Una nuova tegola rischia di abbattersi sul Vaticano: un vescovo argentino, che aveva lasciato la sua diocesi ed era stato nominato alla fine del 2017 assessore all’Apsa, l’ente che gestisce gli immobili in Vaticano, è accusato di abusi economici, di potere, e anche sessuali da tre sacerdoti. Nella sua diocesi di provenienza, quella di Oran, si stanno raccogliendo le testimonianze per l’indagine preliminare del Vaticano. Se dovessero emergere elementi fondati il caso passerà all’apposita Commissione vaticana che giudica i vescovi.
Tutto da verificare, dunque, ma il fatto che mons. Gustavo Zanchetta, il vescovo in questione, occupi un posto importante in Vaticano, su chiamata di Papa Francesco, rende il caso ancora più delicato. Le denunce sono state presentate alla Nunziatura di Buenos Aires e indicano abusi sessuali in seminario; non si sa ancora, considerato che l’indagine preliminare è in corso, se si possa parlare anche di pedofilia. Le accuse di abusi sessuali contro mons. Zanchetta sono giunte mesi dopo la sua nomina, da parte di Papa Francesco, all’Apsa, precisa il neo direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti. In ogni caso contro di lui erano già state mosse accuse di «autoritarismo».
«Mons. Zanchetta non è stato rimosso dalla diocesi di Oran – precisa Gisotti -. Fu lui a dimettersi. La ragione delle sue dimissioni è legata alla sua difficoltà nel gestire i rapporti con il clero diocesano e in rapporti molto tesi con i sacerdoti della diocesi. Al momento delle sue dimissioni vi erano state contro di lui accuse di autoritarismo, ma non vi era stata nei suoi confronti alcuna accusa di abuso sessuale. Il problema emerso allora era legato alla incapacità di governare il clero».
Dopo quelle dimissioni nell’estate del 2017, che dallo stesso vescovo furono invece giustificate da motivi di salute, Zanchetta ha trascorso un periodo di tempo in Spagna. Dopo, «in considerazione della sua capacità gestionale amministrativa, è stato nominato – ricorda il portavoce vaticano – assessore dell’Apsa, incarico che non prevede comunque responsabilità di governo del Dicastero. Nessuna accusa di abuso sessuale era emersa al momento della nomina ad assessore. Le accuse di abuso sessuale risalgono infatti a questo autunno». In ogni caso, durante l’investigazione previa, mons. Zanchetta, si asterrà dal lavoro in Vaticano.
By Maria Antonietta Calabrò – “Il Vangelo dice che è bene che avvengano gli scandali purché si manifesti la verità perché alla fine lo scandalo più grande sarebbe quello di coprire la verità”. Il cardinale Gualtiero Bassetti, in un’intervista a Tv2000, la televisione della Conferenza episcopale italiana in occasione della messa per i 50 anni dalla morte di San Pio celebrata domenica sera a San Giovanni Rotondo, alla presenza del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha affrontato il tema degli abusi sessuali del clero.
“Gli scandali nella Chiesa – ha proseguito – ci sono sempre stati e certamente oggi si sono manifestati attraverso i mezzi della comunicazione che una volta non erano così efficaci nella loro crudezza. Sono successe veramente delle cose terribili che fanno accapponare la pelle. Davanti a tutto questo esprimiamo la nostra condanna come la esprimerebbe il Signore”.
Anche la Chiesa italiana si trova dunque ad affrontare la crisi della pedofilia che sta scuotendo il Vaticano e i fedeli cattolici in ogni parte del mondo (dal Cile, agli Stati Uniti, all’Argentina, il cui caso, che chiama in causa ancora una volta Papa Francesco, è arrivato questa settimana sulla copertina di Der Spiegel) .
E’ per questo che Bassetti aprendo i lavori del i lavori del Consiglio Episcopale Permanente della Cei(Roma, 24-26 settembre) ha sottolineato ” l’impegno rigoroso a fare dei nostri ambienti luoghi sicuri dove non trovi cittadinanza alcuna forma di abuso”. Già lo scorso anno anno infatti è stata istituita in seno alla CEI, una Commissione per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, guidata da monsignor Lorenzo Ghizzoni : lo scopo quello di migliorare le precedenti Linee guida sul fronte della prevenzione e della formazione (2014). E giovedì sapremo quali saranno i cambiamenti.
Modifica del Trattato del Laterano? Dalle Alpi alla Sicilia, i fatti di cronaca pullulano di notizie riguardanti abusi da parte del clero su minori anche in Italia. Non abusi cosiddetti “storici”, risalenti cioè a molti decenni fa, ma crimini più recenti, che hanno coinvolto preti e religiosi, e in qualche caso vescovi ( per aver coperto i fatti) .
Così il caso di don Mauro Galli (dicembre 2011) , un giovane sacerdote milanese. Oppure l’arresto quest’estate (2018) in Sicilia per abusi nei confronti di sei ragazze di un anziano animatore di un gruppo laico ad Acireale, dove l’arcivescovo ha dovuto creare una commissione d’indagine per esaminare tutti gli aspetti “ecclesiastici, morali e dottrinali della vicenda”.
In Italia, la situazione, dal punto di vista giuridico è complicata dal fatto che in base al Trattato del Laterano, le gerarchie ecclesiastiche non hanno – a differenza dagli Stati Uniti a partire dal 2002 – alcun obbligo di denuncia dei crimini di cui sono venuti a conoscenza. Tanto che la Commissione dell’Onu contro la Tortura a Ginevra nel maggio 2014, ha sollecitato la revisione dei Concordati nazionali (come quello italiano) nella parte in cui sollevano la gerarchia da quest’obbligo: una disposizione che aveva senso ai tempi del regima fascista, ma che oggi può provocare il mancato perseguimento da parte dell’autorità civili di crimini odiosi come pedofilia e pedopornografia.
Dopo sentenza del Consiglio di Stato, fuga dall’ora di religione? Bassetti ha sottoposto all’attenzione dei vescovi italiani anche una recente sentenza del Consiglio di Stato dello scorso 30 luglio, che riconosce come legittima la richiesta di modificare in qualsiasi momento dell’anno scolastico la scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. ” È facile immaginare come una simile opportunità possa provocare – per le motivazioni più banali ha sottolineato – un rapido calo delle scelte di avvalersi, con un conseguente grave indebolimento della credibilità dell’IRC, che finora ha potuto contare proprio su un elevato tasso di adesione”.
Il nuovo segretario della CEI. Entro giovedì prossimo, Bassetti sottoporrà al Papa una lista di nomi di vescovi tra cui scegliere il nuovo segretario generale della CEI in sostituzione di monsignor Nunzio Galantino che prima dell’estate è stato nominato dal Papa presidente dell’APSA , l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.
‘Falso e ridicolo’. La famiglia vuole incontrare Parolin
Potrebbe aprirsi un nuovo capitolo nella vicenda della scomparsa di Emanuela Orlandi, la giovane cittadina vaticana svanita nel nulla il 22 giugno 1983. Piste internazionali, servizi segreti, rivelazioni e ritrattazioni di Ali Agca, l’ombra del Vaticano: tutto è accaduto in questa storia intricata, sulla quale la Cassazione ha messo una pietra lo scorso anno ritenendo inammissibile il ricorso della famiglia, che chiedeva invece la riapertura del caso.
Su Repubblica, il giornalista Emiliano Fittipaldi ha rivelato di essere venuto in possesso di un documento del Vaticano. “Il dossier – scrive il giornalista – sintetizza gli esborsi sostenuti dal Vaticano dal 1983 al 1997. La somma totale investita nella vicenda Orlandi è ingente: oltre 483 milioni, quasi mezzo miliardo di lire. Oltre 483 milioni di lire spesi dal Vaticano per il suo allontanamento”.
Notizie “del tutto false e prive di fondamento”. E’ quanto dice la Segreteria di Stato vaticana a proposito del documento sulla vicenda Orlandi.
