Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • VESCOVI CILENI, ED CONDON: LE DIMISSIONI NON BASTANO

    VESCOVI CILENI, ED CONDON: LE DIMISSIONI NON BASTANO

    Dopo i precedenti articoli di cronaca (qui, qui , qui), riporto questo editoriale di Ed Condon pubblicato ieri sul Catholic Herald.

    Eccolo nella mia traduzione.

    Le ultime 24 ore hanno visto la saga degli scandali di abusi sessuali cileni e presunto occultamento prendere diverse svolte drammatiche.  Giovedì, il Vaticano ha pubblicato una lettera consegnata da Papa Francesco ai vescovi cileni. In essa, il Papa ha fatto riferimento alla necessità di azioni “a breve, medio e lungo termine” per “ristabilire la giustizia”. Venerdì mattina è trapelato un documento ai media cileni in cui il Papa ha usato un linguaggio molto più forte. Egli ha affermato, secondo il documento trapelato, che le persone dovevano essere rimosse dall’ufficio, ma che questo da solo non sarebbe stato “sufficiente”.

    L’aspetto più drammatico è che la lettera trapelata contiene accuse del più grave tipo di abuso d’ufficio nei confronti della gerarchia cilena. Queste comprendono la repressione delle accuse di abuso sessuale, il trasferimento intenzionale di autori di abusi sospetti o noti ad altri incarichi, l’interferenza nelle indagini canoniche e la pressione sugli investigatori stessi, nonché la distruzione delle prove.

    Il contenuto di tali affermazioni è di per sé esplosivo.  Ma il testo trapelato è stato seguito da altre notizie. Più tardi, venerdì, è emerso che tutta la gerarchia cilena, che è stata a Roma negli ultimi giorni in una conferenza di emergenza con il Papa, ha presentato le sue dimissioni scritte al Santo Padre giovedì.

    Resta ora da vedere se papa Francesco accetterà tutte, alcune o nessuna delle lettere.

    Le dimissioni della gerarchia di un intero paese sono certamente drammatiche. La mossa è stata accompagnata da una lettera dei vescovi che ringraziano papa Francesco per la sua “correzione fraterna” e chiedono “perdono” per il dolore causato alle vittime.  Se papa Francesco accettasse in massa le dimissioni, porrebbe fine naturalmente al crescendo dello scandalo degli abusi sessuali in Cile e ciò gli permetterebbe di avviare riforme più profonde e più ampie con una lista pulita di vescovi con cui lavorare.

    Spero sinceramente che non lo faccia.

    Le dimissioni di massa, accompagnate da una lettera di mea culpa di gruppo, danno l’impressione che i vescovi cileni prendano sul serio la questione. In effetti, potrebbe garantire che nessuna persona fisica o giuridica debba rispondere direttamente di ciò che ha fatto. Tutti esprimono rimorso, tutti si assumono responsabilità collettive, tutti si dimettono, nessuna risposta individuale per singoli reati. Si tratta, in effetti, di un intero episcopato nazionale che cerca una via di uscita del gentleman, e papa Francesco non dovrebbe avere nulla di tutto ciò.

    Il Papa stesso ha implorato le vittime per il perdono, dicendo che era “parte del problema” attraverso la sua difesa iniziale del vescovo Juan Barros, la cui associazione con il noto abusatore don Fernando Karadima ha scatenato la crisi. Avendo dovuto fare un atto così pubblico di responsabilità personale e di umiltà, ora dovrebbe insistere sul fatto che ciascuno dei vescovi cileni sia ritenuto ugualmente responsabile per qualsiasi ruolo abbia svolto.

    Nel giugno 2016, Francesco ha emesso il motu proprio Come Una Madre Amorevole, che ha fornito un chiaro meccanismo giuridico per l’azione penale contro i vescovi per abuso di potere e di ufficio, soprattutto in relazione alla gestione delle accuse di abuso sessuale.  Le accuse contenute nel documento trapelato di venerdì sono una scandalosa lista di riciclaggio dei peggiori crimini previsti da Come Una Madre, e dovrebbero essere applicate senza parsimonia a ogni vescovo che ha offerto le sue dimissioni. Dovrebbe esserci un chiaro impegno di tutte le risorse necessarie per un’azione penale completa contro tutte le accuse che sono state mosse.

    Sulla scia dello scandalo cileno degli abusi sessuali, e soprattutto delle indicazioni emergenti di copertura deliberata, nessun vescovo dovrebbe avere il permesso di dimettersi. Il comportamento criminale richiede una risposta e una sanzione legale credibile: se vengono giudicati colpevoli, i vescovi cileni dovrebbero essere spogliati dei loro uffici.

    Ci sarà un’immensa pressione su Papa Francesco affinché accetti le dimissioni e proceda. L’avvio di un numero così elevato di procedimenti penali canonici contro vescovi in carica trascinerebbe la questione per mesi, se non anni. Ma percorrere questa strada più dura e lunga sarebbe una vera dimostrazione di probità, responsabilità e rigore nel gestire la crisi degli abusi.

    Il modo in cui alcuni vescovi, anche cardinali, sono stati lasciati scomparire nelle dimissioni e nella tranquilla pensione in seguito agli scandali degli abusi sessuali in America è stato ampiamente visto come un affronto alle vittime.  Papa Francesco ha la possibilità di evitare che questo accada di nuovo, e si è già dato il meccanismo giuridico per farlo.

    Per il bene di tutti, devono finire i giorni in cui si permette alle persone di scegliere la metaforica bottiglia di brandy ed il  revolver con la perla. I vescovi che si trovano di fronte ad accuse credibili dovrebbero essere indagati; e chiunque abbia consapevolmente messo a rischio bambini, coperto abusi sessuali, soppresso accuse e distrutto prove deve affrontare la giustizia – per se stesso, per le vittime e per la Chiesa.

    di Ed Condon

    Fonte: Catholic Herald (nella mia traduzione)

  • Pedofilia nella Chiesa cilena: le vittime vogliono chiarezza

    Pedofilia nella Chiesa cilena: le vittime vogliono chiarezza

    Papa Bergoglio ha incontrato i vescovi chiedendo chiarezza. Le vittime tirano in ballo nomi pesanti

    Giuseppe Aloisi

    Il Papa vuole che la Chiesa cilena cambi. La pedofilia e gli abusi sessuali in genere continuano a rappresentare una piaga per la Chiesa cattolica.

    Quello che è successo con padre Karadima non deve succedere più.

    Bergoglio si è recato in sud America durante lo scorso gennaio, ma il Pontefice argentino aveva scelto di non ricevere le vittime del sacerdote carismatico. Karadima, che adesso è condannato a una vita di preghiera e penitenza, ha contribuito a formare buona parte del clero cileno. Poi papa Francesco ha fatto retromarcia. Specie sul caso del vescovo Barros, riguardo al quale aveva pronunciato parole considerate troppo morbide. Il cardinale cappuccino Sean O’Malley si è fatto risentire e il Santo Padre ha aggiustato il tiro. Informazioni sbagliate sarebbero arrivate in Vaticano. Tanto che Papa Francesco ha “ammesso” di aver commesso “errori di valutazione”. Qualche vertice ecclesiastico, insomma, avrebbe omesso parti di questa storia al Papa, che ha convocato i vescovi cileni a rapporto presso la Santa Sede.

    Barros, questo è un particolare che non viene sempre riportato, sarebbe stato elevato a vescovo da Bergoglio nonostante le accuse. Il Papa, per farla corta, sarebbe stato ingannato.

    Lo scopo attuale è divenuto quello di chiarire le responsabilità e mettere fine a questi episodi. Bergoglio ha ricevuto nei giorni scorsi anche alcune vittime di Karadima promettendo chiarezza e chiedendo perdono per quanto accaduto. Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Josè Andrès Murillo, tutti e tre vittime del sacerdote cileno, hanno dichiarato di aver conosciuto una Chiesa molto diversa da quella con cui hanno avuto a che fare nella loro nazione. Il Papa, nell’incontro a porte chiuse con i vescovi, ha preteso chiarimenti. Non sono previste dichiarazioni ufficiali del pontefice argentino, ma la nota stampa della Santa Sede parla di “necessità” nello ristabilire un rapporto di fiducia nella Chiesa. Ma chi sono i vertici del clero cileno tirati in ballo in questa storia?

