Ma fa cadere sulla Legione la colpa dell’impossibilità di intervenire prima e di compiere accertamenti sulle accuse, avendo creato «meccanismi di difesa» intorno al fondatore rendendolo di fatto «un intoccabile». Le cose per i Legionari si mettono decisamente male. A ottobre 2010 il delegato pontificio per la congregazione, cardinale Velasio De Paolis, costituisce due commissioni: una per la raccolta delle denunce di abusi nei confronti di Maciel e di altri confratelli Legionari, e l’altra per lo studio e la revisione della situazione economica della congregazione. Secondo la Santa Sede occorre fare piena luce sia sugli abusi che sulle insistenti voci di una gestione economica e finanziaria poco cristallina.

    Nel 2004, anno in cui il promotore di Giustizia, Charles Scicluna, aveva iniziato a indagare su Maciel per conto della Cdf, i Legionari di Cristo avevano a bilancio 650 milioni di dollari di liquidità e un miliardo di dollari in beni per le attività delle scuole, dei seminari e delle opere in America Latina, Europa e Nord America. Grazie al sostegno economico costante di ricchi donatori appartenenti all’oligarchia borghese e della destra estrema latinoamericana, nell’arco di mezzo secolo i legionari erano infatti cresciuti fino a diventare la congregazione più ricca e forse più potente dell’intera Chiesa cattolica, forti di un esercito di 3mila seminaristi e 600 sacerdoti dislocati in 145 collegi, 21 scuole superiori e nove università direttamente controllate. Oggi tutto questo patrimonio è a serio rischio.

    A confermare la tesi della Santa Sede riguardo la cortina protettiva innalzata intorno a Maciel dai suoi accoliti vi sono dei documenti resi noti durante un processo a Rhode Island negli Stati Uniti, proprio nei giorni a ridosso dell’abdicazione di Joseph Ratzinger da pontefice, avvenuta l’11 febbraio 2013. Secondo gli avvocati dell’accusa queste carte dimostrerebbero che i Legionari di Cristo hanno nascosto informazioni sulla vita “sessuale” del loro fondatore a una ricca vedova che negli ultimi 20 anni ha donato all’ordine circa 30 milioni di dollari. L’accusa è di frode e come racconta Jason Barry, il cronista del National Catholic Reporter (NCR), che per primo a fine anni Novanta indagò e riuscì a ricostruire le vicende criminali di Maciel dando voce a decine di vittime e rompendo il muro d’omertà clericale, «le migliaia di pagine di testimonianze, dati finanziari e religiosi, offrono una visione incredibile sulla cultura propria dei Legionari e del loro fondatore messicano, Marcial Maciel Degollado». Secondo Barry, Maciel ha costituito una centro di potere a Roma istituendo una delle più grandi raccolte fondi della Chiesa moderna: «Si è garantito il supporto incondizionato di papa Giovanni Paolo II che lo aveva definito “guida efficace per i giovani” e lo aveva pubblicamente lodato durante solenni cerimonie, anche dopo una denuncia del 1998 che vedeva Maciel indagato per abusi sessuali sui seminaristi della Legione». Il Vaticano non è coinvolto al processo di Rhode Island, ma le decisioni di Woytjla e Ratzinger permeano la lunga cronistoria che emerge dai documenti resi pubblici su ordine del giudice. La figura del papa emerito appare più che centrale in tutta la vicenda, almeno negli ultimi 25 anni.

    Come osserva il filosofo della politica Tommaso Dell’Era, unico in Italia ad averrecensito La volontà di non sapere, «non ci si può non domandare cosa spinse il cardinale Ratzinger a passare dal disinteresse mostrato nel 1996 di fronte alle accuse di monsignor Ramirez, all’incarico assegnato nel 2004 a Scicluna di indagare su Maciel e i suoi». La risposta secondo cui a ottobre 2004 Giovanni Paolo II è ormai prossimo alla morte e non più in grado di impedire un’inchiesta sull’uomo che «ha fatto molto per la Chiesa» non è soddisfacente. Se l’atteggiamento di Wojtyla è stato sempre reticente, quello di Ratzinger, anche dopo aver preteso le dimissioni di Maciel nel 2006 è rimasto quanto meno ambiguo. Ad esempio, tornando al processo di Rhode Island, un capitolo chiave della documentazione riporta l’ammissione del cardinale sloveno Franc Rodé, che aveva dichiarato al NCR e al Global Post di aver visto nel 2004 «un video di Maciel con una donna e un figlio che lui presentava come suo». Secondo Barry, Rodé non mai ha interrogato l’amico Maciel riguardo la sua paternità, ma il cardinale dal canto suo afferma, sempre nei documenti citati, di aver ordinato ai canonisti vaticani, sottoposti del cardinale Ratzinger, di investigare sulle accuse di pedofilia. Le spiegazioni arriveranno solo nel 2010, dopo l’indagine vaticana sui Legionari che ha prodotto nuovi report sull’ordine certificando che Maciel aveva una figlia e che la Santa Sede, quindi Ratzinger, lo sapeva dal 2005. Sebbene in Italia non ne sia giunta voce, non c’è dubbio che i file del processo di Rhode Island, pubblicati due giorni dopo l’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI, aggiungono un ulteriore capitolo agli scandali che Ratzinger teneva ben presenti nella sua ultima messa pubblica da papa, quando ha parlato del volto della Chiesa «talvolta sfigurato».

