Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • L’opus Dei si limita ad ammonire un numerario spagnolo che abusò di un giovane e il prete che lo coprì.

    L’opus Dei si limita ad ammonire un numerario spagnolo che abusò di un giovane e il prete che lo coprì.

    L’Opera giustifica la minima condanna affermando che “in conformità con la legge della Chiesa, poiché non era un chierico, l’intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede non era previsto.

    D’altra parte, considerando le norme civili e le pene canoniche applicabili a un laico, i crimini sono andati in prescrizione per scadenza dei termini”

    L’Opus invita “a pregare specialmente per la persona colpita e, con un atteggiamento di pietà cristiana, per il signor Bueno Montoya (l’aggressore, di nazionalità spagnola), per la fragile e delicata salute clinica e psicologica, in modo che il Signore gli usi misericordia”.

    04.01.2020 Jesus Bastante.

    Un’ammonizione formale. Questa è la “convinzione” che il prelato dell’Opus Dei, Fernando Ocáriz, ha imposto al numerario Juan Pablo Bueno Montoya, ritenuto colpevole di “contatto inappropriato” nei confronti di un minorenne in un centro dell’Opus Dei (di cui era direttore) a Montevideo nel 1984, e “una situazione di molestie sessuali” per lo stesso giovane cinque anni dopo.

    In una nota inviata dall’Ufficio Stampa dell’Opera in Uruguay, l’Opus riporta i fatti “con dolore e tristezza”, nonché l’accusa di un prete, Enrique Doval, a cui il giovane ha comunicato l’accaduto e che “l’ha interpretato come una grave imprudenza, ma non come un crimine, quindi ha invitato la vittima alla discrezione e ha ammonito l’imputato, ma non ha promosso altre misure”. Anche il chierico è stato ammonito, ma non espulso dalla congregazione.

    L’inchiesta è iniziata un anno fa, dopo la denuncia nell’arcivescovado di Montevideo. “Leggendo formalmente la denuncia, Bueno Montoya – dal 1984 residente in Argentina – ha accettato la sua colpa e ha affermato di vergognarsi molto della sua azione, dando prova di pentimento nell’esprimere la sua volontà di chiedere perdono alla vittima – qualcosa che fino a quel momento aveva evitato per paura di causare più danni e di riparare tutto ciò che era possibile”, così recita la comunicazione dell’Opus.

    Non è un chierico e i crimini sono andati in prescrizione.

    La nota giustifica la minima condanna affermando che “in conformità con la legge della Chiesa, poiché non era un chierico, l’intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede non era previsto. D’altra parte, considerando le norme civili e le pene canoniche applicabili a un laico, i crimini sono andati in prescrizione per scadenza dei termini.

    Cosa ha fatto l’Opera con l’abusatore?

    L’opus lo riassume in sei punti:

    • Lo ammonisce formalmente;
    • quando il denunciante lo riterrà opportuno, si scusi formalmente e sinceramente (cosa che ha fatto attraverso una lettera personale);
    • gli viene vietato di partecipare ad attività di formazione con minori di 30 anni;
    • non potrà tornare ad alcun compito di gestione o formazione nella Prelatura;
    • dovrà risiedere in case dove non avrà contatti con i giovani;
    • Gli viene consigliato di condurre una vita di preghiera e penitenza, implorando la misericordia di Dio.

    Per quanto riguarda il denunciante, l’Opera si impegna a offrire “accompagnamento pastorale e coprire le spese economiche dell’assistenza terapeutica professionale”.

    Infine, il prelato ordinò che il sacerdote insabbiatore “ricevesse un ammonimento formale per la sua omissione nella dovuta cura pastorale alla persona colpita a partire dalla comunicazione dell’evento del 1989″.

    La nota si conclude con l’invito “a pregare specialmente per la persona colpita e, con un atteggiamento di pietà cristiana, per il signor Bueno Montoya (l’aggressore), per la fragile e delicata salute clinica e psicologica, in modo che il Signore possa avere pietà di lui”.

    https://www.religiondigital.org/america/Opus-Dei-numerario-abusador-amonestar-uruguay-abusos-pederastia_0_2192180762.html
    (traduzione con Google)

  • Sacerdote del don Orione arrestato per abusi nel Napoletano: aveva chiesto trasferimento in Amazzonia

    Sacerdote del don Orione arrestato per abusi nel Napoletano: aveva chiesto trasferimento in Amazzonia

    Aveva chiesto il trasferimento all’estero, per una missione in Amazzonia. Ma è finito in manette con un’accusa orrenda: violenza sessuale continuata nei confronti di un giovane uomo con problemi di invalidità psichica. Ipotesi choc, che vede al momento in cella il sacerdote e docente Roberto Gerolamo Filippini, per cinque anni vicedirettore della congregazione di don Orione, struttura di accoglienza di Ercolano, da sempre aperta alle esigenze dei più deboli.

    Da qualche tempo aveva lasciato il centro alle porte di Napoli. Era andato a svolgere un incarico di insegnante in un istituto scolastico – un professionale a Mestre -, dove si era trasferito negli ultimi mesi, comunque prima che sul suo conto scattasse una denuncia e avessero inizio le attività investigative. In questi giorni aveva fatto rientro a Napoli, dove è stato arrestato dalle forze dell’ordine che monitoravano i suoi spostamenti, che gli hanno notificato una misura cautelare firmata dal gip Lucia De Micco. Una volta dinanzi al giudice per le indagini preliminari, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, il sacerdote si è comunque difeso, respingendo le accuse, confidando nella possibilità di dimostrare la correttezza della propria azione di cittadino e di uomo di chiesa.

    Una versione, la sua, che non ha convinto comunque il gip, che ha invece fatto leva sui gravi indizi raccolti a suo carico, fondati sulla denuncia interna, sulla testimonianza assistita della parte offesa, su alcune intercettazioni e sul contenuto di alcune perquisizioni messe a segno in questi giorni.

    Poi c’è il discorso legato alle esigenze cautelari. Al netto della sua richiesta di essere trasferito all’estero, di andare a dedicarsi in una missione in Brasile, in una sede in Amazzonia, c’è il rischio di inquinamento probatorio. Scrive il giudice: ci sono possibilità di contatti continui con la vittima e con altre persone della Congregazione, dal momento che don Roberto ha svolto un ruolo chiave all’interno dell’istituto, proprio nel contatto con soggetti in difficoltà, per cui l’unica soluzione da adottare è quella del carcere.
    Una nuova ipotesi di violenza sessuale nell’era del codice rosso, l’insieme di leggi che inaspriscono le pene per chi consuma reati sulle fasce deboli. Un codice che punta a definire in modo spedito la procedura delle indagini, a tutela delle parti offese e degli stessi soggetti coinvolti dalle indagini.

    Al lavoro il pm Tittaferrante, magistrato in forza al pool reati contro le fasce deboli coordinato dal procuratore aggiunto Raffaello Falcone. Decisiva una denuncia nata dall’interno della Congregazione don Orione, da parte di chi aveva notato momenti di particolare criticità nella vita della persona offesa. Un ragazzo che ama la vita e lo sport, ma che convive con problemi di natura psicoattitudinale, che si era rivolto alla Congregazione per avere assistenza.

    Ed è la testimonianza del giovane uomo a rappresentare una svolta. Appena è partita la denuncia, l’uomo è stato ascoltato. Non era solo, ma accudito da uno psicologo, come per altro previsto dai protocolli del codice rosso, secondo una procedura che si fa sempre più efficace: una testimonianza ritenuta utile a rafforzare il quadro accusatorio e a far scattare la misura cautelare.

    Ma non è tutto.

