Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Parroco a processo per abusi sessuali: in aula protagonista l’avvocato Taormina

    Parroco a processo per abusi sessuali: in aula protagonista l’avvocato Taormina

    Il famoso legale ieri ha assunto la difesa, assieme all’avvocato Intino, del parroco di Portocannone condannato per abusi su minore; la sua richiesta è stata respinta e la prossima udienza si terrà a fine febbraio. Negli anni Novanta andò nello stesso modo: parcella a parecchi zeri per difendere l’ex rettore D’Alessandro che in primo grado fu condannato. Ma chi pagherà il suo onorario per l’udienza di ieri?

    CAMPOBASSO. Si dice Carlo Taormina e si legge ‘parcella a parecchi zeri’.

    Ieri il famoso legale romano ha difeso – assieme all’avvocato Ciro Intino – don Marino Genova, parroco di un piccolo centro molisano, condannato in primo grado a sei anni di reclusione per atti sessuali su minore.

    Un caso mediatico da non farsi scappare, avrà pensato il legale famoso per le sue uscite fumantine, per la mole di personaggi pubblici che hanno voluto farsi rappresentare in giudizio da lui e per i processi di spessore che ha seguito. Del resto, il terribile caso degli abusi commessi in danno di una minorenne dal parroco di Portocannone, condannato un anno fa, ha trovato spazio, prima e dopo la sentenza di primo grado, in quasi tutte le più seguite trasmissioni televisive.

    A Campobasso, ieri mattina, ha chiesto ed ottenuto che la prima udienza del processo d’appello si celebrasse a porte chiuse, quindi in camera di consiglio.

    Riferiscono i beneinformati che, al suo ingresso in aula, avrebbe evitato di salutare il Procuratore generale della Corte d’Appello, Antonio La Rana, e che i due si sarebbero, in seguito, guardati in cagnesco. Ma sono indiscrezioni.

    Nel corso della sua arringa a porte chiuse ha avanzato richiesta di non luogo a procedere relativamente alla querela che la vittima di quegli atti orribili mise nero su bianco poco prima di compiere i 18 anni di età. Un problema di improcedibilità, ha sostenuto con il solito piglio. Ma i giudici della Corte d’Appello hanno respinto la sua richiesta, così come era avvenuto in primo grado quando fu avanzato lo stesso problema relativo al periodo in cui si sarebbero consumati gli abusi e alla tardività della denuncia, e hanno fissato la data della prossima udienza che si terrà a fine febbraio.

    Carlo Taormina conosce il Molise: nel 2012, ad esempio, si registra un suo autorevole endorsement al candidato sindaco di Isernia Gianni D’Uva (non eletto) ma la sua ‘prima volta’ avvenne sul finire degli anni Novanta quando scoppiò lo scandalo dell’ex rettore dell’Università del Molise, Lucio D’Alessandro. Costosi Rolex in cambio di una assunzione all’Unimol del figlio di un noto medico campobassano: questa in sintesi la vicenda che coinvolse, anzi travolse, l’allora Rettore che decise di affidarsi all’avvocato Taormina per difendere l’onore, la reputazione e la carriera.

    In primo grado D’Alessandro fu condannato, nonostante la parcella da 150 milioni di lire che pare abbia dovuto versare al suo famoso legale. Cambiò avvocato e fu assolto. Nel corso delle udienze, un giovane pm di nome Nicola D’Angelo ebbe l’ardire di salutarlo e ricordargli, sottolineando l’onore di averlo di fronte in quel momento, di aver sostenuto un esame con lui.

    Taormina, mostrando il solito garbo, risposte: “Sarà stato un onore per lei”. Erano gli anni in cui Tangentopoli e i magistrati non godevano di enorme apprezzamento fra alcuni avvocati che difendevano importanti personaggi pubblici finiti in “Mani Pulite”. Di lì a poco Carlo Taormina si convertì al berlusconismo, pur provenendo dalla sinistra extraparlamentare (ora le cronache lo danno vicino alle posizioni del Movimento 5 Stelle).

    Campobasso non gli porta bene, anche ieri non ha avuto il riscontro che sperava, ma al cronista resta una domanda: come può don Marino Genova permettersi di pagare la parcella di un legale come Carlo Taormina?

    ellesse

  • “Il Vaticano punisca chi insabbiò” – l’intervista, la madre della vittima

    “Il Vaticano punisca chi insabbiò” – l’intervista, la madre della vittima

    di Giorgio Gandola

    La mamma del ragazzo abusato: “Mio figlio? Ha pianto. Abbiamo avuto la giustizia che la diocesi ci ha sempre negato. Ci trattavano come se fossimo una scocciatura”

    Signora, ha parlato con suo figlio della sentenza?

