Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Al Papa il video sui preti pedofili Mons. Becciu sarà “l’ambasciatore”

    Al Papa il video sui preti pedofili Mons. Becciu sarà “l’ambasciatore”

    Monsignor Angelo Becciu, Sostituto della Segreteria di Stato vaticana, è stato scelto come tramite da un gruppo di vittime di atti di pedofilia da parte del clero affinché recapiti un video con un loro appello a Papa Francesco al fine di chiedere “giustizia”. A darne notizia è l’associazione “Rete L’abuso Onlus”, che ha anche annunciato, nei prossimi giorni, l’invio di un rapporto all’Onu sui preti pedofili italiani. Al suo interno, circa 150 casi di sacerdoti condannati in via definitiva dal 2000 a oggi, “molti ancora in servizio”. La lista dei nominativi è già online sul sito dell’associazione.

    Secondo la Onlus si tratta di “un atto informativo dovuto, in quanto, nel 2009 quando scoppiò anche in Europa lo scandalo dei preti pedofili, i governi di molti Paesi istituirono commissioni di inchiesta per stabilire la portata del fenomeno. In Italia purtroppo ciò non avvenne”. “Anche la recente e pesante relazione dell’Onu – si fa notare – infatti, non tiene conto della situazione italiana, in quanto non esistono dati ufficiali censiti”. Insieme a quel rapporto, l’associazione porterà anche “la denuncia dell’asse Italia-Argentina, dove il Vaticano ha nascosto 4 dei preti pedofili dell’istituto per sordi di Verona Antonio Provolo, che ha una sede proprio a La Plata in Argentina”.

    http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca_italiana/2014/05/09/al_papa_il_video_sui_preti_pedofili_mons_becciu_sar_l_ambasciatore-5-366895.html

  • Scomparso 24 anni fa Si torna a indagare

    Scomparso 24 anni fa Si torna a indagare

     Il caso del piccolo Pasqualino Porfidia si riapre. Ipotesi pedofilia. Nel Casertano al via ricerche in cunicoli.

    Si tornerà ad indagare sulla scomparsa di Pasqualino Porfidia, il bambino di Marcianise di cui si è persa ogni traccia il 7 maggio del 1990, quando aveva 8 anni e mezzo (oggi ne avrebbe 32). Il piccolo fu visto l’ultima volta intorno alle 11.30 nel quartiere di San Giuliano, dove viveva con la famiglia, mentre era seduto su una panchina. A riaprire il caso è stato il Gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere cui si è rivolta la Procura, che ha ritenuto fondati gli elementi contenuti nell’istanza depositata il 7 marzo scorso dai familiari di Pasqualino; dopo venti giorni dalla presentazione della richiesta, infatti, gli inquirenti hanno voluto ascoltare la madre, la sorella e il fratello dello scomparso.

    I carabinieri, delegati alle indagini, cercheranno in particolare le ultime tracce de bambino nei cunicoli sotterranei in cui negli anni non si è mai controllato, si incroceranno con le audizioni degli amichetti di allora di Pasqualino e con il filone investigativo che porta a Milano, al suicidio di un uomo originario di Marcianise che in una lettera scritta prima di uccidersi ha raccontato di aver subito numerosi abusi subito quand’era bambino e risiedeva nella città del Casertano. «La Procura è stata molto celere nel comprendere che c’erano elementi importanti per riaprire il caso – spiega l’avvocato Salvatore Gionti, che assiste la famiglia dello scomparso – dopo due archiviazioni e tante parole e illazioni è arrivato il momento di scrivere la verità su quanto accaduto a Pasqualino; ci sono molti interrogativi da chiarire – prosegue il legale – come quello relativo alla presenza di piccoli tunnel che partono proprio dalla zona di san Giuliano in cui risiedeva Pasqualino con la famiglia; lì non si mai andato a vedere ma oggi, con i geo-radar, è possibile eseguire controlli accurati. È poi necessario risentire gli amici di Pasqualino, oggi sono maggiorenni e potrebbero avere una diversa sensibilità; e bisogna chiarire il ruolo di alcune persone che abitavano nelle vicinanza della famiglia e che in quei giorni si comportarono in maniera piuttosto strana, non partecipando per esempio alla continue ricerche. Nell’istanza comunque la famiglia – che si è rivolta all’Unità Prevenzione Rischio Criminologico guidata dalla criminologa Immacolata Giuliani – non ha mai parlato di pedofilia, e la stessa decisione di riaprire il caso ha tenuto conto solo degli elementi da noi forniti». Più volte però negli anni sulla vicenda si è affacciato l’incubo del giro di pedofili in cui sarebbe finito Pasqualino.

    Nel 2000 «Chi l’ha visto?» intervistò un cugino, suo coetaneo, che riferì come nella sala giochi frequentata dal gruppo di bambini venisse spesso un adulto, di circa trentatrè anni, che cercava di vendere riviste pornografiche ai piccoli frequentatori della bisca. Il ragazzo però raccontò di non ricordare di aver visto Pasqualino uscire dal locale con quest’uomo. Alcuni giornali pornografici furono anche ritrovati in una cassetta degli attrezzi presso la stazione di Marcianise, che i bambini usavano come punto di ritrovo del gruppo. La pista però non ha mai trovato conferme. La madre del piccolo, inoltre, ha tirato più volte in ballo uno dei parroci del paese, dicendosi sicura che il prete sapesse qualcosa ma avesse deciso di non parlare o per paura o per gli obblighi derivanti dal segreto confessionale; lo stesso prelato però ha smentito. Decisiva inoltre per la presentazione dell’istanza sono state le consulenze psicologiche fornite alla mamma e alla sorella di Pasqualino dall’associazione “Noi Voci di Donne”; durante le sedute di ascolto sono emersi gli elementi poi confluiti nella richiesta.

  • Elisa Claps, parla il fratello: “Ho le prove, un sacerdote sapeva dov’era mia sorella”

    Elisa Claps, parla il fratello: “Ho le prove, un sacerdote sapeva dov’era mia sorella”

     Fonte: Settimanale Giallo di Gian Pietro Fiore.

    Il cadavere di mia sorella Elisa fu trovato nella chiesa della Santissima Trinità di Potenza il 17 marzo 2010, ma non è credibile che per diciassette anni nessuno abbia visto lì il suo corpo. Il suo ritrovamento è stata una messinscena e voglio sapere chi Tha organizzata”. A parlare è Gildo Claps, 49 anni, fratello di Elisa, la studentessa di 16 anni sparita il 12 settembre 1993 e ritrovata poi nel sottotetto di quella parrocchia ormai quattro anni fa. A ucciderla con 12 coltellate, dopo un tentativo di stupro, è stato Danilo Restivo, oggi 41 enne, che nel 2013 è stato condannato dai giudici a trent anni di carcere. Il suo Dna era sui vestiti della sedicenne. L’uomo, sfuggito alla giustizia italiana per anni, si è macchiato nel frattempo di un altro delitto: rifugiatosi in Inghilterra, a Bournemouth, ha ucciso la sua vicina di casa, Heather Barnett, una sarta 40enne.

