Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il caso don Galli torna a Quarto Grado

    Il caso don Galli torna a Quarto Grado

    Il caso don Galli che ha coinvolto l’Arcivescovo di Milano mons. Delpini torna a Quarto Grado, ora anche il Pontefice Papa Francesco ne è a conoscenza e i familiari gli rivolgono un appello.

    Venerdì 25 maggio 2018, il caso don Galli, ovvero il caso del prete accusato di abuso sessuale ai danni di un minore che portò nel suo letto nel dicembre 2011, è tornato ancora una volta in televisione nella trasmissione di Gianluigi Nuzzi a Quarto Grado.

    (ultimo servizio dal minuto 2:21’:30” al minuto 2:56’:16”)

    I familiari della presunta vittima attendono da più di sette anni che la Chiesa, il Santo Padre, faccia chiarezza sulla loro vicenda ma anche su tutte, le tante vicende analoghe che, purtroppo, vengono gestite dalla gerarchia della chiesa quasi sempre nello stesso identico modo.

    Attendendo l’esito del processo penale attualmente in corso, che stabilirà le responsabilità del sacerdote accusato di abuso sessuale, i familiari si sono rivolti alla Santa Sede ponendo delle semplici domande partendo dai fatti certi riscontrati sin dai primi giorni del lontano 2011.

    Il sacerdote accusato, don Mauro Galli aveva subito ammesso ai suoi superiori, il Parroco don Carlo Mantegazza e il Vescovo Mario Delpini di aver portato in parrocchia, nel suo letto matrimoniale il minore e di aver dormito con lui la notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011.

    Il fatto già di per sé assai grave, come lo definì in seguito il Cardinale Scola, all’epoca superiore del Vescovo Delpini, non portò il monsignore ad avviare alcun approfondimento (indagine canonica detta “indagine previa” obbligatoria in questi casi).Mons. Delpini decise di mettere subito a tacere quanto appreso, semplicemente spostando il sacerdote da una parrocchia all’altra, da Rozzano alla vicina Legnano (sempre nel milanese), ancora una volta a contatto con i bambini dell’oratorio nella pastorale giovanile.

    Dato che questi fatti sono certi, riscontrati e riconosciuti da tutti, incluso don Mauro, che lo ha ammesso anche davanti ai giudici, e mons. Delpini che lo ha giurato alla Polizia (come da verbale acquisito in tribunale), le semplici domande che pongono insistentemente i familiari sono le seguenti:

    “Chiediamo al Santo Padre Papa Francesco che dall’inizio del suo pontificato in più occasioni ha proclamato la ormai famosa “Tolleranza zero” nell’ambito della lotta alla pedofilia all’interno della chiesa, “tolleranza zero” nei confronti dei sacerdoti che abusano di minori o adulti vulnerabili, “tolleranza zero” nei confronti dei Vescovi che insabbiano questi casi, se:

    1 – E’ tollerabile che un sacerdote si porti a letto, nel proprio lettone matrimoniale, un minore anche fosse solo per dormire in compagnia?

    2 – E’ tollerabile che un Vescovo che sa con certezza che un sacerdote a lui affidato ha portato nel proprio lettone matrimoniale un minore, anche se fosse solo per dormire in compagnia, decida di non denunciare il fatto, di non avviare alcuna indagine canonica per approfondire, ma semplicemente disponga il trasferimento del prete da una parrocchia all’altra ancora a contatto con i minori incaricandolo di seguire la pastorale giovanile?

    Più volte, in questi anni, i familiari e i parenti hanno scritto alla Santa Sede ponendo queste semplici domande, non riuscendo a capire come occorra così tanto tempo per rispondere offrendo l’interpretazione autentica alla proclamata “tolleranza zero”.

    Non si capacitano di questo lungo silenzio quando loro stessi, come probabilmente qualunque genitore che non abbia una preoccupante immaturità affettiva unitamente ad  una rilevante devianza sessuale, non esiterebbero neppure un attimo nel rispondere all’unanimità.

    Nessun papà o mamma a cui capita di sovente di ospitare altri minori, compagni dei propri figli magari per una ricorrenza, una festa, un compleanno, oppure di affidare per il medesimo motivo i propri figli ad altri genitori, si sognerebbe mai di portarsene uno nel proprio letto anche semplicemente per trascorrere la notte in compagnia… si rabbrividisce e inorridisce solo al pensiero…

    Come dunque è possibile che per il Papa, questo Papa, Francesco, sia così difficile rispondere? Come è possibile che in più di sette anni non si abbia ancora una risposta certa, semplice e chiara?

    E lo stesso Papa che nel 2014 diceva:

    … “Chiedo perdono alle vittime di abusi da parte di sacerdoti, dobbiamo dare prova di «estrema severità» verso i preti pedofili. Come può – si chiede il Pontefice – aver consacrato la sua vita per condurre i bambini a Dio e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato «un sacrificio diabolico», che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa?”. Alcune vittime, ricorda con amarezza il Papa, “sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono”.

    Massima severità con i preti pedofili e con chi li ha protetti

    Si tratta, ammonisce ancora una volta Francesco, “di una mostruosità assoluta, di un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna”. Rammenta dunque che nella Lettera Apostolica “Come una madre amorevole” ha esortato la Chiesa a “prendersi cura e proteggere con affetto particolare i più deboli e gli indifesi”. “Abbiamo dichiarato – ribadisce – che è nostro dovere far prova di severità estrema con i sacerdoti che tradiscono la loro missione e con la loro gerarchia, vescovi o cardinali, che li proteggesse, come già è successo in passato”.

    (14 febbraio 2017)

    Dunque l’appello dei familiari lanciato a Quarto Grado. Da pochi giorni è finalmente giunta la notizia che ora finalmente il caso è in mano direttamente al Sommo Pontefice.

    In una lettera a loro inviata da parte del Nunzio Apostolico Emil Paul Tscherring, pur non rispondendo alle domande poste nelle diverse precedenti lettere, viene scritto esplicitamente che sono regolarmente giunte le diverse istanze sia al Santo padre che alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

    A onor del vero, la Congregazione per la Dottrina Della Fede aveva già risposto, in più occasioni, riferendo di avere già ricevuto correttamente tutte le istanze e la relativa documentazione del caso, incluso le esplicite denunce del comportamento omissivo dei due Vescovi mons. Mario Delpini e Mons. Pierantonio Tremolada.

    Lo avevano scritto rispondendo già dal 2015 sia direttamente attraverso la segreteria dell’ex Prefetto Cardiale Müller, sia attraverso il precedente Nunzio Apostolico Arcivescovo Adriano Bernardini, sia attraverso il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica Prefetto Dominique Cardinale Mamberti.

    Dunque dal 2015, ben anni prima delle nomine dei due monsignori Delpini e Tremolada, il primo Arcivescovo di Milano e il secondo Vescovo di Brescia, tutti, forse eccetto Papa Francesco, sapevano delle pesanti denunce relative al comportamento dei due monsignori.

    Possibile che nessuno abbia informato adeguatamente Papa Francesco? Per tutti i Vescovi, Arcivescovi e Cardinali, tali comportamenti sono normali, accettabili e comunque TOLLERABILI?

    Ora però è diverso, dall’11 maggio 2018, a distanza di quasi otto anni dai fatti, anche il pontefice è finalmente consapevole, dunque chi meglio di lui può rispondere alle due semplici domande in relazione alla famosa “TOLLERANZA ZERO”?

    Chi può darne l’autentica interpretazione se non chi l’ha concepita?

    1 – E’ dunque tollerabile che un sacerdote si porti a letto, nel proprio lettone matrimoniale, un minore anche fosse solo per dormire in compagnia?

    2 – E’ dunque tollerabile che un Vescovo che sa… disponga il trasferimento del prete, da una parrocchia all’altra, ancora a contatto con i minori incaricandolo di seguire la pastorale giovanile?

    Se è ritenuto “TOLLERABILE”, allora significa inevitabilmente che non si tratta più di “TOLLERANZA ZERO” ma di “UNA CERTA TOLLERANZA”…

    Se è ritenuto “NON TOLLERABILE”, allora il sacerdote non può continuare a fare il sacerdote e il Vescovo non può continuare a fare il Vescovo, diversamente non si tratta più di “TOLLERANZA ZERO” ma di “CREDIBILITA’ ZERO”.

    Non possono esserci altre vie di mezzo, ZERO è ZERO!

    L’importante è che ci sia una parola chiara, anche se la titubanza nel rispondere forse evidenzia già chiaramente di fatto la risposta: quantomeno nella gerarchia della Chiesa stessa, nelle sue più alte istituzioni come la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Tuttavia è saggio attendere fiduciosi: d’altra parte il Papa lo sa solo da un mese, certamente risponderà a breve, a beneficio di tutti, e sicuramente anche Quarto Grado ne diffonderà il contenuto offrendo un prezioso servizio alla Chiesa stessa per tutti i genitori cattolici, per i parenti che hanno atteso con speranza e trepidazione quasi otto anni, attendere ora il Papa qualche altro giorno non sarà un problema…

    L’importante è che la risposta non si faccia attendere, non sarebbe comprensibile che lo stesso Papa non sappia spiegare i suoi proclami o abbia bisogno di tempo per riflettere, in tal caso non si sarebbe potuto esprimere prima, altrimenti sarebbe una grande presa in giro mondiale di tutte le vittime e loro familiari.

