Manfredonia – “Doverosa ricerca della verità“. Verifiche in corso da parte dell’Ente Arcidiocesi di Manfredonia – Vieste – San Giovanni Rotondo in seguito all’articolo pubblicato su StatoQuotidiano.it lo scorso 25 agosto 2023, a firma di Giuseppe de Filippo (l’editoriale), dal titolo “Manfredonia. ‘Mi ha toccato nelle parti intime e mi ha chiesto di fare sesso. Chi? Un sacerdote‘”.
Tag: approfondimento
-

Manfredonia, presunti abusi sessuali da sacerdote. “Doverosa ricerca della verità”
Sui fatti l’Arcivescovo Franco Moscone aveva già detto che “Si tratta di una notizia che richiede necessariamente un approfondimento serio ed accurato, pertanto l’Arcidiocesi intraprenderà quanto previsto dalla normativa canonica. Ciò, al fine di appurare la verità dei fatti e di garantire la giustizia nei confronti delle persone coinvolte“.Potrebbero essere 2 e non 1 i sacerdoti coinvolti nelle accuse, con fatti avvenuti comunque alcuni anni fa.Redazione StatoQuotidiano.ithttps://www.statoquotidiano.it/31/08/2023/manfredonia-presunti-abusi-sessuali-da-sacerdote-doverosa-ricerca-della-verita/1024807/ -

“Ai media cattolici il 36% dei 72 milioni di fondi per il pluralismo informativo, doping religioso sulla stampa”: il dossier dell’Unione atei
È lo Stato a finanziare i giornali della Chiesa cattolica. Quasi un media su due che ha come editore il Vaticano è pagato con denaro del contribuente. A sostenerlo è L’unione degli atei e degli agnostici razionalisti che ha pubblicato un dossier con l’elenco delle 55 testate e riviste di chiara matrice cattolica che ricevono migliaia di euro dallo Stato.
Su 72,3 milioni di euro, 55 beneficiari che hanno come editore diocesi o associazioni come Comunione e Liberazione o i Focolarini, incassano 25,9 milioni di euro, cioè il 35,84% del totale.
Sul podio della classifica – elaborata dallo Uaar sulla base dell’elenco pubblicato dallo Stato dei beneficiari del contributo saldato nel 2023 per le imprese editrici di quotidiani e periodici editi e diffusi in Italia – ci sono il settimanale Famiglia cristiana (6 milioni) della congregazione dei Paolini; il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, Avvenire (5,6 milioni) e Il cittadino (1.424.000 euro), una testata diocesana del Lodigiano e del sud di Milano.
Con cifre minori seguono i giornali La Guida (763.445,85 euro) della diocesi di Cuneo; L’eco del Chisone (715.508,85 euro) edito da una cooperativa culturale che fa capo al Vescovo di Pinerolo; Il Biellese (565.870,08 euro) di proprietà della Chiesa locale; Toscana oggi (418.803,32 euro) della diocesi di Arezzo.
Quanto ai movimenti che pubblicano le loro testate grazie ai soldi dei cittadini cattolici e non: Comunione e Liberazione riceve 408.370,33 euro per pubblicare Litterae communionis tracce e il più noto Tempi (211.883,40 euro); la congregazione di Chiara Lubich edita Città nuova grazie a 361.005,88 euro che arrivano dallo Stato. Ci sono poi i soldi che vanno alle congregazioni: 332.335,31 euro per L’eco di San Gabriele dell’omonimo santuario a Teramo; 287.619,29 euro per La civiltà cattolica della Compagnia dei gesuiti e 158.929,04 euro per Il Regno dei Dehoniani.
“È la prima volta – spiega a ilfattoquotidiano.it il segretario dello Uaar, Roberto Grendene – che andiamo così in dettaglio in questa operazione. La presenza di organi di stampa controllati dalla Chiesa e finanziati dallo Stato è massiccia. C’è un iper finanziamento non certo in veste pluralista di Avvenire, dove la Cei già riceve l’otto per mille. Da notare, inoltre, che spesso i giornali pubblicati dalle diocesi hanno dei nomi non riconducibili al cattolicesimo, vedi ad esempio Il Cittadino o La voce del popolo di Brescia. Tra i 117 giornali e periodici che si dividono la fetta più grossa della torta dei contributi pubblici all’editoria, ben 55 (pari al 47,01%) sono testate e riviste di chiara matrice cattolica”.
Grendene parla di “doping religioso”: “È impressionante che a far man bassa di contributi pubblici sia per l’ennesima volta il mondo cattolico. Ben il 36% dei 72 milioni che in teoria dovrebbero essere destinati a sostenere il pluralismo dell’informazione vanno infatti a finire in tasca alla stampa controllata da diocesi, congregazioni religiose e gruppi ultra cattolici come Comunione e liberazione”.
