Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Apsa

  • Rilasciato Zanchetta, il vescovo amico di Bergoglio condannato per abusi

    Rilasciato Zanchetta, il vescovo amico di Bergoglio condannato per abusi

    Monsignor Gustavo Zanchetta, l’ex vescovo di Oran amico di papa Francesco, è stato rilasciato oggi dalla giustizia argentina. Il presule stava scontando una condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per abuso sessuale continuato ai danni di due seminaristi e aggravato dal fatto che è stato commesso da un ministro di culto pronunciata nel 2022.

    La Corte d’appello di Salta ha ora concesso al vescovo argentino la libertà condizionale.

    La sentenza del tribunale sta provocando molte proteste nella comunità locale già indignata per come Zanchetta ha scontato questi anni di condanna tra arresti domiciliari nei monasteri e poi la partenza per Roma nel novembre del 2024 con l’autorizzazione a sottoporsi a cure mediche per un problema di salute.

    La permanenza però si era prolungata fino ad inizio giugno. All’inizio del nuovo pontificato Zanchetta aveva fatto le valigie ed era tornato in Argentina ma poco dopo aveva ottenuto la libertà vigilata. Il caso Zanchetta aveva suscitato grande scandalo nel 2017 quando Bergoglio, cinque mesi dopo le sue strane dimissioni dalla guida della diocesi di Orán, aveva creato per lui la carica di assessore dell’Apsa.

    Nel gennaio del 2019 la giornalista argentina Silvia Noviasky su “El Tribuno” aveva rivelato le accuse contro di lui e la Santa Sede si era dovuta difendere dicendo che al momento della nomina all’Apsa non erano note accuse di abusi sessuali contro di lui ma solo di autoritarismo.

    Un documento dei vicari generali e del rettore del seminario locale avevano però segnalato strani comportamenti coi seminaristi già nel 2016. Zanchetta ha lasciato il Vaticano nel 2021 per tornare in Argentina ed essere giudicato fino alla condanna del 2022.

    https://www.iltempo.it/attualita/2025/09/26/news/gustavo-zanchetta-rilasciato-vescovo-amico-bergoglio-condannato-abusi-44280039/

  • Tornato in Argentina, l’ex vescovo Zanchetta condannato per abusi tenterà la vigilanza condizionale anticipata

    Tornato in Argentina, l’ex vescovo Zanchetta condannato per abusi tenterà la vigilanza condizionale anticipata

    Infine mons. Gustavo Zanchetta, vescovo di Orán da agosto 2013 ad agosto 2017, è tornato in Argentina per scontare il resto della pena a 4 anni e 6 mesi di reclusione che gli è stata comminata nel 2022 per abuso sessuale continuato ai danni di due seminaristi (la storia inizia nel 2016, v. Adista Notizie n. 9/19). Tuttavia, non è in carcere, è ai domiciliari, probabilmente nello stesso monastero per sacerdoti pensionati – Nuestra Señora del Valle nella città di Salta, sede anche del processo che lo ha riconosciuto colpevole – dove era stato trasferito dopo soli 4 mesi di detenzione (v. qui  e qui). Dal monastero era partito per Roma lo scorso novembre, con un permesso di viaggio per un lasso di tempo fino al 1° aprile, per sottoporsi a un’operazione cardiaca. Scaduti tali termini, però, Zanchetta era uccel di bosco. Mentre il Policlinico Gemelli, dove era stato ricoverato, assicurava che era stato dimesso, la diocesi si rifiutava di confermare il rientro del recluso in Argentina.

    Chi ha dato notizie di Zanchetta è stato, nei primi giorni di giugno, il sito di informazione Infocatolica (6/6) contattato da uno dei due seminaristi abusati, Matías Montes. «Zanchetta è a Salta – ha dichiarato Montes –, ha ricevuto la visita dell’attuale vescovo di Orán, gli stanno preparando un’abitazione nello stesso monastero, l’ho visto con i miei proprio occhi».

    Montes è anche convinto che Zanchetta chiederà la libertà vigilata anticipata, come previsto dal codice penale argentino (la libertà vigilata anticipata consente ai prigionieri condannati di essere rilasciati sei mesi prima della scadenza della pena, a condizione che soddisfino determinati requisiti). «Sappiamo che la chiederà; gli stanno spianando la strada… Il sistema giudiziario non ha fatto un buon lavoro. Non abbiamo fiducia in loro, a Salta. Finché la Chiesa rimarrà vicina allo Stato, questo continuerà ad accadere». Per contro, ha aggiunto, le vittime non hanno avuto da parte della Chiesa nessun tipo di supporto: «Siamo stati completamente abbandonati. Volevamo diventare preti e abbiamo dovuto andarcene. Non c’è stato nessun aiuto psicologico, nessun sostegno, nessuna vera giustizia».

    Non è una novità per Zanchetta il rendersi irreperibile. La Procura della Repubblica argentina, nel 2019, ha dovuto emettere un mandato di cattura internazionale contro di lui perché non rispondeva alle ripetute telefonate ed e-mail inviategli al fine di procedere alla notifica degli atti processuali, malgrado avesse deciso di costituire il suo domicilio nello Stato del Vaticano. E a Roma in effetti era (v. Adista Notizie n. 9/19), protetto da papa Francesco che il 19 dicembre 2017 lo aveva nominato assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa) – una carica prima inesistente –, accogliendolo in più a Santa Marta. Era forse così convinto dell’innocenza di Zanchetta, papa Bergoglio, da inviare l’avvocato difensore dell’ex vescovo al processo canonico, Javier Belda Iniesta, nella diocesi di Orán per svolgere un’indagine canonica su sacerdoti, diaconi e seminaristi che avevano testimoniato contro Zanchetta. Indagine allora confermata dal Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico dell’Arcidiocesi di Salta (Orán è diocesi suffraganea di Salta), Loyola Pinto y de Sancristóval (v. Adista Notizie n. 25/22).

    https://www.adista.it/articolo/74036

  • Condanna definitiva e “fuga a Roma”, lo scandalo Zanchetta continua

    Condanna definitiva e “fuga a Roma”, lo scandalo Zanchetta continua

    Il mistero Zanchetta continua. All’inizio del mese si è tornati a parlare del vescovo emerito di Orán per la conferma della condanna pronunciata dalla corte d’appello di Salta: quattro anni e sei mesi di reclusione per abuso sessuale continuato ai danni di due seminaristi e aggravato dal fatto che è stato commesso da un ministro di culto. I giudici Virginia Solórzano e Pablo Arancibia hanno respinto il ricorso presentato dai legali di Zanchetta contro la sentenza del 2022 del tribunale di prima istanza di Orán.

    La corte d’appello ha avvalorato le testimonianze delle vittime ritenendole «un elemento incriminante di grande valore, in quanto i loro racconti sono coerenti e forniscono dettagli sulle situazioni in cui si trovavano». Un riconoscimento importante per i due giovani che, oltre al trauma degli abusi, in questi anni hanno dovuto fare i conti con un clima non facile che li ha indotti a perdere la vocazione. Uno di loro, orfano, poverissimo e con l’unico genitore malato, ha manifestato tutta la sua rabbia per l’atteggiamento delle autorità ecclesiastiche, in particolare di monsignor Luis Antonio Scozzina, successore del vescovo condannato ad Orán. «Ho sempre pensato e presumibilmente ci hanno insegnato che i vescovi sono successori degli apostoli e quindi devono continuare con l’annuncio profetico e non essere successori di Pilato nel lavarsi le mani», si è lamentato coi suoi amici virtuali una delle vittime.

    L’ex seminarista si è fatto un’idea precisa del perché sia stato così difficile per Scozzina “scaricare” del tutto Zanchetta nonostante le testimonianze contro di lui e l’indirizzo preso da processo: «la Chiesa ha così tante regole, leggi, regolamenti, diritti canonici e rubriche per i suoi fedeli. Ma quando c’è un amico che è vestito di bianco si omettono tutte», si è sfogato il giovane. Inutile negarlo: l’elefante nella stanza del caso Zanchetta è proprio la sua amicizia con il Papa.

    Uno degli snodi principali di questa vicenda c’è stato nel dicembre 2017 con la nomina del presule argentino, cinque mesi dopo le sue misteriose dimissioni dalla guida della diocesi di Orán, ad assessore dell’Apsa (l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica). Una carica inventata ad hoc per lui e senza alcun potere, come ammesso dalla stessa Santa Sede («incarico che non prevede comunque responsabilità di governo del Dicastero», si giustificò più tardi la Sala Stampa).