    Karadima, come detto, e il vescovo Barros, per il quale da più parti viena richiesta la rimozione. Il vescovo in questione farebbe parte di un elenco di persone accusate di aver preso parte e/o di aver assistito a quanto compiuto in Cile da Karadima. Le vittime però citano anche altri uomini di Chiesa. “Di fronte al diritto canonico e alle vittime di Karadima – ha dichiarato una di queste nella sede dell’Associazione della stampa estera a Roma – il cardinale Errazuriz è un vero criminale, ha insabbiato le denunce, spero che paghi quel che deve pagare“. L’altra persona citata è il cardinal Riccardo Ezzati, successore di Errazuriz. Entrambi, secondo James Hamilton, “dovrebbero andare in carcere“.

    Sono in tanti ad attendere azioni concrete. La vicenda in sè è davvero brutta. La sensazione è che ci si trovi dinanzi ad episodi che qualcuno ha tentato di coprire. Molte cose sono state chiarite dopo il viaggio del vescovo Scicluna, il “plenipotenziario” di Ratzinger per la lotta alla pedofilia. Bergoglio ha inviato Scicluna in Cile per indagare. Dopo la lettura del report è iniziato questo “lungo processo sinodale”. Il Vaticano è chiamato a risolvere la crisi del clero cileno.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/pedofilia-nella-chiesa-cilena-vittime-vogliono-chiarezza-1525721.html

  • Scandalo Forteto, “Perché lo Stato ha portato per 40 anni i bambini nella casa dell’orco?”: parla Stefano Mugnai di Forza Italia

    Scandalo Forteto, “Perché lo Stato ha portato per 40 anni i bambini nella casa dell’orco?”: parla Stefano Mugnai di Forza Italia

    Stefano Mugnai, deputato di Forza Italia, chiede una commissione di inchiesta bicamerale per far luce sulle responsabilità delle istituzioni che avrebbero taciuto per anni le gravi violenze consumate nella comunità fiorentina del “Forteto”

    “Sono tanti i poteri e le funzioni dello Stato che hanno avuto enormi responsabilità nel caso della setta del Forteto. In quel luogo si sono consumate violenze e abusi per anni. Tutti sapevano. Nella casa dell’orco, per 40 anni, lo Stato ha continuato a portare bambini”.

    A parlare è Stefano Mugnai, già presidente della prima commissione regionale, ora deputato di Forza Italia, che insieme a Laura Bottici, questore del Senato del M5S e Giovanni Donzelli commissario regionale, ora deputato di Fratelli d’Italia, si sono adoperati per fare luce sulle responsabilità istituzionali riguardanti il caso del Forteto, la comunità nel Mugello, in Toscana, nella quale, minori, adulti e disabili sono stati vittima di violenze sessuali, psicologiche e di aberrazioni per decine di anni.

    “Il mio intento è quello di dar vita a una commissione di inchiesta bicamerale per stabilire una volta per tutte le responsabilità dello Stato. Le commissioni d’inchiesta del consiglio regionale hanno già evidenziato la verità sui fatti, ma il potere di una commissione parlamentare non è paragonabile a quello regionale, ed è quello che serve per condannare i diversi livelli istituzionali coinvolti”, spiega Mugnai.

    “Gli abusi e le violenze sui minori nel mondo purtroppo sono sempre esistite, ma il Forteto non era una casa privata. Che fosse la tana dell’orco lo sapevano tutti e da tempo: le sentenze risalivano agli anni Ottanta”, prosegue il deputato FI.

    “Nonostante questo, il tribunale dei minori, i servizi sociali, le amministrazioni locali, il mondo dei media e quello accademico, la politica, erano tutti uniti nel dire quanto fosse meravigliosa quella realtà e continuavano a mandarci i bambini”.

    Tutti coinvolti, quindi, secondo Mugnai in un sistema nel quale tutti sapevano e nessuno parlava.

    Che interessi c’erano e ci sono dietro il Forteto? Perché i governi (sia Letta che Renzi) non hanno commissariato la struttura nonostante negli anni siano arrivate le mozioni delle opposizioni? In tutto questo tempo il governo ha mostrato sempre una grandissima ambiguità.

    All’epoca del governo Renzi gli ispettori tornarono al Forteto e stilarono una relazione nella quale smentivano gli ispettori precedenti. Un commissariamento sarebbe stato molto utile per separare la cooperativa dalla comunità, e garantire la prosecuzione della produzione senza i legami però con quelli che sono i responsabili dei gravi fatti emersi. Ma così non è stato.

    “Il Forteto è una setta, sono dei pazzi e dei criminali, se un adulto consenziente decide di vivere con delle regole che per me sono assurde e folli è liberissimo di farlo. Ma non si potevano inviare i bambini, non si potevano affidare minori, figli di genitori deboli che sono stati accusati spesso di reati terribili che non avevano mai commesso”, prosegue Mugnai.

    Per il deputato di FI, “Sul tribunale dei minori di Firenze pendono delle responsabilità gigantesche. Per il resto, posso anche comprendere come alcuni politici, anche big, fossero all’oscuro di tutto, portati al Forteto solo di passaggio e per campagne elettorali. Come Antonio Di Pietro, ad esempio. Ma la politica locale sapeva: il Forteto era un fortino di voti, di preferenze o di pacchetti di tessere”.

    Secondo Mugnai una nuova commissione bicamerale potrebbe fare tanto: “Capire che il futuro di quella realtà economica, ossia quello della cooperativa, lo si garantisce slegandolo da quello della setta. Setta che prende forma giuridica come associazione, ma sempre di setta si sta parlando”.

    “I numeri emersi dai voti delle ultime votazioni”, conclude Mugnai, “ci dicono che nella prossima legislatura, anche se il Pd dovesse continuare a fare opposizione e a porre veti sulle indagini, le commissioni potranno essere ugualmente istituite e potranno portare avanti questo importante compito”.

    https://www.tpi.it/2018/05/02/setta-forteto-abusi-stato-colpevole/

  • Lo scandalo dei preti pedofili: in autunno il processo civile, ma a Napoli nessuna denuncia

    Lo scandalo dei preti pedofili: in autunno il processo civile, ma a Napoli nessuna denuncia

    Il confronto fa una certa impressione. Mette in risalto la distanza. Mentre in questi giorni sono state accolte in Vaticano le tre vittime cilene invitate a Santa Marta dal pontefice per fare affiorare dal loro cuore tutto il dolore, la vergogna e l’emarginazione che in questi anni hanno dovuto subire, aiutandole nell’ascolto e soprattutto chiedendo loro scusa per il silenzio colpevole di tanti cardinali e vescovi che in Cile hanno taciuto o insabbiato casi di violenze da parte di un noto prete pedofilo, padre Karadima, a Napoli il cardinale Crescenzio Sepe – alle prese da anni con la vicenda terribile del parroco di Ponticelli finora si è limitato a un appello piuttosto generico. «Chi sa parli». Eppure si tratta di un caso che è stato riaperto dal Vaticano dopo che a Napoli si era steso sopra un velo.

    Il cardinale ieri ha spiegato che le procedure relative all’indagine previa non hanno portato alla luce nuove vittime, che è stato riascoltato il sacerdote accusato ma che alla Cancelleria della diocesi non è giunta nessuna altra denuncia oltre a quella fatta anni addietro da Diego Esposito, il nome è di fantasia, il primo accusatore di don Silverio Mura. A febbraio Il Mattino aveva realizzato un’intervista raccogliendo la testimonianza di una seconda vittima, un altro ex bambino che negli anni Novanta abitava a Ponticelli. Aveva raccontato nei particolari l’incubo che aveva dovuto subire a causa di quel parroco che nel quartiere tutti rispettavano molto. L’identità della seconda vittima la avevamo indicata con due iniziali – G.S. – un altro nome di fantasia, utilizzato per il suo timore di uscire allo scoperto con la vera identità. A essere precisi più che il timore sembrava la paura a frenarlo. Quell’intervista era arrivata sul tavolo di Papa Francesco che allibito aveva disposto che la Congregazione per la Dottrina della Fede agisse di conseguenza.
     