Un documento contenuto nel nuovo libro dello stesso giornalista di Repubblica, che già in passato ha pubblicato altri testi con carte riservate del Vaticano. E di “Spese del Vaticano fino al 1997, un giallo il dossier su Emanuela”, parla anche un articolo del Corriere della Sera. Nell’articolo si racconta delle ” verifiche sull’autenticità di un carteggio che circola nella Santa Sede”, ipotizzando anche “il ritorno dei corvi in Vaticano”. “Una lettera di cinque pagine, – racconta Fittipaldi nell’articolo pubblicato su Repubblica on line, riferendosi al documento sulla vicenda Orlandi – datata marzo 1998. È scritta al computer o, forse, con una telescrivente, ed è inviata (così leggo in calce) dal cardinale Lorenzo Antonetti, allora capo dell’Apsa (l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica), ai monsignori Giovanni Battista Re e Jean-Louis Tauran”. “La lettera sembra, o vuole sembrare, un documento di accompagnamento a una serie di fatture e materiali allegati di quasi duecento pagine che comproverebbero alla segreteria di Stato le spese sostenute per Emanuela Orlandi in un arco di tempo che va dal 1983 al 1997. Delineano scenari nuovi e oscuri su una vicenda di cui si è scritto e ipotizzato molto, e su cui il Vaticano ha sempre negato di avere informazioni ulteriori rispetto a quanto raccontato e condiviso con i giudici italiani che hanno investigato in questi ultimi trentaquattro anni”.
Il portavoce vaticano Greg Burke ha definito la documentazione “falsa e ridicola”. “Non ho mai visto quel documento pubblicato da Fittipaldi – ha detto il cardinale Giovanni Battista Re, che risulta tra i destinatari di un documento pubblicato dal giornalista – e non ho mai ricevuto alcuna rendicontazione su eventuali spese effettuate per il caso di Emanuela Orlandi”. Il cardinale, Prefetto emerito della Congregazione per i Vescovi, all’epoca era Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato. Verifiche sono in corso sull’autenticità del carteggio.
“Ho grande stima per Fittipaldi e le sue inchieste, ma su questa vicenda delle note spese ho dei dubbi”, commenta Ferdinando Imposimato, presidente emerito della Corte di Cassazione. “Su questo documento io mi permetto di avere qualche dubbio. Sicuramente stava nell’archivio di Monsignor Balda, ma non è che tutto quello che sta là dentro è vangelo”, anche se, ha aggiunto, “i collegamenti del Vaticano con il sequestro Orlandi sono numerosi. I punti fermi in questa storia ci sono senz’altro e tutti portano al coinvolgimento di elementi interni al Vaticano”, ha concluso
E, alla luce del documento emerso in queste ore, la famiglia di Emanuela Orlandi ha espresso la volontà di incontrare “il Segretario di Stato Vaticano, con serenità, non contro ma per cercare insieme la verità”. “Papa Francesco dice sempre che la verità non è negoziabile, vorremmo cercarla insieme”, dice all’ANSA l’avvocato Laura Sgrò, legale della famiglia. “Non sappiamo se sia vero o falso. In entrambi i casi riteniamo sia una cosa grave. Per questo rinnoviamo la nostra richiesta di confronto” con la Santa Sede, dice Sgrò.
Un documento choc esce dalla Santa Sede. È il cuore di un libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi, “Gli impostori”. Se è vero, apre squarci clamorosi sulla vicenda della ragazzina scomparsa nel 1983. Se falso, segnala uno scontro di potere senza precedenti nel pontificato di Francesco. Ecco un’anticipazione.
di EMILIANO FITTIPALDI
Prima di consegnarmi i documenti, la fonte aveva tergiversato per settimane. Nei primi due incontri, durante i quali avevo chiesto consigli su come raggiungere l’obiettivo, aveva escluso con fermezza di avere le carte che cercavo. “Le ho solo lette, se le avessi te le darei, figurati,” aveva chiarito seccamente di fronte alle mie insistenze. Non ero convinto che dicesse la verità, ma tentai le strade alternative che mi aveva indicato. Capii presto che era fatica sprecata, e dopo un po’ tornai alla carica.
Alla fine, al terzo appuntamento, la fonte ha ammesso di avere il dossier. “Te li do solo perché credo che sia venuto il momento di far luce sulla storia.” Al quarto incontro, avvenuto in un bar del centro di Roma, mi consegnò una cartellina verde. Me ne tornai a casa di corsa senza neanche guardarci dentro.
Appena varcata la porta del mio studio, la aprii. C’erano dei fogli: una lettera di cinque pagine, datata marzo 1998. È scritta al computer o, forse, con una telescrivente, ed è inviata (così leggo in calce) dal cardinale Lorenzo Antonetti, allora capo dell’Apsa (l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica), ai monsignori Giovanni Battista Re e Jean-Louis Tauran.
Al tempo, Giovanni Battista Re era il sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato della Santa Sede; Jean-Louis Tauran era il numero uno dei Rapporti con gli stati, un’altra sezione del dicastero della Curia romana che “più da vicino”, come spiega il sito del Vaticano, “coadiuva il Sommo Pontefice nell’esercizio della sua suprema missione”.
Insomma, Re e Tauran erano nei vertici della Curia e, secondo l’estensore del documento, si sarebbero occupati direttamente della vicenda Orlandi. Il nome di Re era spuntato fuori già dalla lettura della prima sentenza istruttoria sul caso, firmata dal giudice Adele Rando nel 1997.
La presunta missiva di Antonetti, come molte altre a cui ho avuto accesso nelle mie inchieste sulla Santa Sede, non era firmata a penna. Alla fine, l’autore chiariva che non era stata nemmeno protocollata, “come da richiesta”.
Leggo il testo della prima pagina tutto d’un fiato.
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“Resoconto sommario delle spese sostenute dallo stato città del vaticano per le attività relative alla cittadina emanuela orlandi (roma 14 gennaio1968),”, è il titolo.
“La prefettura dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ha ricevuto mandato di redigere un documento di sintesi delle prestazioni economiche resosi necessarie a sostenere le attività svolte a seguito dell’allontanamento domiciliare e delle fasi successive allo stesso della cittadina Emanuela Orlandi.
“La sezione di riferimento, sotto la mia supervisione, ha provveduto a raccogliere il materiale attraverso gli attori dello Stato che hanno interagito con la vicenda.
“Moltissimi limiti nella ricostruzione sono stati riscontrati nell’impossibilità di rintracciare documentazione relativa agli agenti di supporto utilizzati sul suolo italiano stante il divieto postomi di interrogare le fonti, incaricando esclusivamente il capo della Gendarmeria Vaticana in questo senso.
“L’attività di Analisi è suddivisa in archi temporali rilevanti per avvenimenti e per spese sostenute.
“Il documento non include l’attività commissionata da Sua Eminenza Reverendissima Cardinale Segretario di Stato Emerito Agostino Casaroli al ‘Commando 1’, in quanto alcun organo a noi noto o raggiungibile è a conoscenza di quanto emerso e della quantità di denaro investita nell’attività citata.
“I documenti allegati (197 pagine) al presente rapporto sono presentati in originale per la parte relativa ai pagamenti per i quali è stata rilasciata quietanza, sono presentati in forma di resoconto bancario le quantità di denaro utilizzate e prelevate per spese non fatturate.”
La lettera che ho in mano sembra, o vuole sembrare, un documento di accompagnamento a una serie di fatture e materiali allegati di quasi duecento pagine che comproverebbero alla segreteria di Stato le spese sostenute per Emanuela Orlandi in un arco di tempo che va dal 1983 al 1997. Scorro rapidamente le fredde voci di costo elencate. Delineano scenari nuovi e oscuri su una vicenda di cui si è scritto e ipotizzato molto, e su cui il Vaticano ha sempre negato di avere informazioni ulteriori rispetto a quanto raccontato e condiviso con i giudici italiani che hanno investigato in questi ultimi trentaquattro anni.
Il dossier sintetizza gli esborsi sostenuti dal Vaticano dal 1983 al 1997. La somma totale investita nella vicenda Orlandi è ingente: oltre 483 milioni, quasi mezzo miliardo di lire.
L’elenco riempie pagina due, tre, quattro e, in parte, cinque del rendiconto. La prima voce riguarda il pagamento di una “fonte investigativa presso Atelier di moda Sorelle Fontana”. La Orlandi, nell’ultima telefonata alla famiglia prima della sparizione, aveva in effetti detto che qualcuno le aveva proposto di pubblicizzare i prodotti di una marca di cosmetici, la Avon, durante una sfilata delle stiliste Fontana. Per la fonte, la Santa Sede aveva sborsato 450.000 lire. C’era un’altra spesa per la “preparazione all’attività investigativa estera” costata altre 450.000 lire, uno “spostamento” da ben 4 milioni di lire e, soprattutto, le “rette vitto e alloggio 176 Chapman Road Londra”.