    Nel gennaio del 2019, poco dopo le prime rivelazioni fatte dalla giornalista Silvia Noviasky, che su “El Tribuno” ha seguito più di tutti il caso, la comunicazione vaticana sostenne che all’epoca della nomina all’Apsa si conoscevano le accuse di autoritarismo, ma non quelle di abusi sessuali. Una versione messa in grossa difficoltà un mese dopo da un documento pubblicato da Noviasky e risalente al 22 aprile del 2016 in cui due vicari generali, il rettore del seminario e altri due monsignori denunciavano formalmente, su richiesta dell’allora nunzio apostolico in Argentina monsignor Emil Paul Tscherrig (poi trasferito in Italia e creato cardinale), gli strani atteggiamenti di Zanchetta nei confronti dei seminaristi (preferenze per i più attraenti, richieste di massaggi, ingressi nelle loro stanze) e facevano riferimento ad una prima segnalazione interna del settembre del 2015 a seguito del ritrovamento casuale da parte del segretario cancelliere della diocesi, Luis Diaz, di fotografie ritraenti Zanchetta nudo e mentre si masturbava. I vicari generali hanno poi presentato una nuova denuncia nel 2017, parlando questa volta di veri e propri abusi sessuali.

    Alla Nuova Bussola risulta che al tempo della chiamata in Vaticano, il Papa manifestava anche in privato la convinzione dell’innocenza del suo amico argentino, credendo alla versione fornitagli di fotografie ritoccate per metterlo in difficoltà evocata pubblicamente in un’intervista a Televisa. Al tempo stesso, però, Francesco non avrebbe nutrito alcuna fiducia nei confronti delle sue capacità gestionali per via delle accuse di tipo economico che si aggiungevano al bagaglio di ombre sulla sua esperienza ad Oràn ed avrebbe sconsigliato qualsiasi suo coinvolgimento sul piano decisionale. Per questo motivo la scelta di un incarico che, come aveva voluto precisare la Santa Sede, non prevedeva «responsabilità di governo». È un dato di fatto che il periodo in cui Zanchetta ricoprì l’incarico in Curia coincida con lo sviluppo delle indagini in Argentina su di lui, non senza tensioni con la magistratura argentina che lamentava la difficile reperibilità dell’imputato.

    Nel settembre del 2021 l’addio formale al posto all’Apsa e pochi mesi più tardi la condanna a quattro anni e sei mesi ora confermata dalla corte d’appello.  Tradotto in carcere dopo la condanna, Zanchetta ci è rimasto per quattro mesi ed ha poi ottenuto gli arresti domiciliari per motivi di salute, prima in una clinica privata e poi addirittura in un monastero. Il suo trasferimento al monastero Nuestra Señora del Valle, luogo situato nella stessa diocesi in cui si sono svolti i fatti che lo hanno portato alla condanna, ha provocato le proteste dei fedeli che hanno fatto appelli al vescovo Scozzina ma lamentano di non essere stati ascoltati.

    Il quadro clinico di Zanchetta non ha solamente impedito la sua permanenza in prigione ma è anche al centro dell’ennesimo capitolo misterioso di questa vicenda. Lo scorso novembre, infatti, siamo stati informati dall’Argentina che il vescovo condannato aveva chiesto ed ottenuto dalla corte d’appello – dopo il no del tribunale di primo grado – il permesso di lasciare il Paese per raggiungere Roma e ricevere cure mediche nella capitale, presumibilmente per un intervento chirurgico. Una fonte vicina ad ambienti giudiziari argentini ci ha riferito che Zanchetta avrebbe ottenuto il permesso per sottoporsi probabilmente ad un intervento chirurgico al Policlinico Gemelli, l’ospedale dei papi. Il presule continua ad essere iscritto al Fas, il Fondo Assistenza Sanitaria vaticano.

    Non è stato reso noto quale sia la malattia del presule che renderebbe inevitabile un intervento fuori dall’Argentina, ma in passato il rilascio dal carcere e lo spostamento alla clinica privata erano stati possibili per problemi di ipertensione. Alla Nuova Bussola risulta che Zanchetta avrebbe chiesto alla giustizia argentina di andare al Gemelli per risolvere i problemi cardiaci di cui soffrirebbe. Se tra il 2017 e il 2020 era facile imbattersi nel vescovo all’interno del piccolo Stato, specialmente nella residenza Santa Marta in cui viveva, questo suo ritorno a Roma sembra avvenuto all’insegna del massimo riserbo. Nulla si sa del suo eventuale ricovero al Gemelli, ospedale in cui effettivamente ci risulta essere stato in cura fino al 2021. Fonti vicine agli ambienti giudiziari argentini ci hanno informato che i giudici attendono il suo ritorno in patria questa settimana. La conferma della sentenza, dunque, sarebbe avvenuta mentre il vescovo si trovava in Italia grazie al permesso della stessa corte d’appello che ha ribadito la sua condanna.

    Molti fedeli di Orán, intanto, continuano ad essere sul piede di guerra anche di fronte alla prospettiva che Zanchetta torni a scontare la sua pena all’interno di un monastero della sua ex diocesi, in quegli stessi locali in cui viveva un missionario sardo firmatario di una lettera contro la condotta dell’allora vescovo.

    https://lanuovabq.it/it/condanna-definitiva-e-fuga-a-roma-lo-scandalo-zanchetta-continua

  • Alla ricerca di visibilità, la Commissione del Papa sugli abusi sessuali ottiene una nuova sede

    Alla ricerca di visibilità, la Commissione del Papa sugli abusi sessuali ottiene una nuova sede

    ROMA – A papa Francesco è piaciuta la planimetria. “È un buon spazio quello che hai”, ha detto il papa, tracciando un quadrato con le mani, durante un’udienza privata il mese scorso al reverendo Andrew Small, che dirige la commissione del papa sulla lotta agli abusi sessuali. “Ti sei già trasferito?”

    Da quando Francesco ha creato la sua Commissione per la tutela dei minori nel 2014, il personale ha occupato uffici angusti in una vecchia residenza vaticana vicino all’appartamento del papa. Mentre la posizione in un primo momento suggeriva una vicinanza al potere, nell’ultimo decennio la commissione ha visto la sua influenza erosa da radicati interessi e defezioni vaticane. Padre Small ha detto che il suo personale è stato costretto a prendere in prestito spazi per uffici intorno alla Santa Sede “come i beduini” quando i vescovi venivano a incontrarli. I sopravvissuti agli abusi, ha detto, hanno faticato a trovare il loro angolo difficile da trovare.

    Così, negli ultimi anni, la commissione ha cercato silenziosamente un cambio, o almeno un cambio di indirizzo, per riaffermare il posto che la tutela dei bambini occupa nella chiesa. Quella caccia alla proprietà si è conclusa il mese scorso, quando la commissione ha preso il controllo degli uffici senza affitto in un maestoso palazzo del XVI secolo controllato dalla chiesa nel centro di Roma.

    La commissione afferma che i nuovi uffici, precedentemente non dichiarati, a Palazzo Maffei Marescotti, proprio in fondo alla strada del Pantheon, equivalgono a un impegno concreto per le vittime e una chiara risposta alle forze vaticane che ritiene preferirebbero che la questione degli abusi sessuali rimanesse nascosta o tenuto lontano.

    Lungi dall’essere un esilio, padre Small ha caratterizzato il trasferimento come un’espansione a una sede globale a Roma che può servire da monumento al “massacro silenzioso dell’infanzia delle persone” e chiarire ai sopravvissuti che “hanno il diritto di essere in un posto bello. “

    “È molto significativo”, ha detto in un’intervista il cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della commissione.

    Nonostante sia stato “furbo” essere stato negli uffici a due passi dal papa, ha detto: “Ci siamo resi conto che non è così accessibile come vorremmo essere”. I sopravvissuti ad abusi sessuali da parte del clero, ha detto, spesso si sentono a disagio entrando in una chiesa cattolica: “Devo entrare in Vaticano e passare attraverso le guardie svizzere, i gendarmi e tutto il resto può essere piuttosto scoraggiante”.

    La posizione è tutt’altro che l’unico problema della commissione. Per decenni, la chiesa è stata divisa sulla responsabilità della sua gerarchia quando si tratta di coprire gli abusi, quanta voce dare alle vittime all’interno di un’istituzione insulare e se adottare un approccio più incrementale o intransigente alla riforma.

    Francis ha annunciato la creazione della commissione nel 2013, preoccupato di non prendere sul serio la questione, ma è diventata puramente consultiva. I commissari, compresi i sopravvissuti, alla fine si sono dimessi per protesta, accusando il Vaticano di fare ostruzionismo.

    Nuovo incarico o no, quel periodo di instabilità non è finito. Il mese scorso si è dimesso anche il reverendo Hans Zollner, un gesuita tedesco che è senza dubbio il principale esperto della Chiesa cattolica sugli sforzi contro gli abusi e il membro più importante della commissione.

    Ha messo in dubbio l’indipendenza della commissione e l’ ha condannata per non aver fornito “responsabilità, conformità, responsabilità e trasparenza”.

    “Padre Hans non è stato molto presente con noi nell’ultimo anno, quindi sono rimasto molto sorpreso”, ha detto il cardinale O’Malley della dichiarazione del barnburner, aggiungendo: “Non capisco quali siano le sue motivazioni per andare, ma lo faremo cercare di capire e affrontare le sue preoccupazioni”.

