Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: approfondimento

  • Zanardi: “Le vittime dei preti pedofili hanno paura di denunciare” (Parte 2)

    Zanardi: “Le vittime dei preti pedofili hanno paura di denunciare” (Parte 2)

    Per capire il fenomeno allarmante degli abusi in chiesa Sputnik Italia ha raggiunto per un approfondimento Francesco Zanardi, Presidente della Rete d’Abuso che ha condotto questa drammatica ricerca.

    – Ultimamente la Santa Sede si è parlata molto degli abusi e anche ha fatto i passi concreti per contrastare questo fenomeno. Basta ricordare il summit straordinario sulla protezione dei minori voluto dal Pontefice il Moto proprio ad hoc “Vox estis lucis mundi” contro i preti pedofili. Non si può, quindi, dire il Vaticano non agisce proprio e non fa nulla per sbloccare questa situazione assai difficile…

    – Il “Vox estis lucis mundi” non è una cosa positiva per le vittime, lo è per la Chiesa. Il documento, a differenza degli altri, non lascia più alcuna possibilità per i membri del clero di denunciare all’autorità civile, anzi, sottopone tutto al segreto pontificio. Nel documento si stabilisce la gestione dei casi, ma a solo livello interno alla Chiesa, la quale non manda i preti in carcere e non risarcisce le vittime. Chiedo a voi, quale è la cosa buona per le vittime? Io vedo solo il guadagno per la Chiesa, che con questo sistema, meglio di prima, potrà gestire in segreto i casi.

    – Inoltre, nonostante tutti questi sforzi da parte della Chiesa, in Italia non è stata ancora creata una commissione d’inchiesta su questo fenomeno. Potrebbe spiegare il perché?

    – L’ingerenza del clero è notevole in Italia, sono ovunque, persino nelle istituzioni. L’Italia ha ancora tanta strada da fare. Per ora ha solo raccolto le pesanti critiche delle Nazioni Unite. Da parte nostra ci sono state 2 diffide al Governo Italiano, che però non ci ha neppure risposto. Di seguito la posizione delle Nazioni Unite riguardo l’Italia:

    Sfruttamento e abuso sessuale

    21. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.

    – A Suo avviso, quale elemento manca per far partire la “macchina” di prevenzione degli abusi in Italia?

    – Manca lo Stato, che non si occupa di applicare le leggi, che in realtà ci sarebbero. Per esempio il certificato antipedofilia, che però in Italia, lascia scoperta l’intera categoria.

    – Tutto cioè che avete annunciato fino ad oggi, è solo la punta di un iceberg? Dobbiamo aspettare presto altre denunce drammatiche?

    – Questo non lo so. Posso dire che in Italia il sommerso è molto vasto, le persone denunciano alla Chiesa invece che alla magistratura (proprio perché sentono la mancanza dello Stato) e spesso, quando capiscono che la Chiesa non farà nulla, è troppo tardi, perché spesso si ritrovano prescritti.

    Le nostre inchieste proseguono, questa è molto grossa, è di pochi giorni fa e coinvolge sia Bagnasco che il cerimoniere di papa Francesco. Un caso lungo 30 anni che oggi, ai tempi di Francesco e del motu proprio, vede ancora nascondere i preti, segno che nulla è cambiato.

  • Abusi nella Chiesa: “In Italia fino a 4 mila pedofili e 1 milione di vittime” (Parte 1)

    Abusi nella Chiesa: “In Italia fino a 4 mila pedofili e 1 milione di vittime” (Parte 1)

    Un’indagine senza precedenti e più completa sugli abusi sessuali del clero cattolico nei confronti di minori e adolescenti è stata realizzata in Italia dalla Rete d’Abuso – un gruppo di vittime dei preti pedofili fondato nel 2010.

    I dati choc parlano chiaro: sugli oltre 50 mila prelati italiani, il numero dei pedofili oscillerebbe da un minimo di 1000 a 4000. E i minori violentati potrebbero addirittura arrivare fino al milione. Inoltre, 298 prelati incaricati in Italia risultano essere stati chiamati in causa per abusi sessuali ai danni di minori. 144 sono invece quelli che hanno confessato o che sono già stati giudicati come colpevoli nei tribunali.

    Per capire questo fenomeno allarmante Sputnik Italia ha raggiunto per un approfondimento Francesco Zanardi, Presidente della Rete d’Abuso che ha condotto questa drammatica ricerca.

    – Francesco, la Rete d’Abuso ha appena diffuso una mappa e le proiezioni sulle violenze sui minori nella Chiesa in Italia. Come siete riusciti a raccogliere questa informazione sconvolgente e, immagino, anche segreta e realizzare la vostra inchiesta?

    – La mappa e le stime, sono due cose ben diverse, la mappa sono tutti casi veri, solo quelli usciti sui giornali negli ultimi 15 anni (quindi in difetto).

    Le proiezioni invece sono state fatte in assenza di dati italiani e sula base delle commissioni governative degli altri paesi, Irlanda, Belgio, Australia ecc. Il collega, consultando dati ottenuti dalle commissioni di inchiesta ha calcolato sulla base del numero di preti, di popolazione cattolica e di vittime dei rispettivi paesi, una proiezione con varie possibilità percentuali. Tuttavia, la percentuale emersa in media è il 6%.

    La proiezione utilizza due studi per il confronto, quello di Sipe secondo cui un sacerdote può abusare nel ciclo vita di 200 vittime, quella di Greeley che ne ipotizzava 50.

    – Tutti questi dati choc derivano esclusivamente dalla mancanza di denunce oppure Lei ha un’altra spiegazione? A Suo avviso, di che cosa hanno paura le vittime?

    – Mancanza di denunce all’autorità giudiziaria. La Chiesa notiamo sempre che quando esce un caso in genere era già informata, ma non è intervenuta. In Italia le vittime hanno paura di denunciare, il clima non è favorevole, spesso le vittime vengono accusate di aver tardato la denuncia o di cercare soldi dalla Chiesa, nella sostanza non vengono credute. A scoraggiare le vittime è spesso il fatto di vedere i preti reintegrati dopo le denunce e spesso accolti con grandi feste dai cattolici. Secondo le nostre stime, solo il 10% denunciano.

    – La Rete d’Abuso da tanto tempo si occupa di tutela delle persone abusate da membri del clero. Cosa non deve fare una vittima di abusi? Quali sono le vostre linee guida?

    – La prima raccomandazione è di denunciare alla magistratura, senza dire nulla alla Chiesa, in quanto spesso questa si attiva non solo spostando il sacerdote, ma spesso avvicina anche testimoni ecc. creando poi problemi nelle indagini di polizia. In secondo luogo, la denuncia alle autorità civili è utile alla vittima per ricevere un indennizzo economico che la Chiesa non da. La cosa grave è che in Italia, spesso le vittime si rivolgono alla Chiesa la quale, cerca di fare passare tempo, lasciando prescrivere la cosa. La maggioranza di vittime che arrivano alla Rete generalmente lo fanno quando è emersa questa problematica.