    “TANTE DOMANDE SONO SENZA RISPOSTA” Ma il giallo della scomparsa e della morte di questa studentessa di Potenza non è stato risolto. Non si può ancora mettere la parola fine a questa brutta storia, perché la famiglia di Elisa vuole capire chi abbia organizzato quella dolorosa messinscena. Non solo, vuole che sia trovato e punito chi ha coperto 1 assassino, chi ne ha favorito la fuga e la latitanza, vuole capire come mai per anni non siano state fatte indagini serie, perché la poliziotta che indagava, Anna Esposito, sia morta misteriosamente a soli 35 anni. Un lungo elenco di domande a cui sta cercando di dare delle risposte la Procura di Salerno che conduce la cosiddetta inchiesta bis. I magistrati vogliono punire icomplici che hanno aiutato Restivo nella sua lunga latitanza durata oltre 17 anni. L’indagine ha già portato al processo per falsa testimonianza due donne delle pulizie della Curia potentina, Margherita Santarsiero e la figlia, Annalisa Lo Vito. Le due affermarono di aver scoperto i resti di un cadavere nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità nel 2010 ma poi, forse intimorite, ritrattarono. Dice Gildo Claps: «Molti sapevano dov era Elisa, ma hanno preferito tacere fino al marzo di 4 anni fa, quando ce stata la messinscena del ritrovamento. Per noii assumersi alcuna responsabilità in questa vicenda, il clero di Potenza ha fatto ritrovare i poveri resti di mia sorella a persone estranee. Ricordiamo che a trovarli furono tre operai romeni chiamati a riparare un infiltrazione. Ma in tanti sapevano da anni che erano lì, in quel sottotetto, a cominciare dalle donne delle pulizie. E ora vi spiego perché. Innanzitutto, Restivo era un assiduo collaboratore della parrocchia e subito la polizia si convinse che fosse stato lui a rapire Elisa, forse in chiesa. Ce scritto in uno dei primi rapporti della polizia, insabbiati per anni negli archivi della Questura di Potenza. Ecco quanto si legge nel documento: «La ragazza è stata presumibilmente sequestrata da Restivo a scopo di atti di libidine». Poi, nel 1996, tre anni dopo la scomparsa di Elisa, furono effettuati dei lavori nella chiesa. Furono posizionati dei grossi tiranti d acciaio sul soffitto: uno di questi è stato messo a 15 centimetri dal cadavere di Elisa. Come possibile che gli operai non abbiano visto quei poveri resti che erano proprio lì, davanti a loro? Ce una terza prova che il ritrovamento di mia sorella nel 2010 fu solo una orribile messinscena. Gli esami sulle spoglie hanno appurato che il cadavere è rimasto a lungo schiacciato sotto dei materiali di risulta, ma quando fu trovato nel 2010 c erano sopra solo due tegole. Posso quindi pensare che qualcuno abbia rimosso quei detriti j tempo prima, abbia visto Elisa, ma abbia taciuto. Infine, del caso di Elisa si occuparono anche i servizi segreti e in un’informativa si legge che “il corpo della Claps è nascosto in un luogo dove a nessuno sarebbe venuto in mente di cercare”. Una chiesa forse? Solo che quest’informativa è rimasta segreta per molto tempo. Nel 2001 è vero che si fecero delle ricerche nella chiesa, ma si controllò negli scantinati. Insomma, si cercò ovunque tranne dov era mia sorella. Il cadavere poi saltò fuori misteriosamente nove anni dopo». Gildo Claps vuole anche soffermarsi sulle fasi del ritrovamento: «Sembra un film tragicomico, dove bugie assurde ai alternano a mezze verità. Quando nel 2008, dopo 48 anni ai vertici della parrocchia della Trinità, don Mimi Sabia morì, venne sostituito da un prete congolese, che dopo un anno chiese di tornare in Congo. In quei 12 mesi, però, il sacerdote diede ordine di ripulire la chiesa. Chiamato a testimoniare, dirà, però, di non ricordarsi nulla, eppure rammento anch’io il fervere dei lavori con gli operai che uscivano con le carriole piene di macerie. Forse venivano dal sottotetto? Forse qualcuno già allora vide mia sorella? A fine 2009, il clero di Potenza, grazie alla pressione di giornali e Tv, si convinse a far trovare il cadavere di mia sorella, tramite le due donne delle pulizie. Le due avrebbero avvertito l’allora parroco don Wango Oliveira de Silva, che subito chiamò il vescovo a Roma. Solo che l’alto prelato capì che il giovane prete brasiliano aveva trovato un “ucraino” anziché un “cranio” e delle ossa. Capite l’assurdità? In ogni caso, ufficialmente se ne disinteressò, o meglio se ne dimenticò, fino all’arrivo dei tre ignari operai romeni chiamati a riparare un’infiltrazione nel tetto. Non ha dell’assurdo questa storia? Non si dimentichi che il giorno prima che arrivassero gli operai romeni, il parroco e il vescovo si avventurarono nel sottotetto a caccia della perdita senza trovarla. Avete mai sentito di un vescovo che si scomoda per trovare un infiltrazione in una chiesa?».

    LE MENZOGNE DI DON PIERLUIGI Ora cerchiamo di rispondere alle altre domande che si pone da anni la famiglia di Elisa. Chi ha aiutato Danilo Restivo? Torniamo, dunque, indietro a quel 12 settembre 1993 e proviamo a capire come quelFallora giovane maniaco abbia fatto a compiere un delitto tanto atroce e a farla franca. Un dato di fatto, acquisito ormai in tutte le indagini, è che Restivo appartiene a una ricca famiglia di Potenza, che si dice sia vicina alla massoneria e che negli anni *90 era anche molto potente in città per via dei suoi legami con Tallora ministro degli interni, Emilio Colombo. Detto questo, chi avrebbero convinto ad aiutarli per proteggere quel figlio assassino, già noto in tutta Potenza perché tagliava le ciocche di capelli alle ragazzine? Un nome balza fuori dai faldoni. Continua Gildo Claps con gli atti alla mano e la voce remente per la rabbia: «Si tratta di un prete. Si chiama don Pierluigi Vignola: era il cappellano della questura di Potenza. Ha detto due gravissime menzogne, che hanno avuto conseguenze tremende. Ecco la prima. Il giorno della scomparsa di mia sorella sostituiva don Mimi Sabia che era partito per le cure termali. Quando Elisa è scomparsa, lui era nella chiesa della Trinità, ma dirà agli inquirenti che non sapeva della sparizione di mia sorella. Questa è la prima bugia. Ma come ha potuto dire una cosa del genere? Il paese era tappezzato di manifesti con la foto di Elisa e tutti sapevano che era svanita nel nulla. Cerano centinaia di persone che la cercavano e io stesso mi sono recato in chiesa per chiedere informazioni. Questa invece è la seconda menzogna: don Vignola ha detto agli inquirenti di non conoscere Danilo Restivo, quando invece proprio qualche tempo prima dell’uccisione di Elisa, aveva molestato perfino sua sorella!». Gildo Claps si ferma e continuiamo noi di Giallo a dirvi chi è don Pierluigi Vignola. Coinvolto più volte in losche vicende, a suo carico ce poi una vicenda di molestie telefoniche a una donna. Per concludere, nei mesi scorsi, don Vignola è stato coinvolto in un ingarbugliata storia di relazioni pericolose tra politica e imprenditoria. Con un provvedimento firmato da un magistrato antimafia di Catanzaro, il sacerdote si è trovato indagato insieme a Nicola Tripodi, capo di una famiglia mafiosa, per il reato di associazione mafiosa. Gildo Claps ritrova le forze e continua: «Le menzogne di quest’uomo di Chiesa, che ha disonorato la sua tonaca, non sono finite: ha un ruolo fondamentale anche nell’inchiesta sulla morte misteriosa, avvenuta il 12 marzo 2001, del commissario Anna Esposito, la poliziotta di 35 anni che seguiva il caso della scomparsa di mia sorella. Con le sue dichiarazioni, violando il segreto del confessionale, ha spinto gli inquirenti a considerare la morte di Anna un suicidio. Al pubblico ministero che indagava sulla morte del commissario, disse: “Anna mi aveva riferito in confessione che aveva già tentato il suicidio”. Bastò questa dichiarazione per far archiviare il caso. Ormai è chiaro a tutti che la poliziotta è stata uccisa proprio perché a conoscenza di dettagli sconvolgenti sulla morte di mia sorella. E io voglio sapere da chi: sono sicuro che Anna Esposito avesse scoperto dove si trovava il corpo di mia sorella. Mi chiese un appuntamento, forse voleva parlarmi proprio di quel segreto inconfessabile. Ma a quelPappuntamento non è mai arrivata, perché è morta, strangolata con una cintura. Altro che suicidio, anche quella fu una massinscena e questa coraggiosa poliziotta merita giustizia. Mi fa una grande rabbia sapere che mio padre è morto senza conoscere tutta la verità su cosa accadde a sua figlia».