Non solo. Federico Tulli, su Nessun dogma, la rivista dello Uaar, ha dedicato un approfondimento al tema: “Il quotidiano dei vescovi detiene un discutibile record: l’85% delle copie – cartacee e digitali – è costituito da copie gratis, iperscontate o acquistate da non specificati terzi (con tutta probabilità parrocchie: in un circolo vizioso per cui le vendite lievitano e con esse anche i fondi ricevuti). In pratica con i milioni dei contribuenti può permettersi di circolare gratuitamente o a prezzi di estremo favore, rappresentando così il giornale proporzionalmente meno scelto (rispetto ai fondi ricevuti) da chi vuole spendere qualcosa per leggersene uno”.
-

Torna dal 2 settembre Rete L’ABUSO NEWS – La controinformazione settimanale, a cura dei Sopravvissuti agli abusi sessuali del clero in Italia.
Notizie spesso locali e non riprese dalla stampa nazionale, quindi non note al pubblico italiano.
Il punto di vista dei sopravvissuti, spesso contraddittorio, ed omesso dai media che tengono spesso solo conto degli appelli della chiesa.
Un TG tecnologicamente rivoluzionario non solo per la tematica.
Siamo il primo TG al mondo, sul tema.
Ma la novità;
sarà l’intelligenza artificiale di AI ad animare i volti originali di vittime e giornalisti che pubblicano sul sito della Rete.
Un progetto italiano di informazione social, a basso costo ma assolutamente autorevole, che si spera possa essere replicato in altri paesi.
Ma non solo…
Rubriche di approfondimento.
Le novità giuridiche
I consigli alle vittime
I nostri centri di ascolto
Vi aspettiamo dal due settembre nell’appuntamento settimanale del sabato – Rete L’ABUSO NEWS
A cura dell’osservatorio permanente della Rete L’ABUSO
-

Il mistero dei misteri: “Crimen Sollicitationis”
Nel 2006 la BBC trasmise in Inghilterra un documentario intitolato: “Sex Crimes and the Vatican” che affrontava il tema scabroso degli abusi sessuali sui minori nei quali erano coinvolti decine di sacerdoti cattolici responsabili di reati di pedofilia, accaduti nella diocesi di Ferns nella contea di Wexford in Irlanda, svelando particolari allarmanti e di come i reati, e i loro autori, vennero tutelati dalle autorità ecclesiastiche.
È superfluo dire che in Italia non è mai andato in onda perché il Vaticano ne bloccò la proiezione programmata durante la trasmissione Anno Zero andata in onda il 20 maggio 2010 intitolata “Peccati e reati” dedicata a questo argomento. La redazione della serie giornalistica d’inchiesta della Rai dovette cedere alle motivazioni della Santa Sede preoccupatissima che la visione di tale documentario avrebbe creato equivoci e alzato una polemica pericolosa sull’argomento in tutto il Paese.
Sin dagli anni ’80, alcuni avvocati statunitensi iniziarono ad assumere il patrocinio di minori che avevano subito violenza sessuale da parte di preti pedofili, in alcuni casi si trattava di bambini. All’inizio le gerarchie cattoliche gestirono le denunce addivenendo ad un accordo privato tra le parti che prevedeva la liquidazione di una somma a titolo risarcitorio, nel contempo la parte denunciante rinunciava alla causa con l’obbligo di sottoscrivere un patto di riservatezza.
Alla fine degli anni ’90 il numero delle denunce era così consistente che attirò l’attenzione del Boston Globe che condusse un’inchiesta approfondita e documentata dimostrando quanto fosse diffuso il fenomeno della pedofilia negli Stati Uniti al contempo iniziavano ad emergere numerosi casi di pedofilia anche in Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda, Sud America, tale situazione spingeva il Vaticano ad intervenire con una lettera ad exsequendem denominata “De Delictis Gravioribus” a firma del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede pro tempore cardinale Joseph Ratzinger controfirmata dall’arcivescovo Tarcisio Bertone datata 18 maggio 2001 che conteneva le istruzioni rivolte ad aggiornare quanto precedentemente definito in un altro documento denominato “CRIMEN SOLLICITATIONIS” emanato dal Santo Uffizio il 16 marzo 1962 in materia di delitti considerati particolarmente gravi che riguardano i rituali sacramentali e la morale.
Il documentario della BBC “svelava” al grande pubblico l’esistenza di un atto scritto interno al Vaticano che era noto solo ai vescovi diocesani perché mantenuto nel più stretto segreto (pena la scomunica), tutt’ora in vigore, che contiene la procedura da seguire in caso di denuncia per abusi sessuali su minori consumati e denunciati nell’ambito clericale e reati contro il culto. I patrocinatori americani nelle cause di reati di pedofilia con la pubblicazione della lettera ad exsequendem firmata dal cardinale Joseph Ratzinger poterono rintracciare l’atto originario e, in base ad esso, lo citarono in giudizio con l’accusa – in veste di prefetto vaticano – di aver dato “copertura” ai preti pedofili per 20 anni perché era non solo a conoscenza dell’atto ma diretto responsabile dell’applicazione delle procedure contenute nel “Crimen Sollicitationis” dal 1981 – anno d’inizio del suo mandato – al 2001 – anno della pubblicazione delle modifiche.