    – Potrebbe citare il caso più eclatante che uscito fuori grazie alla vostra inchiesta?

    – Credo che il più eclatante, non in Italia, ma in Vaticano, con vittime italiane, sia quello dei chierichetti del papa. Un caso a mio avviso emblematico e mai risolto. Insabbiato almeno tre volte, e il processo avviato ora in Vaticano parte in maniera disonesta in quanto oggetto di quel processo solo il prete accusato e il rettore del preseminario Pio X. Sono stati esclusi dal processo coloro che per tanti anni hanno insabbiato il caso, mons. Diego Coletti, ex vescovo di Como e Angelo Comastri, n. 2 del Vaticano.

    Credo che questo caso sia la dimostrazione che il Vaticano non è in grado di gestire il problema nel mondo, non è riuscito a risolvere nemmeno un caso che si svolge in un appezzamento di 1 km di terra dove il pontefice ha pieni poteri.

    – La notizia sulla vostra mappa delle violenze ha fatto scalpore ed è stata riportata da molte testate giornalistiche. Avete avuto qualche feedback da parte del Vaticano?

    – Si, ci hanno risposto sulle pagine di Avvenire dove lamentano la mancanza di dati governativi, quindi un riscontro con le nostre proiezioni, noi abbiamo risposto ricordando loro che nel 2014 le Nazioni Unite chiesero al Vaticano di quantificare l’entità del fenomeno, all’Italia lo chiese sempre l’ONU nel 2019 ma ad oggi, né il Vaticano né l’Italia si sono preoccupati di farlo

    Ecco invece la nostra risposta.

  • Chiesa perchè mi fai male, presentazione Savona

    Chiesa perchè mi fai male, presentazione Savona

    Questo libro di Cristina Balestrini, documenta meticolosamente il calvario di quasi otto anni, che suo figlio in particolare, la sua famiglia e chi gli è stato vicino, è stato costretto a subire in seguito al drammatico abuso sessuale da parte di un sacerdote.

    Un percorso di sofferenza inaspettato che ha fatto irruzione violentemente, dalla maledetta notte di fine dicembre 2011 proseguendo tuttora, nella vita di ciascuno, a vario titolo coinvolto.

    Un libro che parallelamente descrive un lungo percorso nella relazione con la gerarchia della Chiesa, che svela passo dopo passo, l’incredibile mostruosa gestione di tutti i livelli clericali.

    Un crescendo incredibile di atteggiamenti, risposte e non risposte sempre più scandalose che in questo libro vengono riportate, all’interno di un mondo complesso di potere e corruzione.

    Come possiamo oggi affermare: “credo la Chiesa, Una, Santa, Cattolica e Apostolica”?

    Come possiamo rispondere ai nostri figli che oggi sanno, che sono in crisi, che magari non vogliono più andare in Chiesa?

    Come possiamo non sentirci noi stessi ipocriti, motivarli e motivarci quando nostro malgrado abbiamo avuto accesso ai documenti, alle registrazioni, alle testimonianze in tribunale, alle intercettazioni, alle incredibili saccenti lettere di risposta alle nostre insistenti domande?

    Leggendo questo libro ciascuno può porsi le medesime domande. L’Autrice ha provato a trovare le risposte all’interno della Chiesa, quella stessa chiesa origine del dolore che la sua famiglia ha dovuto subire con tutta la sua violenza, a partire da quella fisica dell’abuso sessuale, quella psicologica e di potere, non accontentandosi, andando fino in fondo come il libro testimonia.

    L’Autrice esprime, condividendo parte della sua vita, il suo profondo percorso di sofferenza ma anche di speranza, di consapevolezza: un cammino che è anche una testimonianza autentica di fede, un’esperienza drammatica vissuta e raccontata dall’interno della Chiesa stessa che tuttavia fa trasparire fiducia e serenità.

    Nel libro viene chiaramente spiegata, perché vissuta, la differenza tra il Processo in Tribunale e la gestione ecclesiastica dello stesso crimine, evidenziando le differenti angolature e punti di partenza.

    Un contributo intellettualmente onesto ed equilibrato che propone alcune risposte alle tante domande che ciascuno può porsi di fronte alla piaga della pedofilia nella chiesa, alla luce di un percorso di maturazione personale e di impegnativo approfondimento, nella speranza che insieme a tante altre voci di altrettante vittime o persone sensibili a questo tema, possa davvero un giorno costringere anche la chiesa-gerarchia a cambiare, a passare realmente dai proclami ai fatti.

    Testimonianza di fede profonda, arricchita dalla volontà di non nascondere nulla, anche quando non è tutto come sembra in apparenza o come si è sempre pensato.

    Cristina Balestrini

  • L’interferenza che Bergoglio non ha gradito

    L’interferenza che Bergoglio non ha gradito

    Il testo sarebbe stato concordato con Francesco. Molti segnali dicono di no

    Il «nonno saggio in casa» – così l’ha più volte definito papa Francesco ha battuto un colpo. E che colpo.

    Il testo di Benedetto XVI sulla pedofilia nella Chiesa è un documento lucidissimo, altro che «appunti» come li chiama lui: 18 pagine, quasi 40mila battute, una bozza di enciclica. Una testimonianza drammatica, con denunce impressionanti che, oltre alle derive culturali ed etiche del Sessantotto, colpiscono la Chiesa degli ultimi 50 anni. Non direttamente il Vaticano, ma seminari, episcopati, teologi: cattivi maestri di cui Ratzinger fa nomi e cognomi. C’è una critica pesantissima sul «garantismo» ingiustificato di vaste correnti teologiche. Un documento in «ratzingerese» puro dove riappaiono i «valori non negoziabili» e i «beni indisponibili» e si depreca che l’Europa abbia perso le radici cristiane.

    Ma è un duro atto d’accusa anche verso la Chiesa di oggi, non soltanto quella del passato. Ratzinger lamenta la disaffezione alla messa, l’abbandono dei sacramenti, la perdita della fede. «Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere?», si chiede. E risponde: «In ultima analisi il motivo sta nell’assenza di Dio. Anche noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare di Dio». E indica, come esempio da seguire, i nuovi martiri contemporanei: «È pigrizia del cuore non volere accorgersi di loro».

    Ratzinger racconta di avere elaborato i suoi appunti prima della riunione dei vescovi del 21-24 febbraio. L’intento era «fornire qualche indicazione che potesse essere di aiuto in questo momento difficile». Ma del suo approfondimento, che è storico, culturale, teologico ed ecclesiale, non c’è stata traccia nei lavori di quei tre giorni. Ratzinger ha allora ritenuto giusto pubblicare il suo testo «a seguito di contatti con il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, e con lo stesso Santo Padre». Oltre a questo passaggio, Benedetto cita Francesco soltanto un’altra volta, nell’ultima riga, per ringraziarlo.