Chi ha scritto il documento, come vedremo, aveva digitato male l’indirizzo: a quello giusto c’è la sede londinese dei padri scalabriniani, la congregazione dei missionari di San Carlo fondata nel 1887 da Giovanni Battista Scalabrini. Dagli anni sessanta gestiscono un ostello della gioventù destinato esclusivamente a ragazze e studentesse. Nel periodo 1983-1985, per le rette, erano stati versati 8 milioni di lire. Il prezzo giusto, mi dico, per ospitare una persona in quell’arco temporale (per dare un ordine di misura, nel 1983, secondo i dati storici della Banca d’Italia, lo stipendio medio di operai e impiegati era di circa 500.000, 600.000 lire nette al mese).
La prima pagina si chiude con i costi per l’”indagine formale in collaborazione con Roma” (23 milioni) e con la misteriosa “attività di indagine riservata extra ‘Commando 1’, direzione diretta Cardinale Casaroli”, per una cifra di 50 milioni di lire. Agostino Casaroli era il segretario di Stato che nella vicenda Orlandi ha avuto un ruolo importante, soprattutto all’inizio.
La nota, nella seconda e nella terza pagina, racconta i costi sostenuti per l’”allontanamento domiciliare” di Emanuela nel periodo “febbraio 1985-febbraio 1988”. Si elencano dispendiosi viaggi a Londra di esponenti vaticani di altissimo livello, soldi investiti per la “attività investigativa relativa al depistaggio”, spese mediche in ospedali e fatture per specialisti in “ginecologia”. Si parla di “un secondo” e di “un terzo trasferimento”, di decine di milioni di lire per “rette omnicomprensive” di vitto e alloggio.
Gli anni scorrono. Arrivo all’ultima pagina. Il documento segnala che il resoconto dei costi per le attività relative alla cittadina Orlandi e al suo “allontanamento domiciliare” si riferisce stavolta al periodo “aprile 1993-luglio 1997”. Le voci del quadriennio sono solo tre: oltre alle solite rette (con “il dettaglio mensile e annuale in allegato 22”) e ad altre “spese sanitarie forfettarie”, figura il capitolato finale. Mi si gela il sangue: “Attività generale e trasferimento presso Stato Città del Vaticano, con relativo disbrigo pratiche finali: L. 21.000.000”.
La lista finisce qui, ma in fondo alla quinta pagina il mittente aggiunge una postilla. “Il presente documento è presentato in triplice copia, per dovuta conoscenza ad entrambi i destinatari, si rimanda a documentazione allegata sulle modalità di redazione. Non si espleta funzione di protocollazione come da richiesta. APSA è sollevata dalla custodia della documentazione allegata presentata in originale. In fede, Lorenzo Cardinale Antonetti. Stato Città del Vaticano, A.D. 1998, mese di marzo giorno 28.”
Smetto di leggere. Il documento, che esce certamente dal Vaticano, anche se non protocollato e privo di firma del suo estensore, pare verosimile. Ma quasi incredibile nel suo contenuto. Dunque, delle due l’una: o è vero, e allora apre per la prima volta squarci impensabili e clamorosi su una delle vicende più oscure della Santa Sede. O è un falso, un documento apocrifo, che mischia con grande abilità tra loro elementi veritieri che inducono il lettore ad arrivare a conclusioni errate.
In entrambi i casi, il pezzo di carta che ho in mano è inquietante. Perché, fosse un documento non genuino, significherebbe che gira da almeno tre anni un dossier devastante fabbricato ad arte per aprire una nuova stagione di ricatti e di veleni in Vaticano. Chi e quando avrebbe costruito un simile documento, che come vedremo contiene dettagli, indirizzi, nomi e circostanze molto particolari che solo un soggetto “interno” alla Città Santa poteva conoscere così bene? Se non è davvero stato scritto dal cardinale Antonetti, chi l’ha redatto con tale maestria, e chi l’ha poi messo, anni fa, nella cassaforte della Prefettura?
Difficile rispondere ora a queste domande. Ma è chiaro che, se il documento fosse falso, la Gendarmeria guidata da Domenico Giani avrà parecchio da lavorare. Il report fasullo potrebbe essere rimasto nascosto per anni in qualche cassetto, mai usato (almeno fino ad ora) e infine dimenticato. O potrebbe essere stato costruito ad hoc più di recente, dopo il furto del marzo del 2014, e restituito dai ladri insieme ad altri documenti certamente veritieri. Ma se è così, perché monsignor Abbondi non ha detto davanti ai magistrati di papa Francesco che lo interrogavano sul contenuto del plico anonimo con i documenti rubati che era tornato, tra gli altri, anche un dossier sulla Orlandi che non aveva mai visto, e quindi forse fasullo? Perché ha parlato genericamente di carte “sgradevoli”?
È pure evidente, però, che il report non spiega chiaramente cosa sia accaduto alla ragazzina che amava le canzoni di Gino Paoli, né accusa con nome e cognome qualcuno di responsabilità specifiche sul rapimento e sulla fine di Emanuela. Per quanto incredibile, cerco di costringermi a pensare che il documento possa essere anche una lettera autentica. Il report di un burocrate, il cardinale Antonetti appunto, che rendiconta minuziosamente ai due destinatari tutte le spese sostenute per “l’allontanamento domiciliare” della Orlandi, spese divise per quattro archi temporali definiti. Una pratica obbligatoria nei servizi segreti di ogni Stato del pianeta: alla fine di un’operazione, anche quelle in cui vengono usati fondi neri, i responsabili devono presentare il consuntivo di ogni spesa effettuata ai superiori.
La missiva è “presentata in triplice copia”, come si usa fare da sempre in Vaticano anche per i documenti riservati (uno va ai destinatari dei vari dicasteri coinvolti, un altro resta nell’archivio dell’Apsa). Stavolta una copia è finita anche negli archivi della Prefettura degli affari economici, cioè il ministero della Santa Sede che aveva il compito di supervisionare le uscite dei vari enti vaticani. Non è una stranezza: nell’enorme armadio blindato che i ladri hanno aperto nel marzo del 2014 ci sono migliaia di documenti provenienti anche da altri enti vaticani. Tra cui, per esempio, le lettere di Michele Sindona spedite non in Prefettura, ma ai cardinali presidenti di pontifice commissioni.
Fosse veritiero, dunque, il rendiconto datato marzo 1998, pur in assenza delle 197 pagine di fatture, darebbe indicazioni e notizie sbalorditive che potrebbero aiutare a dipanare la matassa di un mistero irrisolto dal 1983. Perché dimostrerebbe, in primis, l’esistenza di un dossier sulla Orlandi mandato alla segreteria di Stato, mai consegnato né discusso con le autorità italiane che hanno investigato per decenni senza successo sulla scomparsa della ragazzina. Perché evidenzierebbe come la chiesa di Giovanni Paolo II abbia fatto investimenti economici importanti su un’attività investigativa propria, sia in Italia sia all’estero, i cui risultati sono a oggi del tutto sconosciuti. Perché il dossier citerebbe un fantomatico “Commando1” guidato direttamente da Agostino Casaroli, potente segretario di Stato della Santa Sede, forse un gruppo di persone composto da pezzi dei servizi segreti vaticani (il corpo della Gendarmeria ha funzioni di ordine pubblico e di polizia giudiziaria, ma svolge anche lavoro di intelligence per la sicurezza dello stato) che ha preso parte alle attività successive alla scomparsa della ragazza.
Ma, soprattutto, il resoconto diventa clamoroso quando mostra come tra il 1983 e la fine del 1984 il Vaticano, dopo indagini autonome, avrebbe investe in un primo “spostamento” la bellezza di 4 milioni di lire.
Da allora il campo da gioco dei monsignori che si sarebbero occupati della vicenda di Emanuela si sposta in Inghilterra. In particolare, a Londra.