    “Gliel’ho annunciata io, ha risposto scoppiando in lacrime. È stato un dramma infinito, un percorso molto doloroso per noi tutti. Abbiamo fatto bene a intraprendere la strada della giustizia ordinaria, è stata lunga ma lineare e pura”.

    La traversata nel deserto è finita?

    “Oggi è avvenuta una cosa grande: è stata riconosciuta la credibilità di mio figlio. Se abbiamo dentro di noi ancora una speranza, anzi una certezza, che la verità trionfi, lo dobbiamo alla giustizia italiana che ci ha tutelati, non certo alla diocesi di Milano”.

    Sei anni e 4 mesi, qualcosa che somiglia a una stangata.

    “Al di là degli anni, sui quali non ho nessuna competenza, per me è importante sapere che i giudici credono a mio figlio. È ancora fragile, si è diplomato con due anni di ritardo, merita rispetto. Io non ho mai avuto il più piccolo dubbio su ciò che accadde quella notte”.

    Don Galli poteva legittimamente essere assolto.

    “Non voglio nemmeno pensare a cosa sarebbe successo, dentro la nostra famiglia, se la verità non fosse venuta a galla. Ci saremmo sentiti definitivamente soli al mondo. A chi avremmo potuto appellarci? Non a questa Chiesa avvolta nella nebbia, concentrata a difesa della sua immagine”.

    Cosa imputa al vaticano?

    “È latitante, non cerca la verità, promuove chi ha insabbiato. Noi vogliamo continuare la nostra battaglia perché torni una Chiesa santa. Abbiamo scritto a tutti, abbiamo ricevuto solo promesse di preghiere. Non basta, serve coerenza, e la chiediamo soprattutto al Papa. Se il diritto canonico e la morale e lo stesso Pontefice dicono che è male anche coprire un abuso, chiediamo che vengano presi provvedimenti contro chi insabbiò”.

    Ancora l’arcidiocesi, ancora Mario Delpini.

    “Io non ho nulla di personale contro i monsignori Delpini e Tremolada. Vorrei solo che i loro comportamenti venissero censurati perché non voglio vedere altri ragazzini entrare nel vortice di nostro figlio, essere trattati come lui. A noi non interessa la visibilità, a noi interessa che non ricapiti. Basta bassezze, basta dolore”.

    Cosa l’ha delusa di più in questa vicenda?

    “La mancanza di umanità delle gerarchie. Noi avevamo la più totale fiducia negli organismi ecclesiastici, ci siamo affidati a loro senza alcun dubbio; non avevamo bisogno di denunciare ad altri. Avevamo chiesto un incontro con il cardinal Angelo Scola e lo abbiamo ottenuto tre anni dopo”.

    Lei ha un carteggio aperto con il Vaticano.

    “Ci devono delle risposte. Anche qui mi ha deluso il gelido distacco della nomenclatura, la sua lontananza da un percorso di fede e di comprensione. Le lettere ricevute si concludevano sempre con un “prego per voi” che non era pietas cristiana, ma una formula di saluto. Ho avuto la netta sensazione che la scocciatura fossimo noi, non l’abuso sessuale su nostro figlio”.

    Signora, alla fine di questo percorso perdona don Mauro Galli?

    “So che è un gesto impopolare, ma lo perdono perché sbagliare è possibile. Anche commettere un grande errore è possibile. L’ho visto il giorno dell’interrogatorio, era smarrito e sofferente, sembrava anche lui una vittima. E poi penso alla sua mamma e a ciò che sta soffrendo. Ma non perdono nessun altro, anzi condanno chi non lo ha aiutato a prendere coscienza dell’errore”.

    Anche in tonaca c’è il diritto alla difesa.

    “Certo, è sacrosanto. Ma se sbagli devi sopportare le conseguenze dell’errore. L’unico discorso cristiano è questo”.

    (trascrizione da La Verità del 21 settembre 2018)

  • La rivista America: “Su McCarrick la Chiesa dovrebbe vergognarsi”

    La rivista America: “Su McCarrick la Chiesa dovrebbe vergognarsi”

    Il duro editoriale sul magazine dei gesuiti statunitensi: molte autorità della Chiesa avevano ricevuto diversi avvisi sul comportamento del cardinale, le diocesi sapevano, il nunzio a Washington pure

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    «Molte autorità della Chiesa avevano ricevuto diversi avvisi sul comportamento del cardinale. Le diocesi locali erano state informate, il nunzio papale a Washington sapeva e persino a Benedetto XVI era stato detto». È durissimo l’editoriale dedicato da America, la rivista dei gesuiti statunitensi, al caso dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick. Come si ricorderà il cardinale è stato sospeso dal ministero a motivo di un processo canonico su un presunto abuso su un minore avvenuto quasi cinquant’anni fa a New York : nel corso della vicenda è stata reso ufficialmente pubblico che il porporato, da vescovo, aveva molestato sessualmente alcuni seminaristi maggiorenni e alcuni sacerdoti. Un atteggiamento divenuto abbastanza noto nell’entourage e tra il clero delle diocesi che McCarrick ha guidato (ci furono risarcimenti), ma che non ne ha frenato l’ascesa alla guida della Chiesa della capitale federale e al cardinalato.