    G.S. ora è un uomo grande e felicemente sposato, con un buon lavoro, ma sta molto attento a non creare contraccolpi alla sua vita o a quella dei suoi figli che sono ancora piccoli. Ha ben presente il calvario che ha dovuto subire Diego Esposito negli anni passati a causa della denuncia fatta in curia, quando ebbe il coraggio, dopo anni di analisi e di disturbi, di andare a bussare alla sede del vicariato e denunciare il passato e le violenze.

    Voleva avere giustizia, accoglienza, ascolto ma si è trovato di fronte a un percorso quasi ostile, non proprio ospitale. Anzi, all’inizio faticavano a credergli e così dovette pure sopportare l’umiliante posizione di chi vuole creare inutilmente scandalo. Successivamente la curia diffuse un comunicato dando conto dei passi fatti, pubblicando il nome e il cognome reali dell’abusato. Un passaggio che non fu indolore per Diego che, come effetto collaterale indesiderato, gli causò la perdita del lavoro: all’epoca faceva la guardia giurata. La sfortunata storia di Diego è ben nota alle vittime di Ponticelli e così nessuno sembra stupirsi più di tanto se nella sede della curia nessuno si è ancora fatto vivo. Non lo farà G.S. che però potrebbe, invece, farlo in sede civile, nel tribunale di Napoli, in autunno, quando inizierà il processo.

    L’associazione che difende le vittime e ha seguito i casi Rete l’Abuso recentemente ha rintracciato don Silverio Mura in un paesino in provincia di Pavia, Montù Beccaria. Era stato rimosso dal cardinale Sepe e destinato in una struttura sconosciuta.

    Don Mura sembra sia stato spostato a seguito di una comunicazione tra la parrocchia e la curia napoletana, interlocutore un religioso originario del pavese, appartenente alla congregazione dei Missionari della Divina Redenzione. La storia di don Silverio diventa di dominio pubblico nel 2012 quando la sua prima vittima, Diego Esposito, stanco delle denunce alla diocesi rimaste inascoltate, ormai disperato ed in cerca di risposte si rivolge alla Rete l’Abuso. Indirizzando anche una lettera accorata a Papa Francesco per chiedere chiarimenti sulla vicenda-scandalo di Ponticelli. In questi giorni che Papa Francesco è impegnato a cambiare il segno della storia della vittime cilene, sorge la domanda se ora non riceverà le vittime italiane.

    https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/napoli_scandalo_preti_pedofili_processo_civile-3700051.html#

  • Papa Francesco e la sindrome cilena

    Papa Francesco e la sindrome cilena

    Chiederà perdono alle vittime di pedofilia in Cile. Presente a Roma anche il discusso cardinale Errázuriz. E il 1° maggio arriva la sentenza su Pell

    Papa Francesco incontrerà individualmente, uno per uno, nel fine settimana, le tre principali vittime di abusi sessuali da parte di padre Fernando Karadima in Cile. Sono passati tre mesi dopo lo scoppio del “caso Barros”, dopo che le accuse di “copertura” al vescovo di Osorno, Juan Barros – uno degli allievi di Karadima – hanno funestato la visita apostolica del Pontefice in Cile. Dopo che il Papa si è trovato costretto a chiedere scusa per alcune sue valutazioni e a ordinare un’inchiesta sul campo, chiamando a Roma a metà maggio tutti i vescovi del Cile.

    Le tre vittime (Juan Carlos Cruz, Andrés Murillo e James Hamilton) sono a Roma già da sabato scorso, ospiti della Casa Santa Marta, accolti nella stessa residenza del papa, come gli ospiti di riguardo, dopo che per anni erano stati accusati dalla stessa gerarchia cilena di rappresentare un male per la Chiesa.

    Una dichiarazione del portavoce della Sala Stampa vaticana, Greg Burke, ha reso noto stamattina che il Papa li “ringrazia per aver accettato l’invito”. Poi, la nota spiega con precisione lo spirito dell’iniziativa: Francesco “desidera chiedere loro perdono, condividere il loro dolore e la Sua vergogna per quanto hanno sofferto e, soprattutto, ascoltare tutti i loro suggerimenti al fine di evitare che si ripetano tali fatti riprovevoli. Il Papa riceverà le vittime individualmente, lasciando parlare ciascuno di loro tutto il tempo necessario”.

    La Dichiarazione si conclude con il pensiero del Papa rivolto al suo previsto incontro con i 32 vescovi dell’Episcopato cileno tra il 14 e il 17 maggio prossimo: “Il Santo Padre chiede preghiere per la Chiesa in Cile in questo momento doloroso, auspicando che questi incontri possano svolgersi in un clima di serena fiducia ed essere un passo fondamentale per rimediare ed evitare per sempre gli abusi di coscienza, di potere e, in particolare, sessuali all’interno della Chiesa”. E qui la Nota ribadisce i concetti chiave contenuti nella lettera del Papa ai vescovi cileni dell’8 aprile, e cioè, che bisogna lavorare per sanare e guarire le ferite del corpo ecclesiale e della società causate da “gli abusi di coscienza, di potere e sessuali”.

    Tutto a posto, dunque? Non esattamente.

    Perché la contemporanea presenza a Roma per i lavori del cosiddetto Consiglio della corona di Francesco, il cosiddetto C9 dei cardinali che lo aiutano nel governo della Chiesa universale, riunito per continuare i lavori sulla riforma della Curia, ha fatto sì che sia in Vaticano in queste stessi giorni anche il cardinale Francisco Javier Errázuriz, indicato dalle vittime di Karadima come uno dei principali “insabbiatori” del caso Barros. Accuse pubblicamente avanzate fin dal maggio 2014 davanti al Comitato contro la Tortura dell’Onu di Ginevra anche dallo Snap, l’associazione americana delle vittime sessuali dei preti.

    Secondo quanto riportato dal maggiore organo di informazione cileno “La Tercera”, Cruz addirittura avrebbe avuto un incontro casuale con il cardinale nei pressi dell’Ambasciata del Cile, dove tutti e due si stavano recando. Cruz racconta di un incontro piuttosto teso. “È furioso – racconta Cruz – Sta facendo pressioni, sta facendo lobby, è disperato, l’uomo non sa più cosa fare, perché sta venendo tutto giù”. In ogni caso Cruz confida che qualche cosa di buono derivi dall’incontro con il Papa. Lo vedrà domenica pomeriggio, quando Francesco ha liberato completamente la sua agenda per poterci parlare. Probabilmente ci sarà un incontro con tutte e tre le vittime insieme lunedì. Ma Cruz dichiara alla Reuters: “Buone e belle parole non taglieranno via tutto questo. Bisogna agire concretamente. Non c’è più tempo, i vescovi che hanno “intossicato” l’informazione che è stata data al Papa devono essere messi da parte. Gli ho detto: Santo Padre, non voglio essere usato come uno strumento di pubbliche relazioni”.

    A nessuno sfugge infatti che questi incontri con le vittime cilene avverranno poche ore prima di un altro appuntamento caldo: in Australia, il magistrato di Melbourne, il 1 maggio prossimo, dirà se un altro membro del C9 di Francesco, il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria dell’Economia, dovrà andare processo per abusi sessuali che avrebbe personalmente commesso nel passato. Accuse che Pell ha veementemente negato.