    Fila tutto liscio tra i due uomini vestiti di bianco, regnante ed emerito? Non sembrerebbe. La diffusione del testo avrebbe creato imbarazzo a Santa Marta perché appare come un puntello, non richiesto, a un magistero considerato non sufficientemente chiaro e approfondito. Un sostegno storico e teologico a una riunione tra papa e vescovi poco efficace. Si potrebbe anche pensare che i due papi lavorino in tandem, e che l’emerito si sia permesso di dire quello che l’altro è costretto a tacere. Un gioco di sponda. Invece no, come dimostra l’accoglienza dei media ecclesiastici al testo ratzingeriano.

    Vatican News ospita un breve sunto. Il sito di Avvenire non ne parla per niente, mentre la vaticanista del quotidiano dei vescovi, Stefania Falasca, amica personale di Bergoglio, ha pubblicato due tweet inequivocabili contro Ratzinger citando altrettanti articoli del Direttorio per i vescovi dal titolo Apostolorum successores. «Il Vescovo emerito avrà cura di non interferire in nulla nella guida della diocesi ed eviterà ogni atteggiamento e rapporto che potrebbe dare anche solo l’impressione di costituire quasi un’autorità parallela a quella del Vescovo reggente», è il primo tweet. Ratzinger è vescovo emerito di Roma.

    Il secondo è giunto quattro ore dopo, se la tirata d’orecchi non fosse stata sufficientemente chiara: «Per l’unità pastorale il Vescovo emerito svolgerà la sua attività sempre in pieno accordo e in dipendenza dal Vescovo in modo che tutti comprendano chiaramente che solo quest’ultimo è capo e primo responsabile del governo della diocesi». Quella di Benedetto, insomma, è considerata un’interferenza, un magistero parallelo che rischia di oscurare quello di Francesco.

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/linterferenza-che-bergoglio-non-ha-gradito-1678212.html?fbclid=IwAR30JEe9eYwf9QaZc40lvQ8JNEUXDJ2j6rq2ciUWO8Lyxna2cvo1bIogoPU

  • Il Papa emerito Benedetto XVI sulla pedofilia nella Chiesa: “Collasso morale cominciato nel ’68”

    Il Papa emerito Benedetto XVI sulla pedofilia nella Chiesa: “Collasso morale cominciato nel ’68”

    Testo denuncia pubblicato dal Corriere della Sera. “Garantiti soprattutto i diritti degli accusati, così condanne quasi impossibili”

  • Summit anti-pedofilia, Lombardi svela i lavori dei gruppi

    Summit anti-pedofilia, Lombardi svela i lavori dei gruppi

    Un testo inedito del moderatore, contenuto nel volume «Consapevolezza e purificazione» (Lev) e anticipato da Vatican News, sintetizza i resoconti: necessaria «una “cultura della denuncia”»

    DOMENICO AGASSO JR
    CITTÀ DEL VATICANO

    È fondamentale «rompere e superare la “cultura del silenzio”». Allo stesso tempo bisogna sviluppare quella «della denuncia». Sono indicazioni emerse dai gruppi di lavoro dell’Incontro per la protezione dei minori, che si è svolto in Vaticano dal 21 al 24 febbraio. Tutti i documenti del meeting – una prima volta assoluta nella storia della Chiesa – sono pubblicati in un libro della Libreria Editrice vaticana (Lev) intitolato «Consapevolezza e purificazione». Vatican News anticipa un testo inedito contenuto nel libro, scritto dal moderatore del summit, padre Federico Lombardi, che sintetizza i resoconti delle squadre di dialogo e riflessione in cui erano divisi i vescovi e cardinali.

    È emerso innanzitutto che bisogna «rompere e superare la “cultura del silenzio”». Occorre allo stesso tempo impegnarsi per sviluppare «una positiva “cultura della denuncia”, che permetta di agire efficacemente nella verità e nella giustizia».

    È importante poi capire «le connessioni fra gli abusi di potere, di coscienza e sessuali; la visione distorta dell’autorità nella Chiesa come potere e non come servizio, qualificata da papa Francesco come “clericalismo”».

    La priorità «dell’ascolto delle vittime è stata ribadita da tutti i gruppi, dove si è riconosciuta la forza delle testimonianze ascoltate». Troppo spesso «le ferite profonde nelle vittime sono causate non solo dal fatto degli abusi, ma anche in gran parte dall’esperienza del rifiuto di essere ascoltate». E anche i vescovi sono chiamati a «esercitare l’ascolto in prima persona». Successivamente, serve «sviluppare le capacità di accompagnamento delle vittime e persone ferite».

    Si può inoltre «mirare ad avere una vera partecipazione di vittime all’aiuto di altre vittime. Inoltre si è parlato del maggiore ruolo che va riconosciuto alle vittime nel corso dei processi canonici».

    Lombardi scrive che «si è messo l’accento sulla importanza della partecipazione e collaborazione dei laici – in particolare delle donne – con le loro competenze specifiche e sensibilità, nei diversi organismi da istituire in aiuto del vescovo (Commissioni per la valutazione delle segnalazioni di abusi; Commissioni “indipendenti” di esame e studio dell’insieme dei casi anche del passato; Commissioni di verifica dell’attuazione di procedure e misure prese; Commissioni per le attività di formazione dei seminaristi, del personale ecclesiale; Commissioni per attività e iniziative di prevenzione per le famiglie e comunità…)».

    Si è parlato dell’importanza «della collaborazione fra Diocesi e Congregazioni religiose, della coerenza di criteri e procedure adottate, anche nel campo dello spostamento del personale religioso da un luogo all’altro». Si è ragionato sul «rapporto fra le competenze dei Vescovi e delle Conferenze Episcopali (ad es. importanza che le Conferenze possano avere un quadro complessivo dei problemi ricevendo adeguate informazioni dalle Diocesi ed elaborando statistiche e Linee guida comuni e valutandone l’attuazione) come pure delle Conferenze Episcopali e di Roma (valutare la trattazione e il giudizio sui casi anche a livello decentrato – Tribunali nazionali o regionali – per evitare accumulo a Roma e ritardi; come pure avere una fase locale di informazione e valutazione sui problemi relativi a negligenza o incompetenza nel governo dei vescovi)».

    Si è esortato alla realizzazione di «un Vademecum per tutti i vescovi, da cui risultino chiaramente i loro compiti e doveri e la obbligatorietà delle norme. La preparazione di un tale Vademecum è stata annunciata da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede ed è molto attesa».

    Tutto ciò è decisivo affinché si possa «procedere efficacemente anche nella direzione del “rendere conto” delle proprie responsabilità (accountability) e della valutazione del modo in cui le responsabilità di governo sono state esercitate».