    Infatti è importante che tutti i genitori sappiano se gli oratori in cui mandano i propri figli sono luoghi da considerare sicuri, se possono mandare serenamente ai centri estivi, alle vacanze con la parrocchia i propri figli, se si devono aspettare che possa capitare che il prete scelga il loro figlio per dormire in compagnia in quanto è ritenuto normale o comunque tollerabile dai vescovi loro responsabili…

    I genitori hanno il diritto di poter scegliere liberamente il bene dei loro figli ma con consapevolezza, con una seria e credibile quanto onesta informazione, devono sapere se affidare o meno i loro figli alla chiesa e a quali condizioni.

    Quello che è certo, almeno ad oggi, che per la chiesa di Milano guidata dall’attuale Arcivescovo mons. Mario Delpini, come quella di Brescia, guidata dall’attuale Vescovo mons. Pierantonio Tremolada, è normale e “tollerabile” che un prete porti a letto un minore per dormire in compagnia, al massimo se proprio i genitori si dovessero lamentare, il prete verrà spostato in un altro oratorio dove ci saranno altri bambini e genitori inconsapevoli!!!

    Nel frattempo, in attesa di conoscere l’interpretazione ufficiale del Santo Padre, il processo penale procede, indipendentemente dalla tolleranza o tolleranza zero che sia, con una certa celerità ed estrema  professionalità, un’udienza dopo l’altra.

    Ci sono state le indagini, le intercettazioni, gli interrogatori, le testimonianze, i riscontri…

    Nel mondo reale purtroppo non ci sono adulti normali che, ingannando i genitori di un minore, riescono ad escogitare una strategia premeditata, tale per cui portano nel proprio lettone un ragazzino estraneo al proprio nucleo familiare per dormire in compagnia o perché hanno paura del buio o ancora per una semplice leggerezza…

    Nel mondo reale questo non accade, ed evidentemente anche l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini lo sapeva e lo sa perfettamente: diversamente non si sarebbe scomodato precipitandosi la vigilia di Natale del 2011 (96 ore dopo la fatidica notte delle leggerezze) a spostare il prete immediatamente, di fatto cercando di insabbiare il caso, senza nemmeno sentire l’esigenza di voler chiarire quello che si vuol far credere un semplice malinteso tra il prete, il ragazzino e i genitori.

    In un mondo reale, una leggerezza si poteva tranquillamente spiegare e giustificare… lo stesso sacerdote non avrebbe pagato 150.000 euro, prima ancora della sentenza, per grande generosità (non avendo peraltro soldi) e per il semplice fatto di aver dormito con il consenso preventivo dei genitori… In aula ha spiegato che anche i suoi parenti, gli zii, la nonna sono stati così generosi nei confronti del ragazzino che nemmeno conoscevano…

    …Chissà se anche questo, nel mondo reale, troverà riscontro oppure una mano occulta ha messo mano al portafoglio con i magistrali passaggi di denaro…L’accusa formulata dal Pubblico Ministero che ha indagato approfonditamente non parla di leggerezza ma di abuso sessuale aggravato.

    Purtroppo questo è il mondo reale e speriamo che anche il Santo Padre ne prenda dolorosamente atto rapidamente.

    Redazione

  • «Casa Speranza» è pronta ad accogliere

    «Casa Speranza» è pronta ad accogliere

    La Conferenza Episcopale di Piemonte e Valle d’Aosta si è riunita a Biella martedì 17 aprile 2018. Questo incontro straordinario richiesto dal vescovo di Biella monsignor Gabriele Mana, ha avuto lo scopo principale di mostrare a tutti i vescovi della Regione Conciliare piemontese la fine dei lavori di «Casa Speranza», una realtà nata in sinergia con la Casa del giovane fondata dal servo di Dio don Enzo Boschetti di Pavia, i Missionari della Consolata di Torino e la Cep.

    Si è desiderata questa casa per offrire uno spazio e un tempo per il sostegno e per il rinnovo del cammino spirituale e pastorale a sacerdoti religiosi che attraversano un periodo di crisi per varie ragioni o che siano inviati dai loro Vescovi o superiori religiosi. Realtà aperta anche a Sacerdoti che desiderano semplicemente trascorrere un periodo per rifondare le scelte vocazionali o per recuperare motivazioni spirituali legate al ministero.

    L’opera iniziata da don Enzo Boschetti rivive il suo carisma aprendosi all’accoglienza di sacerdoti e religiosi che vogliono fare una esperienza di fraternità e di approfondimento delle loro scelte di vita. In Casa Speranza ci sarà una comunità formata da religiosi, da una fa miglia e altri volontari, per assicurare una accoglienza con tutta la varietà del vissuto quotidiano.

    È un servizio e una attenzione che vuole incarnare l’invito di Gesù: «venite a Me, voi che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt.11,20). La vicinanza del Carmelo con le Sorelle claustrali, che assicurano la loro preghiera, è un valore aggiunto al progetto per un ritorno all’essenziale evangelico della vita. Il tentativo di non lasciarci rubare la gioia, imperativo di Papa Francesco, passa anche attraverso il rigenerarsi di coloro che hanno come impegno primario l’annuncio del Vangelo e l’essere testimoni dell’invisibile; il rinnovato entusiasmo del pastore ha una ricaduta sicura su tutta la Comunità.

    Il Vescovo di Biella ha seguito da vicino lo sviluppo del progetto e della sua realizzazione. Terminati i lavori, ora si è pronti per iniziare l’attività di accoglienza che inizierà prima dell’estate. Già da mesi è in diocesi di Biella, per seguire i lavori e prendere visione di questa realizzazione, padre Luciano Zucchetti M. C. che sarà responsabile della comunità di vita presso la Casa Speranza.

    «Casa Speranza» è pronta ad accogliere

  • SCANDALO PEDOFILIA. L’ASSOCIAZIONE L’ABUSO DENUNCIA: “LA CURIA DI NAPOLI SAPEVA CHE DON MURA AVESSE CAMBIATO NOME E ESERCITAVA IL SACERDOZIO”

    SCANDALO PEDOFILIA. L’ASSOCIAZIONE L’ABUSO DENUNCIA: “LA CURIA DI NAPOLI SAPEVA CHE DON MURA AVESSE CAMBIATO NOME E ESERCITAVA IL SACERDOZIO”

    di Arnaldo Capezzuto

    Si addensano sempre più nubi grige su Largo Donnaregina e in particolare sulla dubbia gestione da parte del cardinale di Napoli Crescenzio Sepe  del caso sulla presunta violenza sessuale ai danni di Diego Esposito (nome di fantasia) e altri due ragazzi – all’epoca dei fatti minorenni – da parte di Don Silverio Mura, ex parroco di Ponticelli.

    Non si è trattato solo di pedofilia ma da quando emerge da altri atti depositati presso l’avvocato Carlo Grezio, il parroco avrebbe: “dato incarico almeno due volte a settimana di trasportare con la sua bicicletta, una cartella o uno zaino a Pollena Trocchia presso delle case o dei circoli e gli diceva che contenevano bibbie o libri del catechismo. Ebbe modo di fermarsi durante il percorso verso i luoghi di destinazione delle cartelle e di constatare che contenevano armi (pistole automatiche e revolver) chiuse in asciugamani a mò di pacchettini e confezioni di sostanze stupefacenti”.

    Con il trascorrere dei giorni emergono altri nuovi e inquietanti tasselli che fanno pensare a una responsabilità diretta da parte dei vertici della Curia parteponea nell’insabbiare il caso.

    Lo scandalo esplode quando è la stessa vittima Diego Esposito a rivolgersi direttamente al Santo Padre. Prima c’era stato una sorta di atteggiamento di tolleranza da parte dell’alto prelato napoletano. Titubanze, incertezze e superficialità che destano non pochi sospetti.

    La domanda è secca: Crescenzio Sepe perchè voleva nascondere le responsabilità del parroco di Ponticelli?  Interrogativi che seminano dubbi e accentuano la distanza tra l’arcivescovo e la stessa chiesa.

    E pensare che il 2 agosto Sepe sarebbe destinato ad andare in pensione – come ordina il diritto canonico – compie 75 anni ma Papa Francesco forse sulle stesse pressioni dell’ex capo di Propaganda Fide agli avrebbe accordato una proroga di altri due anni. Dire che si tratti di una decisione singolare è dir poco.

    E sul caso di Diego Esposito si batte l’associazione Rete L’ABUSO che ha messo in campo una vera e propria indagine che prende le mosse dal servizio sulla vicenda di Paolo Trencia della trasmissione di Italiauno de “Le Iene”.

    Don Silverio Mura viene inviato in un convento nel Pavese – questa la versione ufficiale della Curia di Napoli – in realtà il parroco di Ponticelli cambia nome in Don Saverio Aversano e come nulla fosse svolge l’attività di parroco nella parrocchia di Montù Beccaria, un piccolo centro del Pavese.

    Ciò avviene, a seguito di una comunicazione diretta avvenuta tra la parrocchia e la Curia Napoletana. L’interlocutore è padre Egidio Pittiglio, originario del pavese e oggi Superiore generale della congregazione dei Missionari della Divina Redenzione di Visciano (NA).

    Secondo quanto emerso, padre Pittiglio avrebbe presentato don Silverio Mura sin da subito come Saverio Aversano. A non far sospettare nulla sarebbe stata un’ulteriore condizione: anche la posta che veniva recapitata alla parrocchia e destinata a don Mura, era indirizzata in epigrafe a Saverio Aversano.