  • Le vittime di abusi dell’Istituto Sordi Antonio Provolo scrivono a Papa Francesco

    Le vittime di abusi dell’Istituto Sordi Antonio Provolo scrivono a Papa Francesco

    Caro Papa Francesco.

    Siamo un gruppo di ex allievi dell ‘Istituto per sordomuti” Antonio Provolo” di Verona, che nel 2009 hanno denunciato sulla stampa, dopo tre anni di contatti infruttuosi con la Curia di V erolla, gli abusi subiti da preti pedofili dell ‘Istituto, per evitare che ad altri bambini accadesse quello che è successo a noI.

    Subito siamo stati accusati dal Vescovo di Verona, che da un anno e mezzo era al corrente dei fatti, di essere dei calunniatori.

    Nel 2010 il Vaticano ha chiesto alla Curia di istituire una commissione di indagine con il compito di ascoltare i sordi vittime di abusi.

    Nel 2012, dopo la chiusura dei lavori della commissione, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ammesso gli abusi sui piccoli sordomuti e da calunniatori siamo tornati a rivestire, per l’opinione pubblica, il ruolo, non ricercato, delle vittime.

    Nonostante questo siamo stati lasciati soli.

    Nessuna solidarietà dalla Curia e dalle istituzioni ci è pervenuta.

    Solo l’Associazione Sordi “Antonio Provolo”, da sola, sta cercando di risolvere i gravi problemi di queste persone.

    Le Sue recenti dichiarazioni volte a far emergere il fenomeno delle violenze sessuali sui minori che hanno visto come tristi protagonisti dei membri del clero, ci hanno spinto, quasi incoraggiato a scriverLe.

    Abbiamo pensato allora alle possibili, terrene, risposte al problema che più ci sta più a cuore: nessun bambino deve più subire quello che abbiamo sofferto noi.

    Un po’temerariamente quindi approfittiamo di questa, per suggerirLe una operazione già attuata dalla Chiesa in altri Paesi: promuovere anche in Italia, una Commissione indipendente che faccia emergere i numerosi casi ancora sottaciuti del fenomeno.

    Sarebbe, per quanto ci sembra, una operazione ecumenicamente positiva: le vittime delle violenze potrebbero liberarsi in quel!’ ambito di un segreto vissuto come vergognoso per anni, e riprendere una vita terrena meno difficile e rancorosa; la Chiesa, nel contempo, sanerebbe concretamente e in positivo un debito di verità con una realtà tanto tragica quanto, finora, negata.

    Sia pur con pena pensiamo anche ai nostri aguzzini di allora: aprire la finestra a quelle terribili verità terrene potrebbe risanare le piaghe interiori che devono essersi portati dentro per tanto tempo. Perchè anche i torturatori sono, sotto certi punti di vista, vittime delle oscenità perpetrate.

    Nessuna gratuita vendetta postuma cerchiamo quindi, ma misericordia e sostegno per le vittime. Per ottenere ciò cerchiamo il più prezioso degli alleati: il Papa

  • Olanda. Vescovo Johannes Gijsen abusò di minori. Chiesa cattolica ammette, Trasferito in Islanda, il pedofilo è morto impunito nel 2013

    Olanda. Vescovo Johannes Gijsen abusò di minori. Chiesa cattolica ammette, Trasferito in Islanda, il pedofilo è morto impunito nel 2013

     Genova – La Chiesa cattolica olandese, in una rara ammissione di colpa, ha confermato che il vescovo Johannes Gijsen, deceduto l’anno scorso, è stato responsabile di abusi sessuali su due ragazzi tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60.

    Ad ammettere la colpa di Gijsen è stata unacommissione formata dalla diocesi di Roermond, che dopo le dovute indagini ha dovuto ammettere la fondatezza delle accuse. L’ammissione è arrivata ieri, nello stesso giorno in cui Papa Francesco ha chiesto perdono per le colpe dei preti pedofili.

    “Mea Culpa”, una associazione olandese di supporto alle vittime di questo tipo di abusi, ha accolto positivamente la notizia, ma ha sottolineato che le accuse a Gijsen erano state fatte tempo fa, constatando che «le accuse nei confronti di membri del clero viventi spesso non vengono riscontrate».

    Il vescovo Frans Wiertz, attualmente alla guida della diocesi, ha accettato i risultati della commissione esprimendo il proprio «rammarico per gli abusi e le sofferenze inflitti alle vittime». Wiertz ha personalmente incontrato i due uomini chiedendo loro perdono.

    Gijsen, a capo della diocesi dal 1972 al 1993, è uno dei pochi alti membri del clero cattolico a venire riconosciuto colpevole di abusi sessuali. Secondo le accuse, il vescovo, all’epoca cappellano in un seminario, palpeggiò i due uomini, all’epoca minorenni, e costrinse uno dei due a un rapporto orale.

    Nel 2011 Gijsen fu accusato pubblicamente di questo episodio, ma rispose di non saperne nulla. La commissione ha riaperto il caso dopo aver ricevuto una nuova denuncia, riguardante un altro episodio di cui il vescovo «non poteva non essere a conoscenza».

    Gijsen è stato uno dei vescovi conservatori inviati dal Vaticano in Olanda negli anni ‘60, per contrastare l’onda riformista che pervadeva la chiesa locale all’epoca. Dopo la diocesi di Roermond, Gijsen ha guidato quella d’Islanda dal ‘96 al 2007. Un’altra commissione lì lo ha accusato di aver “coperto” un altro p rete accusato di abusi.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2014/04/12/AQY2bdSC-minorenni_ammette_ragazzi.shtml

  • Abusi, Provolo: «Chiederemo risarcimenti alla diocesi»

    Abusi, Provolo: «Chiederemo risarcimenti alla diocesi»

    Gli ex allievi dell’Istituto per sordomuti Provolo, che hanno dichiarato di aver subito abusi da parte di sacerdoti in un periodo che va dagli anni Cinquanta fino al 1984, attiveranno richieste di risarcimento nei confronti della diocesi di Verona, per poi arrivare fino alla Santa Sede se necessario. È quanto annunciato da Maurizio Turco dei Radicali nel corso di una conferenza stampa alla Camera dell’Associazione Sordi Antonio Provolo. «Si voleva evitare la politica dei risarcimenti – ha detto Turco – ma evidentemente è l’unico linguaggio che li porta a più miti consigli», ha detto riferendosi alle autorità ecclesiastiche. «Visto che non abbiamo avuto giustizia – ha aggiunto il presidente dell’associazione Giorgio Dalla Bernardina – chiediamo i risarcimenti per i danni e le sofferenze subite per tanti anni».

    Le richieste sono dirette alle autorità ecclesiastiche in quanto nel momento in cui le vittime decisero di denunciare pubblicamente le presunte violenze subite, qualche anno fa, i reati erano già «abbondantemente prescritti da tempo», spiega l’avvocato Giuseppe Rossodivita. «Si trattava di bambini sordi, che vivevano in istituto e che spesso non avevano famiglia», aggiunge il legale. Lo stesso presidente dell’associazione Dalla Bernardina riferisce di aver tentato di fare sapere che cosa accadeva ma per molti anni non è stato capito. «Mia mamma veniva a trovarmi una volta al mese – afferma potendo oggi comunicare a parole e non solo a gesti come quando era bambino -, io cercavo di farle capire le violenze che subivo ma non ero compreso. Sono anche scappato due volte dal collegio ma mi hanno riportato dentro e picchiato. Sono stato all’Istituto Provolo fino all’età di 22 anni e ne ho visti tanti di ragazzi che subivano violenze sessuali e fisiche».

    Secondo l’associazione sarebbero dodici i sacerdoti accusati ancora in vita per i quali non sono stati presi provvedimenti. C’è infine anche un contenzioso sull’utilizzo della Tenuta Cervi, nel Comune di San Zeno di Montagna a Verona, che «nelle intenzioni della Fondazione che l’ha lasciata in eredità doveva essere a disposizione dei bambini sordomuti e non nelle mani di coloro che invece li hanno violati», ha concluso Turco.

    http://szenoinstampa.blogspot.it/2014/08/abusi-provolo-chiederemo-risarcimenti.html

  • Vincono pedofili e pervertiti: passo indietro nell’obbligo del certificato penale del casellario giudiziale per chi lavora a contatto con i minori.