    In alcuni gruppi «si è discusso in modo approfondito sui problemi e sulle utilità dei “seminari minori”, criticati in una delle relazioni. In tutti i gruppi si è ribadita l’urgenza di un miglioramento della formazione umana, affettiva e integrale dei candidati al sacerdozio, anche nella dimensione della sessualità». Ed è stata «apprezzata l’importanza della presenza di donne nel corso della formazione, di persone competenti dal punto di vista psicologico, dell’uso di test psicologici, in modo da evitare l’accettazione agli ordini sacri di persone inadatte».

    Si è insistito «sull’importanza delle informazioni fra i Vescovi o Superiori competenti sui seminaristi o sacerdoti che passano da un seminario a un altro o da una Diocesi all’altra».

    In diversi gruppi ci si è interrogati «sull’esistenza di un rapporto fra gli abusi sessuali e l’omosessualità. La questione è complessa e per vari motivi sembra da ritenere che non vada stabilita una connessione. La questione merita tuttavia un approfondimento per quanto riguarda il clero cattolico, poiché i casi di abuso conosciuti da parte di membri del clero sono in maggioranza nei confronti di ragazzi piuttosto che di ragazze».

    Poi, la trasparenza, che significa «anzitutto la pubblicazione e conoscenza delle regole, procedure e norme che devono essere seguite; seguirle effettivamente e poter verificare comportamenti, azioni e risultati».

    A proposito di statistiche «si sarebbero desiderati rapporti più dettagliati sulla situazione. Se vi è stata una sentenza di condanna definitiva è giusto che sia conosciuta, come pure è bene che siano resi noti i motivi di dimissione di un vescovo dal suo compito».

    Occorre fare chiarezza sulla tematica «del “segreto”: segreto pontificio, istruttorio, d’ufficio, professionale, confessionale. Si è parlato più volte della eliminazione del “segreto pontificio” a proposito dei procedimenti su abusi sessuali di minori, ma bisogna spiegare che cosa comporta».

    E nella collaborazione con le autorità civili, va dato «accesso ai documenti richiesti».

  • Pedofilia del clero in Italia: il vero problema sono I vescovi. Documento del movimento Noi Siamo Chiesa

    Pedofilia del clero in Italia: il vero problema sono I vescovi. Documento del movimento Noi Siamo Chiesa

    “Noi Siamo Chiesa”, con l’allegato documento, dà un contributo, dalla base della Chiesa cattolica, sul problema della pedofilia del clero nel nostro paese, rispondendo alla richiesta di papa Francesco di attivarsi contenuta nella sua  “Lettera al Popolo di Dio” del 20 agosto.

    “Noi Siamo Chiesa” ritiene che i vescovi italiani siano gravemente responsabili per una situazione diversa da tutte le altre dove il problema è esploso e dove delle iniziative sono state prese nella Chiesa. I vescovi in Italia infatti non riconoscono il fenomeno nella sua gravità e non organizzano quanto dovrebbero fare da subito (monitoraggio della situazione, interventi a favore delle vittime ed autorità indipendenti per il loro ascolto, atti penitenziali collettivi, modifiche alle regole che si sono date che tengono a proteggere il sistema ecclesiastico e a non prevedono l’obbligo di denuncia alla magistratura).

    Il Consiglio Episcopale Permanente della CEI , che si riunisce lunedì,dovrebbe prendere decisioni urgenti per dare una svolta radicale alla linea tenuta fino ad ora. Un gruppo di lavoro sul problema, interno alla CEI e costituito un anno fa, non può essere considerato in alcun modo un intervento significativo e sufficiente.

    “Noi Siamo Chiesa” propone che in ognuna delle forme di intervento auspicate sia garantita una presenza femminile paritetica a quella maschile.

    Roma, 21 settembre 2018                                                                          NOI SIAMO CHIESA

    1. Oggi don Mauro Galli, della diocesi di Milano, è stato condannato a sei anni e quattro mesi

     

    Rispondiamo alla “Lettera al Popolo di Dio” di papa Francesco:  il vero problema sono i vescovi per quello che pervicacemente si ostinano a non fare.

    Siamo in ritardo nelle azioni e sanzioni necessarie sulla questione della pedofilia del clero, ha detto papa Francesco nella sua “Lettera al Popolo di Dio” del 20 agosto. Ora “ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale  di cui abbiamo tanto bisogno”. Prendiamo in parola questo insolito appello e cerchiamo di dire pane al pane e vino al vino su una  questione sulla quale la base cattolica non può che interloquire con le  strutture del potere ecclesiastico, perché sono esse, ed esse sole, le responsabili della situazione. Ci sembra che quanto ha detto Gesù sullo scandalo ai  piccoli (Mt 18,6)  è ancora  scritto  nel Vangelo!

    Diamo per  ben conosciute le informazioni e gli interventi di ogni tipo che hanno percorso e scosso l’universo cattolico da tempo, ma particolarmente in queste ultime settimane.

    Quello che i vescovi italiani non hanno fatto fino ad ora:

    • non hanno voluto riconoscere la gravità  della situazione anche nel nostro paese ed hanno continuato a prendere tempo, usando in troppe occasioni solo belle parole. Nel 2002 la CEI definiva il fenomeno “talmente minoritario da non meritare un’attenzione specifica”. Poi si parlò anche di “complotto laicista”! Da allora ogni decisione è stata presa al traino degli input del Vaticano, a partire dalle “Linee Guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” del 2012 (1). Tutto ciò ha portato alla logica de “il problema non è grave come altrove” e, comunque, “il vescovo è il supremo responsabile in ogni diocesi” scaricando così la questione o sul Vaticano o sul singolo  Tra le campagne organizzate dalla CEI in questi anni su tante questioni (unioni civili, testamento biologico, legge 40 ecc…) è mancata quella nei confronti dei preti pedofili; è sempre passata la linea di un facile giustificazionismo intrecciato con la logica, non evangelica, della difesa  dell’istituzione.
    • non hanno organizzato un monitoraggio continuativo e sistematico della situazione, caso unico in tutta Europa. A domanda Mons. Galantino ha candidamente confessato che la CEI non ha dati generali e ha invitato a documentarsi dalla stampa d’informazione.
    • non hanno mai pensato ad alcun intervento a favore delle vittime. Ad esse tutti i testi della CEI dedicano solo poche generiche parole. A scanso di possibili rischi (per timore della magistratura) il comma 2 del punto 6 delle citate Linee Guida recita “Nessuna responsabilità diretta od indiretta per gli eventuali abusi sussiste in capo alla S. Sede o alla CEI”. Ci si riferisce  con tutta evidenza a possibili rivendicazioni di tipo patrimoniale (2). Neanche lontanamente si è pensato ad interventi di tipo economico  e neppure ad aiuti, nelle forme opportune,  di tipo psicologico o di assistenza spirituale a favore di soggetti che hanno subito danni gravi le cui conseguenze, in genere, durano per decenni.   
    • non si rendono conto che le Linee Guida da loro approvate nel 2012 (e corrette nel 2014 dopo le osservazioni critiche del Vaticano) sostanzialmente difendono solo la loro casta clericale perché: non prevedono l’istituzione di strutture di accoglienza e di ascolto delle vittime che interagiscano col vescovo e con la magistratura. L’hanno fatto solo la diocesi di Bolzano nel 2010 e, in questi giorni, i vescovi dell’Emilia Romagna (3) ; non prevedono alcun intervento per controllare (od aiutare se del caso) il comportamento dei   226 vescovi; si appellano a  discutibili  norme di tutela  (codice di procedura penale, Concordato del 1984 e diritto canonico) (4) per blindare qualsiasi intervento esterno per ottenere dai vescovi e  dagli uffici dei vescovi informazioni o documenti (negli altri paesi la situazione è ben diversa); ricordano che il vescovo non ha l’obbligo giuridico di denuncia alla magistratura del prete pedofilo “salvo il dovere morale di contribuire al bene comune” (5). Una tale espressione appare risibile in sé per la sua genericità e  per la sua  inconsistenza ma soprattutto se confrontata col generale disinteresse per gli interessi generali della collettività (e per le vittime) dimostrato fino ad ora dalla scelta di dare sempre priorità alla copertura del prete pedofilo praticata in modo generalizzato dai vescovi italiani (6). L’assenza dell’obbligo giuridico dovrebbe essere sostituito da una, non ambigua, decisione dell’assemblea della CEI che obblighi i vescovi alla denuncia alla magistratura.
    • Non hanno mai preso in considerazione la necessità “dell’esercizio penitenziale della preghiera e del digiuno” come ha chiesto papa Francesco per espiare come “santo Popolo di Dio” il peccato di alcuni dei suoi membri in modo comunitario. In altri paesi ciò è stato già fatto in molte sedi ed occasioni (7).

    Quello che i vescovi potrebbero fare subito,  entro tre mesi

    Di fronte al riemergere ed all’aggravarsi del problema e dopo la “Lettera”  del papa del 20 agosto, dopo le informazioni dalla Pennsylvania, dalla Germania, dall’Olanda (e altre sono preannunciate) i vescovi dovrebbero condividere quello che ha suggerito il Padre Hans Zollner S.J. (responsabile del “Centro per la protezione dei minori” dell’Università Gregoriana) nell’intervista al “Corriere della Sera” del 22 agosto: “la Chiesa italiana capisca che rischiare una brutta figura adesso è meglio che farla tra qualche anno ed essere travolti dagli scandali” (8). Di conseguenza riteniamo doveroso che la CEI (a partire dal suo Consiglio Episcopale Permanente che si riunisce settimana prossima) faccia scelte operative sulla base dei punti sopraesposti in modo che gli interventi concreti ( monitoraggio, atti penitenziali, referenti per le vittime, riscrittura completa della Linee Guida ecc… ) possano essere tutti realizzati o in fase di realizzazione entro un anno. All’avvio della  sua presidenza della CEI il Card. Bassetti usò espressioni nuove, parlò di una Chiesa “un po’ pigra”, dalla “mentalità clericale”, “di laici cattolici che hanno molto da dire e da offrire al paese”. Le sue buone intenzioni sono state già neutralizzate od assorbite?

    Cosa si fa nel mondo

    I vescovi  dovrebbero  conoscere tutti i tentativi, in genere meritori, che tanti episcopati hanno organizzato negli ultimi  anni sul problema della pedofilia. Non c’è da vergognarsi nel fare tesoro delle esperienze altrui in situazioni simili o identiche perché –ce ne  accorgiamo ora- è stato generalizzato nella struttura ecclesiastica nel mondo  il sistema della copertura della pedofilia del clero (quasi una procedura standard, un atto dovuto). Esiste poi  il già citato “Centre for Child Protection” dell’Università Gregoriana, è quanto di meglio si possa trovare, ha già fatto incontri di riflessione e proposte al massimo livello italiano e internazionale. Bisogna poi sapere che le vittime sono riuscite ad organizzarsi. Da anni, a partire dagli USA, esiste il Survivor’s Network of Abused by Priests (SNAP). Si è  costituito l’anno scorso in giugno l’ Ending Clergy Abuse (ECA), coordinamento mondiale delle vittime, che ha concluso un incontro a Berlino questo 16 settembre e che interloquisce con l’Alto Commissariato dell’ONU per i diritti umani, che, a sua volta, ha aperto un’inchiesta sulla situazione italiana che sarà resa pubblica in gennaio. In Italia il sito www.reteabuso.org ha una forte caratterizzazione antagonistica; la sua documentazione e le sue denunce non possono però essere ignorate od archiviate sulla base del fatto che esso è fortemente  anticlericale.

    Basta un gruppo di lavoro che non si occupa del problema principale ed urgente?

    I vescovi non dovrebbero considerare in alcun modo soddisfatto il loro impegno sulla  questione della pedofilia del clero  con una ovvia e generica adesione alla “Lettera” del papa di agosto e con quanto sta facendo il Gruppo di lavoro istituito nel settembre 2017 dal Consiglio Episcopale Permanente della CEI e presieduto dal vescovo di Ravenna Mons.  Lorenzo Ghizzoni . Esso, per i pochi nomi conosciuti (9), è costituito da membri degli uffici centrali della CEI e  da esperti non indicati; non si ha notizie della presenza di vittime degli abusi (Galantino aveva assicurato che ci sarebbero state). Il gruppo di lavoro deve occuparsi solo di formazione e di  prevenzione, fornendo supporto alle diocesi. Ghizzoni (Avvenire del 23 agosto) ha parlato di una bozza di documento già elaborata da sottoporre poi a diverse fasi di discussione e di deliberazione (10). A prescindere dal modo di procedere (tutto interno, quasi clandestino) l’impegno nella formazione  è di lungo periodo, va fatto ovviamente ma presuppone, per essere credibile, una precedente radicale scelta di pulizia e di purificazione che riguardi il passato e che allontani il sospetto che questo Gruppo di lavoro sia soprattutto un modo informale  per prendere tempo, per darsi una qualche immagine (anche presso il Vaticano) senza mettere- come si usa dire- i piedi nel piatto. Non si pensi e non si dica che la CEI fa il suo dovere perché esiste questo nebuloso gruppo di lavoro! La prima formazione da fare, il primo vero ed efficace messaggio per seminaristi, educatori, preti e vescovi è quello di scoperchiare il mondo clericale di cui ha parlato il papa con azioni concrete riconoscendo che il problema, dopo quello degli abusi concreti  da parte dei preti, è costituito dall’ignavia e dal silenzio dai vescovi.