    Agli atti del procedimento anche quanto è emerso da alcune intercettazioni, che vengono indicate dal giudice come decisive a chiudere il cerchio – almeno per il momento – attorno alla figura del sacerdote. Una vicenda che risale ai mesi scorsi, quando Roberto Girolamo Filippini non aveva ancora lasciato Ercolano per recarsi a Mestre. Fatto sta che la notizia del suo arresto ha gettato nello sconforto i religiosi e i dipendenti della struttura che quotidianamente assistono decine di persone che si trovano in particolari condizioni di disagio. In tanti non sapevano della denuncia partita mesi fa, anche grazie alla cortina di silenzio che una vicenda tanto delicata richiedeva. C’è la speranza che le indagini facciano il loro corso, a tutela di tutti, ma anche il desiderio di proteggere – come sempre avvenuto in questi anni – le persone che hanno affidato al centro i propri parenti. Ora si attende una probabile richiesta di Riesame, mentre si attendono gli esiti delle perquisizioni scattate negli ultimi giorni.

    https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/sacerdote_don_orione_arrestato_abusi_chiesto_trasferimento-4939857.html

  • COME FUNZIONA IL MANUALE DI INSABBIAMENTO DELLA CHIESA CATTOLICA

    COME FUNZIONA IL MANUALE DI INSABBIAMENTO DELLA CHIESA CATTOLICA

    Lo scorso lunedì il tribunale di Mendoza commisurò delle pene esemplari a due sacerdoti e ad un giardiniere, per la loro reiterata e accurata azione pedofila. I condannati lavoravano nella scuola per bambini audiolesi conosciuta come “Istituto Provolo”. Il prossimo grado di giudizio sarà a La Plata, dove i testimoni hanno cominciato a moltiplicarsi. In questo articolo si analizza fino a che punto la Chiesa Cattolica non solo pratica sistematicamente abusi, ma li nasconde e garantisce persino la loro ripetizione su scala globale. Fino a quando?

    “Scoprirai cose brutte e molte sono vere”, Robert Frainer avvisò così Gustavo Ariel Chamorro nel 2007. Il primo ha diretto l’Istituto Provolo in tutto il mondo fino al provvedimento del Vaticano nel luglio 2017; il secondo invece era direttore della succursale situata a La Plata. Frainer aveva ragione.

    In seguito alle condanne esemplari pronunciate a Mendoza lo scorso lunedì 25 novembre, il procuratore Cecilia Corfield ha due certezze: le sentenze hanno provocato un effetto domino che ha suscitato nelle vittime il desiderio di testimoniare; e che, tuttavia, l’appoggio del sistema politico di Buenos Aires rimane scostante in questa causa ad alta tensione. “Sono sola” afferma.

    Se sono già state emesse le condanne nel primo dei tre gradi di giudizio in cui è divisa la causa, è in gran parte dovuto al fatto che il vicegovernatore Laura Montero si è resa disponibile personalmente a garantire la sicurezza dei sopravvissuti e dei testimoni.

    A La Plata, sebbene il fascicolo sia stato inviato nella stessa data, il processo è ancora in fase di indagine, in questo caso il governatore Maria Eugenia Vidal ha omesso qualunque riferimento al caso e tanto meno ha contattato le vittime per offrire risorse o supporto.

    Il caso nella capitale di Buenos Aires ebbe un primo procuratore, Fernando Cartasegna, che fu espulso quasi due anni fa a causa di gravi irregolarità. Quando il procuratore Corfield vide le azioni del suo predecessore, la prima cosa che fece fu perquisire l’edificio della 47esima Strada. Stava cercando ciò che il testimone Lisandro Borrelli aveva denunciato: la stanza all’interno del seminterrato dove era stato legato e torturato.

    Borrelli studiò nell’istituto Provolo tra il 1989 e il 1993. Lì era legato per ore ad una ringhiera che era nel seminterrato della cucina. Inoltre lo hanno rinchiuso in una gabbia per conigli.

    Ha aggiunto anche un altro particolare: l’istituto Provolo ha in Valeria del Mar, zona di Pinamar, una casa situata in via Pietro Mendoza 2287, dove Borrelli fu trasferito durante un’estate. Lo hanno costretto a occuparsi delle pulizie e lo hanno legato ad un albero per punirlo.

    Quell’indirizzo fu menzionato anche nella causa di Mendoza e se i due casi non sono correlati, il giudizio rimarrà aperto. Sulla scia dello scandalo internazionale, oggi le case vengono tenute chiuse in stato di abbandono.

    Nel caso di La Plata, l’ex direttore Chamorro ha segnalato nella sua deposizione che il sacerdote italiano Corradi ha portato i bambini nella casa di Valeria del Mar, negando la possibilità di essere accompagnati dai loro genitori. A Mendoza, una delle madri ha affermato che, durante un viaggio in quella località costiera nel 2015, una studentessa ha riferito di aver visto come uno degli insegnanti ha portato un ragazzo a Horacio Corbacho, uno dei sacerdoti condannato a 45 anni di prigione.

    L’altro testimone chiave nel fascicolo platense è Daniel Sgardellis, che vive a Salta. Già nel 2013 ha avuto il coraggio di raccontare, attraverso la lingua dei segni e attraverso un video caricato su YouTube, ciò che aveva subito tra il 1980 e il 1991. In quella registrazione chiede ad altre vittime di denunciare come aveva già fatto lui. Solo tre anni dopo, la seconda testimonianza, quella di Borrelli, giunse alla giustizia nel 2016. Dopo le condanne a Mendoza, ne arrivarono altre due.

    Tuttavia, la procura ha appena riconosciuto che al massimo sarà in grado di portare in tribunale Corradi e il professore di informatica José Britez, dal momento che l’Italia non era disponibile a rispondere alla richiesta di estradizione che pesa sull’ottantenne Eliseo Primatti, che è fuggito quando sono iniziati gli arresti.

    Il manuale di copertura della chiesa indica che si deve sempre agire dopo che gli abusi sono stati resi pubblici. Il caso del Provolo non era un’eccezione.

    BIGLIETTO PER L’ARGENTINA

    Nel 2003, l’Istituto Provolo ha ricevuto il premio “Juntos Educar” dall’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Bergoglio. Il premio è stato assegnato per il suo esemplare lavoro educativo “nell’istruzione, nell’educazione e nell’assistenza ai sordomuti e ai giovani bisognosi”. A quel tempo si parlava poco dell’opera, ma ogni volta che veniva nominata nei media era per la sua nobile missione.

    Fondato nel 1840 a Verona, l’istituto deve il suo nome al vescovo Antonio Provolo, che si dedicò all’educazione dei sordi con i metodi orale e mimico-gestuale. La sede situata nella strada 47 di La Plata, nota come “Casa Provinciale della Compagnia di Maria per l’educazione dei sordi e dei muti”, fu il primo in Argentina, diretta dal sacerdote Albano Mattioli, un italiano naturalizzato Argentino. Quindi fu aperta la filiale di Mendoza a Luján de Cuyo, che fu ufficialmente inaugurata nel 1998 come “Casa locale della compagnia di Maria” di Mendoza.

    L’Argentina era una delle destinazioni prese da diversi sacerdoti che erano diventati incontrollabili a Verona, dove abusavano di bambini con problemi di udito tra gli anni ‘60-‘70. Il mondo lo ha scoperto il 22 gennaio 2009, attraverso il settimanale L’Espresso, quando Paolo Tessadri ha pubblicato un articolo dal titolo: “Noi, le vittime dei preti pedofili”. L’articolo menzionava che il numero di bambini maltrattati era incalcolabile, gli abusatori hanno agito per tre decenni fino al 1984, ma rilevava anche che una dozzina dei quasi 25 sacerdoti accusati sono rimasti nell’istituto. Tessadri ha fornito un’informazione che spiegava, in parte, il processo di selezione delle vittime: “Il Provolo di Verona accoglie famiglie povere”, principalmente dal nord-est italiano.

    Fu allora che 67 persone furono incoraggiate a inviare una lettera al giornale in cui raccontavano ciò che avevano sofferto. “I sacerdoti e i fratelli religiosi hanno abusato sessualmente di noi”, hanno detto. Molti furono sorpresi di non aver cercato alcuna soluzione giudiziaria, poiché i crimini erano andati in prescrizione, ma ciò che volevano era che la situazione fosse conosciuta in modo tale che i bambini che erano rimasti nel Provolo non subissero ciò che avevano passato loro. Le testimonianze raccolte sono arrivate il 20 novembre 2008 a monsignor Giampietro Mazzoni, giudice della corte ecclesiastica della diocesi di Verona, che ha ignorato il caso. In quella lettera, tra le altre cose, fu informato che nella stanza usata come confessionale nella Chiesa di Santa Maria del Lamento dell’Istituto Provolo, i sacerdoti facevano masturbare alcune ragazze sorde. Lo hanno anche avvertito che gli abusi, spesso accompagnati da percosse, si sono verificati sistematicamente nelle camere da letto dei sacerdoti, sotto l’altare, nelle docce e nei bagni dell’Istituto.

