Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • «Io, figlio di un prete pedofilo che stuprò mia madre quando aveva 14 anni»

    «Io, figlio di un prete pedofilo che stuprò mia madre quando aveva 14 anni»

    Erik racconta nei dettagli la sua storia: “La storia inizia nel 1981. Mia madre aveva appena compiuto quattordici anni e subì un abuso sessuale da don Pietro, parroco di una piccola parrocchia in provincia di Ferrara. Questo parroco, mio padre, ha abusato di lei nel suo studio. Mia madre andava sempre in parrocchia perché questo sacerdote aveva aiutato la sua famiglia, molto povera e molto numerosa, a trovare un alloggio.

    Lui violentò mia madre e le disse che se avesse parlato avrebbe buttato fuori casa tutta la sua famiglia. Lei dopo un paio di mesi, quando si accorse di essere rimasta incinta, raccontò quanto le era successo. Nessuno le credeva quando diceva che era stato don Pietro a metterla incinta a seguito di una violenza sessuale. Quando è accaduto il fatto mia madre e la sua famiglia andarono dal vescovo di Ferrara, ma lui gli intimò di tacere.

    La Chiesa fece di tutto per infangare e per portare fuori strada le indagini. Mia madre chiese l’esame del DNA ma mio padre, don Pietro, inizialmente si rifiutò. Lui accusò altre persone, il Vescovo lo coprì, provarono a chiudere la bocca a mia madre offrendole un lavoro, ma lei rifiutò. Nessuno ha mai allontanato Don Pietro dalla Chiesa, anzi, è stato messo a gestire un asilo. Un prete pedofilo, che era risaputo che palpeggiasse molto spesso le ragazzine, gestiva un asilo, portava i bambini ai campi estivi d’estate, lui è diventato una vittima, mia madre la carnefice che l’ha denunciato”.

    Erik non è mai riuscito ad avere giustizia: “Nel 2010, parlando con mia madre, siamo andati da un avvocato e abbiamo cercato di ottenere giustizia. Abbiamo avuto un processo civile, a questo parroco è stato fatto l’esame del DNA, ed è ovviamente risultato essere lui mio padre. Non abbiamo avuto nessun risarcimento, lui non ha mai pagato perché il reato era ormai prescritto.

    L’unica cosa che siamo riusciti ad ottenere è stabilire una volta per tutte che mia madre non era una bugiarda.  Ho parlato con mio padre dopo che era stato inchiodato dall’esame del DNA e lui ha ammesso che ha avuto un momento di debolezza, che era dispiaciuto, che aveva perso la testa dopo un attimo di sbandamento. Mi ha detto che ci avrebbe pensato il Signore a punirlo, ma erano parole di circostanza, non si è mai mostrato pentito”.

    Erik è deluso dal Vaticano: “Ci sono stati diversi passaggi, il Vescovo di Ferrara mi ha detto che non poteva fare nulla perché il prete ormai era vecchio e non gli andava di punirlo. Dal Vaticano la stessa cosa, mio padre è rimasto prete fino al giorno della sua morte, nel 2014, a febbraio. La Santa Sede non ha fatto niente, ha speso tante belle parole ma concretamente non ha fatto nulla”.

    Ora Erik è sereno: “Spero solo che la mia storia porti altre persone che hanno subito le stesse cose a trovare il coraggio di denunciarle. Mia madre mi ha sempre sostenuto, ha lavorato per crescermi bene, ora ho una moglie e due bambini. Ce l’ho fatta, ho una vita serena. Un giorno racconterò ai miei figli cosa mi è accaduto”.

    Tratto da Radio Cusano Campus

    http://www.cinquequotidiano.it/territori/sociale/2017/02/03/figlio-un-prete-pedofilo-stupro-mia-madre-14-anni/

  • Top News 2016. Scandali in parrocchia. Indagati e condannati, preti nei guai

    Top News 2016. Scandali in parrocchia. Indagati e condannati, preti nei guai

    I fatti di cronaca, le inchieste, la politica, la caccia a Matteo Messina Denaro. E poi notizie più curiose. Sono le top news del 2016 di Tp24.it. Una carrellata dei fatti più seguiti dai nostri lettori quest’anno e su cui abbiamo dedicato molta attenzione, con approfondimenti e aggiornamenti.

    Un anno di inchieste giudiziarie, il 2016, in provincia di Trapani. Alcune di queste scandalose, e che hannon riguardato quelle persone che dovrebbero essere portatrici di valori sani e di misericordia. Tra le inchieste che hanno coinvolto i preti ha suscitato molto scalpore quella su un parroco di Marsala.

    Padre Nicolò Genna, il noto sacerdote della chiesa dell’Addolorata, indagato per detenzione di materiale pedopornografico. Il prete, rappresentato dall’avvocato Stefano Pellegrino, ha subito una perquisizione domiciliare in estate, che ha creato non poco trambusto nella popolosa contrada marsalese dove il sacerdote vive. Genna nei giorni dello scandalo si è comunque dimostrato tranquillo e certo di poter chiarire tutto con gli organi inquirenti, anche se, nel frattempo aveva rimesso al Vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero il suo “mandato” decennale nella chiesa dell’Addolorata, retta pro tempore da un altro sacerdote inviato dalla Curia.

    Dopo lo scandalo avevamo intervistato padre Genna. “Sto male, mi sento tradito, violentato”, ha detto il prete.
    “Sono solo calunnie verso la mia persona! Alla mia età poi? 75 anni! Mi sono occupato di adozioni dalla Tunisia e dal Marocco. I ragazzi di cui parlano oggi nell’inchiesta sono grandi, sono sposati e hanno moglie e figli! Non ho mai fatto nulla. Sono mortificato da queste calunnie. Sono stato pugnalato alle spalle. Quando mi sono visto le forze dell’ordine in parrocchia non sapevo per cosa fossero venuti, li ho fatti entrare e ho fornito loro tutto ciò di cui avevano bisogno e che mi chiedevano senza alcuni problemi.

    In 41 anni mi sono arrivate offerte come arciprete in altre chiese, semplicemente ho rifiutato perché mi sembrava inutile: le cose che potevo fare in altri posti potevo farle dove stavo, alla parrocchia dell’Addolorata.
    Padre Genna  è solo l’ultimo di una serie di prelati a Marsala e Trapani che hanno avuto o hanno a che fare con la giustizia, e spesso per reati di tipo sessuale. Il caso più emblematico è quello a Marsala di Don Vito Caradonna.
    L’ex parroco di San Leonardo soffriva di ludopatia, spendendo un sacco di soldi in Gratta & Vinci, e, dopo aver chiesto prestiti un po’ in giro ai sacerdoti marsalesi, avrebbe anche raggirato un suo parrocchiano. Per questi fatti è stato condannato a un anno e 8 mesi di reclusioni e 600 euro di multa. Alla base dell’accusa c’è un prestito di quasi 70 mila euro che l’ex parroco di San Leonardo chiese e ottenne da un parrocchiano, M.D.G., ex militare della Marina con problemi di salute. E che solo a fine ottobre 2011, dopo alcuni assegni andati in protesto, grazie all’intervento di un legale (l’avvocato Antonino Sammartano), l’ex militare riuscì a riavere indietro.

    Ma Don Vito Caradonna è stato condannato, con sentenza diventata definitiva in Cassazione, a due anni anche per tentata violenza sessuale nei confronti di un uomo. I  fatti risalgono al febbraio 2005. Ad accusare il prete era stato un uomo di 37 anni che nel corso del processo ha ribadito che don Vito lo invitò nella canonica della chiesa per prendere un caffè e che mentre era “stordito” (l’uomo ha sempre avuto il sospetto che nel caffè sia stato messo del sonnifero) avrebbe tentato di abusarne sessualmente. All’uomo che ha accusato il prete, il Tribunale di Marsala riconobbe un risarcimento danni di 25 mila euro.