    Facendo un parallelo con la “sindrome cinese” (titolo del famoso film che faceva riferimento ad una teoria secondo la quale in caso di un incidente a una centrale nucleare, con fusione del nocciolo del reattore, questo fonderebbe perforando la crosta terrestre, fino dall’altra parte della Terra, fino alla Cina), si potrebbe dire che la “sindrome cilena”, potrebbe innescare una reazione a catena nella Chiesa cattolica.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/04/25/papa-francesco-e-la-sindrome-cilena_a_23420075/

  • Tieni la bocca chiesa

    Tieni la bocca chiesa

    di Ersilio Mattioni e Andrea Cattaneo

    Un ragazzo di quindici anni che denuncia abusi sessuali da parte di un sacerdote, tre anni di bugie e di depistaggi, un tentato suicidio, un risarcimento da 150.000 euro. Poi, davanti al tribunale di Milano, comincia un processo a porte aperte, dove decine di cronisti ascoltano e prendono appunti. Emergono, carte alla mano, le responsabilità dei vertici della Chiesa, che hanno mentito e cercato di insabbiare lo scandalo di don Mauro Galli, prete novello in quel di Rozzano, nel Milanese. Ma sulla vicenda cala l’imbarazzante silenzio di tutti i media, salvo piccole eccezioni. Un articolo sulle pagine locali de “Il Giornale”, un servizio su “Fanpage” e un gruppo di giornalisti inviperiti per aver subito la censura. Fine. Eppure i nomi coinvolti sono altisonanti, a cominciare da monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano e all’epoca del fatti vicario episcopale. È lui a gestire l’emergenza, a decidere di spostare don Mauro a Legnano, in un altro oratorio a pochi chilometri di distanza, di nuovo a contatto coi ragazzini. È lui a mentire alla famiglia della vittima, premurandosi però di ringraziarla per non essersi rivolta all’autorità giudiziaria. Ed è sempre lui a contattare il prete accusato di pedofilia, procurandogli un avvocato e raccomandandogli di stare «attentissimo», di non parlare al telefono.

    Una figura poliedrica e controversa, quella di monsignor Delpini. Che nel luglio 2017, quando lo scandalo è noto persino in Vaticano, viene nominato da Papa Francesco arcivescovo di Milano, con un chiosa che sembra non lasciare dubbi circa il suo profilo: «È l’uomo giusto al posto giusto». Delpini, in effetti, sa come muoversi, tesse rapporti e proietta all’esterno una precisa immagine di sé, quella del sacerdote in mezzo alla gente. Da capo della Chiesa ambrosiana, si fa fotografare mentre esce dalla Curia in sella alla sua bici, tra i flash dei fotografi e la gloria terrena, il giorno dopo, su tutti i giornali. Quando i politici parlano, lui ascolta. E se risponde, come al leader della Lega, Matteo Salvini, che in campagna elettorale giura sulla Bibbia, lo fa con prudenza: «Nei comizi si parli di politica». Segue un democristianissimo consiglio ai neo diciottenni, che lascia aperta ogni possibilità: «Fate del vostro voto il segnale di un’epoca nuova». Per Delpini, gli applausi a scena aperta sono tanti e sono noti. I fischi dietro le quinte, invece, vengono soffocati. Anche se le critiche piovono da tutte le parti, dai superiori e dai sottoposti. Don Giorgio De Capitani, un prete scomodo, lo definisce «la mummia imbalsamata» e si chiede se la diocesi più grande del mondo «riuscirà mai a uscire a testa alta da questa insostenibile situazione». Il cardinale Angelo Scola lo definisce «maldestro» nella gestione dell’ennesimo caso di pedofilia. Mentre don Carlo Mantegazza e don Alberto Rivolta, parroci a Rozzano, dove si sarebbe consumato l’abuso, parlano così al telefono: «Aspettiamo cosa, che ci arrestino tutti per pedofilia? (…) Lui (Delpini, ndr) la fa sempre facile (…) Sì, è un minimalista del cazzo».

    Tutto ha inizio il 19 dicembre 2011. Davide – nome di fantasia – viene invitato a passare la notte in parrocchia da don Mauro, suo padre spirituale, che da sei mesi è incaricato di gestire la Pastorale giovanile. Gli impegni in vista del Natale sono molti e il sacerdote chiede ai genitori del ragazzo di lasciarlo dormire in oratorio. La famiglia accetta, pensando che la proposta sia estesa a tutti gli adolescenti. Ma così non è. Dopo cena i ragazzi se ne vanno e Davide scopre di essere l’unico ad aver ricevuto l’invito per la notte. La casa è grande. C’è una stanza degli ospiti, un soggiorno con divano letto e una camera matrimoniale. Eppure don Mauro e il quindicenne dormono nello stesso letto.

    Il giorno dopo la madre di Davide riceve una chiamata dalla scuola, suo figlio sta male. Quando la donna arriva, lo trova in stato di choc: non parla e ha lo sguardo perso nel vuoto. Una volta in macchina, la mamma riesce a ottenere una reazione: «È successo qualcosa stanotte?», chiede. «Quello che puoi immaginare», risponde Davide. I genitori allarmati chiamano i parroci, don Alberto e don Carlo. Quest’ultimo incontra don Mauro, che ammette di aver passato la notte con il giovane nello stesso letto e di averlo abbracciato per evitare che cadesse. Nega di aver avuto rapporti sessuali con lui. I sacerdoti allertano i loro superiori. È la vigilia di Natale e Delpini, all’epoca vicario di zona, si precipita a Rozzano. Alla Polizia, che lo interroga tre anni dopo, racconterà: «Don Carlo mi disse al telefono che Davide aveva segnalato presunti abusi sessuali commessi da don Mauro». A Delpini, dunque, viene riferita ogni cosa. Ma lui decide – e rivendicherà poi la scelta – di spostare don Mauro a Legnano, dove lo nomina, il primo marzo 2012, vicario nella parrocchia di San Pietro e responsabile della Pastorale giovanile nelle parrocchie di Santa Teresa, dei Santi Magi e del Santissimo Redentore. Sembra più una promozione che una punizione, se si considera che gli oratori da gestire non sono più due, bensì quattro.

    Mentre la Curia si adopera per archiviare lo scandalo, i genitori di Davide vengono a sapere cinque mesi dopo, quasi per caso, che don Mauro è ancora a contatto con gli adolescenti. Così chiedono un incontro ai vertici della Diocesi. Parlano prima con monsignor Pierantonio Tremolada (responsabile della formazione permanente del clero) e poi con Delpini, divenuto nel frattempo vicario generale.

    La famiglia registra gli incontri di nascosto e gli audio finiscono nelle carte del processo. Dai colloqui emerge un particolare inedito sullo spostamento di don Mauro. Ai parrocchiani di Legnano viene raccontato che questo giovane prete ha bisogno di cambiare aria: a Rozzano ha accolto in oratorio Davide, un ragazzo difficile scappato di casa. Da allora i genitori dell’adolescente lo perseguitano, accusandolo di assecondare il comportamento del figlio. Una colossale bugia per tenere nascosti i presunti abusi. Le voci però circolano e arrivano all’orecchio di un parroco, don Piero Re. Il sacerdote indaga e svela le menzogne raccontate dalla Curia ai parrocchiani legnanesi. Tremolada lo rimbrotta: «Doveva tenere il segreto, non avrebbe potuto dirlo». I genitori di Davide non sono soddisfatti, chiedono spiegazioni più convincenti e il 24 settembre 2012 vengono convocati da Delpini. Il registratore è sempre acceso. L’allora vicario generale li mette in guardia: «Basta una notizia di un abuso per farlo diventare un titolo sul giornale. Questa è una cosa che ci ferisce molto, perché noi preti non ci sentiamo tutti pedofili». Poi ringrazia la famiglia per «aver scelto questa strada invece che l’altra», cioè il dialogo al posto della denuncia. Poco dopo quest’incontro don Mauro lascia Legnano e viene trasferito al Seminario Pontificio Lombardo di Roma.