    Nel tentativo di calmare le vittime, è stata avviata un’indagine interna e il 14 dicembre 2012 è stata rilasciata una risposta. Monsignor Mazzoni era incaricato di inoltrare “un’umile richiesta di perdono” alle vittime, dopo aver comunicato che l’inchiesta era stata ritardata dalla sovrapposizione di denunce, perché alcuni preti accusati avevano già lasciato l’istituto o erano morti. Proprio in quella occasione, la Santa Sede ha condannato alcuni sacerdoti a dedicarsi alla preghiera e alla penitenza, impedendo qualsiasi contatto con i minori. Tuttavia, i sacerdoti che erano in Argentina non hanno ricevuto alcuna sanzione. Il manuale di copertura della Chiesa indica che si deve sempre agire dopo che gli abusi sono stati resi pubblici. Il Provolo non faceva eccezione.

    Da quando fu eletto nel marzo 2013, Papa Francesco è stato informato in almeno tre occasioni che quindici sacerdoti italiani, accusati di aver abusato di bambini con problemi di udito in Italia, sono stati inviati ad altre destinazioni in Argentina.

    Io insabbio, tu insabbi.

    Per anni, attraverso ciascuna delle loro testimonianze, i sopravvissuti hanno rivelato come funziona il manuale di copertura che la Chiesa Cattolica utilizza in tutto il mondo ogni volta che un prete molesta, abusa e/o tortura un bambino.

    Il caso dell’istituto Provolo si adatta perfettamente:

    1. alle prime rimostranze, tende a minimizzare il problema;
    2. zittisce e minaccia la vittima, che di solito è minorenne, ma mettendo in disparte la famiglia;
    3. fa pressione su quelli che potrebbero rompere con questa linea e presentare una denuncia, come nel caso di un altro sacerdote;
    4. se il carnefice diventa ingestibile, lo trasferisce;
    5. se il caso viene reso pubblico, rilascia una dichiarazione che simula dolore e afferma il desiderio di accompagnare la vittima e la sua famiglia, mentre le porte sono completamente chiuse agli stessi che affermano di voler sostenere;
    6. iniziano un processo interno, inutile e senza fine che si chiuderà in un cassetto della Santa Sede.

    Papa Francesco sapeva cosa stesse succedendo all’Istituto Provolo e non ha fatto nulla. Questa è la certezza dell’italiano Francesco Zanardi, presidente della Rete italiana dei sopravvissuti all’abuso ecclesiastico. Su cosa si basa? Da quando è stato consacrato nel marzo 2013, il Sommo Pontefice è stato informato in almeno tre occasioni che quindici sacerdoti italiani, accusati di aver abusato di bambini sordomuti in quel paese, sono stati inviati tra le altre destinazioni in Argentina.

    Nel maggio 2014, Zanardi ha inviato al Segretario di Stato Vaticano un video in cui appaiono 17 vittime che raccontano ciò che avevano vissuto e un elenco di sacerdoti accusati con il luogo in cui risiedevano. In Argentina, inclusi Giovanni Granuzzo, Nicola Corradi, Luigi Spinelli ed Eliseo Pirmati. Non ha avuto risposta.

    Il 20 ottobre dello stesso anno, l’Associazione dei sordi del Provolo di Verona, inviò una lettera indirizzata al vescovo Giuseppe Zenti, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e a Papa Francesco: “In quella lettera – ha detto Zanardi – nuovamente appaiono il nome di Corradi e altri quattordici sacerdoti accusati di abuso, quattro dei quali nascosti in Argentina”. Infine, è stato consegnato, ancora una volta, il 28 ottobre 2015, ora direttamente nelle mani del Papa da una delle vittime del Provolo di Verona, Giuseppe Consiglio, momento che è stato fotografato. Faccia a faccia, nell’aula Paolo VI, Consiglio disse al Papa, come poté, dopo ciò che aveva sofferto, al quale il Papa rispose con una richiesta di scuse e le sue solite “pregate per me”. In nessuno dei casi c’è stata alcuna risposta.

    Solo più di un anno dopo, venerdì 25 novembre 2016, quando si sono esposte le prime vittime argentine, sono state effettuate irruzioni presso la sede di Luján de Cuyo, sono stati arrestati i sacerdoti Nicola Corradi e Horacio Corbacho e si è scoperto uno scandalo internazionale, il Vaticano nominò un commissario apostolico e si preoccupò del caso “Provolo”. La prima espressione pubblica della Chiesa fu una menzogna: “Voglio chiarire guardandoli negli occhi, con le mani pulite e una coscienza tranquilla, che mai fummo informati prima delle accuse che pesano su nessuno dei sacerdoti imputati”, ha detto l’arcivescovo di Mendoza, Mons. Carlos Maria Franzini.

    Quello che non sapevano era che avevano appena scoperto il caso che avrebbe dimostrato fino a che punto i meccanismi di insabbiamento all’interno della Chiesa Cattolica sono internazionali. Un altro 25 novembre, questa volta nel 2019, sono state conosciute le condanne (45 anni per Corbacho, 42 per Corradi e 18 per il giardiniere Armando Gómez) e si è conclusa la prima delle tre parti del lungo processo di Mendoza. Contemporaneamente, un senso di sollievo attraversò il corpo dei sopravvissuti di La Plata e Verona. Non per niente: per la prima volta da quando sono iniziati gli abusi nell’Italia degli anni 60, poi a La Plata negli anni 80 e a Mendoza negli anni 90, erano riusciti ad avere credibilità.

    Gli investigatori di La Plata e Mendoza hanno concluso che:

    a) le vittime preferite erano quelle i cui genitori non conoscevano il linguaggio dei segni;

    b) gli amministrativi e i religiosi fungevano come un filtro per misurare attraverso la tortura e giochi di ruolo chi consegnavano;

    c) gli arcivescovi di La Plata e Mendoza hanno voltato le spalle alle denunce internazionali.

    POETICA DELL’ABUSO

    Nel 2002 Julio García, un membro dell’ordine di La Plata, ha osato chiedere a Nicola Corradi, attraverso una lettera, di “agire sulla questione” per le irregolarità e le perversioni sessuali che stavano accadendo. Questa lettera fu trovata quando furono razziati gli uffici del Provolo di Mendoza, insieme a un fax stampato in cui erano spedite due comunicazioni. Il primo fu inviato al vicario generale in Italia; il secondo a Corradi. In entrambi, Garcia si riferiva a ciò che aveva vissuto all’interno dell’istituto Provolo di La Plata. Ha accusato un novizio ed ex seminarista di nome Gerardo Risso per “comportamenti devianti” e ha segnalato la complicità di altri sacerdoti per proteggerlo, sostenendo queste azioni. Ha anche sottolineato che Risso era stato respinto dall’ordine di Buenos Aires proprio a causa di questo comportamento, al contempo chiedeva a Corradi di non voltare le spalle perché un gruppo di sacerdoti della stessa sede lo proteggeva a spada tratta e sosteneva la possibilità che tornasse al Provolo.

    Garcia ha allegato una copia di una poesia scritta da un interno. “Il cantico di Gerardo” non solo aveva un alto contenuto sessuale nella sua lingua, quando identificava le pratiche dell’ex seminarista nell’intimità del gruppo, ma esponeva anche la naturalizzazione dell’abuso.

    Il cantico di Gerardo
    Sto uscendo con un ragazzo
    L’ho incontrato nella cappella
    Mi ha accarezzato e non ho resistito
    E volevo andare nella sua stanza
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    È religioso e di grande ardore
    Quando mi abbraccia mi da calore
    E mi fa esplodere il cuore
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Mi sono sdraiato sul suo letto
    È venuto come un camion
    E in quella notte mi ha consacrato
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Fu molto bello quello che ho sentito
    Mi ha puntato il suo grande cannone
    E l’ho ricevuto nel mio garage
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    È insaziabile nel suo procedere
    Non vuole altro che cogliere
    Ho già il culo come un vaso
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    E ora cammino con un bastone
    Scorreggio e inizio a gridare
    E piango quando vado a cagare
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Ho promesso di essere sempre fedele
    Mi sono già vestito da religioso
    E di notte gettava le mutande
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Ho già trovato la mia vocazione
    Voglio vivere in congregazione
    Aprire il culo è la mia religione.

    In un altro paragrafo della lettera, l’autore ha anche fatto riferimento a irregolarità nell’amministrazione di indumenti e alimenti che avrebbero dovuto essere date ai bambini che erano nel rifugio di La Plata. Ha accusato le suore, che avevano quel compito, di lasciare 578 pullover immagazzinati per “riempirsi di falene” e “vendere i vestiti che abbiamo donato per 2 o 3 pesos”. Infine, ha sottolineato che ai ragazzi è stato servito cibo ormai scaduto, aggiungendo che “è un miracolo che nessun bambino si sia ammalato”.