    Vincono pedofili e pervertiti: passo indietro nell’obbligo del certificato penale del casellario giudiziale per chi lavora a contatto con i minori.

    Una circolare diramata ieri dal Ministero della Giustizia e due note interpretative dell’Ufficio legislativo del Ministero della Giustizia sostengono che l’obbligo del certificato penale vale solo per i neo assunti e per rapporti di lavoro subordinato o parasubordinato. Se poi il datore di lavoro è un privato basta un’autocertificazione da parte del lavoratore. Esclusi da ogni obbligo coloro che già lavorano, gli occasionali e i collaboratori e tutto il mondo del volontariato. Nell’attesa di disposizioni definitive che arriveranno in sede di conversione in legge qualche consiglio per essere in regola.

    Se il Parlamento confermerà nella conversione in legge l’interpretazione dell’ufficio legislativo del Ministero della Giustizia diffuso questa notte a proposito del decreto legislativo n. 39 del 2014 in materia di lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile, avrà fatto un grosso favore a pedofili e pervertiti e avrà dato un calcio in faccia ai bambini che hanno subito violenze e molestie e a quei genitori che con coraggio denunciano alla magistratura tali orrendi abusi.

    Tale interpretazione sostiene infatti che a dover consegnare il proprio certificato penale al datore di lavoro devono essere solo e soltanto coloro che saranno assunti a partire dal 7 aprile 2014 con regolare contratto di rapporto di lavoro con l’esclusione di enti e associazioni di volontariato. Esclusi anche tutti i lavoratori autonomi e gli occasionali, insomma tutti coloro la cui collaborazione non sia strutturata all’interno di un definito rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato. Se poi il datore di lavoro è un privato basta che il neo assunto produca un’autocertificazione.

    Se tale interpretazione verrà confermata in via Parlamentare in sede di conversione in legge, catechisti e volontari, bidelli e addetti alle mense assunti grazie a convenzioni con privati, potranno continuare ad operare liberamente vicino a minori anche se sul loro capo pendono condanne definitive per pedofilia dato che nessun responsabile di tale attività potrà chiedere loro un certificato penale che ne attesti la moralità. E in generale potranno agire liberamente tutti i pedofili in qualunque settore a patto che non sottoscrivano rapporti di lavoro subordinati o parasubordinati con enti pubblici.

    Insomma se l’interpretazione fornita ieri dall’ufficio legislativo del Ministero della giustizia verrà confermata, sembra proprio che non cambierà nulla e il provvedimento sarà solo un nuovo balzello per i lavoratori a tempo determinato e per i neo assunti nel pubblico impiego.

    Ma è proprio così? E’ questa un’altra pagliacciata tutta Italiana che dimostra come siamo fondamentalmente incapaci di tutelare i nostri bambini? E’ questo un ennesimo caso di come in Italia più delle leggi valgono le interpretazioni delle leggi anche se queste disattendono completamente le intenzioni del legislatore? Sembra proprio di sì.

    Di seguito evidenziamo cosa affermano i tre documenti prodotti ieri dal Ministero della Giustizia ossia la Circolare 3 aprile 2014 e le due distinte “note di chiarimento” dell’Ufficio legislativo del Ministero della Giustizia: la prima riferita alla portata applicativa della norma e la seconda al rilascio dei certificati del Casellario giudiziale.

    1.  “Circolare 3 aprile 2014 – Attuazione direttiva contro l’abuso sessuale sui minori – Nuovo obbligo per i datori di lavoro” (la circolare è disponibile come allegato al presente articolo).

    Il Ministero ha emanato ieri 3 aprile 2014 una circolare indirizzata ai Procuratori della Repubblica e ai Dirigenti delle Procure della Repubblica presso i Tribunali. Nella circolare il Ministero informa che dal 6 aprile “i datori di lavoro che intendano impiegare una persona per lo svolgimento di attività professionali o attività volontarie organizzate che comportino contatti diretti e regolari con minori, dovranno acquisire il certificato penale del casellario giudiziale al fine di verificare l’esistenza di condanne che impediscono al lavoratore di esercitare attività che comportano contatti diretti e regolari con i minori e in particolare che su lui non pendono condanne per i reati degli articoli del codice penale 600-bis (prostituzione minorile), 600-ter (pornografia minorile), 600-quater (detenzione di materiale pornografico – pornografia virtuale), 600-quinquies (iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile) e 609-undecies (adescamento di minorenni).

    Il Ministero informa inoltre che “in aderenza ai principi dettati dal codice in materia di protezione dei dati personali, l’ufficio del casellario centrale sta operando sul sistema informativo gli interventi necessari per fornire al datore di lavoro il certificato di cui al richiamato articolo 25, che contenga però le sole iscrizioni di provvedimenti riferiti ai reati espressamente indicati nell’articolo 25 bis”. In sostanza il Ministero informa che si sta lavorando affinché gli uffici del casellario possano produrre certificati nei quali sia scritto solo e soltanto se il “lavoratore” abbia a suo carico condanne definitive in materia di pedofilia escludendo dunque dal certificato penale altri tipi di condanne che nulla c’entrano con reati connessi con i minori (come ad esempio la guida in stato d’ebbrezza) e che non è necessario che il “datore di lavoro” conosca in quanto coperti da privacy.

    1. Nota dell’Ufficio legislativo del Ministero della Giustizia con “Oggetto: nota di chiarimento sulla portata applicativa delle disposizioni dell’articolo 2 del decreto legislativo n. 39 del 2014 in materia di lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile”. (la nota è disponibile come allegato al presente articolo)

    La nota, diffusa ieri 3 aprile 2014, “chiarisce” che l’obbligo a consegnare il proprio certificato penale sussiste solo e soltanto per quei soggetti che si apprestano a firmare un contratto di lavoro subordinato o parasubordinato dopo il 7 aprile 2014. Non sono obbligati invece tutti coloro che già hanno sottoscritto un contratto di lavoro prima del 6 aprile 2014. Esclusi dall’obbligo anche i lavoratori autonomi, i collaboratori e tutto il mondo del volontariato.

    Nella nota infatti è scritto: “L’obbligo di tale adempimento sorge soltanto ove il soggetto che intenda avvalersi dell’opera di terzi – soggetto che può anche essere individuato in un ente o in un’associazione che svolga attività di volontariato, seppure in forma organizzata e non occasionale e sporadica – si appresti alla stipula di un contratto di lavoro; l’obbligo non sorge, invece, ove si avvalga di forme di collaborazione che non si strutturino all’interno di un definito rapporto di lavoro. Di ciò si ha sicura conferma dalla lettura del comma 2 dell’articolo 25-bis di nuovo conio, nella parte in cui riserva la sanzione amministrativa pecuniaria, per il caso di mancato adempimento dell’obbligo di richiedere il certificato del casellario giudiziale, al “datore di lavoro”, espressione questa che non lascia margini di dubbio nell’individuazione dell’ambito di operatività delle nuove disposizioni. Esse – si ribadisce – valgono soltanto per l’ipotesi in cui si abbia l’instaurazione di un rapporto di lavoro, perché al di fuori di questo ambito non può dirsi che il soggetto, che si avvale dell’opera di terzi, assuma la qualità di “datore di lavoro”. Non è allora rispondente al contenuto precettivo di tali nuove disposizioni l’affermazione per la quale l’obbligo di richiedere il certificato del casellario giudiziale gravi su enti e associazioni di volontariato pur quando intendano avvalersi dell’opera di volontari; costoro, infatti esplicano un’attività che, all’evidenza, resta estranea ai confini del rapporto di lavoro”.