Possibile che Emanuela Orlandi sia stata ritrovata viva dal Vaticano e poi nascosta in gran segreto nella capitale inglese? Se non è così, e se il documento è autentico, a chi la Santa Sede ha pagato per quattordici anni “rette vitto e alloggio” elencate in un report che ha come titolo “Resoconto sommario delle spese sostenute dallo Stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi” e per il suo “allontanamento domiciliare”? Come mai nella nota sulla ragazza viene indicato che il capo della Gendarmeria del tempo, Camillo Cibin, avrebbe sborsato la bellezza di 18 milioni di lire, tra il 1985 e il 1988, per andare avanti e indietro da Londra? Chi sarebbe andato a trovare qualche tempo dopo il medico personale di papa Wojtyla, Renato Buzzonetti, insieme a Cibin, “presso la sede l. 21”, una “trasferta” da 7 milioni di lire? Perché e a chi, all’inizio degli anni novanta, il Vaticano avrebbe pagato spese sanitarie – come segnala ancora l’estensore dello scritto – per i controlli (o addirittura un ricovero) alla Clinica St. Mary, sempre a Londra? Chi è andata, sola o accompagnata, a farsi visitare dalla “dottoressa Leasly Regan, Department of Obstetrics & Gynaecology” dello stesso nosocomio un’unica “attività economica a rimborso” di cui il capo dell’Apsa non indica la spesa precisa, invitando a leggere i “dettagli in allegato 28”? (contattata da l’Espresso, la Regan nega di avere fatture a nome della Orlandi, e dice di non poter ricordare, dopo tanti anni, se ha curato una ragazza con le fattezze di Emanuela)
La storia, secondo il documento, non sembra finire bene. Perché la lista si conclude con un ultimo capitolato di spesa, sull’ “attività generale e trasferimento presso Stato Città del Vaticano con relativo disbrigo pratiche finali”. Il trasferimento è il quarto segnalato nel report: chi viene portato in Vaticano? Perché nel luglio 1997 la “pratica” di Emanuela Orlandi viene considerata chiusa?
A metà giugno del 2017 capisco, dal Corriere della Sera, che qualcun altro è ha conoscenza del documento misterioso. La famiglia Orlandi ha infatti presentato un’istanza di accesso agli atti per poter visionare “un dossier custodito in Vaticano”. Il quotidiano accredita che il fascicolo possa contenere resoconti di attività inedite fino al 1997, con dettagli anche di natura amministrativa svolta dalla segreteria di Stato ai fini del ritrovamento”. Capisco che si tratta proprio del report che ho in mano. Il giorno dopo monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli Affari generali della segreteria, nega l’esistenza di qualsiasi carta riservata: “Abbiamo già dato tutti i chiarimenti che ci sono stati richiesti. Il caso per noi è chiuso”. Anche il cardinale Re interviene, assicurando che “la Segreteria di Stato” di cui nel 1997 lui era sostituto “non aveva proprio niente da nascondere.
Essendo uno dei due destinatari della presunta lettera di Antonetti, decido di chiamarlo, e domandargli se ha mai ricevuto quel report sull “allontanamento domiciliare” di Emanuela Orlandi, e se in caso contrario quello che ho in mano è un report apocrifo che vuole inchiodarlo a responsabilità che lui non ha. L’inizio del colloquio è rilassato. Appena gli leggo il titolo, il cardinale, senza chiedermi nulla nel merito del documento, tronca improvvisamente la conversazione: “Guardi io non so di questo. E mi dispiace non poterla aiutare. Sono qui con altre persone”. Clic.
La mia ricerca è iniziata nel febbraio del 2017. Leggendo il libro di Francesca Chaoqui e dell’ex direttore della sala stampa del Vaticano Federico Lombardi. Quest’ultimo ricordava come un testimone eccellente del processo che mi vedeva coinvolto, quello su Vatileaks 2, aveva parlato di alcuni documenti trafugati. Il test era monsignor Alfredo Abbondi, capo ufficio della Prefettura degli Affari economici.
La parte più interessante del suo interrogatorio riguarda un misterioso furto avvenuto nelle stanze di quell’ufficio nella notte tra il 29 e il 30 marzo 2014.
Dopo mezzanotte, qualcuno si era introdotto nel palazzo senza rompere alcuna serratura dei portoni di accesso, aveva sgraffignato qualche spicciolo negli uffici delle congregazioni ai primi piani dell’immobile e s’era poi concentrato sulla cassaforte e su uno soltanto dei dodici armadi blindati nascosti in una delle stanze della Prefettura, al quarto piano del grande edificio che si affaccia su piazza San Pietro.
A don Abbondi, la mattina del 14 maggio 2016, i magistrati chiedono conto di quella singolare vicenda. Il prelato spiega che nell’ufficio esisteva “un archivio riservato che era sotto la responsabilità del segretario Balda”, custodito inizialmente “in un armadio in una stanza vicina a quella del monsignore”; aggiunge che “dopo il furto, l’archivio riservato venne piazzato direttamente nella stanza di Vallejo”. Quando il promotore di giustizia gli domanda cosa avessero rubato i ladri, Abbondi specifica che, se dalla piccola cassaforte “portarono via soldi e delle monete, dall’armadio blindato prelevarono invece dei documenti dell’archivio riservato… alcuni dei quali vennero poi riconsegnati in busta chiusa nella cassetta della posta del dicastero”.
Proprio così: alcune carte trafugate vennero rispedite in un plico anonimo, quasi un mese dopo lo scasso. Un dettaglio già raccontato da Gianluigi Nuzzi. Non solo. Il giornalista aveva pubblicato anche alcuni dei documenti restituiti alla Prefettura, tra cui diverse lettere mandate dal “Banchiere di Dio”, Michele Sindona, a esponenti delle gerarchie vaticane, oltre a missive con riferimenti a Umberto Ortolani, fondatore – insieme a Licio Gelli – della loggia massonica deviata P2.
“Cosa c’era nel plico?” chiede diretto il promotore di giustizia a don Abbondi. “Documenti di dieci, vent’anni fa, che di fatto non avevano più alcun valore,” risponde il prelato. “Nel riordinare i fogli dopo l’effrazione, vidi che gli atti contenuti nell’archivio non erano tanto relativi alla sicurezza dello stato,” ma a fatti che il monsignore definisce “sgradevoli”. “Sgradevoli,” ripeto tra me e me.
Riponendo il libro mi domandai se, come ipotizzavano Abbondi e numerosi esponenti della Santa Sede, restituendo alcuni o tutti i documenti trafugati, i ladri avessero voluto lanciare un avvertimento, una minaccia, o se il furto nascondesse in realtà altre motivazioni. Certamente vi avevano collaborato persone informate dei segreti della Prefettura, visto che i banditi, violando un solo armadio blindato, erano andati a colpo sicuro. Di certo Abbondi fa intendere ai magistrati vaticani che i documenti ritornati dopo il furto non sono diversi da quelli che lui sapeva essere conservati nella cassaforte.
Cominciai a leggere il volume della Chaouqui…Senza tanti giri di parole, la Chaouqui fa poi capire al lettore che, dalla discussione avuta quella mattina con il suo amico (i due in seguito diventeranno acerrimi nemici), aveva compreso che era stato lo stesso Balda a compiere l’effrazione, forse con il supporto di manovalanza esterna. Un’accusa pesantissima.
Balda, che era già stato sentito dalla Gendarmeria insieme ad altri dipendenti dell’ufficio, ha sempre negato ogni addebito…L’avvocatessa calabrese – che nel 2014, ricordiamolo, era membro della Cosea e lavorava negli uffici della Prefettura che ospitavano la commissione – è uno dei pochissimi testimoni diretti di ciò che avvenne negli uffici dopo l’effrazione. E, come aveva fatto monsignor Abbondi in tribunale durante la sua deposizione, decide di raccontare nel suo libro il momento in cui tornano le carte sottratte un mese prima. Ma se il prete aveva parlato genericamente di documenti “sgradevoli”, la Chaouqui entra nei dettagli, narrando in prima persona: “Alla fine i fascicoli ricompaiono, spediti da mano ignota agli uffici della Prefettura. C’è il dossier su un vescovo molto potente e sulle delicate questioni legate a un’eredità ricevuta quando era nunzio in Francia. Ci sono i resoconti delle spese ‘politiche’ di Giovanni Paolo II ai tempi della Guerra fredda e di Solidarno??. C’è il carteggio tra il banchiere Michele Sindona e il faccendiere Umberto Ortolani, che il Vaticano avrebbe cercato in capo al mondo. C’è il file di Emanuela Orlandi e capisco il finale di una storia che deve rimanere sepolta”…
Ora ho deciso di pubblicare il documento. Avessero ragione Becciu e il cardinale Re, il documento sarebbe certamente un falso. Sarebbe importante capire allora chi sono gli impostori che l’hanno architettato, e per quali oscuri motivi la storia di una ragazza scomparsa nel 1983 venga ancora usata per ricatti e lotte intestine della città sacra. Ma se le verosimiglianze impressionanti delle note spese del dossier fossero confermate da nuovi elementi determinati, il Vaticano e i suoi alti esponenti avrebbe mentito ancora una volta. E gli impostori sarebbero loro.