    Sebbene il legame tra i poteri giudiziari di Buenos Aires e di Mendoza sia praticamente nullo, sia gli investigatori di La Plata che quelli di Mendoza hanno raggiunto conclusioni simili:

    a) le vittime preferite erano quelle i cui genitori non conoscevano il linguaggio dei segni;

    b) gli amministrativi e i religiosi fungevano come un filtro per misurare attraverso la tortura e giochi di ruolo chi consegnavano;

    c) gli arcivescovi di La Plata e Mendoza hanno voltato le spalle alle denunce internazionali.

    Per comprendere la portata istituzionale del caso Provolo, è necessaria una visione integrale che colleghi ciò che è accaduto a Verona, La Plata e Mendoza. Dopo i processi che hanno rappresentato la prima serie di condanne, il processo di La Plata dovrebbe andare in quella direzione.

    manual de encubrimiento de la iglesia católica


    (traduzione con Google, articolo del 4 dicembre 2019)

  • I gesuiti cileni “cacciano” un gesuita pedofilo di 96 anni. Ma se lo tengono in casa

    I gesuiti cileni “cacciano” un gesuita pedofilo di 96 anni. Ma se lo tengono in casa

    I gesuiti cileni cacciano il gesuita pedofilo. E sperando che non se ne scoprano altri. Perchè questo è uno schifo che non ha fine nella Chiesa. Come, per fortuna, la voglia di giustizia, terrena o divina. Così ecco il burocratese della Compagnia di Gesù del Cile. Si riferisce di due decreti del superiore generale, padre Arturo Sosa. Entrambi su padre Leonel Ibacache, 96 anni. Padre, per dire. Perchè trattasi di viscido verme responsabile di abusi sessuali su cinque minori. Il decreto è successivo al processo penale della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf). Col quale i crimini del pedofilo “sono stati chiaramente accertati dall’indagine e confermati nel processo”. Solo dopo questa pronuncia i gesuiti si sono mossi. Costretti dall’evidenza innegabile. E perchè la Congregazione vaticana ha chiesto al padre generale di imporre sanzioni per questi crimini. Si stabilisce una pena perpetua per il sacerdote, senza un limite di tempo. Niente sacramenti in pubblico o in privato; divieto di esercitare qualsiasi ministero pastorale; divieto di avere contatti con i minori (ma dai!). Il secondo decreto espelle padre Ibacache dalla Compagnia di Gesù. Che comunque -sono gesuiti!- resterà “casa sua”.

    I gesuiti provano a glissare

    I gesuiti cileni poi danno la loro versione dei fatti. Nel febbraio 2018, padre Cristian del Campo, allora provinciale, “ha ricevuto una denuncia per abuso sessuale contro padre Ibacache. Pertanto, ha decretato l’apertura di un’indagine previa, affidata a Waldo Bown. Nell’adempiere a tale incarico, Bown ha ricevuto la testimonianza di cinque denuncianti, che hanno accusato padre Ibacache di gravi crimini contro minori. Le vittime avevano meno di 16 anni al momento degli eventi (tra il 1968 e il 1995)”. Considerando il suo deterioramento mentale e fisico, tipico dei suoi 96 anni, padre Ibacache continuerà a vivere in una casa della Compagnia di Gesù, sotto assistenza medica e rispettando le sanzioni inflitte. “Alla fine di questo processo canonico, e come stiamo facendo in altre situazioni dolorose, la nostra prima priorità sarà quella di mettere a disposizione i mezzi necessari per aiutare le vittime nei processi di riparazione”, conclude la Compagnia di Gesù.

  • Pedofilia recidiva del responsabile Caritas in Centrafrica: ONU interrompe i rapporti

    Pedofilia recidiva del responsabile Caritas in Centrafrica: ONU interrompe i rapporti

    Speciale per Africa ExPress
    Cornelia I. Toelgyes
    24 novembre 2019

    OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, ha sospeso qualsiasi attività con la Caritas nella Repubblica Centrafricana. L’ex segretario generale dell’organizzazione cattolica nel Paese, Luc Delft, sarebbe sospettato di aver commesso abusi sessuali contro minori a Bangui, la capitale, e a Kaga Bandoro, città nel nord.
    Il procuratore generale di Bangui, ha aperto un’inchiesta il 7 ottobre scorso. “La bomba” è scoppiata dopo un servizio della CNN, emittente televisiva statunitense.

    Secondo quanto riportato dalla stampa belga, Delft sarebbe stato indagato per molestie sessuali su minori, per fatti risalenti al 2001. All’epoca era educatore in un collegio gestito da salesiani a Gand in Belgio e nel 2009 è stato arrestato perché trovato in possesso di materiale video-pornografico. Nel 2012 è stato poi condannato a un anno e mezzo di prigione con la condizionale, l’interdizione dei diritti civili per cinque anni e l’obbligo di sottoposizione a cicli di cure e controlli psicologici, volti a monitorare il relativo stato di salute mentale.

    Malgrado l’interdizione a svolgere qualsiasi attività con bambini e/o minori, nel 2013 è stato inviato nella Repubblica Centrafricana e nel 2015 ha ricevuto un importante incarico in seno alla Caritas nell’ex colonia francese.

    In un comunicato, l’Agenzia dell’ONU, che coordina tutte le attività umanitarie nazionali e internazionali nel Paese, ha fatto sapere: “Tolleranza zero per abusi e sfruttamento sessuale nei confronti del personale e di quello dei nostri partner, come la Caritas, che è nel Paese per aiutare la popolazione”.

    La Caritas è attiva con missioni di sviluppo e assistenza alle vittime dal 2013, subito dopo l’inizio del sanguinoso conflitto interno scoppiato alla fine del 2012. Inoltre sostiene giovani e giovanissimi vulnerabili, tra cui ex bambini soldato.

    Malgrado le pesanti condanne, il prete è stato inviato nella Repubblica centraficana per occuparsi nuovamente di bambini e giovanissimi. Dignity, fondazione cattolica belga che lotta contro gli abusi sessuali in seno alla Chiesa, aveva espresso perplessità  già a giugno, quando il sacerdote era ritornato in patria, precisando che secondo loro non avrebbe mai dovuto ricoprire alcun incarico nell’ex colonia francese.

    In passato, anche caschi blu di MINUSCA, Missione multidimensionale integrata dell’ONU nella Repubblica Centrafricana – rinnovata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, con risoluzione 2499 (2019) il 15 novembre scorso per un altro anno – sono stati accusati di abusi sessuali su minori. L’inchiesta è poi stata archiviata. Lo stesso è accaduto a diversi militari francesi della Operazione Sangaris – Missione terminata nell’ottobre 2016 – indagati dalla Procura di Parigi per gli stessi reati. Ma anche in questo caso i soldati sono stati scagionati.

    MINUSCA è attualmente presente nel Paese con 11.650 militari e 2080 poliziotti. L’ultimo trattato di pace, preparato minuziosamente sin dal 2017 dall’Unione Africana e tutti gli attori del conflitto è stato siglato a Khartoum, la capitale del Sudan, i primi di febbraio. Nessuno dei precedenti accordi è stato in grado a riportare stabilità nel Paese e ora, a quanto sembra, nemmeno l’ultimo, l’ottavo. Ancora oggi 2,6 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari e il 38 per cento dei bambini sotto i 5 anni soffrono di denutrizione cronica. 1,2 milioni di centrafricani hanno dovuto lasciare le proprie case, tra loro 581 mila sfollati interni, mentre 598 mila hanno cercato protezione nei Paesi confinanti.

    Il conflitto ha anche conseguenze sull’educazione dei bambini. Molte scuole sono chiuse, perchè distrutte o occupate da gruppi armati; si stima che il 31 per cento dei piccoli in età scolare sia attualmente privo di istruzione.

    L’assistenza sanitaria, poi, è una delle peggiori al mondo anche per mancanza di medici e personale paramedico, 7,1 ogni 10.000 abitanti. Anche il tasso di vaccinazione è piuttosto basso e ciò aumenta il rischio di propagazione di epidemie.

    L’insicurezza costante e le cattive condizioni delle strade, rendono davvero difficile il trasporto degli aiuti umanitari, per non parlare degli attacchi a convogli e operatori da parte di gruppi armati e criminali.

    La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka, soprattutto musulmani)  alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka, miliziani cristiani,  e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico. Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

    Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016.

    Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU (MINUSCA), che attualmente sono presenti con 12.870 uomini in divisa, oltre allo staff civile forte di 1.162 persone (tra volontari ONU, personale internazionali e locale).

    Il 31 ottobre 2016 la Francia ritira ufficialmente le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.

    Cornelia I. Toelgyes
    corneliacit@hotmail.it
    @cotoelgyes

  • Che cos’è l’Opus Bono Sacerdotii, l’ente no profit che per anni ha finanziato i preti pedofili

    Che cos’è l’Opus Bono Sacerdotii, l’ente no profit che per anni ha finanziato i preti pedofili

    Opus Bono Sacerdotii, un ente no profit nello Stato del Michigan, dal 2002 ha offerto protezione, assistenza legale e aiuti in denaro a centinaia, se non migliaia, di sacerdoti cattolici accusati di pedofilia. Lo ha scoperto un’inchiesta di Associated Press. Secondo uno dei fondatori della Ong: “Le vittime trascurate degli scandali sessuali sono i preti e la Chiesa”.

    Opus Bono Sacerdotii, una piccola organizzazione senza fini di lucro del Michigan, per quasi 20 anni ha offerto riparo, assistenza legale e aiuti in denaro a centinaia, se non migliaia, di sacerdoti cattolici accusati di pedofilia. E’ quanto emerge da un’inchiesta di Associated Press (Ap), partita dopo le rivelazioni di Mary Rose Maher, la figlia 27enne del fondatore della Ong. “Una semplice indagine sull’associazione no profit Opus Bono Sacerdotii – è la denuncia scritta nel 2017 da Mary Rose al procuratore dello Stato del Michigan – metterà in luce la sottrazione di milioni di dollari, anni di frodi postali e il costante e sistematico abuso delle donazioni”. I fondi raccolti dall’ente, però, oltre a finire nelle tasche dei due fondatori, servivano anche per un altro scopo: aiutare i preti accusati di abusi sessuali su bambini.

    “Quando un [prete] pedofilo è finito in prigione per aver abusato decine di minori, Opus Bono era lì ad offrire conforto e denaro”, scrivono i tre giornalisti autori dell’inchiesta. E ancora: “Quando un prete ha confessato di avere aggredito sessualmente ragazzi di età inferiore ai 14 anni, Opus Bono ha raccolto fondi per la sua difesa”. E sebbene l’archidiocesi di Detroit abbia subito smentito qualsiasi relazione con la Ong, Associated Press è stata in grado di scoprire che in realtà i fondatori di Opus Bono Sacedotii hanno goduto per anni della protezione di importanti ecclesiastici.

    “Le vittime degli scandali sessuali sono i preti”
    “Negli scandali sessuali, le vittime trascurate sono i preti e la Chiesa stessa”. Con questa intenzione nasce nel 2002 Opus Bono Sacerdotii, un ente che fin dall’inizio vuole contrapporsi al Survivors Network of those Abused by Priests (Rete di sopravvissuti agli abusi dei preti) e gli altri gruppi che accusano la Chiesa di insabbiare le violenze sessuali del clero. A fondare l’organizzazione no profit sono due amici, Joe Maher e Peter Ferrara, entrambi parrocchiani de “L’Assunzione della Beata Vergine Maria” di Detroit, nel Michigan. Un ruolo importante nell’ente lo ricoprirà anche padre Eduard Perrone, per 25 anni sacerdote in questa grande chiesa di pietra conosciuta anche come “La Grotta dell’Assunzione”. “Già alcuni anni prima che aiutasse a fondare l’Opus Bono – si legge nel reportage di Ap – Perrone aveva accolto nella sua chiesa due sacerdoti accusati di abusi sessuali nelle diocesi di altri stati. Uno di loro in seguito ha ammesso di aver molestato ben 50 bambini negli anni ’80 e ’90”.

    Il primo caso di cui si occupa la Opus Bono risale proprio al 2002 quando la polizia di Detroit accusa Komlan Dem Houndjame, sacerdote africano del Togo, di aggressione sessuale nei confronti di un corista della “Grotta dell’Assunzione”. All’epoca sia Perrone che Maher fanno quadrato attorno a Houndjame. Maher addirittura lo porta a casa sua per proteggerlo dall’attenzione dei media. Al processo, il giudice stabilisce che non ci sono prove sufficienti e Houndjame viene assolto, nonostante altre due donne (mai sentite in tribunale) lo accusino di aver abusato di loro. Da quel momento il telefono di John Maher non smette di squillare: a chiamarlo sono altri sacerdoti che chiedono aiuto. Per i preti coinvolti in abusi, i fondatori di Opus Bono hanno pronti biglietti d’aereo, hotel e appartamenti. Alloggi che consentono ai presunti pedofili di sottrarsi allo scandalo provocato dalla loro condotta sessuale.

    Donazioni di milioni di dollari per i sacerdoti abusatori
    L’elenco dei sacerdoti aiutati da Opus Bono è riservato, ma dai suoi opuscoli promozionali si ricava che dal 2002 l’ente no profit ha assistito oltre 8mila preti. Il procuratore generale del Michigan, Bill Schuette, stima che la cifra più reale sia attorno ai mille. Quello che è certo è che alcuni dei religiosi soccorsi da Maher sono stati coinvolti in aggressioni sessuali. Come Jason Sigler, un sacerdote di Detroit condannato per aver molestato decine di bambini nel New Mexico e nel Michigan. Altri addirittura venivano assunti da Opus Bono come consulenti in diritto canonico: è il caso del reverendo Gregory Ingels, accusato di aver abusato sessualmente di un ragazzino di 15 anni a San Francisco negli anni ‘70.

    A sorprendere è inoltre la quantità di soldi raccolti dall’ente con le donazioni: secondo l’inchiesta dell’Associated Press, dal 2002 al 2016, le entrate di Opus Bono Sacerdotii sono state pari a 8 milioni di dollari. A subire un vertiginoso aumento sono anche gli stipendi di Maher e Ferrara. Insomma, l’attività dei due fondatori vanno a gonfie vele. Almeno fino all’intervento della giustizia.

    Lettere ai fedeli per pagare le spese legali ad un prete accusato di pedofilia
    Nel 2018, Opus Bono invia una serie di lettere ai fedeli del Michigan per chiedere un aiuto in denaro. I soldi raccolti serviranno per pagare le spese legali a due sacerdoti: Robert DeLand, accusato di avere mantenuto relazioni sessuali con tre giovani e, Jonathan Wehrle, un prete incriminato per essersi appropriato di svariate migliaia di dollari della sua diocesi. E’ in quel momento che l’ente no profit finisce nel mirino del procuratore generale del Michigan, Bill Schuette. Dopo le indagini, il magistrato stabilisce che Maher e Ferrara stanno utilizzando la Ong per il loro arricchimento personale. I due, comunque, arrivano ad un accordo e se la cavano con poco: 10mila dollari per coprire i costi delle indagini giudiziarie e il divieto di ricoprire cariche in organizzazioni no profit nello Stato del Michigan. Opus Bono Sacerdotii ha fatto sapere Ferrara è stato licenziato e Maher non ha più alcun ruolo dal 31 marzo scorso.

    Joe Maher, però, sembra aver violato i patti con il procuratore perché è il presidente di The Men of Melchisedec, una nuova organizzazione il cui indirizzo risulta a Indian River, nel Michigan. Il compito di questo nuovo gruppo, come si legge nella loro pagina web, “è di aiutare i preti che incontrano difficoltà nella loro vita personale e nel loro ministero sacerdotale […], compresi quelli che soffrono per l’orrore di un’accusa di abuso sessuale”. E, come nel caso di Opus Bono Sacerdotii, anche qui ai fedeli preoccupati per la sorte dei religiosi coinvolti in scandali sessuali è data la possibilità di contribuire con donazioni.

    https://www.fanpage.it/esteri/che-cose-lopus-bono-sacerdotii-lente-no-profit-che-per-anni-ha-finanziato-i-preti-pedofili/

  • Motu proprio; Troppe PAROLE, nessuna OPERA utile alle vittime e un mare di OMISSIONI

    Motu proprio; Troppe PAROLE, nessuna OPERA utile alle vittime e un mare di OMISSIONI

    Di Francesco Zanardi – Poche righe di premessa per poter comprendere, tenendo sempre presente come chiave di lettura, che le leggi emesse da qualunque paese, compreso lo Stato della Città del Vaticano, hanno validità solamente all’interno dello Stato e nelle rispettive extraterritorialità.