    «È vero – si legge nell’editoriale – che nessuno dei precedenti rapporti di abuso riguardano presunti comportamenti criminali con minori, ma si trattava di fatti abbastanza noti e il cardinale McCarrick avrebbe dovuto essere chiamato a rendere conto del terribile abuso del suo ministero e della sua autorità. La Chiesa e i suoi leader dovrebbero vergognarsi della loro incapacità».

    La rivista dei gesuiti fa anche una sorta di autocritica – merce davvero rara di questi tempi – affermando: «Né i media, compresi noi, nei media cattolici (il cardinale McCarrick è stato amico di lunga data di questa rivista e ha tenuto l’omelia durante la nostra celebrazione del centenario nel 2009), può essere assolto dalla responsabilità per aver mancato di prendere sul serio queste voci e altre voci e rapporti, come era richiesto. Indicare la responsabilità solo della gerarchia è di per sé ipocrita».

    «La Chiesa – continua l’editoriale – non può fingere che si tratti di un incidente isolato. Sono molto i probabili rapporti simili che coinvolgono altri vescovi e leader della Chiesa che hanno abusato della loro autorità o hanno commesso reati sessuali che sono stati ignorati negli ultimi decenni. Mentre le società di tutto il mondo fanno i conti con il dispiegarsi del movimento #MeToo e le vittime di abusi sessuali e molestie trovano le loro voci, la Chiesa non deve fingere che questo sia soltanto un episodio deplorevole che presto sarà finito».

    «Con ogni probabilità – scrive America – ci sono ancora altre notizie che mostreranno che questa situazione è peggiore di quanto non si sappia oggi. La Chiesa dovrebbe ricordare che il vero miglioramento non consiste nella cessazione della cattiva stampa che la riguarda, ma nello sviluppo di una cultura in cui i leader potenti non si aspettano che le loro malefatte vengano nascoste in silenzio. Una cultura nella quale le vittime di abusi e molestie vengano sostenute nella loro decisione di affrontare coloro che le hanno maltrattate».

    La rivista dei gesuiti suggerisce tre punti imprescindibili: «Primo, la Chiesa deve stabilire una volta per tutte la sua disponibilità ad ascoltare notizie di abus i e di abusi di potere che sono stati ignorati o “trattatiˮ in passato. Le Conferenze episcopali dovrebbero stabilire procedure chiare» a questo proposito.

    «Secondo, Papa Francesco e il Vaticano devono dimostrare di essere disposti a rimuovere vescovi e altri dirigenti ecclesiastici colpevoli di qualsiasi forma di abuso, non solo di abusi sessuali su minori». Una «riforma ancora più importante sarebbe una maggiore trasparenza nell’indagare e nel rendere pubbliche le decisioni nei casi che coinvolgono i vescovi. Cioè, quando un vescovo viene rimosso, il Vaticano ha bisogno di dichiarare pubblicamente perché viene rimosso».

    «Terzo, anche prima dell’azione di Roma, i vescovi possono compiere sforzi sostanziali per cercare giustizia per le vittime e per la comunità ecclesiale , anche a costo di risorse istituzionali e della reputazione. La decisione delle due diocesi del New Jersey di liberare uno degli accusatori del cardinale McCarrick dagli accordi di riservatezza è un primo passo positivo».

    Un punto aggiuntivo, non presente nell’elenco di America, potrebbe riguardare il fatto che queste tristi vicende non dovrebbero rappresentare per alcuni una pietra tombale mentre per altri vengono insabbiate o cancellate, a seconda dell’appartenenza a certe cordate e delle amicizie potenti dietro alle quali ci si può riparare.

    http://www.lastampa.it/2018/07/18/vaticaninsider/la-rivista-america-su-mccarrick-la-chiesa-dovrebbe-vergognarsi-vGKKUvahx5UjCXs1iTXTJM/pagina.html

  • BRESCIA – Sacerdoti e laici si preoccupano e rompono il silenzio

    BRESCIA – Sacerdoti e laici si preoccupano e rompono il silenzio

    Riceviamo e pubblichiamo

    Spettabile Redazione,

                    Ci rivolgiamo a codesta “rete L’ABUSO” per partecipare le ansie di diversi sacerdoti e laici della Diocesi di Brescia.