    Padre Egidio Pittiglio sembra aver avuto un ruolo chiave perché, da quanto emerge dal racconto di don Simone Baggio fatto alle mamme di Montù, non solo sarebbe stato colui che già sotto falso nome mandò Silverio Mura a Montù Beccaria, ma fu anche colui al quale Mura si rivolse per chiedere istruzioni su come muoversi dopo essere stato scoperto.

    A svelarlo è la stessa associazione  Rete L’ABUSO che lo scorso 7 e 8 aprile ha manifestato davanti al Duomo di Napoli. Tra il servizio de ‘Le Iene’, andato in onda il 7 marzo scorso, e la partenza di don Mura, avvenuta una settimana dopo, il 15 marzo è emerso che più di una persona sapesse: tra questi il primo cittadino Amedeo Quaroni, ma né lui, né il sacerdote intervennero, o almeno, lo fecero, ma non a tutela della collettività, ma del prete.

    Ripercorrendo rapidamente i fatti: il 7 marzo ‘Le Iene’ hanno trasmesso il servizio su don Mura in pochi a Montù hanno visto quel servizio e quei pochi non lo hanno riconosciuto. I giorni successivi cioè il 10 marzo, infatti, le mamme hanno regolarmente mandato i figli in parrocchia e don Mura era presente. Sarebbe stato il primo cittadino venuto a conoscenza della vicenda andare dal parroco Simone Baggio e avvisarlo.

    E un comunicato del sindaco spiega : “Come primo cittadino mi sono attivato immediatamente per trasmettere questa nostra preoccupazione agli organi ecclesiastici ed in particolare al nostro parroco Padre Simone Baggio, che mi rassicurava del fatto che il sacerdote in questione era già stato richiamato dalla sua diocesi di Napoli”.

    Trascorrono 5 giorni siamo a giovedì 15 marzo, ovvero, otto giorni dopo il servizio de ‘Le Iene’  e cinque giorni dopo l’incontro tra il sindaco e il parroco, le mamme (che ancora non si erano accorte), ricevono tramite una chat WhatsApp utilizzata per la scuola, la foto di don Mura (alias Saverio Aversano) e scoprono la sua vera identità.

    L’associazione  L’ABUSO non si ferma e prosegue la denuncia. Ad accorgersi che l’uomo della foto era don Mura è proprio uno dei bambini del catechismo, che esclama alla mamma “ma questo è don Saverio!

    La stessa associazione Rete L’ABUSO ha, infatti, chiesto alla Procura di valutare una serie di situazioni e le ipotesi di reato ad esse collegate, tra cui verifiche nei luoghi dove Silverio Mura operava, l’analisi della connessione internet utilizzata dal sacerdote, soprattutto alla luce del profilo disegnato dalla criminologa Luisa D’Aniello, che vede molto elevata, soprattutto per il lungo periodo trascorso dal Mura a Montù Beccaria, una possibile incontenibilità delle pulsioni del Mura.

    Insomma, in questa brutta vicenda si aggrava la posizione della Curia di Napoli e del cardinale Crescenzio Sepe che nei fatti avrebbero omesso o quanto meno nella prospettiva più ottimistica sottovalutato il caso.

    Intanto, slitta alla settimana prossima l’approfondimento della trasmissione ‘Chi l’ha visto?’ condotta da Federica Sciarelli.

    http://il24.it/scandalo-pedofilia-lassociazione-labuso-denuncia-la-curia-napoli-conosceva-don-mura-avesse-cambiato-nome-esercitava-sacerdozio/

  • Prete accusato di abusi, Scola contro Delpini

    Prete accusato di abusi, Scola contro Delpini

    Scola rimproverò Delpini: ecco la lettera

    Nell’inchiesta che imbarazza la Chiesa di Milano spuntano le scuse dell’allora arcivescovo ai familiari della vittima. Il porporato definì “improvvida” la scelta di colui che gli succederà di trasferire don Mauro, il cui comportamento fu “di per sé assai grave”

    di Giorgio Gandola

    La forza di una lettera. È il 23 aprile 2015 quando l’allora arcivescovo di Milano, Angelo Scola, decide di scrivere per “chiedere scusa per alcune scelte maldestre” dei suoi collaboratori. Lo fa con la solennità e la gravità della sua firma preceduta dalla croce. Lo fa per risarcire un papà e una mamma disarmati, forse disillusi, davanti a una vicenda più grande di loro, che s’è abbattuta sulla famiglia e l’ha sconvolta: quattro anni prima a Rozzano, dove vivono, nell’imminenza del Natale il loro figlio di 15 anni era stato attirato nell’abitazione di un giovane prete, don Mauro Galli, ed era stato invitato a dormire con lui “nel lettone”, nonostante ci fossero una camera per gli ospiti e un divano letto.

    Per capire il senso della lettera, il preambolo è fondamentale. Nei giorni successivi la storia diventa pubblica, raccontata dallo stesso giovane sotto shock, e assume contorni cupi che oggi sono le architravi di un processo (domani c’è l’udienza) in atto presso il tribunale di Milano.

    Il parroco di Sant’Ambrogio, don Carlo Mantegazza,e il responsabile della pastorale giovanile del paese, don Alberto Rivolta, avvertono subito l’arcidiocesi e la vigilia di Natale 2011 si riuniscono con il vicario episcopale arrivato da Milano per fare il punto della complicata situazione. Dopo quell’incontro, l’emissario della Curia non decide di muovere i passi necessari per l’apertura di un procedimento canonico (indagine previa) come da indicazione di due Papi (Wojtyla e Ratzinger, ai quali si affiancherà Bergoglio), ma si limita a organizzare il trasferimento di don Mauro a Legnano, sempre a contatto con gli adolescenti.

    INGANNO

    Dicembre 2011. Don Mauro Galli chiede ai genitori di un ragazzo di 15 anni il permesso affinché possa dormire nella parrocchia di Rozzano, con gli amici all’oratorio. Il figlio però sarà l’unico ospite.

    SHOCK

    Il giorno dopo il giovane è traumatizzato e racconta di aver dormito nello stesso letto del prete (in seguito parlerà di abusi). La famiglia si rivolge al parroco, don Carlo Mantegazza e a don Alberto Rivolta.

    DENUNCIA

    Monsignor Delpini nel 2012 sposta a Legnano don Mauro, che resta così a contatto con i minorenni. Dopo tre anni di scarsa collaborazione da parte della Curia, nel 2014 i genitori si rivolgono alla giustizia italiana.

    COPERTURA

    Dal 2014 la Procura controlla il telefono del prete ma Delpini lo avverte.

    GRAVI RESPONSABILITA’

    A quel tempo il vicario episcopale di Milano, Mario Delpini, che il 24 ottobre 2014 (interrogato in questura quale persona informata dei fatti) spiega a verbale: “Il trasferimento da Rozzano a Legnano fu deciso da me in persona a seguito di una segnalazione da parte del parroco di Rozzano, don Carlo Mantegazza, che mi aveva riferito di un ragazzo che aveva trascorso una notte a casa di don Mauro Galli. Don Mantegazza in quella circostanza mi disse al telefono che il giovane aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”.

    Aggiunge l’ex fidanzata del giovane durante il processo: “Don Mauro lo aveva abbracciato da dietro e a seguito di ciò si era svegliato urlando ed era stato male”. Il prete ammette l’abbraccio, ma lo contestualizza diversamente: “Ha avuto un incubo, è finito sul bordo del letto. Ho dovuto abbraccialo per impedire che cadesse”. Nell’immediato, i genitori del ragazzo non denunciano il presunto abuso all’autorità giudiziaria. È una famiglia molto devota, fa parte della comunità oratoriana, chiede giustizia sottovoce a santa madre Chiesa. Incontra don Pierantonio Tremolada (allora responsabile della formazione dei sacerdoti, oggi vescovo di Brescia), poi don Delpini, e invita tutti ad adottare misure per tenere don Mauro lontano da bambini e adolescenti. Non sa, la famiglia, che quel prete è stato spostato da un paese con due oratori a una città come Legnano, dove di oratori con ragazzi ignari ne frequenta quattro.

    Quando nel 2014, attraverso conoscenti, vengono informati della beffa, i genitori decidono di denunciare tutto alla polizia, di costringere l’arcidiocesi (che nel frattempo aveva pur tardivamente allontanato don Mauro da ambienti giovanili) ad alzare il sipario.

    Anche perché, a distanza di tempo, quel figlio è attraversato da paure ricorrenti e incubi autodistruttivi, che gli psicologi ascrivono agli accadimenti di quella notte. L’inchiesta prende forma, qualche raggio di luce comincia a infiltrarsi fra i tendaggi color porpora. E un giorno, a Rozzano, in quella casa sconvolta, arriva la lettera dell’arcivescovo Scola. Parole che chiariscono molto e creano all’arcidiocesi e a monsignor Delpini più di un imbarazzo.

    “Carissimi, ho letto e riletto con molta cura la vostra dettagliata lettera del 20 marzo 2015 (…). Anzitutto rinnovo le mie scuse e quelle dei miei collaboratori per alcune scelte maldestre. Gli anni trascorsi hanno provocato una certa confusione nella ricostruzione dei fatti, che vi ha arrecato ulteriori sofferenze. In ogni caso non volevo in alcun modo giustificare la correttezza della reazione iniziale da parte dell’autorità diocesana. Non è stato valutato con adeguato rigore il fatto già di per sé assai grave che don Mauro abbia passato la notte con un minore, condividendo lo stesso letto”. Dopo essersi informato e aver preso in mano la faccenda, Scola non fa sconti. È evidentemente ispirato da quel Cristo capace di dire “Sì sì, no no” e non ha nessuna intenzione di far scivolare la polvere sotto il tappeto. In nome di verità e giustizia – dopo aver ammesso ricostruzioni traballanti che hanno portato “ulteriori sofferenze” in quella famiglia – sottolinea una certa superficialità nel valutare quel gesto, comunque gravissimo, da parte di Delpini.