    La Crimen Sollicitationis, è un documento segreto (mai abrogato) stilato nel 1962  da Alfredo Ottaviani (per conto del Vaticano).

    Quel documento, regolamentava, cioè spiegava alle gerarchie, come gestire internamente i casi di pedofilia, come redimere i sacerdoti che si macchiavano di tale crimine, che però, per la chiesa, ancora oggi non è un crimine contro la persona ma un crimine contro Dio.

    I preti pedofili sono un problema già ben noto alla chiesa nel 1962, al punto tale da richiederne già all’ora una norma interna.

    Quella norma restò segreta fino al 2001, quando dopo lo scandalo di Boston, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, che all’epoca era a capo dell’ex Santa Inquisizione, oggi ammodernata nel nome e nota come Congregazione della Dottrina della Fede, sotto il pontificato del papa polacco Giovanni Paolo II, ricordò ai vescovi di tutto il mondo – tramite un secondo documento, una lettera, la De Delictis Grvioribus – che il documento del 1962, era tutt’ora in vigore e lo inasprì, inserendovi il segreto pontificio.

    Fu proprio dietro quella lettera del 2001, che l’allora cardinale Ratzinger, nel 2005, dopo lo scandalo di Boston, fu portato alla sbarra da un avvocato di Houston, Daniel Shea. C’eravamo quasi nel 2005, ma di li a poco il cardinale Ratzinger viene eletto papa, ed immediatamente chiede al Presidente Georg Bush l’immunità, che le viene prontamente concessa.

    La chiave di lettura dei vari motu propri, è che vanno ad aggiungersi alle precedenti direttive che non sono mai state abrogate e ai medesimi riferimenti del codice canonico.

    Il Motu proprio pubblicato il 9-5-2019 dal nome “Vos estis lux mundi” è un testo eccezionalmente “criminale” sotto certi aspetti, che persevera nel non rendere alcuna giustizia alla vittima, ma solamente a Dio. Ovviamente anche la chiesa ci guadagna qualcosa oltre a non risarcire la vittima, l’immagine dell’istituzione.

    Nel documento è completamente sparita qualunque forma di collaborazione o indicazione di denuncia all’autorità civile del paese dove i crimini vengono commessi, l’unica soluzione tra le altre cose che renderebbe effettiva giustizia, oltre che a Dio, una volta tanto anche alla vittima, ma è più che evidente che quest’ultime non siano l’interesse della chiesa.

    Il Motu proprio, unito ai primi due documenti; il primo del 1962 che regolamentava la gestione dei casi e, il secondo del 2001 che sul primo inseriva l’obbligo per le gerarchie del Segreto Pontificio, non lasciano spazio che ad un’unica chiave di lettura; OMERTA’ assoluta per i tutti membri del clero.

    Sulla base di quanto premesso, analizziamo il documento partendo dalla sua natura ovvero, l’ambito di applicazione Art.1, par. a) si legge “delitti contro il sesto comandamento del Decalogo” – “Non commettere atti impuri”.

    Come detto in precedenza, l’oggetto del Motu proprio è Dio e non il minore vittima del sacerdote, anch’esso attore insieme al prete dell’atto impuro contro Dio.

    All’Art. 2 – Ricezione delle segnalazioni e protezione dei dati.

    • 1. Tenendo conto delle indicazioni eventualmente adottate dalle rispettive Conferenze Episcopali, dai Sinodi dei Vescovi delle Chiese Patriarcali e delle Chiese Arcivescovili Maggiori, o dai Consigli dei Gerarchi delle Chiese Metropolitane sui iuris, le Diocesi o le Eparchie, singolarmente o insieme, devono stabilire, entro un anno dall’entrata in vigore delle presenti norme, uno o più sistemi stabili e facilmente accessibili al pubblico per presentare segnalazioni, anche attraverso l’istituzione di un apposito ufficio ecclesiastico. Le Diocesi e le Eparchie informano il rappresentante Pontificio dell’istituzione dei sistemi di cui al presente paragrafo.

    Al primo paragrafo vediamo regolamentato un vero e proprio servizio di intelligence che istruisce l’acquisizione attraverso sportelli diocesani, delle segnalazioni delle sciagurate vittime che si presenteranno a quegli sportelli, regolamentandone quella che chiamano la “protezione dei dati” acquisiti dalle vittime, ma che non è in tutela delle stesse vittime, ma della chiesa.

    Sarebbe infatti importante vedere – nel caso la vittima, insoddisfatta delle procedure della chiesa decidesse di rivolgesi successivamente all’autorità civile – che uso verrebbe fatto delle informazioni fornite fino a quel momento allo sportello diocesano?

    Teniamo ben presente che la diocesi, è quella che in caso di un processo in un tribunale civile, fornirà la difesa al prete, la domanda è quindi d’obbligo.

    Nel Motu proprio, a riguardo non c’è nulla e l’articolo 2, se è pur vero che ha come titolo – Ricezione delle segnalazioni e protezione dei dati, è anche vero che non è rivolto alla vittima, ma ai dati acquisiti dalla chiesa e alla loro protezione affinchè non fuoriescano.

    Vediamo infatti ai successivi tre paragrafi;

    • 2. Le informazioni di cui al presente articolo sono tutelate e trattate in modo da garantirne la sicurezza, l’integrità e la riservatezza ai sensi dei canoni 471, 2° CIC e 244 §2, 2 CCEO.
    • 3. Salvo quanto stabilito dall’articolo 3 §3, l’Ordinario che ha ricevuto la segnalazione la trasmette senza indugio all’Ordinario del luogo dove sarebbero avvenuti i fatti, nonché all’Ordinario proprio della persona segnalata, i quali procedono a norma del diritto secondo quanto previsto per il caso specifico.
    • 4. Agli effetti del presente titolo, alle Diocesi sono equiparate le Eparchie e all’Ordinario è equiparato il Gerarca.

    Le informazioni sono sottoposte a segretezza (verso l’esterno) , ma internamente invece, vengono inviate a più soggetti oltre al ricevente; (§3) all’ordinario  del luogo (in genere il vescovo), all’ordinario della persona segnalata, ovvero chi attualmente la ha in carico.

    Un devoto cattolico, Giulio Andreotti, diceva che “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” e qui, c’è davvero poco da pensare male perché da quel famoso documento del 1962 tutt’ora in vigore, la chiesa ha sempre insabbiato e nascosto – a danno delle vittime e producendone delle nuove – sempre sulla base delle informazioni acquisite da chi denunciava i preti criminali e all’Art. 2, per chi non se ne fosse ancora accorto, viene addirittura regolamentata l’intera procedura, come in passato utile ad allertare, insabbiare, fare sparire il più possibile le prove e se è il caso anche il prete, che troverà rifugio sicuro in una delle c.d. “comunità per preti pedofili” – di cui si parla approfonditamente nel libro Giustizia Divina, di Emanuela Provera e Federico Tulli (Chiarelettere).

    La “Vos estis lux mundi”, nella sostanza riconferma come i precedenti documenti, la stessa procedura che in questi anni ha permesso ai preti pedofili di abusare di minori e sfuggire alla giustizia civile.

    Certo, con tale procedura, qualora la vittima decidesse di rivolgersi successivamente all’autorità civile, questi troverebbero solo un tale inquinamento di prove, da rendere nulla qualunque indagine e insostenibile qualunque accusa.

    Come sempre, nessun cenno di indennizzi per le vittime e le proprie famiglie, tranne la solita assistenza spirituale, l’ascolto e l’indirizzamento presso centri medici e psicologici di terze parti, (sanità pubblica o convenzionati).

    A girare il coltello nella piaga allo Stato italiano però, ci ha subito pensato Charles Scicluna che dopo il Motu proprio “beffardo”, ribadisce che a far arrivare alla magistratura le denunce, ci deve pensare lo Stato.

    E qui, il problema è enorme, perché proprio lo Stato italiano, giusto lo scorso 28 febbraio, è stato pesantemente accusato dal Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia, che al punto 21 della Relazione conclusiva, lamenta l’inerzia dello Stato ai danni dei propri cittadini e la connivenza con la chiesa in materia di pedofilia;

    “il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”

    La chiesa cattolica ha un grande problema.