    A Trapani, invece, ha suscitato gran clamore la vicenda di Don Sergio Librizzi, arrestato e poi condannato per violenza sessuale. Don Librizzi, arrestato nel Giugno del 2014, era direttore della Caritas, e avrebbe abusato sessualmente di richiedenti asilo e giovani immigrati. Librizzi è stato condannato a nove anni di reclusione per i reati di concussione e violenza sessuale. In cambio di agevolazioni nell’ottenimento della documentazione, Librizzi avrebbe chiesto, e ottenuto, favori di tipo sessuale da alcuni migranti. L’accusa aveva proposto una condanna a 10 anni, mentre la difesa, rappresentata dal legale Donatella Buscaino, aveva chiesto l’assoluzione affermando “che in molti casi sono stati i migranti stessi a proporsi per ottenere vantaggi dalla posizione di Librizzi”. Il gup ha dichiarato Librizzi interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e interdetto in perpetuo da qualsiasi ufficio attinente alla tutela, alla curatela e all’amministrazione di sostegno. L’imputato è stato condannato al risarcimento dei danni, liquidati in somme che vanno dai 2mila ai 30mila euro, in favore del Comune di Trapani e dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’immigrazione.

    Ma i casi nel tempo sono tanti. A Custonaci Mons. Angelo Mustazza, sacerdote trapanese accusato di atti di libidine e induzione alla prostituzione nei confronti di alcune minorenni (ragazzine di dodici anni) è stato condannato a un anno e dieci mesi di reclusione con il patteggiamento. Qui la cosa grave è che anni dopo Mustazza lo troviamo sacerdote nella chiesa di Purgatorio, frazione di Custonaci, come se nulla fosse accaduto…
    Più recente è la condanna a nove  anni di carcere emessa nel 2014 dal Tribunale di Marsala per un ex frate originario di Pantelleria, il 39enne Biagio Alberto Almanza, accusato di violenza sessuale su un minore. La storia la raccontiamo qui.

    Più in generale, in Italia sono innumerevoli i casi di preti pedofili che sono stati insabbiati: la denuncia è della rete “L’Abuso”, che riunisce le vittime dei preti pedofili. Una denuncia con tanto di mappa dettagliata di tutta la Penisola. Caso per caso, desta impressione la mappa degli abusi sessuali commessi in Italia dai membri del clero. La rete fondata Francesco Zanardi raggruppa tutti i casi noti, quelli giunti al terzo grado di giudizio, quelli attualmente in corso e quelli di cui non si è più saputo nulla.  In tutto si tratta di quasi 200 casi, di cui circa 120 con condanne ormai definitive.

    http://www.tp24.it/2016/12/23/cronaca/top-news-2016-scandali-in-parrocchia-indagati-e-condannati-preti-nei-guai/105654

  • Gli orrori del Provolo ed il bugiardo monsignor Aguer

    Gli orrori del Provolo ed il bugiardo monsignor Aguer

    Lo scandalo degli abusi sui bambini sordi ha già fatto il viaggio da Mendoza a La Plata. L’Arcivescovo fa le prove di un alibi, riprodotta senza critiche dal quotidiano El Día (Il Giorno) ma smentita dalle vittime sopravvissute.

    Foto Ivanamaiarota/Facebook Cattedrale La Plata

    Da appena dieci anni i massimi esponenti della Chiesa Cattolica si sentono osservati da vicino. È che la pentola scoperchiata nell’Istituto Provolo di Mendoza, sugli appunti degli abusi sessuali a bambini sordi ed audiolesi che gravano sui preti Horacio Corbacho e Nicola Corradi, schizza la sua marcescenza in varie direzioni.

    I fatti sono tanto aberranti che il caso tende a superare quello che ha visto come protagonista il padre Giulio Cesare Grassi. E non solo per gli abusi propriamente detti ma per il livello di complicità e copertura istituzionali della gerarchia ecclesiastica. Se Grassi era protetto dall’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Bergoglio, Corbacho e Corradi (i quali, oltre ad essere due, erano già stati messi in carcere) sono protetti dai loro superiori diretti fino all’influente Arcivescovado di La Plata. E non bisogna perdere di vista neanche per un secondo che quel Jorge Bergoglio oggi è, né più né meno, il Papa Francesco.

    Dalle Ande al Río de La Plata (Fiume di La Plata)

    Fino al momento sono 22 le vittime scoperte negli appunti di Corradi e Corbacho. Ma in ogni nuova dichiarazione testimoniale esce un nuovo caso o l’indizio di molti altri da scoprire. E chi testimonia sono le vittime, cioè che hanno il (triste) privilegio di contare su tutta la credibilità possibile. In queste ore sono appena venuti alla luce quelli che sembrano essere i primi di una lunga lista di casi, con questi preti e con questo istituto come protagonisti, ma nella succursale platense del Provolo.

    Così ha confermato il titolare della Magistratura numero 4 di Delitti connessi con la Tratta delle Persone e Pedofilia della capitale della provincia di Buenos Aires, Fernando Cartasegna. Il funzionario ha confermato al quotidiano El Día che, prodotto dell’indagine che si sta portando avanti in Mendoza, entrambi i sacerdoti sono sospettati di avere commesso lo stesso delitto su almeno due persone, quando vivevano e “lavoravano” in La Plata.

    Cartasegna ha inviato entrambi i casi all’Arcivescovato platense per chiedere informazioni su entrambi i sacerdoti, ed anche all’Istituto Antonio Provolo locale, dove Corradi e Corbacho hanno avuto incarichi anni fa. E come misura più urgente sta “facendo un appello per far sì che le persone che sono state vittime si avvicinino a dare la loro testimonianza, garantendo loro il sostegno e l’appoggio necessari attraverso le nostre squadre specializzate”.

    Leggi anche Istituto Provolo: “Chiediamo allo Stato che vengano ritirati i privilegi alla Chiesa”

    Istituto Provolo di La Plata ubicato tra le strade 47 e 25 (foto Los Andes)

    Quante vittime saranno? Decine? Vale la pena ricordare che Corradi ha girato nelle aule dell’istituto quasi tutta la decade del 90, avendo di fronte centinaia di bambini. E Corbacho ha fatto le sue cose tra il 2007 ed il 2015, secondo quanto riconosce proprio lo stesso Arcivescovo di La Plata Héctor Aguer.

    Non starà mentendo?

    Precisamente Aguer ha appena fatto dichiarazioni sull’argomento. Una cosa che non ci si aspettava tanto presto da parte di una delle massime autorità ecclesiastiche dell’Argentina, abituata a passare decenni mantenendo un silenzio oscenamente complice con il potere genocida. E lo ha fatto sulle stesse pagine de El Día, il quotidiano del mattino platense tanto appassionato nell’ingraziarsi (per quanto possibile) la curia.

    Insieme alla nota sui due casi scoperti in La Plata, El Día da un prezioso spazio al monsignor Aguer per fargli lanciare una serie di autogiustificazioni di bassa lega ed alcune menzogne. Almeno, così lo certificano dalla Rete di Sopravvissuti all’Abuso Ecclesiastico. Julieta Añazco, vittima del prete Héctor Ricardo Giménez negli anni 80, e Liliana Rodríguez, assistente psicologica della Rete, sono d’accordo nello smentire con fondamenti solidi il conservatore, misogino e fascistoide arcivescovo (che, vale la pena di ricordare, è il colonnista stabile di El Día già da vari anni).

    Per andare per parti, prima bisogna vedere cos’ha detto Aguer. Il quotidiano El Día ha presentato questo giovedì (giorno della Madonna, a proposito) una nota che non è altra cosa che la riproduzione completa di un testo dell’arcivescovo stesso, con solo una premessa che invita a leggerlo. Il testo originale è stato diffuso dalla curia in forma di comunicato, sul quale è pertinente sottolineare che la sua riproduzione  completa e senza critica da parte del quotidiano del mattino non avrebbe altro obiettivo che propagandare al massimo la versione ufficiale della Chiesa.