    1. Nota dell’Ufficio legislativo del Ministero della Giustizia con “Oggetto: nota di chiarimento sui tempi di rilascio dei certificati del casellario giudiziale secondo quanto disposto dall’articolo 2 del decreto legislativo n. 39 del 2014 in materia di lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile. (la nota è disponibile come allegato al presente articolo)

    Con questa nota, diffusa sempre ieri 3 aprile 2014, il Ministero informa che, considerando il fatto che spesso ci vuole qualche giorno per ottenere il certificato penale, il datore di lavoro può assumere un lavoratore anche senza tale certificato facendo sottoscrivere dal lavoratore una dichiarazione sostitutiva della certificazione nella quale il lavoratore dichiara sotto sua responsabilità che sul suo capo non pendono sanzioni che gli impediscono di esercitare attività che comportano contatti diretti e regolari con i minori e in particolare che su lui non pendono condanne per i reati degli articoli del codice penale 600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quinquies e 609-undecies.

    Tale autocertificazione è valida comunque se il datore di lavoro è un privato.

    Cosa fare per essere certi di essere in regola?

    Dato che stiamo parlando di interpretazioni di un decreto legislativo in via di conversione in legge, per cui è possibile (e personalmente me lo auguro) che quando sarà emanato in via definitiva tali interpretazioni possano essere rivisitate, consiglio a tutte le scuole di danza, a prescindere della loro forma costitutiva e a prescindere dalla loro ragione sociale, di operare nel seguente modo:

    1. I “datori di lavoro” (Presidenti di associazione o legali rappresentanti di società o altro) devono far firmare per presa visione a tutti coloro che lavorano con i minori (docenti, allenatori, istruttori, segretarie ecc.) una circolare interna nella quale il “lavoratore” attesta di essere stato informato delle norme contenute  nel Decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 39 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 68 del 22 marzo 2014 titolato “Attuazione della direttiva 2011/93/UE relativa alla lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile, che sostituisce la decisione quadro 2004/68/GAI”.
    2. Consiglio inoltre ai “datori di lavoro” di richiedere inoltre a tutti i lavoratori che sono in contatto con i minori (a prescindere dalle mansioni, dal tipo di contratto e dal ricevimento di un corrispettivo per la loro opera) di produrre un’autocertificazione nella quale il lavoratore dichiara sotto sua responsabilità che sul suo capo non pendono sanzioni che gli impediscono di esercitare attività che comportano contatti diretti e regolari con i minori e in particolare che su lui non pendono condanne per i reati degli articoli del codice penale 600-bis (prostituzione minorile), 600-ter (pornografia minorile), 600-quater (detenzione di materiale pornografico – pornografia virtuale), 600-quinquies (iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile) e 609-undecies (adescamento di minorenni).

    Con queste autocertificazioni il “datore di lavoro”, alias il legale rappresentante della scuola di danza, dovrebbe essere completamente sollevato da qualunque tipo responsabilità diretta qualora scattasse una denuncia da parte di un genitore di un minore per uno dei succitati reati nei confronti  di un collaboratore della struttura.

    Francesca Bernabini

    Scheda allegati

    Vincono pedofili e pervertiti: passo indietro nell’obbligo del certificato penale del casellario giudiziale per chi lavora a contatto con i minori.

  • Pedofilia: L’associazione A. Provolo di Verona a Roma per la conferenza stampa della Camera dei Deputati

    Pedofilia: L’associazione A. Provolo di Verona a Roma per la conferenza stampa della Camera dei Deputati

     Comunicato stampa: Il 9 aprile 2014, a Roma presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati alle ore 9:45 si terrà la conferenza stampa delle vittime di pedofilia clericale dell’Istituto per Sordomuti “Antonio Provolo” di Verona nella quale saranno trattati i seguenti argomenti:

    1. Commissione d’indagine voluta dal Vaticano e provvedimenti presi dallo stesso
    2. Riunione con la Special Rapporteur dell’ONU, dott.ssa Rashida Manjoo, tenutasi a Milano presso l’Università Bicocca il 20/01/2012 su invito dell’ONU-Commissione per i Diritti dei Bambini
    3. Articolo de “il Fatto Quotidiano” del 14/12/2012. Accuse di un altro sordomuto al Vescovo Giuseppe Carraro.
    4. Nostra querela per diffamazione al giornale “L’Avvenire”
    5. Lettera del Vescovo di Verona, Mons. Giuseppe Zenti, del 14/02/2013 indirizzata ai presbiteri nella quale si raccomanda la ri-servatezza qualora si venga a conoscenza di “qualche situazione di turbolenza”
    6. Lettera dell’Associazione Sordi “Antonio Provolo” a Papa Francesco del 31/12/2013
    7. Riunione del 16/01/2014 presso l’ONU-Commissione per i Diritti dei Bambini e relative reprimende dell’ONU nei confronti del Vaticano
    8. Richiesta di risarcimento al Vaticano per le vittime di pedofilia cleri-cale
    9. Ricorso delle vittime alla Commissione Europea per i Diritti Umani
    10. Si chiede l’ apertura degli archivi vaticani inerenti i casi di pedofili-a, l’allontanamento dei preti coinvolti o sospettati di abusi come ri-chiesto dalla Commissione ONU

    Verona, 05 aprile 2014

    ASSOCIAZIONE SORDI “ANTONIO PROVOLO” – ONLUS ASSOCIATA ALLA F.I.A.D.D.A. FAMIGLIE ITALIANE ASSOCIATE PER LA DIFESA DEI DIRITTI DEGLI AUDIOLESI – ONLUS Sede Legale: Via Marin Faliero, 10/C – 37138 Verona – Tel. 045/8026956 – Fax 045/591580 e.mail: info@associazionesordiprovolo.it – C.F. 03088110238

    Associazione non lucrativa che ha per scopo l’integrazione delle persone sorde nella società

  • Certificato anti-pedofilia, obbligo solo per i nuovi assunti e il volontariato è escluso

    Certificato anti-pedofilia, obbligo solo per i nuovi assunti e il volontariato è escluso

    Il ministero della Giustizia interviene per chiarire la vicenda dei certificati antipedofilia richiesti obbligatoriamente da domani per i lavoratori che hanno a che fare con i minori. I tempi ristretti e il costo della certificazione da richiedere avevano fatto saltare sulla sedia soprattutto i presidi e i dirigenti scolastici, ai quali soprattutto sembrava diretta la disposizione, applicata in Italia in esecuzione di una direttiva europea. Ma hanno anche messo in allarme i responsabili di molte organizzazioni del terzo settore che temono di andare incontro a spese eccessive o alle sanzioni previste dal decreto legislativo numero 39.

    Il provvedimento, infatti, obbliga il datore di lavoro che intenda “impiegare al lavoro una persona per lo  svolgimento di attività professionali o attività volontarie organizzate che comportino contatti diretti e regolari con  minori” a richiedere, prima della stipula del contratto, il certificato penale per accertarsi che il soggetto da impiegare non sia stato già condannato per reati contro i minori: prostituzione minorile, pornografia minorile, pornografia virtuale, turismo sessuale e adescamento dei minorenni. Soprattutto perché in caso di inosservanza si rischia una sanzione amministrativa da 10mila a 15mila euro.

    Ora il ministero della Giustizia elimina gran parte dei dubbi, chiarendo intanto che i tantissimi volontari che operano a titolo gratuito presso parrocchie, onlus o associazioni sportive, e dunque non sono titolari di un vero e proprio contratto di lavoro, non sono tenuti all’accertamento previsto dal decreto legislativo che recepisce la direttiva europea per la “lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile”.

    “L’obbligo di tale adempimento – chiariscono da via Arenula –  sorge soltanto ove il soggetto che intenda avvalersi dell’opera di terzi – soggetto che può anche essere individuato in un ente o in un’associazione che svolga attività di volontariato, seppure in forma organizzata e non occasionale e sporadica  – si appresti alla stipula di un obbligo. Non sorge, invece, ove si avvalga di forme di collaborazione che non si strutturino all’interno di un definito rapporto di lavoro”. In altre parole, catechisti, volontari che operano presso associazioni, organizzazioni scout e società sportive non sono soggetti al ‘controllo’ previsto dal decreto del 4 marzo.