Occorre una corretta informazione per affrontare questo delicato argomento dapprima partendo da una lettura critica del documento del 1962, avendo cura di abbandonare sin dall’inizio ogni pregiudizio o riserva mentale riguardo il suo contenuto e i suoi autori e soprattutto rifuggire la tentazione di ricoprire con la dignitosa purezza dello spirito la miseria umana.
Riporto il frontespizio del documento sopra citato in italiano datato 1962. L’ultimo periodo dedicato ai vescovi fa riferimento alla segretezza.
1962 03 16 * CRIMEN SOLLICITATIONIS (ITA) * Alfredo Ottaviani
DALLA SUPREMA SACRA CONGREGAZIONE DEL SANTO UFFIZIO
A TUTTI I PATRIARCHI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
E ALTRI MENBRI DEL CLERO DEI LUOGHI
“ANCHE DI RITO ORIENTALE”
*****************
ISTRUZIONE
Sulla procedura nelle cause di molestia
DA CONSERVARSI DILIGENTEMENTE NELL’ARCHIVIO SEGRETO DELLA CURIA IN RAPPORTO ALLA NORMA DA NON PUBBLICARE E DA NON ACCRESCERE CON ALCUN COMMENTO
Il documento inizia con le disposizioni preliminari. Si ha molestia quando “un sacerdote o nell’atto del sacramento della confessione; o prima o immediatamente dopo la confessione; o in occasione o con il pretesto della confessione; o anche al di fuori dell’occasione della confessione nel confessionale o in altro luogo destinato ad ascoltare le confessioni o scelto con il pretesto di ascoltare la confessione proprio in quel luogo, abbia, tentato di incitare o invitare un penitente – qualsiasi persona sia – a comportamenti disonesti e vergognosi sia con parole, sia con segni, sia con cenni, sia con contatto fisico o attraverso la scrittura da leggere al momento o in seguito o abbia tenuto con lui discorsi o pratiche illecite e disoneste con audacia sconsiderata”.
Il Tribunale diocesano territorialmente competente è quello di residenza dell’accusato ma, in casi di particolare gravità, la causa può essere deferita al S. Uffizio o, quest’ultimo avocarla a sé inoltre è diritto dell’accusato chiedere il trasferimento della causa dinanzi alla Congregazione.
La Congregazione del S. Uffizio è meglio conosciuta come “La Santa Inquisizione” ed è tutt’ora operativa (seppure con un altro nome, ndr).
La vittima deve denunciare il fatto durante la confessione entro dieci giorni dall’accadimento e solo per gravi impedimenti può essere scritta o delegata a persona di fiducia del denunciante. Deve indicare il nome, la data e le circostanze dell’episodio ed eventuali testimoni.
La procedura viene gestita totalmente da soggetti clericali: giudice, difesa, consulenti per le indagini e notaio (che presenzia alle udienze e sottoscrive tutti gli atti che invierà al Vaticano dove verranno archiviati e secretati).
L’organo giudicante è composto dagli Ordinari del luogo – Vescovo residenziale, l’Abate o, in carenza dei primi due, il prelato nullius (cioè con popolo e territorio separati ed esenti), l’Amministratore, il Vicario e il Prefetto Apostolico. Normalmente vi è un solo giudice a causa del segreto che investe l’intero procedimento in tutte le sue parti, può accadere che la complessità della situazione richieda la cooperazione di assessori consulenti scelti tra i sinodali – al massimo due – tale numero ristretto di cooperanti è giustificato dalla segretezza imposta nell’esercizio dei propri incarichi. E’ la segretezza che domina incontrastata tutta la procedura fino ad estendersi inesorabilmente oltre.
Preliminari – punto 11 – cita: “Quello che nel trattare queste cause deve essere curato e osservato in misura più grande è che le medesime si svolgano segretissimamente e che, dopo che siano state determinate e ormai affidate ad esecuzione siano vincolate da un perpetuo silenzio (Instr. Del Santo Uffizio, 20 febbraio 1867, n. 14); tutti anche presi singolarmente, in qualsiasi modo appartenenti al tribunale, o ammessi a causa del loro incarico alla conoscenza degli avvenimenti sono tenuti a conservare inviolabilmente il segreto strettissimo, che è comunemente definito segreto pontificio, sotto pena di incorrere nella scomunica “latae sententiae” immediatamente e senza ulteriore dichiarazione (automaticamente solo per aver commesso il fatto) e riservata alla sola persona del Sommo Pontefice, ad esclusione della Sacra Penitenziaria. Gli Ordinari sono vincolati da questa legge ipso iure o dall’importanza del proprio incarico; gli altri aiutanti ex iuramento che sempre debbono prestare prima di cominciare il proprio compito; e sono vincolati anche coloro che sono delegati, interpellati informati in contumacia, ex praecepto nelle lettere di delega, di citazione, di istruzione imponendo loro con l’espressa menzione del segreto pontificio”.