    Tra le altre definizioni sugli abusi sessuali, Aguer dice che “questo delitto abominevole manifesta la violazione dei giuramenti pronunciati dai clericali  all’eleggere liberamente la castità perpetua per il Regno dei Cieli e per il servizio degli uomini, ma oltretutto costituisce una gravissima ingiustizia contro coloro che dovrebbero proteggere ed educare; contro i bambini che sono stati vittime della loro perversione, contro le loro famiglie, contro la Chiesa e contro la comunità civile”.

    A sua volta Aguer espone che lui non può fare a meno di “deplorare, con vergogna e suppliche di perdono, il male che è stato inferto a minori innocenti”.

    Aguer si dedica anche, nel testo, a screditare tutto quanto detto in una nota pubblicata dallo stesso quotidiano quattro giorni prima, nella quale si metteva a nudo la storia perversa dei preti Corbacho e Corradi. Se si tiene in conto che quasi la totalità della nota è basata sulla solida testimonianza di Julieta Añazco, si potrà comprendere meglio l’intenzione delle parole di Aguer.

    Sul caso del prete Giménez, l’aguzzino della Añazco, Aguer si è dedicato ad imbastire una storia fasulla nella quale, ovviamente e prima di tutto, lo stesso resta escluso da ogni responsabilità. Dice che  il prete è stato seguito con una causa inquadrata come una grave mancanza nel Diritto Canonico ed è stato sanzionato in maniera contundente. Ma contraddice inoltre la Añazco anche nei dati che la donna ha più che certificati. Nel caso dell’Istituto Provolo, l’arcivescovo direttamente considera sufficiente dire che “non ci sono mai state denunce” contro Corradi e Corbacho durante il loro passaggio da La Plata, così che nessuno abbia da dire.

    Monsignor Héctor Aguer (foto Caja de Abogados bonaerense)

    Dietro ad ogni prete abusatore c’è un vescovo che lo copre

    Consultata da questo quotidiano, Julieta Añazco ha espresso che “monsignor Aguer sta mentendo e si suppone che mentire si a peccato”. La donna, riferimento argentino della Rete mondiale di Sopravviventi dell’Abuso Ecclesiastico, assicura che sul caso del quale lei è vittima, Aguer dice cose che non sono (vere). “Da più di quattro generazioni Giménez sta abusando di bambini, è logico che qualcuno lo sta coprendo”, sentenzia la Añazco.

    Ed assicura che è impossibile che la curia non conosca il suo caso (come ha lasciato intendere Aguer su El Día) perché la prima denuncia è stata fatta nel 1986 ed alcuni anni fa Giménez è stato anche denunciato mediante una lettera inviata al Vaticano. Lei ha detto la stessa cosa, in un teso incontro, al presidente del Tribunale Ecclesiastico di La Plata, Javier Fronza, il quale, su richiesta di Aguer, proponeva di prendere l’argomento con “serenità e riflessione” allo stesso tempo che le ripeteva di non sapere della denuncia del 1986 .

    Añazco smentisce anche la massima autorità dell’Arcivescovato platense in ciò che si riferisce alla traiettoria del prete Giménez. “Aguer si dimentica di raccontare che  Giménez ha dato messa per un mucchio di anni nella cappella dell’Ospedale Italiano di La Plata, dopo essere stato cacciato da Magdalena”, da dove se n’è andato con una denuncia ed è stato persino in carcere per un tempo. “Recentemente, dopo il fatto di Magdalena, è stato mandato all’ospedale (pubblico) San Juan de Dios, dove ha celebrato messa almeno fino a tre anni fa. Ora sì che sta vivendo recluso, probabilmente nella casa per anziani Marín, ma da non più di un anno”.

    Secondo la Añazco, Aguer vuole dare ad intendere che Giménez ha purgato le sue colpe grazie alle azioni decise dalla curia e da vari anni è una povera anima in pena a pezzi in un asilo di anziani. “Questa è una menzogna” si esaspera Julieta, perché “un anno fa Giménez stava cercando di ottenere la sua patente di guida e viveva nella sua casa di Los Hornos”.

    Tuttavia non sono le menzogne ciò che più causa dolore in Añazco. “Ma che le parole di Aguer a me fanno molto male i bimbi del Provolo che sono stati e vengono abusati” rifletti. Ed in questo senso consiglia coloro che accompagnano i bambini in Chiesa o che mandano i loro figli in collegi religiosi  “che siano più curiosi, che chiedano ai loro bambini di che cosa parlano, che succede al momento della  confessione, cosa fanno i sacerdoti con loro”.

    Da quando si è unita alla Rete dei Sopravviventi lei ha ascoltato infinità di storie come la sua. “Un sacerdote non ha ragioni di sedere un bimbo sulle sue gambe per far sì che gli racconti i suoi peccati. E questo, sappiamo che fino a non molto tempo fa nel collegio San Pio de La Plata un sacerdote lo faceva continuamente. Incluso ci sono racconti che fino a pochi anni fa in San Vicente de Paul un sacerdote domandava domandava alle bambine se si toccavano, quante volte, come lo facevano, pensando cosa; e se loro gli dicevano che non lo facevano allora lui spiegava loro come farlo. Sarebbe bene che gli ex alunni di questi collegi parlassero un giorno, alcuni già sono intorno ai 30 anni”.

    Su tutto, ciò che espone la Añazco, ovviamente Aguer non lo ha scritto né lo scriverà nelle sue abituali colonne domenicali di El Día.

    Leggi anche Carlos Lombardi: “Il finanziamiento statale per la Chiesa è  anacronistico e dovrebbe essere abrogato”

    Né malati né sbandati

    Liliana Rodríguez ha parlato anche con La Izquierda Diario (Quotidiano La Sinistra) ed è stata d’accordo con la Añazco nel condannare le parole di Aguer. La psicologa e terapeuta della Rete di Sopravviventi dell’Abuso Ecclesiastico ha deciso di rispondere al monsignore, soprattutto rispetto alle sue definizioni generali, che marcano la “linea” ufficiale della curia sul tema.

    “Sono d’accordo con Aguer su che tutta la società si è commossa con questi fatti. Ma l’unico che sembra “rendersi conto” solo ora di questi aberranti delitti è lui”, rilancia serena ma contundente. E si dirige ad Aguer dicendondogli che “non è con vergogna e suppliche di perdono che si ripara il gravissimo danno commesso. È assumendosi tutta la responsabilità che compete all’istituzione Chiesa e la sua propria per la complicità, nel trasferire i preti abusatori perché continuino ad abusare sistematicamente come è successo nei trasferimenti da La Plata a Mendoza”.

    La professionista specializzata, dedicata ad accompagnare le vittime nella loro ricerca ricostruttiva, ricorda ad Aguer che “i preti abusatori non sono in nessuna maniera degli sbandati. Sono delinquenti. Sono delinquenti di lesa umanità. Per questo non è attraverso la conversione dei preti, come lei espone, che si darà una soluzione al problema. Il cammino deve essere la giustizia ordinaria e magari sia il carcere che si meritano”.