    Rassicurata la famiglia, per Delpini il caso è chiuso. Ma le condizioni di Davide peggiorano e il 10 luglio 2014 il giovane tenta il suicidio. Sul posto, oltre ai medici, arrivano anche i Carabinieri. Agli uomini dell’Arma il ragazzo confida: «Sono stato abusato da un prete». Parte, finalmente, la denuncia. Mentre Davide è ricoverato, trova la forza di confidarsi anche con mamma e papà. Chiede di non essere interrotto né guardato, tira il lenzuolo sopra la testa e racconta: «Di notte, mentre lui credeva che io dormissi, mi ha lentamente tolto i pantaloni del pigiama e le mutande”. Poi il quindicenne descrive ogni dettaglio, anche il più scabroso. E conclude: “È andato avanti per almeno due ore».

    Iniziano le indagini della Procura e le intercettazioni telefoniche. Agli amici don Mauro confida l’interessamento dell’attuale Arcivescovo di Milano per levarlo dagli impicci: «Ho ricevuto una mail da Delpini, che diceva: “Sei da queste parti? Telefonami, scrivimi, che ho bisogno di vederti”. Allora io, anche se ero all’estero, l’ho chiamato subito. Mi ha detto: “No, dai, fissiamo un appuntamento. Così ci vediamo giovedì, che ho bisogno di dirti delle cose”. La prima domanda che gli ho fatto è stata: “Mi devo preoccupare? Ho combinato ancora qualcosa?”. E lui: “No no, il problema non è quello che hai combinato tu, ma quello che hanno combinato gli altri (la telefonata arriva un mese dopo la denuncia, ndr). Non è il caso che ne parliamo per telefono. Dobbiamo stare molto attenti”. Ha chiuso così». Don Mauro tradisce un certo nervosismo: «Sono cazzi amari». Ma Delpini non lo abbandona. Anzi, gli fissa un appuntamento con l’avvocato della Curia, Mario Zanchetti, che già difende diversi sacerdoti accusati di molestie sessuali, tuttora suo legale di fiducia.

    A dispetto delle bugie, la fede non vacilla. La famiglia di Davide, cattolica fervente, non smette di credere che, dentro la Chiesa, qualcuno possa fare giustizia. Decine di lettere vengono spedite alla Curia di Milano e al Vaticano. Giungono le risposte, alcune nette e rassicuranti, ma alle parole non seguiranno i fatti. Il 16 novembre 2015 il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano prima di Delpini, informa che don Mauro sarà sottoposto a processo ecclesiastico, del cui esito non si avranno mai notizie. Scola non spiega invece perché, dal 2011 al giorno della denuncia, nessun provvedimento venga assunto nei confronti del prete sospettato di pedofilia, sospeso soltanto dopo lo scoppio dello scandalo. L’allora arcivescovo, tuttavia, non lesina critiche a Delpini: «Non è stato valutato con adeguato rigore il fatto già di per sé assai grave che don Mauro abbia passato la notte con un minore condividendo lo stesso letto. Improvvida è stata la scelta di trasferire don Mauro in un contesto pastorale che gli consentisse ancora una volta il contatto coi minori».

    Ma anche in Vaticano sanno tutto. La prova è in una lettera del 22 marzo 2016, firmata dal nunzio apostolico del Papa, Adriano Bernardini, che risponde alla famiglia di Davide: «Le vostre missive sono regolarmente giunte alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Inoltre, circa le accuse mosse ai collaboratori dell’arcivescovo (Delpini e Tremolada, ndr) esse saranno debitamente esaminate». Eppure, nonostante bugie e depistaggi siano acclarati, il 2017 è anno di promozioni: Tremolada viene nominato vescovo di Brescia e Delpini arcivescovo di Milano. Papa Francesco ha sempre mostrato i muscoli, quando c’è di mezzo la pedofilia. Viene da chiedersi perché abbia promosso Delpini, elogiandolo: finge di essere all’oscuro oppure non è stato informato dai suoi più stretti collaboratori?

    Intanto a Milano comincia il processo, con una prima sorpresa: 150.000 euro vengono versati alla famiglia di Davide, che il 12 dicembre ritira la costituzione di parte civile. Di questi soldi, 50.000 euro sono il risarcimento per le spese legali e mediche già sostenute. Le difficoltà sono molte, i conti da pagare salati. Davide e i suoi cari, al loro fianco, hanno “Rete l’Abuso”, l’unica associazione italiana che da anni si batte per tutelare le vittime dei preti pedofili. Da notare che alla somma di 150.000 euro si arriva dopo un’estenuante trattativa, perché all’inizio sul tavolo vengono messi 15.000 euro e non un centesimo di più. Poi una perizia quantifica i danni subiti dal ragazzo in 416.000 euro. Così l’offerta si moltiplica per dieci. Ma chi ha pagato? La Curia nega di aver scucito un quattrino. A risarcire è stato don Mauro in persona, consegnando un assegno circolare, cioè denaro contante, emesso da una filiale UBI Banca di Cislago, in provincia di Varese, dove il prete è nato e cresciuto, nonché ancora residente. Curioso che il sacerdote, identificato come “nullatenente” nell’interrogatorio del 14 dicembre 2016, sia riuscito ad accumulare una tale liquidità nel volgere di un solo anno.

    Tanto più che don Mauro non sembra condurre una vita propriamente monastica. Dai fatti del 2011 a oggi è impossibile ricostruire tutti i suoi spostamenti: Legnano nel 2012 e Roma nel 2013, ma anche Milano, prima come cappellano all’ospedale Niguarda e poi alla clinica San Giuseppe, infine di nuovo Roma, dove ha sede quella che dovrebbe essere la sua attuale dimora: il Seminario Pontificio Lombardo. Condizionale d’obbligo, perché da qualche mese non risulta più lì. Risultano invece le sue vacanze sia in Italia nell’Alto Lazio sia all’estero, al mare in Croazia e in Romania. E, dalle telefonate, spuntano le serate mondane. Una volta al concerto di Max Gazzé a Milano, un’altra al ‘Verve’ di Solaro, nel Varesotto. Oppure in Brianza, al ‘Pork ‘N’ Roll’ di Carnate. Qui però il sacerdote declina l’invito, ma solo per ragioni tecniche: non ha la macchina e gli servono i mezzi pubblici per tornare. Troppo complicato.

    In ore e ore di intercettazioni telefoniche, tra don Mauro e tanti altri sacerdoti, non si sente una parola di conforto, o anche solo di solidarietà, per Davide e il suo dramma. L’impressione è che Santa Romana Chiesa sia impegnata nella solita ‘grande’ missione: salvaguardare se stessa e il suo buon nome agli occhi del mondo. Il resto sono seccature.

    di Ersilio Mattioni e Andrea Cattaneo

    per FQ MILLENNIUM aprile

  • Il prete pedofilo insegna sotto falso nome Così le mamme hanno scoperto la verità Ponticelli, l’imbarazzo della Chiesa

    Il prete pedofilo insegna sotto falso nome Così le mamme hanno scoperto la verità Ponticelli, l’imbarazzo della Chiesa

    La Curia napoletana avrebbe avuto un ruolo di primo piano nel «coprire la nuova identità di don Silverio Mura», il prete presunto pedofilo accusato di aver abusato, negli anni dell’adolescenza, di Diego Esposito, 40enne di Ponticelli. Già don Silverio Mura, scoperto soltanto il mese scorso dopo un anno di ricerche sotto falsa identità dalle mamme di Montù Beccaria, un piccolo paesino del pavese, dove da circa un anno il prete si nascondeva. Dove per tutti era don Saverio.

    La circostanza è emersa nella denuncia presentata al tribunale di Pavia da “Rete L’Abuso”, associazione nata nel 2010 dall’idea di un gruppo di vittime di preti pedofili. Ma soprattutto associazione che da sempre si è dimostrata sensibile alle denunce di Diego Esposito, il cui caso, chiuso forse con troppa superficialità dalla Curia di Napoli, è stato da poco riaperto su richiesta di Papa Francesco. «Una storia che ha visto diversi protagonisti», spiegano gli attivisti di Rete L’Abuso e che avrebbe «disatteso almeno due convenzioni internazionali», quella di Lanzarote e quella ONU per la Tutela del Fanciullo, visto che sarebbero «venute a mancare anche le più basilari garanzie costituzionali dei minori».