Perché viene imposto tale segreto? «In alcune questioni di maggior rilevanza viene richiesto un particolare segreto, detto segreto pontificio, e che deve essere custodito con grave obbligo, poiché si tratta della sfera pubblica, che riguarda il bene di tutta la comunità religiosa, non spetta a chiunque, secondo ciò che detta la propria coscienza, ma a chi legittimamente ha la cura della comunità decidere come, quando o con quale gravità tale segreto debba essere imposto».Continuando:«Coloro che hanno l’obbligo di custodire tale segreto» dovrebbero considerarsi come «legati non da una legge esteriore, ma invece da un’esigenza che scaturisce dalla loro stessa dignità umana, dovrebbero perciò ritenere un onore essere chiamati a custodire tali segreti per tutelare il bene pubblico».Si evince che la “facciata” della comunità religiosa è un bene pubblico da tutelare ad ogni costo.
Nell’analisi delle disposizioni preliminari emerge la necessità per il Vaticano di silenziare tutti coloro che partecipano al procedimento per tutelare l’immagine della comunità religiosa; di far trattare direttamente ed esclusivamente il delitto da un tribunale ecclesiastico sottraendolo alla giustizia secolare; vincolare il denunciante (vittima) al segreto del Santo Uffizio e, nel testimoniare davanti al giudice (Vescovo) – senza l’assistenza di un legale – dire la verità pena la scomunica. Nel Titolo quinto – IL DELITTO PEGGIORE – punto 73. “Con il nome di “peggiori dei delitti” si intende qui qualsiasi atto osceno gravemente peccaminoso compiuto o tentato in qualsiasi modo da un membro del clero con una persona del proprio sesso e con animali bruti”. (Bestialitas)
Qui si condanna esplicitamente l’omosessualità come uno dei delitti peggiori. Proprio ieri papa Francesco ha dichiarato che l’omosessualità non va criminalizzata dando una spallata ad un principio contenuto in un documento ufficiale del Santo Uffizio. Per me il problema consiste nel tollerare, invece la soluzione sta nell’accettare, beninteso se ciò non reca danno ad alcuno. Ancora oggi purtroppo si può venire uccisi per le divergenze di idee.
E cosa dire della “bestialitas”? Penso alla povera gallina che prima di finire in pentola deve subire violenze sessuali e non può neanche recarsi in un confessionale a denunciare il suo violentatore – se è un prete – o dalla polizia se non lo è. Però anche gli animali hanno una dignità!
Nella formula si usa “con” e non “contro” un minore – che può essere un bambino o una bambina pari o al di sotto dei 10 anni – imponendo alla vittima il ruolo di complice. Questo particolare è a mio avviso estremamente grave: imporre a un minore vittima di abusi sessuali il ruolo di complice pregiudica tutto il processo, ne devia all’origine la finalità di tutelare i diritti di una vittima di abusi sessuali qualsiasi età abbia. Non vi è una vittima e un “carnefice” ma due complici. Forse per questo la procedura vaticana permette di porre domande tendenziose e autoincriminanti alla vittima.
In un tribunale secolare queste premesse sono inaccettabili: come può un bambino essere complice per abusi sessuali da lui subiti!
Oggi vengono denunciati preti pedofili che molestano bambini, adolescenti e maggiorenni che versano in particolari condizioni di fragilità sociale o psicologica che frequentano scuole private cattoliche, oratori cattolici e parrocchie.
Durante il dibattimento in una causa per pedofilia, l’avvocato Daniel Shea si è visto accusare di complicità da un vescovo diocesano perché difensore del minore che aveva subito abusi sessuali da un prete pedofilo.
Delle modifiche apportate dalla Congregazione della Dottrina della Fede al documento del 1962 e della vicenda giudiziaria del cardinale Joseph Ratzinger strettamente connesse ne parlerò nel successivo approfondimento.
-

«Partì da una mano sul sedere per apprezzarne la forma»
Federica Tourn Editoriale DOMANI – «In una mostra pubblica di Marko Rupnik a Maribor, in Slovenia, era esposto anche un quadro che ritraeva una donna poco vestita, in atteggiamento che sembrava sensuale. Questa cosa mi causò un certo sconcerto: si sapeva perfino chi di noi gli aveva fatto da modella, come se fosse una cosa normale».
Roberta (nome di fantasia), 54 anni, ha fatto parte della Comunità Loyola dal 1990 al 2000. Dalla sua testimonianza emerge chiaramente la sistematicità con cui il noto artista circuiva le giovani suore attraverso il plagio e l’abuso spirituale per ottenere favori sessuali, nell’indifferenza dei suoi superiori. Così come viene ben evidenziato a quali umiliazioni venissero esposte le donne che con fatica riuscivano a respingerlo. La comunità stessa era per Rupnik un sicuro bacino di coltura delle sue prede: non a caso molte ex religiose che abbiamo intervistato ricordano le pressioni ricevute dal gesuita per farle entrare nella “sua” congregazione.
L’abuso sessuale è però soltanto un aspetto dell’ attitudine manipolatoria di Rupnik, che si estende ad ogni aspetto della vita delle persone su cui esercita la sua influenza. Anche chi, come Roberta, è riuscita a sottrarsi ai suoi approcci sessuali, ha dovuto fare i conti con le conseguenze di ripetute violenze psicologiche e spirituali.