    No, non è la pedofilia, ma il Vaticano che anziché emettere un semplice decreto risolutivo come ordinare ai vescovi la denuncia all’autorità civile, diabolicamente persevera nell’attuare quelle politiche che da sempre hanno garantito l’ingiustizia alle vittime e l’impunità ai colpevoli.

    di Francesco Zanardi

  • “Capuana è sicuro della sua innocenza, c’è un attacco mediatico contro di lui”

    “Capuana è sicuro della sua innocenza, c’è un attacco mediatico contro di lui”

    Catania Today intervista Mario Brancato, avvocato del “santone”, e parla di un uomo sereno e in attesa di giudizio. Chiamerà a testimoniare in suo favore oltre 100 persone, tra cui il vescovo di Acireale“

    Il “santone” 75enne Piero Capuana è attualmente libero, non frequenta la comunità religiosa che ha fondato e attende “con serenità” l’esito giudiziario della vicenda che l’ha travolto e visto sotto accusa per presunti abusi sessuali.

    A renderlo noto è il suo legale, l’avvocato Mario Brancato che fa chiarezza sulla posizione dell’uomo finito al centro dell’inchiesta “12 apostoli” e che, dopo l’ultimo servizio de Le Iene, parla di un vero e proprio “attacco mediatico” contro il suo assistito.

    Proprio l’avvocato Brancato, per accelerare i tempi del processo, ha chiesto il rito immediato. Così il prossimo 13 maggio inizierà il tanto atteso processo. Con Capuana ci saranno, dinanzi la seconda sezione penale del tribunale, le tre presunte fiancheggiatrici: Katia Concetta Scarpignato, di 59 anni, Fabiola Raciti, di 57, e Rosaria Giuffrida, di 59 anni.

    Le accuse nei confronti di Capuana sono molto gravi: avrebbe circuto le fedeli presentando i presunti atti sessuali che sarebbero avvenuti in comunità come una sorta di rito di purificazione.

    “Ho avuto la sensazione – spiega l’avvocato Brancato – che da parte dei mass media vi sia stato un discorso di base come se già fosse stata acclarata la colpevolezza dell’imputato, mentre siamo in una fase in cui tutto si deve accertare e verificare”.

    Capuana è in stato di libertà dopo una iniziale detenzione in carcere e poi ai domiciliari, durata complessivamente circa sei mesi.

    Per il suo legale non vi era l’esistenza di alcuna setta e chiarisce il ruolo dell’associazione Acca: “Posso dire a voce alta che è una associazione religiosa che fa beneficienza, visite negli ospedali, assistenza agli anziani. Inoltre non c’è stata una posizione di sudditanza nei confronti di nessuno: c’è un leader carismatico, come vi sono anche altri leader che vengono seguiti, così come avviene in qualsiasi altra associazione”.

    La strategia difensiva dell’avvocato Brancato punta a “smontare” le testimonianze contro il suo assistito e a chiamare in causa oltre 110 testimoni che giurerebbero sulla condotta immacolata di Capuana: “Queste ragazze che lo accusano hanno avuto la possibilità, ed è documentato, di parlare tra di loro e coordinare una linea di condotta comune. Linea che viene smentita da centinaia di testimonianze di natura diversa: abbiamo 110 testimoni che chiameremo tutti al processo per dimostrare la verità”.

    Capuana è fiducioso e attende giustizia convinto della sua innocenza. Durante il processo sarà chiamato anche il vescovo di Acireale Raspanti come testimone. Per il legale si potrà delineare così “il comportamento della Chiesa di Acireale nei confronti della comunità Acca”.

    “Alla morte di padre Cavalli, fondatore con Capuana, della comunità era presente l’arcivescovo e altri sacerdoti che hanno elogiato la figura di padre Cavalli che era anche figliolo prediletto di Padre Pio con cui aveva rapporti continui”, conclude Brancato.

    Adesso Capuana non frequenta più la comunità in attesa degli svilluppi processuali. Il prossimo 13 maggio inizierà l’iter per l’accertamento della verità e si capirà di più su una vicenda che ha sconvolto le coscienze di molti.

    http://www.cataniatoday.it/cronaca/capuana-avvocato-innocenza-attacco-mediatico-18-aprile-2019.html

  • Chiesa e pedofilia, nel motu proprio di papa Francesco non c’è traccia dell’obbligo di denuncia alle autorità civili

    Chiesa e pedofilia, nel motu proprio di papa Francesco non c’è traccia dell’obbligo di denuncia alle autorità civili

    «Se i bambini avranno l’accortezza di farsi abusare entro i confini dello Stato di Città del Vaticano, saranno tutelati i loro diritti; al di fuori, non possiamo agire». Il presidente di Rete L’Abuso, Francesco Zanardi, commenta così a Left l’atteso motu proprio emanato da papa Francesco in materia di violenze “sessuali” su minori annunciato al termine del summit che si è tenuto in Vaticano a fine febbraio alla presenza dei capi di tutte le conferenze episcopali del mondo. «Questo – prosegue Zanardi – è ciò che nella sostanza è contenuto nel motu proprio di papa Francesco, che è bene ricordare ha validità nel solo Stato della Città del Vaticano». Prima del vertice vaticano, il presidente dell’associazione italiana di tutela dei diritti delle vittime di pedofilia di matrice clericale è stato ricevuto dalla commissione pontificia insieme ai rappresentanti di altre sette associazioni nazionali di altrettanti Paesi. E in quella occasione agli emissari del papa sono state fatte delle precise richieste e osservazioni sul modo in cui la Chiesa avrebbe dovuto gestire in particolare l’assistenza alle vittime dei preti pedofili in tutto il mondo. «Pur ammettendo – prosegue Zanardi – che le nostre istanze sono state in qualche modo accolte, in primis quella di legiferare in merito all’assistenza alle vittime, che come leggiamo nel documento sarà gestita Direzione di Sanità e Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, mi domando in che modo sarà concretamente realizzata. Dovranno andare in Vaticano per essere aiutate?». A tal proposito le associazioni avevano richiesto degli indennizzi proprio per sovvenzionare “in autonomia” le cure necessarie a chi subisce questo genere di violenza. «Si tratta di misure improponibili, anche se ci venisse pagato il volo per andare in Vaticano dallo psicologo». Il presidente di Rete L’Abuso si sofferma infine sull’applicazione delle norme penali emanate da papa Francesco. «Hanno validità solo all’interno di quell’appezzamento di circa un km quadrato che è la Città del Vaticano, ma che comunque il pontefice potrebbe applicare immediatamente, dando giustizia ai chierichetti della Basilica di S. Pietro, abusati proprio in Vaticano, a due passi dalla sua residenza di S. Marta, dove il Motu proprio ha validità».

    Vediamo ora nel dettaglio i passaggi più significativi dei tre documenti emanati da papa Francesco che entreranno in vigore l’1 giugno 2019: il Motu proprio sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili, la legge sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili dello Stato della Città del Vaticano e le Linee guida per la protezione dei minori e delle persone vulnerabili per il Vicariato della Città del Vaticano. (LEGGI IL DOCUMENTO COMPLETO)

    «Desidero rafforzare ulteriormente l’assetto istituzionale e normativo per prevenire e contrastare gli abusi contro i minori e le persone vulnerabili affinché» scrive Bergoglio «nella Curia romana e nello Stato della Città del Vaticano», «maturi in tutti la consapevolezza del dovere di segnalare gli abusi alle Autorità competenti e di cooperare con esse nelle attività di prevenzione e contrasto». Laddove il papa parla di «autorità competenti» si potrebbe pensare che si riferisca alla magistratura “laica” e invece più avanti chiarisce che: «Fatto salvo il sigillo sacramentale (cioè il segreto che grava su tutto ciò che viene detto nell’ambito del confessionale, ndr), i soggetti (gli ecclesiastici, ndr) … sono obbligati a presentare, senza ritardo, denuncia al promotore di giustizia presso il tribunale dello Stato della Città del Vaticano ogniqualvolta, nell’esercizio delle loro funzioni, abbiano notizia o fondati motivi per ritenere che un minore o una persona vulnerabile sia vittima di uno dei reati (di abuso su minori o persone vulnerabili, ndr), qualora commessi anche alternativamente: nel territorio dello Stato; in pregiudizio di cittadini o di residenti nello Stato; in occasione dell’esercizio delle loro funzioni, dai pubblici ufficiali dello Stato». Più chiaro di così. Dopo di che, in relazione alle osservazioni di Zanardi leggiamo: «Alle persone offese dai reati di cui all’articolo 1 della Legge N. CCXCVII è offerta assistenza spirituale, medica e sociale, compresa l’assistenza terapeutica e psicologica di urgenza, nonché informazioni utili di natura legale, tramite il Servizio di accompagnamento gestito dalla Direzione di Sanità e Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano». È probabile, o per lo meno vogliamo pensare che sarà così, che saranno realizzati servizi di questo genere in tutte le diocesi del pianeta. Ma ci pare davvero poca cosa rispetto alla tanto pubblicizzata “tolleranza zero” di cui si sente parlare dal giorno in cui Jorge Mario Bergoglio è diventato papa Francesco, ormai sei anni fa.