La vicenda del cardinale Pell, incriminato per abusi sessuali, e le politiche incompiute in difesa dei minori
Con perfetta sincronia da sceneggiatura e montaggio alternato, tipica di un thriller hollywoodiano, mentre il cardinale George Pell faceva ingresso in sala stampa e prendeva posto al microfono, trafitto dai flash dei fotografi, a pochi metri gli altoparlanti della piazza diffondevano a tutto volume l’Alleluia diHaendel, offrendo una improbabile colonna sonora e dando voce, involontariamente ma verosimilmente, a un mal celato entusiasmo di curia, che trasuda sul volto accaldato di non pochi porporati, per la caduta del gigante australe.
Poi qualcuno deve essersi accorto della gaffe e lo speaker, in attesa dell’arrivo di Bergoglio per la celebrazione dei Santi Pietro e Paolo, è passato sobriamente alla recita dei misteri del rosario: comunque gloriosi.
Benvenuti sul set della Vatileaks infinita, dove la realtà supera da tempo qualunque immaginazione, tra un pontefice dimissionario e un successore rivoluzionario.
Alle 9,30, quando è cominciata la liturgia, l’afa stringeva già in una morsa la città dei papi, sotto la cappa di un cielo plumbeo: atmosfera pesante, non solo meteorologica, in grado d’infondere un presagio vagamente luciferino nei retro-pensieri delle menti più facilmente impressionabili.
“Portae inferi non prevalebunt”, ha subito intonato la Schola Cantorum, a mo’ di esorcismo rassicurante. Né l’adagio evangelico, tuttavia, né la lontananza di Melbourne, situata notoriamente, materialmente all’altro capo del mondo, fugavano la sensazione che a trovarsi sul banco degli imputati, dal 18 luglio, data d’inizio del processo, sarà l’intera Chiesa, sotto il tiro e i riflettori del media system anglosassone, in un colossale regolamento dei conti, dagli esiti esponenziali e imprevedibili. Con speciale riguardo all’impianto della Commissione Pontificia per la Tutela dei Minori, dopo la defenestrazione, in un caso, e defezione, nell’altro, delle due figure più simboliche, abusate in gioventù entrambe: l’inglese Peters Saunders, posto “in aspettativa” per avere chiesto le dimissioni di Pell; e la irlandese Mary Collins, che ha compiuto al contrario un passo indietro, rassegnata e indignata, dopo l’impatto, frustrante, con il muro di gomma della Congregazione per la Dottrina della Fede.
In “aspettativa” è da oggi anche Pell, il quale vede ampliarsi, nell’Orbe, l’outback e terra bruciata delle critiche nei suoi confronti, mentre si è progressivamente ristretto, in Urbe, l’ambito di prerogative un tempo amplissime.
A seguito del Motu Proprio Fidelis Dispensator et Prudens, il “canguro” aveva in effetti beneficiato nel febbraio del 2014 di un balzo istituzionale senza precedenti, ottenendo di rapportarsi direttamente al Papa e collocandosi de facto sullo stesso piano del Segretario di Stato: al punto che in termini del diritto costituzionale comparato si potrebbe parlare di un regime, unico al mondo, con due primi ministri.
Da quel momento Pell è assurto al rango di nemico pubblico, riuscendo nell’impresa di compattare contro di sé le diverse correnti ecclesiali. E ingaggiando altresì, su terreni scivolosissimi, una serie di duelli personali: con il cardinale Francesco Coccopalmerio, giurista meneghino, artefice degli statuti dei nuovi organismi e abile ad imbrigliarlo come un Gulliver a Lilliput, in un groviglio estenuante di lacci e laccioli. Con il “socialdemocratico” Reinhard Marx, Coordinatore del Consiglio per l’Economia, solerte a sventare in extremis sul tavolo del Pontefice il suo tentativo di costituire una SICAV, società d’investimento a capitale variabile con sede in Lussemburgo, ravvisandovi lo start della deriva verso forme di speculazione finanziaria, notoriamente aborrite da Bergoglio. Con il Cardinale Parolin e il suo vice, arcivescovo Angelo Becciu, che hanno sospeso il diktat con cui lo zar (altro soprannome di Pell) autorizzava PricewaterhouseCoopers, proprio consulente strategico, ad accedere no-limit ai bilanci di 120 enti vaticani.
E infine con il bertoniano, poi bergogliano, Domenico Calcagno, presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, spogliato dapprima e quindi reintegrato, con il Motu Proprio del 4 luglio 2016, nella gestione del patrimonio immobiliare. Un provvedimento che ha ridimensionato George Pell da ministro “con” a senza “portafoglio”. Retrocedendo il “ranger” dal posto del guidatore a quello di controllore, sull’autobus delle finanze papali, e proclamando la summa divisio tra vigilanza e amministrazione.
E’ stato proprio nei confronti dell’APSA che il cardinale, 90 chili di stazza per un metro e novanta di altezza, figlio del campione australiano dei pesi massimi, ha menato a vuoto, in maggio, l’ultimo fendente: sottoscrivendo una lettera congiunta con il Revisore Generale, Libero Milone, nel frattempo dimissionario (dimissionato?) e denunciando l’ennesima, presunta invasione di campo.
“Sono innocente, considero l’idea stessa di abuso sessuale un crimine orribile. La notizia delle accuse ha rafforzato la mia determinazione e il processo giudiziario mi darà l’opportunità di difendere il mio nome e tornare al mio lavoro a Roma”.
Dal Colle Vaticano, che in questi anni ha sovente trasformato in un ring e in cui non prenderà più parte a cerimonie sino a quando la sua posizione non sarà chiarita, il “peso massimo” della Chiesa si accinge adesso a montare sulla pedana più ostica, sebbene casalinga, della sua vita. Dove in palio c’è la corona dell’onore. Mentre su di lui, nell’attesa del verdetto, grava come un countdown la formula di rito, che marca di provvisorietà, e precarietà, il prosieguo del suo mandato. Riservando al Papa, in ogni momento, e a seconda degli eventi, la facoltà di procedere ad altra designazione: “Donec aliter provideatur”.
Le parole, seppure forti, non bastano. «Purtroppo mancano i fatti, manca la concretezza.
Chiediamo al Papa di ordinare ai suoi vescovi di denunciare i crimini di pedofilia commessi dai sacerdoti, cosicché intervenga la giustizia». È duro il commento di Francesco Zanardi, abusato da un sacerdote quando era ragazzino e ora presidente della Rete l’Abuso, associazione che assiste le vittime dei preti pedofili. Un appello che arriva all’indomani del discorso del Papa pubblicato nel libro-testimonianza di Daniel Pittet, vittima di abusi da parte di sacerdoti, in cui Francesco ha chiesto «perdono per i preti pedofili» e ha assicurato: «Saremo severissimi».
Cosa pensa dell’intervento di Bergoglio?
«Frasi inoppugnabili. Ma non ci bastano. Purtroppo mancano i fatti. C’è molta sfiducia. Abbiamo scritto tante volte al Papa, sia come singole vittime che come associazione, ma non abbiamo mai ricevuto risposte. Il 29 gennaio abbiamo inviato un video-appello chiedendo un intervento deciso e concreto al Pontefice, ma non c’è alcun dialogo. Non riceviamo risposte e questo non fa altro che aumentare il dolore delle vittime».
Cosa vi aspettate da Bergoglio? Cosa dovrebbe fare?
«Una cosa sola, ma un atto concreto forte: ordinare ai vescovi di denunciare i crimini alle autorità giudiziarie di ciascun Paese. E che i vescovi attuino queste disposizioni. Sono 15 anni che non ci si sposta da questa situazione».
Ma dipende dalle singole conferenze episcopali?