    Altra precisazione determinante che arriva da Via Arenula riguarda la non retroattività della disposizione: l’obbligo del certificato riguarda dunque solo i nuovi assunti e non il personale già dipendente. Un chiarimento che scongiura il caos soprattutto nelle scuole.

    Quanto ai tempi ed alle modalità di presentazione dei certificati del casellario giudiziale, il ministero ha precisato che “saranno rilasciati entro qualche giorno dalla richiesta”, che a fare la richiesta possono essere i lavoratori interessati, i loro datori di lavoro su delega del dipendente e che i moduli per la domanda sono disponibili sul sito del ministero. In attesa del documento, i datori di lavoro potranno accettare un’autocertificazione sostitutiva in cui il lavoratore dichiara di non essere stato condannato per i reati contro i minori.

    Ieri, prima che arrivassero le precisazioni del ministero, erano scese in campo anche la Cei, il Coni e le associazioni dei datori di lavoro domestico. La conferenza dei vescovi italiani aveva sottolineando le “incertezze interpretative” della norma e l’opportunità di richiedere ugualmente la certificazione antipedofili anche ai soggetti non obbligati.

    Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, aveva manifestato più d’una perplessità: “Sono profondamente rispettoso delle leggi e delle norme, in particolare quelle contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei minori, tuttavia non posso non rilevare che il decreto legislativo che andrà in vigore da domenica rischia di bloccare l’attività di centomila associazioni sportive”. L’Assindatcolf, organizzazione di datori di lavoro domestico, aveva espresso simili preoccupazioni riguardo a colf e baby-sitter che invece sono escluse dall’obbligo.

    Dalla scuola, soprattutto, si sono levate proteste. “Riceviamo – spiega Massimo Di Menna, leader della Uil scuola –  molte telefonate dalle scuole perché c’è preoccupazione che in assenza di un tempestivo chiarimento da parte del ministero ci possano essere dirigenti scolastici che richiedano a tappeto certificati antipedofilia a tutto il personale, insegnanti e bidelli. È ovvio – aggiunge Di Menna – che la materia deve vedere per la scuola una sua specifica regolamentazione. Il ministero non può ignorare la questione e non può lasciare le scuole in una situazione di incertezza che rischia di creare tensioni tra il personale”. Ma dal ministero di viale Trastevere non è arrivata alcuna nota.

    https://www.repubblica.it/scuola/2014/04/05/news/certificato_anti-pedofilia_il_ministero_chiarisce_volontariato_escluso-82780403/
  • Mozambico: Preti indagati con l’accusa di abuso gestiscono orfanotrofio e scuola che ha avuto il sostegno del Portogallo

    Mozambico: Preti indagati con l’accusa di abuso gestiscono orfanotrofio e scuola che ha avuto il sostegno del Portogallo

    ANA DIAS CORDEIRO 02/03/2014 – 08:38

    Una scuola del Centro Polivalente Leão Dehon ha beneficiato dell’appoggio del Portogallo mediante la collocazione di insegnanti. Uno di loro ha fatto una denuncia di sospetti abusi sessuali sui minori contro due sacerdoti italiani di quella città del Mozambico: il direttore di questo centro e il responsabile di un orfanotrofio. Il caso è oggetto di indagine dalla Procura in Italia e in Mozambico, mentre le Nazioni Unite chiedono che i preti sospettati di abusi sui minori vengano rimossi.

    NELSON GARRIDO
    “MNE ha tacitato l’argomento” “Non esiteremo nell’adottare provvedimenti”

    In quel giorno, uno dei ragazzi è stato colpito. Come chiunque abbia bisogno di riscattarsi e, allo stesso tempo, chiede aiuto. Aveva bisogno di parlare – lui e gli altri ragazzi, tutti minorenni, che hanno detto che il prete aveva costruito nell’orfanotrofio dove vivevano, una prigione per punire loro, una prigione con sbarre, come nei film.

    Spesso si sentivano osservati, anche perché si sentivano diversi: lui, e come lui gli studenti più giovani nella scuola diretta dal prete Ilario Verri, che vivevano nell’orfanotrofio del prete italiano Luciano Cominotti in Gurue, Mozambico. Si muovevano come ombre, sempre osservati e senza o quasi mai un sorriso. Essi avevano questo in comune. Questo, e la complicità di un terribile segreto.

    Questo sarebbe, tuttavia, un nuovo e differente giorno, in grado di dissipare i nebulosi sospetti che si gonfiavano ogni settimana sotto gli occhi del maestro João Gomes de Oliveira. Il veterinario era stato posto dalla cooperazione portoghese, come professore in una delle due scuole del Centro Polivalente Leão Dehon nel gennaio del 2010 in questa piccola cittá mozambicana di Zambézia, dove è stato selezionato tra i vari stagisti inviati quell’anno nell’ambito del programma Inov Mundus, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri.

    È stato lì che ha udito della denuncia per abusi sessuali su minori contro i due sacerdoti. E lui ha presentato una denuncia relazionata alle inchieste giudiziarie attualmente in corso – una in Italia e l’altra nella Procura di Gurue in Mozambico.

    Le decine di avvisi che ha inviato alle organizzazioni internazionali dei diritti umani e dei bambini, al diretto responsabile dell’allora Istituto Portoghese di sostegno allo sviluppo (IPAD), al Console Generale del Portogallo in Mozambico, Graça Gonçalves Pereira, all’ambasciata del Mozambico nel Portogallo e dopo altri tre anni, all’ex ministro degli esteri Paulo Portas, e alle quali il PUBBLICO ora ha avuto accesso, si sono scontrate con il silenzio. Dalla Procura Generale della Repubblica, dove è stato inviata una denuncia presentata alla polizia giudiziaria, hanno risposto che, essendo questo un caso per la polizia e la giustizia del Mozambico, non potevano fare nulla.

    Per lui, più presto questo caso viene risolto, “meglio è”. La storia di questi ragazzi – alcuni orfani, altri no – è un fardello che porta da allora. “Cosa succede alle vittime di questi abusi quando crescono è una domanda alla quale nessuno mi ha saputo rispondere.”

    Dopo avere udito “lo spaventoso racconto” di due dei suoi alunni (vedere l’intervista in queste pagine), João Oliveira è stato violentemente aggredito. Mostra le sue fotografie scattate in ospedale dove è rimasto prima di lasciare per sempre Gurue. Sono stato preso a sassate sulla testa mentre guidavo la moto senza casco. “Non saprei dire chi lo ha fatto”. Ma crede che chi è stato sapeva che il maestro portoghese stava per denunciare i preti Ilario e Cominotti alla polizia di Gurue per abusi sessuali su ragazzi.

    Dovere legale e dovere morale.

    Una volta arrivato in Portogallo, sono stato ricoverato per un lungo recupero dopo l’aggressione. Nei giorni quando finalmente sono uscito, sono andato dalla polizia. La denuncia è stata accettata ed inviata al Pubblico Ministero dove è stata archiviata per “incompetenza territoriale”, nel Febbraio del 2011. “La denuncia poteva essere stata inviata immediatamente in Mozambico”, dice João Oliveira, che parla di “dovere morale” di avvisare le autoritá del paese.

    Dal punto di vista legale, essendo le vittime mozambicane e gli autori (del supposto crimine commesso in Mozambico) italiani, il Portogallo non aveva la competenza per trattare il caso, secondo i giuristi uditi dal PUBBLICO.

    La denuncia è stata sì inviata alla Procura Generale del Mozambico, ma solo due anni dopo, nel luglio 2013, “sotto la protezione della Convenzione di Assistenza Giudiziaria in materia Penale tra gli Stati Membri della Comunità dei Paesi di Lingua Portoghese” – ha confermato il PUBBLICO insieme alla PGR portoghese, che parla di “processo indipendente” e non chiarisce se questo è legato alla stessa denuncia di João Oliveira archiviata all’inizio del 2011, e non spiega il motivo per cui c’è  stato, in questo caso, un ritardo di due anni per farla proseguire per  il Mozambico.