    Alla domanda se pensava che padre Zollner, sospettato da alcuni membri della commissione di tentare di istituire un centro di protezione dell’infanzia concorrente presso un’università pontificia romana, stesse cercando di sabotare la commissione, il cardinale ha detto: “A questo punto, non so cosa pensa pensa.” (Padre Zollner non ha restituito una richiesta di commento.)

    Il cardinale O’Malley ha preferito parlare dell’apertura di nuovi uffici di salvaguardia in Sud America e delle nuove misure di responsabilità che Francesco ha sancito il mese scorso nella legge ecclesiastica.

    Il papa, ha detto, aveva esplicitamente approvato la visibilità che la nuova sede della commissione ha fornito nel cuore di Roma, che, ha detto il cardinale O’Malley, dovrebbe aiutare a “placare i timori che veniamo esiliati fuori dal Vaticano”.

    Ma trovare quello spazio non è stato un compito facile.

    Padre Small, un veterano di Capitol Hill dai tempi in cui era consigliere per la politica estera della Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti, ha detto che per trovare il posto giusto ha usato le lezioni Washingtoniane sull’”allineamento degli interessi” e ha risposto alle porte sbattute con un determinato: “Bene , vedremo.”

    Spesso, ha detto, si è imbattuto in un atteggiamento “NIMBY”, in cui i proprietari della chiesa guardavano la commissione “come una clinica per il metadone”.

    “Nessuno lo vuole nel loro cortile”, ha detto.

    Nel 2021, padre Small si è imbattuto in Palazzo Maffei Marescotti, una proprietà della Santa Sede fuori dal Vaticano che ospita uffici di beneficenza, un ufficio postale e l’ufficio di pellegrinaggio della chiesa. L’ex direttore di tale ufficio, mons. Nel palazzo vive Liberio Andreatta, che ne cura l’edificio ed è una figura ben inserita nell’ambiente clericale e politico romano per il suo vasto patrimonio immobiliare.

    Il cardinale O’Malley ha scritto una lettera chiedendo informazioni sulla proprietà o su altri luoghi adatti alla Segreteria di Stato del Vaticano e ha anche contattato l’APSA, la potenza immobiliare della chiesa, che essenzialmente ha risposto con un cartello di “nessun posto vacante”.

    L’equivalente dell’ufficio del sindaco della Città del Vaticano ha anche detto alla commissione di dimenticare qualsiasi piano di espansione nei loro uffici vaticani esistenti, ha detto padre Small, e li ha informati che potrebbero anche essere sfrattati per fare spazio ai cardinali bisognosi di alloggio in caso di conclave scegliere il prossimo papa. (Il Vaticano ha rifiutato di commentare.)

    Alla fine, padre Small ha detto la sua spinta e la lettera del cardinale O’Malley ha spinto monsignor Andreatta a mostrare alcune stanzette sul tetto del palazzo che padre Small ha descritto come “farcite di piccioni”.

    Lo scorso novembre, il cardinale O’Malley ha effettuato un’ispezione in loco e gli è stata mostrata una serie di stanze fatiscenti e dai soffitti alti disponibili se la commissione avesse pagato il conto per il loro restauro. Poiché la commissione considerava una campagna di raccolta fondi, una scossa nell’ufficio del vicario di Roma ha portato il vescovo Baldassarre Reina, un simpatico siciliano, come vice reggente. Ha esercitato maggiori pressioni su monsignor Andreatta, secondo padre Small, e ha ottenuto l’approvazione del papa per i nuovi uffici in stanze meno grandiose ma più utilizzabili dall’altra parte del corridoio.

    «Abbiamo lavorato con discrezione», ha scritto in un comunicato monsignor Andreatta, aggiungendo che i sopralluoghi sono serviti «per definire meglio le esigenze e le disponibilità» della commissione e che «tutto il resto è una fantasiosa ricostruzione».

    In un recente pomeriggio, alcuni membri del personale sono entrati per la prima volta. Padre Small chiese cautamente al custode del palazzo di mostrargli gli spazi comuni del palazzo al secondo piano.

    «Certo», disse. “Sei a casa.”

    Dietro la porta attendevano cornici a foglia d’oro, fregi dipinti di paesaggi e stemmi e intonaci ornati di putti e angeli. Padre Small ha immaginato lo spazio come una casa per eventi di raccolta fondi e la sessione plenaria della commissione a maggio, ma anche letture delle vittime, anche da riviste che dovrebbero essere “onorate e rispettate così impariamo dal passato”.

    Aveva dei progetti su una cappella fatiscente del XVI secolo con vetrate colorate accanto ai loro uffici al piano di sopra, immaginando una cappella aconfessionale in modo che le vittime che avevano perso la fede potessero reclamare una misura di spiritualità, e “non necessariamente attraverso la chiesa che ferirli così tanto.

    Quando i tecnici vaticani sono venuti per installare l’accesso a Internet nei nuovi uffici, il personale ha visitato le stanze più auguste ma decrepite dall’altra parte della sala, a disposizione della commissione se fosse riuscita a rinnovarle.

    Rosanna Giacometto, 50 anni, specialista in traumi, ha controllato il grande schermo piatto sul muro per le porte, “HDMI”, ha detto. “Questo è importante.” A pochi metri di distanza, la sorella Sheila Kinsey, una veterana dei rifugi per abusi sessuali negli Stati Uniti, ha ammirato il dipinto sul soffitto di mitici cavalli che trainano un carro e ha riflettuto sul “cercare di capire dove stiamo andando come squadra”.

    “L’intero posto deve essere ricablato”, ha detto Emer McCarthy, 46 anni, un membro dello staff, mentre ispezionava i cavi esposti e la muffa nella carta da parati damascata.

    Nel nuovo spazio, il personale della commissione si è crogiolato nell’esposizione a sud e ha immaginato un ambiente accogliente per le vittime, completo di barbecue sulla terrazza dall’altra parte del cortile. Padre Small sognava in grande.

    “Non sarei sorpreso se non diventassimo troppo grandi così velocemente”, ha detto. “E questo è diventato il palazzo dei sopravvissuti.”

    https://www.nytimes.com/2023/04/13/world/europe/vatican-sex-abuse-rome.html

  • Vescovo incarcerato vicino a papa Francesco rilasciato in clinica privata per cure

    Vescovo incarcerato vicino a papa Francesco rilasciato in clinica privata per cure

    ROMA – Il vescovo argentino Gustavo Zanchetta , che sta scontando una condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per aver abusato sessualmente di due seminaristi, è uscito dal carcere per essere ricoverato in una clinica privata, a causa della pressione alta.

    A metà aprile l’ex vescovo di Oran, nella provincia settentrionale argentina di Salta, aveva chiesto gli arresti domiciliari per presunti problemi di salute. Il tribunale deve ancora pronunciarsi su questa richiesta.

    Tuttavia, venerdì, è stato ricoverato in una clinica privata, su ordine del suo medico personale.

    Il nuovo avvocato di Zanchetta, Dario Palmier, ha detto che il prelato è iperteso e ha una “malattia renale molto delicata. È una malattia correlata al suo sistema venoso. Ha avuto la diagnosi a Roma”.

    “La verità è che potrebbe crollare in qualsiasi momento”, ha detto al quotidiano locale Salta/12 .

    L’avvocato ha anche detto che più di un mese fa la difesa di Zanchetta ha chiesto al vescovo emerito di scontare la sua pena detentiva agli arresti domiciliari, affermando che il carcere ha deteriorato rapidamente le condizioni di salute del prelato. Ha anche detto che “le visite mediche stanno richiedendo molto tempo”.

    Palmier ha aggiunto di essere in attesa della decisione della Corte d’Appello sul ricorso contro la condanna del vescovo.

    Il difensore ha anche confermato che il luogo offerto al vescovo per gli arresti domiciliari è il Monastero Nuestra Señora del Valle, a Orano, che appartiene alle monache francescane dell’Ordine dell’Immacolata.

    Alcuni giorni prima del suo ricovero, il vescovo è stato trasferito in un ospedale pubblico per una crisi di ipertensione, ma è stato medicato e rimandato in prigione. Venerdì, ha detto ancora una volta di essere malato. La sua squadra di difesa lo ha fatto visitare da un medico privato, che ha chiesto il suo ricovero in un centro sanitario privato.

    Il tribunale che dovrà pronunciarsi sulla sua carcerazione domiciliare è lo stesso che originariamente lo ha ritenuto colpevole del reato di “semplice abuso sessuale aggravato dalla commissione di un ministro religioso riconosciuto”.

    Zanchetta si vantava spesso della sua amicizia con papa Francesco, che credeva che l’affermazione del vescovo fosse stata incastrata quando le accuse erano state mosse per la prima volta contro di lui.

    Zanchetta è stato nominato vescovo e nominato a Orano da Francesco nel 2013, subito dopo l’insediamento del pontefice argentino. I due uomini hanno prestato servizio insieme alla conferenza episcopale del Paese.

    Zanchetta si è dimesso all’età di 53 anni nel 2017, adducendo “motivi di salute”. Pochi mesi dopo, Francesco lo nominò Assessore all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), che amministra il portafoglio finanziario del Vaticano.