    Stando a quanto descritto nel corposo fascicolo, nonostante «i presunti abusi sessuali nel napoletano di don Mura» – nel caso in cui fosse intervenuta la giustizia penale – «sarebbero già stati prescritti», il parroco sarebbe comunque ora «perseguibile dalla Giustizia italiana» già solo «per aver utilizzato un nome falso». Una circostanza che sottolineerebbe «la malafede» di chi avrebbe «coperto la falsa identità» del prete. Don Mura infatti «non poteva stare a contatto con minori» perché vi era il più che ragionevole fondamento che «fosse pedofilo» – si legge nella denuncia – e «date le caratteristiche della patologia stessa, che paragona il profilo questi soggetti a quello dei serial killer», la possibilità che avesse potuto e possa «nuovamente abusare» sarebbe «molto elevata».

    Ma come è possibile che un prete accusato di pedofilia abbia fatto perdere improvvisamente le sue tracce e si sia inventato una nuova identità a 800 chilometri di distanza da Napoli? La denuncia presentata al tribunale di Pavia ripercorre tutte le presunte tappe di don Mura e tutti i presunti complici dell’ex parroco della periferia est di Napoli. Secondo “Rete L’Abuso” don Silverio sarebbe stato mandato in Lombardia circa un anno fa, «a seguito di una comunicazione diretta avvenuta tra la parrocchia e la Curia Napoletana». Interlocutore del trasferimento sarebbe stato «padre Egidio Pittiglio, originario del pavese e oggi Superiore generale della congregazione dei Missionari della Divina Redenzione di Visciano».

    Secondo quanto emerso, sarebbe stato proprio padre Pittiglio ad «aver presentato don Silverio Mura sin da subito come Saverio Aversano». Un piano studiato alla perfezione anche perché «la posta recapitata alla parrocchia e destinata a don Mura, era indirizzata in epigrafe a Saverio Aversano». E non solo, Padre Egidio Pittiglio sembrerebbe aver avuto un ruolo chiave panche nel fornire «istruzioni su come muoversi» a don Silverio dopo essere stato scoperto dalle mamme del piccolo paesino in provincia di Pavia lo scorso 15 marzo.

    Proprio dalle mamme sarebbe infatti partita la rivolta, dopo aver visto il volto di Don Mura nei servizi trasmessi dalla tv nazionale. «Il pomeriggio di quello stesso giorno – scrivono gli attivisti di Rete l’Abuso – i bambini avevano il catechismo con don Mura ma, anziché i bambini, si sono presentate le mamme». Un blitz fallito perchè «don Silverio era partito poche ore prima», probabilmente «avvisato da qualche conoscente destinatario del messaggio che annunciava l’irruzione».  Ed è così che si sarebbero perse nuovamente le tracce del parroco napoletano.

    Circostanza che ha mandato su tutte le furie la vittima Diego Esposito che sabato scorso ha manifestato all’esterno del Duomo di Napoli per chiedere «l’allontanamento del cardinale Crescenzio Sepe», accusato di «aver archiviato il caso troppo velocemente e di aver coperto gli spostamenti di don Mura». Presente al sit-in anche il presidente di Rete L’Abuso Francesco Zanardi, un’altra presunta vittima Giuseppe Scognamiglio, e soprattutto la criminologa Luisa D’Aniello.  La professionista che, insieme all’avvocato Carlo Grezio, come consulente di parte si occupa proprio del processo civile di Diego Esposito – per cui si sarebbero aggiunte altre 11 vittime – La psicoterapeuta insomma che ha arricchito la denuncia presentata al palazzo di giustizia pavese con una relazione da cui emergerebbe «non solo la potenziale pericolosità dei tratti antisociali del Mura», ma anche «la sistematicità delle tecniche di adescamento utilizzate» che, unitamente «alla capacità di rapportarsi con gli adulti senza destare sospetto», disegnano quello che la criminologa ha definito «un profilo decisamente poco incoraggiante».

    Il prete pedofilo insegna sotto falso nome Così le mamme hanno scoperto la verità Ponticelli, l’imbarazzo della Chiesa

  • Abusata da una suora a 14 anni, Eva Sacconago muore suicida

    Abusata da una suora a 14 anni, Eva Sacconago muore suicida

    Eva Sacconago si è uccisa a 26 anni nella sua abitazione di Busto Arsizio, nel giugno del 2011. Dopo la sua morte i genitori hanno scoperto lettere e mail scritte della suora che 13 anni prima aveva abusato di lei. Suor Maria Angela Farè viene processata e condannata per abusi sessuali a tre anni di reclusione.

    Ci sono incontri che possono rovesciare una vita intera e quello tra suor Maria Angela Farè e Eva Sacconago, è uno di questi. All’epoca, nel 1998, Eva ha poco più di dodici anni, è una bambina bionda ed esile; la suora della congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice, invece, è vicina ai cinquanta ed è la responsabile del Centro Primavera dell’oratorio di Busto Arsizio. Dal primo momento la religiosa mostra verso la ragazzina atteggiamenti affettuosi e materni, tanto da conquistarsi la fiducia della piccola. Via via quel rapporto diventò più caldo e intimo. Troppo. Eva comincia a manifestare segni di malessere, prende peso, abbandona lo sport, così mamma Giovanna decide di controllare il diario della ragazzina per scoprire quello che, evidentemente, sua figlia non trova le parole per dirle.

    Una scoperta sconcertante
    Nella ‘Smemoranda’ di Eva, Giovanna trova biglietti e lettere a firma di suor Maria Angela dove si rivolge alla ragazzina chiamandola “amore” e facendo riferimento a “baci sulle labbra”. È quanto basta per intervenire chiedendo alla stessa suora, prima, e ai suoi superiori, poi. Il parroco vorrebbe denunciarla, mentre la superiora si limita a disporre il trasferimento della religiosa a Catania. Arriva il giorno della partenza e papà Roberto e mamma Giovanna sono lì all’aeroporto a controllare di nascosto che la suora parta, per essere finalmente certi che l’incubo sia finito. È l’aprile del ’99, per Eva si prospetta una nuova vita, invece non è così. Le ferite scavate dalla relazione con quella donna sono profondissime e la ragazza, pur essendone vittima, non riesce a staccarsi da lei.

    La nuova vita
    I contatti proseguono con sms telefonate e lettere e nel 2006 suor Farè le trova addirittura un lavoro come segretaria presso l’Istituto di Pavia dove svolge la sua attività. Eva accetta. La sua vita sembra essere approdata a uno stato di calma, quando, una sera di giugno del 2011, dice alla sua amica di voler lasciare l’oratorio, dove i parrocchiani sono malevoli e pettegoli, tanto da aver messo in giro brutte voci su di lei e su don Alessandro. Per l’amica è il segno di un grande cambiamento, forse Eva sta lasciando andare demoni che l’hanno tormentata fin dall’adolescenza. Qualche giorno dopo, invece, la notizia del suicidio. A ventisette anni la bella Eva si è tolta la vita lasciando dietro di sé un oceano di lacrime e dolore, ma anche di parole.

    Amore e minacce nelle lettere della suora
    La sua voce continua a parlare attraverso lettere, mail e altro materiale che i genitori trovano in casa sua. Documenti sconvolgenti che hanno per protagonista, ancora una volta, suor Maria Angela. Così scrive a Eva:

    Non ci deve essere nessuno di più importante di me, sento che non è così ma non lo accetto. Combatterò con tutte le mie forze per portarti via. Tu sei tutto quello che avrei voluto essere io, legata all’oratorio ma libera di scegliere. Io ho scelto troppo in fretta una vita che mi ha legata troppo.