«Certamente, ma il Papa come massimo esponente della Santa Sede potrebbe dare questa indicazione. In Italia, al momento, non c’è l’obbligo di denuncia da parte dei vescovi. Ma su questo è intervenuta anche la Commissione Onu per i diritti dei minori, denunciando le politiche del Vaticano che ha permesso a religiosi di abusare sessualmente di decine di migliaia di bambini e ragazzi. Lo Stato non legifera, ma il Vaticano se ne approfitta. Non c’è nessuna apertura, e l’obbligo di denuncia dei vescovi li responsabilizzerebbe».
Bergoglio ha creato una commissione ad hoc per trattare il fenomeno della pedofilia nella chiesa.
«Peter Sanders, uno dei componenti, se n’è andato sbattendo la porta. Il motivo? La Commissione non sta facendo nulla, non esiste un provvedimento concreto a sostegno delle vittime. Non c’è nemmeno assistenza psicologica, oltre al tentativo di fermare gli abusatori».
La situazione è cambiata con Papa Francesco?
«Niente affatto. Non è stato processato alcun vescovo. Solo per citarne alcuni, ricordo mons. Dante Lafranconi, ex vescovo di Savona, pesantemente ammonito dall’autorità giudiziaria; se l’è cavata con la prescrizione; poi il cardinale Calcagno, che ha coperto diversi casi di preti pedofili, attualmente all’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, ndr) e il cardinale Pell, accusato di pedofilia in Australia e ancora ministro delle finanze vaticane».
Quanti casi vi vengono segnalati?
«La Rete l’Abuso è nata nel 2009. Siamo circa 620 vittime; negli ultimi 15 anni, solamente in Italia, circa 130 preti sono stati condannati in terzo grado e altri 150 indagati. Non è un problema da poco. Ma la chiesa non ne ha rimosso nemmeno uno».
Crimini sessuali e violenze secretati dalla Chiesa che non collabora con i magistrati italiani nonostante il papa proclami trasparenza. E abusi che si moltiplicano
Il caso di Don Andrea Contin e della parrocchia nel Padovano dove si consumavano orge, con donne ma anche con uomini di colore, e filmando il tutto, è solo la punta di un iceberg sempre più grosso. Sono duecento i casi di abusi sessuali, soprattutto su minori, che vengono documentati nel libro Lussuria del giornalista de L’Espresso Emiliano Fittipaldi. Un’inchiesta che scoperchia un calderone di perversioni, soprusi e omertà della gerarchia ecclesiastica, fino ai più alti gradi in Vaticano.
Il celebre caso Spotlight, diventato anche un film di grande successo dopo la pubblicazione dell’inchiesta sugli abusi nell’arcidiocesi di Boston, riguardava meno casi di quelli documentati in Lussuria. Siamo a uno scenario italiano di assolutà gravità.
“Erano un’ottantina i religiosi dello scandalo Spotlight, in Italia solo i casi denunciati negli ultimi dieci anni sono duecento. In gran parte sconosciuti all’opinione pubblica perché in Italia, come negli altri Paesi latini cattolici, vige la cultura del silenzio ed è difficile affrontare l’autorità della Chiesa”.
Quanto è comprensibile che l’ordinamento giudiziario vaticano preveda che in caso di abuso sessuale, anche su minori, ci sia una giustizia interna alla Chiesa ma non l’obbligo di denuncia alle autorità italiane?
“Per me non è comprensibile. Soprattutto durante un pontificato come quello di Francesco, che ha proclamato urbi et orbi la trasparenza e la guerra senza quartiere alla piaga degli scandali sessuali. In realtà non sappiamo ancora nulla di come avvengono i processi canonici in Vaticano. Nel mondo solo negli ultimi tre anni, sotto il pontificato di Francesco, ci sono state oltre 1200 denunce verosimili. Noi non conosciamo i nomi dei carnefici né le circostanze dei processi perché coperti da segreto pontificio. Non solo, il Vaticano non è riuscito a cambiare le regole della Cei per obbligare i vescovi a denunciare chi è colpevole di scandali sessuali. Il caso di don Contin vede la Procura padovana sentirsi rispondere dalla curia locale che non avrà i documenti richiesti circa gli abusi sessuali del prete. In genere i vescovi non vengono considerati pubblici ufficiali, per via dei Patti Lateranensi e cade l’obbligo di denuncia di crimini sessuali. Questo nonostante l’Onu nel 2014 abbia chiesto anche in maniera molto dura al Vaticano e al pontefice di cambiare le regole”.
Ci sono casi limite, come quello di don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, che fu condannato per abusi, rimosso da papa Ratzinger e dopo aver fatto ricorso ha ottenuto il reintegro sotto papa Francesco.
“Esatto, questo è uno degli aspetti più incredibili e anche dei meno raccontati dalla stampa, forse perché da fastidio criticate questo papa. Don Inzoli era chiamato dai suoi parrocchiani “don Mercedes” perché ama la bella vita e le auto di lusso. Il magistrato che è riuscito a farlo condannare a quattro anni e nove mesi in primo grado ha documentato quasi cento episodi di abusi sessuali da lui compiuti, finiti in prescrizione tranne nove. La cosa incredibile di questa vicenda è che il magistrato ha chiesto alla Congregazione della dottrina e della fede le carte del processo canonico voluto da Ratzinger in gran segreto, ottenendo un secco no dalla congregazione. Nel 2015 le carte erano ancora sotto segreto pontificio. Alla faccia della trasparenza. Nonostante questa condanna, dopo il ricorso vinto, Inzoli ha riottenuto il sacerdozio e sconta con una pena secondo cui deve vivere in preghiera e riservatezza. Un po’ troppo poco per i crimini commessi”.
Altro caso eclatante, quello del cardinale Calcagno confermato anche sotto il pontificato di Francesco come presidente dell’Apsa, l’ente che gestisce il patrimonio immobiliare Vaticano, dopo aver semplicemente trasferito di sede don Giraudo dopo le accuse di abusi su minori che poi si sono ripetuti.
“Ho scoperto che non solo c’è stato il trasferimento, nonostante don Giraudo quasi confessasse di avere un’attrazione per il sesso e dei ragazzini, ma al momento del trasferimento il cardinale Calcagno non ha sporto denuncia. Quando però in un campo scout don Calgagno ha molestato un ragazzino, la vittima lo ha denunciato. Nonostante questa vicenda, il cardinale ha fatto una straordinaria carriera in Vaticano”.
Mentre le inchieste fanno venire a galla i fatti, che possibilità c’è di scardinare un ordinamento legislativo e giudiziario che permette agli uomini della Chiesa di non collaborare con gli inquirenti italiani?
“Innanzi tutto bisognerebbe cambiare i Patti Lateranensi, in altri Paesi i sacerdoti sono costretti a rispettare le leggi dello Stato in cui vivono. Nessuno può obbligare il Vaticano a cambiare le regole della Conferenza episcopale, ma se lo facesse sarebbe un passo avanti per dare sostanza alle dichiarazioni di Francesco e i suoi predecessori e trasformarle in fatti”.
Il cambio di rotta voluto da Ratzinger non sembra andare al di là dell’annuncio. Al di là del Tevere cardinali vicini a Bergoglio hanno coperto sacerdoti accusati di abusi su minori. Pride Online ne ha parlato con Emiliano Fittipaldi, autore di “Lussuria”
di Francesco Lepore
Oltre 200 sacerdoti italiani accusati di pedofilia negli ultimi dieci anni. 1200 denunce di abusi su minori pervenute da tutto il mondo all’ex Sant’Uffizio nei primi tre anni di pontificato di Francesco. Cardinali, che hanno coperto a lungo orchi in tonaca e oggi godono della stima di Bergoglio. Questi alcuni dei dati riportati nelle 208 pagine di “Lussuria. Peccati scandali e tradimenti di una Chiesa fatta di uomini” (Feltrinelli 2017), l’ultimo libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi.
Del volume – da oggi in vendita presso le librerie italiane – Pride Online ne ha parlato con l’autore, giornalista de L’Espresso.
Emiliano, com’è nato “Lussuria”?