    Nel 2018, è diventato pubblico che Zanchetta era stato accusato sia di cattiva condotta sessuale che di illeciti finanziari, anche se un portavoce del Vaticano ha insistito sul fatto che non c’erano accuse di abusi al momento in cui Zanchetta è stato portato a Roma.

    Secondo papa Francesco è stato aperto un processo canonico nei suoi confronti, ma ad oggi il Vaticano non ha rivelato informazioni sulla propria indagine sul vescovo.

  • Gioco di specchi

    Gioco di specchi

    di Federico Tulli – “Eccellenza, mi riferisco al caso del rev. Nello Giraudo, del clero della sua Diocesi, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minori e che nel 2002 manifestava al vicario generale la propria tendenza pedofila. Il suo predecessore, S.E. mons. Calcagno, nel 2003 segnalava il caso a questa Congregazione. Il 4 aprile 2006 egli fu invitato ad avvicinare il chierico per chiedergli se intendesse domandare al Santo Padre la dispensa da tutti gli oneri sacerdotali: in caso contrario, avrebbe dovuto attivare un processo penale amministrativo… nei confronti del sacerdote. Essendo ormai trascorsi quattro anni La invito a voler cortesemente informa[1]re questo Dicastero sull’evoluzione del caso».

    Quello che avete appena letto è il testo di una lettera inviata al vescovo Lupi il 29 marzo 2010 da monsignor Ladaria, all’epoca segretario della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf, la procura generale della Santa sede, conosciuta anche come ex Sant’uffizio). Lupi in quel tempo era capo della diocesi ligure di Savona-Noli.

    Come si insabbia un caso di pedofilia nella Chiesa

    Come si insabbia un caso di pedofilia nella Chiesa Queste poche ma emblematiche righe (l’originale della lettera è a pag. 8) sono lo specchio di un collaudato sistema di insabbiamento, quello utilizzato dalla Chiesa italiana e dal Vaticano per gestire i casi di crimini pedofili segnalati ai capi delle diocesi da sacerdoti che non intendono volgere lo sguardo altrove o da vittime che ritengono possibile ottenere giustizia dalle autorità ecclesiastiche. Converrete con noi che già scorrendo le date riportate nella missiva ci si accorge che c’è qualcosa che non torna. In pratica, nel 2010 il braccio destro del procurato[1]re generale della Santa Sede chiede conto al capo di una diocesi circa i 4 anni di totale silenzio da parte sua su un caso di pedofilia segnalato presso la stessa diocesi sin dal 1980, ammesso dallo stesso sacerdote nel 2002 e trasmesso alla Cdf, cioè alla procura della Santa Sede, nel 2003. Emerge inoltre che, sebbene nel 2002 la «tendenza pedofila» di Giraudo fosse “ufficialmente” nota, devono passare 4 anni prima che la diocesi lo richiami alle sue responsabilità.

    Un timidissimo richiamo: “Se non ti dimetti dall’abito talare spontaneamente, ti processiamo”. E il sacerdote reo confesso cosa fa? Evidentemente nulla, così come nulla fa la diocesi nei suoi confronti se 4 anni dopo Ladaria chiede informazioni al suo vescovo sull’evoluzione del caso. In tutto questo, in 30 anni non una parola trapela all’esterno. Giraudo che negli anni viene spostato da una parrocchia all’altra del savonese e – almeno fino al 2003 – è autorizzato a partecipare ai campi scout, sa benissimo che l’obiettivo primario del “sistema”, di cui lui è solo uno dei tanti ingranaggi, consiste nell’evitare scandali e preservare l’immagine pubblica dell’istituzione ecclesiastica. Se questo casualmente coincide con l’incolumità di nuove potenziali vittime tanto meglio, ma la salute psicofisica dei bambini per tutti gli attori di queste storie è irrilevante. Tanto è vero che nel 2012 Giraudo patteggia un anno e mezzo davanti al Gip di Savona per l’unico reato che i giudici sono riusciti a salvare dalla prescrizione, la violenza ai danni di minore compiuta (in un campo scout) nel 2005, cioè quando sia la Diocesi che la Congregazione per la dottrina della fede erano a conoscenza da tempo della sua «tendenza». Vale la pena a questo punto ricostruire brevemente l’intera vicenda criminale.

    Lasciarono che i bambini andassero a lui

    «Assolutamente omissivo»: così sentenzia il 14 maggio del 2012 il Gip di Savona, Fiorenza Giorgi, nel riferirsi all’atteggiamento tenuto da monsignor Dante Lafranconi nei confronti dei crimini commessi da don Nello Giraudo.

    L’attuale vescovo emerito di Cremona, alla guida della diocesi di Savona fra il 1992 e il 2001, predecessore quindi del monsignor Calcagno citato nella lettera di Ladaria, era stato posto sotto indagine dalla Procura in seguito alle denunce di Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso e una delle 5 vittime “cadute” in prescrizione. Prescrizione di cui oltre a Giraudo ha beneficiato anche Lafranconi.

    Il reato, si legge nell’ordinanza, è da considerarsi prescritto, ma ciò non implica affatto l’innocenza del vescovo di Cremona. Anzi, dal dispositivo emergono chiaramente due fatti: Lafranconi non poteva non sapere e ha protetto l’istituzione a scapito della tutela delle vittime. In pratica è stato lo stesso don Giraudo ad informare gli inquirenti di aver messo al corrente dei propri problemi sia Lanfranconi che i vescovi succedutisi negli anni alla guida della diocesi, anche se «soltanto in confessione». Quest’ultima circostanza, scrive il Gip Giorgi, «avrebbe impedito al Lafranconi di denunciare il sacerdote alle autorità competenti, ma non di assumere i provvedimenti più opportuni atti a scongiurare il compimento da parte dello stesso di atti di pedofilia». È di[1]fatti lui a consentire a Giraudo di «aprire la comunità di Orco Feglino” (dove venivano ospita[1]ti minori con difficoltà familiari)».

    Così si legge nella “scheda” personale relativa al sacerdote, datata 22 agosto 2003, firmata dal vicario generale della diocesi mons. Giusto, e rinvenuta dagli inquirenti nella cassaforte della diocesi savonese. Si tratta della cosiddetta pistola fumante. È il documento chiave che ricostruisce i dettagli del comportamento omissivo del vescovo.

    “Nulla è trapelato sui giornali”

    Tutto ciò appare ancora più sconcertante se si pensa che la «tendenza pedofila» di Giraudo era nota sin dai primi anni Ottanta, da quando cioè – come da annotazione di monsignor Giusto, citata nell’ordinanza di archiviazione per prescrizione – «era stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei confronti del suo bambino (tenuto sulle ginocchia e palpato)».

    L’ordinanza si conclude così: «La disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini… dall’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima, e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”».

    Come si evince dalla missiva del 2010 di monsignor Ladaria, praticamente tutti, negli anni, ai vertici della curia savonese sapevano delle violenze di don Giraudo, ma quasi tutti si girarono dall’altra parte.

    Anche Joseph Ratzinger sapeva

    E anche chi fece qualcosa si mosse, secondo il Gip Giorgi, solo per convenienza. È il caso del successore di Lafranconi, monsignor Calcagno: «Le prime iniziative dirette a tutelare la comunità dei fedeli furono assunte, sia pure a malincuore come dimostra la corrispondenza con la Congregazione per la dottrina della fede, soltanto dal successore di Lanfranconi, monsignor Calcagno che impose a Giraudo la chiusura della comunità e, nel trasferirlo ad altro incarico, dispose che non avesse contatti con i minori».

    La corrispondenza cui si riferisce il giudice chiama in causa il papa emerito Joseph Ratzinger. L’8 settembre 2003 il vescovo Calcagno scrive all’allora prefetto della Cdf per informarlo del caso di don Giraudo, dello spostamento che ha deciso per ragioni di opportunità e del desiderio del prete pedofilo di continuare «un impegno pastorale». Calcagno informa quindi il cardinale Ratzinger che, «per quanto possibile», intende «evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini o adolescenti». Per quanto possibile!

    Otto giorni dopo la condanna di Giraudo, il 22 maggio 2012, la Conferenza episcopale italiana presenterà le Linee guida per la gestione dei casi di pedofilia clericale, emanate definitivamente nel 2014. In esse, come è noto ai nostri abituali lettori, non è previsto, incredibilmente, l’obbligo per i vescovi di inoltrare alla magistratura le segnalazioni di violenze e molestie a carico di loro sacerdoti, simili a quella che arrivò alla diocesi di Savona nel 1980 riguardo don Giraudo. Inoltre, nelle Linee guida antipedofilia della Cei, a differenza di quanto stabilito da numerose conferenze episcopali nel mondo, non è prevista l’istituzione di alcuna autorità indipendente che faccia da primo punto di riferimento per le vittime, né tanto meno che indaghi sul fenomeno criminale della pedofilia all’interno delle 227 diocesi italiane. E qui veniamo ai giorni nostri.

    Le cose oggi sono cambiate?