    Come abbiamo già sviluppato in un’intervista precedente con questo quotidiano, Rodríguez ha sottolineato che “questi delitti continuano ad essere vigenti per l’assoluta responsabilità dell’istituzione Chiesa. Perché è attraverso l’impunità che offrono a questi preti che questi continuano a perpetrare (questi delitti)”. Ed avvalora moltissimo (il fatto) che le denunce vengano alla luce per combattere questa impunità.  “Sembra che ora il tappeto con il quale la Chiesa Cattolica ha coperto i preti abusatori stia diventando molto piccolo ed allora si cominciano a moltiplicare le persone che, con enorme coraggio, denunciano. Per questo non dobbiamo confonderci: noi rispettiamo assolutamente tutte e ciascuna delle persone con i loro credo religiosi. Il punto in questione qui è l’istituzione Chiesa e le sue metodologie di fronte a questo delitto, con il suo Diritto Canonico creato solo per proteggere i preti. Per questo davanti a questo delitto di abuso ci sono solo due posizioni: o si difendono e proteggono le vittime per dare fiducia sociale a quelle persone che non hanno ancora in animo di parlarne, o si difendono e si pretende di continuare a difendere i preti abusatori”, dice la terapeuta.

    Infine, lei non crede neanche un pò ad Aguer sulla possibilità che l’arcivescovo abbia avuto conoscenza solo recentemente dei casi di Corradi e Corbacho. “Nello stesso modo che è molto difficile pensare che Bergoglio non sia a conoscenza di ciò che succede in Argentina da molto prima che lui diventasse papa. Il prete Grassi è stato condannato prima che diventasse papa e conosciamo le complicità che lui ha svolto, dei libri che ha fatto scrivere in difesa di Grassi. I rappresentanti dell’istituzione non possono non sapere questo”.

    Infine, Rodríguez chiarisce a Aguer che “i preti abusatori non sono malati. Hanno piena coscienza dei loro atti perché li pianificano e mettono in essere delle strategie per generare barriere che impediscano che si sappia ciò che commettono. In nessuna maniera sono malati”.
    Aguer insieme ai chierichetti (foto sito web dell’ Arcivescovato platense)

    “Vi chiedo di parlare per far sì che esca tutta la verità”

    Prima del finale, Julieta sottolinea la sua consegna principale, che dà un senso e un orientamento alla sua lotta: che le vittime o i suoi famigliari parlino. Sul suo caso personale, chiede “a tutte le famiglie di bambini e bambine che sono state abusate dal sacerdote Giménez, tanto in Magdalena come in City Bell, in Gonnet, nell’Ospedale Italiano; ed anche le stesse vittime, se possono. Credo che queste persone potrebbero apportare molta informazione come per dimostrare loro che non stiamo mentendo. Le famiglie della città di La Plata che hanno sofferto questi abusi, devono sapere che la loro testimonianza (anche senza fare la denuncia penale) staranno contribuendo a far sì che esca tutta la verità”.

    Mentire è un peccato, dice la Añazco qui sopra. E se per la Chiesa un peccato è equiparabile ad un delitto che deve essere castigato, applicando l’aberrazione peccaminosa sugli atti concreti e non spirituali, la menzogna è, obiettivamente, la copertura dei colpevoli.

    Non deve essere per niente gradevole per il monsignor Aguer che, in queste ore, alcune persone siano decise a fargli pagare tanti anni di orrore “sotto la sottana” per colpa di alcuni “sbandati”. No, soprattutto perché da anni molte vittime hanno smesso di essere pecore di un gregge manipolabile ed ora, armate di coraggio e giurisprudenza, sono disposte a far pagare ai maledetti clericali gli inferni lanciati su degli innocenti.

    Guarda tutta la copertura (mediatica) di La Izquierda Diario sul caso degli abusi nell’Istituto Antonio Provolo

    La nota del monsignor Héctor Aguer alla quale fa riferimento questa cronaca può essere letta completa qui

    http://www.laizquierdadiario.com/Los-horrores-de-Provolo-y-el-mentiroso-monsenor-Aguer

    Traduzione Roberta Pietra

  • Il lato oscuro della Chiesa in Sicilia

    Il lato oscuro della Chiesa in Sicilia

    Quelli acclarati sono una ventina, ma in Sicilia i casi di abusi su minori da parte di sacerdoti sono probabilmente molti di più. Una certa cultura della vergogna, la tendenza a colpevolizzare la vittima (anche quando si tratta di bambini) e la sfiducia nelle istituzioni e nella giustizia, fanno sì che gran parte del fenomeno resti sommerso.

    Il caso più “famoso”, in questo senso, è probabilmente quello di Marco Marchese, che qualche anno fa partecipò alla trasmissione Mi manda Raitrè. Davanti alle telecamere, raccontò gli abusi subiti in seminario da don Bruno Puleo, raccontò di come l’arcivescovo Ferraro, pur informato dei fatti dallo stesso Marco, non prese alcun provvedimento se non raccomandare l’assoluto silenzio e di “dimenticare”. Con la conseguenza che altri seminaristi furono abusati dallo stesso sacerdote. E quando denunciò tutto in procura, la Curia pensò bene di chiedere a Marco (allora poco più che sedicenne) duecentomila euro per il danno all’immagine arrecato alla chiesa agrigentina.

    Degli ultimi mesi, invece, il caso più recente, che ha visto condannato a sei anni e quattro mesi don Roberto Elice, parroco palermitano che ha confessato gli abusi commessi su tre minori. In questo caso, era stato lo stesso sacerdote ad informare la Curia del “profondo disagio” che viveva. E anche in questo caso, la Curia non aveva trovato di meglio che trasferire il sacerdote a Roma, in una struttura protetta. Al riguardo, l’ex arcivescovo Romeo, sostenne che non aveva denunciato il sacerdote alla Procura, poiché non era suo compito, che era invece quello di seguire i dettami del diritto canonico. La denuncia, però, l’aveva fatta la madre dei bambini.

    Sempre a Palermo, la Cassazione confermò nel 2014 la condanna di don Paolo Turturro. Tre anni per gli abusi denunciati da due ragazzini di 12 e 13 anni. Tra indagini e i tre gradi di giudizio, nel frattempo per uno dei due casi il reato è risultato prescritto e l’iniziale condanna a sei anni e mezzo della Corte d’Appello si è ritrovata ridotta a tre anni in cassazione. In carcere, però. Senza affidamento ai servizi sociali.

    Uno dei problemi di chi trova il coraggio di denunciare è proprio la prescrizione. Dieci anni. Che, tra indagini e processi spesso non bastano ad assicurare giustizia, perché nel frattempo l’orologio corre e può accadere che quello che era reato fino a ieri, oggi non lo è più: prescritto. La legge non può più perseguire chi ha commesso un crimine. Che è liberissimo, senza macchia e magari pronto a ricominciare da capo.

    La Curia trapanese non è certo da meno rispetto a quella palermitana. Il più noto è il caso di don Sergio Librizzi, condannato a 9 anni per gli abusi commessi sui migranti che si rivolgevano a lui, all’epoca direttore della Caritas di Trapani, per il suo ruolo all’interno della Commissione territoriale per il riconoscimento dello status di asilo politico. Altre accuse di abusi sono piovute da alcuni ex studenti del seminario di Trapani che frequentavano la struttura quando Librizzi ne era rettore, fino a giugno del 1998. Sembra proprio che siano stati gli abusi sui seminaristi il motivo per cui l’allora vescovo di Monreale Francesco Micciché abbia “trasferito” il sacerdote dal seminario alla guida della Caritas. Promoveatur ut amoveatur.

    Ma vale la pena ricordare anche mons. Mustazza, di Valderice, che nel 2011 ha patteggiato un anno e dieci mesi per atti di libidine e induzione alla prostituzione nei confronti di alcune ragazzine di dodici anni. Che fine a fatto don Mustazza? E’ parroco della chiesa di Purgatorio (nomen omen?), a un tiro di schioppo da Valderice. Non serve aggiungere altro.

    Emblematico è anche il caso del frate marsalese Biagio Alberto Almanza, condannato anni fa a Milano per pedofilia e ricondannato a Marsala (condanna confermata sia in Appello che in Cassazione) per violenza sessuale su un bambino di dodici anni.