    La presenza femminile

    Infine, la questione dei preti pedofili non può essere posta come tutta interna a uomini maschi ed adulti, siano essi quelli che costituiscono il problema siano, invece, quelli che lo vogliono affrontare  correttamente. I soggetti deboli, anche per la minore età , sottoposti, non solo agli abusi sessuali ma anche a quelli “di potere e di coscienza” di cui ha parlato il papa dovrebbero incontrare  il volto femminile della Chiesa. In ogni forma di intervento tra quelle ipotizzate ci sia una presenza femminile, almeno paritetica con quella maschile, selezionata non in modo clericale ma in base alla capacità  di affrontare  queste  questioni  con la sapienza del cuore, come diceva papa Giovanni, e senza le preoccupazioni di tutelare il sistema ecclesiastico.

    Sentendoci, nel nostro piccolo, espressione di quel Popolo di Dio a cui si è rivolto papa Francesco invitando a farsi carico della grave questione perché “se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme (I Cor. 12,26)” pensiamo che le nostre considerazioni e proposte debbano fare  parte   degli orientamenti che la nostra Chiesa  dovrebbe assumere senza indugi.

    Roma,  21 settembre 2018                                                   NOI SIAMO CHIESA

    (1) Mons. Charles J. Scicluna, uomo di fiducia del papa sul problema della pedofilia, dal 2010 in poi è intervenuto più volte dicendo “Vedo ancora troppo diffusa nella chiesa italiana la cultura del silenzio”.

    (2) Altrove la situazione è ben diversa sotto molti aspetti. Per esempio, proprio in questi giorni la Conferenza episcopale svizzera ha stanziato 800.000 franchi  a favore delle vittime di abusi prescritti.

    (3) Essi istituiranno in ognuna  delle quindici diocesi una équipe, composta prevalentemente da professionisti laici, appositamente formati, che si occuperà della prevenzione degli abusi e dell’educazione necessaria ad arginare una piaga che mina la credibilità delle istituzioni ecclesiali. Queste équipes raccoglieranno anche denunce su casi sospetti di pedofilia perpetrati da preti, religiosi e laici impegnati nella pastorale.

    (4) Il comma 4 dell’art. 4 del Concordato del 1984  riprende  integralmente il testo dell’art. 7 del  Concordato del 1929,  che dice: «gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero.” In questo modo si garantisce la completa  separazione ed indipendenza dell’ordinamento canonico.

    (5) Questa frase,  insignificante da una parte e “furba” dall’altra, fu aggiunta dalla CEI  alle Linee Guida nel marzo 2014 a seguito delle osservazioni critiche su questo punto espresse dal Vaticano che però chiedevano ben altro.

    (6) In una famosa intervista al “Giornale” dell’1-4-2010 il p.m. di Milano Pietro Forno, competente sui reati sessuali,  ha detto : “«Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai arrivata una sola denuncia, né da parte dei vescovi né da parte dei singoli preti e questo è un po’ strano». Forno aveva spiegato che «la lista dei sacerdoti inquisiti per reati sessuali non è corta», ma in nessun caso la denuncia è partita dall’ambiente ecclesiastico, bensì dai familiari delle vittime «dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa e questa non ha fatto assolutamente niente». Una tale affermazione, mai contraddetta, è una vera e propria condanna senza appello della struttura ecclesiastica.

    (7) Tra quanto a nostra conoscenza: la Giornata di digiuno e preghiera dei vescovi francesi il 7 novembre 2016 a Lourdes, un triduo simile dei vescovi del Sud Africa nel dicembre 2016 e, particolarmente toccante, la funzione penitenziale dei vescovi svizzeri a Sion, sempre nel dicembre dello stesso anno.

    (8) Zollner continua “Mi preme di dire che l’Italia non ha ancora vissuto un momento di verità riguardo l’abuso sessuale e lo sfruttamento del potere per quanto riguarda il passato” e ancora “Mi auguro che le ultime settimane , con tante notizie sconvolgenti, abbiano aperto gli occhi e  il cuore anche alla Chiesa italiana e ai suoi responsabili per impegnarsi senza esitazione e in modo consistente in questa chiamata del Signore a tutto il Popolo di Dio”.

    (9) Tra chi partecipa al gruppo di lavoro l’unico nome di donna segnalatoci è quello di Anna Deodato. Da quello che sappiamo, sarà importante il suo contributo per il suo approfondimento del problema delle violenze nei confronti delle donne, soprattutto di quelle consacrate.

    (10) Se testi devono essere scritti, dopo aver rifatto le Linee Guida in vigore, suggeriamo un testo vincolante in cui ci si occupi solo delle vittime e in cui si preveda che esse siano riconosciute, ascoltate, difese, assistite e anche indennizzate (per quanto ciò possa servire).

    Roma,  21 settembre 2018                                                   NOI SIAMO CHIESA

  • DON PAOLO GLAENTZER, AI DOMICILIARI PER PEDOFILIA/ Ultime notizie: la bambina è stata vittima di altri abusi?

    DON PAOLO GLAENTZER, AI DOMICILIARI PER PEDOFILIA/ Ultime notizie: la bambina è stata vittima di altri abusi?

    SILVANA PALAZZO

    Accuse di molestie e arresti domiciliari per don Paolo Glaentzer, a cui La Vita in Diretta ha dedicato un approfondimento. In studio è emersa un’indiscrezione su cui si attendono riscontri: il giornalista Simone Innocenti parla di un “interlocutore istituzionale” il quale avrebbe segnalato che la bambina potrebbe essere stata vittima di altri abusi. «Giochiamo a babbo e mamma» le avrebbe detto un altro adulto sotto compenso. Anche per questo gli inquirenti starebbero prendendo in considerazione l’ipotesi di un gruppo di pedofili, che però non è detto sia legato al parroco. Innocenti racconta di un terzo caso, una violenza pregressa: il fratello della bambina vittima di abusi sarebbe stato violentato da un’altra persona. Intanto don Nando Ottaviani, parroco di Coreglia, in un videomessaggio su Facebook ha dichiarato: «Un atto da condannare, l’infanzia non si tocca». Poi la richiesta di riduzione allo stato laicale: «La curia di Firenze ha sospeso don Glaentzer ma io mi auguro, da cittadino e da sacerdote, che possa essere ridotto allo stato laicale. Chi sbaglia paga. Non voglio fare di tutta un’erba un fascio, ma purtroppo ci sono tante mele marce nell’ambiente ecclesiastico. Sta crescendo la diffidenza da parte dei cittadini». (agg. di Silvana Palazzo)

    DON PAOLO GLAENTZER, AGLI ARRESTI DOMICILIARI PER PEDOFILIA

    Non si sono spenti i riflettori a Fabbriche di Casabasciana per la presenza di don Paolo Glaentzer, il prete accusato di pedofilia ai danni di una bambina di Calenzano. In paese però sembra essere calato il silenzio dopo giorni di agitazioni e proteste. L’apprensione, scrive Il Tirreno, tornerà alta alla riapertura delle scuole, perché a pochi passi dall’abitazione in cui Glaentzer è agli arresti domiciliari c’è la fermata del pulmino. Nessuno però ora vuole più parlare, anche per non allarmare i piccoli con la paura per per “la presenza dell’orco”. Nei bar e per strada le domande sul parroco cominciano a dare fastidio. Si sottolinea invece la presenza costante dei carabinieri e di come ciò abbia portato sicurezza e tranquillità in paese. Nessuna preoccupazione neppure per le due donne che, dopo l’arresto del prete e il trasferimento a Fabbriche, avevano seguito il parroco sistemandosi in un alloggio vicino. I carabinieri comunque hanno ribadito che il parroco, sotto regime di detenzione a tutti gli effetti, non può essere avvicinato.