    La risposta a questa domanda è no. La Cei, tramite i vescovi a capo delle diocesi, continua a gestire le segnalazioni di nuovi casi in totale autonomia senza collaborare con l’autorità giudiziaria e non ha incaricato alcuna autorità indipendente di fare da punto di riferimento per le vittime. Anzi, e qui c’è una novità che è bene evidenziare, è stato dato incarico alle stesse diocesi di creare dei centri d’ascolto per le vittime.

    Avete letto bene. La diocesi a cui appartiene un sacerdote presunto responsabile di una violenza mette a disposizione della vittima alcuni volontari incaricati dal capo di quel sacerdote, affinché possa raccontare quello che ha subito e iniziare a elaborare il trauma devastante. Lo ha spiegato con estrema nonchalance il 29 gennaio scorso in un’intervista al Corriere della sera il presidente della Conferenza episcopale, Gualtiero Bassetti. Questi centri d’ascolto diocesani e interdiocesani, «sono presenti in circa il 40% delle diocesi, in attesa, nel minor tempo possibile, di essere istituiti in ogni comunità diocesana» ha detto Bassetti.

    E come funzionano gli ha chiesto il vaticanista Gian Guido Vecchi? «Ricordiamo che i Centri di ascolto non sono sportelli, perché non si tratta di uffici burocratici ma di strutture predisposte che si avvalgono di volontari formati all’ascolto e all’accoglienza di persone che portano con sé le ferite di traumi psicologici e non solo. Sono laici, sacerdoti, religiosi e religiose; uomini e donne che sanno andare incontro al dolore delle vittime e dei sopravvissuti accogliendoli con competenza e delicatezza. I responsabili degli sportelli di prima accoglienza, inoltre, non sono sostitutivi né dell’azione della magistratura né dell’eventuale accompagnamento psicologico».

    I centri d’ascolto non sono sostitutivi dell’azione della magistratura ma viene da chiedersi in che modo una diocesi utilizzi le informazioni raccolte dalla vittima quando il prete violentatore viene rinviato a giudizio dalla magistratura “laica”.

    Difatti, stando a quello che scrive il 29 luglio 2021 l’Avvenire, organo di riferimento dei vescovi, questi centri hanno «il compito di raccogliere segnalazioni di abusi commessi da sacerdoti e da persone nell’ambito ecclesiale… offrendo poi un supporto psicologico, tecnico e giuridico» alle vittime. Tutte le segnalazioni, scrive ancora l’Avvenire, «saranno poi presentate al vescovo che deciderà per l’avvio un’indagine previa (preliminare, ndr) sul piano canonico, invitando allo stesso tempo la persona coinvolta a rivolgersi, quando è il caso, all’autorità giudiziaria». Quando è il caso…

    La Chiesa italiana indaga a modo suo

    Oltre ai Centri d’ascolto per le vittime, presenti in circa 90 delle 227 diocesi italiane, la Conferenza episcopale ha costituito in tutte le diocesi un Servizio per la tutela dei minori centrato sulla prevenzione. Uno dei primi è quello che opera nella Diocesi di Trento. Qui, attraverso il Centro di ascolto, tra aprile 2020 e dicembre 2021 il Servizio tutela minori ha raccolto tre segnalazioni di presunti abusi. In due di queste sarebbero stati interessati dei religiosi, nella terza un sacerdote della Diocesi di Trento. I primi due casi sono stati trasmessi al competente superiore dell’Ordine religioso di appartenenza, per la relativa presa in carico. Circa il sacerdote diocesano, pur trattandosi di fatti lontani nel tempo, l’Ordinario diocesano – assicura la Diocesi di Trento secondo quanto riporta un’Ansa del 3 febbraio scorso – ha prontamente provveduto agli approfondimenti del caso, come previsto dalle norme canoniche.

    Al momento non risultano segnalazioni alla Procura di Trento sui casi citati. Sappiamo che la stessa diocesi nei 12 anni precedenti ha ricevuto almeno altre 11 segnalazioni di abusi. Come sempre accade in questi casi il vescovo ha indagato in via preliminare in maniera autonoma: due segnalazioni sono state ritenute manifestamente infondate, due si riferivano a sacerdoti ormai defunti, una riguardava un religioso (per cui è stata inoltrata apposita segnalazione all’ordine di appartenenza) e una riguardava un prete straniero per dei fatti avvenuti all’estero. Dei cinque casi rimanenti, due sono stati archiviati per infondatezza dopo avvenute indagini, uno si è risolto con condanna canonica e due procedimenti risultavano ancora in corso a metà del 2019. Anche in questi casi le segnalazioni pervenute alla diocesi non sono state riferite direttamente all’autorità giudiziaria italiana.

    Lo stesso vale per la vicina diocesi di Bolzano dove i casi di violenza segnalati dal 2010, ha scritto di recente Franca Giansoldati sul Messaggero, sono stati circa 100. Dai Servizi per la tutela dei minori grazie alla sinergia con i Centri d’ascolto, come ha precisato Bassetti al Corriere, la Chiesa italiana intende ricavare le informazioni necessarie «per avere un quadro che non fa leva su proiezioni o statistiche, ma sul vissuto delle Chiese locali. Il nostro intento, nel segno della presa di coscienza e della trasparenza, è infatti quello di arrivare ai numeri reali».

    Il riferimento critico di Bassetti è alle inchieste indipendenti che in Francia e Germania nei mesi scorsi hanno scoperchiato in tre soli anni delle realtà mostruose sia quantitativamente che qualitativamente, con migliaia di preti responsabili di violenze, decine di migliaia di vittime e vescovi che hanno sistematicamente insabbiato i casi per decenni. «È pericoloso affrontare la piaga della pedofilia in base a statistiche. La conoscenza del fenomeno, a mio avviso, va fatta scientificamente, non per indagini» aveva detto Bassetti in ottobre. E lo ha ribadito al vaticanista del Corriere due settimane fa: «Noi vorremmo arrivare a fornire dati ed elementi effettivi e, soprattutto, far emergere la consapevolezza di un cambiamento autentico che ci renda credibili nella nostra vicinanza rispettosa alle vittime, nella loro accoglienza. L’obiettivo è non ripetere errori e omissioni del passato e rendere giustizia agli abusati. Ma giustizia non è giustizialismo, e non si renderebbe un buon servizio né alla comunità ferita né alla Chiesa se si operasse in maniera sbrigativa, tanto per dare dei numeri». Riformuliamo qui le stesse due domande che abbiamo idealmente posto a Bassetti su Left del 10 dicembre scorso: Per chi è pericoloso «affrontare la piaga della pedofilia in base a statistiche»?

    La statistica non è una scienza? Prendiamo atto che la Chiesa italiana, pur ammettendo tra le righe l’esistenza di un problema grave e diffuso, diversamente da tante altre Chiese nel mondo (Stati Uniti, Germania, Francia, Olanda, Belgio, Australia, Irlanda solo per citarne al[1]cune) non intende incaricare nessun organismo indipendente di fare luce sulle dimensioni del fenomeno criminale della pedofilia al suo interno, tanto meno di renderne pubblica la portata. Ma la vera domanda è: perché mai deve essere la Chiesa a indagare? In tutto questo, lo Stato italiano che fa?

    Il database di Left

    Aggiungiamo un’altra domanda. Perché la Conferenza episcopale italiana non vuole un’inchiesta indipendente? Una risposta possibile ci riporta agli atti del processo contro Nello Giraudo e monsignor Dante Lafranconi. «So che sul documento ufficiale di nomina di don Nello a parroco di Magnone, risalente al 2003, c’è l’espresso divieto di occuparsi di bambini e ragazzi. Questo documento è in Curia nel fascicolo personale di don Nello, custodito dal cancelliere don Giovanni Margara. Su ciascuno di noi, infatti, c’è un fascicolo personale che raccoglie tutta la documentazione rilevante. So che esistono anche fascicoli segreti sui sacerdoti della diocesi custoditi in un armadio di cui solo il vescovo ha la chiave».

    È questo un passaggio delle dichiarazioni rilasciate l’1 aprile 2010 al Pm da don Carlo Rebagliati, un sacerdote che per lungo tempo lavorò insieme a Giraudo. In questa dichiarazione c’è da un lato la con[1]ferma che oltre a Lafranconi anche il suo successore Calcagno era a conoscenza della «tendenza pedofila» di Giraudo, e dall’altro un’informazione preziosissima: negli archivi delle diocesi italiane ci sono tutte le informazioni necessarie per fare un quadro molto preciso della situazione sia «qualitativamente» che «quantitativamente», per usare parole di monsignor Bassetti. Del resto, solo per fare un esempio, nel 2012 monsignor Mariano Crociata, allora segretario generale della Conferenza episcopale, ammise l’esistenza di almeno 135 casi di pedofilia emersi dal 2000 in poi e trattati dalle diocesi italiane.