    E ancora:

    ‘non sono pensieri da suora. Le suore non sono tutte così, credo. Mi spiace per il cattivo esempio che ti do su questo fronte, ma davvero sento che l’amore che provo per te è incontrollabile, è l’amore che ho per te che mi spinge a fare un sacco di chilometri, a scappare di notte, per venirti a cercare. Io so che non è giusto ma non so come controllarmi. Ѐ lo stesso motore della gelosia. Impazzisco al pensiero che tu stia vicino al don, ho paura che lui possa portarti via da me. Impazzisco quando fai la vita comune perché so che tu ti spendi fino all’ultimo con i ragazzi, con il don, con i tuoi amici e invece vorrei essere lì io con te a raccogliere tutte quelle energie che hai per loro e che non usi con me’.

    Scattano le accuse: stalking e abusi
    Nel 2012 suor Farè viene arrestata con l’accusa di violenza sessuale, stalking e violenza privata. Per la Congregazione delle Ausiliatrici è uno scandalo enorme, per la famiglia Sacconago, il primo barlume di luce alla fine di un tunnel di soprusi e ingiustizia. Spogliata dell’abito monacale, Maria Angela Farè trascorre un periodo ai domiciliari e uno all’istituto psichiatrico di Castiglione delle Stiviere. Periziata, viene indicata come ‘socialmente pericolosa’ perché affetta da un disturbo borderline di personalità.

    La vicenda viene discussa a lungo, prima a Busto Arsizio dove c’è chi crede che la povera Eva sia stata istigata al suicidio e chi invece difende a spada tratta la religiosa, poi in tribunale dove sfilano sul banco dei testimoni le amiche di Eva, raccontando di come la ragazza avesse confidato loro di essere perseguitata dalla suora e di aver subito rapporti sessuali ‘sotto costrizione’. Nove anni è la richiesta di condanna per il pm, che si traduce, in sentenza, in una condanna a tre anni per la sola accusa di violenza sessuale su minore. Lo stalking, per i giudici, non sussiste.

    L’epilogo
    Dall’amara storia di Eva è nata ed è rimasta, l’associazione ‘La mia voce ovunque’, fondata dall’amica Monica Guanzini, in sua memoria e che si occupa di recupero di ragazzi adolescenti. Perché intervenire tempestivamente, a volte, può salvare la vita.

    https://www.fanpage.it/abusata-da-una-suora-a-14-anni-eva-muore-suicida/

  • L’Italia “congela” le garanzie costituzionali dei minori

    L’Italia “congela” le garanzie costituzionali dei minori

    Lo scorso 19 febbraio l’associazione Rete L’ABUSO, per mano del proprio legale, l’avvocato Mario Caligiuri del foro di Roma, dava seguito ad una serie di iniziative nate dopo la relazione del Comitato ONU per la Tutela del Fanciullo, relazione che condannava pesantemente le politiche omissive della Santa Sede, non solo inadeguate sotto l’aspetto della tutela dei minori, ma totalmente prive di programmi concreti nella prevenzione e nel supporto alle vittime.

    La prima delle iniziative proposte dalla Rete L’ABUSO, concretizzata grazie all’impegno e alla disponibilità del Deputato Matteo Mantero (M5s), è stata l’interrogazione parlamentare depositata il 27 novembre 2017 nella quale si chiedeva al Governo Italiano, fanalino di coda in Europa, di iniziare a prendere iniziative a riguardo, cominciando a quantificare per esempio, l’entità del fenomeno che, negli altri paesi, ha raggiunto percentuali spaventose, come il 7% dell’Australia. Dati che in Italia, ad oggi, non sono disponibili, l’unico dato lo dà la nostra associazione, ma è in notevole difetto: raccoglie i primi casi solo a partire dall’anno 2005, e sono solo quelli acquisiti negli anni tramite articoli di giornale e ricerche negli archivi della stampa.

    Il nostro paese ha ratificato la Convenzione ONU per la Tutela del Fanciulllo e il solo fatto che permetta, sul territorio italiano, che le gerarchie ecclesiastiche attuino indisturbate le stesse violazioni contestate alla Santa Sede dal Comitato per la Tutela del Fanciullo, equivale non solo ad infrangere quella stessa convenzione, ma anche a rendersi responsabile civile nei confronti dei propri cittadini.

    Disattesa anche la Convenzione di Lanzarote: sia nell’introduzione del cosiddetto “Certificato anti pedofilia” che, provvidenzialmente in Italia non viene richiesto a quella, da sempre, la fascia più a rischio, ovvero il volontariato: allenatori di calcio, istruttori di vario genere, scout ecc.

    Un vuoto legislativo quasi ad ok, proprio in quella fascia alla quale appartengono anche i sacerdoti.

    Troviamo la Convenzione di Lanzarote disattesa anche per quanto riguarda le garanzie delle vittime, come per esempio la loro audizione che, obbligatoriamente, prevede modalità protette e tecnici qualificati che assistano la vittima. Nei tribunali canonici assistiamo a violazioni gravi di queste garanzie perche, oltre al fatto che in quelle sedi la vittima non può usufruire di nessun tecnico qualificato che la tuteli, non gli è permessa nemmeno la presenza del difensore di fiducia.

    Il risultato che si ottiene è quello di sottoporre la vittima a un’ulteriore violenza psicologica, come documentato recentemente nel caso di don Silverio Mura proposto nel servizio de LE IENE (min. 11,15). Pochi giorni dopo quel servizio, si scoprirà che don Mura, da più di un anno operava in un paesino del pavese, addirittura sotto falso nome e ancora a stretto contatto con minori.

    Anche per questi motivi, lo scorso 19 febbraio la Rete L’ABUSO ha diffidato il Governo ad intervenire con sollecitudine. La tempistica prevista per questo tipo di istanze, prioritarie in questo caso proprio perché parliamo di minori,  è di trenta giorni, dopo di che potrebbe configurarsi, da parte degli uffici inadempienti, il reato di omissione di atti d’ufficio.

    Tra i destinatari della diffida, la PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA, la PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, lo stesso CENTRO REGIONALE DI INFORMAZIONE DELLE NAZIONI UNITE – COMITATO ONU PER I DIRITTI DEL FANCIULLO, la PRESIDENZA DELLA 12ª COMMISSIONE AFFARI SOCIALI.

    Ad oggi, non è ancora pervenuta alcuna risposta da parte di nessuno degli uffici chiamati in causa, malgrado la gravità dei fatti esposti, le istituzioni italiane hanno tacitamente deciso di non intervenire.

    Preoccupante anche la posizione assunta dalla Commissione ONU per la Tutela del Fanciullo, forse quella più imbarazzante di tutta la vicenda: non solo perché, malgrado la gravità di quanto espresso nella relazione del 31 gennaio 2014, a oggi sembra non avere più interesse nella vicenda, ma anche per essersi in qualche modo lasciata mettere i piedi in testa dalla Santa Sede.

    Quest’ultima avrebbe dovuto rispondere entro il 1 settembre del 2017, ma non lo ha fatto e, a oggi, l’ONU sembra essersi dimenticata anche di questo.

    Su tutti i fronti possiamo dire che, in Italia, di fatto sono congelate le garanzie costituzionali dei minori, i Governi degli ultimi 18 anni, per amor del Vaticano, non hanno mai intrapreso azioni di contrasto al fenomeno, non si conosce neppure la sua entità.

    Ad oggi in Italia non esistono campagne di consapevolezza sul fenomeno, non solo della pedofilia in ambito clericale, ma anche di quella civile. Non esiste alcuna forma di prevenzione, neppure se ne parla, e così la prevenzione si riduce, nei fatti, ad intervenire solo quando oramai ci sono delle vittime.

    Il servizio de LE IENE che abbiamo citato prima ci è testimone, non solo nelle violenze psicologiche subite dalla vittima durante il processo canonico, celebrato contro ogni regola, ma anche nelle leggi, totalmente inesistenti e inadeguate, tant’è che una persona denunciata per pedofilia, ha potuto, così come se nulla fosse, senza alcun accertamento in merito, essere messa ancora a contatto con minori.

    Ma quello di don Mura non è l’unico caso, purtroppo.