    NUOVE TESTIMONIANZE

    Nella frase successiva l’arcivescovo emerito cala, come si direbbe di un colpo di scena in arrivo, il carico da undici. “Improvvida è stata la scelta di trasferire don Mauro in un contesto pastorale che consentisse ancora una volta il contatto con minori”. E con questa affermazione, Scola mette la parola fine alle più curiose ricostruzioni temporali, a comunicati stampa che anche oggi continuano a non tenere conto delle oggettività processuali. E calpestano con suole chiodate quell’umana pietas che sempre dovrebbe albergare nei cuori di chi la chiede costantemente agli altri. Nel prosieguo dello scritto, Scola mostra di avere dato un’accelerazione all’indagine canonica con ben altro vigore e di avere determinato il destino di don Galli, sospendendolo cautelativamente dall’esercizio del ministero.

    Si può aggiungere che bene ha fatto, poiché alcune settimane fa, durante il programma di approfondimento giornalistico Quarto Grado (Rete 4) che ricostruiva la complessa e triste vicenda, il conduttore Gianluigi Nuzzi ha ricevuto una sorprendente telefonata.

    Un telespettatore, che si definiva compaesano di don Mauro, ha rivelato: “Ho avuto modo di vedere la sua trasmissione sulle molestie del prete. Dieci anni fa avevo 16 anni e durante una gita con l’oratorio fui costretto a dormire in un letto matrimoniale con lui. Ci furono atteggiamenti molto strani da parte sua e fortunatamente per me decisi di andarmene in un’altra stanza con una scusa”. L’uomo si è messo a disposizione della giustizia e saranno il giudice Ambrogio Moccia e il pm Lucia Minutella a decidere se e come utilizzare il suo contributo. Anche alla luce di quest’ultimo episodio le “scelte maldestre” di cui parla il cardinale Scola non sembrano marginali.

    (La Verità, 4 aprile 2018)

  • “CANCELLIAMO” LA BAMBINA – RIFLESSIONI

    “CANCELLIAMO” LA BAMBINA – RIFLESSIONI

    Buongiorno, leggendo uno degli ultimi articoli da voi postati, “Bimba abusata all’oratorio. Ma l’indagato non è pericoloso socialmente” mi sorgono spontanee alcune riflessioni.

    Premetto che non conosco nulla in più della situazione riportata nell’articolo, e non mi riguarda direttamente ma, come cattolica, ho bene in mente le realtà di Parrocchia o Oratorio poiché le frequento regolarmente e, purtroppo, anche nella mia Parrocchia vi sono stati tre casi di sacerdoti che hanno abusato sessualmente di minori.

    Qui la realtà processuale ha avuto il suo corso, il Gup ha concluso l’udienza preliminare con il proscioglimento: e questa è una realtà. Un approfondimento potrebbe essere utile ma, ripeto, ho solo le informazioni segnalate nell’articolo. Per esempio non è specificato se nella Perizia del Consulente del Tribunale hanno partecipato anche i periti di parte, ovvero dei consulenti nominati anche dalla vittima, visto che la perizia sembra essere il documento che ha reso possibile il proscioglimento dell’accusa. Ma è chiaro che un perito di parte va pagato e, non sempre le vittime sono in grado di sopportare le spese processuali e medico-legali.

    Un’altra informazione mancante, ma a mio parere indispensabile, è la valutazione della capacità di testimoniare della vittima. Se la vittima fosse credibile, se fosse in grado di raccontare quello che è successo, (al di là della imputabilità di chi avrebbe commesso il fatto), e non avesse avuto la possibilità di farlo attraverso l’incidente probatorio, mancherebbe tutto un pezzo.

    La vittima viene “cancellata” in questo articolo. Così come è stata “cancellata” dall’ambiente in cui stava crescendo, l’oratorio.

    La dichiarazione di soddisfazione della difesa del presunto molestatore è emblematica “Vorrei sottolineare come tutto il personale e i volontari della parrocchia abbiano sempre preso le difese del mio assistito, chiedendo al parroco di non impedirgli di andare a prestare la propria attività di sempre. Evidentemente, conoscendolo bene, potevano apprezzarne la assenza assoluta di pericolosità. Sono contenta sia stata restituita un po’ di serenità a questo “bambinone”. Perché questo è, un bambinone innocuo”.

    Ora pongo alcune domande prima di tutto a me stessa, se capitasse a me di essere interrogata rispetto a qualcuno della mia Parrocchia accusato di molestie sessuali.

    • Come potrei affermare di conoscere così bene una persona da escludere che possa aver fatto qualcosa quando io non ero presente?
    • È sufficiente provare della tenerezza per un “bambinone” per avere la certezza che non sia successo nulla e per testimoniarlo?
    • Sarei esperta nella conoscenza di come vive la propria sessualità una persona con un ritardo mentale, tanto da escludere che possa in qualche modo averla agita con una bambina?
    • Come potrei affermare l’assenza di assoluta pericolosità? Con quali elementi oggettivi? Forse solo perché a me non ha fatto nulla?
    • Non sarebbe forse un falso perbenismo? “Il solo pensiero che possa essere accaduto davvero fa star male” e dunque non riesco nemmeno a prendere in considerazione questa possibilità e la escludo?
    • Perché una bambina di otto/nove anni dovrebbe inventarsi tutto questo?
    • Ho idea di cosa comporta, psicologicamente, aver subito un abuso sessuale?
    • Ho idea di quali siano le conseguenze di una sindrome post-traumatica per tutta la vita?

    Ho idea di quali siano le conseguenze del fatto di non essere creduti?

    Probabilmente questo “bambinone” davvero non si è reso conto di quello che stava facendo, e probabilmente è corretto che non sia imputabile di alcun reato, ma negare il “problema” e non affrontarlo non serve a nessuno.

    E se dovesse capitare ancora?

    Chi si sentirebbe moralmente responsabile?

    Come cattolici dovremmo smetterla di pensare che il Male non esista o che sia sempre altrove. Il Bene è bene e il Male è male, anche dentro la Chiesa. E, proprio per amore della Chiesa affrontiamolo: il perbenismo che nega la realtà genera solo altro male e, a quel punto, ognuno è responsabile del proprio pezzo di storia, anche verso gli altri.

    Lettera firmata

  • Tre sacerdoti brindisini condannati per pedofilia: un infinito atto di dolore

    Tre sacerdoti brindisini condannati per pedofilia: un infinito atto di dolore

    E’ stato uno tsunami, soffiato sulla chiesa Brindisina dove d’improvviso, qualche mese fa, è partito il valzer di trasferimenti. Via i parroci vecchi per quelli nuovi, allontanati alcuni sacerdoti “chiacchierati” per lasciare il posto ad altri. Uno spostamento di pedine affatto casuale che serve senz’altro a ripristinare una immagine ormai opaca del cattolicesimo indigeno, inficiata da una serie di arresti per pedofilia che dal 2015 in poi hanno portato alla luce un sottobosco di molestie su minori fino ad allora coperto da un velo di mutismo violato soltanto, talvolta, dal chiacchiericcio di strada.

    La pedofilia nei luoghi di culto brindisini (non tutti, per carità) è ora verità processuale. Comunque la si voglia vedere è roba scritta su carta, raccontata da sentenze non ancora definitive ma pur sempre sentenze e non più solo atti di indagine. L’ultimo caso definito in primo grado è quello di don Francesco Caramia. Giovanissimo, appena 43enne. Prete “avanti” della parrocchia di San Giustino de Jacobis. E’ stato condannato a otto anni di reclusione per atti sessuali su un minore. Ha ammesso la propria omosessualità, una relazione affettiva avuta durante il sacerdozio e mentita al vescovo. Ha sempre negato di aver rivolto le proprie attenzioni ai bambini. La vicenda giudiziaria, al momento, dice altro.

    L’arresto di don Francesco 
    e il processo
    Tutto ebbe inizio dalla denuncia di un pediatra. Un ragazzino ormai adolescente riferì di aver subito abusi in parrocchia, dopo il catechismo. Fu eseguito un decreto di perquisizione e sequestri, nel 2015, proprio in chiesa, al rione Bozzano. Poi scattò la richiesta di misura cautelare, concessa dal gip. Carcere per don Caramia, che è poi uscito ed è ora ristretto ai domiciliari in una comunità fuori regione. I fatti contestati risalgono agli anni 2008 e 2009. Il chierichetto all’epoca dei fatti aveva 8 anni. Per almeno “due volte a settimana” il piccolo sarebbe stato costretto a compiere atti sessuali “per opera di Dio”.
    Rapporti sessuali non completi dopo il catechismo, della durata di dieci o quindici minuti. Sempre “intorno alle 18 o 18.15” a quanto riferito dal diretto interessato che qualche volta, trovando una scusa, sarebbe riuscito a sfuggire. Avrebbe sottostato nelle altre occasioni perché “sottoposto a minaccia”. A quanto ha narrato, il prete gli avrebbe rappresentato che nel caso in cui avesse parlato egli avrebbe fatto valere il proprio “grande potere” e avrebbe “fatto perdere il posto di lavoro al padre o avrebbe fatto separare i suoi genitori”. Don Caramia ha affrontato un processo, che si è celebrato a porte chiuse e che si è concluso la scorsa settimana. Nessuno sconto per lui, considerato il rito “ordinario” scelto. Otto anni di reclusione gli sono stati inflitti dopo una camera di consiglio lunga ore. L’arcivescovo di Brindisi – Ostuni, monsignor Domenico Caliandro, lo aveva già sospeso dalle funzioni.