    L’iniziativa è sorta giá dopo che la PGR portoghese ha saputo dell’apertura di un’indagine in Italia, anch’essa relazionata con una denuncia di João Oliveira che andò con i propri mezzi in Italia.

    “Sono andato in una stazione di polizia ed ho raccontato quello che stava succedendo”, ricorda. La denuncia contro i due italiani, il prete Luciano Cominotti dell’orfanotrofio, e il prete Ilario Verri, oggi direttore della scuola Centro Polivalente Leão Dehon, è stata ricevuta nell’aprile 2012.

    Due percorsi, un destino

    Ilario Verri é un prete dehoniano, in Mozambico da molti anni. Ha vissuto vicino alla frontera con il Malawi negli anni della guerra civile. Poi è andato a Maputo da dove è partito per Gurúè con l’obiettivo di ricostruire il complesso della scuola e del centro che giá esisteva dal 1969, ed era diretto dai religiosi dehoniani presenti en Mozambico dal 1968.

    Nel 1975, con l’indipendenza, il complesso è stato nazionalizzato e, nel 1994 è tornato nella provincia mozambicana della Congregazione Dehoniana, una congregazione religiosa della Chiesa cattolica, fondata dal prete Leão Dehon nel 1878 e oggi presente in decine di paesi, tra cui il Portogallo.

    Il complesso è stato ricostruito e migliorato e gli è stato cambiato il suo nome a Centro Polivalente Leão Dehon (in onore del fondatore). Comprende la Scuola di Base Industriale (una scuola professionale, corrispondente alla scuola secondaria fino al 9 ° grado) e l’Istituto Superiore Agrario (che corrisponde al livello di scuola superiore). João Oliveira è stato collocato in quest’ultimo, ma ha dato anche lezioni di computer agli studenti più giovani della scuola professionale.

    Luciano Cominotti è diocesano ed è andato a Gurue per scelta personale dopo essere stato ordinato sacerdote a Milano o già in Gurue (le informazioni differiscono tra quello che dice il prete portoghese Luciano e il prete Ornelas a Roma, a capo della Congregazione (vedi intervista in queste pagine )).

    “E’ stato militare in Italia, ha deciso per il sacerdozio e ha fatto la richiesta al vescovo di Milano. Voleva andare in missione”, ha detto al PUBLICO il prete portoghese Luciano, con responsabilità nella Congregazione dei dehoniani in Portogallo e che faceva parte di due gruppi che hanno iniziato il programma di volontariato nel Centro Polifunzionale di Gurue. “All’inizio, quando è stato ordinato prete, uno rimane nella diocesi in cui è nato. Per passare ad un’altra diocesi deve esserci un motivo”, aggiunge.

    Luciano Cominotti ha scelto Gurue, dove entrerà nei primi mesi del 2000. Nel 2004 “la sua opera esisteva giá,” dice il prete portoghese a proposito dell’orfanotrofio che è stato ingrandito a misura che il prete Cominotti ha acquisito i terreni intorno grazie al supporto e le donazioni di “benefattori italiani.”

    Due immagini dell’orfanotrofio, disponibili su Internet, mostrano a distanza quel sontuoso palazzo che si vede attraverso le cime degli alberi, come uno strano castello accanto a una piccola città dove i segni di abbandono sono visibili, le case modeste e le strade sterrate. Una di queste immagini è dotato di un testo enigmatico, non firmato, e che descrive questa casa come un “orfanotrofio maschile per i bambini”, e allora ha osservato: “Mi dispiace per la distanza delle immagini, ma in fondo può vedere uno splendido edificio. È in Gurue, con vista sul lago e dispone di strutture che sarebbero considerate eccellenti in tutto il mondo civilizzato. Non manca nulla. Viene mantenuto da sponsor che visitano le strutture di volta in volta.”

    Un prete “dedicato”

    Chi conosce l’orfanotrofio è Adérito Barbosa, un prete che era dentro perchè era “un amico del padre Luciano Cominotti”, afferma PUBLICO, prima di essere messo di fronte alla denuncia contro il sacerdote italiano e alle indagini che girano in Mozambico e in Italia.

    “Si tratta di un sacerdote dedicato, con la responsabilità nella diocesi e con il suo lavoro, come questa casa di accoglienza per bambini”, continua il prete Adérito Barbosa, coordinatore nazionale della Famiglia Dehoniana in Portogallo e Presidente dell’Associazione dei volontari laici Dehoniani, fondata nel 1999 legato alla Provincia portoghese dei Sacerdoti del Cuore di Gesù (Dehoniani) e responsabile per l’invio di insegnanti volontari per il Centro Polifunzionale Leão Dehon e altre “opere” dehoniane in Mozambico e in altri paesi.

    È questo prete che descrive l’orfanotrofio – o meglio “un centro di assistenza per i bambini bisognosi” – come un “castello”. “E’ chiuso, non entra nessuno”, continua. “È chiuso perché è privato, ci sono dei giovani all’interno. Lui [Luciano Cominotti] mette i bambini al lavoro. Alcuni fanno la guardia, altri lavorano. Sono già stato lì in diverse occasioni, l’ultima delle quali quattro o cinque anni fa” prima di confermare che il palazzo ha guardie armate e che alcuni in città parlano del “terrore “che il luogo ispira.

    L’ultima volta che sono stato in Gurué fu l’anno scorso, ma il prete Luciano Cominotti non era lì. Lui e il prete Ilario a volte andavano a chiedere soldi in Italia per le “opere” che uno e l’altro dirigono. L’opera del prete Cominotti “è per aiutare i bambini.” L’orfanotrofio avrà “circa 50 bambini”, aggiunge.

    Il PUBBLICO ha tentato varie volte di contattare Cominotti nella Diocesi, ma non ha mai ottenuto risposta, e il prete Ilario Verri nel Centro Polifunzionale Leão Dehon, ma il direttore si trovava in Italia giá da alcuni mesi “per motivi personali”.

    “I due sacerdoti sono indissolubilmente legati”, spiega João Oliveira, che crede che Luciano Cominotti ha avuto, nel passato, dei collegamenti con la Congregazione dei Dehoniani, e che ci sia un tentativo di dissociarsi, per diluire le responsabilità.

    “Puó essere che, durante questo processo, il prete Luciano e l’orfanotrofio abbiano smesso di essere dei Dehoniani. Questo è un problema di chiarire. Sanno cosa sta succedendo e, ovviamente, ci sarà all’interno dell’ordine chi si oppone e ha causato questa conveniente separazione, apparente ed esterna “, considera.

    L’orfanotrofio è più esposto a sospetti abusi sui minori rispetto alla scuola, che anch’essa non sfugge alle “voci frequenti”, come ha raccontato al Publico un altro portoghese che vive a Gurue, e riceve i visitatori nelle loro case per i volontari in un vecchio seminario convertito in pensione, e che viene descritto sul sito della scuola (con le foto delle camere e la scuola) come “una bellissima villa non lontana dal centro.”

    I sacerdoti dehoniani contattati a Lisbona e Roma dal PUBBLICO, negano la connessione, insistendo sul fatto che Luciano Cominotti è sempre stato un diocesano e svolge ruoli di responsabilità nella diocesi di Gurué – nel sito web della diocesi appare come amministratore. Loro dicono di non aver mai sentito parlare della denuncia del portoghese João Oliveira o di qualsiasi altro reclamo sul prete Ilario.
    “Ho sentito questo per la prima volta”, dice il prete Adérito Barbosa. “Ho le migliori referenze di lui e la sua opera,” afferma il prete portoghese Luciano anch’esso contattato. E su quell’ antico seminario, ora una “locanda” appartenente al Centro Polivalente, dice che “È stato ristrutturato, potenziato e migliorato per accogliere i turista, visitatori e persone legate ad imprese e al Governo”.