    COME HA REAGITO FABBRICHE DI CASABASCIANA

    La Curia non ha avuto più notizie su possibili altre destinazioni per don Paolo Glaentzer. Lo ha fatto sapere don Raffaello Giusti, parroco di Bagni. Ma continua a far discutere la petizione comparsa online per mandar via il prete accusato di abusi su una bambina di Calenzano. Non c’è certezza che abbiano partecipato alla raccolta firme persone di Fabbriche o del circondario, sebbene fosse circolata subito in paese l’idea di una petizione per far mettere Glaentzer in carcere o in una struttura della chiesa. Nei fatti, non c’è stata alcuna raccolta firme in città. La vigilanza sulla presenza indesiderata del prete, agli arresti domiciliari, è comunque alta, anche se pare che la parola d’ordine sia ora quella di evitare clamori. Questo, come dicevamo, per tutela la serenità dei bambini. Come riportato da Il Tirreno, si confida che i controlli dei carabinieri restino costanti fino a quando don Glaentzer resterà in paese. Ma il timore che il sacerdote resti a Fabbriche dopo la sentenza definitiva è forte, per questo la gente vorrebbe che la Curia valutasse la possibilità di accogliere il prete in una delle tante strutture della chiesa.

  • Calenzano, il prete non va in carcere: «Pensavo avesse 15 anni…» La bimba fu già tolta ai genitori Il caso del fratello maggiore

    Calenzano, il prete non va in carcere: «Pensavo avesse 15 anni…» La bimba fu già tolta ai genitori Il caso del fratello maggiore

    di Antonella Mollica, Jacopo Storni

    Il gip del Tribunale di Prato ha respinto la richiesta di arresto avanzata dalla Procura per don Paolo Glaentzer, il sacerdote accusato di violenza sessuale aggravata nei confronti di una bambina di 11 anni. L’uomo, dunque, resta agli arresti domiciliari nella canonica di Sommaia, a Calenzano in provincia di Firenze. Il prete, lunedì sera, è stato sorpreso in auto con la bambina in una zona appartata del paese.

    «Ignoravo l’età, pensavo che avesse qualche anno in più, tipo 14, 15 anni». Così il sacerdote durante l’interrogatorio del 24 luglio davanti al pm. Il prete ha confessato anche di aver avuto incontri analoghi con la bimba «almeno altre tre volte», specificando poi che era sempre stata la piccola a prendere l’iniziativa. Il prete avrebbe potuto ancora abusare di lei, se non fosse stato sorpreso da due vicini di casa e poi bloccato dai carabinieri. Lo afferma il gip di Prato Francesco Pallini, nell’ordinanza che dispone per il 70enne la misura della custodia cautelare ai domiciliari nella sua abitazione in una frazione di Bagni di Lucca (Lucca). Per il gip nei fatti confessati si dimostra «un pervicace radicamento dell’indagato in siffatte devianti e illecite modalità di condotta».

    La circostanza secondo la quale il prete avrebbe ignorato l’età della bambina sarebbe smentita, secondo il gip, dal fatto che ha dichiarato di conoscere la famiglia da molti anni, da quando la bambina era poco più che una neonata. «Ho conosciuto questa famiglia circa dieci anni fa» avrebbe detto, «andavo una volta al mese a cena a casa loro». L’uomo ha anche affermato di aver aiutato la famiglia, gravata da problematiche sia economiche che sociali – tanto che i figli erano stati affidati ai servizi sociali -, e di aver donato loro circa settemila euro nell’arco di una decina di anni.

    Una vicenda che apre scenari inquietanti. A gennaio la procura per i minori aveva chiesto l’allontanamento dalla famiglia della bambina abusata da don Paolo. Allontanamento per lei e per gli altri due fratelli più grandi. Ma la decisione del tribunale non è arrivata. O perlomeno non è arrivata in tempo per salvarla da quel sacerdote «amico» che andava a cena a casa sua e che spesso la sera la portava in giro in auto per poi abusare di lei.

    Dall’inchiesta sul prete pedofilo arrestato lunedì sera emerge uno scenario tutt’altro che rassicurante. La famiglia della bambina era seguita fin dal 2008 dai servizi sociali di Calenzano che con cadenza quasi mensile scrivevano al tribunale per i minori per raccontare delle difficili condizioni in cui versava la famiglia. Nel 2013 un decreto del tribunale per i minori mette nero su bianco l’incapacità genitoriale della coppia e così i bambini vengono mandati in una struttura.

    Le proteste del padre di fronte a quella decisione — sosteneva di essere vittima della cattiveria dei vicini di casa che amavano parlare male di lui — avevano portato all’epoca l’assessore alla sanità Enrico Panzi a prendere una posizione pubblica per spiegare che «i bambini risiedono in una comunità protetta a spese del Comune dove vengono permesse le visite dei genitori in condizioni di controllo e tutela». Si tratta di «una misura delicata e dolorosamente necessaria» — aveva sottolineato l’assessore — le ragioni dell’intervento «non le posso spiegare ma sono basate su fatti circostanziati, oggettivi e periziati. I genitori non hanno collaborato e non escludo che possano fare un po’ di teatro raccontando fischi per fiaschi: a titolo di cronaca posso affermare che nelle motivazioni del tribunale non ci sono problemi economici di alcun tipo, nè dicerie di vicini». Aveva poi proseguito il suo intervento dicendo che tre minori in struttura costano 70 mila euro l’anno: «Non potremmo sopportare quest’onere economico se i nostri servizi non fossero più che sicuri che questa è l’unica strada possibile nell’interesse dei minori».