                    Sono molti i sacerdoti e tantissimi i laici che si stanno chiedendo se la Nunziatura Apostolica segnalando a Papa Francesco il nominativo di Mons. Tremolada come Vescovo di Brescia e di Mons. Delpini come Arcivescovo di Milano abbia pure menzionato il caso di pedofilia di don Galli a Rozzano (Milano) che li vede coinvolti. Il Nunzio apostolico di allora, Mons. Bernardini, è stato sostituito da Mons. Tscherrig (di nazionalità svizzera e non più italiana come era prassi lo fosse) più in sintonia con Papa Bergoglio di quanto lo fosse il predecessore. Papa Francesco conosce bene entrambi: sia l’arcivescovo uscente che l’entrante sono arrivati a Roma dopo la Nunziatura in Argentina. Con Mons. Bernardini i rapporti a Buenos Aires però sono sempre stati tesi. È strano che Mons. Delpini non sia stato inserito nella recente lista dei Cardinali.

                    Mons. Tremolada ammette chiaramente, per il caso di don Galli, che lui stesso e mons. Delpini hanno sbagliato ma non hanno il dovere di giustificarsi o chiedere scusa, “se qualcuno gli chiederà spiegheranno”. Il Vaticano sapeva e il Santo padre li ha promossi entrambi confermando la loro impunibilità? Potrà un giorno il Santo Padre dire che non era stato adeguatamente informato come per i Vescovi cileni?

                    Emblematico è infatti quanto dichiarato da Mons. Tremolada in un incontro con i familiari della vittima nel 2015 in presenza anche di don Carlo Mantegazza, ex parroco di Rozzano: “….è vero, lo abbiamo destinato a Legnano in un oratorio, è vero, e di questo SIAMO STATI IMPRUDENTI, lo diremo se ci verrà detto: « MA PERCHE’ LO AVETE FATTO? ».

                Che saccenza, che ostentazione di impunità: Tremolada mandato a parlare con i familiari che chiedevano conto del maldestro spostamento quando, viceversa, a loro era stato garantito che don Galli non poteva essere ancora a contatto con i bambini, non ritiene di dover dare spiegazioni. Ora, a Brescia, ha nominato Parroco di Rezzato don Stefano Bertoni assolto in Cassazione per abusi sessuali nei confronti di bambini di un asilo. Ancora aperta è la vicenda dell’ex parroco di Corna di Darfo. Già nel dimenticatoio sono finite le numerose altre vicende di sacerdoti bresciani passate in giudizio fin dai tempi del parroco della cattedrale degli anni 1970.

                    Papa Francesco ha integrato il codice di diritto canonico che già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto (cfr. can. 193 §1 CIC; can 975 §1 CCEO).

                    Con il “MOTU PROPRIO” del 4 Giugno 2016 ha precisato che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei Vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili, previsti dal M.P. Sacramentorum Sancitatis Tutela promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal predecessore Benedetto XVI.

                    La Diocesi di Brescia non è certo entusiasta di avere un Vescovo imprudente a condurre una tremolante realtà pastorale.

    Sacerdoti e laici impegnati di Brescia                                                                     24 luglio 2018

  • Ipotesi dimissioni per il cardinale Pell, imputato in due processi per abusi sessuali

    Ipotesi dimissioni per il cardinale Pell, imputato in due processi per abusi sessuali

    I due procedimenti dovrebbero svolgersi in otto-dieci settimane. Il timining sarà decisivo per capire se resterà o meno alla guida della Segreteria dell’Economia

    By Maria Antonietta Calabrò

    Il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria dell’Economia, rimane per Papa Francesco e la Santa Sede “in congedo”, anche dopo il suo rinvio a giudizio per presunti abusi sessuali nei confronti di minori. Quindi la sua posizione non cambia.

    Ma per capire il suo futuro sarà decisivo il timining del processo. La nuova udienza che si è svolta alla Corte di Melbourne questa mattina, dopo la decisione di ieri, ha stabilito – e i suoi avvocati si sono dichiarati d’accordo – che i processi cui sarà sottoposto saranno due e non uno. Il primo per le accuse più vecchie (quelle relative agli anni Settanta e Ottanta a Ballarat) e il secondo per quelle più recenti (fino al 2001), quando era arcivescovo di Melbourne. Il porporato è libero su cauzione, gli è stato ritirato il passaporto, e deve notificare alla Corte i suoi spostamenti. Le date di inizio dei due processi saranno fissate tra quindici giorni, il 16 maggio prossimo.