    Restano le domande: perché il Vaticano pur sapendo dei figli di Maciel dal 2005 non ha diffuso l’informazione o non ha spinto i Legionari a farlo quando Benedetto XVI lo ha sospeso nel 2006? Perché ha nascosto questa e altre informazioni fino al 2010? José Barba, (citato nella ricostruzione di Magister) che oggi è professore in pensione del Mexico City college, sostiene che la questione fondamentale per Benedetto XVI era proteggere la reputazione di Giovanni Paolo II. «Ratzinger voleva garantire la beatificazione di Woytjla», afferma Barba. Ma commise dei passi falsi. Su tutti spicca il significativo rifiuto di incontrare le vittime di Maciel durante il suo viaggio pastorale in Messico. Era una decisione coerente con la volontà di tenere il profilo basso sulla vicenda dei Legionari ma fu certamente una scelta “politicamente” errata pensando alle critiche che questa essa provocò. Solo allora Ratzinger, che da cardinale aveva eluso ogni richiesta di mettere il prete messicano sotto processo, si è trovato per la prima volta a fare i conti con l’imbarazzo per l’entusiasmo del papa polacco verso Maciel anche dopo le denunce del 1998.

    Come detto, l’inchiesta vaticana è avanzata dopo la morte di Wojtyla. Ma l’annuncio del Segretariato di Stato (20 maggio 2005), Angelo Sodano, che Maciel non avrebbe dovuto affrontare un processo canonico solleva gravi interrogativi anche sull’emerito papa tedesco. Ancora in settembre, otto mesi prima della sospensione inflitta da Benedetto XVI, Sodano – che oggi è il decano del Collegio cardinalizio – invitava indisturbato l’amico Maciel a Lucca come ospite ufficiale di una prestigiosa conferenza. Secondo Barba, pressando il coperchio sulla vita segreta di Maciel, Ratzinger ha sperato «di difendere la causa di canonizzazione di Woytjla dalle accuse che costui ha protetto un maniaco». Proteggendolo a sua volta e quindi tentando di salvare se stesso.

  • America Latina, vittime preti pedofili: “Papa dia segnale forte” VIDEO

    America Latina, vittime preti pedofili: “Papa dia segnale forte” VIDEO

    Passi da parole belle a fatti, consegni responsabili a giustizia

    Roma, (askanews) – Si sono appellati a Papa Francesco, chiedendo un intervento deciso e l’attuazione di misure concrete per assicurare alla giustizia i responsabili e i complici di abusi sessuali commessi da parte di sacerdoti. Sono le vittime di pedofilia commessa da religiosi in America Latina. Il messaggio arriva dal Messico: “Vorrei dire a Papa Francesco che se intende veramente servire Gesù e la Chiesa, deve compiere cambiamenti radicali e strutturali che il Comitato dei diritti dell’Infanzia sta chiedendo da tempo. Deve mettere avanti a tutto la dignità e i diritti dei fanciulli”, dice Alberto Athie, un ex prete in Messico.

    Juan Carlos Cruz è una delle vittime di abusi sessuali commessi da un sacerdote in Cile: “E’ una grande sofferenza, sentiamo un senso di tradimento e di inganno da parte di Papa Francesco che dice cose belle ma agisce poi in modo diverso”.

    “E’ necessario che il Papa e i vertici della Chiesa aprano i dossier e li diano alla polizia, consegnando alla giustizia i vescovi che hanno coperto questi crimini. È tempo di riconoscere cosa è successo e dare un segnale forte”, afferma da parte sua Barbara Blaine, anche lei vittima di abusi sessuali e presidente della Rete che raccoglie le vittime di preti pedofili.

    Immagini: Afp

    http://www.askanews.it/esteri/america-latina-vittime-preti-pedofili-papa-dia-segnale-forte_711237026.htm

  • Ogni anno 600 denunce contro i preti

    Ogni anno 600 denunce contro i preti

     Lo scandalo ha pesato anche sull’ultimo conclave. Gli abusi sui minori da parte di esponenti del clero hanno colpito duramente l’immagine e il prestigio di esponenti di spicco della gerarchia, anche cardinali, spesso accusati, se non direttamente, almeno di non aver contrastato con efficacia gli abusi. I numeri, forniti dal Vaticano a inizio 2013, non lasciano dubbi: il picco delle denunce di abusi ricevuti dalla Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio, è stato nel 2004, con 800 denunce, mentre negli ultimi tre anni ci si è attestati sui 600 casi l’anno, in maggioranza relativi ad abusi commessi dal 1965 al 1985. Denunce di tipo «canonico», perché poi esistono le denunce all’autorità giudiziaria. Gli abusi sui bambini da parte di preti hanno rappresentato un vero e proprio «tornado» fin dall’inizio del pontificato di Benedetto XVI, sconvolgendo intere Chiese nazionali, in particolare negli Stati Uniti, ma anche in Irlanda, Olanda, nella stessa Germania. Rivelazioni da parte di uomini della Chiesa, soprattutto negli Usa, erano partite già prima dell’arrivo di Ratzinger nel 2005 al soglio pontificio, ma è negli anni successivi che lo scandalo si è allargato anche in America Latina e in Europa.

    Le denunce delle vittime sono stata sempre più frequenti, aiutate da associazioni, sostenute da avvocati che spesso hanno chiesto risarcimenti milionari, in particolare negli Stati Uniti. Una pressione sempre più forte, tanto che nell’ottobre del 2006 Benedetto XVI reagì parlando degli abusi sessuali commessi dal clero come di «crimini enormi». Nel 2008 nel corso del suo viaggio negli Stati Uniti, Ratzinger aveva deciso di incontrare personalmente alcune vittime, chiedendo loro scusa a nome della Chiesa. Altrettanto accadde nei suoi viaggi in Australia, Malta, Regno Unito e Germania. Il giro di vite impresso da Benedetto XVI si è tradotto anche in processi canonici che hanno portato, nel biennio 2011-2012, alla riduzione allo stato laicale di 400 sacerdoti accusati di molestie a minori.

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/ogni-anno-600-denunce-contro-i-preti-1054167.html