    Chiesa e pedofilia, nel motu proprio di papa Francesco non c’è traccia dell’obbligo di denuncia alle autorità civili

  • Pedofilia, le nuove norme di papa Francesco

    Pedofilia, le nuove norme di papa Francesco

    Papa Francesco ha promulgato tre testi per lo Stato della Città del Vaticano e la Curia romana per arginare gli abusi sessuali da parte del clero. Nel dettaglio, il Pontefice ha promulgato un motu proprio per il Vaticano con la relativa legge sulla ‘protezione dei minori e delle persone vulnerabili’ e le Linee guida pastorali per il Vicariato della Città del Vaticano. Si tratta di tre documenti che arrivano a poco più di un mese dal summit voluto dal Papa lo scorso febbraio con i capi delle Conferenze episcopali di tutto il mondo.

    “Si tratta di leggi, norme e indicazioni molto specifiche innanzitutto per i destinatari: riguardano infatti soltanto lo Stato Vaticano, – precisa il direttore editoriale Andrea Tornielli – dove opera un gran numero di sacerdoti e religiosi, ma ci sono pochissimi bambini. Pur essendo stati pensati e scritti per una realtà unica al mondo, nella quale la massima autorità religiosa è anche il sovrano e legislatore, questi tre documenti contengono indicazioni esemplari che tengono conto dei più avanzati parametri internazionali”. Annota Tornielli che “il fatto che il Papa abbia deciso di firmare personalmente anche la Legge CCXCVII e le Linee guida – testi che di per sé avrebbero potuto essere promulgati rispettivamente dalla Commissione per lo Stato e dal Vicario della Città del Vaticano – sta a indicare il valore che si vuol dare a queste norme”.
    “La tutela dei minori e delle persone vulnerabili fa parte integrante del messaggio evangelico che la Chiesa e tutti i suoi membri sono chiamati a diffondere nel mondo”, sottolinea papa Francesco che spiega: “Abbiamo tutti il dovere di accogliere con generosità i minori e le persone vulnerabili e di creare per loro un ambiente sicuro, avendo riguardo in modo prioritario ai loro interessi. Ciò richiede una conversione continua e profonda, in cui la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la credibilità dell’annuncio evangelico e a rinnovare la missione educativa della Chiesa. Desidero, quindi, rafforzare ulteriormente l’assetto istituzionale e normativo per prevenire e contrastare gli abusi contro i minori e le persone vulnerabili affinché nella Curia Romana e nello Stato della Città del Vaticano”. Nel dettaglio, il Papa chiede che “sia mantenuta una comunità rispettosa e consapevole dei diritti e dei bisogni dei minori e delle persone vulnerabili, nonché attenta a prevenire ogni forma di violenza o abuso fisico o psichico, di abbandono, di negligenza, di maltrattamento o di sfruttamento che possano avvenire sia nelle relazioni interpersonali che in strutture o luoghi di condivisione; maturi in tutti la consapevolezza del dovere di segnalare gli abusi alle Autorità competenti e di cooperare con esse nelle attività di prevenzione e contrasto; sia efficacemente perseguito a norma di legge ogni abuso o maltrattamento contro minori o contro persone vulnerabili; sia riconosciuto a coloro che affermano di essere stati vittima di sfruttamento, di abuso sessuale o di maltrattamento, nonché ai loro familiari, il diritto ad essere accolti, ascoltati e accompagnati”. Il Pontefice dispone ancora che “sia offerta alle vittime e alle loro famiglie una cura pastorale appropriata, nonché un adeguato supporto spirituale, medico, psicologico e legale; sia garantito agli imputati il diritto a un processo equo e imparziale, nel rispetto della presunzione di innocenza, nonché dei principi di legalità e di proporzionalità fra il reato e la pena; venga rimosso dai suoi incarichi il condannato per aver abusato di un minore o di una persona vulnerabile e, al contempo, gli sia offerto un supporto adeguato per la riabilitazione psicologica e spirituale, anche ai fini del reinserimento sociale; sia fatto tutto il possibile per riabilitare la buona fama di chi sia stato accusato ingiustamente; sia offerta una formazione adeguata per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”.

    Papa Francesco, firmando tre documenti per arginare gli abusi del clero – applicabili per il Vaticano e la Curia romana – introduce una serie di novità significative nella lotta agli abusi. La prima novità, come segnala il direttore editoriale Andrea Tornielli, riguarda il fatto che “tutti i reati legati all’abuso sui minori, non soltanto quelli di natura sessuale, ma anche ad esempio i maltrattamenti, saranno ‘perseguibili d’ufficio’ cioè anche in mancanza della denuncia di parte”. La seconda novità è relativa all’introduzione di una prescrizione di vent’anni che decorrono ‘in caso di offesa a un minore, dal compimento del suo diciottesimo anno di età’. Tornielli segnala in proposito che “non si parla qui di leggi canoniche, ma di leggi penali dello Stato della Città del Vaticano, dove non essendo mai stato adottato il Codice Rocco promulgato in Italia nel periodo fascista, ancora vige il Codice Penale Zanardelli che per questi reati prevedeva prescrizioni mai superiori ai quattro anni dal compimento del reato stesso”. Altra novità riguarda l’obbligo di denuncia e la sanzione per il pubblico ufficiale che omette di segnalare all’autorità giudiziaria vaticana abusi di cui è venuto a conoscenza, fatto salvo il sigillo sacramentale, cioè l’inviolabile segreto della confessione. “Ciò significa – ragguaglia Tornielli – che tutti coloro che, nello Stato e per estensione nella Curia romana, ma anche tra il personale diplomatico al servizio delle nunziature, svolgono il ruolo di pubblico ufficiale (oltre il 90% delle persone che lavorano in Vaticano o per la Santa Sede) saranno sanzionati in caso di mancata denuncia”.

    In Vaticano nascerà tra l’altro un servizio ad hoc per dare assistenza alle vittime di abusi sessuali da parte del clero non solo in termini di ascolto ma anche per tutelare nei diritti. Nel dettaglio, come si legge all’art. 10, “il Servizio di accompagnamento offre ai minori, ai loro genitori, formatori, educatori e responsabili un’informazione adeguata sui rischi in materia di sfruttamento, di abuso sessuale e di maltrattamento, nonché sui mezzi utili ad identificare e prevenire tali offese. L’Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica organizza, di concerto con il Servizio di accompagnamento, programmi di formazione per il personale del Governatorato circa i rischi in materia di sfruttamento, di abuso sessuale e di maltrattamento dei minori, nonché sui mezzi per identificare e prevenire queste offese e sull’obbligo di denuncia”. L’articolo 11 è dedicato al ‘reclutamento del personale’ e dispone che “nella selezione ed assunzione del personale del Governatorato, nonché di coloro che prestano collaborazione in forma volontaria, deve essere accertata l’idoneità del candidato ad interagire con i minori. La Commissione per la Selezione del personale si avvale del Servizio di accompagnamento per adottare orientamenti e definire procedure allo scopo di accertare l’idoneità dei candidati”.

    Le vittime: “Fumo negli occhi” – “Fumo negli occhi”. Le vittime di abusi sessuali da parte dei preti danno voce alla loro rabbia dopo la pubblicazione dei tre documenti del Papa volti ad arginare la piaga degli abusi. I documenti resi noti oggi saranno validi per il territorio del Vaticano dal 1 giugno e riguarderanno anche la Curia romana e il Vicariato. “Questi provvedimenti andrebbero applicati in tutto il pianeta invece, trattandosi di un motu proprio, non avranno validità oltre il Colonnato”, dice all’Adnkronos Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso. “Il Vaticano non può fare ingerenza sugli Stati esteri. Il problema,- rileva Zanardi – e lo diciamo da sempre, è che a gestire le cose deve essere l’Autorità giudiziaria nei Paesi dove viene commesso l’abuso”. Il presidente della Rete l’Abuso ricorda la vicenda dei presunti abusi ai chierichetti del pre-seminario San Pio X all’interno del Vaticano. “Non se ne sa più nulla. Una delle vittime – dice Zanardi – è venuta da noi. Stiamo portando avanti il caso insieme all’avvocato Mario Caligiuri del foro di Roma”.