    A Sciacca, confermata la sentenza di condanna anche in appello per frate Davide Mordino: nove anni e otto mesi per aver abusato di quattro ragazzini. A condire la posizione non certo felice, c’è l’accusa di appropriazione indebita rivolta al frate, che secondo l’accusa ha sottratto soldi alla parrocchia per “pagare” le prestazioni sessuali con i minori.

    A Messina, don Giovanni Bonfiglio invece, s’è visto spintonato e poi schiaffeggiato da un ragazzino a cui, sul tram, aveva ripetutamente palpeggiato le parti intime. Per sedare gli animi dei passeggeri è stato necessario l’intervento di due volanti, che hanno raccolto le dichiarazioni del minore, del sacerdote e dei presenti. L’episodio risale a maggio di quest’anno e sembra che l’ Ufficio prevenzione generale della Questura stia ancora conducendo indagini.

    Sempre a Messina, il frate domenicano Adriano Stambè, 42 anni, sfoggiava sul profilo facebook una serie di foto con papa Francesco. Nei reconditi recessi del pc, però, nascondeva ben altre immagini. Incastrato da una chat con un finto camionista gay, il frate confessa orge fra prelati e con escort minorenni, rigorosamente maschi. E poi tira fuori le foto di un bambino di sei anni. Il frate è stato denunciato un anno e mezzo fa, e immediatamente trasferito non si sa dove. Non è noto lo stato delle indagini.

    Nel catanese sembra invece che la Curia abbia maggiore controllo sui propri sacerdoti. Pochissimi casi acclarati, tre in tutto.

    Il primo risale al 1994. O meglio, la denuncia risale all’epoca, mentre i fatti risalgono alla metà degli anni ’70. E l’accusa è deflagrante, perché avviene in televisione. Una donna denuncia pubblicamente gli abusi subiti durante l’adolescenza da padre Antonino Visalli, e racconta di aver informato dei fatti anche all’arcivescovo Bommarito. Ricevendo il solito invito al silenzio e ad “avere pazienza”.

    Più recente il caso di don Carlo Chiarenza. A denunciare gli abusi è stato Teo Pulvirenti, un ricercatore catanese che vive negli Stati Uniti e ha trovato la forza di raccontare le violenze subite solo a 33 anni. Per la giustizia ordinaria, il reato era chiaramente prescritto, ma non per il diritto canonico, che ha deciso di prendere provvedimenti: 50.000 euro di risarcimento alla vittima, sospensione dal servizio e allontanamento dalla diocesi. Anche se siamo ancora ben lontani dalla riduzione allo stato laicale.

    L’ultimo caso noto riguarda Randazzo, comune di poco più di diecimila anime nel catanese. I tentativi di abuso sono cominciati nel 2004 ma sono stati denunciati dieci anni dopo. Il sacerdote in questione è don Vincenzo Calà. La vicenda ha riguardato un ragazzo figlio di amici del prelato, che il sacerdote ha tentato ripetutamente di abusare, fino alla denuncia del ragazzo.

    I tentativi di violenza di don Vincenzo furono prima confessati in famiglia, che stentò molto a credere al ragazzo, e poi al vescovo Pio Vigo, che liquidò la vicenda con una battuta inopportuna e non prese alcun provvedimento. Infine, arrivò la denuncia, le indagini, la richiesta di rito abbreviato da parte del sacerdote (che comporta lo sconto di un terzo della pena) e infine la condanna a 4 anni. Il paese si schierò quasi completamente dalla parte del sacerdote, gridando alla calunnia.

    E’ per non affrontare quella vergogna, quel non essere creduti, quella colpevolizzazione, quella derisione, che spesso, troppo spesso, non si denuncia. E la domanda resta sempre la stessa: quanto c’è ancora di sommerso?

    http://www.tribupress.it/preti-orchi-un-cancro-che-divora-anche-la-sicilia/

  • Padre Genna e gli altri. I preti nei guai a Marsala e Trapani

    Padre Genna e gli altri. I preti nei guai a Marsala e Trapani

    Padre Nicolò Genna, il noto sacerdote della chiesa dell’Addolorata, a Marsala, indagato per detenzione di materiale pedopornografico (la notizia l’abbiamo data ieri)  è sicuro di poter chiarire tutto, e a breve, con la Procura di Palermo, che ha in mano le indagini. Il prete, rappresentato dall’avvocato Stefano Pellegrino, ha subito una perquisizione domiciliare qualche settimana fa, che ha creato non poco trambusto nella popolosa contrada marsalese dove il sacerdote vive. Ma è tranquillo e certo di poter chiarire tutto con gli organi inquirenti, anche se, nel frattempo ha rimesso al Vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero il suo “mandato” decennale nella chiesa dell’Addolorata, retta pro tempore da un altro sacerdote inviato dalla Curia.

    Padre Genna  è solo l’ultimo di una serie di prelati a Marsala e Trapani che hanno avuto o hanno a che fare con la giustizia, e spesso per reati di tipo sessuale. Il caso più emblematico è quello a Marsala di Don Vito Caradonna. L’ex parroco di San Leonardo soffriva di ludopatia, spendendo un sacco di soldi in Gratta & Vinci, e, dopo aver chiesto prestiti un po’ in giro ai sacerdoti marsalesi, avrebbe anche raggirato un suo parrocchiano, secondo l’accusa di un processo in corso a Marsala. Ma Don Vito Caradonna è stato condannato, con sentenza confermata in Appello, per tentata violenza sessuale nei confronti di un uomo. I  fatti risalgono al febbraio 2005. Ad accusare il prete era stato un uomo di 37 anni che nel corso del processo ha ribadito che don Vito lo invitò nella canonica della chiesa per prendere un caffè e che mentre era “stordito” (l’uomo ha sempre avuto il sospetto che nel caffè sia stato messo del sonnifero) avrebbe tentato di abusarne sessualmente. All’uomo che ha accusato il prete, il Tribunale di Marsala riconobbe un risarcimento danni di 25 mila euro.

    A Trapani, invece, ha suscitato gran clamore la vicenda di Don Sergio Librizzi, arrestato e poi condannato per violenza sessuale. Don Librizzi, arrestato nel Giugno del 2014, era direttore della Caritas, e avrebbe abusato sessualmente di richiedenti asilo e giovani immigrati. Librizzi è stato condannato a nove anni di reclusione per i reati di concussione e violenza sessuale. In cambio di agevolazioni nell’ottenimento della documentazione, Librizzi avrebbe chiesto, e ottenuto, favori di tipo sessuale da alcuni migranti. L’accusa aveva proposto una condanna a 10 anni, mentre la difesa, rappresentata dal legale Donatella Buscaino, aveva chiesto l’assoluzione affermando “che in molti casi sono stati i migranti stessi a proporsi per ottenere vantaggi dalla posizione di Librizzi”. Il gup ha dichiarato Librizzi interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e interdetto in perpetuo da qualsiasi ufficio attinente alla tutela, alla curatela e all’amministrazione di sostegno. L’imputato è stato condannato al risarcimento dei danni, liquidati in somme che vanno dai 2mila ai 30mila euro, in favore del Comune di Trapani e dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’immigrazione.

    Ma i casi nel tempo sono tanti. A Custonaci Mons. Angelo Mustazza, sacerdote trapanese accusato di atti di libidine e induzione alla prostituzione nei confronti di alcune minorenni (ragazzine di dodici anni) è stato condannato a un anno e dieci mesi di reclusione con il patteggiamento. Qui la cosa grave è che anni dopo Mustazza lo troviamo sacerdote nella chiesa di Purgatorio, frazione di Custonaci, come se nulla fosse accaduto…

    Più recente è la condanna a nove  anni di carcere emessa nel 2014 dal Tribunale di Marsala per un ex frate originario di Pantelleria, il 39enne Biagio Alberto Almanza, accusato di violenza sessuale su un minore. La storia la raccontiamo qui.