    Entrare in questi archivi significherebbe arrivare dove nessun investigatore laico è mai arrivato, salvo rarissimi casi come quello di Savona. Rendere pubblici i contenuti dei «fascicoli» contribuirebbe a restituire giustizia alle vittime, a dare coraggio e fiducia a chi ancora non è riuscito a denunciare, a togliere sicurezza ai pedofili che scelgono lucidamente di indossare l’abito talare per lavorare a contatto con i bambini sapendo che difficilmente incorreranno in sanzioni penali. Nel nostro piccolo vogliamo dare il nostro apporto a questa battaglia di verità, giustizia e civiltà inaugurando sul sito di Left il database che documenta i casi di violenza su minori nella Chiesa cattolica italiana, il primo in Italia realizzato da una testata giornalistica (per approfondire vedi editoriale a pag. 5). Chiediamo una Commissione parlamentare d’inchiesta L’archivio documenta in questi giorni i primi 60 casi censiti e accertati. Sarà aggiornato costantemente e vi anticipiamo sin da ora che sono almeno 300 le “situazioni” documentate negli ultimi 20 anni, con centinaia e centinaia di vittime. Scrivendo a chiesaepedofilia@left.it si possono segnalare nuovi casi oppure aggiungere informazioni a quelli pubblicati. La mail è attiva da alcuni giorni e stiamo già verificando diverse segnalazioni. Con questo nostro lavoro vogliamo fornire un quadro d’insieme della situazione italiana affinché l’opinione pubblica, adeguatamente informata, faccia pressione sulla politica e le istituzioni perché siano attivate tutte le misure necessarie per prevenire ulteriori violenze – la pedofilia è notoriamente un cri[1]mine seriale – e per garantire tutta l’indispensabile assistenza psicologica alle vittime. Da tempo su Left chiediamo che sia istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa italiana come quella importantissima, già attiva, sul femminicidio (v. il nr. 49 dell’11 dicembre 2021). Ma il nostro appello fino a oggi non ha avuto riscontro.

    Il nostro database vuole essere una risposta a questa grave mancanza di informazioni. Oltre ai dati statistici sui casi censiti, l’archivio sarà corredato di documenti (tra cui molti di quelli citati in questo articolo sul “caso Giraudo”), inchieste originali, interviste, analisi e riflessioni con il contributo di esperti di va[1]rie discipline. Riteniamo sia necessario spiegare con linguaggio chiaro e divulgativo cosa è la pedofilia, in particolare quella di matrice ecclesiastica, chi è il pedofilo, quali sono le conseguenze per la vittima, cosa fare nel caso in cui si venga a conoscenza di una presunta violenza subita da un bambino, a chi rivolgersi e a chi non rivolgersi per denunciare.

    Il database è implementato con la collaborazione dell’unica onlus esistente in Italia che si occupa della tutela dei diritti delle vittime e dei soprav[1]vissuti a stupri di matrice ecclesiastica – Rete L’Abuso. È grazie al prezioso archivio dell’associazione fondata da Francesco Zanardi nel 2010 se oggi esiste una prima mappatura dei crimini pedofili nelle diocesi italiane dalla quale emerge che praticamente in tutte e 227 si è verificato alme[1]no un caso negli ultimi 20 anni. È nostra ferma intenzione andare fino in fondo a queste storie e verificare se ce ne siano altre, cosa che purtroppo sappiamo già di non poter escludere.

    Titoli di coda – Nello Giraudo è stato dimesso dallo stato clericale nel 2010; monsignor Lanfranconi è vescovo emerito a Cremona; mons. Lupi dal 20 ottobre 2016 è vescovo emerito di Savona-Noli; monsignor Calcagno il 26 giugno 2018 è stato nominato da papa Francesco presidente emerito dell’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica (Apsa); monsignor Ladaria l’1 luglio 2017 è stato nominato da papa Francesco prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf); il “suo” capo dei Pm di allora, monsignor Scicluna, il 13 novembre 2018 è stato nominato da papa Francesco segretario aggiunto della Cdf. A Scicluna si rivolse Calcagno il 22 febbraio 2006 per intercedere per conto di Giraudo che chiedeva di non essere dimesso dallo stato clericale. Un anno prima Giraudo aveva compiuto gli abusi per cui sarà condannato nel 2012. Secondo Rete L’Abuso tra il 1980 e il 2005 le sue vittime potrebbero essere state circa 50.

    18 febbraio 2022 LEFT

  • Condannato in Argentina per abusi il vescovo amico di Papa Francesco, lo fece trasferire in Vaticano

    Condannato in Argentina per abusi il vescovo amico di Papa Francesco, lo fece trasferire in Vaticano

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – La notizia è arrivata in Vaticano come un fulmine a ciel sereno. Una gran brutta notizia per Papa Francesco. Il vescovo argentino suo amico, Gustavo Zanchetta – che aveva accolto a Santa Marta nel 2017 creando per lui un ufficio all’Apsa – è stato condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione. Il reato è l’abuso sessuale continuato e aggravato a danni di due ex seminaristi. La detenzione è scattata immediata, hanno sentenziato i giudici della Camera II del Tribunale di Oráno, in Argentina, María Laura Toledo Zamora, Raul Fernando López e Hector Fabian Fayos. I giudici hanno anche deciso che Zanchetta vanga registrato nella Banca Dati Genetici.

    Il procuratore ha parlato di sottomissione psicologica e di manipolazione da parte di Zanchetta sui seminaristi, costretti a raccontargli informazioni intime. Ha fatto riferimento al fatto che la difesa del vescovo voleva usare che uno dei denuncianti era stato abusato da bambino.  La parte più difficile delle arringhe è stata per la difesa di Gustavo Zanchetta, con circa il 90% delle testimonianze che accusavano l’ex vescovo di abuso di potere e abusi sessuali.

    Il prelato argentino, fatto vescovo da Papa Francesco, ha guidato la diocesi di Orano dal 2013 al 2017 quando fu raggiunto da alcune denunce, anche se ufficialmente ha lasciato la diocesi per ragioni di salute. Papa Francesco per aiutarlo non esitò a farlo arrivare in Vaticano, garantendogli l’immunità e creandogli un posto in curia ad hoc. “In dubio pro reo” ha sempre ripetuto il pontefice, anche in una intervista a Valentina Alazraki di Televisa, («dopo la denuncia alla nunziatura (…) l’ho fatto venire qui e gli ho chiesto la rinuncia»). E’ forse il caso di abusi e cattiva condotta più scomodo e imbarazzante che esiste in curia, proprio per i legami evidenti con il pontefice.

    Resta ancora da chiarire quando effettivamente sono arrivate le prime accuse di abusi contro Zanchetta alla alla nunziatura a Buenos Aires. Un particolare non indifferente che ha dato adito a molte speculazioni perchè Zanchetta è stato nominato vescovo nel 2013 proprio da Papa Francesco.

    Formalmente il caso è esploso nel 2015 quando le autorità ecclesiastiche argentine ricevettero una serie di denunce, tra cui alcuni imbarazzanti selfie sul telefonino di Zanchetta con immagini piuttosto esplicite, immagini che riguardavano giovani uomini con i quali sarebbe stato in stretto contatto. A quel punto sono emersi altri particolari, tra cui le lamentele da parte di alcuni sacerdoti di Orano che sostenevano di avere avvertito anni prima la nunziatura della cattiva condotta sessuale di Zanchetta, oltre che del suo comportamento eccessivamente autoritario.

    Il Vaticano finora ha sempre smentito di avere ricevuto denunce anteriori alla nomina a vescovo di Zanchetta; un particolare importante perchè vorrebbe dire che le procedure interne di indagine sulla moralità dei candidati all’episcopato o sono state ignorate o non hanno funzionato. Papa Francesco nel corso di questi anni, durante una intervista, ha ammesso di essere stato a conoscenza di immagini pornografiche sul telefonino del suo amico, aggiungendo che in ogni caso valeva per tutti la presunzione di innocenza e che bisognava aspettare il processo. «In dubbio pro reo».

    Formalmente il Vaticano ha riconosciuto le accuse di abusi sessuali contro il vescovo nel gennaio 2019, e poi Francesco ha autorizzato la Congregazione per la dottrina della fede ad aprire un processo canonico, anche se nel frattempo Zanchetta è tornato al lavoro in Vaticano all’inizio del 2020. Solo di recente ha terminato il suo lavoro all’Apsa.

    L’episcopato argentino, dopo la condanna di Zanchetta, ha rilasciato una dichiarazione in cui si impegna a rinnovare «il compito urgente di sradicare gli abusi» dalla Chiesa. Il testo firmato da monsignor Oscar Ojea, presidente della conferenza episcopale, manifesta vicinanza alle vittime e chiede perdono.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/argentina_gustavo_zanchetta_abusi_vescovo_amico_papa_francesco_vaticano_insabbiare_orano-6542547.html

  • Al via il processo Zanchetta senza dossier vaticani

    Al via il processo Zanchetta senza dossier vaticani

    Zanchhetta è accusato di aver abusato sessualmente di due ex seminaristi, e sarà processato il 21 febbraio a Oran, la città dell’Argentina settentrionale dove è stato vescovo diocesano dal 2013 al 2017.