    Per João Oliveira, il collegamento tra i due sacerdoti è rilevante per dimostrare che una scuola che ha beneficiato del sostegno del Ministero degli Esteri portoghese mediante la collocazione di insegnanti come lui, ha servito da “facciata” per qualcosa che coinvolge le due istituzioni – orfanotrofio e Centro Polivalente Leão Dehon. E che, nonostante le sue denunce – e le indagini aperte in Italia e Mozambico – gli stessi sacerdoti, bersaglio di sospetti, continuano ad essere responsabili delle delle due istituzioni.

    João Oliveira sostiene che “È pienamente giustificata la necessità di un coinvolgimento delle Nazioni Unite in questo crimine globale” e accoglie con entusiasmo la decisione del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo – agli inizi di febbraio – per esigere alla Santa Sede “il ritiro delle funzioni” dei preti pedofili o sospettati di esserlo, e che li consegnino alle autorità giudiziarie per le indagini (una dichiarazione che non vincolante).

    Richieste delle Nazioni Unite

    In un documento senza precedenti rilasciato un mese fa, e che il Vaticano ha criticato di “distorcere i fatti”, i periti del Comitato delle Nazioni Unite hanno notato che 400 sacerdoti sono stati espulsi dalla Chiesa cattolica nel 2011 e 2012, per le accuse di pedofilia, durante il pontificato di Benedetto XVI. Ma un’analisi approfondita del vasto dossier di denunce ricevute negli ultimi anni contro i sacerdoti cattolici in diversi paesi, ha concluso che gli abusi erano “sistematici” e che la verità sarà nota solo quando le vittime verranno ascoltate.

    João Oliveira si identifica pienamente in queste conclusioni e dice che è urgente che le vittime siano protetti per poter essere ascoltate. “Solo quando ciò accadrá, ci saranno prove” aggiunge.

    “Dopo l’aggressione che ho subìto, le vittime non parleranno mai ai sacerdoti apertamente. Era un messaggio violento ed efficace che ha messo a tacere molti testimoni”, ha scritto in una delle tante lettere che ha inviato da allora a sbloccare la situazione.

    Il medico veterinário, collocato come professore in Mozambico, afferma che questo paese si sta “convertendo in un esempio internazionale della passivitá
    della Chiesa cattolica verso il crimine della pedofilia “. Quando è stato aggredito, il suo status di funzionario in servizio per la cooperazione portoghese prevedeva che un allarme fosse stato attivato (all’Ambasciata del Portogallo in Mozambico), dai sacerdoti, perché essi sono i responsabili della scuola dove era stato collocato come apprendista Inov Mundus, con una assicurazione sanitaria che gli dava diritto ad un rimpatrio di emergenza.

    I sacerdoti non hanno avvisato e l’ambasciata portoghese è stata informato solo giorni dopo dall’Ambasciata di Danimarca, che ha appreso della situazione attraverso una funzionaria straniera che lavora in Gurue. Gli amici di João Oliveira – di diverse nazionalità – si sono alternati perchè non rimanesse mai solo nella stanza in quella vecchia Villa Junqueiro in Gurue, che non sembra un ospedale.

    “Il rimpatrio di emergenza è ben chiaro nella parte dell’assicurazione offerto nel contratto. Appena sono stato meglio, ho avvertito l’ IPAD, ho chiesto che mi portassero a Maputo, sono andato alla Ambasciata di Portogallo, dopo Johannesburg, e infine a Lisbona”, racconta João Oliveira.

    Poche o nessuna risposta

    In Portogallo, quasi non ho ricevuto risposte alle lettere inviate e alle quali il PUBBLICO ha avuto ora accesso, tra le quali all’allora ministro degli esteri Paulo Portas al quale ha scritto nel mese di aprile 2013 per accusare la cooperazione portoghese di rimanere “criminalmente silenziosa e passiva in questo problema” e avverte sul fatto che “L’MNE potrebbe essere sponsor pedofilia in Mozambico”.

    Due anni prima, ha scritto “più volte” all’allora Console Generale del Portogallo in Mozambico, Graça Gonçalves Pereira, “per chiedere aiuto per questi bambini” e le informazioni sulle istituzioni locali per un possibile “intervento”. Al PUBLICO, Graça Gonçalves Pereira detto di avere ricevuto “centinaia di reclami di portoghesi”, quando ha assunto le funzioni di Console generale a Maputo, nel 2012, e non ricordava quella specifica corrispondenza.

    E anche quando era in Gurue, ha ripetutamente messo in guardia i responsabili dell’ IPAD (ormai estinta e fusa con l’Istituto Camões). “Hanno detto che gli dispiaceva molto per quello che era successo. Non passò molto tempo fino a quando mi sono reso conto che non avrebbero fatto nulla “, spiega João Oliveira.

    “E’ stato un problema del quale la nostra gestione ha avuto conoscenza”, ha detto al PUBLICO Fernanda Catarino, una dei responsabili del Inov Mundus, e ha avuto frequenti contatti con il docente. Era con lei e con una sua superiore che João Oliveira ha da subito condiviso i suoi sospetti.

    A questo livello, nulla poteva essere fatto, dice Fernanda Catarino, ora ufficiale nel Camoes. “La questione è stata rinviata ad una considerazione superiore, alla direzione.” E’ stato l’allora presidente del IPAD, Augusto Manuel Correia, che non ha risposto alle domande inviate dal PUBBLICO.

    Anche il Camões – Istituto per la Cooperazione e la lingua (che ha assorbito l’ex IPD nel 2012) non ha chiarito al PUBBLICO quanti insegnanti portoghesi ha collocato nel Centro Polivalente Leão Dehon, ed in quali date ha dato altre forme di sostegno e quali criteri ha scelto per selezionare il Centro Polivalente e la sua scuola per l’inclusione nella lista delle entità che avrebbero beneficiato del sostegno della cooperazione portoghese.

    Già dopo aver lasciato Gurue, João Oliveira ha anche avvertito organizzazioni per i diritti umani. Human Rights Watch lo ha mandato da Amnesty International, che lo ha mandato all’ UNICEF che non ha risposto.

    La lettera che nel mese di aprile 2013, il cooperante portoghese ha scritto al vice procuratore del Dipartimento di Investigazione e Azione Penale (DIAP) per insistere sul fatto che il caso non venisse dimenticato, si è conclusa in questo modo: “Devo scusarmi per la mia insistenza, ma io conosco alcuni di questi ragazzi. Hanno un nome e poco altro. Non hanno padre nè madre o chi voglia sapere di loro. (…). La signora procuratrice può archiviare queste vite: io non lo faccio “.

    Traduzioni Roberta Pietra per Rete L’ABUSO

    Fonte https://www.publico.pt/mundo/noticia/mocambique-padres-investigados-por-suspeitas-de-abusos-dirigem-orfanato-e-escola-que-teve-apoio-de-portugal-1626570

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webpwp-content/uploads/2025/02/domenica-15-a-celle-ligure-gianluigi-nuzzi-presenta-il-suo-ultimo-libro-inchiesta-peccato-originale-interverra-francesco-zanardi-presidente-della-rete-labuso.webpwp-content/uploads/2025/02/preti-pedofili-e-adulti-complici-il-corto-di-cammuso-illumina-la-sala-farina-gesti-orrendi-camuffati-da-abito-religioso.webpwp-content/uploads/2025/02/dettagli-abusi-su-minori-in-nome-di-dio-da-piu-di-25-anni-ad-aci-bonaccorsi-la-comunita-che-plagiava-le-giovani-il-video.webpwp-content/uploads/2025/02/caso-vitale-processo-rinviato-a-dicembre-messere-a-telemolise-fatti-gravissimi-perche-commessi-da-chi-ha-una-funzione-educativa.webpwp-content/uploads/2025/02/chi-lha-visto-affronta-il-prete-che-ha-abusato-di-lui-la-risposta-preghiamo-insieme-un-caso-denunciato-dalla-rete-labuso.webpwp-content/uploads/2024/09/il-primo-film-sui-preti-pedofili-girato-a-savona-e-verona-sara-al-bari-international-film-festival-domenica-6-aprile.webp2014/02/27/moambico-le-accuse-e-larchiviazione-di-don-ilario-verri-che-calunnio-la-rete-labuso-e-don-luciano-cominotti/