    Più in generale, in Italia sono innumerevoli i casi di preti pedofili che sono stati insabbiati: la denuncia è della rete “L’Abuso”, che riunisce le vittime dei preti pedofili. Una denuncia con tanto di mappa dettagliata di tutta la Penisola. Caso per caso, desta impressione la mappa degli abusi sessuali commessi in Italia dai membri del clero. La rete fondata Francesco Zanardi raggruppa tutti i casi noti, quelli giunti al terzo grado di giudizio, quelli attualmente in corso e quelli di cui non si è più saputo nulla.  In tutto si tratta di quasi 200 casi, di cui circa 120 con condanne ormai definitive.

    Potete vedere la mappa disegnata dalla rete “L’Abuso” a questo link, o sotto questo articolo. Raggruppa solo i casi di violenza sessuale su minori. L’impatto è gia notevole, ma se si ingrandisce con il mouse e si allarga la cartina i casi sono molti di più di quelli che sembrano ad un primo impatto. Infatti alcuni casi sono avvenuti nella stessa località o in una zona limitrofa. In ROSSO tutti i casi di condanna in 3°grado, reo confessi o coloro che hanno patteggiato. In GIALLO invece abbiamo raggruppato tutti i casi attualmente in attesa di giudizio e quelli di cui non si è più saputo nulla. In NERO i casi di sacerdoti indagati all’estero e nascosti in Italia.

    http://www.tp24.it/2016/08/04/cronaca/padre-genna-e-gli-altri-i-preti-nei-guai-a-marsala-e-trapani/102314

  • Suor Soledad, i perché della sentenza: «Indagini non approfondite, mistero su dettagli sessuali conosciuti dai bambini»

    Suor Soledad, i perché della sentenza: «Indagini non approfondite, mistero su dettagli sessuali conosciuti dai bambini»

    I giudici della Corte d’appello hanno assolto con formula piena tutti gli imputati coinvolti nel processo sui presunti abusi sessuali ai danni dei piccoli alunni dell’asilo Paolo VI di Vallo della Lucania. Ma nelle motivazioni della sentenza, arrivate dopo 90 giorni, gli stessi giudici sospettano che i bambini abbiano potuto subire dei maltrattamenti. Principale coinvolta e indagata suor Soledad, una novizia peruviana all’anagrafe Carmen Soledad Bazan Verde, accusata di aver abusato di oltre quaranta bambini di età dai 3 ai 5 anni dell’asilo gestito dalle religiose dell’ordine di Santa Teresa del Bambino Gesù, poi due suore accusate di favoreggiamento, e in un secondo filone d’inchiesta indagati anche il muratore Aniello La Bruna (ritenuto il presunto fidanzato di suo Soledad) e il fotografo Antonio Rinaldi. Questi ultimi erano stati già assolti in primo grado da Tribunale di Vallo che invece aveva condannato la suora a 8 anni e a 16 mesi le due consorelle, Agnese Cafasso e Giuseppina De Paola. Presunti abusi a Vallo della Lucania: assolta Suor Soledad e tutti gli imputati.

    La Corte d’appello di Salerno ha dunque accolto la richiesta del procuratore generale Maddalena Russo, che aveva chiesto l’assoluzione per tutti gli imputati. Ma forse qualcosa in quell’asilo è successo. Lo ipotizzano gli stessi giudici nelle motivazioni della sentenza depositata nei giorni scorsi. Nello specifico – scrivono – alla luce dell’intero compendio probatorio dei medici si ritiene che nessun abuso di natura sessuale sia stato commesso all’interno dell’asilo dalla suora e che le prove portino ad escludere la sussistenza del reato di atti sessuali ai danni dei piccoli alunni dell’istituto – ma non esclude che – le attività investigative hanno compromesso la possibilità di accertare in modo obiettivo e sereno i fatti verificatisi, che al più si concretano in ipotesi di maltrattamenti (reato che però ormai sarebbe prescritto in ragione della data dei fatti e del tempo trascorso.

    Sul secondo filone i giudici sottolineano «che in assenza di altri elementi di prova da porre a riscontro dei fatti (intercettazioni, reperimento dei reperti fotografici e audiovisivi) le testimonianze indirette dei minori sono assolutamente inidonee a comprovare i reati». I giudici poi ipotizzano che all’origine delle testimonianze rese dai bambini possano esserci «l’involontario stimolo al racconto proveniente dalle persone che circondavano i minori, il condizionamento generato sulla psiche di questi ultimi dal clamore provocato dalle investigazioni e il desiderio – scrive il collegio – ben comprensibile di un bimbo giovanissimo di continuare ad ottenere dai genitori le cure e il trattamento oltremisura affettuoso ricevuto con ogni probabilità nel trimestre precedente».

    Nelle motivazioni i giudici però «bacchettano» gli inquirenti sia per il primo che per il secondo filone d’indagine. «La presenza di un quadro dichiarativo di tale complessità avrebbe reso necessario l’esperimento di un nuovo incidente probatorio e ciò allo scopo di operare con l’ausilio di esperti, l’opportuna depurazione delle dichiarazioni dei minori e di far affiorare la realtà se esistente dei fatti da essi narrati», scrivono e aggiungono: «Una operazione possibile solo se posta in essere tempestivamente ossia nella fase delle indagini preliminari, nei modi opportuni e con l’ausilio di qualificati psicologi dell’età evolutiva. Rimane il mistero su come i minori (nello specifico tre) abbiano potuto conoscere in modo dettagliato determinate pratiche sessuali. Nei loro racconti i tre minori hanno fatto riferimento a scene di esplicito tenore pornografico» e qui il riferimento a quanto raccontato dai bambini su «scene di sesso orale e pipì sul seno».

    http://www.giornaledelcilento.it/it/suor_soledad_i_perche_della_sentenza_indagini_non_approfondite_mistero_su_dettagli_sessuali_conosciuti_dai_bambini.html#.V19xUvmLTIX

  • Suor Soledad, l’accusa dei giudici «Le indagini furono sbagliate»

    Suor Soledad, l’accusa dei giudici «Le indagini furono sbagliate»

    VALLO DELLA LUCANIA. Forse qualcosa di increscioso è davvero accaduto nell’asilo “Paolo VI” che nel 2006 fu travolto da un’inchiesta per pedofilia. Lo ipotizzano gli stessi giudici della Corte d’appello che per quell’accusa hanno assolto con formula piena tutti gli imputati e che però, nelle motivazioni della sentenza depositate ieri, avanzano il sospetto di maltrattamenti. Sposano così la tesi del sostituto procuratore generale Maddalena Russo, che nel chiedere per tutti l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”, accusava gli inquirenti di aver tralasciato altre piste per seguire quella «a senso unico» degli abusi sessuali. Una censura che la Corte d’appello (presidente Claudio Tringali, a latere Silvana Clemente e Massimiliano De Simone) non fa mistero di condividere scrivendo che «le attività investigative, condotte in seguito alle denunce presentate (senza tenere conto della particolare condizione in cui versavano i minori, particolarmente vulnerabili ed altamente suggestionabili per la tenera età) hanno compromesso la possibilità di accertare in modo obiettivo e sereno i fatti verificatisi, che al più si concretano in ipotesi di maltrattamenti (reato che sarebbe oramai prescritto in ragione della data dei fatti e del tempo trascorso)». Insomma indietro non si torna, e ai genitori dei bambini che ancora credono alle violenze sessuali non resta che il ricorso in Cassazione su questa ipotesi, senza che sia più possibile un’imputazione alternativa.