Come ha incontrato Marko Rupnik?
Studiavo storia dell’arte all’università e una compagna di studi mi aveva invitato a una mostra di questo gesuita. Ci andai e lo conobbi in quell’occasione: ero alla ricerca di un approfondimento spirituale e quei quadri mi sembrarono significativi; inoltre lui mi notò e mi coprì di complimenti. Aveva un certo carisma, mentre io ero molto insicura. Accettai il suo invito a fare gli esercizi spirituali ignaziani e in pochi mesi lui, mostrando una platonica infatuazione per me, riuscì a manipolare la mia vocazione religiosa fino al punto da costringermi a entrare nella Comunità Loyola, che non avevo mai sentito nominare. Io ero orientata piuttosto verso un ordine tradizionale, come le suore francescane e le orsoline, ma Rupnik diceva che non andavano bene per me, e che ero destinata ad altro. In una messa a Stella Matutina, che allora era la residenza dei gesuiti a Gorizia, mi fece fare un giuramento solenne davanti a Dio che sarei entrata nella Comunità Loyola, un voto che per me doveva avere valore di voto eterno indissolubile. Io subìi e accettai, e da lì sono cominciati i miei dieci anni in Comunità, dolorosi e assurdi: un sacrificio inutile, sterile, senza frutto.
Qual era l’atteggiamento di Rupnik nei confronti delle suore?
Era apertamente ambiguo: per certi sguardi che ti rivolgeva, e per gli apprezzamenti che non ti aspetteresti da un prete. Un giorno, ero ancora una novizia, mi ha messo le mani sul sedere, commentandone compiaciuto la forma. Capivo che era sbagliato, ma lui mi confondeva perché ammantava tutto di un’aura spirituale e giustificava il suo interessarsi apertamente alle forme femminili con il suo essere artista, e perdipiù un artista a servizio della gloria di Dio. Ci ripeteva sempre la retorica del valore spirituale della femminilità, che lui esaltava anche negli aspetti propriamente estetici: per esempio, ricordo una sua “lezione” sull’importanza del colore bianco nella biancheria intima femminile e il suo invito a indossare camicette bianche un po’ trasparenti che lasciassero intravvedere il reggiseno, come segno sublime di purezza e bellezza spirituale. Inoltre, sebbene per allungare le mani avesse aspettato che fossimo soli, in generale il suo atteggiamento ambiguo avveniva alla luce del sole ed era esperienza normale in comunità, come presumibilmente altrove.
Rupnik quindi non agiva di nascosto?
Aveva uno stile comunicativo seduttivo e manipolatorio che era sotto gli occhi di tutti. Ricordo anche che una volta partecipammo all’inaugurazione di una sua mostra a Maribor in cui, oltre ai grandi volti di Cristo, c’erano vari quadri a tema femminile. Uno in particolare ritraeva una donna poco vestita, in un atteggiamento che sembrava sensuale. Questa cosa mi causò un certo sconcerto, ma apparentemente passò sotto traccia in comunità: si sapeva perfino chi di noi gli aveva fatto da modella; se Ivanka ebbe qualcosa da ridire, io non l’ho mai saputo. In quel momento pensai chiaramente che qualcosa non andava, ma se tutti la consideravano una cosa normale, mi dissi che a sbagliare dovevo essere io. Questo era il contesto in cui vivevamo, in cui Rupnik poteva muoversi indisturbato. Infatti, evidentemente, per lunghi anni nessuno lo ha fermato.
Rupnik tentò approcci sessuali con lei?
Una volta. Dato che non riuscivo ad adattarmi alla comunità, ad un certo punto mi trasferirono a Roma e mi mandarono in “cura” da Rupnik. In quel periodo lui mi aveva imposto di telefonargli ogni giorno, cosa che mi metteva in grande imbarazzo, perché in quelle telefonate lui diceva che io ero molto importante per lui, ma chiaramente non era vero. Inoltre dovevo recarmi periodicamente nel suo studio al Centro Aletti, dove lui mi sottoponeva a una specie di terapia psicologica: mi mostrava delle fotografie e io dovevo dire quello che mi facevano venire in mente: lui commentava, anche in un modo che mi feriva, facendomi piangere. Dentro di me pensavo che quella era una procedura improvvisata e che non era qualificato per farlo, ma lui era considerato da tutti nel nostro ambiente un genio, un profeta e un taumaturgo, per cui tenni per me quei dubbi. Al secondo o terzo appuntamento per questa presunta terapia lui volle baciarmi sulle labbra, dicendo che quello era «il bacio di guarigione del Signore». Reagii dicendogli che non volevo più proseguire la “cura” perché non ero sicura che lui sarebbe riuscito a fermarsi.
Dopo che cosa successe?