Il libro vede la luce dopo “Avarizia” ossia l’inchiesta sugli scandali finanziari in Vaticano. Studiando diversa documentazione, sono giunto alla conclusione che in tema di pedofilia moltissimo dev’essere ancora fatto nella Chiesa e che quanto annunciato è stato eseguito solo in parte. Ho inoltre scoperto che Francesco ha “promosso” molti cardinali variamente coinvolti in questioni attinenti a questa scottante materia.
Uno di questi è il card. George Pell sul quale, oltre alla copertura di preti pedofili, si rincorrono rumors d’omosessualità personale. Che cosa puoi dirmi al riguardo?
Il cardinale Pell è uno degli uomini di punta di Bergoglio, che nel 2014 l’ha nominato prefetto della Segreteria per l’economia. Ma è accertato che quando era arcivescovo di Melbourne ha protetto numerosi preti pedofili. A provarlo sono le le carte della Royal Commission, pubblicate nel primo capitolo del libro. Esse mettono in evidenza non solo il disinteresse del presule per le vittime di abusi ma anche il personale appoggio ai sacerdoti accusati, che accompagnava in tribunale. Quando Pell si è accorto che la difesa a oltranza non era più sostenibile, ha creato un sistema di risarcimento tale da garantire in media alle singole vittime una somma di 32mila dollari australiani (pari all’incirca a 20mila euro). Un beffa per quanti hanno subito nell’infanzia il dramma dell’abuso qualora si consideri che l’arcidiocesi nel solo 2013 ha incassato ben oltre 108 milioni di dollari, mentre i beni di proprietà hanno un valore pari a circa 1,3 miliardi.
Ma Pell rischia delle conseguenze penali in Australia?
Sì, ma non per l’insabbiamento delle indagini ma per pedofilia, essendo stato personalmente accusato da cinque persone di aver abudato di loro tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso.
Un altro porporato, su cui hai portato l’attenzione, è Domenico Calcagno. Di lui, anche noto come il “cardinale Rambo” per la collezione di armi da fuoco, avevi già parlato in “Avarizia”. Quale la sua vicenda?
I fatti risalgono al 2004 quando era vescovo di Savona-Noli. Ha ampiamente protetto don Nello Girando, pur essendo a conoscenza che aveva abusato di minori. Anziché interdirlo dal ministero preferì spostarlo di parrocchia, dove il sacerdote molestò altri ragazzini. Don Giraudo è stato ultimamente rinviato a giudizio, mentre Domenico Calcagno, nominato da Ratzinger presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa) e creato cardinale nel 2012, continua a esercitare tale incarico con la piena fiducia di Papa Francesco.
Ci sono procedimenti giudiziari a suo carico?
Per queste coperture, queste leggerezze per così dire, non c’è nulla.
Un altro nome illustre è quello di Godfried Danneels…
L’arcivescovo emerito di Bruxelles è un altro dei cardinali, di cui Bergoglio ha fiducia. Ha coperto vari sacerdoti pedofili. Di lui si ha inoltre una conversazione telefonica con una vittima che, abusata in passato da un vescovo belga, è invitata a non fare il nome del violentatore. Intercettazioni, queste, che non sono mai state pubblicate a eccezione d’un piccolo giornale belga, da cui le ho riportate.
Il caso forse più complesso è quello del card. Philippe Barbarin, che lo scorso anno ha sospeso dal ministero sei preti accusati di pedofilia e ha chiesto pubblicamente scusa nella cattedrale di Lione. Che cosa ne pensi al riguardo?
Le scuse sono sempre accette ma la gravità sta nell’aver mantenuto nell’incarico un sacerdote pedofilo, che gli aveva confidato d’aver abusato di ragazzini in passato. La gravità della vicenda sta nel fatto di non averlo denunciato alle autorità civili né d’aver avviato un procedimento canonico. Secondo l’ordinamento giuridico francese i contestati reati di pedofilia (per l’abusante) e di omesso controllo (per il porporato) erano caduti in prescrizione. Ma a me interessa l’aspetto etico più che quello giudiziario.
Sulla base d’una fonte interna della Congregazione per la Dottrina della Fede hai parlato di oltre 1200 denunce pervenute nell’ultimo triennio allo stesso dicastero vaticano. Eppure esse non comprovano di per sé l’effettiva colpevolezza dell’accusato, anche perché in non pochi casi si sono rivelate gonfiate se non addirittura infondate…
Indubbiamente. Ma si parla comunque di denunce giudicate verosimili dai singoli vescovi, che hanno inoltrato alla Cdf gli incartamenti delle prime istruttorie avviate a carico dei denunciati nei rispettivi tribunali diocesani di competenza La cautela è d’obbligo ma le cifre stanno comunque a testimoniare un fenomeno molto forte. Il vero problema sta nel fatto che tutti gli incartamenti restano riservati. Per cui nei casi di provata colpevolezza è impossibile conoscere i nomi dei carnefici. L’impressione è che tutta la normativa vaticana al riguardo è rimasta pressoché immutata. Unica eccezione l’istituto della prescrizione, che da Benedetto XVI è stata portata da 28 a 38 anni.
Non pensi che lo “zelo” dei vescovi nell’inoltrare le denunce al Sant’Uffizio sia anche dettato da paura d’evitare eventuali gogne mediatiche?
In parte. Fino a quando gli incartamenti processuali resteranno nel segreto delle aule dei tribunali diocesani e della Cdf tale rischio è quasi nullo. Al contrario si auspicherebbe che, nel caso di sospetto di pedofilia, i vescovi ne mettano a conoscenza non solo la Cdf ma anche le autorità giudiziarie statali. Ricordo che in Italia non c’è obbligatorietà di denuncia al riguardo per gli ordinari locali.
Altri nomi di porporati “insabbiatori”, di cui parli?
Pur non trattandosi di un porporato, un altro nome sotto accusa è quello di mons. Tony Anatrella. Puoi in breve ricostruirne la storia?
Anatrella è un importante teologo francese, stimatissimo in Vaticano tanto da essere consultore presso vari dicasteri. A lui si devono, come ispiratore, le forti prese di posizioni contro l’inesistente “ideologia gender”. Come psicoterapeuta è sostenitore della medicalizzazione dell’omosessualità. Lo scorso anno però è stato ripetutamente accusato di molestie sessuali da alcuni pazienti gay. Trattandosi di denunce anonime, il card. André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, ha dichiarato di non poter procedere sulla base di tali dichiarazioni. Sarà pur vero ma non si può dimenticare che Anatrella è l’autore di alcune direttive vaticane, secondo le quali i vescovi non sono tenuti a denunciare alle autorità giudiziarie i sacerdoti rei di abusi su minori.
METTENDO sotto la lente d’ingrandimento cronache di provincia degli ultimi mesi, carte giudiziarie fresche di cancelleria e documenti parrocchiali si scoprono tanti tasselli. Guardando il mosaico da una certa distanza, il disegno diventa più chiaro. Partiamo prendendo un treno verso la punta del tacco d’Italia. In Calabria, vicino a Reggio, c’è don Antonello Tropea, già padre spirituale del seminario di Oppido Mamertina, che nel marzo 2015 viene trovato dalla polizia in un’auto con un diciassettenne conosciuto grazie alla app Grindr usata per incontri gay. Venti euro il costo della prestazione. Indagato per prostituzione minorile, il don continua a fare il prete, confidandosi di tanto in tanto con il suo vescovo, monsignor Francesco Milito. “Evita di parlare con i carabinieri di queste cose” gli suggerisce il superiore senza sapere di essere ascoltato.
Sempre in Calabria, nella diocesi di Locri, c’è il vescovo Francesco Oliva, nominato da Francesco nel 2014: è lui che nel 2015 manda in una parrocchia a Civitavecchia un suo sacerdote, don Francesco Rutigliano, che la Congregazione per la dottrina della fede ha in passato sospeso per quattro anni, nel 2011, per “abuso di minore con l’aggravante di abuso di dignità o ufficio, commesso nel periodo tra il 2006 e il 2008” obbligandolo alla “celebrazione di 12 Sante Messe con cadenza mensile a favore della vittima e della sua famiglia “.
A Ostuni, c’è Franco Legrottaglie, condannato nel 2000 per atti di libidine violenta su due ragazzine, mai sfiorato da processi canonici, e in seguito designato nel 2010 dal vescovo emerito Rocco Talucci cappellano dell’ospedale e prete in una chiesa del paese: nel maggio 2016 è stato pizzicato con 2.500 immagini pedopornografiche conservate sul computer in cartelle con i nomi dei santi. Ha lanciato una moda: anche don Andrea Contin, indagato a Padova per induzione alla prostituzione, etichettava i filmini hard a cui partecipavano le sue amanti con i nomi dei papi.