    Analoghi i casi di don Luciano Massaferro, don Gianni Trotta, don Paolo Turturro, don Nicola Corradi e via dicendo: sono decine, tutti, malgrado le denunce e le condanne, messi nuovamente a contatto con minori, alcuni hanno anche reiterato i crimini in barba non solo alla prevenzione, ma a qualunque logica di buonsenso.

    Paradossalmente, in Italia, ha più garanzie costituzionali e diritti il pedofilo che il bambino. Il minore è parte della fascia più debole dei cittadini, e accede alle garanzie costituzionali solo grazie alla responsabilità e alla tutela che lo Stato si assume nei suoi confronti.

    Francesco Zanardi

    Presidente Rete L’ABUSO

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  • SCANDALO PEDOFILIA. L’ASSOCIAZIONE L’ABUSO DENUNCIA: “LA CURIA DI NAPOLI SAPEVA CHE DON MURA AVESSE CAMBIATO NOME E ESERCITAVA IL SACERDOZIO”

    SCANDALO PEDOFILIA. L’ASSOCIAZIONE L’ABUSO DENUNCIA: “LA CURIA DI NAPOLI SAPEVA CHE DON MURA AVESSE CAMBIATO NOME E ESERCITAVA IL SACERDOZIO”

    di Arnaldo Capezzuto

    Si addensano sempre più nubi grige su Largo Donnaregina e in particolare sulla dubbia gestione da parte del cardinale di Napoli Crescenzio Sepe  del caso sulla presunta violenza sessuale ai danni di Diego Esposito (nome di fantasia) e altri due ragazzi – all’epoca dei fatti minorenni – da parte di Don Silverio Mura, ex parroco di Ponticelli.

    Non si è trattato solo di pedofilia ma da quando emerge da altri atti depositati presso l’avvocato Carlo Grezio, il parroco avrebbe: “dato incarico almeno due volte a settimana di trasportare con la sua bicicletta, una cartella o uno zaino a Pollena Trocchia presso delle case o dei circoli e gli diceva che contenevano bibbie o libri del catechismo. Ebbe modo di fermarsi durante il percorso verso i luoghi di destinazione delle cartelle e di constatare che contenevano armi (pistole automatiche e revolver) chiuse in asciugamani a mò di pacchettini e confezioni di sostanze stupefacenti”.

    Con il trascorrere dei giorni emergono altri nuovi e inquietanti tasselli che fanno pensare a una responsabilità diretta da parte dei vertici della Curia parteponea nell’insabbiare il caso.

    Lo scandalo esplode quando è la stessa vittima Diego Esposito a rivolgersi direttamente al Santo Padre. Prima c’era stato una sorta di atteggiamento di tolleranza da parte dell’alto prelato napoletano. Titubanze, incertezze e superficialità che destano non pochi sospetti.

    La domanda è secca: Crescenzio Sepe perchè voleva nascondere le responsabilità del parroco di Ponticelli?  Interrogativi che seminano dubbi e accentuano la distanza tra l’arcivescovo e la stessa chiesa.

    E pensare che il 2 agosto Sepe sarebbe destinato ad andare in pensione – come ordina il diritto canonico – compie 75 anni ma Papa Francesco forse sulle stesse pressioni dell’ex capo di Propaganda Fide agli avrebbe accordato una proroga di altri due anni. Dire che si tratti di una decisione singolare è dir poco.

    E sul caso di Diego Esposito si batte l’associazione Rete L’ABUSO che ha messo in campo una vera e propria indagine che prende le mosse dal servizio sulla vicenda di Paolo Trencia della trasmissione di Italiauno de “Le Iene”.

    Don Silverio Mura viene inviato in un convento nel Pavese – questa la versione ufficiale della Curia di Napoli – in realtà il parroco di Ponticelli cambia nome in Don Saverio Aversano e come nulla fosse svolge l’attività di parroco nella parrocchia di Montù Beccaria, un piccolo centro del Pavese.

    Ciò avviene, a seguito di una comunicazione diretta avvenuta tra la parrocchia e la Curia Napoletana. L’interlocutore è padre Egidio Pittiglio, originario del pavese e oggi Superiore generale della congregazione dei Missionari della Divina Redenzione di Visciano (NA).

    Secondo quanto emerso, padre Pittiglio avrebbe presentato don Silverio Mura sin da subito come Saverio Aversano. A non far sospettare nulla sarebbe stata un’ulteriore condizione: anche la posta che veniva recapitata alla parrocchia e destinata a don Mura, era indirizzata in epigrafe a Saverio Aversano.

    Padre Egidio Pittiglio sembra aver avuto un ruolo chiave perché, da quanto emerge dal racconto di don Simone Baggio fatto alle mamme di Montù, non solo sarebbe stato colui che già sotto falso nome mandò Silverio Mura a Montù Beccaria, ma fu anche colui al quale Mura si rivolse per chiedere istruzioni su come muoversi dopo essere stato scoperto.

    A svelarlo è la stessa associazione  Rete L’ABUSO che lo scorso 7 e 8 aprile ha manifestato davanti al Duomo di Napoli. Tra il servizio de ‘Le Iene’, andato in onda il 7 marzo scorso, e la partenza di don Mura, avvenuta una settimana dopo, il 15 marzo è emerso che più di una persona sapesse: tra questi il primo cittadino Amedeo Quaroni, ma né lui, né il sacerdote intervennero, o almeno, lo fecero, ma non a tutela della collettività, ma del prete.

    Ripercorrendo rapidamente i fatti: il 7 marzo ‘Le Iene’ hanno trasmesso il servizio su don Mura in pochi a Montù hanno visto quel servizio e quei pochi non lo hanno riconosciuto. I giorni successivi cioè il 10 marzo, infatti, le mamme hanno regolarmente mandato i figli in parrocchia e don Mura era presente. Sarebbe stato il primo cittadino venuto a conoscenza della vicenda andare dal parroco Simone Baggio e avvisarlo.

    E un comunicato del sindaco spiega : “Come primo cittadino mi sono attivato immediatamente per trasmettere questa nostra preoccupazione agli organi ecclesiastici ed in particolare al nostro parroco Padre Simone Baggio, che mi rassicurava del fatto che il sacerdote in questione era già stato richiamato dalla sua diocesi di Napoli”.

    Trascorrono 5 giorni siamo a giovedì 15 marzo, ovvero, otto giorni dopo il servizio de ‘Le Iene’  e cinque giorni dopo l’incontro tra il sindaco e il parroco, le mamme (che ancora non si erano accorte), ricevono tramite una chat WhatsApp utilizzata per la scuola, la foto di don Mura (alias Saverio Aversano) e scoprono la sua vera identità.

    L’associazione  L’ABUSO non si ferma e prosegue la denuncia. Ad accorgersi che l’uomo della foto era don Mura è proprio uno dei bambini del catechismo, che esclama alla mamma “ma questo è don Saverio!

    La stessa associazione Rete L’ABUSO ha, infatti, chiesto alla Procura di valutare una serie di situazioni e le ipotesi di reato ad esse collegate, tra cui verifiche nei luoghi dove Silverio Mura operava, l’analisi della connessione internet utilizzata dal sacerdote, soprattutto alla luce del profilo disegnato dalla criminologa Luisa D’Aniello, che vede molto elevata, soprattutto per il lungo periodo trascorso dal Mura a Montù Beccaria, una possibile incontenibilità delle pulsioni del Mura.

    Insomma, in questa brutta vicenda si aggrava la posizione della Curia di Napoli e del cardinale Crescenzio Sepe che nei fatti avrebbero omesso o quanto meno nella prospettiva più ottimistica sottovalutato il caso.

    Intanto, slitta alla settimana prossima l’approfondimento della trasmissione ‘Chi l’ha visto?’ condotta da Federica Sciarelli.

    http://il24.it/scandalo-pedofilia-lassociazione-labuso-denuncia-la-curia-napoli-conosceva-don-mura-avesse-cambiato-nome-esercitava-sacerdozio/