    Prima del processo, gli avvocati di Zanchetta hanno citato in giudizio i fascicoli del Vaticano sul processo canonico del vescovo del 2019 presso la Congregazione per la Dottrina della Fede. Il processo in Argentina, originariamente previsto per l’inizio dell’ottobre 2021, era stato ritardato mentre il tribunale aspettava quei documenti, secondo il quotidiano locale El Tribuno , 

    Poiché non sono arrivati, il giudice del processo ha ordinato l’inizio del processo questo mese.  

    Mentre papa Francesco ha riconosciuto di aver autorizzato il processo CDF, il Vaticano non ha rilasciato dettagli sull’andamento del processo canonico, o se e quando si fosse concluso. Né la Santa Sede ha indicato che rilascerà al tribunale argentino i suoi fascicoli su Zanchetta. 

    Una politica vaticana del 2020 richiede che i vescovi diocesani collaborino con gli ordini giudiziari per i documenti della Chiesa, ma non è chiaro se il Vaticano si consideri vincolato dalla propria politica o accetterà la richiesta del tribunale argentino.

    Zanchetta, noto per essere un caro amico di papa Francesco, si è dimesso da Vescovo di Orano nel luglio 2017, lamentando problemi di salute. 

    È stato nominato vescovo dal papa nel 2013, poco dopo l’elezione di Francesco al soglio pontificio. Dopo le dimissioni di Zanchetta dalla diocesi di Orano, papa Francesco ha creato una nuova posizione di revisore dei conti presso l’APSA, il gestore patrimoniale sovrano del Vaticano, la banca di riserva del governo e l’ufficiale dei pagamenti. 

    Si dice che Zanchetta vivesse anche presso la Domus Sanctae Marta, l’hotel vaticano e casa di ritiro dove vive anche papa Francesco.

    Già nel 2015, le autorità della Chiesa argentina sono state allertate che Zanchetta aveva inviato “selfie” sessualmente espliciti sul suo cellulare e aveva ricevuto immagini “oscene” di giovani uomini in contatto sessuale. Le immagini sarebbero venute alla luce dopo essere state scoperte da un segretario dell’arcidiocesi. 

    Funzionari della Chiesa locale, inclusi i vicari diocesani e i sacerdoti anziani di Zanchetta, hanno affermato di aver presentato diverse denunce a Roma nel corso degli anni, anche attraverso la nunziatura apostolica in Argentina, descrivendo in dettaglio la cattiva condotta sessuale e finanziaria di Zanchetta. 

    Il Vaticano ha inizialmente contestato quando è venuto a conoscenza delle accuse contro Zanchetta, affermando ufficialmente di aver ricevuto per la prima volta segnalazioni di cattiva condotta nel 2018, anche se il clero locale ha affermato di aver avvertito il Vaticano della possibile cattiva condotta di Zanchetta nel 2015 e nel 2017. 

    Da parte sua, papa Francesco nel maggio 2019 ha affermato di essere a conoscenza di immagini inappropriate sul telefono di Zanchetta nel momento in cui il vescovo si è dimesso dall’incarico nel 2017.

    Il papa ha detto di aver inizialmente concesso a Zanchetta il beneficio del dubbio, dopo che il vescovo aveva affermato che il suo telefono era stato hackerato, da persone che volevano danneggiare l’immagine del papa.

    “Prima che gli chiedessi di dimettersi c’era stata un’accusa e l’ho fatto subito venire da me qui con la persona che lo accusava e spiegarlo”, ha detto il papa, confermando che dopo aver accettato le dimissioni di Zanchetta perché aveva perso la capacità di governare il clero della diocesi, mandò il vescovo per la valutazione psichiatrica in Spagna.

    Il Vaticano ha riconosciuto pubblicamente le accuse di abusi sessuali contro il vescovo nel gennaio 2019 e ha confermato che Francesco ha autorizzato la Congregazione per la Dottrina della Fede a indagare su Zanchetta e ad aprire un processo canonico formale. Non ci sono stati aggiornamenti pubblici da parte della congregazione sullo stato di avanzamento o conclusione di quel processo, ma Zanchetta è tornato al lavoro in Vaticano all’inizio del 2020, prima di partire di nuovo un anno dopo, quando è diventato chiaro che avrebbe dovuto affrontare un processo in Argentina.

    https://www.pillarcatholic.com/p/zanchetta-trial-to-begin-without?utm_source=url

  • Il vescovo Zanchetta sarà processato a ottobre per abusi sessuali

    Il vescovo Zanchetta sarà processato a ottobre per abusi sessuali

    Il vescovo cattolico argentino Gustavo Zanchetta sarà processato a ottobre con l’accusa di abusi sessuali.

    La procura della provincia argentina di Salta ha annunciato il 6 agosto che il processo si sarebbe svolto dal 12 al 15 ottobre.

    Zanchetta ha ricevuto un incarico in Vaticano da Papa Francesco dopo le sue dimissioni da vescovo di Orán, nel nord-ovest dell’Argentina, nel 2017.

    Il vescovo 57enne è accusato di semplice abuso sessuale, aggravato dall’essere stato commesso da un ministro del culto ufficialmente riconosciuto, nei confronti di due uomini identificati solo dalle loro iniziali, GGFL e CM

    Zanchetta ha negato le accuse.

    “L’ex vescovo [di Orán] è stato convocato sotto pena di legge e si prevede che almeno 39 testimoni depongano durante l’udienza”, ha detto l’ufficio del pubblico ministero.

    Papa Francesco ha nominato Zanchetta vescovo di Orán il 23 luglio 2013, in una delle sue prime nomine episcopali nella sua terra natale, l’Argentina.

    Dopo aver rassegnato le dimissioni da capo della diocesi di Orán per “motivi di salute” all’età di 53 anni, Zanchetta è stato nominato assessore all’Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede (APSA) appositamente creato.

    L’APSA sovrintende alle proprietà immobiliari del Vaticano e ad altri beni sovrani.

    I media argentini hanno riferito che Zanchetta è stato accusato per la prima volta di comportamento sessualmente inappropriato già nel 2015, due anni prima del suo arrivo in Vaticano.

    Ma il Vaticano ha ripetutamente negato di essere a conoscenza di accuse di abusi sessuali contro Zanchetta prima della sua nomina nel dicembre 2017 all’APSA.

    Secondo un rapporto di El Tribuno, un giornale della provincia di Salta, uno dei segretari di Zanchetta ha allertato le autorità dopo aver scoperto immagini sessualmente esplicite inviate e ricevute sul cellulare di Zanchetta nel 2015.

    La denuncia affermava che alcune delle immagini raffiguravano “giovani” che facevano sesso, oltre a immagini oscene dello stesso Zanchetta.

    Papa Francesco ha convocato Zanchetta a Roma per cinque giorni nell’ottobre 2015. Il vescovo ha affermato che il suo telefono e il suo computer erano stati hackerati e che le accuse erano motivate da rancore nei confronti del papa. Il papa ha accettato la spiegazione del vescovo secondo cui il suo cellulare era stato hackerato.

    Il papa ha difeso la sua decisione su Zanchetta in un’intervista alla giornalista messicana Valentina Alazraki pubblicata nel maggio 2019 da Vatican News. Disse di aver continuamente cercato di chiarire le accuse contro Zanchetta.

    Dopo che Zanchetta è stato accusato in relazione alle sue azioni contro due uomini nel luglio 2019, l’Unità per la criminalità economica di Orán ha fatto irruzione negli uffici della cancelleria nel novembre 2019. Il raid è stato effettuato per indagare sulla presunta frode di Zanchetta contro lo stato, secondo il quotidiano locale El Oranense. .

    Oltre alle accuse di cattiva gestione dei fondi della Chiesa donati dai fedeli nella diocesi, i registri pubblici mostrano che Zanchetta ha ricevuto più di un milione di pesos argentini (circa $ 10.500) dalla provincia di Salta per restaurare una canonica e per conferenze in un seminario, che presumibilmente non ha mai avuto posto.

    Papa Francesco ha difeso la sua nomina di Zanchetta all’Apsa nella sua intervista a Valentina Alazraki. Ha detto che, sebbene l’approccio del vescovo alla gestione economica di Orán sia stato “disordinato”, la “visione è buona”.

    Il vescovo accusato è stato sospeso dal suo ruolo di assessore all’APSA nel corso di un’indagine canonica, annunciata nel gennaio 2019.

    Nel giugno 2020, il Vaticano ha confermato che Zanchetta era tornato a lavorare all’Apsa pur “rimanendo a disposizione delle autorità giudiziarie argentine”.

    Una fonte che lavora all’Apsa ha detto alla Cna a giugno che il vescovo argentino aveva terminato il suo servizio presso la banca centrale di riserva vaticana.