    Tutto è iniziato dieci anni fa, quando trenta genitori si rivolsero alla Procura di Vallo della Lucania per denunciare gli abusi sessuali di cui sarebbero stati vittima i figli, bambini tra i 3 e i 5 anni che frequentavano l’asilo gestito dalle suore. Le indagini furono seguite dal procuratore Alfredo Greco, si disposero perizie, sopralluoghi, arrivarono i Ris di Parma e criminologi di fama nazionale. Da principio fu coinvolta soltanto suor Soledad, alias la novizia peruviana Carmen Soledad Bazan Verde, poi due suore accusata di averla coperta e infine, in una seconda fase, il muratore Aniello La Bruna (presunto fidanzato di Soledad) e il fotografo Antonio Rinaldi, che si accusava di foto pedopornografiche. Gli ultimi due sono stati assolti già in primo grado dal Tribunale di Vallo della Lucania, che ha invece condannato a 8 anni suor Soledad per pedofilia e a 16 mesi le consorelle Agnese Cafasso e Giuseppina De Paola, accusate di favoreggiamento perché avrebbero saputo ed erano rimaste in silenzio.

    A marzo la sentenza d’appello ha invece assolto tutti per insussistenza del fatto («Si rende giustizia a persone che erano state dipinte come mostri» dichiarò l’avvocato Franco Maldonato che difende La Bruna) e ieri le motivazioni hanno riproposto le “bacchettate” agli inquirenti sia nella prima fase dell’indagine che in quella seguente, quando alcuni bimbi iniziarono a parlare del muratore e del fotografo arricchendo i racconti di particolari fantastici come la presenza di indiani e la casa che scompariva. «La presenza di un quadro dichiarativo di tale complessità – scrivono i giudici – avrebbe reso necessario l’esperimento di un nuovo incidente probatorio, e ciò allo scopo di operare, con l’ausilio di esperti, l’opportuna depurazione delle dichiarazioni dei minori e di far affiorare la realtà, se esistente, dei fatti da essi narrati». E, visto che visioni sessuali emergevano, «sarebbe stato opportuno tentare di investigarne l’origine in altri ambienti extrafamiliari frequentati dai minori».

  • Il manifesto-choc contro il vescovo: “Vattene e lasciaci vivere in pace”

    Il manifesto-choc contro il vescovo: “Vattene e lasciaci vivere in pace”

    di Claudio Cordova – Sarebbe comparso nelle prime ore del giorno in vari luoghi della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, quella che ha competenza sul difficile territorio della Piana di Gioia Tauro, soffocata dallo strapotere delle cosche di ‘ndrangheta e dal sottosviluppo economico. Ignoti gli autori del testo e del volantino, affisso in diversi comuni, ma chiarissimo il messaggio contro il vescovo monsignor Francesco Milito.

    Anzi, (mon) sign. Francesco Milito, come recita l’incipit del testo.

    Un manifesto-choc contro il vescovo, accusato da una o più persone di fatti gravissimi. Nel testo, infatti, con l’ironica dell’anafora, viene “ringraziato” il vescovo Milito di vere e proprie nefandezze: “Grazie perché con la tua manifesta complicità nei reati contro i minori, hai dato un grande impulso al nostro senso della giustizia ormai da tempo fiaccato dalla tua omertà, dal tuo abuso di potere, dalle tue minacce segrete, dalla tua abilità e destrezza a comprarti la verità per tirarti fuori e rimanere illeso. Grazie perché con le tue scelte hai tutelato e tuteli i nostri figli, i giovani, il nostro futuro, la nostra speranza, proprio come il lupo tutela le pecore. Quanto sangue innocente ancora spargerai, prima di accorgerti del male che stai facendo alle nostre famiglie, alla nostra terra?”.

    La figura del vescovo è emersa, in maniera inquietante, nella storia che ha coinvolto e portato all’arresto di don Antonello Tropea, parroco di Messignadi (frazione di Oppido Mamertina), accusato – e attualmente a processo – di sesso con minori. Dalle carte che accusano il prete, infatti, emergerebbe la perfetta conoscenza delle condotte di don Tropea da parte del vescovo Milito che, non solo avrebbe coperto le azioni del parroco, ma, anzi, lo avrebbe incitato a non dire nulla alle forze dell’ordine che indagavano sul giro di sesso a pagamento in cui sarebbe stato coinvolto don Tropea.

    Una vicenda su cui tanti – e tra questi Il Dispaccio – hanno chiesto l’intervento di Papa Francesco. Un intervento che fin qui non c’è stato. Anzi. Il vescovo Milito ha continuato la propria opera e, recentemente, ha anche nuovamente autorizzato lo svolgimento delle processioni religiose, bloccate dopo i vari “inchini” delle varette nei confronti di alcuni boss del luogo.

    La rabbia nei confronti del vescovo Milito esplode ora in forma violenta, sebbene anonima: “Grazie perché il tuo smisurato amore per il prossimo ti ha portato a servirti di ciò che siamo, di ciò che abbiamo di più caro, per le tue manie di grandezza, di potere, di protagonismo. Quando ti renderai conto dei pesi insopportabili che hai caricato sulle spalle della povera gente e che gli altri non sono dei giardini per la tua scalata alle vette? Grazie perché in te vediamo il cives, impeccabile fautore della legalità, imparziale, dinanzi al quale ci sentiamo persone sporche, per essere incorsi in un pignoramento immobiliare o in una diffida dai gestori delle utenze domestiche, per assicurare almeno il pane sulla nostra tavola. Per quanto ancora la nostra comunità deve subire il tuo arrogante clientelismo?” si chiede la “mano” autrice del volantino.

    Monsignor Milito, tuttavia, sarà criticato anche per la “mano morbida” usata nei confronti del prete – don Scordo – che non avrebbe prestato attenzione alle denunce della giovane Anna Maria Scarfò, ragazza della Piana di Gioia Tauro violentata per anni dal branco. Quel branco che è stato riconosciuto colpevole dalla Cassazione per gli orrori perpetrati sulla giovane.

    Un vescovo accusato, quindi, di nefandezze. E, una volta verificata la paternità dello scritto e, ovviamente, la veridicità delle gravissime affermazioni contenute sul volantino, resta da capire se l’esperienza di monsignor Milito possa continuare nella Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi: “Grazie perché dai tuoi incontri abbiamo imparato che il Pifferaio Magico non è solo una fiaba, ma la realtà in cu viviamo, ogni volta che la tua meschina diplomazia chiede asilo alle nostre menti, celando la sua vera natura di plagio e inganno. Per quanto credi che ancora funzionerà questo tuo metodo di manipolazione delle coscienze? Grazie perché ci hai privato di tutto: dei nostri figli, della nostra dignità, del nostro onore, del nostro orgoglio, ma non della nostra libertà. Mai prima di adesso la nostra terra ha conosciuto un’epoca di così grave decadenza morale, sociale, economica, ad opera di un vescovo, che nel nome di Dio stermina il Suo popolo, domandando, con massima indifferenza, le ragioni della causa, per accertarsi della riuscita della sua spietata e malvagia impresa” si legge ancora nel volantino.

    Dopo accuse così gravi, inevitabile la chiosa dello scritto, che chiede a chiare (e cubitali) lettere al vescovo di andar via: “Ma il nostro GRAZIE sarà ancora più corale, il giorno in cui lascerai la nostra terra. Quando prenderai coscienza che qui, ormai, non è più il tuo posto! Quando deciderai di porre fine a tutto il male che ci stai facendo, prima che l’ultimo spiraglio di speranza cessi definitivamente di esistere. VATTENE E LASCIACI VIVERE IN PACE!!!”.