A Catania c’è un sacerdote che ad agosto 2016, già sospeso dalla curia dalle attività pastorali, avrebbe minacciato con un coltello alla schiena un quindicenne costringendolo a rapporti sessuali. Poi c’è don Siro Invernizzi, che nel 2013 è stato mandato dal vescovo di Como a fare il viceparroco a Cugliate, vicino Varese, nonostante i due anni con la condizionale patteggiati per aver approcciato in strada un ragazzino rom di tredici anni che si prostituiva. E ancora: a Grosseto c’è un sacerdote rinviato a giudizio nel luglio 2016 per molestie a tre ragazzine, a cui avrebbe rivolto “attenzioni troppo intime”. A Pietrasanta, in Versilia, dalla scorsa estate c’è un’altra indagine (ancora in corso) su un prete straniero appartenente all’ordine dei Carmelitani: la curia generalizia di Roma è stata citata in sede civile come responsabile dei danni per non aver esercitato il controllo sul religioso […].
Negli ultimi due lustri, contando solo i condannati e gli indagati, sono oltre 200 i sacerdoti italiani denunciati per atti di lussuria con adolescenti. Molti di più di quelli che hanno scoperto i cronisti del Boston Globe che diedero il via all’inchiesta Spotlight del 2002… Eppure in Italia lo scandalo non è mai esploso, a differenza che negli Stati Uniti, in Australia, in Irlanda o in Belgio in tutta la sua gravità. “Ciò che mi preoccupa qui è una certa cultura del silenzio”, disse monsignor Charles Scicluna quando faceva il promotore di giustizia della Congregazione della dottrina della Fede. Una tendenza all’acquiescenza che sembra coinvolgere le vittime, le famiglie dei credenti, le gerarchie e anche parte dei media: secondo alcuni osservatori non è un caso che siano proprio i paesi tradizionalmente più cattolici – come l’Italia, la Spagna e quelli del Sud America – quelli in cui il fenomeno della lussuria sui più piccoli sembra avere, nei pochissimi dati ufficiali disponibili, dimensione contenuta.
In realtà, il “sistema” che copre e protegge gli orchi e le casse della Chiesa funziona anche qui. Ancora oggi. E meglio che altrove. Un esempio su tutti: se l’arcidiocesi di Los Angeles qualche anno fa ha pagato, in un accordo extragiudiziario, 660 milioni di dollari a 508 vittime di molestie da parte di preti (il periodo delle violenze ipotizzate va dal 1950 al 1980) come indennizzo per gli atti di libidine, a Verona i 67 ex allievi dell’Istituto Provolo, sordomuti che hanno denunciato alla curia i mostruosi soprusi di cui sarebbero stati oggetto da parte di venticinque religiosi dal 1950 al 1984, non hanno ricevuto nemmeno un euro. Per la legge italiana i reati sono prescritti e una causa legale è tecnicamente impossibile. La commissione d’inchiesta “indipendente” non ha creduto ai loro racconti. Sarà un caso, ma qualche giorno fa uno dei sacerdoti indicati dai testimoni come presunti aguzzini, don Nicola Corradi, è stato arrestato in Argentina nella sede sudamericana dell’istituto dove si era trasferito qualche tempo fa, con l’accusa di “abuso aggravato ” e “corruzione di minori “.
Ancora oggi il Vaticano non prevede che sacerdoti e vescovi abbiano l’obbligo di denunciare i colleghi maniaci alla giustizia ordinaria. E i casi gestiti dalla Congregazione preposta restano segretissimi. A Cremona don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, nel 2016 è stato condannato in primo grado a 4 anni e nove mesi di carcere. Spretato da papa Ratzinger, nonostante il processo penale contro di lui ha fatto appello alla Congregazione e l’ha vinto: Francesco l’ha riammesso nel clero. Non è tutto: il magistrato ha chiesto al Vaticano le carte del processo canonico, e dopo mesi d’attesa s’è visto rifiutata la domanda: “Gli atti processuali e istruttori sono “sub segreto pontificio””, è stata l’unica, laconica spiegazione. Stessa dinamica accaduta a Palermo pochi mesi prima.
Gli insabbiamenti o le difese d’ufficio coinvolgono pezzi da novanta della gerarchia come il vescovo di Brescia, quello di Como, quello di Castellaneta, il vescovo emerito di Palermo, cardinale Paolo Romeo, quello di Savona, cardinali di peso come Antonelli, Bertone e Domenico Calcagno. Quest’ultimo ha fatto carriera con Benedetto XVI, e anche Francesco l’ha confermato sulla poltrona di presidente dell’Apsa, l’ente che gestisce l’immenso patrimonio della Santa Sede. Nonostante una macchia grave, quella di aver spostato nel 2003 da una parrocchia all’altra un prete su cui erano già arrivate pesanti segnalazioni. Uno spostamento a cui non seguirono provvedimenti: peccato che due anni dopo, il sacerdote, don Nello Giraudo, poté molestare in un campo scout un altro ragazzino.
Il Docu-Film Giovedì 9 giugno ore 18 Libreria UBIK Savona
Ancora una volta la chiesa savonese finisce sulle pagine delle cronache nazionali ed estere, l’ennesimo scandalo che questa volta coinvolge oltre alla Diocesi uno dei più potenti cardinali, monsignor Domenico Calcagno, ex vescovo di Savona e oggi presidente dell’APSA (amministrazione del patrimonio della sede apostolica).
Un’indagine partita nel 2011 grazie al coraggio e alle denunce di don Carlo Rebagliati, suo economo ai tempi in cui era vescovo di Savona. Rebagliati voleva vederci chiaro su alcuni affari, speculazioni e legami con aziende molto chiacchierate con le quali la Diocesi faceva affari.
A soli due anni dall’arrivo di Calcagno a Savona, Rebagliati chiese di essere dimesso da tutti gli incarichi, temeva di rimanere coinvolto in quei traffici. Ma Calcagno, ben 2 volte gli negò le dimissioni lasciandolo di fatto senza poteri, ma giuridicamente responsabile dell’economato.
A Savona qualcuno mise in giro la voce che Rebagliati fosse “pazzo” per via di ciò che sosteneva e che aveva denunciato all’Autorità Giudiziaria savonese.
Pochi mesi dopo la sua morte però, da tutt’altra parte d’Italia, a Salerno, viene arrestato un contabile dell’APSA, monsignor Nunzio Scarano che agli inquirenti racconterà non di riciclaggio su conti APSA, ma anche di traffici e di finte donazioni che hanno una somiglianza impressionante con quelli che Rebagliati raccontava a Savona. Scarano accuserà i suoi superiori di essere stati a conoscenza di quanto accadeva.
Tra questi anche il presidente dell’APSA monsignor Domenico Calcagno, oggi indagato a Savona per malversazione.
Grazie alla carte interne alla Diocesi savonese e alle memorie che don Rebagliati lasciò a Francesco Zanardi con il preciso ordine di consegnare alla procura, oggi siamo stai in grado di ricostruire, anche grazie all’aiuto di un revisore contabile, quanto potrebbe essere accaduto e come funziona quel sistema che veniva chiamato “il gioco delle tre carte”.
Giovedì 9 giugno presso la Libreria UBIK di Savona, la Rete L’ABUSO e la Casa della Legalità (osservatorio sulle mafie) presentano “Romanzo Cardinale” il docu-film, dedicato alla memoria di don Carlo Rebagliati, nel quale si ricostruisce la vicenda che oggi ha portato gli inquirenti savonesi all’indagine.
Interverranno Francesco Zanardi, portavoce della Rete L’ABUSO, Christian Abbondanza, Presidente della Casa della Legalità e Ferruccio Sansa, giornalista del Fatto Quotidiano che pochi mesi prima della morte di Rebagliati raccolse le sue dichiarazioni.
Un documento prodotto da Francesco Zanardi, Christian Abbondanza e Mario Molinari.
Si ringrazia per la collaborazione; Ferruccio Sansa, Mimmo Lombezzi, WWF Savona, Ernesto Johansson per l’elaborazione dei dati contabili, Francesca Lagatta per l’ufficio stampa.