    Il procuratore Mark Gibson in un primo tempo ha anticipato che l’accusa avrà bisogno di tre mesi per prepararsi ad andare a dibattimento, poi si è corretto, dicendo che “forse tre mesi sono un po’ troppi”, facendo capire che potrebbe essere pronto prima.

    In ogni caso accusa e difesa hanno concordato che i due processi separati dovrebbero svolgersi in otto-dieci settimane.

    L’entourage australiano di Pell – che si è sempre proclamato “non colpevole” – ha fatto sapere in passato che il cardinale intende rientrare in Vaticano dopo essere stato assolto. Il punto è quanto tempo ci vorrà e se nel frattempo il Papa nominerà un altro prefetto dell’Economia, perché è quasi un anno che Pell non è operativo, e la Segreteria dell’Economia viene gestita “con il pilota automatico” dal numero due, monsignor Luigi Mistò, che non è un cardinale, e questo – come ha dichiarato uno dei maggiori supporter di Pell nella lotta alla cosiddetta “vecchia guardia” della Curia, John Allen, direttore del Crux, considerato il più influente vaticanista americano, questa mattina al Sidney Morning Herald – crea un problema: “Perché se non c’è un cardinale alla guida, non succede nulla”.

    Allen pensa quindi che proprio per far procedere la riforma economica, cui tanto tiene, Pell potrebbe fare un passo indietro come prefetto della Segreteria dell’Economia, tornando in Vaticano a processo finito, nel caso sia assolto, per continuare il suo incarico di membro del C9, del consiglio della corona di Papa Francesco.

    “La maggiore probabilità è che non tornerà mai a Roma, almeno come capo della Segretaria dell’Economia”. Andrea Tornielli, direttore del sito Vatican Insider ha dichiarato sempre al SMH : “Non so se il Papa nei prossimi mesi prenderà la decisione di scegliere un nuovo prefetto dell’Economia”. E poi ha aggiunto: “La soluzione potrebbe venire da Pell. Può darsi che che egli possa chiedere al Papa ‘per favore, accetta le mie dimissioni, cosicché tu possa nominare un nuovo Prefetto, perché adesso devo difendermi e questo richiederà molto tempo, potrebbe essere impossibile per me tornare a Roma nei prossimi due o tre anni “. Anche se Tornielli ha poi aggiunto che “si tratta di un punto delicato”.

    La sera del primo maggio anche America Magazine, la rivista dei Gesuiti americani, ha pubblicato un lungo articolo di Gerald O’ Connell, influente vaticanista, in cui riferisce, citando alcune sue fonti romane, che se Pell dovesse presentare le sue dimissioni da prefetto, per il bene della Chiesa, indipendentemente da ogni ammissione di colpevolezza, il Papa le potrebbe accettare.

    Letteralmente: “Dato che il cardinale Pell compirà i 78 anni il prossimo giugno e sa che non può adempiere alle sue funzioni, fino a che il processo non finirà (e con un’assoluzione), egli potrebbe decidere che la cosa migliore è consegnare le sue dimissioni ora. Se dovesse farlo, fonti a Roma dicono che Papa Francesco potrebbe accettarle”.

    Non sarebbe la prima volta. In una lettera che l’allora arcivescovo di Sydney, Pell, scrisse nel marzo 2010, egli rinunciò per il bene della Chiesa all’incarico di prefetto della Congregazione dei vescovi, visto che in Australia c’erano molte accuse contro di lui per presunte coperture di preti pedofili e anche per presunti abusi personali, che avrebbero potuto essere strumentalizzate contro il Vaticano e la Santa Sede. Dopo questa richiesta, Benedetto XVI decise di non procedere alla sua nomina al vertice di uno dei dicasteri più importanti della Curia romana.

    I tempi del processo australiano, insomma, si riveleranno decisivi. Anche se è chiaro che il Papa non vuole farsi condizionare – in questo caso – dalle procedure giudiziarie, né farsi dettare l’agenda da esse.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/05/02/ipotesi-dimissioni-per-il-cardinale-pell-imputato-in-due-processi-per-abusi-sessuali_a_23425302/

  • “Il prete non abusò del bimbo”: il sacerdote accusato assolto perchè il fatto non sussiste

    “Il prete non abusò del bimbo”: il sacerdote accusato assolto perchè il fatto non sussiste

    ERSILIA – ( di Letizia Tassinari )  – Assolto perchè il fatto non sussiste il sacerdote finito alla sbarra e accusato di abusi sessuali su un bambino, all’epoca dei fatti, dodicenne.