    Bishop Zanchetta faces trial on sexual abuse charges in October

  • Di fronte agli scandali, i piccoli passi del papa

    Di fronte agli scandali, i piccoli passi del papa

    Le questioni finanziarie e sessuali continuano ad agitare il Vaticano, spesso nascondendo lotte di potere ai vertici della Chiesa. Papa Francesco prosegue nonostante la forte opposizione sul suo percorso di riforme verso una maggiore trasparenza

    Un sacerdote condannato in primo grado dalla giustizia milanese a 6 anni e 4 mesi di reclusione per pedofilia viene assolto da un tribunale ecclesiastico. La notizia è data il 25 novembre dall’associazione delle vittime italiane di abusi sessuali nella Chiesa, “L’Abuso”. Solo un giornale transalpino riporterà l’informazione il giorno successivo. Così, il religioso “resta sacerdote” e sarà “reinserito in parrocchia”, traduce in altri termini Francesco Zanardi. Nella lotta della Chiesa contro la pedofilia, “non rimettere i condannati tra i bambini dovrebbe essere la prima cosa da fare, giusto?” il fondatore della rete delle vittime è arrabbiato. “In Italia, la Chiesa prosegue impunemente”. L’istituzione religiosa ha perso ogni credibilità ai suoi occhi. Al telefono, la sua rabbia è acuta. Lui stesso vittima di abusi commessi da un uomo di fede, ha creato L’Abuso dieci anni fa. Comincia a raccontare la sua storia dopo le rivelazioni del Boston Globe all’inizio degli anni 2000 sulla violenza sessuale nella diocesi americana.

    L’attivismo virulento prende il posto del silenzio. “Bergoglio inganna i cattolici”, aveva denunciato sul sito dell’associazione lo scorso luglio. Denuncia le riforme annunciate da Francesco ma mai concretizzate. Il pontefice sarebbe aiutato anche da una stampa italiana “complice e compiaciuta”.

    Esercizio di trasparenza senza precedenti

    È, tuttavia, un esercizio di trasparenza senza precedenti quello che il Vaticano ha svolto il 10 novembre pubblicando il rapporto McCarrick, intitolato all’ex cardinale americano spretato all’inizio del 2019. Il testo coordinato dal Segretario di Stato del Santo -Siege, lungo circa 450 pagine, racconta ad esempio che lettere anonime che accusavano Theodore McCarrick di pedofilia e una testimonianza della sua “attività sessuale” con almeno un sacerdote, erano già state portate all’attenzione di Giovanni Paolo II.

    Ma il diniego dell’arcivescovo al segretario privato del Papa, le testimonianze “imprecise e incomplete” di tre vescovi e la mancanza di “notizie dirette dalle vittime, maggiori o minori”, avevano consentito la nomina del uomo a Washington alla fine del 2000 e la sua creazione cardinale pochi mesi dopo.

    Il caso McCarrick è solo uno dei tanti scandali sessuali che hanno sconvolto il Vaticano negli ultimi anni. Le chiese negli Stati Uniti o in Australia, comprese quelle in Cile e Germania, stanno crollando sotto la schiacciante testimonianza. La Chiesa sta vivendo “la più grave crisi degli ultimi 500 anni”, afferma lo storico e teologo Massimo Faggioli dell’Università americana di Villanova. “Questa è un’ampia crisi di autorità su questioni morali e sessuali. Le risposte sono diverse in giro per il mondo “, prosegue l’esperto, riferendosi a testimonianze e indagini in Pennsylvania sul silenzio assordante in Italia. “La grave instabilità sulla questione degli abusi all’interno delle chiese nazionali ha fatto esplodere gli scandali, afferma lo storico. La situazione non si riduce a poche mele marce, ma indica un movimento traumatico più complicato che è destinato a durare “.

    Questi scandali diventano anche la scusa di uomini di Chiesa per condurre campagne contro il loro sovrano pontefice. L’affare McCarrick, ad esempio, spinge l’arcivescovo italiano Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico – o ambasciatore – a Stati Uniti, per chiedere le dimissioni nel 2018 di Francesco. Lo accusa di essere stato informato di fatti del passato. La sua posizione è quindi smentita dal rapporto McCarrick. Ma Mons. Viganò resta uno dei principali oppositori di Francesco. Anche quest’anno lui fomenta quello che diventerà per lo storico Massimo Faggioli un vero “scandalo” politico: lo scorso giugno ha inviato una lettera di sostegno al presidente in cui indirettamente scredita le azioni del Papa. Donald Trump e Francesco sembrano quindi essere in due campi separati, come lo sono “Dio e Satana”. E attenti a non scegliere la battaglia sbagliata, la “dannazione eterna”si annida.

    Il pontificato di Francesco “ha portato alla luce questioni a lungo negate o nascoste”, relativizza il teologo. Il primo Papa dell’America Latina favorisce così la lotta alla povertà, la difesa degli esclusi, come i migranti, o addirittura l’ecologia, a scapito di temi più tradizionali come la vita o la famiglia. “Con l’arrivo di questo cattolicesimo latinoamericano a Roma, molte cose sono state ridefinite”, continua Massimo Faggioli. Italiani, europei e americani non sono quindi più al centro della Chiesa universale, che ha causato un periodo di instabilità su molte questioni “. Queste lotte possono quindi essere intraviste anche dietro gli scandali finanziari.

    “Nel suo desiderio di riformare la Chiesa, Francesco si è trovato di fronte a un’opposizione interna composta da cardinali in lotta per la gestione dei tesori del Vaticano”, scriveva il settimanale L’Espresso nel 2015. “Le riforme economiche e la trasparenza finanziaria volute dal successore di Pietro incontrarono ogni tipo di resistenza. Non solo all’interno della vecchia guardia che non vuole abdicare, rinunciare al potere, ma anche tra il nuovo popolo portato a Roma dallo stesso Francesco”.

    Dopo la sua elezione, il Papa argentino, ad esempio, si è trovato di fronte alle finanze vaticane composte da più bilanci separati da ministeri ed enti al servizio della Chiesa, e con una gestione opaca. Da questa realtà è nato lo scandalo di Sloane Avenue, scoppiato in seguito alle rivelazioni di investimenti della Santa Sede attorno a un edificio londinese. I magistrati del piccolo Stato stanno indagando sui sospetti di corruzione ed estorsione in particolare. La vicenda, con le sue molteplici ramificazioni, ha provocato le dimissioni del cardinale Angelo Becciu, uno degli alti funzionari della Segreteria di Stato. La gestione dei fondi di questo ramo esecutivo della Santa Sede è stata trasferita all’inizio di novembre all’APSA, l’amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, guidata da un vescovo vicino a Francesco.

    Questo scandalo ha quindi permesso al Papa di portare avanti la sua riforma dell’accentramento delle finanze. “L’idea è nata già durante il conclave tra gli elettori” di Bergoglio, ricorda Emiliano Fittipaldi, giornalista e autore del libro Avarice, pubblicato nel 2015 e che dettagliava gli scandali finanziari dell’epoca. Questo progetto di centralizzazione doveva infatti essere portato avanti dal cardinale George Pell, nominato nel 2014 prefetto di una nuova Segreteria per l’Economia. Ma l’australiano fallisce rapidamente: i suoi modi descritti come “brutali” gli impediscono di affermarsi nel cuore del potere della Chiesa e un processo per pedofilia lo costringe a tornare in patria nel 2017.

    Il cardinale è riuscito da solo a cristallizzare gli scandali finanziari e sessuali e le lotte di potere sottostanti. Ha rivelato la resistenza anche all’interno della Curia romana, il governo della Chiesa, avendo spinto il Papa a fare affidamento su un consiglio di nove cardinali chiamato al suo fianco piuttosto che al suo esecutivo. Francesco ha così sfidato molti leader, incoraggiati a cambiare radicalmente la cultura della Chiesa e il loro comportamento sulle questioni finanziarie come sulla gestione degli abusi sessuali, ma allo stesso tempo provocando forti resistenze e opposizioni.

    Maggiore attenzione alle vittime?

    “L’introduzione di nuove leggi non preverrà i crimini”, avverte padre Hans Zollner. Queste parole del presidente del Centro per la protezione del bambino, dell’Università Gregoriana di Roma, e membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, creata nel 2014, sono pronunciate con riferimento alla pedofilia, ma possono essere applicata all’economia e alla finanza. Il sacerdote tedesco chiede quindi un cambio radicale di mentalità e cultura, a partire da una maggiore attenzione alle vittime.

    Francesco Zanardi scoppia a ridere. No, non ha mai visto l’ombra del sostegno da parte di un religioso. Il presidente de L’Abuso ha invece preso atto dei sacerdoti condannati per pedofilia. Assicura che questi ultimi siano ospitati in 23 “case di cura” sparse attraverso l’intera penisola per evitare la prigione. Questa è la tesi sviluppata in Giustizia Divina, un’opera che dettagliava la protezione di cui godono i sacerdoti in Italia. Delle centinaia di sacerdoti denunciati o condannati per pedofilia, gli autori, aiutati da Francesco Zanardi, hanno trovato solo cinque sacerdoti nelle 192 carceri italiane, solo uno dei quali è stato imprigionato per abusi sessuali. Queste “case di cura” sono per il presidente dell’associazione delle vittime italiane il simbolo della totale mancanza di trasparenza di un papa che difende la tolleranza zero. ■

    (traduzione con Google da https://www.letemps.ch/monde/face-aux-scandales-petits-pape-francois)