    L’ammissione in aula:
    “Ho mentito all’arcivescovo”.

    Lo scorso venerdì santo c’era udienza, una delle ultime, del processo a don Caramia. E’ stato allora che ha confermato, rispondendo a domanda precisa, di aver omesso all’arcivescovo alcuni dettagli della propria vita privata. Dettagli che riguardano un rapporto di amicizia con un uomo, prassi non proprio incline ai dettami della Chiesa. Il ritratto di Caramia fatto dai magistrati non è affatto clemente. Si parla di “inequivocabile disinvoltura” od comunque di “evidente abitudine di gestire in modo truffaldino l’organizzazione delle feste della parrocchia”: serve a tratteggiarne la personalità.
    Non “amore per la comunità, mitezza, castità, abnegazione”. Ma un “parroco indubbiamente estraneo all’immagine tradizionale del sacerdote pastore”.
    “Un uomo egoista, menefreghista, dal fare truffaldino, dalla personalità inequivocabilmente scaltra, insincera e disubbidiente”, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare che porta la firma del gip Maurizio Saso, eseguita nel giugno del 2016. C’era poi un’altra notazione, che accomuna la storia di don Caramia a quella di altri “colleghi” del territorio. Diversi educatori avevano avuto modo di esaminare il cammino spirituale del 43enne mesagnese, qualcuno già all’epoca aveva espresso delle riserve: nel 1995 scriveva Fabio Ciollaro, attualmente vicario del vescovo: “Ha trascorso la prima parte dell’anno con discreto impegno, applicandosi con regolarità nello studio e mostrandosi docile e servizievole. Ma la scoperta di alcuni episodi e situazioni nascoste ha svelato una spiacevole e strana doppiezza. E’ venuta alla luce una affettività disordinata, una maturità inadeguata all’età (21 anni) nei giudizi e nelle scelte pratiche, una ripetuta insincerità e disobbedienza nei riguardi degli educatori, in maniera a volte lieve a volte grave. Allo stato attuale è opportuno che lasci il seminario. Indubbiamente potrà continuare il suo cammino di discernimento in parrocchia e con l’accompagnamento di qualche prudente sacerdote. Sarà però difficile che emergano i lati e gli aspetti veri della sua personalità, così come può invece avvenire seguendolo giorno per giorno nelle situazioni concrete della vita comunitaria. in ordine al suo futuro vocazionale, pertanto, si esprimono forti riserve e perplessità. Ci si rimette tuttavia la giudizio del Vescovo”.
    Le indagini e l’altro prete
    Prima di don Caramia, era toccato a don Giampiero Peschiulli, parroco della chiesa di Santa Lucia. Le indagini partono da una lettera anonima giunta alla trasmissione Le Iene. Il 25 settembre 2014 l’inviato Giulio Golia approda a Brindisi. Don Giampiero si barrica in chiesa e chiama i carabinieri. La reazione del prete fa notizia. Piovono commenti su Facebook. Vengono sentite a sommarie informazioni due famiglie di ragazzi che ora hanno 30 anni e che confermano tutto, specificano anche di aver detto tutto a Talucci che li avrebbe invitati a non denunciare (ipotesi questa negata dall’arcivescovo emerito nell’interrogatorio dinanzi al pm). Il 29 ottobre, il giorno in cui va in onda la clip delle Iene sul “prete pomicione”, i carabinieri si recano a casa di don Giampiero e in curia per eseguire un decreto di perquisizione e sequestro. Il 73enne sarà poi assolto dall’accusa di detenzione di materiale pedopornografico. Partono però le intercettazioni. Il 20 maggio 2015 l’arresto.
    Secondo il gip egli “avrebbe abusato dell’autorità morale e religiosa connessa all’essere il parroco della Chiesa di Santa Lucia” e avrebbe abusato di due chierichetti, minorenni, che frequentavano la parrocchia.

    Le intercettazioni
    Il sospetto che anche a Bozzano fosse accaduto qualcosa di torbido era già riportato, sempre nero su bianco, nell’ordinanza di custodia cautelare eseguita mesi prima nei confronti di don Peschiulli che è stato poi condannato a 3 anni e 8 mesi (con lo sconto previsto dal rito abbreviato e conferma in appello) sempre per pedofilia.
    Peschiulli parlava al telefono con la perpetua: “Se parla don Giampiero quanti preti si devono spogliare”. E poi ancora: “Peggio per te se l’ho fatto, perché ti stavi?”, in riferimento alle vittime. Infine ancora, riferimenti, nomi. Illazioni su cui sono stati fatti e sono in corso ulteriori approfondimenti investigativi.

    Il caso del cappellano
    Il 2015, insomma, è l’annus horribilis. A novembre un altro arresto scuote la comunità ecclesiale. Pedopornografia l’accusa: ai domiciliari, in flagranza, dopo una perquisizione della Postale eseguita sulla base di una segnalazione precisa, ci finisce don Franco Legrottaglie, 67 anni, che da poco aveva festeggiato i 35 anni di sacerdozio. Svolgeva le sue funzioni a Ostuni, nella chiesa della Madonna del Pozzo. Nel pc vengono trovati 2.500 file illegali.
    Legrottaglie nel maggio 2016 viene condannato in primo grado, in abbreviato, a quattro anni di reclusione. Incluso lo sconto di pena. Viene anche stabilita l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e l’interdizione in perpetuo da qualsiasi incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, di ogni ufficio o servizio in istituzioni o strutture pubbliche o private frequentate da minori. Pena accessoria che racchiude in sé il racconto di una storia passata, una storia che sembrava essere caduta nel dimenticatoio. E che invece ha avuto un valore processuale, sebbene non sia stata sufficiente per la Diocesi locale, negli anni trascorsi, ad assumere provvedimenti importanti.

    Il precedente.
    Il sacerdote era già stato condannato in via definitiva nel 2000 per una vicenda risalente al 1991: atti di libidine violenta su due bambine. Un anno e dieci mesi, la pena inflitta. Non erano tempi in cui si ricorreva facilmente alla denuncia, sulla pedofilia dei preti vigeva una coltre di silenzio a cui compartecipavano, talvolta, le vittime. Per paura di finire nel mirino, per la vergogna, per il terrore di non avere giustizia. I genitori delle due ragazzine invece, ebbero coraggio e forse anche giustizia, seppur a tempo determinato.
    Nel 2010, dopo un periodo trascorso in Congo, in missione, a Legrottaglie fu assegnato l’incarico di cappellano dell’ospedale Perrino. Stipendiato dalla Asl ma scelto dall’arcivescovo, così come previsto dagli accordi regionali con le diverse diocesi pugliesi. Scaduto il termine, il contratto di consulenza esterna a tempo determinato, non gli è stato più rinnovato. E’ stato spostato alla Madonna del pozzo dove non ha mai rivestito il ruolo di parroco, ma ha celebrato messa.
    Passata la bufera?
    I casi giunti a sentenza, nel volgere di pochissimi mesi, sono tre. Ma le dichiarazioni dei preti coinvolti sono ancora al vaglio dell’autorità giudiziaria. Ci sono alcune denunce che vengono analizzate, ci sono stati spostamenti decisi da monsignor Caliandro, la cui ratio svela l’esistenza di altre situazioni meritevoli di approfondimento. Nomi in chiaro, nomi omissati. Verità ormai note, e presagi di sventura riportati nelle schede personali dei sacerdoti, conservate presso la Curia arcivescovile che ha sì collaborato alle indagini. Ma non ha mai denunciato.

  • Congresso sulla pedofilia online, alla Gregoriana anche i “big” del web

    Congresso sulla pedofilia online, alla Gregoriana anche i “big” del web

    Rappresentanti di Microsoft, Facebook e Google attesi a “Child Dignity in the Digital World” che si svolge dal 3 al 6 ottobre nell’Ateneo dei gesuiti. Venerdì udienza dal Papa

    Il «primo congresso globale» sulla pedofilia online avrà luogo da martedì 3 a venerdì 6 ottobre prossimi alla Pontificia Università Gregoriana con la partecipazione, tra gli altri, di rappresentanti di Microsoft, Facebook e Google, oltre a accademici ed esperti, esponenti delle forze dell’ordine, delle Ong e delle religioni dei diversi continenti. Venerdì a mezzogiorno i 150 partecipanti saranno ricevuti in udienza da Papa Francesco.

    «Tutti dobbiamo cooperare per un mondo sicuro a misura di bambino. I giovani non si rendono conto dei rischi che corrono», ha detto in occasione di un briefing in Sala Stampa vaticana il gesuita tedesco Hans Zollner, presidente del Centre for Child Protection presso lo stesso Ateneo romano dei gesuiti che ha organizzato l’evento. «C’è tutto un lavoro preventivo da fare. Ovviamente c’è anche un lavoro punitivo per quelli che spacciano immagini di minori e che non mettono in atto le leggi degli Stati degli accordi internazionali».