    Contro quella decisione del tribunale per i minori la famiglia presenterà ricorso. E nel procedimento verrà allegata anche una lettera in cui don Paolo assicura il suo sostegno a quella famiglia. Nel maggio 2016 la Corte d’Appello decide il rientro dei bambini in famiglia, confermando l’affidamento ai servizi sociali. Dopo diverse segnalazioni degli assistenti sociali la Procura per i minori di Firenze lo scorso gennaio chiede un nuovo allontanamento per i bambini. Il fascicolo viene affidato al pm Filippo Focardi. Nelle relazioni degli assistenti sociali si spiega che il padre è scarsamente collaborativo, che ha comportamenti incongrui, che è aggressivo, bugiardo e che la madre non è in grado di tutelare i figli. Nell’aprile scorso il tribunale per i minori fa un’ordinanza provvisoria dando mandato di approfondimento ai servizi sociali.

    Il resto è la cronaca degli ultimi giorni. La bambina che viene trovata da un vicino di casa appartata in auto con il prete amico di famiglia, don Paolo che non prova neppure a negare e viene arrestato per poi confessare davanti al pm di aver abusato altre volte della bambina.I vicini di casa, che con la famiglia in questione non hanno mai avuto rapporti facili raccontano di una famiglia «particolare». Di un padre aggressivo che urla spesso ai figli. Aggressivo al punto da aver aggredito una volta, in passato, anche la propria madre. Sui contorni della vicenda sta cercando adesso di fare luce l’inchiesta della pm Laura Canovai. A lei spetta il compito più difficile: quello di chiarire se vi siano responsabilità per quanto accaduto, se ci siano state omissioni o leggerezze da parte di qualcuno nel valutare la situazione familiare e soprattutto se quella violenza su una bambina di undici anni si poteva evitare.

    https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/18_luglio_27/calenzano-bimbi-tolti-genitori-lettera-don-paolo-farli-tornare-casa-5c3e4f1c-916f-11e8-80c1-f30581bf3cff.shtml

  • Salta all’Onu l’esame del Vaticano sulla pedofilia: il report della Santa Sede non è pronto

    Salta all’Onu l’esame del Vaticano sulla pedofilia: il report della Santa Sede non è pronto

    Ma la situazione a livello globale è piuttosto grave e la relazione dovrà tenerne conto

    By Maria Antonietta Calabrò

    È saltata oggi a Ginevra la valutazione dell’Onu sul Vaticano e la pedofilia durante la sessione estiva del Comitato contro la Tortura. La Santa Sede, infatti, non ha ancora presentato ( avrebbe dovuto farlo entro il 23 maggio scorso, dopo non essere riuscita entro il 1 settembre 2017) il suo report, come Stato, sulla realizzazione delle 9 raccomandazioni antipedofilia che erano state richieste dal CAT delle Nazioni Unite nel maggio 2014.

    Quindi da qui al 10 agosto, per la seconda volta in sei mesi, anche la 64ma sessione del CAT di Ginevra non affronterà il caso Vaticano, in un anno, il 2018, che in gran parte il Papa ha dovuto dedicare ad occuparsi di nuovo della piaga della pedofilia del clero, a cominciare dalle clamorose dimissioni di tutto l’episcopato cileno. Un anno di solitudine per Papa Francesco, ben illustrato dalla solitaria passeggiata davanti alla Basilica di San Pietro immortalata su Instagram e Twitter.

    Anzi, per molti aspetti, la pedofilia nella Chiesa ha raggiunto livelli di emergenza persino superiore a quelli registrati nel 2010-2011 durante la parte finale del Pontificato di Ratzinger. Tanto che la Civiltà cattolica ha dedicato al fenomeno il terzo dei suoi quaderni di approfondimento, appena uscito. Ormai infatti non si tratta più solo di vicende interne, ma vescovi e cardinali sono sotto inchiesta della magistratura civile dei vari paesi, cosa che non era mai successa.

    Nella scorsa settimana si sono registrati due fatti importanti. Il cardinale di Santiago del Cile, Ricardo Ezzati Andrello è stato formalmente indagato dalla giustizia cilena per aver coperto i pedofili a seguito del cosiddetto caso Karadima e gli abusi del cancelliere dello stesso arcivescovado, il sacerdote Oscar Munoz Toledo. Gli uffici di Ezzati sono stati anche perquisiti. È il successore a Santiago (sul cui territorio c’è la parrocchia del Bosque gestita per decenni dal padre Karadima che era stato condannato già nel 2011 dalla Congregazione della dottrina della fede) del cardinale Francisco Errazuriz Ossa, che dal 2013 fa parte del C9 dei cardinali consiglieri di Papa Francesco.

    Sia Ezzati che Errazuriz erano stati denunciati al CAT di Ginevra già nel 2014 dallo SNAP, l’associazione delle vittime della pedofilia del clero. Insieme a un altro membro del C9, il cardinale Oscar Maradiaga, per una vicenda. La settimana scorsa si è dimesso il braccio destro di Maradiaga, il vescovo ausiliare di Tegucigalpa, Juan Josè Pineda, in Honduras. Le ragioni alla base dell’abbandono del vescovo ausiliare non sono state comunicate ufficialmente, ma sembrano essere inerenti ad accuse – scandagliate in un’indagine di un visitatore apostolico inviato da Papa Francesco, (il vescovo argentino emerito Alcides Casaretto – relative a “comportamenti non appropriati” a danno di seminaristi. Episodi cui sarebbero seguiti delle vere e proprie denunce. Ma non solo. Sarebbero state riscontrate “presunte irregolarità finanziarie”. Monsignor Pineda alla stampa onduregna -anche dopo le dimissioni – ha negato qualsiasi “condotta indecorosa” .

    Il secondo fatto riguarda l’ex cardinale di Washington (88 anni) Theodore McCarrick. Il 19 luglio il New York Times ha portato in prima pagina nuove sconcertanti accuse contro di lui da parte di un uomo che da ragazzino e per vent’anni sarebbe stato abusato da lui (“Uncle Ted”). L’uomo, ormai sessantenne si sarebbe confidato con i fratelli solo poco aver saputo che il mese scorso il cardinale – una delle personalità più in vista della Chiesa statunitense è stato sospeso dall’esercizio pubblico del sacerdozio. Mentre nuove azioni potrebbero essere prese contro di lui, ci si interroga sulla coltre di silenzio che ha avvolto la vita di McCarrick .

    Intanto in Australia, il vescovo Philip Wilson è stato condannato, il 2 luglio, in primo grado a un anno di carcere (da scontare forse ai domiciliari , verrà stabilito a giorni) per aver coperto un prete pedofilo e lo stesso primo ministro Malcom Turnbull , il 19 luglio, ha chiesto al Papa di “licenziarlo”. (). Sempre in Australia il 17 luglio è ripreso il processo contro il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria vaticana dell’Economia e anche lui membro del C9 dei cardinali, accusato non di copertura di preti pedofili, ma di aver commesso lui stesso abusi su minori, che ha sempre vigorosamente negato.

    Una situazione planetaria piuttosto grave. Il report all’Onu dovrà tenerne conto.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/07/23/salta-allonu-lesame-del-vaticano-sulla-pedofilia-il-report-della-santa-sede-non-e-pronto_a_23487775/