    Il pubblico ministero, Antonio Mariotti, aveva chiesto una pena di un anno e quattro mesi. E’ finita oggi, con la sentenza di assoluzione, la vicenda che risale all’ottobre 2014, quando in mano ai servizi sociali che avevano in carica la famiglia, mamma e due bambini, finirono alcuni disegni dove il bambino, presunta vittima di atti di pedofilia, e ospite in un piccolo convento dell’entroterra versiliese, aveva affigurato se stesso innamorato e il prete.

    La Procura di Lucca aprì un fascicolo di indagine, e il minore fu periziato da esperti, nominati sia dal magistrato inquirente, che dalla parte offesa. Il bimbo aveva raccontato non solo di morbose attenzioni ma di veri e propri abusi sessuali da parte del prelato, di origini indiane, che identificato ha sempre negato ogni addebito.

    La famiglia del minorenne e l’associazione “Rete l’abuso” si erano costituiti parte civile con l’avvocato Cristiano Baroni e i colleghi Tommaso Buratti e Debora Ianniello nel rito abbreviato. La perizia calligrafica sugli scritti del bimbo inviati al prete era stata affidata a Claudio Iozzo. Kodijan Ouso Thomas

  • Perché la storia del prete condannato e assolto per lo stesso reato non si ripeta

    Perché la storia del prete condannato e assolto per lo stesso reato non si ripeta

    Don Massaferro è stato condannato in via definitiva per pedofilia dallo Stato italiano e assolto perché innocente dal tribunale ecclesiastico

    Il prete di Alassio don Luciano Massaferro passerà alla storia per essere stato condannato dallo Stato italiano per pedofilia in via definitiva a sette anni e otto mesi e per essere stato giudicato completamente innocente, per lo stesso reato, dal tribunale ecclesiastico.

    Se prendiamo sul serio questo fatto gravissimo e non lasciamo che rimanga solo un episodio clamoroso tra tanti, don Luciano ha l’occasione di essere ricordato però non solo per essere stato o no un “prete pedofilo”, ma per aver reso evidente l’urgente necessità di negoziare un accordo tra Stato Italiano e Chiesa Cattolica a riguardo del delitto di pedofilia dei preti.

    Ne bis in idem è un principio fondamentale del diritto e significa che non può esserci doppio giudizio per lo stesso reato. Ma per don Luciano le cose non sono andate così. È un criterio fondamentale di giustizia tanto che in paesi come gli Stati Uniti, il Canada, il Messico, l’Argentina e l’India è considerato un principio costituzionale. Nel diritto italiano questo principio è pienamente accolto ma, come si è reso clamorosamente evidente nella vicenda del prete ligure, non vige nei rapporti tra Stato e Chiesa.

    Per i giudici italiani Massaferro è colpevole. Nel febbraio 2011 il Tribunale di Savona lo condanna a sette anni e otto mesi di carcere e, nel novembre dello stesso anno, la pena viene confermata dalla Corte di Appello di Genova; nel 2012 poi la Cassazione emette il proprio giudizio respingendo il ricorso presentato dal noto avvocato Franco Coppi. Diventa così definitiva la sentenza per cui il sacerdote ha «costretto in più occasioni la minore, approfittando dell’autorità conferitagli dal suo ruolo di parroco della chiesa di San Vincenzo di Alassio, a compiere o subire atti sessuali».

    Fra arresti domiciliari e cella don Luciano sconta sei anni e due mesi di reclusione. A febbraio scorso però il vescovo Borghetti rendo noto che per la Chiesa don Luciano è innocente: c’è stato un processo canonico durato più di quattro anni al termine del quale il tribunale ecclesiastico emana una sentenza per cui il sacerdote deve essere riabilitato in quanto “non consta che abbia commesso i delitti a lui ascritti”. Nel rendere nota la decisione il vescovo cita l’articolo 7 della Costituzione italiana secondo il quale lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. E proprio questo è il problema. Il problema, cioè, non è tanto che Stato e Chiesa siano indipendenti e sovrani ma che non ci sia tra essi un accordo tale da impedire che venga infranto il principio universale del “Ne bis in idem” quello per il quale in nessun luogo al mondo può accadere di essere giudicati due volte per la stessa cosa.