    La Chiesa «ha fatto dolorosamente esperienza di questo problema ed ha per questo una sensibilità e una consapevolezza del tema», ha spiegato padre Federico Lombardi. «La gioventù ci sta a cuore e ci è sempre stata a cuore», ha proseguito l’ex portavoce vaticano, spiegando che la «convocazione aperta» della Gregoriana, internazionale e interdisciplinare, nasce dall’idea di fondo che «nessuno può affrontare da solo un problema del genere, né governi, né polizie, né educatori, né aziende».

    I bambini e gli adolescenti costituiscono un quarto dei più di 3,2 miliardi di utenti di internet nel mondo. Questa generazione di più di 800 milioni di giovani è esposta al rischio di divenire vittima di sextortion, sexting, cyberbullismo e molestie, spiegano gli organizzatori. Questo problema globale richiede una soluzione globale.

    “Child Dignity in the Digital World” (La dignità del minore nel mondo digitale), questo il titolo dell’evento, è il primo congresso globale del suo genere e raccoglierà gli stakeholder e i leader internazionali provenienti dai settori pertinenti. «Tutti coloro che abbiamo invitato hanno accettato di partecipare», ha sottolineato Zollner.

    Il pomeriggio di martedì 3 ottobre sarà aperto, alle 16, da un saluto introduttivo di padre Zollner, del rettore della Gregoriana Nuno da Silva Goncalves e del superiore della Compagnia di Gesù, Arturo Sosa. Interverranno poi il presidente del Senato Pietro Grasso e la ministra italiana alla Pubblica istruzione Valeria Fedeli. Il professor Ernesto Caffo, fondatore del Telefono Azzurro e professore dell’università di Modena e Reggio Emilia, illustrerà poi il programma del congresso. Da ultimo prenderanno la parola il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, e la baronessa Joanna Shields, fondatrice della organizzazione britannica WeProtect Global Alliance.

    Da martedì mattina avranno luogo le diverse sessioni su tematiche specifiche: i risultati della ricerca sugli abusi sessuali dei minori online, un approfondimento sul profilo degli abusatori, la pornografia su internet e il suo impatto sui bambini, le possibili risposte al problema della pedofilia online, le politiche e le legislazioni nazionali in materia, il ruolo dei media, delle aziende internet, della società e della Chiesa. Il congresso si concluderà con una dichiarazione finale, che, il giorno dopo, venerdì alle 12, verrà consegnata al Papa.

    L’evento verrà presentato alla Gregoriana – che nel 2012 ospitò un congresso sulla pedofilia nella Chiesa intitolato “Towards Healing and Renewal – Verso la guarigione e il rinnovamento” – il prossimo lunedì 2 ottobre a mezzogiorno con una conferenza stampa alla quale partecipano i membri dello Steering commiteedel congresso: oltre ai gesuiti Zollner e Lombardi, Ernesto Caffo, Ernie Allen, capo dell’International Advisory Board di WeProtect Global Alliance e la baronessa Shields.

    Il congresso ha una sala stampa, un sito internet, childdignity2017.org , e un hastag, #ChildDignity, e le sessioni plenarie, mattutine, saranno trasmesse in streaming sul canale You Tube del sito. Ai workshop pomeridiani, a porte chiuse, si discuterà dei temi emersi in mattinata in composizione mescolata, ossia ogni gruppo sarà composto da partecipanti diversi per competenza e provenienza geografica. La lingua ufficiale sarà l’inglese.

    http://www.lastampa.it/2017/09/29/vaticaninsider/ita/vaticano/congresso-sulla-pedofilia-online-alla-gregoriana-anche-i-big-del-web-MwQgmqX5lgUM1qLQGbi3tJ/pagina.html

  • Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli

    Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli

    In una serie di intercettazioni telefoniche, effettuate dalla Procura di Milano, emerge il ruolo del neo arcivescovo Mario Delpini nella vicenda che vede coinvolto don Mauro Galli, il sacerdote di Rozzano (MI) accusato da un  giovane parrocchiano  di molestie sessuali ed attualmente sotto processo.

    Le intercettazioni sull’utenza di don Mauro sono rilevanti ma, al di la di quello che sembra, non tirano in ballo solamente monsignor Delpini. Ad un occhio esperto non sfugge il modus operandi della chiesa che, come vedremo, segue uno schema ben preciso e che ha obiettivi ben differenti da quelli che vengono dichiarati pubblicamente.

    Premesso quanto dichiarato da monsignor Mario Delpini (oggi arcivescovo di Milano) il 24 ottobre 2014 negli uffici della questura di milano;

    Per comprendere meglio è necessario fare una breve sintesi dei fatti e una piccola premessa.

    I presunti abusi da parte di don Mauro ai danni di un parrocchiano 15enne sarebbero avvenuti la notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2011, immediatamente denunciati e, nei giorni successivi, portati all’attenzione dei vertici della diocesi di Milano.

    Tale diocesi però, come da manuale, approfittando del fatto che la vittima (come tutte del resto) e i suoi familiari fossero cattolici praticanti  , quindi persone che si fidavano della correttezza della chiesa e si sentivano ulteriormente rassicurate dalla tanto acclamata “tolleranza zero” di papa Francesco, prende tempo e riesce a far passare ben due anni e mezzo prima di fare qualcosa. Dopo di che si scoprirà che malgrado la denuncia, i vari incontri con il prelato di turno, i solleciti della vittima, dei familiari e degli stessi sacerdoti della parrocchia di Rozzano, nei confronti di don Mauro non era stato preso alcun provvedimento, nessun processo canonico, neppure una sospensione cautelare a Divinis, e questo malgrado lo stesso don Mauro avesse ammesso i fatti.

    Va detto che in casi come questo, dove la cosa non è di dominio pubblico, la tattica della chiesa è sempre stata, ed è tutt’ora (vedi il servizio de LA7), quella di cercare di tenere nell’ombra l’accaduto e limitare i danni per poi, una volta calmate le acque, reintegrare il sacerdote altrove. Il caso di don Francesco Rutigliano condannato per abuso di minore dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e mai denunciato all’autorità civile è esemplare. (Caso successivamente riportato anche nel libro di Emiliano Fittipaldi)

    Siamo nel luglio del 2014 quando, dopo tre anni, delusi dal comportamento della diocesi che, nei fatti, non era ancora minimamente intervenuta se non in favore del prete accusato “spostandolo” prima in un’altra parrocchia, e poi, con la scusa di valorizzarne i suoi studi, ne ha fatto perdere le tracce, la vittima supportata dai suoi familiari decide di denunciare, questa volta però presso l’autorità civile.

    È il 29 luglio del 2014 quando verrà depositata la denuncia, ma pochi giorni prima, per una pura coincidenza accade qualcosa che successivamente vedremo, spiazzerà la diocesi. Il 26 luglio un sacerdote trova nella cappella dell’ospedale San Giuseppe un bambino abbandonato. Quel sacerdote è don Mauro Galli. La notizia del ritrovamento del bimbo viene battuta da tutti i giornali rivelando anche che don Mauro è ancora a Milano e senza restrizione alcuna.

    Pochi giorni dopo, il 29 luglio, la vittima depositerà come abbiamo detto la sua denuncia e la magistratura si attiverà immediatamente. Già il 18 agosto l’utenza di don Mauro è sotto controllo e il 31 la diocesi sembra già informata della querela.

    Qualcuno si domanderà come abbia fatto la diocesi a sapere in così breve tempo della querela?

    Semplice: glielo potrebbe aver detto la stessa magistratura vincolata da un articolo contenuto nel protocollo addizionale (art.2 punto B) dei Patti Lateranensi che recita “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”. Un privilegio che tutti gli indagati d’Italia vorrebbero avere…

    Al di la di come la diocesi abbia appreso la notizia, tanto sono stati immobili e omertosi quando si trattava di rendere giustizia alla vittima, quanto sono stati rapidi e efficienti nel soccorrere il sacerdote invece.

    La prima intercettazione utile è del 31/8/2014 quando don Mauro parlando al telefono con un collega;

    UT (utente): MAURO  INT (interlocutore): UOMO

    ” UOMO: “pronto?

    MAURO: eccomi qua, scusami ma sono a XXXXX a dormire e avendo la camera di fianco a XXXXX e company ho preferito uscire. Tutto bene?

    UOMO: si io si, te?

    MAURO: eeeh… (ride) la domanda di riserva? No… nel senso che non so niente di che, oggi ho ricevuto alle dodici… dodici e uno una email di Delpini (probabilmente don Mario Delpini ndr) che diceva “sei da queste parti… eh… telefonami, scrivimi che ho bisogno di vederti” e allora io anche se ero all’estero l’ho chiamato subito e ho detto… dice no no dai, fissiamo un appuntamento così ci vediamo giovedì che ho bisogno di dirti delle cose… al che vabbè, non è che sono proprio deficiente, per cui la prima domanda che gli ho fatto è “MI DEVO PREOCCUPARE?” e lui… silenzio, dice “eeeh…” siccome non diceva niente, dico “MA HO COMBINATO ANCORA QUALCOSA?” dice “NO, NO, IL PROBLEMA NON E’ QUELLO CHE HAI COMBINATO TU, MA QUELLO CHE HANNO COMBINATO GLI ALTRI… COMUNQUE NON E’ IL CASO CHE NE PARLIAMO PER TELEFONO, VIENI QUI CHE TI SPIEGO.” (breve pausa) Mi ha detto l’unica frase che ha detto “POI DOBBIAMO STARE MOLTO ATTENTI”, ha chiuso così.”