Io non ne parlai con nessuno ma lui si indispettì e questo mio rifiuto acuì per un certo periodo la riprovazione da parte sua e della comunità, perché adesso ufficialmente, oltre che “poco spirituale”, ero anche una che non portava a termine gli impegni presi e che lasciava le cose a metà. Dopo quella volta, però, non ci provò più con me. Anche se non ho subito molestie sessuali da parte di Rupnik, ho però sperimentato gravi forme di abuso psicologico e spirituale da parte sua e della comunità, perché si sono intromessi nel mio rapporto con Dio, distorcendolo e distruggendo in me ogni fiducia. Questa è una ferita ancora aperta, perché la mia vocazione religiosa era sincera.
Sapeva che aveva abusato di alcune sue consorelle?
No, non sospettavo minimamente che la situazione fosse così grave. Anche a proposito dell’allontanamento di Rupnik dalla comunità non ricordo alcuna ricerca di chiarimento da parte di Ivanka o delle sue fedelissime. Ci avevano detto che era una questione di difesa del carisma. Giravano voci che era successo qualcosa fra “Anna” e padre Marko, ma la chiave di lettura della comunità era che ciò accadeva per una qualche sua colpa. L’unica a essere trattata con riprovazione fu “Anna”, pubblicamente bollata dalla superiora come “infedele” e per questo obbligata per punizione a fare la cuoca nella casa a Mengeš, in Slovenia, per tutta la vita. Lei era visibilmente molto sofferente: quando riuscì a scappare dalla comunità e ci si rese conto che era sparita, una delle sorelle, che in seguito è diventata una colonna del Centro Aletti, ci mandò a cercarla dappertutto, «anche sotto i letti», lasciando intendere che avremmo potuto trovarla senza vita, come se l’ipotesi del suo suicidio fosse prevedibile e quindi razionalmente accettabile. Trovai questo fatto di una crudezza inaudita. Lasciare la comunità era considerato il male assoluto, peggio della morte.
https://www.editorialedomani.it/fatti/marko-rupnik-abusi-accuse-gesuiti-vaticano-r6ynae49
-

CONFESSIONE REPORTER – MEA CULPA, LE MOLESTIE DI ECCLESIASTICI SUI MINORI
Sabato 3 dicembre, in seconda serata, su Retequattro, appuntamento con i reportage di «Confessione Reporter»: la seconda puntata del programma di Stella Pende, a cura di Sandra Magliani, s’intitola Mea Culpa.
Il settimanale di approfondimento della rete diretta da Sebastiano Lombardi propone un’inchiesta ricca di voci: in quelle raccolte da Giulia Pezzolesi, tra Roma e Napoli, si cerca di spiegare come possa accadere che un uomo di Chiesa violi l’innocenza di un ragazzino. Un viaggio nel buio delle testimonianze delle vittime, ma anche nelle voci di vescovi e prelati coraggiosi.Stella Pende, invece, a Enna incontra e racconta la storia di Antonio: nel suo caso, le molestie avvennero quando aveva solo 11 anni.Vedi la puntata -

Abusi, sacro e potere patriarcale: una specificità cattolica?
PARIGI ADISTA. C’è una specificità cattolica nella questione degli abusi? La Chiesa cattolica è un’istituzione patriarcale particolarmente violenta o è solo una manifestazione tra le altre, all’interno di un continuum sociale, del patriarcato del potere?
Se sembra impossibile oggi rispondere con certezza a questa domanda, questo articolo mostra tuttavia che due “impensati” (processi cognitivi inaccessibili all’introspezione cosciente) del copione cattolico giocano un ruolo fondamentale nella resistenza dei cattolici a denunciare e gestire i comportamenti abusanti dei preti a favore della protezione e riparazione delle vittime: la difficoltà di considerare la possibilità di abuso di potere, quest’ultimo concepito come un servizio, e la difficoltà di vedere il consenso sessuale come il punto nodale di ogni attività sessuale, a prescindere dalla “qualità” dei partner coinvolti e dal danno arrecato all’istituto quando è coinvolto un suo dipendente.
Su questo tema verte l’articolo di Constance Lalo (giurista, docente a Sciences Po a Parigi, co-autrice del libro Le sacré incestueux; les prêtres pédophiles, 2017) e Josselin Tricou (sociologo, esperto di religione e di genere, Università Paris-8) sugli “impensati” che alimentano l’abuso nella Chiesa cattolica. Inizialmente pianificato come libro collettivo e interdisciplinare sulla questione, scritto nel 2016 ma ancora attualissimo, è stato rifiutato dall’editore cattolico ed è apparso invece nel 2020 con il titolo «“Si cet homme n’avait pas été prêtre…” Patriarcalité du pouvoir, script catholique et pédocriminalité dans l’Église» (“‘Se quest’uomo non fosse stato un prete…’ Patriarcalità del potere, copione cattolico e pedocriminalità nella Chiesa”) sulla rivista open source Cahiers d’histoire (147, 2020; http://journals.openedition.org/chrhc/15431; https://doi.org/10.4000/chrhc.15431), dunque prima della pubblicazione dei risultati della Commissione CIASE, che in Francia ha mostrato l’estensione della piaga degli abusi nella Chiesa.