    Se è giusto che Stato e Chiesa godano della più totale autonomia è altresì doveroso che si trovi un accordo perché non accada più di essere giudicati due volte per lo stesso delitto. È ora che, dopo il Concordato firmato da Craxi e Casaroli nel 1984, Chiesa e Stato siedano di nuovo attorno a un tavolo per regolare situazioni come quelle di don Luciano: con quale diritto la Chiesa ha fatto un secondo processo su un delitto per il quale già c’era una sentenza definitiva? Proprio perché le sentenze umane sono fallibili non si può permettere che ce ne siano due per lo stesso delitto. Può avvenire infatti – come accaduto per don Luciano – che una dia esito di colpevolezza e l’altra d’innocenza e così l’unico risultato finale è far capire che la giustizia non esiste e che la legge non ha nessun valore.

    Se partiamo dalla convinzione che Chiesa e Stato abbiano la loro indipendenza si tratta semplicemente di armonizzare i rispettivi ambiti di competenza così come avviene tra diversi stati sovrani. Cesare Battisti, per esempio, è stato condannato in Italia all’ergastolo, è evaso, ora si trova in Brasile ma nessuno lì si sogna di fargli un nuovo processo per i delitti commessi: tema del contendere non è che sia innocente ma se e come operare l’estradizione. Si agisce così perché il Brasile riconosce all’Italia la capacità di condurre in porto un giusto processo e la stessa cosa riconosce l’Italia al Brasile: pare del tutto logico pertanto che un analogo ordine di argomentazioni debba governare i rapporti tra Stato italiano e Chiesa. Perché non si è affrontata la spinosa questione di come trattare la pedofilia dei preti nel Concordato del 1939 (i Patti Lateranensi) e in quella successivo del 1984? Forse perché allora allora la sensibilità per questo terribile delitto era veramente minima: basti pensare che nel Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato nel 1992 la parola pedofilia non esiste. E anche questa cosa andrebbe davvero cambiata al più presto.

     https://www.agi.it/blog-italia/idee/pedofilia_don_luciano_massaferro_storia-3648070/post/2018-03-20/
  • Sesso con minori, Cassazione annulla sentenza di condanna e prete torna in libertà

    Sesso con minori, Cassazione annulla sentenza di condanna e prete torna in libertà

    Accolto il ricorso presentato dagli avvocati del sacerdote don Antonello Tropea. Disposto un nuovo giudizio davanti alla Corte d’appello di Messina

    La terza sezione penale della Corte di Cassazione ha disposto l’annullamento della sentenza di condanna emessa dalla Corte d’appello di Reggio Calabria a carico di don Antonio Tropea, parroco di Messignadi, e il contestuale rinvio degli atti alla Corte d’appello di Messina per un nuovo giudizio. Accolto il ricorso presentato dai legali del sacerdote, gli avvocati Andrea e Giuseppe Alvaro.

    Scarcerato. Il giudizio di rinvio avrà ad oggetto sia le statuizioni inerenti la responsabilità che quelle concernenti il trattamento sanzionatorio. La Corte di appello di Reggio Calabria, preso atto del dispositivo di annullamento pronunciato dalla Cassazione, ha disposto, in accoglimento dell’istanza presentata dai due legali, la revoca della misura degli arresti domiciliari in favore di don Tropea il quale, per l’effetto, ha riacquistato la piena libertà.

    L’iter giudiziario. Nel giudizio di primo grado, svoltosi dinanzi al gup di Reggio Calabria, il sacerdote, che era stato arrestato a dicembre dell’anno 2015 e che era stato poi rinviato a giudizio in relazione ad otto capi di accusa, era stato assolto con formula piena, perché il fatto non sussiste, da cinque imputazioni, mentre era stato condannato alla pena di quattro anni di reclusione per i delitti di adescamento, detenzione di materiale pornografico e prostituzione minorile. All’esito del giudizio di appello, celebratosi a giugno dello scorso anno davanti alla Prima Sezione penale della Corte d’appello di Reggio Calabria, i giudici avevano riformato la sentenza di primo grado, assolvendo l’imputato, con formula piena e perché il fatto non sussiste, anche dal delitto di detenzione di materiale pornografico. Per i due residui capi di imputazione la pena detentiva era stata rideterminata in anni tre di reclusione. Gli avvocati Andrea e Giuseppe Alvaro, che hanno difeso il sacerdote sin dall’inizio del procedimento penale, hanno proposto ricorso per Cassazione avverso la sentenza di secondo grado, sostenendo che la motivazione utilizzata dai giudici di merito per condannare il Tropea non era rispettosa dei requisiti di completezza e di logicità previsti dalla legge. I motivi di ricorso sono stati discussi dai due difensori all’udienza del 15 febbraio scorso, in esito alla quale la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza impugnata, con rinvio degli atti alla Corte di appello messinese.

    http://www.zoom24.it/2018/03/12/reggio-calabria-don-antonello-tropea-verdetto-cassazione-66809/