     La conversazione prosegue con le riflessioni degli interlocutori e ad un certo punto;

    MAURO: eh… cosa ti devo dire… ma io guarda cioè… nel senso che… posso anche immaginare che cappero è successo, (disturbo di sottofondo) LA QUESTIONE E’ QUELLA FAMOSA DEL BAMBINO, FINITO COME EROE DA TUTTE LE PARTI, QUESTA COSA NON CI VA BENE.

    UOMO: ma dici che è quello…?

    MAURO: però.. io spero sia quello, nel senso che se è così vabbeh…”

    È verosimile pensare che i timori di Delpini nel non voler parlare al telefono con don Mauro (che infatti contatta via mail) fossero dovuti alla consapevolezza che potessero esserci delle utenze sotto controllo. Si spiega anche l’irritazione per la vicenda del neonato trovato da don Mauro più di un mese prima, vicenda che a questo punto non era più pericolosa solo per il fatto che avrebbe confermato alla vittima che il sacerdote, malgrado tutto, era ancora a Milano, ma perché con un’indagine aperta sarebbe potuta diventare (come è stato) una delle prove agli atti che la diocesi non ha preso nessun provvedimento restrittivo o cautelativo lasciando don Mauro ufficialmente senza parrocchia, ma libero di girare ovunque… e lo ha fatto credetemi.

    Pochi giorni dopo, il 4 settembre 2014, don Mauro incontra mons. Mario Delpini, non sappiamo cosa si siano detti nell’incontro, anche se possiamo immaginarlo perchè appena uscito don Mauro contatta uno studio legale al quale si presenta a nome di mos. Mario Delpini sottolineando all’interlocutore che il monsignore ha già parlato con  l’avvocato. Si incontreranno il giorno successivo.

    Quanto accade nelle ore successive a quell’incontro è inquietante, tra i messaggi di amici e colleghi preoccupati che pregano per lui, emerge uno scenario di totale omertà, tanti sanno della vicenda e paiono muoversi in favore del sacerdote.

    In un altro stralcio di intercettazione si intuisce anche quanto le gerarchie siano state tolleranti e generose con don Mauro il quale sembrerebbe evidente che malgrado la gravità della situazione avesse accondiscendenza nell’utilizzare un’altra carta offerta dalla diocesi;

    “ MAURO: io guarda… io non ne posso… io davvero non ne posso più nel senso che in tutta questa cosa qui adesso non so cosa salterà fuori, però io piuttosto dico guardi io cambio anche diocesi e non me ne frega niente… però… mi dispiace però a questo punto se deve servire a essere tranquilli io mi (rumori) a Roma, poi nessuno mi vede più, vado in un’altra diocesi e vaffambagno… cioè, cosa devo fare? ”

    Un totale di 1789 intercettazioni nelle quali si ripetono sostanzialmente le stesse argomentazioni, si scoprirà che don Mauro, probabilmente temendo di essere controllato dagli inquirenti, attiverà una seconda sim e in più occasioni verrà chiamato in causa monsignor Delpini che, come sembrerebbe evidente, ha avuto un ruolo attivo nella vicenda.

    Ora, al di la della rilevanza delle intercettazioni che sono un documento eccezionale, più avanti spiegherò il perche, credo sia utile fare alcune riflessioni e vedere le cose in modo un pò più approfondito per capire quale è il meccanismo che la chiesa utilizza ancora oggi sistematicamente per insabbiare e perché questo meccanismo sia civilmente inaccettabile.

    Partiamo da un dato di fatto che potete verificare tutti ovvero, chi di voi sa di un solo precedente dove vediamo un sacerdote o un vescovo denunciare un crimine di pedofilia all’autorità giudiziaria?

    Aiutatevi pure con internet ma vi avviso che non troverete un solo caso, e non mi limito all’Italia.

    Possiamo quindi dire che la chiesa omette sistematicamente la denuncia all’autorità civile?

    Direi proprio di si.

    È vero che la chiesa ha i suoi tribunali, ma è anche vero che questi non sono neppure lontanamente equiparabili a quelli civili, uno perché la massima pena che possono infliggere a un prete criminale è la scomunica, due perché in un processo canonico seduto al banco della vittima non c’è chi ha subito l’abuso, ma Dio, il prete e la vittima invece stanno seduti al banco degli imputati, rei con il loro gesto di aver arrecato un’offesa a Dio e provate a indovinare chi dei due è il “tentatore”… (Leggi l’approfondimento sui tribunali canonici)

    Va anche detto che i tribunali canonici, in più del 90% dei casi (come testimonia oramai persino la cronaca), si attivano non quando la vittima denuncia alla chiesa, ma solo quando la cosa finisce sui giornali o in tribunale, esattamente come nel caso di don Galli. (gennaio 2015, tre anni e un mese dopo la prima denuncia fatta alle autorità diocesane e sei mesi  dopo l’apertura di una indagine della magistratura).

    Ora, per carità, la chiesa ha tutto il diritto di fare i suoi processi ma ne converrete che nei confronti delle vittime e sotto l’aspetto preventivo l’esito di questi processi non ha alcuna utilità, anzi stando a quanto prevede il Trattato di Lanzarote, che l’Italia ha ratificato nell’ottobre del 2013, nei processi canonici si violerebbero anche quelle che sono le regole di base che tutelano i diritti delle vittime di abusi durante i processi.

    Per fortuna esiste la legge civile, certamente più concreta ed efficace che però, come vedremo, da dei privilegi al clero di fronte ai quali i cittadini ne restano pesantemente penalizzati e costretti, loro malgrado, a subire una disparità di trattamento notevole.

    Parlo del Protocollo Addizionale dei Patti Lateranensi (che l’ONU nel 2014 chiese sia allo Stato Italiano, sia alla Chiesa di rivedere) il quale prevede che “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”.

    Durante un’indagine è fondamentale che gli inquirenti possano investigare nel massimo riserbo e, soprattutto, all’insaputa dell’indagato che, diversamente, starebbe attento a quello che fa e a dove va, a ciò che dice al telefono, insomma prenderebbe tutte le precauzioni per tutelarsi dall’indagine e se possibile inquinerebbe probabilmente anche le prove. Per questo prima dicevo che le intercettazioni a don Galli, al di la del contenuto che è rilevante, mostrano anche verosimilmente quelle che sono state le mosse della chiesa che si muove in un sottobosco decisamente poco rassicurante, come abbiamo visto assolutamente omissivo, pieno di connivenze e complicità.

    Lo stesso Bergoglio che da un lato promette tolleranza zero e punizioni severe nei confronti dei vescovi insabbiatori, dall’altro, senza muoverci di un centimetro dal caso Galli (perché ce ne sarebbero anche altri), promuove un vescovo come Delpini, che al momento è accusato di aver insabbiato, arcivescovo di una delle diocesi più grandi d’Italia, quella di Milano.

    Pensavamo che con Papa Francesco al timone, la Chiesa fosse sulla strada della trasparenza e invece, a quattro anni dalla sua elezione, le vittime lamentano ancora di essere ignorate, due preti pedofili su tre sono ancora nel clero e nessuno dei vescovi che hanno coperto gli abusi è mai stato punito.

    Il quadro che emerge è quello di una chiesa che è sbagliato dire non abbia fatto nulla nei confronti della pedofilia clericale, ha fatto moltissimo infatti esistono in Italia ben 5 comunità per preti con devianze. Esiste un supporto legale ai preti accusati spesso fornito direttamente dalle diocesi tant’è che diversi studi in Italia hanno scelto di specializzarsi nella difesa dei preti pedofili.

    Quello che non esiste, è qualcosa per le vittime alle quali la chiesa per ora neppure risponde lasciandole incivilmente senza giustizia e con il supporto legale che “come una madre amorevole” da ai suoi criminali, le mette spesso per non dire sempre in inferiorità perchè non in grado di permettersi una difesa alla pari.

    In tutto ciò è importante e doveroso fare una ulteriore riflessione perché c’è un problema di fondo, la magistratura si muove in base alla legge (fatta dal legislatore) che deve applicare anche quando questa è resa assurda da articoli invalidanti come quello del concordato che abbiamo citato prima, la chiesa, o almeno i suoi vertici, dimostrano di avere una coscienza civile profonda quanto una pozzanghera e non si fanno scrupolo nell’agire anche contro le vittime in modo criminale, d’altra parte lo stato Italiano glielo permette…

    Eccolo il problema, l’assenza più totale del Goveno Italiano, anzi l’atteggiamento omissivo che questo ha avuto in materia negli ultimi 15 anni. Un Governo che è venuto meno ai suoi doveri tradendo di fatto i cittadini italiani ai quali nega una doverosa tutela su fatti ampliamente conclamati.

    A più di 15 anni dallo scandalo iniziato negli USA nel 1998, il Governo Italiano non ha ancora neppure messo in agenda una commissione parlamentare di inchiesta per poter quantificare l’entità del problema, stessa cosa vale per le raccomandazioni fatte al Governo dall’ONU, ignorate in toto.

    L’unica cosa che ha fatto, non per coscienza ma in conseguenza alla ratifica dei vari trattati tra cui quello di Lanzarote, è stata l’applicazione del certificato antipedofilia, che a danno dei cittadini e per non scontentare lo Stato estero del Vaticano al quale i nostri politici sono perennemente genuflessi, nella sua applicazione ha lasciato esente la categoria del volontariato, alla quale tò, appartengono anche i preti, ma anche allenatori di calcio, scout ecc. ecc.