  • SUORA PRO NOBIS – TORTURAVA E PICCHIAVA I BIMBI ALL’ASILO

    SUORA PRO NOBIS – TORTURAVA E PICCHIAVA I BIMBI ALL’ASILO

    UNA RELIGIOSA INDIANA CONDANNATA A 5 ANNI DI GALERA – LA DENUNCIA DEI GENITORI DOPO AVER SENTITO I FIGLI PARLARE DI CATTIVERIE E “ATTENZIONI MORBOSE E NON GRADITE”…

    Una religiosa indiana di 40 anni vessava due gemelli di 5 anni nell’asilo di via Bravetta: li teneva rinchiusi per ore nella “scatola di Houdini”, una cassapanca di legno che veniva sfruttata come strumento di tortura. Le violenze sono proseguite per mesi…

    Li teneva rinchiusi per ore nella “scatola di Houdini”, una cassapanca di legno che, invece di essere utilizzata per riporre i giocattoli, veniva sfruttata come strumento di tortura. A differenza dell’ illusionista francese, le piccole vittime intrappolate da lì dentro non riuscivano mai a fuggire. Per due gemellini di 5 anni non c’ era alcuna magia tra le mura del loro asilo di via Bravetta, zona Gianicolense. Sono stati sottoposti a violenze fisiche e continue vessazioni psicologiche.

    La “aguzzina” è una suora quarantenne, originaria dell’ India ed ex insegnante nella scuola materna “Maria Santissima Mediatrice”. Ora, oltre a essere stata allontanata dall’ istituto e sospesa dall’ incarico, è stata anche condannata a 5 anni di reclusione per maltrattamenti su minori.

    Per l’ accusa, avrebbe costretto i fratellini a subire vere e proprie cattiverie quotidiane. Punizioni ingiuste, continue sculacciate per fare rispettare le regole, ramanzine ripetute e urlate. Piccole crudeltà che per i due bimbi erano gigantesche, soprattutto perché protratte per mesi.

    LA DENUNCIA Come si legge nel capo d’ imputazione, firmato dalla pm Silvia Santucci, gli alunni avrebbero infatti sviluppato «una malattia nel corpo e nella mente consistita in disturbo postraumatico da stress».

    L’ inchiesta scatta nel giugno 2010. I genitori dei piccoli si presentano in Procura e sporgono denuncia. Sono allarmati e spaventati: quando i gemellini tornano a casa dopo aver frequentato l’ asilo, fanno racconti molto strani. Dicono che la suora li costringe a subire punizioni assurde, come quando li rinchiude per ore nel fondo di una cassapanca e si siede sul coperchio per evitare che si liberino.

    I bimbi raccontano anche tante altre cose, spesso ambigue. Il sospetto è che possano aver subìto abusi. Tanto che il pubblico ministero decide di indagare l’ insegnante non solo per maltrattamenti, ma anche per molestie sessuali in danno di soggetti minori.

    Le molestie in questione sarebbero addirittura aggravate, visto che, come si legge negli atti, la donna avrebbe approfittato della sua qualità di insegnante, sottoponendo a vessazioni gli alunni «mentre erano affidati per ragioni di cura ed educazione alla sua custodia». I piccoli, infatti, riferiscono di essere stati investiti da troppe attenzioni morbose e non gradite. Due anni dopo, la Procura ottiene il rinvio a giudizio della religiosa. Il gup ritiene valide entrambe le contestazioni.

    IL DIBATTIMENTO Secondo la ricostruzione iniziale degli inquirenti, non confermata durante il dibattimento, la suora «in tempi diversi e in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, nella sua qualità di insegnante e abusando della stessa, costringeva i gemellini affidati alla sua custodia a subire ripetuti atti sessuali», come si legge nel capo d’ imputazione.

    Gli abusi sarebbero proseguiti per mesi. A fine processo, dopo aver ascoltato decine di testimonianze, il magistrato decide però di proporre l’ assoluzione della religiosa dall’ accusa di molestie: non è stato possibile provare la sua piena colpevolezza. Il pubblico ministero chiede invece che l’ imputata venga condannata a tre anni per i maltrattamenti.

    Durante la discussione ribadisce le contestazioni scritte negli atti: la donna, per mesi, avrebbe sottoposto i bimbi «a quotidiane violenze sia fisiche che psicologiche, mettendoli anche per punizione all’ interno della scatola di Houdini». Il giudice è più severo: dispone cinque anni di reclusione.

    http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/suora-pro-nobis-torturava-picchiava-bimbi-all-asilo-religiosa-124420.htm

  • Suora assolta per pedofilia, condannata a 5 anni per botte a bimbi dell’asilo

    Suora assolta per pedofilia, condannata a 5 anni per botte a bimbi dell’asilo

    Botte a due bimbi di quattro anni. Cinque anni di carcere alla suora.

    Condanna per maltrattamenti. Pena più severa della richiesta della procura. I piccoli chiusi per punizione in un baule. La religiosa fu rimossa dall’incarico a Bravetta.

    La «scatola di Houdini» trasformata da baule per i giochi dei bambini a «gabbia» dove rinchiudere due gemelli di quattro anni troppo vivaci. È una delle vessazioni imposte da una suora dell’istituto per l’infanzia «Maria Santissima Mediatrice», Salomy Varkey Chithravelil, 39 anni, indiana, ieri condannata a cinque anni di reclusione con l’accusa di maltrattamenti per aver reso un incubo quotidiano le ore trascorse a scuola dai piccoli. La sentenza pronunciata dal Tribunale è stata più severa della richiesta a tre anni di carcere che era stata avanzata dal pubblico ministero Silvia Santucci.

    I gemellini impiegarono anni per raccontare le angherie subìte

    Una decisione che, almeno per i giudici di primo grado, conferma la ricostruzione fornita dalla procura secondo la quale, tra il settembre del 2008 e il giugno del 2009, i bambini non soltanto vennero rinchiusi più volte nella scatola, ma furono spesso picchiati dalla suora quando perdeva la pazienza. La religiosa –rimossa dall’incarico e poi allontanata dall’istituto che si trova in via Bravetta appena i magistrati avviarono l’inchiesta – arrivava anche a sculacciarli spesso, oltre che a rimproverarli con toni brutali. Il verdetto è stato pronunciato a otto anni di distanza dai fatti contestati. I genitori, infatti, iscrissero i figli nella scuola privata durante l’estate del 2008. La gravità dei soprusi, però, non emerse subito. I gemellini impiegarono due anni prima di trovare la forza di rivelare le angherie a cui erano stati sottoposti dalla religiosa.

    Grida brutali, poi si sedeva sulla scatola dei giochi coi bimbi dentro

    Fu il silenzio a far scattare l’allarme del papà e della mamma. All’inizio i genitori rivolsero qualche domanda con cautela, timidamente. E fu allora che – almeno secondo quanto sostenuto dall’accusa nella ricostruzione di quel periodo – i bambini si lasciarono andare a una confessione di cosa subivano dalla suora. Come raccontato dal pm, appena i piccoli si agitavano, la maestra li rimproverava e se insistevano a giocare gridando o ridendo troppo, allora l’imputata li menava dando ceffoni sul sedere o, soprattutto, li scuoteva con violenza. Le urla poi erano il metodo utilizzato in continuazione della donna, che si abbandonava a sfuriate brutali. Ma il momento più doloroso vissuto dai gemelli – stando alla ricostruzione operata dagli inquirenti – era la chiusura nella «scatola di Houdini», utilizzata solitamente come cassapanca dove riporre i giocattoli che, però, la suora adattava appunto a «gabbia» in cui rinchiudere i due alunni quando perdeva la testa. Come i piccoli non rispettavano i suoi ordini, dopo aver svuotato il baule, li metteva lì dentro e rimaneva seduta sopra, finché i bambini non giuravano di darle retta. Comportamento che finì per provocare loro un disturbo postraumatico da stress.

    http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/16_maggio_09/bravetta-asilo-materna-botte-due-bimbi-quattro-anni-cinque-anni-carcere-suora-9ab95410-1621-11e6-b246-a80944d1fa5b.shtml