  • Assolto l’ex parroco accusato di molestie su due sorelle – all’epoca – adolescenti

    Assolto l’ex parroco accusato di molestie su due sorelle – all’epoca – adolescenti

    L’ex parroco di Sant’Antonio di Valli del Pasubio, don Giovanni – detto Gianni – Baccega, non commise alcun atto riconducibile a molestie sessuali nei confronti di due giovanissime sorelle, adolescenti all’epoca – tra il 2007 e 2008 – dei fatti contestati. Lo riporta oggi il Giornale di Vicenza. Il sacerdote, sospeso dalle sue funzioni di pastore da quattro anni in attesa della conclusione dell’iter giudiziario, aveva sempre proclamato la sua innocenza. “Assoluzione perchè il fatto non sussiste” la formula che lo scagiona, in barba alle richieste di risarcimento danni mosse dalla madre delle presunte vittime – ora maggiorenni – e dai due anni e tre mesi di condanna proposti dalla procura.

    L’accusa verso il prelato, che oggi ha 82 anni e si è ritirato in pensione a Crespano del Grappa, fu di quelle più infamanti: aver molestato due ragazzine adolescenti, figlie di un amico di vecchia data residente altrove ma rimasto in contatto con don Gianni, approfittando del suo ruolo di ministro religioso durante le confessioni. A tutela delle minori, residenti nel vicentino, non venne rivelata la loro provenienza. Sempre secondo la versione dei fatti proposta in tesi accusatoria l’anziano sacerdote avrebbe “allungato le mani” in più occasioni nei confronti in particolare della maggiore delle due sorelle, allora quindicenne, e una sola volta invece rivolgendo le attenzioni alla minore, di 13 anni.

    Il tutto avvenne a cavallo del 2007 e 2008, tra l’estate e la susseguente primavera, durante le visite della famiglia nella vallata altovicentina, con la denuncia scattata invece circa cinque anni più tardi dopo le confessioni delle figlie alla madre. L’ex parroco ammise solo una “innocente carezza” sulla schiena della più piccola, nulla di morboso, dunque, secondo le controdeduzioni emerse nel corso del dibattimento in aula, nè imputabile di un reato.

    Durante il quale spuntò fuori, secondo il racconto leggibile sulle pagine del quotidiano berico, una lettera di possibile pentimento scritta di proprio pugno da don Gianni e rivolta alla famiglie delle due giovani nel frattempo cresciute e divenute giovani donne. Conteneva effettivamente delle scuse – che di fatto in un primo momento sembravano aggravare la posizione del prete – offerte citando un passo del Vangelo di S. Giovanni, ritrattate e spiegate in aula.

    L’intricata vicenda legale è durata più di quattro anni, e oggi è sulla via della conclusione: secondo il collegio di giudici preposti non sarebbero emerse prove inconfutabili della colpevolezza dell’anziano sacerdote padovano, originario di Fontaniva. La sentenza, inoltre, annulla di fatto la richiesta di risarcimento danni estesa alla Diocesi di Vicenza, un “caso” che aveva suscitato un interesse parallelo, anche nel diritto canonico, trattandosi di un’inedita chiamata in causa della curia a risarcire – si parla di una cifra vicina ai 100 mila euro – in sostituzione di un proprio sacerdote nullatenente.
    Ma il… nulla di fatto, sentenza alla mano, lascia invariato lo status quo attuale.

    https://www.ecovicentino.it/cronaca/assolto-lex-parroco-accusato-di-molestie-su-due-sorelle-allepoca-adolescenti/

  • Pietramelara – Abusi sessuali, Argenziano condannato: ecco la decisione del giudice

    Pietramelara – Abusi sessuali, Argenziano condannato: ecco la decisione del giudice

    Pietramelara – Concluso il processo di primo grado a carico di un 32enne di Pietramelara, accusato di aver abusato sessualmente di alcuni ragazzini del paese, in gran parte chierichetti nella chiesa di San Rocco.

    I giudici del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere hanno condannato Pietro Argenziano a 4 anni di carcere. L’uomo è stato condannato per due episodi mentre è stato assolto per il terzo caso all’esame dei giudici.
    Il difensore dell’imputato, l’avvocato Michel Mozzi, si è detto soddisfatto della sentenza che riduce fortemente la richiesta di condanna a sette anni formulata dal pubblico ministero. Tuttavia l’avvocato Mozzi ha già annunciato il ricorso in appello per tentare di annullare l’odierna sentenza o comunque di ridurre ulteriormente la pena subita

    Pietramelara – Abusi sessuali, Argenziano condannato: ecco la decisione del giudice