Lo pubblichiamo in una nostra traduzione dal francese, rendendolo accessibile online a tutti, all’interno della serie di articoli accademici che pubblichiamo periodicamente in un’ottica di approfondimento delle cause profonde e strutturali del fenomeno degli abusi clericali.
https://www.adista.it/articolo/68794
-

Altre indagini sul prete pedofilo Silverio Mura – Alias pavese; Saverio Aversano
Un inaspettato approfondimento nel processo a carico del prete pedofilo don Silverio Mura denunciato dalla Rete L’Abuso – accusato di aver utilizzato un nome fasullo per trovare ospitalità presso una congregazione nel pavese – che lo scorso 28 ottobre ha visto in aula il Presidente della Rete Francesco Zanardi, testimone dell’accusa nei confronti del sacerdote – condannato insieme alla scuola statale Borsi Due di Ponticelli a risarcire con 320.000€ la vittima Arturo Borrelli – per gli abusi sessuali subiti 30 anni prima dall’allora undicenne, adescato a scuola nelle ore di religione. Qui la responsabilità civile della scuola.
Ma sembra che ,grazie alla chiesa e al cardinale Crescenzio Sepe, che non solo ha nascosto per quasi 10 anni il Silverio Mura, poi rintracciato a Pavia con il nome di Saverio Aversano, dove riceveva dalla sua congregazione nel napoletano la posta reinbustata e spedita al falso nome dai suoi complici, sembrano emergere altri cassi.
Malgrado la perizia allegata alla querela della Rete redatta dalla criminologa Luisa D’Aniello, il prete, coperto ancora una volta dalla chiesa e dal sindaco – che da sue dichiarazioni aveva subito segnalato la cosa alla curia, anzichè alla polizia – ha fatto perdere le sue tracce anche da Montù Beccaria, pur restando sulla base della perizia incontestata della dott.sa D’Aniello soggetto “socialmente pericoloso”.
Malgrado l’udienza già avviata in primo grado nella quale ha testimoniato lo scorso 28 ottobre il presidente pro tempore della Rete, il Tribunale di Pavia, sul caso ha predisposto approfondimenti e la convocazione di testimoni citati nella querela della Rete, oltre a consulenti tecnici – da come si apprende dalla notifica di convocazione della P.G. – mai sentiti in precedenza, oggi però oggetto di approfondimenti.
frazan
-

Il prete stuprò e la Diocesi lo ha coperto. Ma il Giudice non condanna
Quasi non si volesse essere responsabili di una condanna alla Chiesa, il Tribunale di Savona rigetta le prime due richieste di danni avanzate dalle vittime di don Nello Giraudo, alla diocesi di Savona e alle due parrocchie dove i fatti sarebbero accaduti.
Nel primo caso ai danni di M. G. il Giudice ha ritenuto – senza avvalersi di un consulente tecnico – sussistesse l’intervento dei termini prescrittivi, se pur la perizia del medico legale di parte lasciasse dubbi tali almeno da pretendere un approfondimento.
Differente il secondo caso ai danni di Francesco Zanardi dove dalle inferenze del ragionamento motivazionale svolto dal Tribunale di SV, si evince che il Giudice ha fatto acriticamente propria la lacunosa interpretazione svolta dal CTU il quale, pur riscontrando in capo al paziente Francesco Zanardi una situazione di evidente disagio psicologico, ha escluso che esso possa ricondursi agli abusi sessuali subiti nel lontano passato collegandolo piuttosto ad avvenimenti più recenti.
Detta posizione è ingiusta ed inaccettabile perché i ricordi, non recuperati anche per decine di anni dal trauma, accade che si slatentizzino producendo tutte quelle manifestazioni cliniche invece presenti nella vittima che caratterizzano il funzionamento reattivo post-traumatico ravvisabile nello stesso Zanardi.
Ci riserviamo di ricorrere in appello.
Red
-

Quanti e quali tesori sta vendendo la Chiesa di Francia per risarcire le vittime di abusi?
Parigi. A quattro mesi dalla pubblicazione del rapporto Sauvé sugli abusi nella Chiesa in Francia tra il 1950 e il 2020, arriva la prima risposta concreta da parte della Conferenza episcopale francese (Cef). Il Selam, ossia il fondo istituito per risarcire le vittime di violenze nelle istituzioni cattoliche francesi, «ha raccolto 20 milioni di euro», secondo quanto dichiarato pochi giorni fa dal suo presidente, Gilles Vermot-Desroches. «È il primo atto. La Chiesa è fedele a ciò che ha annunciato», ha aggiunto.
Nella nota della Cef, si sottolinea che «questa cifra segna l’avvio del lavoro di giustizia riparativa (…) dimostra, da un lato, la profondità e la messa in pratica dell’impegno annunciato, e, dall’altro, consente ora lo sviluppo di tutte le fasi necessarie al riconoscimento e al risarcimento, nonché l’accelerazione dei progetti di prevenzione».