    Oltre al danno la beffa perché adesso i pedofili (non solo quelli in abito talare) sanno dove poter andare a cercare le proprie prede senza bisogno di esibire il certificato.

    Direi geniale …

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO.


    Improbabili verità di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”

    Caso mons. Delpini; DIFFIDATO il portale della Chiesa di Milano

  • George Pell tra accuse, riforme economiche sospese e dubbi australiani

    George Pell tra accuse, riforme economiche sospese e dubbi australiani

    L’approfondimento di Andrea Mainardi

    Appena sei minuti. Tanto è durata la prima udienza del processo al cardinale George Pell. Nessun dettaglio sulle accuse per presunti abusi sessuali su minori di decenni fa. Appena sei minuti di udienza preliminare che aprono un processo che si annuncia non breve se letto nel piano di riforma economica del Vaticano di cui il cardinale è uomo chiave. Se tutto fila spedito, ci vorrà un anno. Altri analisti prevedono un calendario più lungo, almeno fino al 2020. E per Papa Francesco che ha concesso a Pell un congedo dalla segreteria dell’Economia di cui è prefetto per difendersi dalle accuse, si proporrà il dilemma se e quando nominare un successore.

    DAVANTI ALLA CORTE TRA SOSTENITORI E OPPOSITORI

    Pell è arrivato alla Magistrates Court di Melbourne mercoledì mattina scortato dalla polizia. Assediato da fotografi e giornalisti non ha rilasciato dichiarazioni. Solo un cenno a un gruppo di sostenitori, che affollavano gli ingressi del tribunale. Pochi metri più in là, il gruppo degli oppositori. In Aula il legale del cardinale ha ribadito che il cardinale si dichiarerà non colpevole e “confermerà la sua innocenza”. La polizia di Ballarat, città natale del prelato che ha incriminato Pell, ha tempo fino ai primi di settembre per presentare le sue carte alla difesa. Delle accuse ad oggi si sa solamente che risalgono agli anni tra i Settanta e gli Ottanta, quando il porporato era solo don George, e che sarebbero riferite a più episodi, denunciati da più querelanti. Il processo è stato aggiornato al 6 ottobre.

    I DUBBI SULLA POSSIBILITÀ DI UN PROCESSO EQUO

    Inevitabile l’attenzione della stampa internazionale per il processo che vede incriminato il numero tre del Vaticano. Un’attenzione che in Australia sta cominciando a far dubitare che il cardinale possa avere un processo equo, non condizionato dalla pressione sociale. Angela Shanahan, columnist di punta del diffusissimo The Australian, ha descritto il porporato come vittima di una “caccia alle streghe”. Amanda Vanstone, politico e già ambasciatore in Italia, si definisce niente affatto “fan della religione organizzata”, ma sul The Sydney Morning Herald ha decretato “l’isteria dei media sul cardinale”. Già nel 2002 precedenti accuse furono archiviate. La pubblicità che circonda Pellpreoccupa anche i giudici. Il procuratore Andrew Tinney ha letto in tribunale un forte avvertimento alla stampa: “Qualsiasi pubblicazione di materiale che speculasse circa la fondatezza o meno del caso, se l’accusato dovesse o non dovesse essere stato accusato, la probabilità di condanna o di assoluzione, sarebbe in disprezzo del tribunale”.

    LA FIDUCIA DI TRE PAPI

    L’ex giocatore di football di Ballarat è passato al vaglio di tre papi. Giovanni Paolo II lo ha fatto vescovo e cardinale, Benedetto XVI ne stimava la solidità dottrinale. Nei primi anni del 2000 emergono le prime accuse sul prelato australiano. Tutte archiviate. Francesco nell’aprile 2013, a un mese dall’elezione al Soglio, lo nomina nel ristretto consiglio dei cardinali per la riforma della Curia. Un anno dopo lo chiama definitivamente a Roma a presiedere il superministero dell’Economia.

    I PASSI DI PELL NELLE RIFORME VATICANE

    Pell comincia a scostare le tende sulle finanze della Chiesa. Subito scova un tesoretto di un miliardo di euro: fondi extrabilancio che nessuno aveva comunicato, nascosti in vari conti da diverse organizzazioni della Santa Sede. Non sono fondi neri, precisa, ma rimane il mistero su chi e perché abbia occultato quel denaro. Dal 2015 affianca il suo lavoro alla Segreteria il revisore generale Libero Milone. Professionista stimato, Milone si dimette improvvisamente a metà giugno. Sulle ragioni di quel repentino passo indietro nulla è trapelato. L’impressione, in molti, è che il duo Milone-Pell stesse scoperchiando un vaso di Pandora.

    WEIGEL E UNA “REGIA ROMANA” DIETRO LE ACCUSE

    Esplicito il commento di George Weigel, tra gli intellettuali più stimati degli Stati Uniti, biografo di Giovanni Paolo II e dichiaratamente amico di Pell. Già un mese fa si domandava sul National Review se le carsiche accuse su faccende di pedofilia al porporato non siano da leggere in collegamento all’opera di riforma finanziaria del Vaticano: “Pell ha molti nemici in Australia, politici ed ecclesiastici, che per decenni hanno trovato sponda nei media”. Secondo Weigel “non è irragionevole immaginare, anzi, è più che probabile, che quando le sue riforme hanno cominciato a minacciare gravi conseguenze finanziarie, e forse legali, quelli determinati a mantenere lo status quo da cui avevano beneficiato si sono impegnati a far deragliare il cardinale, promuovendo nuove false accuse in Australia, dove si è trovato un terreno già avvelenato e preparato a coltivare le calunnie”.

    RISARCIMENTI ALLE VITTIME, TRA ACCUSE E TUTELE

    Pell sconta un piglio pastorale e manageriale piuttosto deciso. Sul fronte pedofilia, da arcivescovo di Melbourne, già nel 1996 mette a punto un sistema di assistenza e risarcimento per le vittime di abusi sessuali da parte del clero. È un progetto pilota, uno dei primi nel mondo, il primo in Australia, che gli avrebbe attirato “l’inimicizia di alcuni colleghi vescovi”, come annota David Marr, corrispondente da Sydney per il britannico The Guardian e considerato uno dei commentatori australiani più influenti. Nel 2013, quando Pell è chiamato a Melbourne a fare chiarezza sulla gestione dei casi di pedofilia nella Chiesa, ai membri della commissione che gli domanda dell’esiguità dei risarcimenti da riconoscere alla vittime in via extragiudiziale (un massimo di 50mila dollari australiani), replica che quelli erano gli standard adottati al tempo nell’intera nazione. La soglia massima dei risarcimenti nel frattempo era stata elevata a 75mila e, dal primo gennaio scorso, portata a 150mila dal successore di Pell a Melbourne (vedi qui). Per i detrattori sono briciole, rispetto a quanto le vittime potrebbero ottenere se decidessero di andare in causa. Ma, scriveva Pell nel 2010, ancora era arcivescovo di Sydney, “quando vengono presentate accuse che si riferiscono a decenni prima, le vittime sono sempre incoraggiate ad andare alla polizia. Questo è quello che noi preferiremmo. Ma le vittime spesso vogliono la privacy. Il tema è troppo triste e troppo serio perché possa circolare disinformazione, aggiungendo dolore alle vittime”. Le norme ecclesiastiche sugli abusi sessuali, precisava il cardinale, “non sono mai state interpretate come un divieto di denunciare i crimini alle autorità civili”. Titolava quell’intervento l’Osservatore Romano “La cattiva informazione aggiunge dolore alle vittime”.

    http://formiche.net/blog/2017/07/28/pell-accuse-riforme/

  • ‘Dietro l’altare’, la docu-inchiesta sui casi di pedofilia nella Chiesa su laF (VIDEO)

    ‘Dietro l’altare’, la docu-inchiesta sui casi di pedofilia nella Chiesa su laF (VIDEO)

    Gli abusi dei preti pedofili sono una delle pagine più buie della storia della Chiesa. Quello sui bambini del coro di Ratisbona è solo l’ultimo tra gli scandali emersi arrivati a toccare anche alti prelati, come il cardinale George Pell, a processo in Australia dal 26 luglio. A raccontare il quadro a livello interazionale è il documentario Dietro l’altare, realizzato dallo storico britannico John Dickie e trasmesso mercoledì 26 luglio 2017 in prima tv mondiale su laF (Sky 139) alle 21.10. Un viaggio che, oltre all’Italia (con un approfondimento dedicato al caso di don Inzoli), tocca Francia, Stati Uniti (ad Altoona-Johnstown, in Pennsylvania, per un’inchiesta su centinaia di bambini vittime di abusi sessuali) per terminare nel paese del Papa, l’Argentina, con le prime ed esclusive interviste alle vittime di padre Corradi, arrestato con l’accusa di aver abusato sessualmente di alcuni studenti sordomuti dell’istituto Provolo di Mendoza. L’inchiesta dimostra come, per la Chiesa, il problema della pedofilia abbia radici molto profonde e sia molto lontano dalla sua soluzione. Scritto da Lucio Mollica, Vania Del Borgo e John Dickie, è diretto dal regista messicano Jesus Garces Lambert e si avvale nella versione italiana del contributo introduttivo di Emiliano Fittipaldi, giornalista autore di inchieste e pubblicazioni su ipocrisie e peccati della Chiesa.

     
    https://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/dietro-l-altare-la-docu-inchiesta-sui-casi-di-pedofilia-nella-chiesa-su-laf/281560/282155