La Chiesa vende i suoi beni
Il Selam è gestito da un Consiglio di amministrazione composto da 16 amministratori, in maggioranza laici, e da due entità giuridiche: il Bureau international catholique de l’enfance, rappresentato dal suo presidente, e la Cef, rappresentata da uno dei suoi vicepresidenti. La riunione del cda del 24 gennaio ha deciso l’assegnazione delle prime due rate: la dotazione iniziale, di 5 milioni di euro, sarà consacrata al sostegno finanziario delle vittime, la seconda, di un milione di euro, alle iniziative di prevenzione e memoria.
Donazioni private e eredità dei sacerdoti coinvolti negli abusi rafforzeranno il fondo di risarcimento, ma i maggiori contribuenti del Selam saranno le diocesi, ha sottolineato la Cef: attraverso le riserve e soprattutto la vendita di beni immobiliari. A novembre, quando la Conferenza episcopale francese si riunì a Lourdes per l’assemblea plenaria, riconoscendo la “responsabilità” della Chiesa negli abusi, il suo presidente, Éric de Moulins-Beaufort, disse a chiare lettere che l’obiettivo dei 20 milioni di euro entro l’inizio del 2022 sarebbe stato raggiunto anche attraverso «la vendita del patrimonio immobiliare e di proprietà della Cef e delle diocesi».
La casa del vescovo
Ma quali sono questi beni immobiliari che la Chiesa avrebbe già venduto o sarebbe in procinto di vendere per risarcire le vittime? Sul tema c’è molta discrezione da parte delle gerarchie ecclesiastiche francesi. Per ora, una delle poche conferme è arrivata dal vescovo di Créteil, Dominique Blanchet, che a dicembre ha annunciato la cessione della sua residenza per centinaia di migliaia di euro. «La diocesi di Créteil sta contribuendo al fondo Selam istituito per il risarcimento individuale delle vittime senza ricorrere ai fondi della Chiesa né a contributi dei fedeli», ha scritto monsignor Blanchet in un comunicato stampa, prima di aggiungere: «Con l’accordo del Consiglio diocesano per gli Affari economici e del Collegio dei consultori, verrà messa in vendita la residenza del vescovo. Si cercherà un alloggio più modesto vicino al vescovado».
L’altra vendita accertata per rimpinguare il Selam è avvenuta a Besançon. La diocesi si è separata da uno dei suoi edifici situati nel centro storico di Besançon, che apparteneva all’association des Jacobins. La vendita, secondo quanto riportato da monsignor Jean-Luc Bouilleret, arcivescovo di Besançon, ha fruttato 250mila euro. «E se c’è bisogno di fare di più lo faremo, in funzione delle nostre capacità», ha aggiunto l’altro prelato.
5 o 50 mila risarcimenti?
Il principale quotidiano cattolico francese, La Croix, ha dedicato a dicembre un approfondimento sulla questione del fondo di risarcimento. «Gli specialisti contattati da La Croix riconoscono che regna l’incertezza attorno all’importo totale dei risarcimenti», si legge nell’articolo firmato da Matthieu Lasserre e Nicolas Senèze. Tutto dipenderà da quante vittime si rivolgeranno all’Instance nationale indépendante de reconnaissance et de réparation (Inirr) presieduta dalla giurista Marie Derain de Vaucresson.
Saranno 5mila, 10mila o 50mila? E quanto chiederà ognuna di loro? «Ci risulta impossibile fare una stima. Molti hanno manifestato la loro intenzione di non chiedere un risarcimento finanziario», ha detto a La Croix Marie Derain de Vaucresson.
Tutti i gioielli a rischio
Resta il fatto che la vendita del patrimonio immobiliare delle diocesi come fonte di risarcimento sia un vero e proprio rompicapo per la Chiesa francese. Perché il rischio è quello di dover vendere dei veri e propri gioielli. Le Parisien, a dicembre, ne ha elencati alcuni.
A partire dalla sede parigina della Cef, ossia il cuore della Chiesa francese, situata al 58, rue de Breteuil, a due passi dagli Invalides, nel Settimo arrondissement. «Attualmente, la vendita della sede non è di attualità, ma a medio termine, in vista della riorganizzazione dei servizi diocesani su cui abbiamo iniziato a lavorare, perché no?», ha detto Hugues de Woillemont, segretario generale della Cef. Estesa su un terreno di 5.300 metri quadrati, la Maison de la Cef, sette piani e un anfiteatro da 200 posti, potrebbe essere venduta a una cifra superiore ai 50 milioni di euro.
Rinunciare al monastero
Nell’inventario dei beni che presto o tardi potrebbero essere ceduti figurano anche il monastero della Visitation, uno dei tesori del Sesto arrondissement risalente al diciottesimo secolo (valore tra i 36 e i 55 milioni di euro), ma soprattutto la residenza ufficiale dell’arcivescovo di Parigi, al 32 di rue Barbet-de-Jouy, tra la sede del governo e l’ambasciata italiana (potrebbe garantire un incasso attorno ai 50 milioni di euro). A livello simbolico, e non solo, privarsi di questo patrimonio sarebbe un altro duro colpo per una Chiesa francese già profondamente in crisi.
Quanti e quali tesori sta vendendo la Chiesa di Francia per risarcire le vittime di abusi?
